giovedì 21 marzo 2013

È ancora possibile la poesia?

Oggi, oltre che il primo giorno di primavera, è anche la Giornata mondiale della poesia. Si tratta di una ricorrenza voluta dall'UNESCO per valorizzare una forma espressiva che ha «un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace».
Ma qual è, oggi, il valore della poesia nella nostra società? Citando Montale, mi chiedo: è ancora possibile la poesia? Il poeta ligure, infatti, scelse questa domanda come oggetto del discorso tenuto in occasione della cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975.


Vorrei, pertanto, radicare le mie riflessioni nelle sue autorevoli parole:
«Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L'arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l'uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. […] Sotto lo sfondo così cupo dell'attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione.»
Come si concilia, dunque, la poesia con questa incontrovertibile considerazione? Siamo bombardati da una comunicazione veloce, rumorosa, roboante, fatta di slogan sintetici che non ci chiedono di fermarci troppo a pensare e che, anzi, mirano a sottrarsi alla criticità. Tutto ciò contrasta con la dimensione richiesta dalla poesia, ovvero quella del raccoglimento, del silenzio, di uno spazio in cui possano echeggiare solo le parole, con la pregnanza, il suono e la consistenza voluti dal poeta. Questo è il primo punto che mina la risposta affermativa che gli amanti della versificazione sperano, indubbiamente, di ricevere. Ma Eugenio Montale pone poi l’accento su un’altra questione, che sembra, apparentemente, garantire la sopravvivenza della poesia:
«La poesia è l'arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L'incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni»
La massificazione, insomma, da un lato minaccia la sopravvivenza dell'arte poetica, dall'altro ne garantisce la persistenza. Il problema è che una produzione massiccia, a qualsiasi arte afferisca, è, inevitabilmente, una produzione esposta al logorio, ad un generale abbassamento di qualità: accanto ad opere di grande valore, geniali, potenzialmente in grado di segnare un’epoca esistono infatti montagne di lavori mediocri o bassissimi che, posti assieme ai primi sulla bilancia, finiscono per causare un’omologazione tonale. È estremamente difficile scorgere, nell’enorme quantità di testi, un punto di riferimento, un campione di alta qualità. Lo stesso Montale lo sottolinea, quando scrive che «resta sempre dubbioso in quali limiti e confini ci si muove parlando di poesia», dato che «molta poesia d'oggi si esprime in prosa. Molti versi d'oggi sono prosa e cattiva prosa».
Com'è possibile, allora, individuare il pregio di un testo, poesia o prosa che sia? Dove finiscono la moda, la maniera, la voglia di dirsi ‘poeti’ e dove inizia il vero valore? E, in tanto vasta produzione, come si fa a scorgere il vero talento? 
Personalmente, ho sempre pensato, forse perché non rientra nelle mie prerogative, che scrivere poesia sia molto più difficile che scrivere un testo narrativo, o, meglio, che per la versificazione il rischio della banalità e dell'aforisma sia tanto pressante da richiedere un grado di ponderazione molto più alto rispetto ad un racconto che, invece, è sottoposto alle logiche più rigorose della sintassi e della immediata ricevibilità. Non ci si può improvvisare, pensare solo a spezzare in più righe, magari brevissime, quello che passa per la mente: la poesia ha un pregio se manifesta attenzione all'armonia o alla disarmonia, al peso o alla leggerezza, alla morbidezza o alla durezza di una parola, se gioca abilmente con la metrica o con gli spazi bianchi, con le figure di suono. Se manca questo, leggiamo un bigliettino dei Baci Perugina, magari bello, ma culturalmente insignificante, staccato, privo di capacità comunicative, comunque non poesia.
Si potrebbe obiettare che anche «M’illumino d’immenso» potrebbe, secondo questa logica, non essere considerato poesia, ma qui entra in gioco la necessità di legare l'essenzialità al contesto storico in cui nasce (e, comunque, non si può non definire acuto l'accostamento dell'illuminazione all'immensità). Anche questo dato, indubbiamente, con la massificazione perde il proprio valore: non possiamo più conoscere il legame autore-testo-storia, né apprezzare le diverse esperienze, perché tutto è omologato, standardizzato.
Voi cosa ne pensate? Ha ancora senso parlare di poesia? Si può sperare che emerga, magari in un futuro prossimo, un vero talento poetico in grado di farci respirare la grandezza di tanti versi del passato?


«Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
"follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore la tavolozza dell'anima mia:
"malinconia".
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c'è che una nota
Nella tastiera dell'anima mia:
"nostalgia".
Son dunque...che cosa?
Io metto una lente
Davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia»
(A. Palazzeschi, Chi sono?, 1909)

C.M.

34 commenti:

  1. Difficile parlare oggi di poesia!
    Il fatto di poter dire "mi piace" o "non mi piace" lo possiamo affermare solo perchè le abbiamo studiate a scuola! Sono stati i professori che ci hanno insegnato che cosa il poeta volesse dire con questa poesia, ed era bello chiedere ai prof "ma voleva dire solo quello?? Non può essere che volesse dire anche quest'altro?" E dando il tuo pensiero, magari esatto, la si poteva leggere in un modo ancora diverso!! Si trovava un significato diverso di volta in volta! Ma, se noi leggessimo oggi una poesia di un autore sconosciuto, saremmo in grado di apprezzarla come quelle studiate a scuola? Saremo in grado di capire CHE COSA il poeta volesse dire?
    E sono anche certa che, internet, tv ecc, abbiano influenzato il pensiero, perchè per creare una poesia bisogna pensare!!! E pare che stia diventando sempre più difficile! Ma è anche vero che certe persone "nascono poeti", solo che preferiscono dare sfogo alle loro passioni tramite romanzo e non di certo tramite raccolte poetiche!! E non dimentichiamo, inoltre, la triste realtà che affligge i poeti! Cioè che riscuotono successo solo quando muoiono, così come tutti i protagonisti di ogni forma d'arte (vedi Pittori!!)
    per farla breve io credo che finchè la poesia venga studiata a scuola, finchè la scuola ancora permetta di insegnare autori come Pascoli, D'Annunzio, Montale ecc, la poesia non possa andare perduta. E chissà, magari un giorno, questa forma d'arte allo stato puro, risorgerà come una fenice!

    PS- la mia poesia preferita è "X agosto" di Pascoli! ;)

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    1. Intanto benvenuta e grazie per la tua accorata partecipazione! :) Il problema è proprio quello che segnali, Benedetta: ormai nessuno mette in discussione (giustamente!) il valore degli autori proposti a scuola, anche se ce ne sono tanti che, pur meritando ampi spazi, vengono sacrificati a beneficio di altri (personalmente, mi ha dato molto fastidio studiare decine di poesie di Petrarca e non arrivare, in tre anni, a leggere che qualche verso di Pavese). Loro, diciamo, sono salvi, perchè fanno parte di un canone intoccabile (e, ripeto, giustamente). La tendenza ad elaborare delle "classifiche" di importanza, d'altronde, risale già all'antichità. Ma che ne sarà, domani, dei poeti di oggi che, con il proliferare della comunicazione in rete, da una parte hanno certo più vie per la pubblcazione, ma dall'altra finiscono per essere goccioline in un oceano (se mi si passa l'immagine logora)? Paradossalmente, temo che il rischio dell'anonimato sia ancora più forte ora che in passato. Mi chiedo se, dei nostri anni, resterà qualche mito in senso poetico, ma anche narrativo o artistico in genere. L'auspicio della fenice mi piace, è una bella immagine, quindi speriamo! Grazie ancora e complimenti per la scelta poetica. Cristina

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  2. Interessante riflessione. Vero, è difficile giudicare la qualità di una produzione letteraria, ma in ogni caso sarebbe bene tenere presente che si tratta sempre di un giudizio soggettivo, perché nessuno è l'arbitro assoluto del bello.
    Spostando il punto di vista, direi che la poesia è ancora non solo possibile, ma necessaria. Perché qualcuno ancora sente il bisogno di scrivere versi, che poi a qualche lettore potranno piacere, ad altri potranno parere insignificanti; eppure l'importante è che siano sinceri, sentiti, ispirati, che zampillino da una vera sorgente interiore.

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    1. Concordo: qualsiasi sia il giudizio estetico che possiamo dare di un'opera (di qualsivoglia genere), qualsiasi espressione artistica è necessaria. Quello che spero è che la società e i mezzi di comunicazione odierni non irretiscano l'arte, che non la sviliscano. Mi preoccupa la diffusione della mentalità del "tutti lo possono fare": Certo, l'arte è democratica, tutti devono avere la possibilità di accedervi, di praticarla, di fruirne e di interpretarla come meglio credono. Il problema nasce nel momento in cui occorre canonizzare. Nel film "Agorà" di Alejandro Amenàbar (2009) c'è una scena che mi ha fatto venire i brividi: durante l'incendio della biblioteca di Alessandria (e qui torno all'esempio di Montale), Ipazia si adopera per la salvezza degli "autori importanti", dicendo di "lasciare gli altri"; non so se oggi avremmo la stessa sensibilità, la stessa capacità di riconoscere il valore, nel mare magnum di testi in cui navighiamo. Ma, d'altronde, il discorso di Montale si chiudeva così: <>.

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    2. Da una parte ti do pienamente ragione, è necessario avere dei criteri per riconoscere il valore. Dall'altra, però, trovo che ci sia un'intrinseca ambiguità nel concetto. Chi sono gli "autori importanti"? I più noti? Quelli che hanno fatto delle svolte significative, creato nuove correnti? I massimi esponenti delle correnti, cioè i più rappresentativi dei principi a cui queste correnti si ispiravano? Oppure semplicemente i più bravi, quelli che hanno prodotto opere di maggior pregio? Soprattutto in quest'ultimo caso, la selezione è altamente soggettiva. Ricevendo la stessa raccomandazione di salvare gli "autori importanti", persone diverse salverebbero gli stessi? Temo di no. E non perché qualcuno di loro abbia delle mancanze, ma perché l'arte non è matematica: quot capita, tot sententiae.
      Ma come concludeva Montale?

      PS: Amo la figura di Ipazia d'Alessandria, donna forte di lettere e di scienza: un modello a cui ispirarsi. :-)

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    3. Ho visto ora che la citazione di Montale è stata tagliata (probabilmente a causa delle virgolette). Era questa: "Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. E' come chiedersi se l'uomo di domani, di un domani magari non-lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione".
      La scelta degli autori di pregio o importanti è indubbiamente soggettiva, ed è appunto l'enorme produzione di testi che la rende ulteriormente difficoltosa. D'altronde, anche fra i grandi autori ce ne sono molti che non suscitano in alcun modo il mio trasporto e che proprio non mi piace leggere. L'antologia, insomma, è un'operazione delicata, ognuno, potendo elaborare un proprio canone, giungerebbe a risultati diversi. Quindi anch'io, come te, sono d'accordo sulla soggettività, solo che sono convinta che debba esistere un livello base per l'approvazione e la promozione di un testo: per la narrativa sono la bontà del soggetto, la coerenza dell'intreccio e la correttezza sintattica, caratteristiche imprescindibili... ma per la poesia? Spesso si leggono testi che sono solo frasi comuni divise su righe successive, spesso senza una precisa tecnica. Forse, però, questa impressione è solo un mio limite, d'altronde ammetto di essere per indole (e me ne rammarico) una pessima fruitrice di poesia contemporanea. Per questo ho posto l'interrogativo. :)

      Quanto a Ipazia, sono felice che negli ultimi anni la sua figura sia stata portata alla luce; io stessa ne conoscevo solo vagamente il nome prima che l'uscita del film facesse emergere tante pubblicazioni. Ho avuto l'onore di sentire, al riguardo, una conferenza tenuta all'Università di Verona da Gemma Beretta, una biografa di Ipazia insieme a Margherita Hack: ne è emersa una conversazione davvero stimolante! Fra l'altro avevano scelto la data dell'8 marzo (2010), quindi è stata anche un pregevole modo di celebrare la festa della donna. :)

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    4. Hai ragione, dovrebbero esserci delle caratteristiche imprescindibili. Eppure anche in certa narrativa sperimentale recente questi requisiti minimi (sui quali io e te saremmo d'accordo) non sono affatto rispettati: soggetti inesistenti, trame incoerenti, frasi scorrette, errori ortografici deliberati... Io mi limito a leggere altro, in genere romanzi e poesie "ben stagionati" - "tornate all'antico e sarà un progresso", direbbe Giuseppe Verdi.

      Anch'io sono stata contenta che quel film abbia reso più celebre Ipazia, che mi è cara e alla cui figura mi ero parzialmente ispirata, ormai sei anni fa, per un mio personaggio (nella narrazione stessa, a un certo punto, è un altro personaggio a fare esplicitamente il paragone). Mi sarebbe proprio piaciuto assistere alla conferenza!

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    5. Infatti anch'io preferisco guardare alla tradizione, proprio perchè ritrovo nella poesia del passato il rispetto delle norme per me essenziali, ma che oggi, evidentemente, non sono presenti a molti che fanno poesia. Quind il quesito montaliano dovrebbe forse essere tradotto in questo: in quale misura si salveranno le categorie formali della poesia?

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  3. Nel corso della mia vita, per alcuni anni ho fatto parte della giuria di un premio nazionale di poesia (non certo un premio molto importante, tuttavia gestito con scrupolo e onestà dagli organizzatori). Ho infine dato le dimissioni per disperazione: quando cominciavo a leggere le liriche mi sentivo male, notando che la qualità scadeva di anno in anno. Quello che si notava subito era la presunzione di credersi poeti semplicemente trasponendo su un foglio il sentimentalismo più languido, di derivazione canzonettistica, senza neppure provare a tradurre in immagini un po' originali le emozioni soggettive. Non parliamo poi della versificazione, del tutto inesistente, dell'assenza di ritmo, che in poesia è importante, per evitare che il tono prosastico (quando non nasce da una scelta stilistica consapevole, come per esempio in Gozzano) possa prevalere. Ciò nasce dall'incultura, dal rifiuto dei modelli e dall'idea che il bricolage espressivo sia più che sufficiente per farsi leggere e ammirare. Esiste una vulgata del romanticismo e anche delle scuole poetiche successive, che purtroppo trova spazio anche nel'insegnamento di molti professori, secondo la quale alla base della poesia può esistere solo l'emozione non elaborata, che la metrica non conti affatto, per non parlare della rima. Qualcuno dovrà pur dire agli studenti che Montale, per esempio, usa spesso il sonetto (talvolta elisabettiano) e che ci vuole un po' di attenzione per individuarlo, essendo ben dissimulato dalle rime interne e dagli enjambement. Questo per dire che l'equivalenza modernità-spontaneità non ha molto senso neppure in poesia; così come non ha molto senso l'enorme importanza che viene data alla soggettività quando si dà un giudizio critico. Voglio dire che il "mi piace" o il "non mi piace" è un po' troppo inflazionato come criterio di giudizio: solo l'analisi attenta del testo poetico ci può dire se questo contiene i pregi letterari necessari a farlo considerare opera di poesia. Certo, il gusto è importante, ma non lo sopravvaluterei:

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    1. Era proprio questo il problema emerso: se è vero che per giudicare un prodotto artistico non si può tralasciare un aspetto estetico, quali categorie prendiamo come riferimento per temperarlo ed evitare lo strapotere del puro gusto?
      Come scrivi tu, laulilla, il ritmo e la costruzione sono essenziali, sia quando la poesia segue una forma tradizionale, sia quando si fa sperimentale. Occorre poi un buon tema o nucleo di riflessione, magari molto battuto, ma espresso con toni e immagini originali e iconiche. La cosa che più amo nei versi è la sonorità, che, dunque, citerei come ulteriore caratteristica fondamentale.
      Nel rispondere all'ultimo commento di Giulia, scrivevo che, forse dovremmo, più che parlare di sopravvivenza della poesia, affrontare il problema della persistenza delle categorie formali che informano la poesia. E mi pare che siamo tutte d'accordo sulla decadenza di questi aspetti.

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  4. Sono totalmente d'accordo, Cristina, anche relativamente alla sonorità dei versi: la poesia italiana, nasce dalla tradizione provenzale, in cui i trovatori la suonavano e cantavano, eccome.
    Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono/di quei sospiri... Il grande Petrarca ricorda la tradizione e ce la ricorda proprio nel sonetto introduttivo del Canzoniere! Impossibile immaginare che la poesia non sia sonora! Una bella discussione!
    :-D

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    1. Una bella discussione pechè caldamente partecipata, e ve ne ringrazio! Per il periodo post-pasquale ho già in mente una nuova prospettiva per riparlare di poesia... vi aspetto! :)

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  5. "Non sono niente.
    Non sarò mai niente.
    Non posso volere essere niente.
    A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo".

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    1. Non conoscevo questi versi (ho scoperto ora che sono di Fernando Pessoa), quindi grazie di averli riportati. Direi che qui non c'è dubbio sulla poesia: concisione, climax, sonorità, e tanta significazione. Il fatto che abbia riportato un brano straniero mi suggerisce un altro "problema" che sorge nella ricezione e nella capacità di godere a pieno della poesia: quello della lingua originale. Io l'ho notato studiando (poco) Shakespeare e (tanto) gli autori classici, soprattutto latini: la pienezza dell'arte poetica si può cogliere solo fruendo i testi in lingua originale; senza questo, possiamo leggere poesie intense, piacevoli, belle, piene di espressività, ma, purtroppo, perdiamo il suono intrinseco... qui, fortunatamente, tutto è salvo!

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  6. Hai colto nuovamente molto bene un'altra questione assolutamente cruciale. Secondo me non è più possibile fare poesia, non finché non arriverà un disastro nucleare di tale potenza e portata da annullare ogni cosa, compreso il linguaggio e tutto il codice dei segni che gli si è depositato sopra. Solo allora potremo realmente ricominciare a parlare, e la poesia sarà nuovamente possibile.

    Il codice semiotico si è talmente arricchito da aver fatto scomparire il significato originale delle parole: ora le parole significano tutto, significano troppo, hanno troppo da dire e non dicono più niente. Il messaggio è talmente roboante che passa sopra al segno, lo precede e lo rende perciò inutile, antiquato: presto o tardi parleremo per cenni, per iniziali, per monosillabi; avremo tutti le stesse cose da dire, le stesse cose da pensare. Il linguaggio imploderà dall'interno, e ci lascerà paurosamente inermi.

    Per la poesia, no. La poesia ha bisogno innanzitutto di silenzi, hai detto bene tu. La poesia restituisce la verginità alle parole, toglie loro quella patina di sedimenti accumulata dall'uso; dice delle cose nuove con le stesse parole di prima, ed è miracolosa in questo! Tutto questo non è più possibile, purtroppo. L'eredità della poesia è stata raccolta - pensa un po' - dalla pubblicità, dall'uso insistente delle figure retoriche di immagini e di suono: e così quell'esclusiva che era propria dei poeti è andata persa, pure quella. Sai dove comincia la vera poesia, la poesia di oggi? Dal parlare il meno possibile; dire le cose, solamente le più urgenti, esclusivamente quando è il caso di dirle; parlare solo quando è necessario, scrivere lo stesso. Restituire dignità alle parole. Cominciamo intanto a fare un po' di silenzio. La poesia viene dopo; la poesia è una conseguenza.

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    1. Un bell'intervento, Giuseppe, soprattutto per le ultime righe. La poesia, d'altronde, è quella forma di comunicazione che dovrebbe mettere l'uomo in comunicazione con se stesso, con la realtà che lo circonda, con il divino (per la poesia religiosa), con il senso profondo delle cose, con la natura. E, si sa, per ogni buon colloquio, occorrono il silenzio e il raccoglimento. E' importante cogliere il peso e il valore delle parole; per questo motivo amo la poesia di Pascoli, la stretta relazione fra le parole e il loro significato, la simbiosi fra il suono e l'essenza.
      L'apertura del tuo commento, d'altronde, mi fa venire in mente la sanzione di un altro blocco: quello che Zeno Cosini ravvisa nei confronti della propria esistenza, nell'inettitudine, nell'impossibilità di una comunicazione (quella che si aspetta da lui il Dottor F.) e che ha, appunto, come unica soluzione un annientamento, un'esplosione.

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  7. Ottimo riferimento, pensavo proprio a quello, complimenti! Anch'io adoro la poesia di Pascoli, personalmente mi ci sono formato, eppure riconosco che rappresenta un punto di non ritorno. Proprio Montale, qualche generazione dopo, denuncerà la crisi non reversibile della parola, tant'è vero che le sue ultime produzioni rasenteranno il diario e la prosa. Spero proprio di sbagliarmi, ma tant'è: la poesia per me ha esaurito il suo corso.

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    1. Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
      l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
      lo dichiari e risplenda come un croco
      perduto in mezzo a un polveroso prato.

      Ah l'uomo che se ne va sicuro,
      agli altri ed a se stesso amico,
      e l'ombra sua non cura che la canicola
      stampa sopra uno scalcinato muro!

      Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
      sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
      Codesto solo oggi possiamo dirti,
      ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

      E. Montale, Non chiederci la parola (1923)

      Non so se ti riferissi a questo, ma hai fatto scattare un altro collegamento.

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  8. Pensavo proprio a quello. Ancora una volta, centro perfetto!

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    1. Lieta di questa convergenza di spunti e opinioni! :)

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  9. Personalmente credo che esistano tanti poeti veri, anche oggi. Il discorso di Montale è simile a quello di Benjamin. Sì, li condivido, l'intellettuale deve sempre denunciare il marcio. E fa bene a tutti conoscere il marcio. Ma la poesia c'è, e si vede. Un esempio di poeta oggi è Claudio Damiani. Un altro Stefano Benni (è più famoso per la narrativa, lo so, ma ho letto le sue poesie e, quando mi è capitata l'occasione di farle autografare, mi ha confessato che è stato il libro migliore che ha scritto).

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    1. Personalmente fatico ad apprezzare la poesia scritta oggi, perché credo che molto si leghi al vissuto degli autori e alla conoscenza del contesto in cui vivono, e non ho l'abitudine di prepararmi o documentarmi sugli autori prima o dopo la lettura. Senz'altro è un limite mio, mi fa invece molto piacere che i miei lettori abbiano dei riferimenti più solidi e che mi mettano al corrente di ciò che non conosco! :)

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  10. Questione mica da ridere! È vero che la poesia è una forma d'arte estremamente democratica, nel senso che a ciascuno di noi è stato fornito, a scuola, un "kit base" per questo tipo di produzione artistica. Si è appena conclusa l'era dell'SMS ed è iniziata quella della twitteratura, non ci siamo ancora affrancati dal televisore e la comunicazione è diventata quella che è. I giovani scribacchiano poesie, pure io lo facevo e qualcosa ho caricato sul blog, ma il più delle volte sono frasi in prosa spezzate a casaccio e senza quel lavoro che la vera poesia richiede. Cioè, è difficilissimo scrivere una poesia! Può sembrare facile buttare giù una o due dozzine di versi anziché tre cartelle in prosa, ma non è affatto vero. È molto più semplice scrivere il testo di una canzone (la musica aiuta e ricorderai meglio di me i tempi in cui la recitazione era accompagnata dagli strumenti) e qualcuno ha già dato del "poeta" ad alcuni autori di testi. Sono poeti? Potrebbe anche darsi, ma non li trovi sullo scaffale "poesia" e questo fa una non trascurabile differenza a mio modo di vedere. Infine, alla tua domanda, se in queste condizioni potrebbe spuntare un nuovo, grande poeta, io mi chiedo chi ci sarebbe a leggerlo.

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    1. Rispondo subito (ovviamente secondo il mio sentire, niente di scientificamente provabile) sulla questione degli attuali potenziali lettori di grandi poeti: la fruizione della poesia è stata sempre piuttosto elitaria, soprattutto prima del Novecento, quando quello poetico era un linguaggio altamente formalizzato, pieno di arcaismi, stilnovismi e termini che per i lettori comuni (quei pochi che al di fuori delle cerchie intellettuali sapevano leggere) avevano spesso un significato diverso da quello inteso dagli autori. Anche oggi, insomma, sarebbero pochi coloro che potrebbero apprezzare un buon poeta (e fra questi mi inserisco io stessa, che, in materia di poesia contemporanea, sono ignorante, ignorantissima, ignoranterrima).
      Hai ragione, è difficilissimo scrivere poesia, e chi lo fa (non mi riferisco a te, potrei pensare alle mie stesse prove giovanili, in seguito alle quali ho rinunciato a far poesia) spesso spezza le frasi a casaccio (trovo che la tua espressione calzi a pennello) e non si cura minimamente degli aspetti di ritmo, sonorità e della complessa operazione della scelta delle parole e della creazione di un tessuto omogeneo...quando in una poesia piena di formule liriche antiquate mi risuona una parola come déjà-vu o clacson mi schizzano gli occhi fuori dalle orbite!

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    2. Sollevi una giusta obiezione! Mi sono trovato a riflettere cosa potrebbe entrare in un ipotetico corso di letteratura (anche se a dire il vero riflettevo sulla musica, ma il discorso è analogo) da qui a... diciamo un secolo, anche mezzo. Ci sarà la moda dei vampiri? Il porno-soft? Se da una parte è chiaro che il professor Tolkien ha influenzato per decenni il fantasy, come considerare la Rowling, che pure ha avuto un successo mai visto prima? L'enorme espansione del mercato editoriale ha reso i circoli elitari immensamente più piccoli.
      Faccio fatica a immedesimarmi nell'uomo del futuro! :)

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    3. Qualcosa di Tolkien è già entrato nei libri scolastici, almeno come approfondimento tematico, e penso che anche la Rowling avrà un suo posto nella storia della letteratura per ragazzi. Da molto young-adult e dalla nuova moda dei romanzi erotici ci salverà forse l'eterno ritardo dei programmi scolastici nel recepire le novità (chi mai è arrivato oltre Pavese, se c'è arrivato?) e l'astio dell'ambiente accademico rispetto alla letteratura di genere, disimpegnata. Quindi credo che non faranno storia, anche se resteranno ancora per qualche anno una forte marca di costume letterario!

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    4. Ah, guarda, io non ci sono neanche arrivato a Pavese! Anzi, abbiamo affrontato Saba, Montale e Ungaretti come approfondimento pomeridiano (o "potenziamento") perché non ci stavano nelle ore curricolari! Però mi ricordo l'esistenza di Al cor m'estai di Rambertino Buvalelli!
      :D

      (In realtà nell'antologia delle medie ricordo un maggiore interesse ai generi e un po' meno alla storia. Ricordo per esempio che l'Epica andava da Omero ai poemi cavallereschi, e c'era anche il capitolo sulla fantascienza che ero l'unico ad apprezzare!)

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  11. Io sono per una profonda revisione dei programmi a beneficio delle manifestazioni letterarie (ma anche storiche) più recenti. Sono poi del parere che i generi (in effetti più considerati alle medie e nei bienni delle superiori che entro la conologia della storia letteraria) dovrebbero avere più spazio rispetto alla mera sequenza cronologica: un percorso che va da Omero ad Ariosto e arriva a Tolkien sarebbe molto stimolante (fermo restando che in certi ordini di scuole Omero non può avere la stessa imprtanza di Tolkien), così come degli excursus internazionali su temi poetici anziché monografie su pochi poeti scelti esculsivamente italiani o raffronti fra i sistemi narrativi di letterature diverse in luogo dell'analisi esclusiva dei Promessi Sposi...

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    1. Tra medie, ginnasio e liceo ho studiato letteratura in tre modi diversi. È proprio nel triennio che il programma era incentrato sui soli autori italiani (lambendo appena il Novecento). Forse ha anche senso così, o forse ce l'aveva quando è stato istituito questo sistema. Vero è che senza guardare all'esterno è impossibile comprendere certi autori e certi movimenti, mi vengono in mente la scapigliatura e Tarchetti, il Poe di "noi altri".
      Io comunque sono uno dei pochi ad aver trovato I Promessi Sposi una lettura piacevole! ;)

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    2. Non la ritengo una lettura spiacevole (pesantella sì, ma non così odiosa), solo che non mi piace l'idea che sia un'opera totalizzante, da conoscere dalla A alla Z quando ad altri autori (gli stessi Scapigliati da te citati e a mio avviso molto interessanti) non si dedica una sola parola... sicuramente i programmi avevano senso fino ad una o due decine di anni fa, mentre oggi andrebbero in gran parte rivisti: ha senso voler ottenere da uno studente la definizione perfetta della differenza fra sineddoche e metonimia e poi non uscire dal tracciato di quei cinque-sei poeti di riferimento?

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    3. (Io infatti quelle due figure retoriche le confondo sempre!)

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    4. Probabilmente nessuno capisce del tutto la differenza, tant'è che libri diversi danno esempi diversi se non contrari...d'altronde, non vedo perché distinguerle: è un'elucubrazione intellettualoide inutile!

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  12. Bel post, e interessante riflessione. La poesia non è solo un genere letterario: è un'istanza radicata nell'animo umano, e appartiene a tutti, ed è democratica. Tutti siamo poeti in nuce, ma non tutti riusciamo a mettere per iscritto il nostro bisogno di poesia. Allora, come scriveva la Dickinson, intervengono i poeti ad "accendere lampade", illuminando il quotidiano dei non-poeti di istanti di bellezza.

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    1. Bellissima associazione: non conoscevo queste parole Dickinson, ma il loro significato è forte e riassume bene questa capacità di illuminazione della poesia...

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