venerdì 22 settembre 2017

Il mio Vietnam (Thúy)

Negli ultimi mesi mi sono appassionata alle atmosfere dell'estremo Oriente, alla sua storia e alla cultura di quella parte di mondo. Determinanti sono state la passione per il Giappone e la lettura de Il tramonto birmano di Inge Sargent, che mi ha spalancato le porte di un mondo di cui non sapevo nulla e mi ha permesso di cogliere alcuni snodi fondamentali degli eventi politici del Novecento e delle loro conseguenze sociali. Per questo motivo ho voluto leggere Il mio Vietnam di Kim Thúy (nottetempo), un romanzo strettamente dipendente dalla realtà biografica dell'autrice, costretta, come la protagonista, Vi, ad abbandonare il proprio Paese d'origine affidandosi alla disperata traversata dell'Oceano indiano e a cercare rifugio in Canada per fuggire alla repressione comunista a seguito della fine del conflitto fra il Nord e il Sud, nel 1975.
Il mio Vietnam si apre con un terribile presagio: i fratelli di Vi, ormai maggiorenni, sono destinati, come tutti i coetanei, al fronte, a combattere contro i Cinesi o in Cambogia; il prestigio e il benessere della famiglia, conquiste dal nonno paterno, a nulla valgono di fronte alla spietatezza degli occupanti, per questo Xuân, la severa e volitiva madre di Vi, prende contatti con chi organizza le traversate oceaniche. Così Vi, la madre, i fratelli e l'amica di famiglia Hà diventano boat people, cioè profughi che cercano una vita migliore lontano da Saigon; come gli altri vietnamiti che si affidano al mare, rischiano di essere catturati e brutalizzati dai pirati e, al loro arrivo in Malesia, vengono stipati in un campo di accoglienza in pessime condizioni igieniche e alimentari. Riescono poi a migrare in Canada, dove vengono accolti con affetto ed entusiasmo e dove Vi intraprende gli studi di lingue per passare poi a quelli di legge e ad una carriera che la porterà in giro per il mondo, ad incontrare l'amore e a rivedere il suo Vietnam, ormai profondamente cambiato.
In questo piccolo libriccino, Kim Thúy ha raccolto pagine vibranti di emozioni e colori differenti, tratteggiando vividi ritratti del bellissimo padre di Vi e di Xuân, decisiva nella salvezza della famiglia e tenacemente impegnata nella conservazione dell'onore familiare e delle tradizioni che, pur lontana da Saigon, non vuole perdere. Fra le pagine scritte da Kim Thúy e tradotte da Cinzia Poli si sente l'odore del caffè preparato a Đà Lạt e si può camminare per il mercato di Chợ Lớn a Saigon, ma si avverte anche il palpito doloroso dei fuggiaschi che corrono nelle foreste vietnamite e si ode il pianto delle madri che hanno perduto i figli. Non per questo la bella storia di Vi passa in secondo piano, anzi, emerge in tutta la sua vitalità, spesso in contrasto con le aspettative della madre: Vi diventa una donna di successo, con amici in ogni città in cui si sposta, con colleghi che la stimano e incarichi importanti, realizza chiaramente ciò che desidera, anche quando comporta grandi sacrifici, trova inaspettatamente il legame fra il passato lasciato in Vietnam e i presenti raccolti nei suoi viaggi, fra il modello di donna incarnato da Xuân e quello rappresentato da Hà, in rapporto ai quali si forgia il suo carattere.
L'aspetto più interessante de Il mio Vietnam è però la presenza di Kim Thúy e dei suoi ricordi in ogni parte del volume, aneddoti ed emozioni che sa raccontare con grande vivacità negli incontri con i suoi lettori, come in quello di lunedì 11 settembre a Verona, quando è stata accolta dal canapè rosso della libreria Pagina12. Ascoltando le sue parole, i racconti che compongono non solo Il mio Vietnam ma anche i precedenti Riva e Nidi di rondine acquisiscono tridimensionalità, anche e soprattutto quando la loro drammaticità viene avvolta dall'ironia e da un tono quasi leggendario. Perché Kim Thúy è così: genuina, diretta, spontanea nel raccontarsi e nel catturare l'attenzione e l'affetto di chi la ascolta o la legge, offrendo al suo interlocutore un pezzo di sé perché diventi anche un pezzo di lui e riuscendo a far apprezzare ogni momento dell'esistenza, anche quello che sembra intriso della più grande sofferenza, come un momento che vale la pena attraversare, perché anche al termine di un viaggio su un barcone sovraffollato può esserci l'abbraccio più accogliente, in grado di dare senso a ogni cosa.

Kim Thúy presenta Il mio Vietnam alla libreria Pagina12 di Verona
Durante i miei primi mesi di lavoro a Hanoi, mi affascinavano tanto la capacità dei bambini di sedersi sul portapacchi della bicicletta del padre senza mettere i piedi nei raggi, quanto le dormite che si facevano gli autisti sulla panca dei loro mototaxi. E ancora di più le sei declinazioni del verbo "adorare" in vietnamita: adorare alla follia, adorare al punto da restare impietriti come statue, adorare con ebbrezza, adorare fino a perdere i sensi, fino alla stanchezza, fino all'abbandono di sé.
C.M.

lunedì 18 settembre 2017

Lincoln nel Bardo (Saunders)

Quando ho saputo che fra gli ospiti di Festivaletteratura ci sarebbe stato George Saunders, ho subito iniziato ad immaginarmi l'incontro con questo personaggio. Di Saunders ho sentito parlare tanto e mi chiedevo da tempo se i suoi racconti potessero incontrare i miei gusti, ma, non appena trapelata la notizia dell'imminente uscita del suo primo romanzo, Lincoln nel Bardo, ho trovato una buona motivazione per iniziare a leggere qualcosa di suo. Del resto è bastato ascoltarlo a Mantova per rimanere subito colpita dal suo pensiero, dal modo in cui ha parlato di letteratura e dalla descrizione della genesi e dell'evoluzione dell'idea di questo libro.
 
Una lettura non certo facile e non sempre fluida, perché costruita in un modo che definire particolare sarebbe dir poco. Lincoln nel Bardo è strutturato su due piani di esistenza: quello della realtà storica della guerra civile americana, nel mezzo della quale, il 20 febbraio 1962, il presidente Abraham Lincoln viene colpito dalla morte dell'amatissimo figlio Willie, e quello del Bardo, uno spazio di sospensione fra la vita e la morte nel quale, secondo il Libro dei morti tibetani, le anime sostano in attesa di prendere consapevolezza della separazione dal corpo in vista di una rinascita. Ciò che accade nell'uno e nell'altro livello della narrazione è affidato a numerose voci: sono fonti storiche, lettere e testimonianze degli eventi nella casa presidenziale a descriverci il ricevimento durante il quale muore il piccolo Willie e il tormento del padre che si reca nel mausoleo per abbracciare il corpicino estratto dalla bara; sono invece le diverse anime sospese nel Bardo a narrare ciò che accade a Willie, l'intreccio di tante voci che ancora si illudono di poter rientrare nei loro corpi una volta che queste avranno lasciato le casse da malato in cui sono stati riposti e i diversi comportamenti di chi si ostina ad attardarsi in questo intermundia per aspettare una persona cara e chi, invece, comprende via via di doversi abbandonare alle creature che, di tanto in tanto, irrompono nel loro limbo per portarle via, assumendo per ciascuno diverse sembianze.
La figura di Abraham Lincoln è certamente importante nella storia che George Saunders ha tessuto, eppure il vero Lincoln cui fa riferimento il titolo è, più propriamente, Willie. Vero è che il corpo lunghissimo del presidente diventa in diversi momenti il luogo fisico in cui entrano le anime che vogliono influenzarne il pensiero o tornare a percepire le sensazioni della vita, ma è attraverso Willie, il trait d'union fra i diversi spiriti, che esploriamo il Bardo e la condizione di chi lo popola. Come Hans Vollman, che ancora attende di poter consumare il matrimonio con la giovanissima sposa e vaga come un novello Priapo nello stato di sospensione in cui è finito dal momento in cui una trave lo ha colpito mentre sedeva alla scrivania. O come Roger Bevins, un omosessuale suicida che è ancora convinto che l'emorragia di sangue dalle sue vene sia stata fermata in tempo. O il reverendo Everly Thomas, quello che prende più a cuore la sorte di Willie.
Sono queste le anime protagoniste, quelle che, memori del triste destino toccato ad un'altra giovanissima ospite del Bardo, la piccola Traynor, attardatasi nel Bardo e condannata a continue metamorfosi che, dalla fanciulla in abito colorato che era, la trasformano in una fornace, in un ponte crollato, in un avvoltoio e in tante altre forme imprigionate in una inferriata terribile, desiderano aiutare Willie ad abbandonare il limbo cui lo tiene legato il profondo dolore del padre, incapace di accettare il distacco. Attorno a loro chiacchierano e volteggiano personaggi diversissimi, da Jane Ellis, sempre ansiosa per le tre figlie che ha lasciato fra i vivi, ai tre Scapoli che anche da morti pensano solo a divertirsi, dal professor Edmund Bloomer, che, sebbene non ricordi in quale disciplina fosse tanto geniale, non si dà pace per il rogo dei suoi scritti pionieristici, al tenente Cecil Stone, perennemente ostile a Mr. Farwell, poiché non accetta che un nero faccia qualcosa di diverso dal sottomettersi ad un padrone bianco.
Seguire l'intreccio di tante storie e di tante voci non è certo facile: talvolta uno spirito si eclissa per molti capitoli e riappare all'improvviso, ai capannelli delle anime si alternano i passi dolorosi di Abraham Lincoln, le voci degli inservienti, i bollettini di guerra e le ondate di odio rivolte contro il presidente e l'abolizionismo, ritenuti le cause della guerra civile che sta insanguinando gli Stati Uniti e il cui dramma si riflette anche nel Bardo. Il risultato, tuttavia, è ammirevole, perché rende conto dell'infinità delle esperienze, dei molteplici motivi per cui uno spirito può essere bloccato e non maturare la necessità di separazione dal mondo. E, soprattutto, è commovente assistere al colloquio che intercorre fra Abraham e Willie Lincoln quando l'anima del bambino scende nel corpo per sedersi di nuovo sulle ginocchia del padre per ricevere i baci che lui regala al corpo, oltre che alle visite di un genitore che non sa darsi pace al luogo in cui giace suo figlio, animate da un ardore tale da spingere i morti, ciascuno con delle faccende in sospeso, ad accantonare i propri desideri troncati per garantire la felicità e la salvezza al loro giovane compagno.
Lincoln nel Bardo si è rivelato diverso da qualsiasi libro letto; mi ha impegnata per diverso tempo proprio per la difficoltà di gestire la sua costruzione complessa, ma l'impressione è stata decisamente positiva. Da appassionata lettrice della Commedia (di cui ho ritrovato la stessa smania delle anime di raccontarsi), sono particolarmente affezionata ai dialoghi fra i vivi e i morti, un tema letterario antico quanto la letteratura eppure rivisitato con originalità da George Saunders, che riesce qui a mescolare pagine di altissima solennità e momenti di ironia senza che si perda mai la direzione del racconto. Insomma, leggere Lincoln nel Bardo è stato il perfetto coronamento del colloquio intrapreso al Festivaletteratura con il suo autore e che credo possa ora continuare con una raccolta di racconti.
 
George Saunders al Festivaletteratura
Tutti quei momenti lieti, come abbiamo potuto scordarli?
           il reverendo everly thomas
Per restare qui, bisogna soffermarsi di continuo sul motivo principale per cui restiamo; anche a esclusione di tutto il resto.
           roger bevins III
Bisogna andare costantemente in cerca di occasioni per raccontare la propria storia.
           hans vollman
(E se non è permesso raccontarla, bisogna averla sempre in testa)
           il reverendo everly thomas
C.M.

mercoledì 13 settembre 2017

Bartleby lo scrivano (Melville)

Ho il dovere di avvisarvi che oggi, nel parlare di Bartleby lo scrivano di Herman Melville, svelerò molti particolari sulla trama, perché è davvero difficile provare a delineare lo sviluppo di questo racconto e una sua interpretazione senza chiamare in causa diversi momenti della vicenda e il suo finale.
Bartleby lo scrivano, pubblicato nel 1853, è uno dei racconti più celebri della letteratura non solo americana ma addirittura mondiale: si è scritto molto su questo libriccino, se ne sono date le interpretazioni più disparate, che hanno coinvolto analisi sociologiche e addirittura percorsi religiosi. Perché della storia di Bartleby, il giovane impiegato occupato a trascrivere documenti legali per un avvocato di Wall Street, non si riesce proprio ad essere soddisfatti, perché è davvero difficile penetrare l'animo del protagonista e dare una spiegazione logica del suo comportamento, capace di disarmare il lettore quanto il narratore, che non è altri se non lo stesso datore di lavoro di Bartleby.
 
In un ufficio decisamente poco felice per collocazione, con due finestre che affacciano soltanto sui muri degli altri palazzi, un avvocato decide di affiancare ai due scrivani Turkey e Nippers, lunatici ad orari alternati (il primo dopo pranzo, il secondo prima della pausa), e al garzone Ginger Nut un terzo collaboratore. Si presenta Bartleby, un giovane distinto che si getta a capofitto nella copiatura dei documenti. Il problema è che Bartleby è tanto solerte nella copiatura quanto contrario al compito di rileggere quello che scrive, sicché, alla richiesta dell'avvocato di svolgere quell'attività assieme a lui e ai due assistenti, lo scrivano risponde con una frase che diventerà una costante nelle sue giornate lavorative e sempre più anche oltre l'orario di lavoro: «Preferirei di no» (I would prefer not to). Spiazzato e innervosito, l'avvocato è talmente preso dall'urgenza del suo lavoro da decidere di non dar peso alla cosa, certo che si tratti di un'inerzia temporanea. Ma la preferenza di Bartleby a non ottemperare alle richieste diventa sempre più ostinata, finché lo scrivano rifiuta addirittura di presentarsi al suo datore di lavoro quando chiamato. L'avvocato è allibito, impotente di fronte all'opposizione di Bartleby, che rifiuta di lavorare con una determinazione pari a quella con cui elude le richieste di informazioni personali: egli è un muro impenetrabile, una pietra inscalfibile, una pianta che ha messo radici salde nell'ufficio al punto da eleggerlo a propria dimora. Ma perché l'avvocato, nonostante lo spreco dello stipendio di Bartleby, l'astio di Turkey e Nippers e le malelingue che circolano sul conto del suo impiegato e che rischiano di intaccare anche la sua immagine, non si risolve a licenziare Bartleby? Ebbene, la passività di Bartleby, il suo registro espressivo monotonale, il suo perdersi nel guardare oltre la finestra sebbene non ci siano che mattoni da osservare e, infine, la scoperta che il giovane vive nell'ufficio e non si concede nessun tipo di svago, colpiscono violentemente l'avvocato, che vede in Bartleby una persona sola che, tuttavia, rifiuta ogni proposta di aiuto. L'avvocato di Wall Street arriva addirittura a cambiare ufficio, dato che Bartleby non si rassegna al licenziamento e occupa ostinatamente i suoi locali, eppure, quando il nuovo affittuario gli chiede di far allontanare il suo ex impiegato, scopre di non poter più recidere il legame con Bartleby, di essere ineluttabilmente costretto a porsi di continuo interrogativi sulle ragioni di quella silenziosa e pacifica opposizione.
Con questo breve racconto, Herman Melville riesce a tenere avvinto il lettore agli stessi laceranti interrogativi che si pone il narratore, gli fa provare il senso di impotenza e un nervosismo che fa stringere i denti ogni volta che dalle labbra dello scrivano esce quella frase «Preferirei di no». Le pagine scorrono rapide nel tentativo di decifrare Bartleby, con la speranza che qualcosa della sua vita passata o presente venga finalmente alla luce, fornendoci una chiave di interpretazione. Io l'ho letto due volte di seguito per trovarla, eppure non credo di esserci riuscita, o, per meglio dire, ho potuto avanzare solo delle congetture cui Bartleby non darebbe né cenni di assenso né di negazione, perché preferirebbe non sciogliere i miei dubbi.
Si è detto che Bartleby rappresenta colui che si ribella alla società americana e alla sua visione del lavoro (e questo spiegherebbe perché il sottotitolo del racconto è Una storia di Wall Street); in tal senso, Bartleby sarebbe il rivoluzionario non-violento che cerca di scardinare la visione del mondo americana almeno insinuandovi il dubbio e il senso di colpa, anche se questo richiede il suo sacrificio; Bartleby è stato visto anche come l'anticipatore dell'impiegato inetto che si sarebbe imposto nella letteratura europea con Kafka, Pirandello e Svevo, perché appare alienato e incapace di trovare un ruolo e una sintonia con la realtà che lo circonda.
Io, però, ho voluto dar credito anche alle voci che il narratore riporta nell'ultimissima pagina, che potrebbero illuminare il passato di Bartleby e, quindi, il suo comportamento, ma che restano appunto voci, pettegolezzi privi di assicurazione. Ebbene, nella conclusione si immagina che Bartleby fosse impiegato all'ufficio lettere smarrite di Washington e, come tale, dovesse ogni giorno visionare e bruciare corrispondenze morte, intraprese e mai concluse da persone ormai morte a loro volta. Un'occupazione triste, che avrebbe messo Bartleby di fronte ad un memento mori giornaliero e che potrebbe averlo spinto a far proprio un senso di vanità annichilente, togliendogli la voglia di agire e portandolo a consumarsi a poco a poco. Ha forse cercato riscatto in un lavoro completamente diverso, ma non ha trovato conforto e ha deciso di lasciarsi spingere avanti dall'inerzia, fino ad un punto in cui nemmeno la compassione altrui ha più potuto salvarlo. Quello di Bartleby è uno scnovolgente rifiuto della volontà, che ri rivela nell'uso di forme verbali deboli, il condizionale e il verbo preferire, e nella mancanza di ripetizione del verbo nella quasi totalità delle occorrenze della sua frase «Preferirei di no». Bartleby non dice «Non voglio» o «Mi rifiuto di rielggere i documenti che ho copiato»: lesina le parole, omette i verbi che si riferiscono alle azioni, come se volesse negare le azioni stesse. La sua è una condizione esistenziale di solitudine e disorientamento, ma il vero protagonista, colui che davvero vive un conflitto è il narratore, perché se Bartleby, semplicemente, si pone nella condizione di opporsi pacificamente, è lui, l'avvocato, e siamo noi, i lettori, a struggerci perché non possiamo ammettere un comportamento tanto sconsiderato e non vogliamo accettare la convivenza con un uomo che mette in crisi la nostra capacità di raziocinio.
Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Fossevi stata, nei suoi modi, la minima traccia d'inquietudine, di collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, fossevi stato in lui alcun tratto d'ordinaria umanità, senza meno l'avei cacciato di forza dai miei uffici. Ma, per come stavano le cose, non mi sarebbe parso altrimenti che cacciar dalla porta il mio pallido busto in gesso di Cicerone.
CM.