domenica 29 dicembre 2013

Owl Prize #7

Ultimo appuntamento del 2013 con la rubrica Owl Prize, ricca di articoli di vario genere: stavolta, accanto a post di carattere letterario e artistico, che finiscono solitamente per prevalere sugli altri per la natura dei blog che seguo maggiormente, trovate anche un paio di interventi dedicati ai film. La scelta degli otto articoli, data la varietà della blogosfera, è sempre più ardua, ma, come sempre, l'indirizzo mail, i tweet e la pagina facebook sono sempre aperti ai vostri suggerimenti.
A tal proposito, desidero ringraziare anche in questa sede i blogger che hanno partecipato all'evento Post sotto l'albero, contribuendo a quello scambio di informazioni, riflessioni e contatti che rimane l'obiettivo primario della presenza in rete di Athenae Noctua.
Ma veniamo agli otto post selezionati questo mese:
  • Aggiornamenti sulla mostra dedicata a Andy Wahrol a Milano arrivano dal blog Acqua e Limone, dove possiamo trovare un'anteprima delle opere più significative esposte a Palazzo Reale. Il post di Valivi ha catturato la mia attenzione in modo particolare, trattandosi di un'esposizione che sono molto curiosa di visitare.
  • Una riflessione sul significato e sull'interpretazione delle opere d'arti è il fulcro dell'aticolo Le belle arti, pubblicato nel blog I tesori alla fine dell'arcobaleno; ho riscontrato una particolare affinità nel paragone fra il lavoro dell'artista e quello dello scienziato e sul valore dello sperimentalismo.
  • Oltre i confini del cinema, un blog che ho iniziato a seguire di recente, mi ha colpita con la recensione di un classico cinematografico che, prima di tradursi in pellicola, era già un caposaldo della letteratura mondiale: Il dottor Zivago.
  • I classici moderni recensiti da Paola nel blog Se una notte d'inverno un lettore raramente coincidono con le letture che io stessa ho svolto e, proprio per questo motivo, spesso ne traggo consigli che vanno a 'svecchiare' la mia wish-list di libri, arricchendola di autori contemporanei che spingono un po'in là mattoni ottocenteschi e drammi classici. Tuttavia, nell'ultimo mese, mi sono imbattuta nelle recensioni di due testi che avevo letto a mia volta; in particolare, vi consiglio Metti... "Non lasciarmi" a cena.
  • Su Start From Scratch è riportata una delle lettere di Rainer Maria Rilke che esprime la genesi dell'opera letteraria, un prodotto che 'nasce dalla necessità', perché L'arte è soltanto un altro modo di vivere.
  • «Editori e nuovi scrittori vogliono che la letteratura di genere siano mere favole o storie in cui l’io, l’educazione, la morale dello scrittore non debba mai apparire: mere opere asettiche. Perché? Perché il lettore non deve pensare»: da questa affermazione, scaturita dalle riflessioni di un amico libraio, muove il post Riflessione sulla lettura pubblicato nel blog L'amaca di Euterpe.
  • La recensione si Clara del film The Help ha battuto sul tempo la mia: un film tanto emozionante non poteva che scatenare in entrambe la voglia di commentarlo. Ecco perché vi consiglio di leggere la sua recensione su Animula Solivaga.
  • E infine, in linea con le festività, vi segnalo la lettera de La Lettrice Rampante a Babbo Natale: un vero inno alla lettura, alla riflessione, al progresso culturale che attendiamo da troppo tempo. Naturalmente, il post inizia così: Caro Babbo Natale...
Il progetto di unire le voci di diversi blogger su tematiche varie è anche il motivo ispiratore di Eclettica - La voce dei blogger, di cui è uscito il secondo numero proprio nel giorno della vigilia di Natale. La rivista è scaricabile gratuitamente attraverso la piattaforma Issuu. Vi ricordo, all'interno, la mia rubrica Arteggiamenti.
Buona lettura e buon proseguimento di festività!

C.M.

venerdì 27 dicembre 2013

Le notti bianche (Dostoevskij)

Non che avessi bisogno di ulteriori conferme, ma ormai posso ufficialmente dire di non essere in grado di apprezzare completamente la narrativa breve: racconti e romanzi di poche pagine non fanno decisamente per me. Ad eccezione di Addio di Honoré de Balzac, infatti, non ricordo alcun testo di questo genere che mi abbia lasciata pienamente soddisfatta. Non ho certo trovato sgradevoli tutti i romanzi brevi in cui mi sono imbattuta, anzi, spesso quella sorta di delusione che sto cercando di descrivere è proprio più accentuata nei confronti dei libri che mi sono davvero piaciuti. Mi sembra sempre che l'autore mi dia un assaggio di contenuti gustosi per poi togliermi il piatto e lasciarmi affamata. 
Con Le notti bianche l'effetto è stato proprio questo: più procedevo nella lettura, più mi appassionavo ai sogni e alle fantasie del narratore-protagonista, senza rendermi conto di quanto si assottigliasse la mole delle pagine sul lato destro del libro. Arrivata alla fine, immancabilmente mi si è presentata la solita sensazione: ma come, perché, e poi?

Pubblicato nel 1848, il romanzo narra un momento circoscritto della vita di un personaggio che si definisce un 'sognatore', un uomo che, deluso dalla vita e dai rituali della società di Pietroburgo, alimenta la propria esistenza di illusioni, fantasie e slanci di visionarietà, accontentandosi di uscire dalla sua trascurata casa solo durante la notte, quando la città è deserta e silenziosa, quasi sospesa in un incanto. Durante una di queste passeggiate, che fanno perno attorno ad una panchina presso la quale il narratore raccoglie i propri pensieri, avviene l'incontro con la giovane Nasten'ka, con la quale si istaura immediatamente una corresponsione di sensibilità: anch'ella, avendo nutrito la propria esistenza di storie, ha la mente piena di sogni, ma, a differenza delle evasioni fini a se stesse del protagonista, ella indirizza le proprie aspettative all'amore per un uomo che da un anno non dà più notizie di sé.
Il tratto più originale di Le notti bianche è la simbiosi che si realizza fra il contenuto e lo stile: nelle prime pagine il protagonista è solo, chiuso in se stesso, attento ai particolari dei personaggi e degli edifici della città e la narrazione prosegue in modo semplice e pacato. Ma l'irrompere della sua interlocutrice scatena il flusso delle parole, che diventano tanto concitate e sublimi da spingere Nasten'ka a pregare il compagno a moderare la concitazione:
«Ascoltate: voi raccontate in modo meraviglioso, ma potete raccontare in modo un po'meno meraviglioso? Giacché parlate come se leggeste un libro.» (da Notte seconda, p. 59)
Il 'raccontare in modo meraviglioso' è però l'essenza verbale dei pensieri del narratore: meravigliose sono le sue fantasie, meravigliose le trasfigurazioni che attribuisce all'esistenza del sognatore; dunque, per un basilare principio di retorica, meraviglioso deve essere anche il linguaggio. D'altronde il sognatore è un essere eccezionale, che fatica a trovare qualcuno che corrisponda tale straordinarietà, ed è, pertanto, un essere solitario, che ricerca un proprio spazio per sopravvivere al di fuori della società comune:
«Ci sono, Nasten'ka, se non lo sapete, ci sono a Pietroburgo degli angoletti piuttosto strani. In quei posti è come se non facesse capolino lo stesso sole che brilla per tutti i pietroburghesi, ma ne facesse capolino un altro, nuovo, come fosse stato richiesto apposta per quegli angoli, e brilla su tutto con un'altra luce, particolare. In quegli angoli, cara Nasten'ka, è come se si vivesse una vita completamente diversa, per nulla simile a quella che ferve intorno a noi, una vita come potrebbe essere in un regno sconosciuto ai confini del mondo, e non da noi, nel nostro tempo serio-straserio. [...] Sentirete che in quegli angoli vivono strane persone - sognatori.» (da Notte seconda, p. 55)
Un fotogramma di Le notti bianche di Luchino Visconti (1957)

Da questo stato di eterno sognatore, il protagonista esce per un minimo spazio di tempo, quello che basta ad aggiungere alle proprie fantasie quello dell'amore per Nasten'ka.
La brevità, invero, si addice alla perfezione a questo romanzo: Dostoevskij ha voluto rendere, nella scansione del racconto, il lampo stesso della nascita del sogno e del suo precipitoso spegnimento. E penso che, nonostante la mia insofferenza nei confronti delle storie sospese, delle riflessioni bruscamente recise, dovesse essere proprio questo l'effetto che l'autore voleva produrre: un improvviso arresto, una sensazione di mancato appagamento, la consapevolezza che, per citare Petrarca, «quanto piace al mondo è breve sogno» (Canzoniere I, v. 14).

C.M.

mercoledì 25 dicembre 2013

Se il Natale diventa Arte e Letteratura

Nutro poca simpatia per la frenesia delle feste, per le abbuffate e le interminabili sedute a tavola, tanto più che, dato il mio spirito sacrilego, non ho un attaccamento particolare al significato di queste giornate. Ma il Natale e la sua ritualità originano manifestazioni culturali che investono anche le arti e la letteratura, quindi, ricordando che dietro all'aspetto religioso, c'è comunque un'occasione di riposo e condivisione, voglio augurarvi un buon Natale e serene festività secondo le corde della civetta, servendomi delle parole e delle rappresentazioni di autori della nostra storia letteraria e pittorica.

Giotto, Natività, dal ciclo della Cappella degli Scrovegni, Padova (1303-1305)

Giovanni Pascoli, Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

***

Guido Gozzano, La pecorina
 
La pecorina di gesso
sulla collina di cartone,
chiede umilmente permesso
ai magi in adorazione.
Lungi nel tempo, vicino nel sogno, pianto e mistero
c'è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.

Domenico Ghirlandaio, Natività (1458)

Giuseppe Ungaretti, Natale

Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata

Qui non si sente altro
che il caldo buono
Sto con le quattro capriole
di fumo del focolare.

***

Marino Moretti, Il vecchio Natale

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d'ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti...

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

***

Salvatore Quasimodo, Il presepe

Natale. Guardo il presepe scolpito
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure in legno ed ecco i vecchi
del villaggio e la stalla che risplende
e l'asinello di colore azzurro.

***

Umberto Saba, Nella notte di Natale

Io scrivo nella mia dolce stanzetta,
d'una candela al tenue chiarore,
ed una forza indomita d'amore
muove la stanca mano che si affretta.
Come debole e dolce il suon dell'ore!
Forse il bene invocato oggi m'aspetta.
Una serenità quasi perfetta
calma i battiti ardenti del mio cuore.
Notte fredda e stellata di Natale,
sai tu dirmi la fonte onde zampilla
improvvisa la mia speranza buona?
È forse il sogno di Gesù che brilla
nell'anima dolente ed immortale
del giovane che ama, che perdona?

Sandro Botticelli, Natività mistica (1501)

E dunque, fra i quadri sognanti d'infanzia di Pascoli, il malinconico appartarsi di Ungaretti, le prosastiche ammirazioni di un comune presepe di Gozzano, le attese dei doni di Moretti, il raccoglimento di Saba nella scrittura della Vigilia, testi che trovano una nota comune nell'intimità di una casa protetta dal freddo, auguro a tutti voi un sereno Natale.

Tanti Auguri!

C.M.

lunedì 23 dicembre 2013

Eroidi (Ovidio)

Non v'è dubbio che le Metamorfosi finiscano per oscurare, con la loro fama, le altre opere di Publio Ovidio Nasone (43 a.C. - 18 d.C.), eppure, nonostante il successo e la grandezza del poema epico, Ovidio è, essenzialmente, un autore elegiaco.

L'elegia è un genere poetico di origine greca (VIII sec.) che, attraverso la lezione dei poeti ellenistici, giunge a Roma, dove, raccolta come eredità dai poeti augustei, diventa uno dei generi più ricercati dal circolo letterario formato da Cornelio Gallo, Albio Tibullo, Sesto Aurelio Properzio e Ovidio stesso. Essa si caratterizza per l'uso del distico elegiaco (cioè una coppia di versi formata da un esametro e un pentametro) e per la prevalenza di toni lamentosi, ma, a Roma, diventa il veicolo privilegiato della lirica erotica, inaugurando temi di largo successo quale il servitium amoris.
Maestro d'arte erotica, come lui stesso si vuole presentare scrivendo i tre libri degli Amores, Ovidio non poteva che applicare questa sua inclinazione alla narrazione mitologica e alla redazione di componimenti elegiaci. Nacquero così le ventuno epistole raccolte sotto il titolo di Heroides ('Eroine').
Seebbene sia ancora poco chiaro se Ovidio abbia, con questa opera, creato un nuovo genere o, piuttosto, contribuito a rilanciarlo con una notevole rielaborazione dei modelli precedenti, è evidente che, con le Eroidi, ci troviamo di fronte ad un'opera originale e di ampio respiro, parte di un progetto che non si può scindere né dalle Metamorfosi né dagli Amores, né dal poema didascalico dell'Ars Amatoria. Il tema della raccolta, infatti, è l'amore, visto in larga parte nell'aspetto del dolore dell'abbandono (lettere I-XVII) e, in minur misura, nella prospettiva del corteggiamento (lettere XVIII-XXI). Tale bipartizione corrisponde alla scelta della direzionalità delle lettere: il primo gruppo consta di testi redatti da eroine abbandonate e, quindi, prive di risposta, il secondo di due coppie di lettere di due amanti: Paride e Elena e Aconzio e Cidippe.

J.W. Waterhouse, Medea e Giasone
Come sottolinea Emanuela Salvadori nella sua introduzione all'edizione Garzanti, spesso le lettere in questione sono considerate monotone e ripetitive, una considerazione che può valere soprattutto per le diciassette lettere di lamento e maledizione delle donne nei confronti degli amanti traditori. Ma non va dimenticato che, nell'accingerci alla lettura delle Eroidi, non ci dedichiamo ad un intrattenimento romanzesco, quando ad un testo ricco di erudizione e di riferimenti letterari sia nei contenuti che nello stile.
Se, dunque, le Eroidi possono deludere chi si aspetti effusioni di romanticismo ed esplosioni di un pathos connotato secondo la psicologia delle diverse protagoniste, l'effetto sul lettore che sia consapevole di trovarsi di fronte ad un testo antico nato in un ambiente letterario dai gusti peculiari è decisamente l'opposto.
Nella descrizione di Medea abbandonata riecheggiano, insieme, i versi della tragedia euripidea e delle Argonautiche di Apollonio Rodio, ma anche della tradizione meno nota e oggi perduta dedicata alle vicende della maga della Colchide: allusioni precise negli episodi narrati, ma anche calchi linguistici e stilistici rendono le poche pagine della lettera di Medea molto più dense e ampie di quanto possano sembrare. Allo stesso modo, nella descrizione di Didone (unico personaggio della letteratura latina citato) in preda al delirio che la porterà al suicidio si avverte l'eco di numerosi passi del libri IV dell'Eneide.
Guercino, Morte di Didone
In un susseguirsi di avventure mitiche, fra le figure di Penelope (la cui compostezza apre in maniera monumentale l'opera), Briseide, Fedra, Enone, Arianna, Elena stupisce l'irruzione di una figura storica, quella della poetessa Saffo, nel cui dolore molti poeti del passato, fra cui Leopardi, hanno ravvisato una comunanza di sentimenti e aspirazioni.
Consiglio questo libro a chi ha voglia di un'immersione nel mito e nei suoi risvolti più e meno noti, a chi ha voglia di mettere alla prova le proprie reminescenze letterarie o a chi, più semplicemente, vuole conoscere il lato più umano e passionale di tante vicende del panorama epico o tragico.
«Ma che giova a me che Ilio sia stata distrutta dalle vostre braccia e che sia nuda terra quello che prima era muro, se resto nella stessa condizione di quando Troia era ancora in piedi e se devo sentire la mancanza dello sposo, che è sempre assente? Distrutta per gli altri, per me sola resti ancora in piedi, Pergamo. […] Tu, che pure sei vincitore, te ne stai lontano e non mi è dato sapere quale sia la causa del ritardo o in quale parte del mondo tu, crudele, te ne stia nascosto.» (Ep. I, Penelope a Ulisse)
C.M.

domenica 22 dicembre 2013

Ultime su premi e riconoscimenti

Buon inizio di vacanze! Nei prossimi giorni, complice la pausa dal lavoro e le abbuffate che renderanno tutti noi un po'più sedentari, avrò tempo per dedicarmi al blog, programmando i post per le prossime settimane.
Innanzitutto, devo rimettermi al passo con il ritiro dei riconoscimenti assegnati al mio blog e con i relativi ringraziamenti. Premetto che, sebbene mi faccia molto piacere ricevere le attestazioni di stima di colleghi blogger, non ritirerò più i premi assegnati secondo la modalità della 'catena' con specifici post e risposte alle domande, anche se, ovviamente, non mancherò di accettarli e inviare i miei ringraziamenti in caso di ulteriori menzioni. Il motivo è legato al fatto che, come avrete notato, preferisco suggerire la lettura dei blog che seguo affidandomi più al blogroll nella barra di destra e alla segnalazione di singoli articoli attraverso la rubrica Owl Prize.
Data questa premessa, voglio ribadire che tutti i premi ricevuti sono graditissimi e passare al ritiro degli ultimi riconoscimenti ricevuti, in ordine di data.


Grazie a Mariapiera di Chiacchiere in libertà per il Versatile Blogger Award e per aver motivato la scelta definendo i miei post 'curati nei minimi dettagli' e 'interessanti'.
Grazie a Yaxelle di Nella trama per avermi conferito il Liebster Award. Dato che nel suo post poneva ai premiati alcune domande, risponderò alla sua curiosità:
  1. Tre libri con cui ti descriveresti. Rispondo riferendomi ai tre libri che rispondono più strettamente al mio modo di pensare e alle mie passioni: Uno, nessuno e centomila di Pirandello, Gli dei e gli eroi della Grecia di Kerényi e la raccolta Myricae di Pascoli.
  2. Se potessi realizzare un sogno, senza nessuna preoccupazione o conseguenza, quale sarebbe? La conclusione e la pubblicazione del mio romanzo.
  3. Il posto in cui più di tutti vorresti andare? La Grecia.
  4. Hai la possibilità di incontrare un celebre personaggio che ormai non c'è più; chi sarebbe? Uno dei nostri eroi risorgimentali, chiunque esso sia.
  5. Quand'eri piccola/o, cosa volevi fare da grande? E adesso? Ho desiderato fare l'archeologa fino ai 14 anni, poi sono subentrati (anche se senza scalzare quella passione originaria) l'amore per la letteratura e il desiderio di diventare insegnante, che si sta realizzando.
  6. Tè o caffè? Tè per il relax, caffè per la carica.
  7. L'esperienza più bella che ti è capitato di vivere? I due giorni della laurea, nonostante la tensione, sono stati estremamente gratificanti.
  8. Hai fobie o paure particolari? Se sì, quali? Sono un po' ansiosa, a volte mi agito anche per una piccola imperfezione nei miei piani.
  9. C'è qualcosa di cui non potresti assolutamente fare a meno? Un libro a portata di mano.
  10. Cos'è che ti raddrizza il morale in una giornata decisamente no? Argo, il mio cane, che cerca le coccole.
  11. Se ti venisse chiesto di compiere una buona azione, e avessi la possibilità di fare qualunque cosa, cosa sceglieresti di fare? Un quesito molto impegnativo, cui non so rispondere, una grande responsabilità richiede una riflessione adeguata.
Un grazie particolare a Valivi di Acqua e Limone che, pur sottolineando che il premio che ha assegnato lo scorso 26 novembre 'non significa nulla', mi ha onorata del Faccia di Limone Award, motivando la sua scelta con un intervento che mi onora sicuramente più di quanto non meriti.


Vi consiglio di visitare i blog da cui mi sono stati assegnati questi premi, rinnovando, come sempre, i miei ringraziamenti a premianti e lettori.

C.M.

sabato 21 dicembre 2013

I libri non si bruciano. Si leggono

Per tutta la giornata di oggi, sul web è in corso I libri non si bruciano. Si leggono, un'iniziativa simbolica per manifestare la propria opposizione alla pessima idea veicolata da un gruppo di aderenti alla protesta dei Forconi. L'11 dicembre, infatti, alcuni manifestanti hanno invaso la libreria Ubik di Savona, minacciando di bruciare i libri qualora i commessi non avessero chiuso il negozio. Inutile dire che anche solo l'ipotesi di ridurre in cenere i libri evoca le peggiori pagine della Storia, gli atteggiamenti più oscurantisti e le forme di estremismo peggiori. Sappiamo bene che minacce simili hanno riguardato anche altre categorie di commercianti, ma una protesta che voglia portare all'attenzione pubblica una situazione di sfinimento sociale non può macchiarsi dei peggiori slogan totalitari.


Per partecipare a I libri non si bruciano. Si leggono è sufficiente accedere ai Social Network e cambiare la propria immagine di profilo con la copertina di un libro, che si può scegliere fra quelli in lettura, fra quelli più amati, fra quelli che si consigliano, fra quelli che si spea di ricevere per Natale... insomma, si può selezionare il testo che si preferisce. L'iniziativa è promossa dalla Fondazione Caffeina Cultura, che ad essa ha dedicato uno spazio evento specifico su Facebook, e è costantemente minitorata dai mezzi di informazione, quindi approfittiamo di questa finestra per far sentire la nostra voce e ricordare che i libri non si bruciano!


Il libro che ho scelto come immagine di profilo è Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, uno dei testi che ho amato alla follia, perché mi ha dato la sensazione di leggere dalle parole dell'autore riflessioni e interrogativi che mi hanno sempre attratta. 
E voi quale libro scegliete?

C.M.

venerdì 20 dicembre 2013

Elogio della follia

Potevamo forse chiudere questo 2013 senza una buona dose di scemenze che ci accompagnasse verso le feste? Ovviamente no. Ma, per fortuna, l'intrattenimento non ci sta mancando. In confronto, gli Sconcerti e gli episodi da mondo alla rovescia cui ho già dato voce sono, per parafrasare Saba (e non me ne voglia il poeta) 'cose leggere e vaganti'.

P. Bruegel il Vecchio - La festa dei folli (incisione)

Elogio alla nuova Legge di Stabilità, nella quale una qualche mente geniale ha pensato bene di inserire una norma economicamente a sfavore dei comuni che intraprendano un contrasto alla diffusione delle sale-slot e del gioco d'azzardo. Elogio ai governanti e parlamentari che, pur di racimolare denaro per garantirsi rimborsi e vitalizi, non esitano a lucrare su una malattia mentale come quella del gioco compulsivo. Elogio alla trovata per cui il vizio e il danno clinico e sociale sono ammessi, purché vi si possa applicare una bella tassa.

Elogio ai permessi premio, specialmente quelli offerti ai membri della criminalità organizzata e ai serial-killer già macchiatisi dell'aggravante di evasione. Elogio alle fughe di gruppo, alle figure barbine generalizzate, all'ideologia dell'impunità totale ad ogni suo livello.

Ma, soprattutto, elogio all'assenza totale di responsabilità, quella follia, tanto in voga in Italia, secondo la quale, in ogni sistema, più si è vicini al vertice, più si gode di privilegi e meno si deve rispondere delle proprie azioni.

C.M.

mercoledì 18 dicembre 2013

La lettera scarlatta (Hawthorne)

Il libro era da anni in mio possesso, ma, complice la lettura di una riduzione inglese ai tempi del liceo, fino a qualche settimana fa avevo quasi dimenticato che la versione integrale italiana era ancora in attesa sugli scaffali. Inevitabile che, al termine de La lettera scarlatta, pubblicato da Nathaniel Hawthorne nel 1850, finissi per chiedermi come potessi aver rimandato tanto a lungo la lettura. Un lieve rimprovero che, però, ha tardato ad arrivare, perché, dopo le prime pagine, stavo per rinunciare a proseguire; la storia vera e propria, infatti, è preceduta da un lungo antefatto sul motivo della sua ricostruzione che, come spesso accade nella letteratura ottocentesca, risiede nella scoperta di un documento che testimonia una vicenda sulla base del quale il narratore ricostruisce le vicende dei singoli personaggi, le loro emozioni e tutto quanto il documento nudo e crudo non dice (una trentina d'anni prima, in Italia, Manzoni aveva adottato lo stesso procedimento come genesi de I promessi sposi).

Superato lo scoglio della prolissa introduzione, però, veniamo calati nel New England, in pieno XVII secolo. In una comunità di intransigenti puritani, la giovane Hester Prynne, che ha dato alla luce una bambina di cui non vuol rivelare il padre, viene condannata a mostrarsi per tutta la vita agli occhi di tutti i concittadini con l'eterno segno della propria vergogna ricamato sul petto in forma di una 'A' scarlatta. Proprio nel momento in cui Hester viene scarcerata e la sua colpa viene proclamata sul patibolo della piazza, arriva in città il vecchio e deforme marito di lei, da tempo creduto morto, che, scoperta la verità sulla paternità, è deciso a consumare una lenta ma terribile vendetta.
Dato che non trovo né corretto né piacevole per i lettori che si svelino troppi particolari (che, per un testo tanto breve significherebbe praticamente svelare l'intera trama e il finale), non voglio dire altro sulla trama, che, in ogni caso, gode di una fama che la precede.
Il romanzo di Hawthorne contiene un'interessante riflessione sul carattere bigotto e falso della società puritana, di cui porta alla luce tabù e contraddizioni. Fra le righe del suo testo, nella scelta delle parole e nella prospettiva adottata per descrivere Hester, i suoi sentimenti e, in parte, Pearl, sua figlia, emerge una critica totale nei confronti dell'ipocrisia di chi, facendosi vessillo della morale, commette le ingiurie e le infrazioni più gravi della carità cristiana. Tutto ciò è particolarmente evidente nel momento in cui l'autore suggerisce che la 'A' marchiata sulle vesti della donna, dato il carattere misericordioso che ella dimostra verso i sofferenti, non indichi più la colpa originaria, quanto la connotazione di 'angelo'. Ma, più in generale, anche attraverso il conflitto interiore del reverendo Dimmesdale, La lettera scarlatta mette alla berlina il bisogno dell'uomo di sentirsi sempre giustificato e approvato dalla società, al punto di distruggere se stesso e barricarsi dietro apparenze che l'orgoglio e l'ambizione impediscono di frantumare.

Un fotogramma tratto dal film con Demi Moore e Gary Oldman
diretto da Roland Joffé nel 1995
«Gli svelerò il tuo segreto, così potrà vederti quale sei veramente. Non so quel che avverrò, ma io devo pagare il debito che ho con lui, poiché sono stata io la sua rovina. La reputazione di quell'uomo, la sua condizione sociale, forse anche la sua vita sono nelle tue mani. Ma io, che da questa lettera scarlatta ho appreso verità così dure che si sono impresse nel mio cuore e me l'hanno bruciato, non vedo davvero in questa vita vantaggi tali che valga la pena di chiederti pietà per lui. Fanne tu quel che vuoi. Per lui, per te, per me non c'è scampo possibile. E non ne vedo neppure per la mia piccola Pearl. Siamo tutti in un labirinto senza uscita...»
C.M.

lunedì 16 dicembre 2013

Il difficile equilibrio fra pubblico e privato

Il Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (CISA) di Vicenza ha ospitato giovedì 12 dicembre un dibattito dal titolo Pubblico + Privato: buone pratiche di realtà culturali italiane, organizzato dal presidente Amalia Sartori con la partecipazione, in veste di moderatore, di Paolo Mieli e, in qualità di ospite, del sottosegretario al Ministero per i Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni.


Il dibattito si è concentrato su un interrogativo che da tempo mi fa riflettere su due fronti: da un lato c'è la scarsità di interventi a sostegno della cultura (in termini di donazioni, restauri e divulgazione), paradossale in un Paese in cui il patrimonio storico artistico, paesaggistico e architettonico è tanto abbondante; dall'altra la strenua opposizione di molti cittadini e studiosi alle poche forme di finanziamento o di intervento privato, ritenute occasioni di pubblicità o fruizione elitaria ed eccessivamente commerciale del prodotto artistico.
Il secondo dei due problemi, in particolare, è stato sollevato anche da Tomaso Montanari e Salvatore Settis nel corso dell'incontro tenutosi allo scorso Festivaletteratura e la posizione intransigente assunta dai due storici dell'arte mi ha disorientata: sembra che qualsiasi connubio pubblico-privato debba declinarsi in una forma di assoggettamento del primo al secondo, che non sia possibile il mecenatismo, ma solo una sorta di campagna promozionale per imprenditori e ricconi.
Riassumo, dunque, le mie riflessioni, cercando di mantenermi sulla linea del buon senso e del compromesso fra gli estremi, in questo caso fra l'idealismo di chi vede nel pubblico una realtà capace di autosostentarsi e la fame di marketing dell'imprenditoria e di certa amministrazione locale.

Foto tratta da storiedellarte.com

Sono completamente d'accordo sul fatto che il patrimonio storico-artistico di possesso pubblico debba rimanere proprietà dei cittadini, che lo possiedono come diritto sancito dalla Costituzione e che, di conseguenza, la svendita di esso ai privati sia un atto illegale e fortemente antidemocratico.
Alcuni interventi, che siano intrapresi da enti pubblici o privati, hanno una portata puramente pubblicitaria, senza alcun reale interesse per la salvaguardia del bene pubblico; in questo senso, sono ostile quanto Montanari, Settis e tanti altri esponenti del mondo di specialisti e non che hanno tuonato contro le scelte di Matteo Renzi di noleggiare Ponte Vecchio per un evento privato di Luca di Montezemolo (29 giugno 2013) e di effettuare un grottesco carotaggio su un affresco di Vasari a Palazzo Vecchio per cercare una presunta opera di Leonardo sotto di esso, come se l'opera del primo non meritasse rispetto solo perché il buon Da Vinci è un vip di portata internazionale buono da stampare sui gadget.
Esistono, però, forme di collaborazione costruttive con i privati che contribuiscono alla crescita culturale, alla conoscenza delle opere e degli artisti e, se ben gestite, se curate anche dal pubblico e non lasciate in completa gestione all'imprenditore partner (per evitare che diventino pure occasioni di pubblicità), possono produrre introiti anche per il pubblico stesso. Per esempio, le mostre di Marco Goldin sul ritratto e sul paesaggio a Vicenza e Verona hanno scatenato una dura polemica: il privato si appropria del pubblico (opere e strutture espositive) e costruisce 'mostre senza capo né coda' per il proprio vantaggio; in realtà, anche se parte delle opere provengono da musei pubblici, non trovo condannabile l'idea, purché il pubblico faccia valere il proprio interesse, richiedendo cospicue percentuali degli incassi da reinvestire in interventi di conservazione e restauro.


Per lo stesso motivo difendo progetti finanziati dai privati come il restauro del Colosseo recentemente avviato grazie ai finanziamenti di Diego Della Valle: l'impegno di privati in favore dei beni pubblici, soprattutto nella situazione attuale di crisi e date le opportunità di rilancio del Paese attraverso il patrimonio culturale, è secondo me un dato positivo. Sostengo, insomma, il mecenatismo, con il ritorno d'immagine che comporta per il privato, perché ritengo doveroso che una donazione (purché fatta ovviamente in modo limpido e legale) sia ricompensata con un manifesto ringraziamento. Senza, però, arrivare agli immondi cappotti pubblicitari in cui sono stati avvolti monumenti di tutta Italia, come è accaduto a Venezia.

Non voglio addentrarmi ulteriormente nella questione e spero di aver espresso in modo chiaro il mio pensiero, spero risulti evidente che sono una sostenitrice di prima linea della necessità di mantenere pubblico il patrimonio artistico, ma che, allo stesso tempo, ho coscienza dell'impossibilità del pubblico di salvarsi da solo. E, dunque, sono favorevole alla collaborazione paritaria e di reciproco vantaggio fra pubblico e privato, ma fatico ancora a stabilire un preciso limite, il punto di equilibrio in un rapporto che è comunque soggetto ai bisogni finanziari.

Cosa pensate di questo problema? Mi piacerebbe che, senza alimentare ulteriori polemiche su una materia tanto delicata, riuscissimo a capire meglio le implicazioni di questi meccanismi di finanziamento e sinergia.

C.M.

venerdì 13 dicembre 2013

Sulla Nebbia e sul Vago: Pascoli e Leopardi

Da una settimana non si vede altro che nebbia in questa Pianura padana. E allora, fissando il muro lattiginoso, il mio pensiero è andato naturalmente ad una delle poesie di Giovanni Pascoli che, concentrandosi proprio sulla nebbia, vista come un'interlocutrice viva e capace di azione e intenzione, la identifica con un essere salvifico in grado di isolarlo nell'intimità sicura della sua casa, sottraendolo alle minacce del mondo esterno.

Nebbia

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.


C.D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1819)

In questo testo, raccolto nei Canti di Castelvecchio (1903), la nebbia è come un grembo protettivo, una culla sicura che allontana il poeta dalle 'cose lontane', quindi pericolose, o perché realmente portatrici di sofferenza o perché fonte di semplice insicurezza per un uomo che teme qualsiasi scalfittura del suo piccolo mondo di affetti, anche quella data da un matrimonio, dall'abbandono della casa familiare (v. 20).
Tutto ciò che dà sicurezza è rinchiuso entro il muro di cinta del cortile che, significativamente, ha le crepe riempite di valeriane, piante che, come è noto, hanno proprietà sedative (v. 12). Gli alberi da frutto, il cipresso, il cane che dorme sotto di esso sono orizzonti rassicuranti: vedendo solo questi elementi, il poeta può rimanere tranquillo, godere la sicurezza e il raccoglimento di casa.
Una sola cosa al di fuori del cortile vuole vedere il poeta, ovvero il sentiero bianco (vv. 21-22) che dovrà percorrere accompagnato dal suono funereo ('stanco', v. 23) delle campane nel giorno in cui la sua bara verrà condotta al cimitero; può sembrare un riferimento triste, può sembrare che l'unica visione che il poeta accetta di scorgere oltre la nebbia sia proprio quella della 'cosa più ebbra di pianto' (cfr. v. 14), eppure non va dimenticato che, per Pascoli, la morte ha un significato liberatorio e di ricongiunzione, perché permetterà la ricostruzione dell'intero nido familiare, distrutto dal tragico evento della notte del 10 agosto 1867. L'accento positivo dato alla morte è, inoltre, sottolineato dalla connotazione cromatica del sentiero, bianco come tutto ciò che c'è di buono e accogliente nella poesia del poeta romagnolo, come quell'ala bianca di gabbiano cui viene paragonata la casetta che appare come l'unico rifugio sicuro in Temporale (Myricae, 1894):

Temporale

Un bubbolìo lontano...

Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

Il testo presenta un'alternanza continua di piani spaziali vicini e lontani, come un continuo processo di zumata e contro-zumata costruito grazie al ritornello «Nascondi le cose lontane» che ci proietta all'indefinito posto oltre la barriera bianca e al brusco riavvicinamento suggerito dall'anafora «Ch'io veda», che ci riporta all'interno della definitezza e della sicurezza interne al cortile. Questa riflessione basata sulle barriere si richiama chiaramente all'Infinito leopardiano (che, per una curiosa coincidenza viene scritto nel 1819, lo stesso anno in cui Friedrich dipinge Viandante sul mare di nebbia), come a Leopardi si richiamano molti altri stralci di lirica pascolian, e non a caso una delle limitazioni allo sguardo, assieme alla nebbia e al muro di cinta (v. 11) è una siepe, lo stesso elemento che dà avvio ai vagheggiamenti del poeta di Recanati. Mentre, però, in Leopardi ciò che sta oltre la barriera è fonte di gioia perché simboleggia la possibilità dell'illusione e della fuga dalla realtà in un'immensità spaziale e temporale, Pascoli identifica l'ignoto con il pericolo e la sofferenza.

L'Infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Una poetica del vago e dell'indefinito adattata dunque alle esigenze e al pensiero di Pascoli, che, come già Leopardi, cerca una connotazione anche sonora di tale indefinitezza, prediligendo i suoni morbidi e le consonanti liquide (l,r) e nasali (n,m), per loro natura impalpabili come la nebbia, come il fumo che sale, come i lampi.

Caspar David Friedrich, Nebbia del mattino in montagna (1808)

Ed ecco, dunque, come una banale condizione atmosferica nel basso veronese può risvegliare reminescenze nostalgiche e far sentire una risonanza con le emozioni e le parole di due dei nostri più grandi autori.

C.M.

lunedì 9 dicembre 2013

Omero & Omero

Prima o poi tutti i classicisti devono affrontare questo scoglio: Iliade o Odissea? Troppo comodo dichiararsi lettori di quegli autori inafferrabili e sfuggenti che convenzionalmente chiamiamo Omero: arriva fatalmente il momento di prendere una posizione.
E allora è doveroso interrogarsi e chiedersi se consegnare il proprio animo alle sanguinose lotte di Troia e, insieme, ai forti legami fra i personaggi di ambo i fronti oppure alle fantasiose avventure di viaggio di Odisseo per il mediterraneo e alla celebrazione dell'ingegno, della solitudine e della vendetta.
Dal momento che, per deformazione professionale, finirei per imbarcarmi in un'infinita ricostruzione della storia e delle interpretazioni dei testi, vi propongo solo le mie brevissime opinioni su entrambi i poemi.

Raffaello, Il Parnaso, part. Omero fra Dante e Virgilio (1510)

Iliade

Solitamente, fra i due poemi omerici, quello che riscuote maggior successo e fascinazione è l'Odissea, il racconto dell'uomo che, grazie al proprio ingegno, riesce a ritornare in patria superando sofferenze devastanti. Ad una seconda lettura globale dei due testi, però, ho apprezzato nell'Iliade quegli aspetti che la rendono la più autentica e vivida espressione della letteratura e della civiltà greca: le rassegne degli eroi, l'inseguimento dei guerrieri nella mischia, la descrizione delle loro sanguinose lotte, ma anche la ritualità bellica, le astuzie degli dèi, che intervengono con i loro desideri e capricci nel più grande scontro di civiltà mai narrato, gli intimi quadri ambientati nelle tende achee o dentro le mura di Troia. L'Iliade descrive un sistema etico e cultuale ben codificato, in cui, se è forte l'esaltazione della gloria dei vincitori, non c'è tuttavia umiliazione dei vinti, i combattenti si onorano reciprocamente, nonostante l'inimicizia, e ogni singolo gesto si riconduce ad una ritualità che conferisce al poema la grandezza e la risonanza delle grandi saghe.

Odissea

«Cantami, o Musa, l'uomo dal multiforme ingegno...» è il noto esordio dell'Odissea. Eppure, al di là dell'incipit, il grande valore del poema travalica, a mio avviso, il suo protagonista. Certo, Odisseo è l'eroe indiscusso e indiscutibile del testo, ma si inserisce in un sistema di luoghi e personaggi che concorrono attivamente a rendergli la gloria che unanimemente gli viene riconosciuta. Primo fra tutti il mare, il grande nemico con cui Odisseo deve convivere e in cui è destinato a perdere fino all'ultimo compagno; ma ci sono anche le spiagge rocciose, i boschi delle battute di caccia, la grotta di Polifemo stipata di cibo, la bella casa di Circe: senza questi spazi e senza i personaggi che li animano, caratteristici per ognuno di essi, l'ingegno di Odisseo resterebbe inerte, e la stessa azione rimarrebbe priva di risoluzione. Se, infatti, è vero che ogni libro chiude e conclude le singole sequenze (anche per la speciale storia di costruzione dell'epica), l'immagine e l'idea che abbiamo del protagonista sono un sedimento di impressioni scaturite dai diversi episodi: non sarebbero le stesse senza il ciclope Polifemo, senza le pozioni e le predizioni della maga Circe, senza il canto maliardo delle Sirene e senza la greve presenza dei Proci nelle stanze della casa di Itaca.

P.L. Roland, Omero (1812)

E dunque, se dovessi schierarmi in favore dell'uno o l'altro Omero, opterei sicuramente per l'Iliade, anche se alcune fra le pagine più affascinanti della letteratura greca, fra cui quelle che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, sono proprio nel poema successivo.
Ma ora mi appello a voi lettori, che siate colleghi grecisti o semplici appassionati che hanno incontrato il poeta cieco sulla loro strada di lettura: a quale dei due testi va la vostra predilezione?

C.M.

venerdì 6 dicembre 2013

Addio, Madiba

La morte di Nelson Mandela, avvenuta solo ieri sera, lascia una grande tristezza, ma anche, in un tempo che scarseggia di eroi e ideali, la gioia di aver avuto testimonianza diretta della sua grandezza e del suo coraggio. Sebbene sia vissuto in un Paese lontano e in un contesto sociale diversissimo dal nostro, nonostante abbia condotto gran parte della sua lotta per la libertà prima ancora che io nascessi, non mi è possibile ignorare la storia e il coraggio di Madiba.


Insignito delle più alte onorificenze in tutto il mondo (fra cui il Premio Nobel per la pace nel 1993), Mandela ha imposto all'attenzione dell'opinione pubblica gli orrori della segregazione razziale e il diritto all'uguaglianza di tutti gli uomini, dapprima mettendo a disposizione la propria attività di avvocato alla popolazione di colore africana, poi conducendo un'azione di protesta e resistenza che gli è costata ventisette anni di carcere (1962-1990). Al termine della prigionia, eletto presidente del Sudafrica, ha guidato il Paese verso la democrazia e verso l'eliminazione dell'apartheid, confidando sempre nell'importanza dell'istruzione della maturazione del senso di civiltà, rispetto e giustizia dei popoli.


Voglio ricordare la sua tenacia tramite i versi che lo hanno accompagnato durante la sua lunga permanenza in carcere, tratti dalla poesia Invictus di W.E. Henley (1875), che sono stati di ispirazione per l'omonimo film dedicato da Clint Eastwood al grande Madiba (interpretato da un fenomenale Morgan Freeman) nel 2009:

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come un pozzo da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze
non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d'ira e lacrime
incombe il solo Orrore delle ombre,
e ancora la minaccia degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino;
io sono il capitano della mia anima.


Il volto e la voce, pur stanca, debole e malata di questo uomo eccezionale hanno accompagnato anche le generazioni più giovani, imponendosi come simboli della Storia e dei valori imprescindibili dell'Umanità. La nostalgia di Nelson Mandela sarà doppiamente avvertita perché simili rappresentazioni di valore e giustizia sono, ormai, sempre più rari.

C.M.

giovedì 5 dicembre 2013

La musa malata (Baudelaire)

Pur non essendo un'esperta di poesia francese, quando mi sono imbattuta in questo sonetto di Charles Baudelaire sono rimasta incantata: la musicalità e il significato dei lemmi mi hanno catturata e fatta annegare nel gorgo che il poeta stesso evoca, quella marea che travolge come solo la grande letteratura sa fare.

La musa malata

Mia povera musa, ahimè, che cos'hai stamattina?
Nei vuoti tuoi occhi si affollano le visioni notturne
e vedo riflessi sulla tua pelle uno dopo l'altro
la follia e l'orrore, freddi e taciturni.

Il verdastro succubo e il diavoletto rosa
hanno versato la paura e l'amore dalle urne?
L'incubo, col pugno dispotico e malvagio,
ti ha annegata in un fiabesco Minturno?

Voglio che il tuo seno della salute emani
l'odore e sia dimora di forti pensieri
e che il tuo sangue cristiano scorra in armoniche onde,

come i suoni di sillabe antiche,
dove a turno regnano il padre del canto,
Febo, e il grande Pan, signore delle messi.

Incluso ne I fiori del male (1857), il testo offre al lettore la descrizione di una musa sospesa fra l'antico e il moderno: in essa è vivido tanto il lampo delle disarmanti paure dell'uomo ottocentesco quanto l'armonia mitica, il primo ossessiva presenza, la seconda compianta perdita. Il poeta, sconfortato, combattuto e soverchiato dalla malinconia esistenziale che annega l'ispirazione (v. 8), cerca disperatamente di aggrapparsi al ricordo dei profumi della sua dea per tornare in sé e dedicarsi ai versi.
Uno straordinario gioco di sensi e immagini accompagna questo inseguimento dell'ispirazione: l'odore delle parole (vv. 9-10), le onde del canto associate al flusso del sangue (v. 11), le armonie come sede stessa delle divinità che le ispirano (vv. 12-14). 
E, su tutto, il meraviglioso gioco metapoetico: mentre l'autore evoca un'ispirazione inafferrabile, ci sta regalando un piccolo gioiello lirico.

F. Goya, Ritratto della Marchesa di Santa Cruz come Euterpe (1805)

C.M.

martedì 3 dicembre 2013

I tre moschettieri (Dumas)

Quest'oggi vi riporto al 1844, anno della pubblicazione del più noto romanzo di Alexandre Dumas padre, autore di una grandissima quantità di opere narrative e teatrali. Con I tre moschettieri, apparso a puntate sul quotidiano Le Siécle in qualità di romanzo d'appendice, Dumas ci presenta le vicende del giovane guascone d'Artagnan e dei suoi amici moschettieri sullo sfondo delle Guerre di religione francesi, in particolare dell'assedio reale alla roccaforte ugonotta de La Rochelle (1628).

La storia inizia con l'arrivo di d'Artagnan a Parigi, con la sua raccomandazione al capo dei moschettieri M. Tréville e con gli incontri con losche figure (la cui identità sarà svelata solo alla fine), ma anche con i tre più valorosi soldati di Luigi XIII: Athos, Porthos e Aramis. Preso in simpatia dai tre moschettieri, in particolare da Athos, il quale a poco a poco lascia intendere al giovane e al lettore di avere un passato pieno di segreti, d'Artagnan partecipa alle loro avventure, fra duelli e intrighi di corte, fino a finire nel bel mezzo di una macchinazione ordita niente meno che dal cardinale Richelieu: avendo scoperto che la regina, Anna d'Austria, ha una relazione segreta con Lord Buckingam, il cardinale è deciso a smascherarla ricorrendo all'aiuto di una donna misteriosa, Milady, della quale d'Artagnan si lascia sedurre. Inizia così una lunga serie di imbrogli, rimedi e viaggi fra la Francia e l'Inghilterra, durante i quali i moschettieri tentano di mantenere salvo l'onore della regina e, al contempo, di prestare un valoroso servizio al re nell'assedio de La Rochelle.
Il lettore che, come me, approcci questo romanzo dopo l'esaltante esperienza della lettura de Il conte di Montecristo, rimane forse un po'deluso da questo testo, in cui mancano la suspense e la complessa architettura che sorreggono la narrazione della vicenda di Edmond Dantes. Molti meno personaggi, una scansione per piani temporali paralleli e una serie di scene-tipo ricorrenti (la sfida a singolar tenzone, i raggiri di Milady, i quadretti dedicati ai quattro servi di d'Artagnan e dei moschettieri) rendono la trama semplice e irregolare, nonostante la consistente mole del libro: a momenti di forte concitazione si alternano capitoli poco coinvolgenti e forse più inclini ad assecondare la voglia di romanticismo e atmosfere dei lettori ottocenteschi che ad apportare significativi sviluppi alla storia. Manca poi qualsiasi notazione psicologica e i personaggi appaiono talvolta come dei tipi, dal d'Artagnan giovane e inesperto che dovrà affrontare il suo percorso di maturazione al soldato gaudente Porthos, passando per la femme fatale Milady; fa in parte eccezione la figura di Athos, con il suo atteggiamento fra il militaresco e il paterno, ma anche con il disonore di un vissuto che non intende rivelare ad alcuno, ma, anche in questo caso, Dumas sorvola sugli aspetti psicologici, non approfondendo abbastanza un carattere e una storia che avrebbero meritato molta più attenzione di quella del giovanotto di Guascogna.

A. Dumas fotografato da Nadar
Un'ultimissima pecca riguarda l'ultima parte del romanzo, decisamente diversa, quanto a ritmo narrativo, rispetto al resto del libro: nelle pagine finali si avverte un'improvvisa accelerazione degli avvenimenti, come se, dopo i lunghi indugi su aspetti più che secondari, Dumas avesse affrettato la conclusione.
Da quanto ho scritto, si potrebbe pensare che non abbia gradito la lettura de I tre moschettieri, ma è tutt'altro che così: si è trattato, invece, di un testo piacevole e che consiglierei agli estimatori dei romanzi storici ottocenteschi. C'è spazio per riflessioni, per approfondimenti storici e, a tratti, anche per un lieve umorismo, tratti che rendono la narrazione estremamente godibile. Le mie perplessità derivano quasi certamente dal confronto inevitabile con l'altro capolavoro di Dumas, che mi ha affascinata in un modo che rendeva difficile ad un testo fratello la conquista di un primato.

C.M.

sabato 30 novembre 2013

Mostre d'inverno

L'inverno si presenta ricco di attrattive per gli amanti dell'arte di ogni epoca e genere; in diverse città d'Italia, infatti, sono già allestite diverse mostre che ci terranno compagnia nei prossimi mesi, rimanendo aperte anche nelle settimane festive (consultate però i singoli siti per informazioni dettagliate sugli orari). Ecco una piccola guida per chi vive nelle sedi fortunate di queste esposizioni o per chi, complici i finesettimana o i giorni di vacanza, organizzerà delle trasferte:

  • Rimane aperta fino alla fine delle feste, il 6 gennaio, la mostra ferrarese Zurbarán, inaugurata al Palazzo dei Diamanti lo scorso 14 settembre; ultimi mesi, insomma, per ammirare le opere dell'artista iberico. Informazioni sul sito di Palazzo dei Diamanti.
  • Il Vittoriano ospita dal 5 ottobre e fino al 2 febbraio uno spazio dedicato a Cézanne e gli artisti italiani del '900, in cui alle opere dell'impressionista francese vengono accostati i capolavori di Umberto Boccioni, Giorgio Morandi e molti altri autori del dopoguerra. Informazioni sul sito di Roma Capitale.
  • Proseguirà fino al 2 febbraio 2014 Cleopatra. Roma e l'incantesimo dell'Egitto, allestita nel Chiostro del Bramante a Roma dallo scorso 12 ottobre. La mostra riunisce centottanta opere raccolte grazie alla collaborazione fra il Museo egizio di Torino, i Musei Vaticani, il Louvre e altri fra i maggiori d'Italia ed Europa. Informazioni sul sito del Chiostro del Bramante.
  • Dal 17 ottobre è aperta a Milano la mostra Rodin. Il marmo, la vita, visitabile presso Palazzo Reale fino al 26 gennaio 2014; in questo contesto sono riunite più di sessanta opere che costituiscono l'esposizione più vasta e completa dedicata allo scultore parigino. Informazioni: www.mostrarodin.it.

  • Presso le Scuderie del Quirinale si sta svolgendo dal 18 ottobre la mostra Augusto, progettata da E. La Rocca e dedicata al ricordo del primo imperatore romano nel secondo millenario della morte; essa mette in relazioni le rappresentazioni del princeps con la nuova temperie culturale che scaturì dalla sua iniziativa politica. Per visitarla c'è tempo fino al 9 febbraio 2014. Informazioni sul sito delle Scuderie del Quirinale.

  • L'enigma Escher. Paradossi grafici tra arte e geometria, inaugurata a Reggio Emilia lo scorso 19 ottobre, ha già avuto un gran record di visitatori. Frutto di una collaborazione fra la Fondazione Palazzo Magnani e un comitato scientifico diretto da Piergiorgio Odifreddi, la mostra raccoglie centotrenta opere fra xilografie e mezzetinte. C'è tempo fino al 23 febbraio 2014 per scoprire questo particolarissimo artista. Informazioni sul sito di Palazzo Magnani.

  • L'esposizione torinese Renoir raccoglie una sessantina di opere provenienti dal Musée d'Orsay e dell'Orangerie che ripercorre le tappe più significative della carriera dell'artista francese, presentando, accanto ai paesaggi impressionisti, anche opere ritrattistiche. Al GAM dal 23 ottobre 2013 al 23 febbraio 2014. Informazioni: www.mostrarenoir.it.
  • Nelle stesse date si svolge la mostra Gemme dell'Impressionismo, che raccoglie presso lo spazio espositivo dell'Ara Pacis a Roma i capolavori impressionisti provenienti dalla National Gallery di Washington. Informazioni sul sito dell'Ara Pacis.

  • Dal 24 ottobre 2013 al 9 marzo 2014 si svolge la mostra Wahrol, prodotta dal Comune di Milano, Palazzo Reale, Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group; essa raccoglie oltre centocinquanta opere fra tele, fotografie, sculture che fanno parte della Brant Foundation e raccontano l'intenso scambio culturale l'artsta e il suo amico collezionista Peter Brant. Informazioni: http://www.warholmilano.it.

  • Genova ospita dal 6 novembre la mostra Edvard Munch, visitabile presso Palazzo Ducale fino al 27 aprile 2014. L'evento, curato da Marc Restellini, celebra il centocinquantesimo anniversario della nascita del pittore norvegese. Informazioni sul sito di Palazzo Ducale.
Se avete altre mostre da segnalare, aggiungete pure il titolo e la città nei commenti: provvederò ad inserire le informazioni e i relativi collegamenti nel post.

SEGNALATE DAI LETTORI:

  • Sempre al Palazzo Reale di Milano si svolge, dal 24 settembre al 16 febbraio la mostra Pollock e gli irascibili, dedicata all'approfondimento dell'esperienza della Scuola di New York che, negli anni '50, ha rivoluzionato il modo di intendere l'arte e il rapporto con la tela. Informazioni: www.mostrapollock.it (Segnalato da Valivi).
  • Dopo il successo della tappa romana, il 28 settembre è stata inaugurata a Catania la mostra dedicata alle sculture di Louise Nevelson, in una retrospettiva che ripercorre le tappe più significative dell'artista americana. Visitabile fino al 19 gennaio 2014 presso la Fondazione Puglisi Cosentino. Informazioni al presente link (segnalato da Alessia).

AGGIORNAMENTI:

  • La ricca offerta di Palazzo Reale a Milano comprende la mostra monografica dedicata a Kandinsky, visitabile dal 17 dicembre al 27 aprile. L'esposizione comprende oltre ottanta opere provenienti dal Centre Pompidou di Parigi e racconta il viaggio artistico e mentale di uno dei padri dell’arte astratta attraverso tutte le tappe del suo percorso. Informazioni: www.kandinskymilano.it

C.M.

lunedì 25 novembre 2013

Il barone rampante (Calvino)

Straordinaria commistione di realtà e fantasia, vero e verosimile, Il barone rampante, scritto nel 1957 e ispirato alla vicenda di Salvatore Scarpitta (rifugiatosi su un albero di pepe per sfuggire alla punizione della madre, ma solo per un giorno), è di certo il romanzo più noto di Italo Calvino, da leggere in stretta relazione alle altre due parti della trilogia I nostri Antenati, cioè Il visconte dimezzato e Il cavaliere inesistente. Come nel caso dei testi complementari, anche fra le poche ma densissime pagine del secondo capitolo della saga, Calvino suggerisce una riflessione sull'essere umano, sui suoi ideali e sui suoi comportamenti. Dietro alla ribellione del giovane Cosimo Piovasco di Rondò, futuro barone di Ombrosa, non c'è infatti solo il rifiuto di trangugiare una orribile zuppa di lumache preparata dalla sorella, ma un intento di ribellione e utopia che si intreccia alle grandi vicende della storia moderna fra il 1767 e il 1820.


La trama è in sé molto semplice: la già citata ribellione culinaria spinge Cosimo a rifugiarsi su un elce e a giurare, di fronte alla minaccia di punizione da parte del padre non appena fosse sceso, di non mettere mai più piede a terra. Da questo momento assistiamo a mille rocambolesche avventure che si consumano nei boschi e nei giardini di Ombrosa e fra le chiome degli alberi, dove Cosimo organizza un'esistenza che, pur nel contatto con la natura, cerca di riprodurre le comodità della vita domestica, fra libri, scrittura, impianti idraulici e battute di caccia. Nel corso della sua permanenza fra le piante, Cosimo incontra briganti, esuli, bande di ladri di frutta, soldati e, soprattutto l'amore, ma da quella stessa platea vegetale è costretto ad assistere alla progressiva scomparsa dei familiari e alla decadenza della bella Ombrosa che, dopo la sua scomparsa, sarà privata della stessa rigogliosa vegetazione che ha permesso l'avventura del barone.
Con la figura ribelle di Cosimo, nel romanzo entrano i grandi personaggi e i turbinosi fermenti della storia, fra manipoli austriaci, francesi e russi, illuministi e, addirittura, Napoleone in persona. L'agile arrampicatore si destreggia fra incursioni di pirati turchi, assalti degli inquisitori e azioni di guerriglia, portando la passione in ogni suo gesto e in ogni singola iniziativa (come quella della redazione dei Quaderni di lagnanza o nella difesa del bosco dai lupi), ma l'eco della sua ribellione è destinata a svanire con la rapidità con cui passa sopra la sua foresta la mongolfiera che appare nelle ultime pagine del racconto.

Il barone rampante conduce una riflessione sulla vanità e sulla fragilità dell'utopia, presentandone con tanto accoramento le premesse ma sgretolandone gli effetti con altrettanta determinazione. Con uno stile programmaticamente ripreso da Ariosto (citato nell'episodio della follia amorosa del cap. 23, oltre che nell'intero Cavaliere inesistente), Calvino insegue con rimpianto e distacco ironico le imprese e le convinzioni di Cosimo, sorridendo e rallegrandosi sinceramente dei suoi traguardi, ma come se, in fondo, ci ricordasse che qualsiasi conquista, anche la più convinta, è destinata a crollare non appena scompare chi ne ha incarnato i valori. Il visionario, l'utopista, insomma l'intellettuale, l'uomo che vuole partecipare attivamente al proprio tempo è destinato alla solitudine e ad essere niente più che un vessillo di un'ideologia che i più non potranno né vorranno mai mettere in pratica.

C.M.

NOTE: Articolo pubblicato per la prima volta su Libri da leggere assolutamente.

venerdì 22 novembre 2013

Sguardi impudenti: lo scandalo Manet

Nel 1863 il trentunenne Éduard Manet presenta un dipinto al Salon dell'Accademia delle belle arti, esposizione artistica parigina a cadenza biennale, ma se lo vede rifiutare per motivi sia etici che tecnici: la sua opera, oltre che di cattiva esecuzione, è considerata offensiva rispetto alla morale comune, perché ritrae due giovani donne, una delle quali nuda, che si intrattengono sulle rive di un fiume con due gentiluomini. Il suo quadro è fra gli oltre quattromila che in quell'anno vengono respinti dagli accademici, ed è in compagnia delle opere di Manet, Pisarro e molti altri artisti che vengono esposte al Salon dés Refusés, voluto da Napoleone III, con una scelta che viene considerata convenzionalmente il punto d'origine dell'Impressionismo.
Inizia così la storia del dipinto forse più noto di Manet, la Colazione sull'erba.

É. Manet, Le déjeuner sur l'herbe, olio su tela (1862,1863),
conservato al Musée d'Orsay di Parigi

Non ottiene un'accoglienza più calorosa l'altra opera che Manet realizza nello stesso anno, il ritratto di donna nuda intitolato Olympia, il cui soggetto è evidentemente una prostituta parigina reduce da una notte di passione alla quale vengono porti da una serva i doni floreali di un amante. Anche Olympia, come l'anonima donna in primo piano nella Colazione, fissa lo spettatore del dipinto.
La volontà dell'artista di stabilire un rapporto diretto fra lo spettatore e lo sguardo della donna, quindi con la donna stessa, deve aver colpito profondamente la società parigina: l'attenzione del pubblico è evidentemente attratta dagli occhi delle protagoniste nude dei due dipinti e distolto con prepotenza dagli altri elementi.
Certo, non è la prima volta che l'arte ospita figure di nudi femminili, ma quelli ritratti da Manet non sono corpi di divinità, né di giovani e morigerate borghesi, bensì di cortigiane che si mantengono grazie alla loro bellezza e al loro fascino, che esercitano non solo sugli amanti raffigurati accanto a loro (come nella Colazione) o solo evocati (dal mazzo di fiori di Olympia), ma, proprio attraverso quell'apostrofe silenziosa, anche a coloro che stanno dall'altra parte della tela.

É. Manet, Olympia, olio su tela (1863), esposto al Musée d'Orsay di Parigi

Entrambi i dipinti si ispirano a originali rinascimentali, il primo al Concerto campestre di Tiziano o Giorgione del Louvre (1510), il secondo alla Venere di Urbino di Tiziano (1538), ammirabile agli Uffizi, eppure evocano una concretezza che è estranea alle idealizzazioni dei loro modelli: gli sguardi delle donne di Manet stabiliscono un rapporto che impedisce qualsiasi astrazione, che radicano lo spettatore alla realtà sociale in cui vive. Gli occhi di Olympia e della bagnante nuda sono un richiamo alla coscienza, l'invito a non nascondersi dietro le apparenza, una sfida ad affermare una vita lontana da qualsiasi idealizzazione, ma ugualmente meritevole di far parte dell'arte.

C.M.

NOTE: Articolo pubblicato per la prima volta in Eclettica - la voce dei blogger.

martedì 19 novembre 2013

Owl Prize #6

Ritorna l'appuntamento con l'Owl Prize, ovvero con i consigli di lettura dal mondo dei blog. Il fatto che sia passato molto tempo dall'ultima assegnazione del riconoscimento, principalmente a causa dei (felicemente) sopraggiunti impegni di lavoro che hanno in generale rallentato la mia attività di blogger, non significa che non abbia bazzicato per il web e apprezzato molte delle sue voci.
Prima di consegnarvi gli otto articoli selezionati, voglio ringraziare Clara di Animula Solivaga per avermi premiata con il Versatile Blog Award e vi suggerisco di visitare il suo blog. Non rilancerò la premiazione perché ormai credo di avervi detto quasi tutto di me e di assolvere ai doveri del passaparola con la segnalazione di articoli e pagine che ho l'occasione di proporvi con i post ordinari e con questo Owl Prize. Premi e citazioni sono a mio parere il modo migliore per indirizzare lettori e amici verso i contenuti più interessanti del web, quindi vi invito a cogliere queste occasioni al volo!



Come sempre, al termine della rassegna, vi auguro una buona lettura!

C.M.
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