lunedì 18 febbraio 2013

Amaz...ing

Ancora non si è spenta l’eco delle vergognose notizie riguardo le condizioni degli operai cinesi impiegati negli stabilimenti della Foxconn per la fabbricazione di strumentazioni tecnologiche, che siamo di nuovo richiamati ad affrontare il tema della dignità dei lavoratori e del rispetto dei loro diritti. È niente meno che il colosso del commercio elettronico Amazon a farci indignare in questo momento.


Il tema del lavoro brucia oggi più che mai, e mi rendo conto che trattare la questione dei lavoratori schiavizzati in altre parti del mondo non è meno urgente che affrontare il tema della avvilente carenza di occupazione nel nostro Paese. Parto tuttavia da un affare estero perché ho la scomoda sensazione che i maltrattamenti dei lavoratori più deboli, politicamente ed economicamente spossati siano strettamente connessi alla situazione italiana e, più in generale, delle nazioni colpite dalla crisi.
Un brevissimo riepilogo sulla vicenda cinese: dal 2009 si è registrato presso la Foxconn, industria di componentistica elettronica che rifornisce importanti marchi come Apple, Samsung, HP, un impressionante aumento del tasso dei suicidi tra gli operai, dovuto alle condizioni disumane di lavoro: orari insostenibili con miseri intervalli per i pasti, un salario di circa 100 euro mensili, segregazione in strutture sovraffollate e maltrattamenti fisici da parte delle guardie.


Una sintesi che basta a suscitare orrore e disapprovazione. Ma queste notizie arrivano dalla Cina, e troppo spesso siamo portati a credere che i Paesi occidentali siano immuni da simili barbarie. Se una saggia professione di umiltà non bastasse a farci cambiare idea, arriva la prova eclatante che il cinismo e l’arroganza del sistema produttivo stanno dilagando anche negli Stati cosiddetti ‘civili’.
Un reportage mandato in onda dalla televisione tedesca Ard e Diana Löbl e Peter Onneken denuncia le condizioni che regolano la vita e l’attività lavorativa degli operai stagionali assunti presso lo stabilimento di Amazon a Bad-Hersfeld, nell’Assia. In occasione delle festività natalizie, migliaia di persone provenienti soprattutto dai Paesi più poveri o più duramente colpiti dalle devastanti contingenze economiche degli ultimi anni (come la Spagna) hanno trovato occupazione presso questa struttura. Fin qui sembra di parlare di un delizioso quadretto con tanto di neve, ma basta guardare alcune parti del filmato, anche senza comprendere una sola parola (una sintesi è comunque presente su Corriere della Sera e Sole 24 ore.) per rendersi conto di quanto sia veloce la trasformazione di una speranza in sfruttamento.
Sottopagati, costretti a lavorare a ritmi insostenibili, privi di alcuna garanzia occupazionale e di contribuzione sociale, costretti a vivere assiepati in appartamenti minuscoli e nutrendosi di cibo in scatola: queste le condizioni degli operai di una realtà che rappresenta nell’immaginario comune una delle vette della modernità. Come se non bastasse, è emerso che l’organizzazione che si occupa della vigilanza nello stabilimento tedesco afferisce ad aree di ideologia neonazista.
Non vale più l’attenuante della lontananza e della diversità culturale che si poneva alla nostra coscienza rispetto alla questione cinese: ora siamo nel cuore dell’Europa e non possiamo ‘tranquillizzarci’ spiegando il tutto con la presenza di regimi o sistemi di gestione del lavoro da lager…
Perché accennavo ad una connessione fra la situazione dei Paesi che, come il nostro, soffrono degli effetti di una crisi che sembra infinita e questo scandalo industriale? La constatazione che molti degli operai coinvolti nella vicenda di Amazon provenissero proprio da realtà segnate da un profondo disagio economico e sociale è, secondo me, una motivazione più che sufficiente.
Ma voglio essere più chiara, pur tentando l’estrema concisione che si addice alla comunicazione internettiana.
Da anni, ormai, le grandi industrie italiane (giusto per guardare a ciò che accade in casa nostra) manifestano la tendenza alla delocalizzazione degli impianti produttivi in aree del mondo dove, notoriamente, la manodopera ha un costo molto più basso[4]. Al risparmio sui salari si accompagna la possibilità di sorvolare su certi diritti che in Italia sono ormai sacri: mi riferisco ai vincoli orari, alle forme di contribuzione sociale, al sistema dei permessi di malattia e per questioni familiari, giusto per citarne alcuni.
Sappiamo, certo, che in Italia questi diritti vengono talvolta disattesi con i sotterfugi più vari, che il livello degli stipendi è bassissimo rispetto alla media europea in ogni settore e che il sistema pensionistico fa acqua da tutte le parti. Ma una tutela minima esiste. Sappiamo anche dei soffocanti cavilli burocratici e dell’elevata tassazione sulla manodopera, e sicuramente per incentivare le assunzioni a questo si dovrebbe mettere mano.
Resta però il fatto che è estremamente conveniente tenere in piedi strutture basate sullo sfruttamento e produrre in aree del mondo sottosviluppate e, per così dire ‘a basse pretese’; si può così realizzare una produzione molto più libera e sciogliersi dai vincoli posti sul lavoro in Italia. Tutto questo, però, oltre a non fornire effettive possibilità di miglioramento delle condizioni di vita agli operai delle aree di decentramento produttivo, di riflesso aggrava la situazione nel nostro Paese, dove aumenta la disoccupazione. E, aumentando la disoccupazione, si innesca un meccanismo che, di fatto, logora a poco a poco anche i diritti basilari dei lavoratori, poiché una grande offerta di forza lavoro fa sì che la domanda possa qualitativamente scadere sotto il profilo retributivo e delle garanzie: «Vuoi lavorare? Queste sono le condizioni.» è la considerazione sottesa alla drammatica situazione.
Vi sembra che questo sfruttamento della disperazione sia poi così diverso dal lavoro in nero pagato 2 euro l’ora che viene comunemente rifilato agli immigrati?

G. Courbet, Gli spaccapietre (1849): distrutto nei bombardamenti di Dresda,
è un dipinto che denuncia lo sfruttamento

C.M.

2 commenti:

  1. Pensare che tutto questo possa avvenire in uno stato dell'Unione Europea fa davvero riflettere.
    Il mio parere in merito è questo:
    Le pesone che comandano questo mondo(e non mi riferisco alla massoneria in stile Kazzenger) vogliono creare una specie di ricatto alla società. Provate a pensare, se piano piano venissero erosi i diritti dei lavoratori e prosposti contratti incondizionabili, cosa succederebbe? Mi spiego meglio, immaginate di trovarvi in un mondo dove quello che guadagni in un giorno ti permette di arrivare solo al giorno dopo, non avresti più la forza economica per sostenere uno sciopero e reclamare più diritti, non potresti andare in vacanza o prenderti tempo per te stesso e non avresti più la possibilità di elevarti socialmete. In poche parole diventeremo come i servi della gleba, solo in stile moderno!

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    Risposte
    1. L'alienazione e lo sfiancamento, assieme a tante ideologie paternalistiche che suggeriscono di abbassare la testa, sono sempre stati e, purtroppo, si dimostrano tutt'ora le armi di un sistema conservatore che continua a perpetrare la vecchia legge dello sfruttamento. Fa ribrezzo che, quanto più l'Occidente condanni certe tendenze, tanto più cerca i sotterfugi per aprofittarne a sua volta: non è un mistero che la penuria di lavoro nel nostro Paese sia figlia dell'abitudine di sfruttare la mancanza di diritti di altri.

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