giovedì 23 maggio 2013

Il Gattopardo (Tomasi di Lampedusa)

Forse vi sarete accorti, passando sul blog e scorrendo la barra laterale di destra, che qualche giorno fa è sparito, dalla sezione La civetta sul comodino, uno dei romanzi che stavo leggendo. La lettura de Il Gattopardo, infatti, è giunta al termine, sebbene con fatica e poca soddisfazione. Il romanzo, scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa fra il 1954 e il 1957, ma pubblicato solo nel 1963, dopo la morte dell'autore per lo scarso interesse editoriale, aveva suscitato in me delle aspettative più alte delle impressioni che ne ho ricavato.

Avevo iniziato il libro con grande entusiasmo, soprattutto perché i primi capitoli sono dedicati al racconto (seppur non dettagliato perché condotto esternamente) dell'impresa dei Mille e alle impressioni della popolazione palermitana riguardo le battaglie di Garibaldi e il plebiscito di annessione al Regno d'Italia.
La vicenda del principe Fabrizio Salina, esponente di una famiglia della nobiltà siciliana il cui stemma rappresenta un Gattopardo, si intreccia infatti con i profondi cambiamenti vissuti dalla Sicilia (e, più in generale, da tutta la penisola italiana) con l'istaurarsi del regno sabaudo e la formazione di nuovi organi di governo. Mentre il capofamiglia rimane radicato alle tradizioni e teme che il nuovo assetto politico e quindi sociale produca dei cambiamenti negativi nella sua vita, il nipote Tancredi Falconeri, a lui più caro di un figlio, appoggia gli ideali dell'Unità e convince lo zio a non arroccarsi sulle sue antiquate posizioni e ad aprirsi alla novità; è il passo arcinoto del dialogo fra il principe e Tancredi:
«Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettertsi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev'essere con noi, per il Re.» Gli occhi ripresero a sorridere. «Per il Re, certo, ma per quale re?» Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. «Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?» Abbracciò lo zio un po'commosso. «Arrivederci a presto. Ritornerò col tricolore.»
La sopravvivenza della nobile famiglia, dunque, può legarsi solo alla disponibilità al cambiamento, ad accettare un nuovo re e, per così dire (secondo la percezione iniziare di Don Fabrizio), tradire il vecchio sovrano, per poter rimanere punti di riferimento nella società.
L'intreccio della vicenda politica, però, dimostra che il cambiamento, per i Salina, sarà inevitabilmente legato al tanto temuto declino: è così che, a malincuore, Don Fabrizio accetta le nozze di Tancredi con Angelica, l'affascinante e adorabile figlia del sindaco Sedara, personaggio privo di nobili natali ed esponente della emergente classe borghese tanto disprezzata dal principe, ma dagli interessi profondamente legati al regno sabaudo, in favore del quale Sedara arriva a truccare l'esito del plebiscito.

G. Tomasi di Lampedusa
Il motivo per cui, nella classica griglia di aNobii, attribuirei solo tre stelline su cinque non si lega tanto all'intreccio, ricco di spunti e di quei quadri politici, culturali e sociali che emergono dai romanzi con maggiore chiarezza e intensità rispetto a quanto riescano a trasmettere i manuali di storia, quanto, piuttosto, alla pesantezza dello stile e alla presenza di alcune sequenze narrative, come un intero capitolo dedicato alle vicende familiari del confessore gesuita di Don Fabrizio, l'insistenza quasi morbosa sui segni della passione fra Tancredi e Angelica o le interminabili descrizioni degli ambienti delle tenute dei Salina. Sono elementi che mi sarei aspettata da Manzoni, non da un autore che scriveva nel secondo Dopoguerra e, francamente, li ho trovati nocivi alla buona riuscita di un romanzo di soggetto originale e di alto valore formativo e informativo. Non che Il Gattopardo sia stato una delusione totale, ma, semplicemente, l'avevo immaginato diverso.
«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.»
C.M.

10 commenti:

  1. Ho avuto le tue stesse difficoltà col Gattopardo.
    Lo accantonai dopo averlo letto per la scuola; è difficile che io riesca a buttare via un libro, eppure con questo la tentazione è stata forte.
    Non più “obbligata” dalla scuola, libera dall’oddio-devo-essere-interrogata-e-forse-ci-sarà-lo-scritto-all’esame, ricominciai a leggerlo.
    Concordo: potrebbe aiutarci ad amare la storia, ma dovrebbe essere sfrondato un po’. Ricordo che mi sembrava “malsano”.
    Regalato alla parente più giovane che in illo tempore frequentava il Classico…

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    1. "Malsano" è un buon aggettivo, le atmosfere afose, la descrizione della suburra palermitana, certe note morbose negli incontri, negli sguardi e nelle carezze di Tancredi e Angelica mi hanno dato proprio questa impressione. E' un libro in cui abbondano i particolari, e, sebbene in parte funzionali, spesso sono eccedenti. Un peccato, perché appesantiscono una storia interessante, ricca di spunti e di notazioni storiche.

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  2. Io l'avevo amato parecchio, ed è uno dei miei preferiti, tuttora. E' vero che lo stile, talvolta, tende ad appesantirsi e si trascina in interminabili descrizioni. Qualche volta, però, si rilancia in punte d'ironia inaspettate. Ho sempre considerato Tancredi e Angelica figurette di sfondo: non riuscivano a interessarmi. Il Principe, tutt'altro discorso. Leggevo con attenzione le sue parole, e il suo famoso discorso sul cambiar tutto per far rimanere tutto uguale mi aveva lasciata perplessa, all'inizio. C'era una tristezza antica che non capivo. Anni più tardi, un paio di considerazioni in più e confronti con la situazione attuale, mi hanno fatto capire cos'era quella tristezza che mi sconcertava.
    Anche la frase finale, a parer mio, è un gioiellino triste di saggezza antica: non capita così tutti i giorni, in tutte le epoche, in tutti gli ambiti?

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    1. Certamente quella frase, assieme all'immagine che chiude il romanzo, quella della mummia del fido Bendicò che viene gettata dopo anni e anni in cui era stata il simbolo della resistenza di casa Salina, trasmette tutta la tristezza della fine di un'epoca, di una decadenza che sembra non lasciar spazio a nulla di migliore.
      Quanto a Tancredi, visto il suo intervento nel primo capitolo, con quella arcinota frase che ho riportato, pensavo che avrebbe avuto nel corso del romanzo un ruolo più incisivo, mentre, come hai giustamente notato,finisce per apparire una figura di sfondo (all'apparire di Angelica, poi, ne è oscurato).

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  3. A me "Il Gattopardo" era piaciuto molto. L'ho letto una decina di anni fa e anch'io lo ricordo "pesante" e "malsano", ma in senso buono: ovvero, lo stile rende perfettamente l'idea del mondo che viene rappresentato.

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    1. Sul fatto che renda alla perfezione l'atmosfera e il mondo posto sotto la lente del narratore non c'è alcun dubbio, e, come ho già scritto, anche la storia è ricca di intrecci molto belli... è che ho fatto proprio tanta fatica a leggerlo.

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  4. Io ho letto il Gattopardo qualche anno fa e l'impressione che ne ho avuta è stata di stupore, perché non mi aspettavo fosse così intenso.
    Il fatto è che si parla di Sicilia, si parla di cose pesanti, di situazioni che verrebbero difficili da spiegare a chiunque e che, sebbene storicamente universali, per ogni popolo assumono sfumature differenti. Nel caso del principe Salina è la lucida malinconia, la capacità di comprendere il disfacimento di un'epoca, la sua disgregazione cui tenta di dare una soluzione che lo esclude già dal gioco politico, sociale, ma non solo. È una sorta di perdita di identità.

    C'è un capitolo in cui il principe Salina fa un bellissimo discorso sui siciliani, mi ero ripromessa di inserirlo nel blog ma poi non l'ho fatto... mi concedi un assist da non lasciarmi scappare! :D

    Bene o male lo stesso tema, visto da un altro punto di vista è quello che tratta Verga nel Mastro-don Gesualdo, in cui il coro di voci e le vicende che ruotano attorno a Gesualdo fanno emergere questo passaggio storico problematizzandolo in modo peculiare, non so se lo hai letto; Verga lo trovo più ostico da leggere considerata anche la particolare tecnica letteraria e un po' più costretto; ma ho già trattato di questo testo sul blog diversi mesi fa!

    Un saluto!

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    1. Sono convinta che la componente territoriale giochi un ruolo fortissimo, così come, in generale, il contesto storico, i malumori, le notizie sui Mille, al di fuori dell'Italia sarebbero forse riferimenti la cui intensità non verrebbe compresa: il coinvolgimento "autoctono" (non so se sia la parola più adatta, ma non me ne vengono in mente altre) ha una sua forza, è innegabile. Lo stesso accade, d'altronde, quando leggiamo dei classici stranieri (penso alle lunghissime digressioni di Tolstoj sui contadini russi in Anna Karenina). Forse ho intuito a quale passaggio ti riferisci, e rimango in attesa dell'intervento sul tuo blog! :)
      Quanto a Verga, ha una prosa che mi attrae molto più di quella che ho incontrato nel Gattopardo, ma non ho letto nello specifico Mastro don Gesualdo e intendo approfondire la conoscenza di questo autore!

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    2. Inserita la citazione sul mio blog! :)
      Anche se in un contesto un po' particolare! :D

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    3. Sono subito corsa a leggere! Bellissimo post (il mio commento lo trovi là)! :)

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