giovedì 22 giugno 2017

Comunque vada, sarà polemica: riflessioni all'indomani della prima prova di Maturità

Dieci anni fa affrontavo l'Esame di Stato di Maturità da studentessa, oggi lo affronto da Commissario. Il decennio trascorso mi ha dato modo di notare il continuo accumulo di polemiche e distorsioni in merito alla prima prova scritta, che, come è noto, è il tema di Italiano. Sono state contestate le tracce nel complesso (talvolta a ragione), si sono scatenate previsioni puntualmente disattese sugli autori protagonisti dell'analisi del testo con conseguente indignazione per lo scartato e il prescelto, si sono fatte grottesche rassegne-stampa sui documenti della tipologia B, si è detto che i temi generali erano troppo specifici o troppo vaghi. Francamente, questo fiorire di discorsi mi sembra sia sempre più effervescente e creato su misura per far rimbalzare nel web qualche commento sommario. Sì, perché spesso si parla dell'Esame di Stato e di ciò che dovrebbe testare senza andare oltre una reazione superficiale e talvolta piuttosto rozza di fronte ad una traccia gradita o non gradita.


Ieri, prima ancora che i ragazzi consegnassero le loro prove al termine di sei intense ore di lavoro, l'opinione pubblica era a conoscenza del generico contenuto delle tracce e la stampa già iniziava a giudicarle inadeguate. Nel profluvio di polemiche sulla scelta della poesia per la tipologia A (Veriscoli quasi ecologici di Giorgio Caproni), dei documenti della tipologia B e dell'argomento del tema storico di tipologia C, sarebbe stato bello che prima o a fianco delle opinioni dei giornalisti fossero richieste quelle dei docenti e degli alunni e che si esprimessero giudizi nel quadro della situazione scolastica contingente.
Perché Giorgio Caproni sarà anche meno noto di Montale, ma non per questo si deve ritenere meno importante a fini formativi. E perché quest'anno, a differenza di sessioni passate, il problema dello studente poteva essere quello di scegliere la proposta di scrittura fra sette tracce interessanti e stimolanti e non quello di individuare la meno peggio. La scuola odierna, a parole, ha fatto propria la conquista di porre l'alunno al centro del proprio percorso di formazione e di adattare le proposte di apprendimento alle necessità e alla dimensione reale in cui è calato l'allievo, tuttavia lo spazio in cui i programmi incontrano l'individuo sono veramente difficili da ricavare: le Indicazioni nazionali e ciò cui si riferiscono, almeno scorrendo le sezioni relative agli insegnamenti di Lingua e letteratura italiana e Storia (materie principalmente coinvolte nella prima prova) e i ragazzi di oggi parlano linguaggi diversi ed è una sfida quotidiana portare avanti proposte didattiche che coniughino il rispetto delle direttive ministeriali e della cultura tradizionale (che non deve essere persa) con questa necessità di attualizzazione e avvicinamento. Non è un'operazione impossibile, ma molto complessa e per la quale sarebbero necessari anche cambiamenti strutturali... ma questo è un altro discorso. Il punto è che quest'anno le tracce ministeriali hanno offerto ai maturandi delle proposte di riflessione su questioni attuali, riuscendo a coinvolgerli in trattazioni multidisciplinari.
Ho letto su Internazionale un articolo di Christian Raimo nel quale viene contestata in primis la scelta di Caproni, autore «che praticamente nessun insegnante tratta» e, in particolare, di un testo «non particolarmente significativo né da un punto di vista formale né all’interno della produzione caproniana. Simile è il parere espresso su Il fatto quotidiano da Manlio Lilli, che afferma che, proponendo un autore che non viene studiato a scuola, il MIUR dimostra di non conoscere la scuola e il suo funzionamento (sarebbe stato bello che la stampa si interessasse di quanto il ministero conosca il lavoro scolastico anche al tempo delle assurdità richieste agli aspiranti docenti al concorso 2016, quando, invece, era troppo presa dal giudicare ignoranti i candidati, ma andiamo oltre); nel suo articolo, Lilli riporta il contenuto di un post pubblicato su facebook da Beatrice Dondi, che di mestiere fa la giornalista ma «conosce bene la realtà per motivi professionali e familiari». L'illuminante contenuto del post, la cui autorevolezza, evidentemente, non è minimamente compromessa dal fatto che chi lo ha scritto non sia un docente che quotidianamente lavora con i ragazzi, è il seguente:
Giorgio Caproni, impagabile traduttore proustiano, verrà interpretato dagli studenti come un’amplificazione dell’insulto di Sgarbi.
Si dà evidentemente per scontato che gli studenti siano una massa di ignoranti il cui orizzonte culturale è costituito proprio dalle trasmissioni in cui Sgarbi urla il suo famoso intercalare. Ebbene, trovo questa mancanza di fiducia e questa leggerezza quasi offensive per i maturandi che stanno affrontando in questi giorni le prove. Insomma, gli interventi che si leggono in queste ore anche nelle testate dei giornali sembrano la versione più raffinata del commento popolare che rimbalza nei social: «Ma Caproni chi?».
Vero è che questo autore viene marginalizzato nella trattazione scolastica, ma il fatto che non compaia nella maggior parte dei programmi svolti in quinta non significa che un autore non debba rientrare fra le proposte dell'esame di Stato. Questo è quanto prevedono le Indicazioni nazionali dei Licei in merito a poeti considerati coevi ad altre esperienze più incisive:
Dentro il secolo XX e fino alle soglie dell’attuale, il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …).
Nell'ambito dell'autonomia e della libertà di insegnamento legalmente riconosciute, ciascun docente è chiamato a tradurre questa indicazione di massima in una scelta: non gli viene concesso di saltare Ungaretti, Saba e Montale, ma può operare, a discrezione, delle selezioni da autori contemporanei, fra i quali, come si può notare, compare anche Caproni, comunque incluso in qualsiasi buon manuale.
Negli ultimi anni si è rafforzata la tendenza a proporre autori che, generalmente, non si studiano né fanno parte delle scelte di lettura condivise (Magris, Eco, Caproni stesso, se ammettiamo che spesso non lo si affronti), ma non bisogna dimenticare che la tipologia di scrittura A è genericamente un'analisi del testo, non di un testo letterario o scritto da un grande autore noto a tutti e che potrebbe anche trattarsi di un articolo di giornale o di una pagina di un saggio sulla diffusione dei social network o, perché no, del famoso discorso di Steve Jobs «Stay hungry. Stay foolish». Lo studente che affronta il tema di tipologia A è invitato ad analizzare un testo (neanche necessariamente scritto), indipendentemente dal fatto che possieda conoscenze tecniche sull'autore e sul suo contesto, ma cercando di ricavare tutte le informazioni di cui ha bisogno dal contenuto, dallo stile e da inferenze culturali, oltre che elaborando un pensiero critico. 
Dunque né il ministero ha sbagliato a proporre un autore 'che non si studia' né sbagliano gli insegnanti a non far studiare ciò che sembra si aspetti ultimamente il ministero, perché la competenza di analisi testuale non è immanente, legata a quell'autore o a quel testo, ma è trasversale e dinamica. Del resto, prima di lamentarsi del fatto che Caproni non si studi e dedurre quindi che sia il primo scribacchino che passa per strada, sarebbe bene chiedersi come sia possibile, in una scuola in cui le già citate Indicazioni prescrivono che il quinto anno sia dedicato allo studio della letteratura che va da Leopardi al Postmoderno (l'espressione ministeriale è, come abbiamo visto, «fino alle soglie dell’attuale»), studiare dettagliatamente tutti gli autori. Lo stesso dicasi per la Storia e quindi in risposta alle polemiche sul tema storico di tipologia C, incentrato sul recentissimo tema del miracolo economico, perché è vero che bisognerebbero studiare anche gli eventi e i fenomeni degli ultimi decenni, ma la scansione dei programmi scolastici non lo permette: il quinto anno, sia per la Storia che per la Letteratura, dovrebbe poter essere dedicato interamente al XX secolo per poterlo trattare, in tutto il suo svolgimento, con l'attenzione che merita. En passant, Giorgio Caproni compare in molte antologie del primo biennio superiore e non è che l'esame di quinta sia il coronamento del solo quinto anno. 


Per avere une elemento in più di valutazione dell'adeguatezza della prova di ieri, prendiamo come pietra di paragone proprio l'esame di Stato del 2007: il testo proposto era un estratto del canto XI del Paradiso, incentrato su San Francesco, un canto che si legge e commenta dettagliatamente in tutti i licei (o quasi) e sul quale, di conseguenza, moltissimi studenti avrebbero potuto lanciarsi senza troppi problemi, se non fosse stato per la domanda di approfondimento, dedicata alla predicazione da parte degli ordini minori e all'iconografia del Santo... una riflessione decisamente poco personalizzabile e per nulla vicina alla sensibilità di un adolescente. Il testo di Caproni di questa Maturità 2017, invece, è non solo molto diretto e attuale, ma anche adatto a sollecitare la riflessione sul rapporto fra l'agire umano e l'ambiente, oltre che a stabilire una sintonia con le nuove generazioni: quella che in queste ore è stata scambiata per banalità, è in realtà la cifra distintiva di Caproni e, se non vogliamo farci bastare la testimonianza del suo allievo e amico Anonio Debenedetti, che potrebbe anche essere influenzato dall'affetto quando dice che Caproni «è stato un maestro vicino ai giovani e alla loro sensibilità», vediamo come si parla del poeta nel manuale di letteratura supervisionato da Romano Luperini:
La poesia non deve tornare verso la vita fingendo di non essere letteratura, ma incarnando un tipo di letteratura che possa appartenere alla vita di tutti, che tutti possano riconoscere e sentire propria: e questa aspirazione (in cui si riconosce l'influenza di Saba) spiega il carattere semplice, e appunto popolare, delle forme di Caproni. Ciò che egli rifiuta è piuttosto la ricerca formale intellettualistica e raffinata, che gli pare un'astrazione fine a se stessa, lontana dalla realtà concreta, e perciò in qualche modo colpevole.
Ecco, trovo alquanto grottesco che, come sta accadendo ormai da 24 ore, persone che non hanno la minima idea di chi sia Giorgio Caproni e di quale genere di poesia sia rappresentante sostengano che la poesia scelta per la prova di maturità sia inadeguata, come a dire che ci si debba adeguare alla cultura delle masse e limitarsi ai pochi autori noti piuttosto che proporre agli studenti dei riferimenti alternativi ed esortarli a mettere alla prova le proprie competenze (maturate, ad esempio, sul Saba cui Caproni guada) su terreni nuovi. 
Anche i quesiti e dunque gli aspetti su cui i ragazzi dovevano concentrarsi sono risultati inopportuni, perché porterebbero ad esprimere delle riflessioni scontate. Mi vien da dire che saranno sempre meno ovvie di quelle di cui ci dilettano coloro che oggi si lanciano nelle Filippiche contro la prima prova. Negli anni scorsi molti maturandi evitavano l'analisi del testo per l'eccessivo grado di tecnicismi, che la rendeva quasi inaccessibile al di fuori dei licei, dove lo studio della letteratura è, generalmente, più approfondito e attento a questioni stilistiche e retoriche; ieri, invece, è stato proposto un testo piano, semplice, essenziale, che forse proprio la mancanza di sovrastrutture critiche indotte dai manuali, unita alla stringente urgenza del tema, ha reso meno distante: è così vergognoso proporre ai ragazzi un'idea di poesia che sia per loro più vicina rispetto a La pioggia nel pineto? O dobbiamo continuare a proporre solo testi criptici sui quali debbano sudare per comprendere gli accorgimenti retorici senza magari interiorizzare in alcun modo il messaggio? Sia chiaro, non sto proponendo di abolire d'Annunzio né caldeggiando la possibilità che ad ogni maturità siano proposte solo ed esclusivamente analisi di autori di più facile comprensione, ma penso che, forse, dovremmo ampliare la nostra idea di letteratura, comprendendo che 'più vicino' o 'immediato' non significano 'scadente'... del resto lo stesso Montale, che tanti attendevano ieri, ha sostenuto che, per poter sopravvivere nella società di massa, la poesia deve mutare profondamente le sue caratteristiche. Insomma, finalmente una proposta che non ha obbligato a citare contenuti e letture critiche già sentite e ipse dixit e ha permesso ai ragazzi di tirar fuori letture personali del testo: ancorché banali (ma attenzione, ché dire 'banale' del pensiero comunque personale di un adolescente la dice lunga sulla considerazione che si ha delle capacità dei giovani), saranno comunque riflessioni scaturite dalla diretta lettura delle parole dell'autore. Per lo stesso motivo quattro anni fa appoggiavo la considerazione di Valeria Sirabella secondo cui il tema è «uno spazio mentale dove non conta tanto quello che si sa ma quello che si pensa», in opposizione all'idea di Alberto Alesina che auspicava il rimpiazzo del tema di maturità con un macro-saggio su una lettura precedentemente assegnata.
In aggiunta alle critiche mosse alla traccia di tipologia A, ci sono state quelle relative ai documenti della tipologia B, cioè la scrittura documentata (in forma di saggio breve o articolo di giornale). Ciò che Raimo sostiene è che i documenti fossero pochi e poco autorevoli, perché presi da riviste non specialistiche e non da articoli accademici e che fossero troppo pochi. Le ragioni per cui a me questa scelta non sembra negativa derivano dall'osservazione diretta del lavoro degli alunni e sono principalmente due.
Una prima considerazione, più articolata, riguarda la natura delle fonti sulla base dei quali gli studenti devono costruire la loro argomentazione: ai pochi documenti citati nell'articolo di Internazionale voglio aggiungere che la proposta di ambito artistico-letterario La natura tra minaccia e idillio nell'arte e nella letteratura era interamente costruita su documenti letterari o iconografici molto autorevoli (Turner e Pellizza da Volpedo per la pittura, Leopardi, Pascoli, Montale e Foscolo per la letteratura), che uno dei documenti della traccia di ambito storico-politico Disastri e ricostruzione è un saggio (di Machiavelli, ma sempre di saggio si parla, anzi, di quel grande trattato che è Il Principe), che nella traccia di ambito tecnico-scientifico Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro si affiancano ad un documento tratto da Il sole 24 ore un testo elaborato dalla Scuola Universitaria Superiore Sant'Anna di Pisa (poco importa se pubblicato nel web e non in un voluminoso libro per poche tasche o per soli addetti ai lavori) e un intervento tratto dal sito web di INDIRE, che non è proprio la prima organizzazione che capita bensì l'Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, fondamentale per il mondo dell'istruzione di cui si parla nella traccia stessa; infine non c'è bisogno di sdegnarsi del fatto che i tre documenti della traccia di ambito socio-economico siano tutte estratti di periodici a stampa o online, perché la particolarità di questo settore di scrittura è proprio quella di elaborare un quadro di fenomeni sociali ed economici con uno sguardo all'attualità e alla comunicazione che non deve escludere ma inglobare i media: gli studenti avevano tutte le opportunità per arricchire la trattazione con riferimenti alla meccanizzazione che hanno studiato come fenomeni storici dall'Ottocento in avanti o approfondito anche da un punto di vista pluridisciplinare, senza bisogno di vedersi imboccare ogni considerazione da esperti esterni che hanno scritto ponderosi tomi che nessuno di loro mai leggerà. A tal proposito, ricordiamo che i ragazzi si documentano proprio attraverso queste fonti di primaria reperibilità e che all'interno degli istituti si promuove, più o meno regolarmente, un'attività di lettura, commento e critica dei contenuti dei quotidiani. 


Quanto alla quantità dei documenti, invece, posso dire di essere rimasta io stessa inizialmente spiazzata dalla presenza di soli tre contributi per i tre ambiti più caldi (socio-economico, storico-politico e tecnico-scientifico), al confronto dei quali la traccia di ordine generale (D) sul progresso era tanto lunga da essere quasi sproporzionata. Poi, però, ho pensato che il maggior problema con i temi di tipologia B, siano essi saggi brevi o articoli di giornale, è la tendenza degli allievi a rifugiarsi nelle citazioni, riportando pensieri già espressi da altri per la fatica o la paura di esprimere una tesi propria: vedendo all'opera questi giovani scrittori ormai da qualche anno e confrontandomi con i colleghi, ho potuto notare che l'abbondanza di documenti è per molti di loro una fonte di sollievo perché permette di attuare dei collage più o meno mascherati senza far emergere un'idea del tutto personale. Ecco perché non direi che pochi documenti corrispondano a fuffa negli elaborati, per lo stesso motivo per cui non conoscere Caproni permette di non avere troppi condizionamenti superiori: a volte, per fare emergere un pensiero personale è necessario eliminare i paratesti, le auctoritates, i commenti di questo o quel professore... e lasciare che, finalmente, la reale competenza esca fuori e renda il tema un vero e proprio momento di affermazione dell'essere che apprende e usa ciò che sa in relazione a ciò che è.

C.M.

lunedì 19 giugno 2017

Cratilo (Platone)

Nella definizione del rapporto fra le parole e le cose la tappa fondamentale è costituita dagli studi di Ferdinand de Saussure (1857-1913), il quale ha sottolineato la totale arbitrarietà dell'associazione di un concetto ad una immagine linguistica, distinguendo il significato (la cosa, l'oggetto di cui si parla) dal significante (l'elemento verbale scritto o orale che costituisce il mezzo per indicare la cosa). Arbitrario non significa, beninteso, insensato, indica che il collegamento per noi normalissimo di una determinata parola ad un oggetto non ha alcun legame ontologico, ma è una pura convenzione.

Questa acquisizione sembra ormai scontata a noi che abbiamo appreso la grammatica, che abbiamo studiato le trasformazioni linguistiche e che, vivendo immersi in un contesto multiculturale nel quale ci muoviamo con una conoscenza di almeno due lingue (dialetti compresi), sappiamo che uno stesso oggetto può avere numerosi nomi non solo in lingue differenti ma anche in una stessa lingua. Eppure non è sempre stato così e, anzi, suscita ancora una certa curiosità l'idea che possa esistere una sorta di lingua naturale che si affermerebbe se non intervenissero gli infiniti stimoli culturali ed educativi che forgiano la nostra esistenza... quella che, per alcuni, è la lingua che ha preceduto Babele o dell'età dell'oro in cui gli uomini vivevano in armonia e comunione con gli dei.
Il primo testo in cui si affronta diffusamente il problema del rapporto fra significato e significante, in termini di una distinzione fra cose (πράγματα) e nomi (ὀνόματα) è il dialogo Cratilo, scritto dal filosofo Platone nel periodo dell'Accademia. Esso prende il nome da uno dei personaggi che si confrontano: Cratilo è un seguace della dottrina eraclitea secondo la quale l'essere è inafferrabile ma esiste un nome strettamente legato ad esso per natura, anche se esso non sempre coincide con quello che comunemente si utilizza. Il suo interlocutore è Ermogene, il quale, invece, sostiene che un legame naturale fra le cose e i nomi non esiste, ma che si tratta di una associazione arbitraria e convenzionale, basata su un patto finalizzato a rendere possibile la comunicazione. Il dibattere è tale che occorre l'intervento di Socrate, il quale, esercitando la maieutica, l'ironia e contorte analisi etimologiche e di composizione linguistica, mira a convincere Cratilo dell'esistenza di nomi naturali o, almeno, di germi naturali nei nomi in passato scelti da un legislatore illuminato in accordo con i sapienti.
A confrontarsi in questo complesso dialogo sono dunque due visioni estreme. Da un lato abbiamo Ermogene, portatore di una visione arbitraria e relativista dell'atto linguistico che si riconduce alla teoria di Protagora secondo cui l'uomo è misura di tutte le cose e la realtà si struttura e si rende conoscibile in base al pensiero e all'agire umano.
Non riesco a persuadermi che ci sia per i nomi altra norma all’infuori del patto e del consenso. Infatti a me pare che qualsiasi nome che uno ponga ad una cosa, questo sia il suo nome giusto; e che se uno, daccapo, glielo muti in un altro e non la chiami più con quello, il secondo non le si addica punto meno del primo […]. Perché, credo, non c’è nessuna cosa che abbia nessun nome da natura, ma dalla legge e dalla consuetudine di coloro che, per essercisi assuefatti, la chiamano a quel modo. [Cratilo, 384 c-e]
Dall'altra parte c'è la dottrina delle idee di Platone, basata sulla convinzione che, anche se la realtà sensibile corrisponde in effetti al flusso ininterrotto, mutevole e inafferrabile di eraclitea memoria (il celebre πάντα ῥεῖ), a fare da contraltare ad essa esiste un sistema metafisico in cui ad ogni rappresentazione sensibile corruttibile e imperfetta corrisponde un'idea perfetta e immutabile che è conoscibile soltanto attraverso l'esercizio della saggezza e della filosofia e l'ascesa dell'anima all'iperuranio.


Socrate, dunque, che come in tutti i dialoghi platonici è portatore delle idee dell'autore che ne è stato l'allievo, è impegnato a scardinare la visione relativista di Parmenide, ma entra in contraddizione con un altro caposaldo della dottrina delle idee, cioè quello secondo il quale ogni immagine o imitazione della realtà è inevitabilmente staccata dalla realtà stessa, in quanto non potrà mai riprodurla fedelmente e renderla conoscibile nella sua essenza.
Ebbene, se uno di ogni cosa potesse imitare proprio l’essenza attraverso lettere e sillabe, non esprimerebbe forse ciò che ciascuna cosa è? [Cratilo 423 e]
Nel tentativo di dimostrare l'esistenza di un legame risalente agli albori della storia del linguaggio (chiaramente nella sola e parziale prospettiva grecofona), Socrate si lancia nell'analisi etimologica di alcune parole, a partire dal nome degli dei, per arrivare a termini di uso comune come giorno, giogo, verità, piacere, movimento, fornendo una lunga rassegna (sono stati conteggiati più di centoquaranta termini) in cui, però, soltanto venti ricostruzioni risultano corrette. Il procedimento, non scevro di ironia, è alquanto contorto e si può risolvere solo ammettendo che all'etimo di presunta naturalità si siano aggiunti diversi elementi per motivi eufonici o per facilitare l'articolazione delle parole: il nome Poseidone (Ποσειδῶν), ad esempio, come si legge nei passi 403 e - 404 a, potrebbe avere alle spalle l'espressione πολλὰ εἰδότος τοῦ θεοῦ (il dio che conosce molte cose), ma può essere che il signore dei mari fosse chiamato ὁ σείων’ (colui che scuote) e che le lettere p e d siano semplici aggiunte o, addirittura, che il nome significhi ὡς ‘ποσίδεσμον’ ὄντα (dai piedi legati).
Permetti che dei nomi qualcuno si attagli a cappello, qualche altro no; e non volere per forza che abbiano tutte le lettere affinché ciascuno sia addirittura tale qual è l’oggetto di cui è nome; ma permetti che gli si aggiunga anche la lettera che non gli si addice; e se una lettera, anche un nome in una proposizione; e se un nome, anche una proposizione nel discorso, la quale non si addica alle cose; e niente meno si nomini e si esprima l’oggetto fino a che vi rimanda il tipo dell’oggetto di cui si ragione, come nei nomi delle lettere. [Cratilo, 433 d]
Ne deriva che, per forza di cose, anche ammesso che le parole abbiano una essenza naturale, il grado di manipolazione dell'immagine linguistica è tale che si può considerare non solo arbitrario ma anche casuale. La stessa convinzione socratica che i legislatori, artigiani delle parole, avrebbero scelto le parole migliori in quanto sapienti rafforza più che confutare la tesi di Ermogene e, infatti, il dialogo stesso si chiude con la considerazione che, piuttosto che le parole, è preferibile conoscere la verità cui esse si riferiscono e di cui restituiscono un pallido riflesso.

René Magritte, La chiave dei sogni (1930)
Il linguaggio costituisce per ammissione stessa di Socrate un'immagine, infatti nelle ultime pagine del dialogo si giunge allo smussamento delle idee iniziali che vedevano da parte del filosofo l'affermazione dell'idea di un legame, anche minimo, fra i nomi e le cose, che si può cogliere, ad esempio, nel fatto che Omero nomini alcuni elementi con il nome con cui lo indicano gli dei (e quindi quello in qualche modo naturale) e quello attribuitogli dagli uomini; in effetti la critica omerica si è arrovellata parecchio nel tentativo di individuare i significati reali di significanti di cui Omero riporta solo il nome noto alle divinità (come nel caso del moly donato da Ermes a Odisseo come misura difensiva contro la magia di Circe). Ugualmente, sostiene Socrate, un dipinto sarà pure imitazione della realtà, ma viene realizzato con i colori esistenti in natura, segno che un qualche legame con la naturalezza esiste anche nell'arte. Eppure Platone non è benevolo né verso i poeti, la cui sapienza è sminuita e giudicata dannosa nello Ione, né verso gli artisti, in quanto fautori di imitazioni di oggetti sensibili, a loro volta imitazioni delle idee, quindi moltiplicatori delle apparenze.
Di fronte ad Ermogene Socrate sostiene anche una delicata argomentazione in cui tenta di distinguere la verità dal falso negli enunciati in cui si sostituiscano le parole, ma, di fatto, non giunge a dimostrare che le parole con cui esprimiamo il falso abbiano in sé, nella loro essenza, un elemento di naturalità che faccia risultare ontologicamente falso il discorso con esse prodotto. Del resto, anche nella lettera VII di Platone si legge che i nomi non hanno nulla di stabile e che le cose rette possono esser definite rotonde senza che per questo cambi la loro forma.
Quanto ai loro nomi, diciamo che nessuno ha un briciolo di stabilità, perché nulla impedisce che quelle cose che ora son dette rotonde si chiamino rette, e che le cose rette si chiamino rotonde; e i nomi, per coloro che li mutassero chiamando le cose col nome contrario, avrebbero lo stesso valore. Lo stesso si deve dire della definizione, composta com’è di nomi e di verbi: nessuna stabilità essa ha, che sia sufficientemente e sicuramente stabile. [Lettere VII, 343 a]
Dobbiamo dunque ritenere il Cratilo un'opera fitta di contraddizioni e priva di rigore argomentativo? Niente affatto, perché non va dimenticato che la filosofia socratica si basa sul metodo che giustifica la scelta stessa del dialogo, cioè la ricerca, la maieutica, l'arte dell'aiutare l'allievo a partorire pensieri che lo avvicinino alla conoscenza. Il filosofo deve essere dunque un mediatore, infondere il dubbio, allontanare dalle certezze anche quando indica un tracciato: così si spiega il finale aperto del Cratilo, con il suo invito a non smettere di interrogarsi sul linguaggio e sul rapporto fra le cose e i loro nomi... un invito che, fortunatamente, i linguisti hanno portato avanti e senza il quale, forse, non avremmo avuto nemmeno le teorie di Ferdinand de Saussure e il sistema filosofico che anche in relazione ad esse si è generato e che ha prodotto capolavori letterari e artistici.

C.M.

giovedì 15 giugno 2017

Qualcuno cammina sulla tua tomba (Enriquez)

C'è chi viaggia inseguendo l'arte, chi per ammirare le bellezze paesaggistiche, chi percorre le vie del turismo enogastronomico... e chi, come Mariana Enriquez, gira per il mondo alla ricerca dei cimiteri più suggestivi, siano essi luoghi di sepolture monumentali come il cimitero parigino di Montparnasse oppure cripte decorate con ossa e teschi, come la Cripta dei Cappuccini a Roma.
 
Qualcuno cammina sulla tua tomba. I miei viaggi nei cimiteri (Caravan edizioni) è una sorta di diario di viaggio di questa esploratrice di cimiteri, fra le cui pagine sono raccolte ricche descrizioni delle necropoli che Mariana Enriquez ha visitato, aneddoti personali e storici ad essi legati e un breve memorandum su ulteriori siti di sepoltura che, per un motivo o per l'altro, suscitano l'interesse dell'autrice. Scopriamo immediatamente che la curiosità per i cimiteri nasce da una passeggiata fra le tombe di Staglieno, a Genova, nel 1997, con l'incanto suscitato dalle sensuali figure angeliche scolpite in onore dei defunti e da un incontro passionale. A questa escursione fanno seguito molte altre che portano la Enriquez all'interno delle necropoli più note del continente americano, d'Europa e d'Australia, percorrendo una storia che non si dipana in ordine cronologico ma che salta nel tempo e nello spazio.
Fra i capitoli più interessanti di Qualcuno cammina sula tua tomba c'è quello dedicato alla città messicana di Guadalajara, di cui ci vengono illustrati i particolarissimi rituali del Giorno dei morti, con la loro profusione di amuleti, dolciumi a forma di teschi (alfeñiquez) e rappresentazioni su cibi, quadretti e in forma plastica di Catrina, uno scheletro disegnato da José Guadalupe Posada agli inizi del XX secolo a denuncia della povertà e originariamente chiamato Calavera Garbancera, ma ribattezzato poi Catrina dal pittore Diego Rivera. Molto suggestiva è anche la descrizione della cultura vudù a New Orelans, città di 35.000 abitanti e 42 cimiteri le cui tombe sono tutte in superficie per evitare che le inondazioni facciano riemergere le bare; qui si vendono oggettini portafortuna e gris-gris, amuleti che contengono erbe, oli o pietre per tenere lontani gli spiriti maligni e si può visitare il cimitero di St. Louis n°1 dove è stata girata una scena molto discussa del film Easy Rider, proprio davanti alla tomba della Società italiana realizzata da Pietro Gualdi nel 1857. La Enriquez ci porta inoltre a Memphis, nel Tennessee, a visitare la tomba di Elvis Prelsey e a conoscere la storia del suo sfortunato fratello, al Cemeterio Presbítero Maestro di Lima, nei quartieri più pericolosi della capitale peruviana, di fronte all'angelo di Francisco Salamone che sorveglia l'entrata del cimitero di Azul, nella provincia di Buenos Aires e sulle tracce delle storie di fantasmi a Savannah, in Georgia. Ma le visite cimiteriali di Mariana Enriquez sono anche molte altre e molte altre si aggiungerebbero a questo diario, se venisse ristampato in futuro. 
Uno spazio particolare merita l'ultima delle storie di sepoltura, perché la protagonista del racconto è Marta Angélica la madre di una conoscente dell'autrice e la sua storia si intreccia con quella delle persecuzioni della giunta militare argentina e dei Desaparecidos: proprio attraverso la storia di una defunta che ha atteso decenni prima di trovare pace comprendiamo il reale significato del percorso di Mariana Enriquez fra le tombe: il suo non è un semplice vezzo morboso, né l'atteggiamento di una turista così impegnata nella ricerca di scatti o souvenir da non comprendere l'importanza di un luogo destinato al ricordo e della storia che esso porta con sé, ma un interesse che nasce dalla consapevolezza che ciascuno ha una propria storia, un'identità legata ad un luogo e il diritto di essere ricordato e protetto dopo la morte.
 
Portale del cimitero di Azul in Argentina
 
Collocato nel punto di intersezione fra il racconto diaristico autobiografico, la narrativa e l'etnografia, Qualcuno cammina sulla tua tomba si può anche gustare a piccoli brani e può fornire qualche interessante indicazione per individuare nelle grandi città che desideriamo organizzare un itinerario insolito, che includa non solo il percorso per le strade dei vivi, ma anche quello lungo i sentieri dei morti, dove si nascondono vere e proprie opere d'arte e molte curiosità. Leggendo il diario di viaggio della Enriquez, non solo ho riscoperto le suggestioni della visita al cimitero di Père Lachaise, ma ho imparato qualcosa di più su alcuni ospiti delle necropoli da lei visitate, come lo scrittore Julio Cortázar, il già citato Elvis Presley, il jazzista Buddy Bolden, Anne Rice o personaggi accusati di stregoneria, delirio e vampirismo. L'unico difetto che si può individuare in questo libro è che, per una piena immersione nel testo, è talvolta necessario un supporto visivo, se non altro per localizzare i siti e immaginarne le tombe: io ho consultato più volte la rete per ovviare al problema, ma non sarebbe male se il libro fosse corredato di qualche pianta cittadina o fotografia. Per il resto, la Enriquez ha confezionato una raccolta di racconti del tutto originale, a tratti molto solenne e in altri ironica, nella quale emergono diverse somiglianze fra le usanze funebri di popoli geograficamente molto lontani.
Come sono belli i cimiteri, penso, mentre, dal finestrino, guardo il cielo grigio. La mia amica Patrizia dorma accanto a me. "Dove si potrà leggere il suo epitaffio". Dove resta il nome, la data, e una voce che dice: ci sono stato, ero. Ormai forse nessuno sa più il mio nome, ma una volta qualcuno mi ha ricordato.
C.M.
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