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lunedì 20 febbraio 2017

L'esclusa (Pirandello)

Periodicamente sento il bisogno di tornare alle pagine di Luigi Pirandello, di immergermi nella sua descrizione del contrasto fra la vita e la forma per smascherare con lui gli inganni, gli errori e le manipolazioni della realtà e a condurre una riflessione valida nel tempo dell'autore e ancora oggi.

L'esclusa, pubblicato a partire dal 1901 ma scritto nel negli anni '90 dell'Ottocento, precede i grandi capolavori narrativi dello scrittore siciliano, Il fu Mattia Pascal (1904) e Uno, nessuno e centomila (1926) e presenta una valida introduzione alla visione della socialità e delle maschere che in essi troverà piena affermazione, anche grazie alla pubblicazione del saggio L'Umorismo (1908). Originariamente intitolato Marta Ajala dal nome della protagonista, L'esclusa è il primo romanzo pirandelliano, una buona mediazione fra la narrazione di tipo verista e il nuovo romanzo del XX secolo, luogo della crisi di identità, dello smarrimento dell'io, dell'indagine psicologica e dello sconvolgimento della fabula in favore di un intreccio che riproduca i moti altalenanti di un animo frantumato.
Marta Ajala è una giovane donna siciliana su cui si è abbattuta una pubblica vergogna: Il marito, Rocco Pantàgora, l'ha scacciata di casa dopo averla trovata in possesso di alcune lettere d'amore di Gregorio Alvignani, nel frattempo divenuto deputato e trasferitosi a Roma. Marta è incinta, ma il figlio è di Rocco, poiché ella non ha mai accolto la seduzione dell'Alvignani, pur ammettendo fra sé e sé di essersi sentita lusingata dalle sue attenzioni; la sua unica colpa è quella di non aver ignorato le lettere e di aver preferito, per un eccesso di educazione e riguardo, rispondere con un rifiuto.
Delle frasi d’amore non s’era curata, o ne aveva riso, come di superfluità galanti e innocue. S’era insomma impegnata tra loro due una polemica puramente sentimentale e quasi letteraria, la quale era durata circa tre mesi, e di cui forse, sì, si era un po’compiaciuta, nell’ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito. […]
A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitare facilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all’improvviso, turbarsene; se prevenuta della propria bellezza, compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell’istante di turbamento o compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscitato, un’altra vita, un altro amore… Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei propri doveri; e tutto finiva lì… Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, ritorna l’ombra uggiosa o la calma luce consueta.
Rientrata nella casa di nubile, viene ripudiata dal padre, il quale decide di non uscire più in paese per non subire lo scherno della gente e per non apparire sfrontato: Marta, la sorella Maria e la madre Agata vengono obbligate a restare segregate in casa per non portare la vergogna al di fuori delle mura domestiche. Appare immediatamente chiaro che a nessuno (nemmeno al padre) importi sapere realmente se Marta sia colpevole del tradimento che le viene imputato, che nessuno è disposto ad ascoltare la sua voce, ad eccezione di Anna Rosa, in passato umiliata per essere rimasta incinta di un uomo con cui non era sposata. La pressione sociale e l'umiliazione pubblica cui Rocco e suo padre Francesco sottopongono Marta è così straziante che, dopo la morte del bambino durante il parto e la contemporanea scomparsa del genitore, ritiene una disgrazia l'essere sopravvissuta alla sua misera condizione. 
Ad un certo punto, però, Marta decide di trasferirsi a Palermo con quel che resta della sua famiglia, decisa a liberarsi dei soffocanti giudizi della gente e delle minacce di Francesco Pantàgora e a sottrarre a quella gogna Maria e Agata. Nella nuova città, che la accoglie con i profumi e l'aria frizzante della primavera, Marta si rigenera: non solo non ha più timore di uscire di casa, ma vince un concorso da insegnante. Ben presto, però, la maledizione dei Pantàgora si fa sentire e a Palermo si diffonde la notizia della vergogna di Marta, che viene così allontanata dal posto che si è legittimamente guadagnata per preservare l'educazione delle fanciulle e far posto ad una raccomandata. Marta, però, non si arrende e, determinata a riportare alla luce la sua personalità di ragazzina curiosa, volenterosa e amante dello studio, ottiene un posto da docente in un collegio femminile, dove tutto sembra andare per il meglio fino a che non si presentano nuovi tentativi di seduzione da parte di un collega e, soprattutto, dell'Alvignani, tornato in città per sottrarsi a certi disegni politici che non condivide.
Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi accenni in terra e in cielo della rinascente primavera. L’aria era fredda ancora, frizzante nel mattino, quand’ella si recava al collegio; ma era così limpido il cielo e così puro e saldo quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e il seno d’allargarsi in larghi respiri. Pareva che l’anima delle cose, serenata finalmente dalla lieta promessa della stagione, si componesse, obliando, in una concordia arcana, deliziosa. […]
E andando così, senza fretta, Marta pensava alle lezioni da impartire, e dal benessere che sentiva, non solamente le idee sgorgavano spontanee, ma quasi le zampillavano le parole che avrebbe dette, i sorrisi con cui le avrebbe accompagnate.
Marta è di nuovo in crisi: si è lasciata alle spalle il marito e l'umiliazione seguite alla separazione, eppure avverte ancora, nel proprio animo, la coscienza dell'errore che commetterebbe cedendo a colui che già in passato è stato considerato il suo amante, il fautore della sua infamia. Come di fronte alle lettere sventurate, Marta si sente felice di quelle attenzioni ed è attratta dalla promessa di un nuovo amore, lontano da tutto e da tutti, in quella Roma in cui Gregorio la invita, ma l'improvviso arrivo a Palermo di Rocco e l'agonia della madre di lui, che i coniugi si trovano a vegliare insieme, acuisce il dramma di Marta, non certo convinta del suo amore per l'Alvignani ma incapace di accettare la richiesta di perdono di Rocco, pronto a riprenderla con sé proprio dopo l'effettivo tradimento.
«Oh, mia cara, quando io dico: “La coscienza non me lo permette», io dico: «Gli altri non me lo permettono, il mondo non me lo permette». La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? È la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono. Orbene, senti: onestissimamente la mia coscienza mi permette d’amarti. Tu interroga la tua, e vedrai che gli altri t’hanno ben permesso di amarmi, sì, come tu stessa hai detto, per tutto quello che t’hanno fatto soffrire ingiustamente.»
L'esclusa è un libriccino sottile, dai capitoli brevi e incisivi, sebbene condensi al suo interno così tanti avvenimenti e tante riflessioni affidate principalmente a Marta. L'autore si rivela abile indagatore dei moti della psiche della protagonista e riesce a portarne alla luce le contraddizioni, non senza sostenere una forte critica alla società che si arroga il diritto di giudicare persone e situazioni che non conosce, trasportata dalla voce di chi grida allo scandalo e da una mentalità fortemente patriarcale che nega alla donna non solo qualsiasi sospetto di innocenza, ma addirittura di potersi pubblicamente difendere.
Il romanzo di Pirandello, come accadrà con i titoli più celebri, ci mette già di fronte alla realtà delle maschere, al trionfo della forma che annienta qualsiasi germe di autenticità, adottando però la particolare prospettiva femminile, occasione per riflettere anche sulla condizione di maggior disagio che in questo rampollare di facciate devono vivere le donne. In questa scelta di indagine sociale e di messa a nudo dei meccanismi che condizionano la vita delle persone fino a travolgerli senza che questi possano opporvi resistenza, si coglie sia una nota verista: Maria ricorda un po'la Mena dei Malavoglia, che si priva dell'amore perché vittima di riflesso della vergogna gettata sulla famiglia dai comportamenti del fratello 'Ntoni e della sorella Lia, ma, nel passo falso di Marta, che, solo leggendo le lettere del suo corteggiatore, agli occhi degli altri non si mantiene salda ai valori del matrimonio, sembra di scorgere l'eco di quell'ideale dell'ostrica che regola l'esistenza dei Vinti verghiani. Allo stesso tempo, però nella scelta prospettica e nell'inseguimento delle ansie della protagonista nel passaggio dalla vecchia vita nella civiltà della vergogna (per usare un'espressione che Eric Dodds ha coniato in riferimento al mondo dell'epica omerica) ad una nuova esistenza in cui possa affermare se stessa e presentarsi anche ai nostri occhi come una donna molto intelligente, colta e curiosa che avrebbe desiderato, anziché sposarsi con un uomo che non amava, proseguire gli studi e trovare un appagamento professionale, si incontra una forma di attenzione narrativa estremamente moderna.

Emilio Longoni, Sola (1900)
Ma perché doveva essere una vittima, lei? Lei che aveva vinto? Una morta, lei che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita? Nulla, nulla… E perché soffrire, dunque, l’ingiustizia palese di tutti? Né l’ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque alla guerra patita: era perduta per sempre. L’innocenza, l’innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta.
C.M.

venerdì 17 febbraio 2017

Libri come esseri umani: la biblioteca a e la «presenza viva degli autori»

Ogni lettore appassionato ha provato almeno una volta la sensazione di dialogare direttamente con l'autore del libro che stava leggendo, di stabilire un colloquio a distanza, di scoprire se stesso in qualcosa che è stato detto da una persona mai conosciuta che, però, si rivela improvvisamente come il miglior confidente. È un sentimento antico quanto il libro stesso, sorto e sviluppatosi laddove si sono manifestati bibliofili e filologi e che si è di conseguenza espanso illimitatamente con l'accesso pubblico a volumi cartacei e digitali.

Illustrazione: Olaf Hajek
Le manifestazioni più entusiastiche del piacere derivante da questo genere di colloquio scaturiscono dalla letteratura umanistica e rinascimentale, nella culla di quello spirito di ricerca e diffusione dei libri che genera gli studi filologici, le biblioteche pubbliche e la stampa. Non va dimenticato che biblioteche e studi di commentatori e copisti esistevano già nell'antichità, basti pensare alla biblioteca di Alessandria, grande tesoro culturale del mondo ellenistico o a quella di Asinio Pollione a Roma, la prima raccolta di testi pubblicamente accessibili nel panorama latino e di certo il Medioevo non ha del tutto abbandonato la strada del libro, se tanti salvataggi dobbiamo ai monaci degli scriptoria di tutta Europa. Tuttavia l'epoca umanistico-rinascimentale, che è già vitale nell'autunno del Medioevo nella forma del Preumanesimo, ha la particolarità di accingersi con una grande riverenza agli autori classici, con la missione morale di restituire loro la voce dopo secoli di silenzio o offuscamento. L'umanista, insomma, è il vero antenato dei bibliofagi di oggi, che trepidano per leggere i libri dei loro autori preferiti.
Della capacità degli autori di parlare all'interno delle biblioteche scrive già Plinio il Vecchio nel I secolo, all'interno del libro XXV della Naturalis Historia, nella sezione in cui si occupa delle arti figurative, a proposito di un vezzo tipico dell'aristocrazia romana ellenizzata che celebra gli scrittori amati non solo raccogliendone i volumi ma adornando le biblioteche private di ritratti.
Non est praetereundum et novicium inventum, siquidem non ex auro argentove, at certe ex aere in bibliothecis dicantur illis, quorum immortales animae in locis eisdem locuntur, quin immo etiam quae sunt finguntur, pariuntque desideria non traditos vultus, sicut in Homero evenit.
E non dimentichiamo la nuova trovata di dedicare nelle biblioteche statue non d'oro e d'argento ma di bronzo agli autori i cui spiriti immortali parlano in quelle stanze, al punto che vengono realizzati anche ritratti immaginari e la nostalgia inventa i volti non tramandati, così come accade con Omero.
Nell'uso del verbo loquor si coglie immediatamente il senso di questo dialogo a distanza: come una preziosa reliquia, il libro emana la sacralità dello spirito che ne ha generato il contenuto e la sua voce aleggia nelle stanze, sicché anche adornare quei luoghi con le immagini degli scrittori rende la biblioteca simile ad un luogo popolato di persone o ad un tempio in cui venerarne il genio.
Inizia qui quel processo di personificazione del libro che trova la sua massima espressione nella lettera che Poggio Bracciolini indirizza a Guarino Veronese il 15 dicembre 1416 per raccontargli della scoperta dell'Institutio Oratoria di Quintiliano (assieme ad altre opere quali Le Argonautiche di Valerio Flacco e i commenti alle orazioni di Cicerone) all'interno del monastero di San Gallo. Il documento epistolare è fondamentale per cogliere l'intimità dell'incontro con i classici, poiché Bracciolini descrive il rinvenimento del codice come l'incontro con un essere umano, paragonato ad un carcerato a causa delle cattive condizioni in cui il volume ha trascorso anni o secoli.
Un caso fortunato per lui, e soprattutto per noi, volle che, mentre ero ozioso a Costanza, mi venisse il desiderio di andar a visitare il luogo dove egli era tenuto recluso. V’è infatti, vicino a quella città, il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia. Perciò mi recai là per distrarmi, ed insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi, in mezzo a una gran massa di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovato Quintiliano ancor salvo ed incolume, ancorché tutto pieno di muffa e di polvere. Quei libri infatti non stavano nella biblioteca, come richiedeva la loro dignità, ma quasi in un tristissimo ed oscuro carcere, nel fondo di una torre, in cui non si caccerebbero neppure dei condannati a morte. Ed io son certo che chi per amore dei padri andasse esplorando con cura gli ergastoli in cui questi grandi son chiusi, troverebbe che una sorte uguale è capitata a molti dei quali ormai si dispera. [trad. dal latino di Eugenio Garin in Prosatori latini del Quattrocento (1952)]
Sebbene Bracciolini faccia riferimento esplicito al libro come oggetto della scoperta, la personificazione appare evidente nella metafora della prigione ad indicare lo stato di degrado del luogo in cui il manoscritto era conservato prima del ritrovamento. Alla visione del libro come oggetto di studio si sostituisce una lettura emozionale e affettiva del rapporto fra il testo e lo studioso, segno di una profonda affinità e familiarità.
Non diversa è la posizione di Francesco Petrarca, instancabile ricercatore e lettore dei testi antichi, insaziabile lettore e inesauribile studioso, che è in grado di scomodare gli eruditi di tutta Europa per procurarsi nuovi libri. Lo racconta personalmente nel proprio epistolario, ponendo grande attenzione «alla costruzione della propria immagine di lettore» (Lina Bolzoni). La più nota attestazione del bisogno di Francesco Petrarca di accumulare libri per perpetuare e ampliare questo dialogo è contenuta nell'epistola a Giovanni Anchiseo (Familiares III, 18).
Una inexplebilis cupiditas me tenet, quam frenare hactenus nec potui certe nec volui; michi enim interblandior honestarum rerum non inhonestam esse cupidinem. Expectas audire morbi genus? libris satiari nequeo. Et habeo plures forte quam oportet; sed sicut in ceteris rebus, sic et in libris accidit: querendi successus avaritie calcar est. Quinimo, singulare quiddam in libris est: aurum, argentum, gemme, purpurea vestis, marmorea domus, cultus ager, picte tabule, phaleratus sonipes, ceteraque id genus, mutam habent et superficiariam voluptatem; libri medullitus delectant, colloquuntur, consulunt et viva quadam nobis atque arguta familiaritate iunguntur, neque solum se se lectoribus quisque suis insinuat, sed et aliorum nomen ingerit et alter alterius desiderium facit.

Sono preda di una insaziabile brama, che fino ad oggi non ho potuto davvero né voluto frenare: infatti mi scuso entro di me col dirmi che la brama di cose degne non è da ritenersi indegna. Aspetti che io ti dica di che genere di malattia si tratta? Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l'oro, l'argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall'elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto se stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l'uno fa venire il desiderio dell'altro.
Anche in questa lettera i libri discorrono (colloquuntur è un composto del già visto loquor); in più, offrono consigli (consulunt) e stabiliscono con il lettore un legame di familiarità, ed è significativo che familiaritas sia proprio il termine che definisce l'amicizia e che è usato da Cicerone per indicare il legame che lo unisce ad Attico, suo più caro confidente, al momento della dedica del dialogo De amicitia. Petrarca, del resto, fa del suo autore più caro un vero e proprio interlocutore in una delle opere cui affida la descrizione del conflitto delle sue passioni: a dialogare con Francesco nel Secretum è Agostino, al quale sono affidate parole e situazioni analoghe a quelle da lui descritte nelle Confessioni che Francesco porta sempre con sé, come scrive all'amico Dionigi di Borgo San Sepolcro, narrandogli dell'ascesa al Monte Ventoso.

Charles Dana Gibson

Ma c'è un altro documento petrarchesco che ci offre questa immagine confidenziale di un colloquio con gli autori, sempre all'interno delle Familiares (XII, 8), laddove il poeta descrive il rigenerante ritiro in Valchiusa, laddove si sente solo la voce dello spirito e della letteratura che lo conforta, come un nuovo Elicona che si popola dei grandi scrittori antichi.
More meo nuper in Elicona transalpinum urbis invise strepitum fugiens secessi, unaque tuus Cicero attonitus novitate loci fassusque nunquam se magis in Arpinate suo, ut verbo eius utar, gelidis circumseptum fluminibus fuisse quam ad fontem Sorgie mecum fuit. [...] Delectari itaque michi visus est Cicero et cupide mecum esse: decem ibi nempe tranquillos atque otiosos dies egimus. [...] Innumeris claris et egregiis viris comitatus erat comes meus, sed (ut sileam Graios) ex nostris aderant Brutus Athicus Herennius [....]; aderat orator Hortensius, aderat Epycurus [...]; aderant Lelius et Scipio, cum quibus et vere amicitie et optime reipublice formam dabat...

Com'è mia abitudine, recentemente mi sono ritirato sul mio Elicona transalpino, fuggendo l'odioso strepito della città e insieme a me è venuto il tuo Cicerone che, stupito dall'eccezionalità del luogo, ha confessato, per usare le sue parole, di non essersi mai sentito nella sua proprietà di Arpino, cinta da torrenti freschi, più che in quel momento insieme a me presso la Sorga. [...] E mi è sembrato proprio che si divertisse e che fosse felice in mia compagnia: abbiamo trascorso in quel luogo dieci giorni tranquilli e spensierati. Con me c'era un gruppo di numerosi uomini eccellenti, ma, per tralasciare i Greci, dei nostri c'erano Bruto, Attico, Erennio, l'oratore Ortensio, Epicuro...
Ritroviamo qui il senso della lettura come un colloquio continuo che offre conforto e piacere, beneficio fondamentale per un uomo come Petrarca, costantemente teso al ritiro spirituale in compagnia di buone letture, al punto da prendere i voti minori per poterlo fare con la garanzia di una rendita che gli permetta di non esercitare alcuna professione. E chi fra gli accaniti lettori, anche oggi, non farebbe carte false per potersi dedicare tutto il giorno o, comunque, senza l'interruzione del quotidiano, ai propri autori preferiti?
Petrarca disprezza il mondo esterno perché in esso si sente incompreso: solo la letteratura gli offre il sostegno che cerca, permettendogli di sottrarsi al giudizio della gente e di dedicarsi a se stesso, conoscendosi attraverso le parole degli antichi che legge giorno dopo giorno e che si rivelano più attuali e familiari di quelle dei suoi contemporanei. Una delle Epistolae metricae scritte nel 1338 durante il ritiro in Valchiusa e indirizzata a Giacomo Colonna contiene una difesa dell'otium letterario del poeta e del suo atteggiamento di allontanamento dalla massa:
Questi uomini rozzi si meravigliano ch'io osi disprezzare le delizie ch'essi considerano beni supremi, e non comprendono né la mia felicità né quel piacere che mi dànno altri amici segreti, che da tutte le parti del mondo ogni età m'invia, amici illustri per lingua, ingegno, guerre, facondia; amici non difficili, che si contentano di un angolo della mia modesta casa, che nessuna mia domanda rifiutano, che premurosi mi assistono e non mi dànno fastidio, che se ne vanno a un mio cenno e richiamati ritornano. Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me.
La letteratura conforta, perché costituisce un importante specchio per conoscere sé stessi, un catalogo di esempi che ci educano alla vita, un veicolo di divertimento, uno strumento di istruzione nelle più varie discipline. In cambio, i libri chiedono solo di essere posti nelle nostre case, di essere accolti e curati come le persone a noi più care, perché come esseri viventi in effetti si comportano. Tale idea di una convivenza con i libri-umani è ribadita da Petrarca nel De vita solitaria, vero e proprio monumento al ritiro nell'otium letterario (II, 14):
Libros preterea diversi generis et simul per quos aut de quibus scripti sunt comites gratos et assiduos, et promptos vel in publicum prodire vel ad arculam redire cum iusseris, paratosque semper vel tacere vel loqui, et esse domi, et comitari in nemora, et peregrinari, et rusticari, et confabulari, et iocari, et hortari, et solari, et monere, et arguere, et consulere, et docere secreta rerum, monimenta gestorum, vite regulam mortisque contemptum, modestiam in prosperis, fortitudinem in adversis, equabilitatem in actionibus atque constantiam: comites doctos, letos, utiles ac facundos, sine tedio, sine impendio, sine querela, sine murmure, sine invidia, sine dolo; interque tot commoda, nullo cibo interim, nullo potu et veste inopi et angusta domus parte contentos, cum ipsi potius hospitibus suis inextimabiles animi divitias, amplas domus, fulgidas vestes et iucunda convivia ac suavissimos cibos parent.

Mi procuro innanzitutto libri di genere diverso, che siano allo stesso tempo compagni graditi e assidui grazie a coloro che li hanno scritti e sempre pronti ad uscire in pubblico o a ritornare nel cassetto secondo gli ordini, sempre pronti a rimanere in silenzio o a parlare, a rimanere in casa, ad accompagnarmi nei boschi, nei viaggi, nelle campagne, a conversare, a scherzare, ad esortarmi, a consigliarmi, ad ammonirmi, a mettermi in guardia, a consigliarmi, ad insegnarmi i segreti delle cose, le grandi imprese, il modo di vivere e il disprezzo per la morte, la moderazione nella buona sorte, la temperanza nelle avversità, l'equità e la coerenza nelle azioni: voglio compagni istruiti, lieti, utili, facondi, che non mi arrechino noia e non siano costosi, non si lamentino, non brontolino, non provino odio e non ingannino; e per tanti benefici, si accontentano di una povera veste e di uno spazietto in casa, senza chiedere né cibo né acqua, mentre essi offrono a chi li ospita inestimabile ricchezza per l'animo, grandi case, vesti preziose, piacevoli banchetti e dolcissime vivande.
L'enorme contributo dei libri alle nostre vite è reso da questa metafora dell'ospitalità: chi accoglie in casa tanti volumi ricchi di voci di autori importanti non offre loro che uno spazio sugli scaffali, magari in un angolo della propria casa, eppure riceve in cambio dai suoi ospiti, grazie al potere che la letteratura ha sullo spirito, ricchezze paragonabili a quelle di un re. Una sensazione in cui, indubbiamente, ci rispecchiamo ancora. La personificazione è sempre più evidente, dato che Petrarca usa termini riferibili alle attività che di norma si praticano con gli amici, come passeggiate, conversazioni in casa, scherzi, scambi di consigli.
Lo stesso entusiasmo per la compagnia dei libri e per gli immensi benefici che derivano dal contatto con gli autori è evidente nel dialogo Theogenius di Leon Battista Alberti, nel quale l'architetto e umanista porta avanti un analogo panegirico della solitudine, addirittura richiamandosi ad Orazio e al suo ideale di aurea mediocritas caro anche ad altri personaggi del suo tempo, in primis Ludovico Ariosto. L'Alberti sente che proprio nei momenti di solitudine si trova nella migliore delle compagnie:
Sempre meco stanno uomini periti, eloquentissimi, apresso di quali io posso tradurmi a sera e occuparmi a molta notte ragionando; ché se forse mi dilettano e’ iocosi e festivi, tutti e’ comici, Plauto, Terrenzio, e gli altri ridicoli, Apulegio, Luciano, Marziale e simili facetissimi eccitano in me quanto io voglio riso. Se a me piace intendere cose utilissime a satisfare alle domestiche necessità, a servarsi sanza molestia, molti dotti, quanto io gli richieggio, mi raccontano della agricoltura, e della educazione de’ figliuoli, e del costumare e reggere la famiglia, e della ragion delle amicizie, e della amministrazione della republica, cose ottime e approvatissime.

Illustrazione: Emily Winfield
L'elenco dei benefici di questa colta compagnia, che significativamente mette in primo piano autori classici autori di commedie, romanzi ironici e satire e l'importanza del divertimento, prosegue elencando altre materie (come la filosofia), ma senza esplicitarne gli autori, sebbene sia evidente che dietro al tema dell'educazione sia celato il nome di Quintiliano e dietro a quello dell'amicizia e della politica Cicerone, mentre Catone o Varrone, citati anche dal Petrarca, si riconducono all'argomento dell'agricoltura. 
Questi, dunque, gli antichi che tengono compagnia a Leon Battista Alberti e che vengono inseriti in un testo che ricorda da vicino quella che è forse l'apoteosi della celebrazione del colloquio con gli autori, la nota lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori, datata al 10 dicembre 1513. Relegato all'Albergaccio dopo la sua esclusione dalla vita politica fiorentina, Machiavelli si rivolge allo storiografo e diplomatico che in una precedente comunicazione gli ha descritto il lusso della vita alla corte di papa Leone X, spesa fra banchetti, amori e corse a cavallo. Ben diversa è la condizione di Niccolò, calato in una realtà prosastica fatta di discorsi di taglialegna, umili pasti e gioco d'azzardo; solo i momenti di lettura nel bosco, in compagnia dei testi amorosi di Dante, Petrarca, Tibullo e Ovidio, rendono sopportabile il fluire della giornata, ma è alla sera che si compie il miracolo, che offre al letterato una vera e propria occasione di metamorfosi, oltre alla possibilità di far sapere all'interlocutore che sta già lavorando al suo capolavoro, Il principe.
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
Torna qui, assieme al balsamo della lettura che storna la paura della morte già incontrato in Petrarca, la metafora della letteratura che parifica l'uomo umile e la sua umile dimora ad un personaggio nobile in un ricco castello: è questo l'abito di dignità che si confà ai grandi autori, agli antiqui huomini con i quali l'esule avverte una familiarità e dai quali riceve nutrimento. In mezzo ad essi si compie l'incanto della sera nella biblioteca, si avverte la «presenza viva degli autori» (Lina Bolzoni): iniziano dialoghi, scambi di consigli, conversazioni che fanno dimenticare ogni sventura e che annullano la distanza posta dal tempo fra l'autore e il lettore, riuniti per quattro ore in un luogo ameno e ospitale dominato dallo spirito della letteratura. 
E voi, cari lettori, provate mai questa sensazione di un dialogo con i vostri autori preferiti? A me accade spesso e sono curiosa di conoscere le vostre impressioni e di sapere con quali scrittori, in questo senso, andate più d'accordo: raccontate!

C.M.

NOTE: Come testo di approfondimento suggerisco il contributo di Lina Bolzoni Il piacere della lettura: il dialogo con gli autori da Petrarca a Tasso, originariamente pubblicato in «Rivista di letterature moderne e comparate» LVII (2004) pp. 287-301; inoltre consiglio un articolo di Michele Feo, Leggere, pubblicato nella rivista «Il ponte» LII, 9 (settembre 1996), pp. 83-97. I testi citati sono stati importanti fonti per l'ampliamento di questo articolo.

mercoledì 15 febbraio 2017

Il bambino con il pigiama a righe (Boyne)

La Shoah, nelle storie che hanno come protagonisti i bambini, risulta ancor più spaventosa. Non credo sia solo la tenerezza naturale che si prova per i più piccoli e che porta gli esseri umani ad avere per l'infanzia maggiori attenzioni e un più forte slancio protettivo; infatti c'è di mezzo anche il terribile divario fra l'ingenuità dei giovanissimi, che non possono concepire la violenza e il male e comprenderne i meccanismi, e la crudeltà di coloro che sembrano non essere stati mai bambini e che applicano gli strumenti di tortura e morte come se fossero la cosa più elementare e naturale del mondo.
Questo stridore, che già si avverte nelle lacrime del piccolo Didi, fratello della protagonista di Io non mi chiamo Miriam, si presenta anche alla lettura del romanzo Il bambino con il pigiama a righe, romanzo di grande successo di John Boyne (2006), da cui è stato tratto anche un film diretto da Mark Herman. Ho voluto leggere questo libro per avere uno spunto di lettura adatto ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado, per farli avvicinare ad una tematica delicata in modo graduale, attraverso l'esperienza verosimile di personaggi coetanei.
Il protagonista della storia è Bruno Hess, un bambino berlinese che, all'improvviso, è costretto a lasciare con la famiglia l'immensa casa in cui vive perché il Furio (termine storpiato che identifica la carica di Hitler) ha scelto suo padre per un incarico molto importante in una zona della Polonia che bruno, incapace di pronunciarne correttamente il nome, chiama Auscit. La nuova casa è spoglia, piccola, inospitale e, soprattutto calata in un luogo deserto in cui non arriva nessun altro al di fuori dei soldati, come l'odioso tenente Kotler. Le uniche persone con cui Bruno riesce a stringere un legame sono Pavel, un inserviente che in passato esercitava la professione di medico, e un coetaneo che, però, vive dall'altra parte di un interminabile recinto di filo spinato, in mezzo al fango e alle baracche. Bruno non può sapere che sono due prigionieri luogo più terrificante che possa esistere sulla terra, che si trova proprio al di là del filo spinato e, quando l'egocentrica sorella Gretel gli spiega che sono ebrei e che, in quanto tali, devono essere separati dai non ebrei, non comprende comunque che quella separazione corrisponde ad una prigionia fatta di privazioni, torture, fame e sofferenze. Anche nei suoi dialoghi con Shmuel, che incontra lungo il recinto, nel punto in cui la rete si solleva abbastanza da permettere loro di stringersi la mano, Bruno dimostra di non cogliere il vero significato delle parole dell'amico, della foga con cui si getta sul cibo che gli porta di nascosto, dei lividi che gli appaiono sul volto: per Bruno tutto è un'avventura e la violenza che Shmuel sperimenta giorno dopo giorno appartiene ad un altro mondo, inconcepibile per un ragazzino il cui maggior problema è la nostalgia per gli amici rimasti in città.
Il bambino con il pigiama a righe è una lettura scorrevole, lineare e avvincente nel modo in cui intesse la trama e le avventure di Bruno e Shmuel. Estremamente ostico è, invece, il tema trattato, che, come sempre accade quando ci troviamo di fronte a queste narrazioni, mette a dura prova e, anzi, soverchia la nostra capacità di comprendere.
 
 
Mi sono chiesta come spiegherei ad un giovane lettore la storia di Bruno e Shmuel, come illuminerei il non detto risultante dalla mancanza di informazioni di Bruno, che, come si è detto, vive ingenuamente la sua amicizia col bambino che incontra oltre il recinto di filo spinato. Ci sarebbero eventi da narrare, frasi da sciogliere, oltre a un finale da costruire oltre ciò che ci dice Boyne. Credo che l'orrore dei campi di concentramento e delle persecuzione si riveli soprattutto in questi momenti: quando ci troviamo a dover dare una spiegazione ad una persona ingenua e inconsapevole, ad un bambino che non può sostenere (ammesso che un adulto possa invece farlo) la portata del male e le sue conseguenze estreme, che cosa siano stati in grado di fare degli uomini ai loro simili, nascondendosi dietro a pregiudizi ed esercitando una continua presunzione di superiorità unita al totale disprezzo del prossimo. Oggi, poi, il primo contatto con il concetto di genocidio e con gli eventi legati all'Olocausto avviene a tredici anni, mentre ricordo quanto sia stato impressionante venire a sapere dei campi di concentramento alla scuola elementare, attraverso il diario di Anna Frank che la maestra leggeva in biblioteca, attraverso la poesia Scarpette rosse, attraverso il film La vita è bella: tutte storie di bambini che parlavano direttamente a me che ero bambina e che sicuramente hanno lasciato un segno profondo in un momento cruciale della crescita in cui vanno definendosi, poco alla volta, il significato del bene e del male e la riflessione sul senso dell'uguaglianza, della convivenza e del rispetto del prossimo. Ecco perché penso che, se dovessi tornare ad insegnare nella scuola secondaria di primo grado, farei leggere questo libro e che, soprattutto, se avrò dei figli, cercherò di avvicinarli a Il bambino con il pigiama a righe prima che sia un manuale di storia a mostrare loro l'immagine di un Lager e le foto di tante vittime con quella stessa divisa che indossa il piccolo Shmuel.

C.M.

lunedì 13 febbraio 2017

Il re dell'uvetta (Sjöberg)

Chi è Gustaf Eisen? Sembra un biologo, eppure è anche un fotografo, un artista, un botanico, uno dei più cari amici dello scrittore Johan August Strindberg, nonché il fondatore del Sequoia National Park, in California. La verità è che la personalità di questo personaggio, vissuto fra il 1847 e il 1940, è inafferrabile, indefinibile, oltre che poco conosciuta, nonostante il suo nome si leghi al parco naturale più antico degli Stati Uniti dopo quello di Yosemite.
 
A Gustav Eisen è dedicato Il re dell'uvetta, l'ultimo libro dello scrittore svedese Fredrick Sjöberg, già apprezzato per L'arte di collezionare le mosche, anch'esso legato alla personalità di uno studioso di insetti, René Malaise. Questa nuova opera, edita, come la precedente, da Iperborea, fonde i caratteri di una biografia a quelli delle raccolte di curiosità, intrecciando la storia di Eisen a quella di Strindberg, Darwin e dello stesso autore, senza tralasciare quegli accenti lirici che hanno portato i volumi di Sjöberg ad essere annoverati anche nei reparti di poesia delle librerie.
Il risultato è una narrazione breve ed estremamente rilassante che, passando attraverso curiosità di ogni tipo, che spaziano dal mondo dei vermi a quello dei sirfidi, passando per le alghe e le sequoie, ci presenta un personaggio eclettico e originale, autore di un'enorme collezione naturalistica e di una grande quantità di scritti andati quasi interamente perduti nell'incendio seguito al terremoto di San Francisco del 1906 o per la confusione generatasi nella catalogazione dei risultati delle sue ricerche a causa delle diverse trascrizioni del suo nome. In realtà le vicende vere e proprie si perdono in un concentrato di aneddoti particolari e pillole di lezioni di storia naturale, ed è bene che il lettore sia preparato a questo tratto originale della scrittura di Fredrick Sjöberg (ma lo è di certo se l'ha già sperimentata con il ritratto di René Malaise).
Anche ne Il re dell'uvetta l'autore ritaglia, all'interno della digressione biografica su Eisen, uno spazio per sé, raccontandosi di una spassosa bravata giovanile, dell'acquisto della casa per la famiglia che si sta allargando e di come la sua collezione di sirfidi è approdata alla Biennale di Venezia nel 2009, dimostrandosi capace di gareggiare con l'arte prodotta dall'uomo. I due libri, del resto, vanno letti in continuità, tenendo presente che il collezionismo, anche e soprattutto se circoscritto a categorie molto particolari, quando, cioè, diventa pura bottonologia, è davvero arte.
La storia di René Malaise mi aveva incantata maggiormente, forse per la novità rappresentata da questo genere di storia e dal modo dell'autore di raccontarla, ma le avventure di Gustav Eisen si sono rivelate comunque molto interessanti. Alla riflessione sull'importanza di assaporare e gestire il tempo che Sjöberg affronta ne L'arte di collezionare mosche si sostituisce qui un inno all'ingenuità e alla curiosità che conduce Eisen, attraverso degli insetti apparentemente comuni, ad ampliare i propri orizzonti e ad imbattersi in nuovi interessi che aprono molteplici strade ed esperienze. Come scrive Fredrick Sjöberg, Eisen è come un bambino (nel senso positivo del termine), sempre teso a nuovi stimoli, instancabile ricercatore della conoscenza e di nuovi schemi per classificare la realtà che lo circonda, al punto di convincersi di aver trovato addirittura il Santo Graal.
 
Fredrik Sjöberg al Festivaletteratura 2016 (foto di Athenae Noctua)
Da questo punto di vista la collezione di mosche è un concentrato di felicità spensierata. Se ha qualcosa da dire, è che la libertà ha inizio quando si fa un passo di lato e, magari solo per un attimo, ci si occupa di qualcosa che è fine a se stesso, che non ha a che fare con una vana ricerca di rispetto, stima, potere, denaro, amore, fama… gloria.
C.M.
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