mercoledì 5 giugno 2013

Del Sublime (Pseudo Longino)

L'ars dicendi, quella particolare attitudine all'espressione, l'abilità nella comunicazione è un dono innato o esistono tecniche per esercitarla e corroborarla? L'opinione dell'anonimo autore del trattato Del Sublime (quasi certamente databile al I sec. d.C.), a lungo confuso con il filosofo e retore Cassio Longino, è rassicurante: la capacità di suscitare il sentimento del sublime è in parte frutto di un talento naturale, in parte risultato di uno studio attento delle vette espressive raggiunte dagli autori del passato: un misto fra dono e tecnica. Mi sento di condividere queste osservazioni, e gli argomenti apportati dal misterioso autore che si cela dietro a questo straordinario esemplare di critica letteraria non fanno che rendermi certa della necessità della compenetrazione dei due aspetti nella formazione di un buon comunicatore.

Solo ieri mi occupavo del problema dell'attualizzazione dell'antichità, un tema che, come vi sarà parso evidente, mi è molto caro, sia per 'deformazione professionale', che per l'oggettiva constatazione che molto di quanto detto nell'antichità potrebbe ancora oggi essere un valido punto di riferimento in molte categorie di azione e di pensiero. Se mi venisse chiesto: «Quale potrebbe essere la funzione attuale del trattato Del Sublime?», risponderei senza dubbio che si tratta di un testo che qualsiasi aspirante comunicatore (dallo scrittore all'avvocato, dal giornalista al pubblicitario) dovrebbe conoscere.
Dato che, probabilmente, sto già passando per una maniaca dell'antichità pronta a venerare qualsiasi cosa provenga dal passato (ma vi garantisco che so pormi dei limiti), affiderò la dimostrazione delle mie parole allo stesso autore, citandovi i passi che ritengo più significativi.
Riassumo la tesi di fondo del trattato, che è rivolto principalmente agli oratori, ma che, più in generale, poiché richiama esempi espressivi tratti anche da testi poetici, storici e filosofici, è indirizzato a chiunque desideri perfezionare la propria vis comunicativa. 
Alla base della possibilità di trascinare l'ascoltatore (o il lettore) c'è la capacità di suscitare in lui il sentimento del sublime, definito come l'eco di un alto sentire (traduzione del greco μεγαλοφροσύνης ἀπήχημα), di trasportarlo, insomma, attraverso gli artifici della parola, da simulare con eleganza e naturalezza, e muoverlo ad un comune stato di pensiero, provocando in lui un intenso flusso di passioni e una forte fascinazione. 
Non è forse questo che cerca di fare ogni comunicatore? Per esserne capaci, però, occorrono delle regole, e queste vanno conosciute attraverso lo studio e ed esercitate continuamente per sapere come servirsene - ma anche in quale misura, all'occorrenza, trasgredirle - per rendere efficace un messaggio.
Ma veniamo alle parole dell'autore, riguardo alle quali sono curiosa di conoscere le vostre opinioni.Una prima considerazione muove dagli eccessi stilistici, dalla sostenutezza gonfia e pesante all'eccessiva semplicità; sarà capitato anche a voi di leggere o ascoltare un intervento il cui tenore stilistico risultava eccessivamente magniloquente o, all'altro estremo, infantile, poco curato, eccessivamente semplificato; ebbene, questo difetto era già evidenziato nel libello:
«Lo stile turgido appare essere fra gli errori più difficili da evitare. È naturale, infatti, che tutti quelli che mirano alla grandezza, tenendosi alla larga dall'accusa di uno stile fragile e arido, vengano trascinati, non so come, a codesta gonfiezza, convinti che '"lo scivolare da grandi altezze è malgrado tutto un nobile errore". [...] Lo stile adolescenziale, al contrario, punta diretto all'opposto della grandezza. [...] Scivola in questa forma chi, puntando al prezioso, all'elaborato e alla piacevolezza, va ad arenarsi nella minutaglia e nel cattivo gusto.» (cap.III)
Un passo fondamentale è quello della definizione degli atteggiamenti attraverso cui si può raggiungere, nell'espressione, il sublime. Qui vengono elencate le modalità attraverso le quali raggiungere i più alti traguardi nella comunicazione. Non occorrono specifiche conoscenze retoriche per rendersi conto che, in fondo, si tratta delle regole che ci sono state insegnate a scuola e che si trovano in qualsiasi manuale di scrittura:
«Si può dire che ci siano cinque fonti particolarmente atte a generare lo stile sublime[...]: la prima e la più importante consiste nel puntare a pensieri elevati, la seconda è un atteggiamento passionale, vigoroso e pieno di entusiasmo. [...] Le altre sono: una competenza qualificata nel creare le figure di pensiero e di parola, un nobile modo di esprimersi e la collocazione delle parole su di un registro dignitoso ed elevato.» (cap.VIII)
Un discorso terso e capace di trascinare deve essere dunque nutrito di una tecnica raffinata che, però, non deve lasciar intravedere lo sforzo compositivo, la complessità delle figure retoriche: il pathos deve nascere, per così dire, dalla naturalizzazione dell'artificio:
«È allora che l'arte è perfetta, quando sembra esser natura; mentre la natura raggiunge il suo scopo quando presuppone l'arte senza che ce ne accorgiamo.» (cap. XII)
Infine, dopo aver trattato nello specifico l'uso di alcune figure retoriche, rafforzando le proprie tesi con eccellenti esempi tratti da Omero, Platone, Demostene e tanti altri autori greci, riguardo all'armonia delle parti nella totalità dell'espressione, l'autore si avvia alla conclusione richiamando la necessità di amalgamare ogni parte nella totalità dell'atto comunicativo:
«Ma quel che nel discorso - non diversamente da quanto accade per il corpo - contribuisce in modo particolare alla grandezza è la connessione delle membra: prese una a una e isolate dal resto, di per sé sono prive di valore significativo, mentre tutte quante, ordinate in un insieme, costituiscono un sistema compiuto. Così le espressioni elevate, in questo e in quel luogo isolate le une dalle altre, si portano via, disperdendolo, anche il sublime; ma una volta riunite in un sol corpo, e rinsaldate dai legami dell'armonia, acquistano di sonorità per il giro stesso della frase; e nel periodo la grandezza è la somma di un fitto numero di contributi.» (cap.XL)
Cosa pensate riguardo ai precetti del nostro misterioso autore?

C.M.

NOTA: Per questo testo i manoscritti hanno a lungo tramandato l'ipotesi dell'attribuzione a Dionisio Cassio Longino (sulla base del titolo assegnato all'opera nel XVI secolo dal primo editore, Francesco Robortello), per poi rivelare, sulla base del confronto con le fonti indirette, una paternità di Dionigi di Alicarnasso o di Cassio Longino. I filologi, però, riconoscono universalmente l'erronea attribuzione e, addirittura, la possibilità che il Longino a lungo citato non fosse affatto il Cassio Longino cui si pensava inizialmente.

22 commenti:

  1. Penso che dovrò procurarmi in fretta quel libro!! :)
    Comunque credo che tutti i grandi comunicatori attuali, se cosi vogliamo chiamarli, dovrebbero leggersi e imparare tali precetti invece di esibirsi in discorsi e dialettiche da stadio o da bassi fondi di Caracas(con tutto il rispetto per gli abitanti di Caracas)!!

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  2. Come ti ho scritto precedentemente, questo è il tema di cui mi sono occupata per la tesina della maturità.
    Non sono una laudatrix temporis acti, anzi, ma mi piace andare a indagare alcuni sentimenti innati, perché «è proprio dell’uomo
    autenticamente uomo vedere al di là del proprio naso o del proprio muso, tenersi eretto e sentirsi attratto dalle vette» (Baldine Saint Girons, Il sublime, ed. Il Mulino).
    Alla base dell’estrema difficoltà di dare una definizione del sublime c'è l’impossibilità di indagare a fondo su ciò che va al di là dell’umano, e sulla natura umana stessa. Il concetto di sublime lega indissolubilmente la sfera dell’umano e del sovrumano (Dio, il Destino, la Natura, il Caso...).
    Molto interessante è, dunque, andare a ripercorrere questa idea nella storia.
    Nell'antichità, "sublime" designa
    uno stile oratorio nobile, capace di elevare gli ascoltatori spiritualmente: «Il sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione, ma all’estasi […] dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore» (Anonimo, Il sublime, Oscar Mondadori).
    Il fatto curioso è che questo manoscritto è stato scoperto solo in pieno Rinascimento, nell'edizione che hai citato, e il sublime è stato subito innalzato a categoria estetica accanto al bello, prima di essere completamente stravolto da Edmund Burke, Immanuel Kant, Johann Winckelmann, Friedrich Schiller, Giacomo Leopardi...
    Credo che il sublime, nella sua accezione più cruda, sia inevitabilmente legato alla mostra di quello che è l'uomo autenticamente uomo, ed è proprio per questo che crea compartecipazione. O forse sarebbe meglio dire compassione, ma nel senso etimologico del termine (non in quello più comunemente usato oggi).
    È interessante notare come il nostro Pseudo Longino non si occupi di altri campi, se non quello dell'oratoria. L’effetto che il sublime ha sull’uditorio è assoluto, e presuppone quindi che tutti siano in grado di riconoscere il sublime, poiché esso appartiene alla natura dell’uomo: «La nostra anima […] possiede quasi per natura la capacità di esaltarsi davanti alla vera sublimità, e con un nobile slancio si riempie di gioia e di orgoglio, come se avesse creato lei stessa ciò che ha ascoltato».
    Questo senso di identificazione noi lettori siamo soliti provarlo, quando leggiamo un romanzo che ci coinvolge tanto da farci credere che l'avremmo potuto scrivere noi.
    Sono d'accordissimo sui 5 punti riportati dal nostro anonimo autore (un punto che trovo particolarmente importante è quello in cui afferma che non si dà sublime senza kairós, cioè l’istante propizio, ma anche il luogo critico), ma quello che mi chiedo è: il sublime sta nell'oratore o nell'ascoltatore? Probabilmente in entrambi. Ma l'effetto che un discorso ha su un ascoltatore piuttosto che su un altro, o anche rispetto alla natura dell'orazione stessa, quanto è legato all'origine?
    Detto terra-terra, è possibile che io - ascoltatore - provi estasi e entusiasmo per un discorso di basso livello? Ed è possibile che non provi nulla per un'arringa nobile e che rispetti tutti i 5 punti?

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    1. Grazie per aver arricchito la conversazione con la tua selezione di citazioni!
      Sicuramente il sublime sta in entrambi, perché deve prodursi una risonanza di sentimenti, quindi non si può prescindere né dall'oratore, né dall'ascoltatore. Perché si produca questo sentimento, occorrono delle categorie culturali comuni: se è necessario un registro elevato per l'argomento ma il destinatario non possiede le categorie lessicali o stilistiche per decifrarlo, l'effetto sublime non si può produrre: ce ne saranno dunque le premesse, ma non gli effetti, la risonanza fra spiriti non si potrà produrre.
      Dall'altra parte esistono casi in cui una comunanza o, almeno, una forma di trasporto è possibile senza che vi sia nessuna delle cinque premesse, ma in presenza di un retroterra culturale comune (qualcuno potrà entrare in estasi sentendo parlare Barbara D'Urso, ma, certamente, ciò non si produce per azione del Sublime).
      Quanto al secondo interrogativo, è più complesso: probabilmente Longino (o chi per esso) osserverebbe che se un discorso non suscita tale sentimento, non tutte le premesse sono state effettivamente rispettate, oppure che manca il dono di natura al di sotto della tecnica. Ti rilancerebbe la palla, insomma, come sanno fare solo alcuni filosofi! ;)

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  3. Credo che un buon comunicatore per essere considerato tale debba essere equilibrato: non deve spingersi troppo verso il livello aulico ma neanche sprofondare nei bassifondi di Caracas citati da Jonathan Peroni (spero non si offenda se trascrivo le sue parole!). Solo così può "catturare" l'ascoltatore (o il lettore) senza correre il rischio di essere frainteso o restare totalmente incompreso.

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    1. Longino prescrive proprio di attenersi ad un equilibrio in cui si evitino sia il turgore dell'espressione magniloquente, sia la freddezza (questo è il termine da lui usato) di un registro puerile: è dunque, come giustamente rilevi, una delle premesse fondamentali per far breccia nell'attenzione e nello spirito dell'ascoltatore/lettore.

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  4. Penso che sia abbastanza impellente dare una rispolverata (o impegnarsi in uno studio serio) ai concetti esposti dallo Pseudo Longino. Sono perfettamente d'accordo con il contenuto del primo brano da te citato: la magniloquenza, per quanto piacevole da ascoltare, rischia di stancare e, conseguenza anche peggiore, di distrarre dal reale contenuto del messaggio. Al contrario, l'espressione troppo semplice potrebbe semplificare e ridimensionare in negativo il messaggio stesso. Mi viene da pensare che il sublime di cui parla l'autore, sia strettamente collegato alla passione che muove l'oratore a parlare. Senza passione, desiderio di comunicare, di trasmettere un messaggio, l'arte oratoria rischia di essere un bell'esercizio di voce e respirazione e poco altro. Mi sbaglio?

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    1. No, Loredana, non sbagli, anzi, citi proprio un altro dei punti cruciali del trattato: il movere tanto caro agli oratori latini (che dai Greci hanno appreso molto dell'arte retorica) trova fondamento proprio nella capacità di produrre un trasporto mettendo in gioco l'energia e la passione. Senza un autentico slancio personale l'oratore non può produrre l'effetto del sublime e mascherare la retorica con la naturalezza. Motivo per cui l'autore è favorevole all'uso di forme di stampo passionale (come quello che noi moderni definiamo "discorso diretto libero") Ma, per dirla alla maniera dello pseudo Longino: Dato che le passioni e quanto è sublime sono più vicini all'animo nostro, esse sempre risaltano, per una certa qual affinità con la natura e per il loro splendore, e mettono in ombra la loro artificiosità e per così dire la proteggono, tenendola riparata (cap. XVII)

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  5. Avevo già notato il libro nello spazio qua “a destra”.
    Dopo il tuo post ed il commento di se una notte d’inverno m’incuriosisce ancora di più.
    Concordo: il sublime va oltre “l’arte del parlare”. Nasce in quel crogiuolo (io lo definisco spesso il calderone) che è la nostra anima. O entra in risonanza con l’anima. Non coinvolge esclusivamente il cervello, la “ratio”.
    Se vogliamo restare nel campo dell’oratoria, mi piacciono le persone capaci di esprimere un concetto senza sbrodolare (termine poco tecnico, ma efficace). A volte mi coinvolgono anche emotivamente, altre volte no, ma è un fattore personale: ognuno reagisce in base al proprio bagaglio culturale – esperienziale.
    Mi colpisce sempre molto l’uso dei termini “passione e com-passione”: abbiamo perso la radice originaria (patire).
    E sub-limare – per quanto gli attrezzi per eliminare il superfluo non c’entrino, il (sub)lime mi pare sia legato al trasversale, a qualcosa che si estende in altre direzioni – mi fa sorridere: immagino quella carta vetro a grana grossa che gratta in profondità…

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    1. Anche tu hai colto uno dei nodi del testo: hai ragione nello specificare che il sublime non coinvolge solo la razionalità, anzi, se così fosse la tecnica avrebbe un valore prevalente sulla naturalezza, invece lo pseudo Longino sottolinea in più passi l'importanza di toccare le corde della passionalità, di stimolare l'animo, di incantare mostrando all'ascoltatore ciò che si vede... l'immagine della lima che leviga e scende in profondità mi sembra davvero accattivante!

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  6. Quoto in pieno il pensiero dell'anonimo autore, in particolar modo quando dice che "l'arte è perfetta quando sembra esser natura". Spesso la competenza non è sufficiente in una buona presentazione. L'esperienza nemmeno, se deriva dall'insegnamento di certi meccanismi prestabiliti. Cercare di ottenere ragione a tutti i costi a volte può generare il risultato contrario (come ci insegnava Schopenhauer). Il trucco è pronunciare una frase a metà e fare in modo che la persona con cui ci si relaziona completi la frase esattamente con quello che avevamo in mente noi. Ecco la vera arte.

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    1. Il Sublime si concretizza proprio in questo: l'effetto straordinario di pensare, leggendo o ascoltando una frase, che sia proprio una nostra espressione, pensata per noi proprio come la pronunceremmo noi...

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  7. Anch'io ho letto anni fa questo trattato con grande interesse, sono contenta di averlo rispolverato nel tuo resoconto e trovo condivisibili le posizioni che l'Anonimo esprime. Infatti sono diventate direi dei capisaldi della retorica, dei principi con cui costantemente chi se ne occupa deve perlomeno riflettere.
    Sul fatto che nella comunicazione, perché essa sia efficace e piacevole, ogni artificio debba essere invisibile e l'effetto complessivo debba essere di naturalezza, anche in tempi recentissimi sono stati praticamente tutti d'accordo, seppure considerando la cosa in modo più o meno cinico/critico: se ad esempio Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray fa dire al sarcastico Lord Henry che "la naturalezza è una posa, e la più irritante che io conosca" (accusando implicitamente questa "naturalezza percepita" di essere falsa e ipocrita, negativa, disprezzabile), Camus constata invece pianamente nei suoi Taccuini che la naturalezza non è una virtù innata, la si acquisisce - e dunque sembrerebbe dire, implicitamente, che sarebbe bene acquisirla.

    Una cosa che non ricordo, e che secondo me va a toccare un aspetto fondamentale del parlare in pubblico, è se lo Pseudo Longino accenni alla gestione dell'emotività durante un discorso in pubblico. Non l'emotività dell'auditorio, da guidare e pilotare secondo le intenzioni del parlante, ma quella dell'oratore stesso (vedi sindrome da palcoscenico)! ;-) Per molti parlare in pubblico è reso difficile non tanto dalla scarsa padronanza della lingua e delle "tecniche retoriche", quanto dal disagio che l'oratore prova nel vedersi di fronte una vasta platea (e nel sentirsi inevitabilmente soggetto al suo giudizio).

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    1. A quest'ultimo proposito, cito qualche passo che forse può rispondere al tuo dubbio, anche se in questo trattato, forse per la sua destinazione, non si parla di nulla di paragonabile alla sindrome da palcoscenico: probabilmente, rivolgendosi ad uno studente di retorica, l'autore dava per scontato che questa non dovesse esistere o che non dovesse entrare in questa opera di stilistica...ma in più punti ci sono cenni ad altre opere scritte dall'anonima prima persona che fa capolino qua e là, quindi possiamo pensare che di questo in qulche sede si parlasse!
      Il primo riferimento è nelle cinque fonti del sublime, dove si parla di atteggiamento passionale, vigoroso e pieno di ensusiasmo (cap. VIII). Un secondo momento è quello in cui si fa un riferimento alla capacità dell'oratore di trasmettere una visione: sotto l'effetto dell'entusiasmo e della passione, quanto dici ti par di vederlo, e lo poni sotto gli occhi degli ascoltatori (cap. XV). Infine, a proposito di repentine intromissioni dell'oratore entro il proprio discorso: Qualche volta è possibile che, narrando i fatti di un personaggio, lo scrittore, improvvisamente trascinato, si sostituisca proprio a lui, e una figura di questo genere segna l'esplodere della passione (cap. XXVII).
      Una documentazione molto debole, ma che, probabilmente, ci fa suggerisce che il problema dell'emotività dell'oratore potesse essere trattato altrove.

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    2. Allora mi confermi che l'Anonimo, se parla di quanto l'oratore debba essere appassionato, coinvolgente e trascinante, non accenna però a come possa riuscire in questo qualora sia timido o intimidito dal suo uditorio. Azzardo l'ipotesi che il problema fosse assai meno sentito al tempo, perché nella polis ci si ritrovava fin da subito immersi nella vita pubblica con la massima naturalezza e si cresceva già con l'abitudine all'idea del discorso pubblico, che non era visto come qualcosa di straordinario, ma era parte della quotidianità.

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    3. Ti confermo che non se ne parla, e la motivazione che suggerisci e, a mio avviso, molto plausibile... poi si sa, certi interrogativi li può risolvere solo la filologia: attendiamo che qualche altro scritto riconducibile alla stessa mano (magari con certa attribuzione) possa far luce su questo aspetto che noi, oggi, sentiamo sicuramente in maniera maggiore.

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  8. La retorica oggi è un termine caduto in disgrazia (salvo per gli addetti ai lavori). Il problema è che paradossalmente nessun aspetto della nostra vita ne è immune, nemmeno FB Twitter e compagnia bella, come ho cercato di dire in un vecchio post nel mio blog. La retorica in fondo non era altro che una tecnica e un insegnamento: cioè l’arte della persuasione attraverso la parola, e nasce e si sviluppa attorno ai tribunali - gli ateniesi erano tra le genti più litigiose (legalmente parlando) della terra. E anche io, con questo mio commento, ne faccio uso: cerco di convincere che quello che dico è giusto, faccio ricorso alla mia cultura, alla mia esperienza, costruisco il commento in un certo modo ma attento al fatto che si tratta di una discussione in un blog, e vado dal generale allo specifico eccetera. E questo lo fanno tutti: giornalisti , scrittori, professori, forumer e innamorati quando scrivono un sms. Ma nessuno vuole più sentire parlare di retorica. La frase più tipica è: “tutta retorica, la tua!” e chi la usa ignora che propria questa espressione è pregna di retorica, non fosse altro che per la scelta della parola retorica.

    L’autore del trattatello – grazie per averlo proposto - è secondo me non greco: conosce molto bene il greco ma il suo greco alle mie orecchie è sempre suonato "straniero" – non è questo il luogo per discuterne e darne degli esempi. Quello che però mi pare interessante è che lui scrive in un epoca in cui la retorica è materia di insegnamento nelle scuole e le si dà grande importanza: ed è rimasta (con quel nome) materia di insegnamento per più di duemila anni. Oggi la retorica la si insegna ugualmente ma sotto altro nome: in Italia sarebbe l’insegnamento dell’italiano (e latino, greco, lingua straniera).

    Quindi mutatis mutandis non vedrei molta differenza: anche oggi si dà importanza al modo in cui si scrive, salvo il fatto che ai giorni nostri mi pare si sia tutti un po’ ossessionati dai concetti di "originalità", "spontaneità", "mancanza di artificio": quindi tutto ciò che rivela un po’ di cultura, di tecnica è visto come il male peggiore - ma intanto i giornalisti, se vogliono essere assunti, devono organizzare l’articolo in un certo modo, costruire le frasi in un certo modo, fare uso si alcuni termini invece di altri, saper gestire i registri eccetera e insomma ci sono scuole di giornalismo – che poi facciano pena (come hai ricordato anche tu in un post dedicato alle corbellerie dei mestieranti) è un altro discorso.

    Io difficilmente critico il modo di scrivere, di parlare – anzi non lo faccio mai: penso che sia impossibile dare regole auree: che la lingua sia un fenomeno umano a cui non puoi mettere le briglie (non parliamo dello stile, che affonda un po’ le radici nella biologia dell’individuo). Ciò che può darmi fastidio invece è la presunzione di alcuni di elevarsi a maestri di “scrittura”, di comunicazione, di persuasione.

    Sempre nel mio blog avevo postato un post (mi viene l’accusativo interno :-)) su Demostene, di cui l’autore del trattato sul sublime dice cose intelligenti: l’avevo intitolato: “quando l’insulto era una tecnica”, e l’ho scritto perché il panorama politico italiano in questi giorni può essere definito un turpiloquio continuo degno di un lupanare della peggiore specie. Non che sia un moralista, soltanto che la cosa è di una noia panica. Quindi capirai che preferisco non aprire i giornali e leggermi Demostene, perché almeno mi diverto e mi emoziona. Di sicuro era uno che ci pensava due volte prima di usare una parola per ottenere un certo effetto. La stessa cosa quando mi capita un autore contemporaneo: leggo due tre righe e poi butto il libro per aria, prendo in mano Flaubert, che un bacio tra due personaggi te lo fa sospirare grandiosamente per duecento pagine – oppure mi dedico al mio cagnetto: gli dico: quando ti porto al parco non aggredire i cani più grandi di te solo perché voglio giocare, che ti si pappano in un secondo. Almeno qui è tutta natura: nessuna presunzione di tecnica.

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    1. Ti confesso che sono fra coloro che non amano la frase "tutta retorica": come accade per tanti altri casi, conoscere l'origine etimologica e il vero referente di un termine può portare ad un rfiuto dell'uso più inflazionato. La retorica è, semplicemente, l'arte del parlare, dell'esprimersi in ogni sua forma, e ha assunto una connotazione negativa (degna, per rammentare il mio post, cui fai riferimento, della peggiore informazione di oggi) proprio perché in età imperiale, a Roma le scuole di retorica l'avevano resa un vano esercizio di stile e, sebbene nel Medioevo se ne sia continuato lo studio, l'accezione peggiorativa ha a lungo prevalso. In realtà, come hai giustamente sottolineato, la retorica non è altro che l'italiano che si impara nelle scuole (inteso sia come grammatica, sia come studio della letteratura).

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  9. Oh, sì che questa è una curiosa coincidenza! Mi è capitato giusto poche settimane fa mi rallegravo di aver adocchiato una ragazza (carinissima, ma non c'entra) che leggeva appunto Del Sublime. In treno! Io purtroppo non sono un grande comunicatore, e devo ammettere che di questa opera ricordo davvero poco. Rientra nella lunga lista di classici da recuperare. Voglio però aggiungere una cosa, assumendo che questo sia un testo fondamentale per uno studente di comunicazione, anche a costo di risultare ovvio. C'è molto da imparare dai classici - non è un caso se sono classici. Aristotele è ancora uno dei punti di riferimento nella narrativa e nella logica matematica, così come Sun Tzu è letto e riletto da studiosi di strategia militare (e manager). Mi chiedo, anzi, se non sia così.

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    1. I Classici mantengono sempre la loro eco, e saperli affrontare significa poterla moltiplicare. Hai giustamente citato Aristotele, un caposaldo della filosofia, della logica, delle scienze e della stessa critica letteraria. Andrebbe superata l'idea che ciò che è antico non possa servire i moderni: l'esempio cel trattato di Sun Tzu ne è un esempio, dato che si sente comunemente dire che i manager della finanza lo utilizzano come manuale preparatorio...

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    2. Fra l'altro, tornando a "L'arte è perfetta quando sembra esser natura", mi viene da pensare ai romantici inglesi e alla loro ricerca del "linguaggio naturale". In particolare Coleridge, che condusse la ricerca su due livelli, uno contenutistico e l'altro prettamente linguistico. Poi è chiaro che molti argomenti sono superati, altrimenti ci troveremmo una cultura stagnante che non sa aggiornarsi, ma fa riflettere il fatto che alcuni, al contrario, sopravvivono e trovano nuovo vigore proprio con l'avvento di una rivoluzione, in questo caso letteraria.

      (Sui manager che leggono Sun Tzu stendiamo un velo pietoso. Alcuni insegnamenti però sono validi anche nella vita di tutti i giorni!)

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    3. La chiave della sopravvivenza di queste reminescenze, in effetti, è proprio la capacità di reinterpretare e rivoluzionare i contenuti.
      Trovo davvero felice il parallelo fra la naturalezza del lnguaggio promulgata dall'anonimo e quella cui fai riferimento a proposito dei romantici!

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