venerdì 26 maggio 2017

Concorsi «magmatici» e direttori bocciati, ma il problema non è nei musei

Ieri la stampa ha reso noto l'annullamento da parte del Tar del Lazio delle nomine di cinque dei venti direttori dei musei statali subentrati alla guida delle relative strutture con la riforma Franceschini del 2015. Nello specifico, si tratta dell'austriaco Peter Assmann, direttore del Palazzo ducale di Mantova, di Paolo Giulierini, a guida del Museo archeologico nazionale di Napoli, Martina Bagnoli, direttrice delle Gallerie Estensi di Modena, Eva degl'Innocenti, scelta per il Museo archeologico nazionale di Taranto e Carmelo Malacrino, alla testa del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria.
I motivi resi noti per cui le nomine risultano illegittime sono di duplice natura: da una parte l'illegittimità di nomina in un posto dirigenziale di una persona priva di cittadinanza italiana (fra quelli citati è il caso del solo Assmann), dall'altra la «magmaticità» dei criteri di valutazione dei candidati. Alla base delle sentenze 6170 e 6171 del 2017, come per ogni pronunciamento del Tar, c'è una procedura di ricorso intentata da candidati esclusi dalle nomine per cui concorrevano, quelle alla direzione di Palazzo Ducale e dei musei di Napoli, Taranto e Reggio Calabria.


Le sentenze hanno scatenato un'ondata di polemiche che, oltre alle ormai consuete battaglie politiche e partitiche, hanno ridestato il malumore sollevato già al tempo delle discusse nomine. Oggi c'è chi parla di trionfo dell'identità culturale italiana, appigliandosi all'argomento più scomodo della cittadinanza, che già nel 2015 aveva suscitato imbarazzanti discorsi pseudopatriottici. Sulla questione 'Direttori stranieri sì / direttori stranieri no' non mi voglio dilungare, se non per sottolineare che il grido «Prima gli Italiani» è alquanto superficiale e lontano dal concetto di cultura che associamo a strutture come biblioteche e musei. Ben vero è che troppo spesso ci rammarichiamo del mancato riconoscimento dei talenti nazionali in patria e dei successi che, migrando all'estero, i cosiddetti cervelli in fuga procurano ad altri Paesi, ma dobbiamo anche riconoscere che quegli stessi successi (tradottisi anche nella nomina di Italiani alla direzione di musei esteri) portano l'orgoglio nazionale nel mondo, rendendoci fieri del fatto che il nome dell'Italia sia sulle bocche di tutti. Ecco, per coerenza, dovremmo forse accettare che questo stesso processo si produca anche in senso opposto, con professionisti stranieri che si distinguono in Italia. Del resto, parlando di arte, per qualsiasi studioso del settore il nostro Paese rappresenta l'Olimpo, quindi non è così strano che oltre confine si aspiri alla direzione di siti archeologici e artistici della penisola. Poi è naturale parteggiare per i nostri connazionali, ma i toni dovrebbero essere pacati e non aprire battaglie nazionalistiche fini a se stesse.
La questione della cittadinanza è stata fondante per i ricorsi ma non ha prodotto da sola la clamorosa bocciatura, infatti il solo Assmann, fra i cinque direttori, è privo di cittadinanza italiana e, del resto, i più noti Eike Schmidt e Cecile Holberg, direttori, rispettivamente, della Galleria degli Uffizi e della Galleria dell'Accademia fiorentina, così come James Bradburne della Pinacoteca di Brera e Sylvain Bellenger del Museo e Real Bosco di Capodimonte non sono stati oggetto di alcuna sentenza similare. Esiste, comunque, un appiglio legale per contrastare la nomina di cittadini non italiani; essa è contenuta nel Testo unico del pubblico impiego (dlgs 165/2001), all'articolo 38, che regolamenta l'accesso al pubblico impiego dei cittadini degli Stati membri dell'UE:
I cittadini degli Stati membri dell'Unione europea e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell'interesse nazionale.
Alla base della contestazione della nomina di Assmann, dunque, c'è un vizio di forma ribadito anche da Fabio Mattei, presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi: per essere legittimo e non andare incontro a violazione del dlgs 165/2001, il bando concorsuale cui la procedura di nomina ha fatto riferimento avrebbe dovuto prevedere una specifica deroga all'articolo 38. Sembra un'inezia e come tale la stanno trattando sia il ministro Dario Franceschini che l'allora primo ministro Matteo Renzi, ma, data la portata dell'iniziativa, che il governo Renzi ha utilizzato come baluardo di propaganda inneggiando al cambiamento, si tratta di una gravissima mancanza.
Altrettanto grave, anzi, ben più preoccupante è il secondo motivo contestato, cioè quello della scarsa limpidezza nelle modalità di selezione e valutazione, con l'effettuazione dei colloqui selettivi a porte chiuse o, addirittura, via Skype e conseguente violazione dei requisiti di trasparenza che in un concorso pubblico vanno pretesi. Questo elemento aveva fatto discutere già nel 2015, ma occorrono le sentenze perché una qualsiasi denuncia si trasformi in una sanzione stabilizzata su carta. E, se nel caso della precedente infrazione si poteva parlare di superficialità, qui si sconfina nel dolo e in una forma di violazione che sembra essere ormai la norma, visto che la medesima mancanza di chiarezza e pubblicità nelle procedure selettive è emersa anche durante il concorso docenti del 2016, sovrabbondante di «errori tecnici», imprecisioni, ritardi e pecche nella pubblicazione degli strumenti e dei criteri valutativi, nonché nella loro applicazione. Anche in quel caso si è trattato di un'iniziativa presentata come la grande innovazione della scuola e gli elementi di criticità non sono mancati e infatti anche qui si vanno accumulando i ricorsi, più o meno legittimi ma con un comune denominatore a quelli che hanno spinto il Tar a pronunciarsi ieri: essi evidenziano la debolezza dei provvedimenti legislativi e l'incapacità nella gestione dei pubblici concorsi.


La tendenza a minimizzare i problemi e gli elementi di obiezione a determinati provvedimenti di legge accusando il sistema giudiziario di eccessiva complessità è ormai una costante. Come a dire che non è che le regole debbano essere osservate rigorosamente e che si debba essere scrupolosi, ma che tali limitazioni andrebbero, semplicemente, spazzate via. Così, mentre chi ha voluto la riforma dei musei sostiene che esibirne le evidenti lacune è dannoso per l'immagine dell'Italia nel mondo e che, semmai, l'emergere delle irregolarità è segno che anche il Tar che deve essere riformato, ci si chiede se la vera figuraccia non sia, piuttosto, nella pubblicizzazione di tanta inettitudine.
Il problema sollevato per l'ennesima volta dalle sentenze del Tar non è la riottosità al cambiamento. Il problema non è il nazionalismo o accettare o meno un direttore straniero. Il problema non è nemmeno nell'essere sostenitori o oppositori di un governo e delle relative battaglie. Il problema è chi è preposto alla stesura di un bando di selezione o di qualsiasi altro atto normativo dovrebbe avere una perfetta conoscenza dei principi basilari che entrano in gioco nella sua applicazione e che manca un rigoroso e saldo sistema di gestione delle selezioni e di garanzia della loro ineccepibilità formale. Se questa carenza strutturale non verrà colmata, resteremo sempre la Repubblica dei ricorsi, nelle pieghe della quale, oltre ai legittimi portatori di proteste, si infileranno sempre anche masse di opportunisti che conoscono le leggi meglio di chi le deve fare. E nella quale ci si rimpallerà all'infinito la responsabilità di gigantesche figuracce.

C.M.

mercoledì 24 maggio 2017

Caro scrittore, sii prima di tutto un lettore...

Questo post nasce da un periodo di inattività in rete durante il quale nella mia casella di posta si sono accumulate diverse comunicazioni di scrittori esordienti o autopubblicati. Alle riflessioni che sono nate dalla lettura di tali messaggi se ne sono aggiunte altre di carattere generale che hanno tutte un comune denominatore: l'impressione che, non sempre, chi scrive (una email, un messaggio informale, un libro) si dimostri disponibile a leggere.


La questione, si diceva, è generale: sappiamo benissimo, perché i media non fanno altro che ripeterlo, che in Italia si scrive tantissimo e si legge pochissimo, il che ribalta la proporzione fra offerta (scrittori) e domanda (lettori) di libri che ci si attende. Il punto è che, in tale abbondanza di scrittori, molti di coloro che, per scelta o per necessità, si fanno promotori del proprio libro, danno prova di un approccio unidirezionale. Almeno così è per diversi autori che scrivono alla casella del mio blog o di altri siti letterari che seguo, oltre che alle case editrici, come dimostra il fatto che alcune delle impressioni che ho avuto fin dai primi momenti e che nell'ultimo anno si sono rese decisamente più frequenti sono già state espresse dalla Leggivendola e nel blog di Las Vegas edizioni, sempre molto diretto e utile per qualche dritta sulle giuste modalità di comunicazione inerenti al lavoro letterario.
Perché sento il bisogno di invitare ogni aspirante scrittore ad essere, prima di tutto, un lettore? Semplicemente perché dimostrare di non esserlo, oltre che un pessimo biglietto da visita, è anche un atteggiamento per nulla professionale.
Fin da quando ho iniziato a seguire siti e forum che ospitavano aspiranti scrittori o realtà come Gamberi Fantasy (un interessante progetto ormai abbandonato che forse qualcuno di voi conosce), mi sono imbattuta in personaggi molto originali che, oltre ad impattare di petto contro qualsiasi critica, anche se mossa con garbo e argomentazioni oggettive, rivendicavano con orgoglio la scelta di non leggere. Per carità, leggere o non leggere è una scelta che va rispettata, ed è inutile che perdiamo il nostro tempo a compiangere coloro che si privano del piacere e dei benefici della lettura, stoicamente possiamo fare a meno di questa sofferenza. Ma che un aspirante scrittore pensi di poter intraprendere questa strada e, magari, essere acclamato per le sue opere (e talvolta si assiste a veri e propri deliri di onnipotenza) è grottesco quanto l'idea che un pittore, un cantautore o un giocatore di calcio possano praticare le loro attività predilette senza osservare la tecnica e la storia delle discipline in cui vogliono eccellere. Insomma: non solo non può esistere un bravo scrittore se, alla base non c'è un grande lettore, ma è decisamente scorretto da un punto di vista etico ritenersi così importanti da poter ignorare chiunque pratichi la stessa attività di scrittura. Se ci pensiamo, è anche un po'ipocrita. Anche se uno scrittore mirasse a decostruire la tecnica tradizionale e la storia letteraria, dovrebbe partire dalla chiara conoscenza di ciò che intende criticare e superare: non è che Saramago o Joyce non utilizzassero la punteggiatura perché ne fossero ignoranti. Gli scrittori che si inseriscono in questa categoria di visionari sono certamente una minoranza, ma molti altri sono i casi di peccati di lettura degli scritti altrui.


Il non-leggere spesso si traduce nella difficoltà nel trovare la casa editrice giusta. Ci sono mille motivi per cui un editore rifiuta un manoscritto proposto da un autore sconosciuto e alcuni di essi sono soggetti al gusto personale, bisogna essere pronti ad accettarlo. Tuttavia si deve prestare attenzione prima di tutto a non produrre dei clamorosi autogol. Come scrive Carlotta Borasio nel blog di Las Vegas (nell'articolo precedentemente linkato e in quest'altro) è quasi un dovere morale conoscere il progetto editoriale del quale si vorrebbe far parte e per conoscerlo, oltre che informarsi in rete anche solo attraverso i cataloghi degli editori, è il caso di leggere almeno un libro dell'editore al quale si propone l'opera. Anche qui, pretendere di essere presi in considerazione da un team di professionisti del libro al cui lavoro non si è dedicato un minimo di interesse è alquanto opportunistico. Siamo sinceri, si rischia di perdere il proprio tempo e di farne perdere ad altri: l'editore (e sapete che mi riferisco agli Editori che non chiedono denaro agli auotori per pubblicare i manoscritti) ha tutte le ragioni per non dare fiducia ad un autore che non si dimostra disposto a dargliene per primo. Senza contare che è piuttosto ridicolo far pervenire ad una redazione manoscritti del tutto estranei ai generi da essa pubblicati. Il consiglio non è diverso da quello che si offre per un qualsiasi colloquio di lavoro, nel quale è buona norma informarsi prima sulle caratteristiche del posto cui si aspira e della struttura in cui si inserisce, con la differenza che conoscere un editore è molto più facile, perché comunica attraverso i libri e, solitamente, è più che disponibile a farsi conoscere.
Abbiamo parlato dello scrittore che non legge altri scrittori e a quello che contatta gli editori senza avere idea di cosa pubblichino (una casistica non esclude l'altra,). Arriviamo ora allo scrittore che, avendo pubblicato il proprio libro con un editore, con una casa editrice a pagamento o in modalità di self-publishing, si propone ai blogger. Che, poi, è la casistica da cui è partito il post.
Nel mio piccolo, ricevo ogni settimana diversi messaggi di autori che mi chiedono di segnalare o di recensire i loro libri e che, non di rado, li inviano direttamente. Nulla da eccepire, se non fosse che, nell'apposita sezione Informazioni, si specifica quanto segue:
Non prendo in visione libri autopubblicati o pubblicati da editori a pagamento dietro richiesta dei loro stessi autori, non per mancanza di stima per gli scrittori che scelgono questi canali, ma perché per i primi non mi basterebbe una vita e l'editoria a pagamento va contro i miei principi. Sarebbe comunque buona norma, prima di avanzare una richiesta di segnalazione o di copia-incolla di comunicati stampa (che non rientra nel mio modo di intendere la conversazione sui libri), dare un'occhiata alle rubriche e alle tipologie di testi che recensisco: si noterà immediatamente che non tappezzo il blog di pubblicità ad autori esordienti e che non leggo young-adult né urban fantasy, tanto per fare un paio di esempi. In fondo, perché io dovrei leggere il libro di un autore sconosciuto (nel senso che non si è mai presentato al di fuori della richiesta di promozione), se questi non dedica nemmeno un minuto a leggere poche righe di Athenae Noctua prima di richiedere pubblicità?
Solo in due casi ho accettato proposte di lettura da parte di autori che si sono proposti direttamente e solo in un caso la lettura si è tradotta in una recensione, ma l'autore in questione non era né autopubblicato né ha pubblicato con editori a pagamento, inoltre ha presentato la sua opera con un messaggio che dimostrava una conoscenza almeno generale del blog, della sua organizzazione, dei generi recensiti nella rubrica La civetta sul comodino. Sì, perché molto spesso i problemi iniziano ancor prima che l'autore arrivi a dire che vuole segnalare o far recensire un libro autopubblicato, all'altezza dell'intestazione del messaggio. Le email che arrivano nella casella del blog sono indirizzate a generici gentilissim*, redazione, collaboratori et similia, per non parlare dei messaggi che si aprono senza nemmeno queste formule di cortesia e con i casi limite di chi scrive affermando di non essere riuscito a trovare il nome dell'autore o degli autori del blog. Ciò significa che non solo questi scrittori, bramosi di farsi conoscere, non hanno fatto lo sforzo di aprire la voce About del menù, ma non hanno degnato di uno sguardo fugace l'homepage o qualsiasi altra pagina abbiano aperto, dato che il mio nome compare fisso nella colonna di destra. Con simili esordi, non ci si può aspettare altro che di leggere proposte del tutto slegate dal progetto di Athenae Noctua e lontane dalle mie preferenze di lettura, che emergono esplicitamente scorrendo i titoli recensiti. 


Al di là di questa conoscenza superficiale, tuttavia, come per il caso degli editori, anche nei confronti dei blogger si dovrebbe usare una cortesia dettata dal buon senso, dedicandosi a leggere qualcosa di ciò che scriviamo, magari stabilendo prima un contatto disinteressato, manifestando, insomma, un interesse autentico e non circoscritto alla promozione della propria opera. In fondo, chiedendo di segnalare il loro libro, questi scrittori chiedono un favore e, di nuovo, è alquanto grottesco che vogliano far parte di un progetto del quale non sanno nulla e lo scambio cortese è l'unico carburante di cui vivono i blog.
Caro scrittore, sii prima di tutto un lettore. Dedicati ai libri, anche e soprattutto a quelli degli altri. Presta loro attenzione, almeno quanta vorresti che i tuoi lettori ne prestassero a te, ma di più sarebbe meglio. E anche quando scrivi una lettera per un editore o una email ad un blogger, sforzati di conoscerli tu per primo, di scoprirne i progetti, di capire se in essi c'è posto per la tua voce. Cerca i nomi, le storie e i sogni, offri un saluto e prendi parte ad una conversazione. Accogli le parole degli altri prima di imporre le tue. Leggersi è il senso.
C.M.

giovedì 18 maggio 2017

Il nano (Lagerkvist)

Risalendo verso la Svezia, tutto ci si aspetterebbe tranne che di ritrovarsi in una città dell'Italia rinascimentale, nel pieno di una guerra fra signorie e intrighi di corte di cui sono protagonisti personaggi dai nomi per nulla nordici. Ma, in fondo, fino a questo momento, nel variegato catalogo Iperborea, non ho trovato due volumi sovrapponibili, perché ciascuno riserva un'esperienza originale, peculiare e mai banale. L'ultimo scrittore in cui mi sono imbattuta è Pär Lagerkvist (1891-1974), autore de Il nano (1944), uno dei primi romanzi tradotti dalla casa editrice milanese, oggi ripubblicato nella nuova veste della collana Luci.
 
Il romanzo ha come voce narrante il nano che dà il titolo al libro, un personaggio cinico, gretto e che odia qualsiasi manifestazione dell'esistenza biologica e sentimentale dell'essere umano, che trova ripugnanti i rapporti fra le persone, osserva con sguardo sprezzante la morte che avviluppa i poveri e i malati e brama di sporcare di sangue la propria spada in battaglia. Egli è il leale servitore di un principe italiano di cui ammira la freddezza calcolatrice, sebbene non sempre gli sia facile comprenderne i disegni; odia, invece, Teodora, la sua sposa, una laida principessa lussuriosa, così come odia la giovane principessina Angelica, di cui in passato è stato costretto ad essere il compagno di giochi per via della sua statura e che ora lo fa inoridire con i suoi sospiri d'amore per il figlio di una casata rivale. Il nano è l'impietoso osservatore della vita di corte, dei suoi banchetti e delle guerre che attorno ad essa si combattono: è testimone degli scontri che lacerano il nord della penisola italiana nel XVI secolo, del dilagare delle truppe mercenarie e della loro volubilità, nonché della propagazione della carestia e della peste. Con la sua irritante malvagità, il nano è però il portatore di un pensiero e di una condizione comune: quella dell'essere umano che nasconde dietro al lusso, all'abbondanza di cibi e abiti appariscenti e agli slanci festosi una corruzione di fondo che lo porta a preferire il sangue, la distruzione del suo prossimo, la sofferenza di chi ha intorno. Il nano introduce la prospettiva straniata di chi osserva l'umanità dal basso, conferendole la somiglianza con il proprio sentire, o, per meglio dire, facendo emergere l'identità fra gli uomini e il nano, diversi solo per il fatto che quest'ultimo è sterile, mentre i primi potranno eternamente riprodurre, assieme a se stessi, anche la propria crudeltà.
 
Diego Velázquez, Sebastian de Morra (1645)
Quella di Lagerkvist è una narrazione estremamente radicata alle contingenze storiche in cui è nata: lo scrittore riflette qui sui temi della guerra e della violenza, senza poter evitare di sollevare nei confronti degli esseri umani un'accusa di barbarie e di odio senza fine quali comportamenti radicati nell'intimo del loro animo come il nano è incatenato al castello del suo principe. La corte in cui si svolgono le crude vicende de Il nano è una città senza identità che, proprio in quanto tale, rivela l'universalità delle piaghe che la attanagliano: in essa non c'è spazio per l'amore, per la gioia, per una sensualità genuina, per la bellezza, per le arti e per i nobili valori di cui l'umanità si fa portavoce. Siamo, al contrario, in uno spazio buio, sporco, sordido, pullulante di crudeltà, inganni, massacri e tradimenti, dove i morti di freddo e di fame vengono tolti dalle strade con la stessa indifferenza riservata ai ratti.
Il nano di Pär Lagerkvist è la storia di un'umanità che ha perduto il faro dei propri valori e sulla quale non veglia alcun dio. Con la costruzione di un ponte fra il XVI e il XX secolo, il romanzo sottolinea la scottante attualità della terribile situazione che in esso è rappresentata e che non è ancora estinta.
Che cos’è il gioco? Un insensato occuparsi di… niente, proprio niente. Uno strano modo di trattare per finta le cose. Non considerandole per quel che sono, non prendendole sul serio, ma solo facendo finta. Gli astrologi giocano con le stelle, il principe gioca con le sue costruzioni, le sue chiese, le scene della crocifissione e i campanili, Angelica gioca con le bambole: tutti giocano, tutti fanno finta di fare qualcosa. Solo io disprezzo la finzione. Solo io sono.
C.M.
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