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sabato 29 giugno 2013

La 'Figlia delle Stelle': ricordando Margherita Hack

Oggi se n'è andata una donna che ha avuto un ruolo fondamentale come scienziata, ma anche come simbolo di un pensiero libero, autonomo, anticonformista e coraggioso.


Margherita Hack è stata una figura di riferimento nel panorama dell'astrofisica italiana e internazionale. Prima donna alla direzione dell'Osservatorio Astronomico di Trieste, si è guadagnata un posto significativo nell'Accademia Nazionale dei Lincei e, oltre a numerose pubblicazioni, ha fornito importanti collaborazioni all'Agenzia Spaziale Europea e alla NASA ed è stata insignita della medaglia d'oro per i benemeriti della scienza e della cultura e del titolo onorario di Dama di Gran Croce dell'ordine al merito della Repubblica italiana. Oltre che per i titoli che si legano al suo nome, Margherita Hack è nota a tutti per la sua propensione all'ironia, per le genuine abitudini di vita e per la forte cadenza toscana che non poteva che farci sorridere.
Ho avuto il piacere di ascoltarla una volta dal vivo, qualche anno fa, in occasione di un pomeriggio universitario dedicato alla figura di Ipazia di Alessandria, donna che aveva sostenuto le ragioni della scienza fino alla morte, ma, in generale, ho sempre apprezzato i suoi interventi, anche quando si confrontava con esponenti della chiesa cattolica (ricordo in particolare un dibattito sul rapporto fede-ragione tenutosi a Verona fra la Hack e il vescovo della città) o quando sosteneva le ragioni delle fasce sociali che spesso sono oggetto di polemica da parte di coloro che usano la religione come pretesto per dettare regole di vita: ecco, dunque, che l'abbiamo vista schierarsi in favore degli omosessuali e prendere posizione in favore della possibilità di ricorrere all'eutanasia. E poi è stata atleta, amante della bicicletta, padrona di diversi gatti, animalista, vegetariana, candidata comunista in Lombardia e moglie devota al punto di entrare per la prima e unica volta in chiesa proprio per sposarsi.
La Professoressa Hack è morta stamani, a 91 anni, nell'ospedale triestino in cui era stata ricoverata una settimana fa per problemi cardiaci.
Alla brutta notizia, non ho potuto evitare di ricordare i suoi pensieri riguardo alla morte, all'accanimento terapeutico e all'aldilà. L'ateismo e il materialismo di Margherita Hack sono dati ben noti: chiunque l'abbia sentita disquisire di scienza, di vita e di morte, sa benissimo che ella era una seguace della teoria (proclamata già da Epicuro) secondo la quale la materia è un'aggregazione di particelle che possono comporsi, combinarsi, scomporsi e assumere nuove forme, senza mai sparire, ma, semplicemente, trasformandosi.
«La morte non mi fa paura, mi basta andarmene senza troppe agonie, senza troppe sofferenze. Poi mica sparisco: mi trasformo in una molecola, e in un modo o nell’altro rimarrò ancora su questa terra. Non mi interessa nemmeno se sarò ricordata o meno: non sarà più un problema mio.» 
A mio avviso, si tratta di un'idea affascinante, in cui si mescolano il razionalismo tipico dello scienziato e l'idea che, in fondo, nel mondo, di necessità, tutto torni: un corpo, quale che sia il suo stato, ne farà sempre parte. Penso che immaginarla così, sempre fra noi, possa aiutarci a sentire un po'meno il peso della perdita di un pilastro della cultura italiana.


«Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle, tutti gli elementi dall’idrogeno all’uranio sono sati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernove, cioè queste stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio il risultano di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente figli delle stelle.» 

C.M.

giovedì 27 giugno 2013

Nel segno della pecora (Murakami)

Ricordate la recensione di Dance Dance Dance? Il romanzo di Murakami è, come già detto, la coda della Trilogia del Ratto (così intitolata dal soprannome del personaggio che riveste nella serie un ruolo centrale), che si chiude ufficialmente con Nel segno della pecora. Dance Dance Dance ne costituisce il proseguimento, ma dei due capitoli precedenti noi comuni mortali digiuni di Giapponese dobbiamo fare a meno, poiché Einaudi, che cura l'edizione italiana dei libri di Murakami, ancora non li ha stampati. Sia chiaro: Dance Dance Dance si legge senza troppi intoppi senza conoscere la Trilogia, così come Nel segno della pecora è perfettamente autonomo, ma rimane un peccato accedere alle vicende dell'anonimo protagonista (e dei suoi spesso anonimi compagni d'avventura) in maniera tanto frammentaria.

Il non identificato protagonista di Nel segno della pecora è un giornalista free lance divorziato che vive a Tokyo in un appartamento arredato in maniera più che essenziale, ma con una dispensa alimentare ben fornita, con la sola compagnia di un gatto cui non si è mai preoccupato di dare un nome (lo farà un perfetto estraneo al posto suo) e della sua ragazza, di cui, però, non si sa il nome: di lei ci vien detto solo che ha delle orecchie bellissime e seducenti che le conferiscono dei poteri paranormali, e che lavora come prostituta di alto bordo. Un giorno, Suginami (il nome fasullo che il protagonista fornisce al titolare di un albergo e che mi è comodo per riferirmi a lui) viene contattato dal segretario del Maestro, un uomo gravemente malato che è alla ricerca di una pecora con una stella sul dorso ritratta in una foto pubblicata da Suginami, ma scattata da un amico che non vede da tempo, il Ratto. Incaricato di trovare la pecora, Suginami parte con la sua ragazza per l'isola di Hokkaido; a Sapporo, nell'Hotel Delfino, una bettola scelta come alloggio dalla sua compagna, Suginami incontra lo strano Professor Pecora, grazie alle indicazioni del quale si dirige fra le montagne sperdute di Junitaki, dove, fra effimere nevicate, raffiche di vento e sentieri frananti, poco alla volta, il significato e l'oggetto della ricerca diventano chiari.
Nonostante avessi già letto due romanzi di Murakami, anche stavolta sono rimasta stupefatta della sua straordinaria capacità di far sembrare normale e quasi scontati avvenimenti privi di qualsiasi logica, che vanno dal livello della stranezza a quello del paranormale: il falso Suginami affronta la ricerca di una pecora in grado di impossessarsi delle persone con la stessa compostezza con cui prepara arrosti e frigge le uova. Eppure nulla, nelle pagine del narratore giapponese, appare fuori posto, non ci sembra nemmeno di doverci chiedere quale sia la natura dell'uomo pecora con cui Sugiami intrattiene inconcludenti conversazioni nella baita di Junitaki.
Un secondo dato che si impone all'attenzione, forse evidenziato dal fatto che come lettrice di Dance Dance Dance già conoscevo la ragazza del protagonista, è la mancanza di nomi: Suginami, come già rilevato, è un cognome falso, la donna è sempre chiamata dal narratore 'la mia ragazza', il vecchio gatto riceverà da un estraneo il tardivo nome di Sardina, il committente della ricerca è il 'Maestro' (intorno al quale ruotano 'l'uomo vestito di nero' e 'l'autista'), l'albergatore è 'il guardiano', suo padre il 'Professor Pecora', l'uomo disperso il 'Ratto'; solo l'amico barista di quest'ultimo e del protagonista ha un nome, Jay. Quello di Nel segno della Pecora, dunque, appare come un mondo in cui assumono importanza i gesti quotidiani (cucina, jogging, pulizie) e gli elementi sovrannaturali, mentre tutto ciò che è socialmente più rilevante, come i nomi e i volti delle persone, perde di importanza, viene isolato, cancellato. Ma ogni scelta narratologica di un bravo scrittore non è mai fine a se stessa. Ecco, allora, che Nel segno della pecora, una storia di identità confuse, rubate, manipolate e consumate, trova in questi espedienti autoriali la sua forza, la sua intensità. Murakami non lascia nulla al caso e ha la rara capacità di non far sembrare nulla superfluo, di non farci infastidire per il protrarsi esagerato di un interrogativo e di convincerci della plausibilità dell'assurdo.

C.M.

mercoledì 26 giugno 2013

Il Festival dei Cento Anni

Arena vestita a festa quest'anno: si celebra il secolo del Festival lirico, che anima ogni anno l'estate veronese. La manifestazione ha un ruolo di primo piano nello scenario musicale italiano e una cornice unica, l'anfiteatro romano più noto dopo il Colosseo. Il Festival 2013 si compone di sei opere: Aida (nell'allestimento moderno della compagnia La Fura dels Baus e nella rievocazione storica della rappresentazione del 1913, diretta da Gianfranco de Bosio), Nabucco, La Traviata, Il Trovatore, Rigoletto e Romeo et Juliette (di Charles Gounod); ai melodrammi si affiancano poi quattro serate di gala: Messa da Requiem, Gala Verdi, Gala Domingo-Harding e Gala Domingo.


L'assoluta prevalenza delle opere di Verdi è dovuta alla ricorrenza del bicentenario della nascita del compositore parmigiano, cui l'Arena ha sempre dedicato ampio spazio; è un peccato non poter assistere alla messa in scena di Turandot, Carmen o altri titoli ricorrenti nel calendario dell'anfiteatro, ma la celebrazione val bene la scelta operata dalla Fondazione Arena.
Il Festival è strutturato come una ring-komposition: apertosi con la rivisitazione moderna di Aida, si chiuderà con la versione che ne riprende la messa in scena del 1913. L'inaugurazione della manifestazione è stata duramente criticata dal pubblico tradizionalista, poiché gli allestimenti de La Fura dels Baus, com'è noto, si distinguono per un impatto avanguardista, focalizzato sul movimento, sul ricorso alle tecnologie e alle architetture industriali. Personalmente, mi sono sempre dichiarata amante delle rappresentazioni tradizionali, in linea con il tempo di ambientazione delle vicende, ma non capisco i motivi della polemica: un fatto artistico è, per sua natura, qualcosa di dinamico e malleabile, che registi, scenografi, coreografi e attori hanno il diritto di adattare alle proprie esigenze. Il testo non è tutto, insomma e l'arte non è un materiale fisso. Si possono manifestare le proprie preferenze, ma la carica di insulti che si è levata contro l'organizzazione è incivile e contraria al significato stesso di cultura: se la messa in scena ha scontentato gl spettatori, probabilmente costoro avrebbero dovuto informarsi prima su ciò che avrebbero visto e sulla presenza in calendario della versione del 1913. Pensandoci bene, comunque, pur non amando gli allestimenti moderni, credo che l'allestimento de La Fura del Baus (che non ho visto, ma di cui mi sono fatta un'idea tramite la rete), possa aver riprodotto quell'effetto esagerato e spiazzante che si verificò durante la prima del 1871 a Il Cairo, quando vennero portati in scena addirittura gli elefanti!


Ormai avviato, il Festival ha già avuto la prima dell'altra opera cardine delle estati areniane (anche se meno rappresentata della Carmen di Bizet), Nabucco, e de La Traviata. Quest'anno ho deciso di assistere proprio alla rappresentazione di questo melodramma, che non vanta moltissime presenze nello storico dell'Arena.
Il Festival lirico dell'Arena è un'esperienza che gli estimatori della buona musica e del buon teatro non possono lasciarsi sfuggire, eppure non occorre essere melomani per apprezzare questo genere di spettacoli. Dimenticatevi, dunque, i cliché sugli attacchi di sonno e sulla noia provocati dalla lirica: ascoltare arie e recitativi (magari con qualche occhiata al libretto), godersi la musica dell'orchestra che suona dal vivo, seguire i movimenti degli artisti sul palco, ammirare i loro costumi sgargianti, perdersi nella struttura e nella disposizione di un coro è un'emozione intensa, che 'ntender no la può chi no la prova, come direbbe Dante.
Certo, un grosso limite all'accessibilità è il prezzo elevato dei biglietti, che, però, devono sostenere uno staff monumentale e alti costi in termini di costumi e scenografie. Io ho fatto la scelta di seguire una sola opera a stagione, ma godendola dalle gradinate numerate, che, a mio parere, offrono la visione migliore.
Nell'ordine, sono stata nel pubblico di Aida (2008, regia di Franco Zeffirelli), Il barbiere di Siviglia (2009, regia di Hugo de Ana), Carmen (2010, regia di Franco Zeffirelli) e Turandot (2012, regia di Franco Zeffirelli) e non esito ad accordare la mia preferenza indiscussa all'opera di Puccini.
E la vostra esperienza con l'opera (non necessariamente veronese) com'è?

C.M.

Come direbbe il caro, vecchio Giovanni: chiusura del gioco

Si è chiuso il gioco-evento organizzato attraverso la pagina Facebook di Athenae Noctua per celebrare il settecentesimo anniversario della nascita di Giovanni Boccaccio. Ringrazio i partecipanti e riporto, nell'ordine di pubblicazione, i componimenti postati, indipendentemente dai voti ricevuti, in quanto la partecipazione in termini di testi è stata limitata (motivo per cui ho deciso di non prolungare i termini dell'evento). E dunque, eccovi ciò che abbiamo voluto, giocando, immaginare come espressione del caro, vecchio Giovanni!


Messer Franco Fioritus, lazial d’Anagni, lo qual cum compagni intretteneansi in lauti banchetti, traea dinar al popol suo. Iscoverto e tratto avanti’l tribunal, era dimandato ritrarsi da uffici romani, ma cinqu’anni avante riacquisterà’l seggio. (Cristina Malvezzi)

In Genoa affiancatosi agl’ultimi cristi, lo prete Andrea il Vangel predicava. Più fiate richiamato fu da l’alte sfere, giammai cessò d’agir come l’Signor comanda. Infin morì ‘in sua gloria e’l popol piagnea e l’acclamava. (Cristina Malvezzi)

Quel pio uom, che sullo scran di San Pietro fu dai porporati posto, si mise tosto a predicar virtute et umiltate. E non di rado intra i suoi fideli s'aggira, senza disdegnar a nissun uno saluto cortese et uno pollice verso il ciel alzato. (Jonathan Peroni)

Poscia ch'ebbi donato alli più illustri poeti et letterati latini el mio intelletto per tutto lo dì, magna difficoltate trovai nel rimembrar le loro illustri et immense vite et le lor maggiori opere. Chè, nel ripeter ancor lo studio, di niuno di lor rimembrai le virtute. Toste volte m'esercitai ne l'oratoria, et solo al crepuscol le lor imprese tornaro ne la mia mente. (Benedetta Dionisi)

Quel che or' m'accingo a dir, non sia d'astio a nissun, ma per tutti poscia essar di rifletto:
Da almen sei lustri color che dallo populo et per lo populo son nominati a gestir la res publica sovente han facto rapina dei danari comuni et con fare rapace hanno poi posto dazio estraordinario a' suoi electori. Ma dagli errori codesti messeri nessun insegnamenta hanno tratto et a superflue spese la lunga parsimonia non hanno sumministrato, cagionando ancor più ruina per lo populo et a' stato. (Jonathan Peroni)

Tal Nicolò per costume avea difender li bricconi, sicché un dì gli capitò un indomito cavalier chidendo li suoi servigi. Da buona paga rincuorato, Nicolò davasi da far per toglierlo de' guai suoi, ne l'assemblea per premio sedea e contra giudici persecuzion e ostilità di continuo lamentava. (Cristina Malvezzi)

Ionathan Peronius, popolan del villaggio Insula Porcaritia, fu dai suo' congiunti destato nella quinta ora dell'aurora per arginar, con canovacci di feltro e stoffe di ancor men pregio, lo dilagar funesto d'aqua che dalli tubi d'idraulico servizio ne la casa materna usciva. Lo buon popolan tosto da far si diede, e intra meza de la oraria clessidra lo problema risolse e, dacché lo gallo no avea ancor prodigato lo consueto canto, ne' suo comodo giaciglio se'n tornò con la sperantia de sognar la donzella alla qual il suo cuor donò. (Jonathan Peroni)

In queste ultime ore ci sarebbero state forse altre vicende da riportare in prosa simil-trecentesca, ma spero che nel leggere questi brevi interventi vi divertiate quanto mi sono divertita io! Tanti auguri al grande Boccaccio e... appuntamento al prossimo evento!

C.M.

martedì 25 giugno 2013

La ballata di Hua Mulan

Alle ragazze della mia generazione il personaggio di cui mi accingo a scrivere è noto forse più come Fa Mulan che con il suo nome originario, Hua Mulan. Si tratta dell'eroina della ballata cinese di VI secolo che ha ispirato l'omonimo lungometraggio disneyano del 1998.

Pur con numerose variazioni, il cartone animato ripercorre i momenti fondamentali della leggenda: la giovane Mulan, per impedire che il padre venga arruolato nelle milizie imperiali destinate ad arginare la minaccia unna, veste le armi (secondo il mito, i genitori, pur riluttanti, accettano la sua decisione, mentre nella versione disneyana ella fugge di notte) e si unisce all'esercito, dove, senza che nessuno dubiti della sua identità, compie grandi imprese, fino a guadagnarsi il grado di generale e un'offerta di entrare nell'entourage imperiale, che Mulan declina per ricongiungersi finalmente alla famiglia.
Il testo della ballata è andato perduto, ma se ne conservano alcuni frammenti, che mi fanno rimpiangere di non poterli ascoltare nella loro lingua originaria, poiché trovo che la poesia abbia tutt'altro sapore se goduta attraverso i suoni da cui scaturisce. Ad ogni modo, il racconto è davvero suggestivo:
Mulan sull'uscio tesseva al telaio,
non sentì il rumore della spoletta,
sentì solo il sospirare della ragazza.
A chi pensava,
cosa la tormentava?
«Non penso a nessuno,
nulla mi tormenta,
ieri notte ho visto le insegne,
il Khan arruolava le truppe,
hanno dodici rotoli di nomi di soldati,
in ogni rotolo, il nome di mio padre.
Egli non ha un figlio adulto,
Mulan non ha fratelli maggiori,
voglio al mercato comprare sella e cavallo,
con cui mettermi in marcia al posto di mio padre.»

Al mercato dell'Est comprò un fiero cavallo,
al mercato dell'Ovest comprò una sella,
al mercato del Sud comprò le briglie,
al mercato del Nord comprò una lunga frusta.
All'alba salutò padre e madre,
al tramonto dormì al Fiume Giallo.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto del corso del fiume, jen jen.
All'alba salutò il Fiume Giallo,
al tramonto dormi sui Monti Neri.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto dei cavalli sul Monte Yan, chiu chiu.

L’esercito in guerra percorse grandi distanze,
e superò come in volo i passi montani.
Il vento del Nord trasportava clangore di armi,
la luce fredda invernale si rifletteva sulle ferree armature.
Generali morirono in cento battaglie,
valorosi soldati tornarono a casa dopo dieci anni.
Al suo ritorno vide il Figlio del Cielo,
il Figlio del Cielo che risiedeva nel Palazzo Splendente.
Rifiutò promozioni di dodicesimo grado,
premi da oltre centomila,
alla domanda del Khan espresse il suo desiderio:
«A Mulan non serve una carica ufficiale,
vorrebbe una cavalcatura veloce,
per tornare presto alla sua casa.»

Il padre e la madre, udito il ritorno della figlia,
uscirono dalla valle sostenendosi a vicenda.
La sorella minore, udito il ritorno della sorella,
la attese ornata di rosso sulla porta di casa.
Il fratello minore, udito il ritorno della sorella,
affilò il coltello e uccise maiali e capre.
«Apro la porta della mia camera orientale,
riposo sul letto della mia camera occidentale.
Mi tolgo la divisa del tempo della guerra,
riprendo le vecchie sembianze.
Alla finestra acconcio i capelli,
davanti allo specchio mi cospargo della polvere del fiore giallo.
Esco dalla porta, vedo i miei vecchi compagni che sussultano sorpresi.»

«Con noi ha passato dodici anni,
non sapevamo che Mulan fosse una donna.»
Le zampe della lepre maschio saltano veloci,
gli occhi della lepre femmina sono confusi e turbati.
Se due lepri corrono insieme,
chi potrà più riconoscere se sono maschio o femmina?


Il brano della ballata ripercorre i momenti fondamentali del mito: la decisione di Mulan di sostituirsi al padre malato nell'esercito, la sua partenza, il viaggio, le imprese a seguito dell'armata cinese, l'incontro con l'imperatore (il Figlio del Cielo), il rifiuto della carica amministrativa e il ritorno all'aspetto e alle mansioni abituali. Pare che tutte queste vicende occupino ben dodici anni della vita di Mulan.
Due aspetti mi hanno particolarmente colpita dei versi cinesi: innanzitutto la ripetizione di alcuni moduli e frammenti, che mi ricordano la dizione formulare dell'epica classica, basata in larga parte sul montaggio di parti di verso o di intere sequenze reiterate; in seconda battuta, la chiusa, che coniuga l'antichità delle metafore animali con un pensiero che sa di modernità e dolcezza.

C.M.

domenica 23 giugno 2013

Esercizi di scrittura... e opinione

Siamo nel pieno del rituale di passaggio degli esami di Maturità e, nel fiorire incontrollato di servizi giornalistici sulle tecniche di rilassamento e preparazione e sulle diete che gli studenti dovrebbero osservare per presentarsi al meglio alle quattro prove, fra le inutili elucubrazioni riguardanti i contenuti delle prime due prove, mi è balzata all'occhio un'opinione che mi ha lasciata di stucco, riportata sulla pagina web del Corriere della Sera e firmata dal prof. Alberto Alesina, docente ad Harvard.


Ho sintetizzato i passaggi che ritengo più significativi (ma, per amor di completezza, vi invito a leggere l'articolo completo):
Il tema di italiano è diseducativo e tende a produrre «tuttologi». Infatti si chiede agli studenti di riempire pagine e pagine su un argomento dato all'ultimo momento di qualsiasi genere. Il tema «libero» potrebbe essere su qualunque cosa: dalla primavera araba alla violenza sulle donne, all'Unione europea in difficoltà. Ciò vale anche per i temi di letteratura o di arte o di storia.
Il tema in molti casi insegna a dilungarsi quando non si sa cosa dire dato che non si è particolarmente ferrati su un certo argomento: il tema insegna a «menare il can per l'aia». Cosa si potrebbe fare invece del tema? Un esempio: assegnare un libro importante, di storia o di filosofia (o di letteratura o di attualità o di arte) e dare qualche giorno agli studenti per leggerlo e poi chiedere agli studenti stessi di produrre un commento, una valutazione critica del libro stesso, una visione alternativa a quella dell'autore, entro un limite stretto di pagine.
Insomma cerchiamo di non produrre tuttologi copioni. I nostri ragazzi meritano di meglio.
Non approvo una sola virgola di queste dichiarazioni: un tema, che sia quello d'esame o una prova qualsiasi entro l'anno scolastico, è composto, come qualsiasi testo, di contenuto e forma. Il contenuto si divide ulteriormente in presentazione e argomentazione sulla base dei dati. Che poi si tratti di tema generale, analisi del testo o saggio breve, poco importa: lo studente deve lavorare sulla base di contenuti (più o meno noti), analizzare un argomento e produrre un'opinione, un processo critico da esporre in corretta lingua italiana.
Dove stia il tuttologo non saprei dirlo. Che un maturando sia invitato a parlare di violenza sulle donne come della Primavera araba o di qualsiasi altro argomento di attualità mi sembra più che naturale: si auspica che un diciottenne abbia iniziato a fruire dell'informazione, a porsi delle domande, a cercare di interpretare il flusso di immagini e notizie di cui siamo bombardati... perché non dovremmo aspettarci che si esprima sugli argomenti dell'attualità, che sappia connettere dati presenti negli articoli e nelle testimonianze presentate fra le fonti?
Possiamo certamente discutere sull'opportunità di certe tracce (personalmente, trovo che quelle assegnate quest'anno siano poco stimolanti, forse inadeguate), ma non sulla bontà dell'esercizio di scrittura, che è, in primis, esercizio di opinione. Ho sempre pensato che la caratteristica fondamentale dell'essere umano sia la possibilità di essere critico, di interrogarsi, di non arrendersi di fronte al non sapere, ma di essere in grado, invece, di sfruttare delle ricorse allenate attraverso l'esperienza scolastica e quotidiana per procurarsi sapere. Il tema di Italiano permette questo: strutturare un'argomentazione sulla base di una serie di dati (acquisiti per via libresca, attraverso i media, forniti al momento o assunti come bagaglio informativo basilare), lavorare di opinione, sforzandosi di produrre quei contenuti che possono non essere accessibili direttamente, insomma, sforzarsi di esprimere un pensiero.
Che la soluzione pensata da Alesina, poi, sia il lavoro autonomo di critica da svolgere a casa su un testo precedentemente assegnato, con un appello all'onestà degli studenti, che non dovrebbero copiare o affidarsi al lavoro d'altri per senso dell'onore (haha!), è a dir poco contraddittorio, perché è troppo diffuso, soprattutto in Italia, un concetto di testualità e letteratura fatta di autorità: se un autore o un critico (peggio ancora!) hanno affermato un certo concetto e i docenti (e questo vale soprattutto nell'Università) si sono formati sulla base delle loro pagine, quegli stessi concetti diventano intoccabili e si cristallizzano in forme che hanno come effetti estremi l'aspettativa di una ripetizione mnemonica. 
In poche parole, gli studenti si ritroverebbero ad affrontare anche la prima prova con l'obbligo di aver capito un testo in un certo modo e non in un altro, argomentando con le parole di altri e privandosi del beneficio del confronto con ulteriori fonti di informazione esterne a quel testo o ai suoi apparati di commento.

Vogliamo scarnificare in questo modo le capacità dei nostri studenti?

E dunque, che senso ha che - per esempio - mi venga assegnata la lettura completa de Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer e che possa padroneggiarne i contenuti in maniera magistrale, se poi non sono portato a riflettere oltre l'argomento del testo, oltre a quello che ne ha detto il commentatore, in maniera interculturale e, soprattutto, con l'approccio di un diciottenne? Ritengo più produttivo lavorare d'impatto, su una serie di tracce che permettano di operare una scelta e stimolando hic et nunc la criticità.
Valeria Sirabella, che ha commentato le parole di Alesina su Cultura 2.0, si è espressa con parole che condivido totalmente:
Il tema è oggi un'inspiegabile zona franca, uno spazio antico che resiste nel tempo al sopravvento della cultura nozionistica. [...], uno spazio mentale dove non conta tanto quello che si sa ma quello che si pensa. In cui non è importante quante ore si sono passate sui libri ma quanto nella vita ci si è fermati a riflettere. In cui si misura quello che si ha da dare, e non quanto si sia accettato di sottomettersi alle regole. Uno strumento che invita a sviluppare una visione d'insieme sulle cose. [...] Il tema è l'ultima oasi che abbiamo, l'ultimo rifugio sicuro in cui proteggere l'unicità dei ragazzi - gli adulti di domani - e la loro speranza di costruire il futuro che desiderano, anziché subirne uno inesorabile.
C.M.

mercoledì 19 giugno 2013

Conflitto totale: l'etica di Antigone

Il nucleo della tragedia greca è il conflitto. Non il dolore, non la morte, non la punizione: essi ne sono la conseguenza. Il dramma nasce da uno scontro che può riguardare le intenzioni, i sentimenti, le civiltà, la morale, l'orgoglio. Le tragedie più riuscite sono, infatti, quelle in cui i conflitti si manifestano in maniera più forte, dimostrandosi insolubili, non permettendoci di prendere una posizione chiara in favore di una o dell'altra parte. La morte e la punizione costituiscono quasi sempre l'esito di una vicenda tragica, ma non sono necessariamente presenti.

Antigone è senza dubbio uno dei drammi che meglio inscenano il conflitto tragico. Il dramma di Sofocle, presentato alle Grandi Dionisie del 442 a.C., inscena l'epilogo della saga mitica tebana, apertasi con le note vicende di Edipo; costui è ormai morto (le figlie Antigone e Ismene lo hanno condotto presso il boschetto di Colono sacro alle Eumenidi, dove Edipo ha riscattato i propri delitti) e il trono di Tebe è divenuto oggetto di contesa fra i due figli maschi da lui generati con la madre Giocasta. In un sanguinoso scontro presso le porte della città, Eteocle, regnante in carica, e Polinice, che cinge d'assedio Tebe, si danno la morte vicendevolmente; a causa della gravità dell'affronto di Polinice, Creonte, fratello di Giocasta, decreta che solo Eteocle debba ricevere onori funebri, mentre Polinice dovrà essere lasciato allo scempio delle bestie. Ma Antigone non può permettere che il corpo del fratello sia esposto alla vergogna e condannato a non trovare la pace eterna e, sola, senza nemmeno il supporto della sorella Ismene, offre al morto una simbolica sepoltura e una libagione funebre. Scoperta dalle guardie e condotta di fronte al giudizio di Creonte, ella rimane irremovibile nella sua decisione di onorare Polinice, votandosi al destino di morte stabilito dal reggente, il quale sostiene che le ragioni delle leggi familiari e dei riti divini (tali erano considerati, infatti, gli onori tributati ai defunti) non possano in alcun modo avere la meglio sulle leggi cittadine, poiché in tal caso lo stesso fondamento della correttezza, dell'ordine pubblico e della stessa salvezza della comunità verrebbero sovvertiti. Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, tenta di smuovere il padre, ma questi sembra irremovibile; Antigone viene murata in una grotta e destinata a morire di fame, ma la sorte del re tebano non sarà migliore: nonostante l'improvviso ravvedimento di Creonte, Antigone ha il tempo di impiccarsi con un sudario di lino, Emone di trafiggersi con la spada sul corpo della fanciulla e la madre di lui di togliersi la vita per il dolore.

N. Lytras, Antigone (1865)

La tragedia si nutre di diversi conflitti: una prima opposizione riguarda Antigone e la sorella Ismene: mentre, infatti, la prima vuole a tutti i costi onorare il corpo di Polinice, ritenendo di avere un dovere più grande nei confronti della famiglia e degli déi, e di essere onorata di morire per assolverlo:
«È bello per me morire in questa impresa. Cara a lui che mi è caro giacerò, per un santo crimine: perché ben più a lungo dovrò essere cara ai morti che ai vivi. Laggiù infatti riposerò per sempre; ma, se credi, disonora ciò che fra gli dei ha onore.» (vv. 73-77)
Il secondo scontro, che costituisce il fulcro del dramma, si verifica nell'opposizione fra Antigone e Creonte, dove il conflitto si fa totale: donna contro uomo, giovane contro vecchio, ma, soprattutto, leggi non scritte della pietas (devozione alla famiglia e agli dei) e leggi scritte della città. Ogni aspetto della vita umana è messo sotto pressione, incrinato, stirato e lacerato nei versi in cui la ragazza e lo zio si affrontano:
A. «Questo editto non Zeus proclamò per me, né Dike, che abita con gli dei sotterranei. No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi; né avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabil, degli dei, e che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce. Io non potevo, per paura di un uomo arrogante, attrarmi il castigo degli dei. Sapevo bene - cosa credi? - che la morte mi attende, anche senza i tuoi editti. Ma se devo morire prima del tempo, io lo dichiaro un guadagno: chi, come me, vive immerso in tanti dolori, non ricava forse un guadagno a morire? Affrontare questa fine è quindi per me un dolore da nulla; dolore avrei sofferto invece, se avessi lasciato insepolto il corpo di un figlio di mia madre; ma di questa mia sorte dolore non ho. E se ti sembra che mi comporti come una pazza, forse è pazzo chi di pazzia mi accusa.»
[...]
C. «Ma i giusti non devono ottenere gli stessi onori dei criminali.»
A. «Chi può dire se fra i morti questa legge è santa?»
C. «Il nemico non è mai un amico, neppure da morto.»
A. «Io sono fatta per condividere l'amore, non l'odio.»
C. «E allora, se vuoi amare, scendi sotto terra e ama i morti. Io, finché vivo, non prenderò ordini da una donna.» (vv. 450-670 e 520-525)
Dopo questo emozionante passaggio, lo scontro continua. Nell'opposizione fra Emone e Creonte ritorna il motivo dell'orgoglio di quest'ultimo, che rimane fermo nella sua convinzione che mai e poi mai si lascerà piegare dalla volontà di una donna, tanto che sembra che, se le stesse motivazioni di Antigone fossero pronunciate da un uomo - un suo pari, Creonte potrebbe convincersi della loro giustezza. Sono forse proprio le parole di Emone, rifiutate da Creonte, a insinuare nel vecchio il dubbio sulle proprie azioni:
F. Leighton, Antigone (1882)
«Non trincerarti nell'dea che solo ciò che dici tu, e nient'altro, sia giusto. Quanti presumono di aver sempre ragione, o di possedere una lingua e un animo superiori, ebbene, una volta scrutati a fondo, rivelano il loro vuoto interiore. Anzi fa onore a un uomo, per quanto saggio egli sia, continuare ad imparare senza chiudersi nell'ostinazione. Sai bene come lungo i torrenti gonfiati dalle piene invernali gli alberi che si piegano conservano i rami, mentre quelli che resistono finiscono divelti con tutte le radici. E parimenti il marinaio che tiene troppo tese le scotte, senza mai allentarle, fa rovesciare l'imbarcazione e si trova a navigare a chiglia capovolta. Coraggio, arrenditi, e concedi al tuo animo qualche cambiamento. Se io, benché giovane, posso esprimere il mio pensiero, dirò che sarebbe stupendo se gli uomini possedessero per nascita la perfetta saggezza; altrimenti, poiché questo accade raramente, è buona norma imparare da chi dice il giusto.» (vv. 705-723)
Creonte cederà solo dopo che l'indovino Tiresia gli avrà predetto gli effetti devastanti della gravissima situazione creatasi in seguito alla mancata sepoltura di Polinice e alla condanna di Antigone. Il vecchio re, insomma, deciderà di comportarsi come l'albero che si piega, ma solo dopo che il torrente, ingrossatosi, avrà già divelto le sue radici: il dramma non può che risolversi con la sconfitta di tutti i suoi protagonisti.

C.M.

lunedì 17 giugno 2013

La Serenissima: una giornata nella laguna

Eccomi, finalmente, a raccontarvi dell'escursione veneziana che ho affrontato dieci giorni fa con il mio ragazzo e della quale, finora, vi hodescritto solo un particolare. Sebbene il capoluogo della mia regione non disti da casa mia più di due ore di strada (fra auto e treno), avevo visitato la città solo una volta, in gita con i compagni delle elementari e le maestre. Ricordavo molto poco di questa bellissima città: la stazione, il vicino Ponte della Costituzione, i piccioni di Piazza San Marco e i seggi delle sale del governo entro il Palazzo Ducale. Inutile dire che, in poco meno di otto ore, di Venezia ho visto solo un decimo di quanto ci sarebbe da visitare, ma di quanto ho visto vi presento qualche mia foto, invitandovi a segnalarmi i luoghi che non potrò perdermi in una gita futura.


Il luogo più conosciuto di Venezia è senza dubbio Piazza San Marco, uno dei luoghi d'Italia più affollati di turisti e di piccioni: è straordinario vedere la foga con cui gli stranieri (soprattutto orientali) si fanno circondare da questi volatili per farsi immortalare nelle fotografie, sembra davvero che non abbiano mai visto un piccione in vita loro e che un ritratto in loro compagnia non possa proprio mancare nel loro album!
A dare il nome alla piazza è la basilica intitolata all'evangelista Marco, uno dei santi patroni della città (fra gli altri, lo affiancano Santa Lucia e San Teodoro, quest'ultimo immortalato su una delle due colonne che segnano idealmente l'ingresso nella piazza dal mare), le cui ossa, secondo la tradizione, vennero trafugate da Alessandria nell'828 e ora sepolte al di sotto dell'altare. La basilica si distingue per la pianta a croce greca, l'iconostasi che divide la zona presbiteriale dallo spazio dei fedeli, per i bellissimi motivi mosaicati sul pavimento e per l'oro che decora ogni parte delle architetture. La visita al terrazzo su cui si può ammirare la quadriga bronzea (la copia all'esterno, l'originale all'interno) portata a Venezia dall'ippodromo di Costantinopoli nel corso della IV Crociata (1202-1204), al museo del tesoro e alla Pala d'oro, eccezionale ornamento costituito da gemme, vetri e stucchi, completano l'incontro con una delle strutture artistiche più conosciute nel mondo.


Un aspetto curioso dell'edificio sacro è che il campanile in mattoni rossi, il 'Paron de casa' (così lo chiamano i Veneziani), si erge quasi di fronte alla basilica, staccato da essa. Completamente crollato all'inizio del '900, venne ricostruito «dov'era e com'era» ed è uno dei campanili pù alti d'Italia (98,6 m).


Ma Piazza San Marco è ben più che la basilica, e, per goderla pienamente, non basta una sola giornata. A chiudere i tre lati della piazza, di fronte alla quale si trovano il mare e l'isola della Giudecca, con la bellissima facciata della Chiesa del Redentore (progettata dal Palladio), concorrono il complesso del Palazzo Ducale, sede del governo veneziano e dimora dei Dogi, la Torre dell'orologio, il portico trapezoidale che ospita il Museo Correr, nelle cui sale alloggiò Elisabetta di Baviera (la nota Sissi) e il palazzo della Biblioteca Marciana. Consiglio una visita complessiva, invitando a non tralasciare il museo, poiché il percorso dà accesso alle stanze dell'imperatrice, alla visione di alcune sculture poco note di Canova e alla sala monumentale della biblioteca, il cui nucleo risale alla donazione di volumi fatta dal cardinal Bessarione nel 1468 «ad communem hominum utilitatem».



Ma di Venezia non si possono non citare i ponti: su tutti, come noto, si distinguono il Ponte dei Sospiri, così chiamato perché, trovandosi in connessione fra il Palazzo Ducale, sede dei tribunali, e le prigioni, raccoglieva i sospiri sconsolati dei condannati, che dalle sue aperture vedevano il mondo esterno per l'ultima vola, e Rialto, il ponte più antico di Venezia (la struttura attuale risale al 1591), nonché il più noto.



Sulla via del ritorno, aggirandoci tra i vicoli, abbiamo avuto il tempo per una visita ad un altro luogo cardine della cultura veneziana, il Gran Teatro La Fenice, riguardo al quale vale la tradizione legata al mitico uccello da cui prende il nome: costruito nel 1792, venne infatti distrutto da un incendio nel 1836, ricostruito, nuovamente bruciato nel 1996 e riportato al suo splendore nel 200. Il teatro è aperto alle visite turistiche, ed è un luogo magico, splendido, assolutamente da non perdere.


Non sono riuscita a vedere le Gallerie dell'Accademia, la Chiesa del Redentore, la Casa di Goldoni, Ca' Rezzonico, sede del Casinò, e Ca'Pesaro, che ospita il museo d'arte orientale: sarà il pretesto di una nuova visita! 
Conoscete Venezia? Avete altri luoghi della laguna da segnalarmi?

C.M.

NOTA: Le foto qui raccolte sono di mia realizzazione.

giovedì 13 giugno 2013

Owl Prize... o come preferite chiamarlo!

Da qualche settimana pensavo di mettere in pratica l'idea che mi ha portato a confezionare questo post, che inaugura una delle due nuovi rubriche che ho progettato (sull'altra manterrò ancora per un po'il segreto, sono ancora in fase di lavori in corso). Con il mese di giugno, Athenae Noctua festeggia i primi quattro mesi di attività, la vostra crescente presenza come lettori fissi (fra google e i feed siamo a 73 membri) e il raggiungimento di 122 followers su Facebook. Questi dati, uniti al conferimento dell'ultimo Liebster Award, mi hanno suggerito che questo fosse il momento più adatto per lanciare una sorta di premio dedicato non ai blog nel complesso, ma a singoli articoli che hanno destato in modo particolare la mia attenzione. Ho quindi deciso di creare l'Owl prize! Magari qualcuno si domanderà perché, dopo aver tuonato contro l'uso dilagante degli esotismi, abbia scelto un termine inglese, ma, stavolta, mi sono lasciata affascinare dalla sonorità della formula e dal gioco grafico permesso dal logo che ho immaginato[1]!
L'obiettivo del premio è quello di condividere i post che, distinguendosi per i contenuti e per la loro consonanza rispetto agli argomenti toccati da Athenae Noctua, ritengo possano interessare anche voi[2]: quando ho aperto il mio blog, infatti, immaginavo che il nido della civetta dovesse essere un ponte in grado di collegare quante più persone possibili al maggior numero di informazioni culturali.
Per alcuni degli articoli premiati vale la regola dell'«avrei voluto scriverlo io!», per altri il fascino o il trasporto che hanno saputo suscitare o per la loro capacità di venire incontro ad una curiosità specifica. Ho stabilito come cadenza della rubrica non un termine cronologico, ma la condizione di avere ogni volta non più e non meno di otto post da segnalare.
Ma veniamo al dunque, con la presentazione degli articoli premiati e delle motivazioni della loro menzione:
  • Apollo e Dafne, post del blog Studia humanitatis è proprio uno degli articoli che avrei voluto scrivere io, un suggestivo accostamento fra il capolavoro scultoreo di Gian Lorenzo Bernini e i versi delle Metamorfosi di Ovidio dedicati alla trasformazione della ninfa in alloro.
  • Caro Semonide, ti scrivo è, invece, uno scaltro e divertente poemetto in endecasillabi scritto da Giulia per il suo blog Das Zauberbuch in risposta alla Satira sulle donne di Semonide di Amorgo. Non è necessario conoscere il testo originale dell'autore greco per apprezzare il vivace verseggio, ma l'autrice fornisce comunque il link per consultare il brano che l'ha ispirata.
  • I paradossi della ragione, dal blog La cerchia di Minosse, fa luce sulle incongruenze del pensiero filosofico e sulle figure che minano la fluidità e la coerenza dei ragionamenti, presentando un lessico di agile consultazione per comprendere meglio il linguaggio ricchissimo e molto specifico di questa antica disciplina.
  • La reggia di Caserta, tra sogno e delirio (successione di due articoli), del blog Following Your Passion ci descrive la bellissima reggia di Caserta, presentandocene le architetture, ma anche la vergognosa situazione di degrado in cui versano i giardini di uno dei siti artistici più preziosi d'Italia.
  • Riflessioni casuali sul leggere e lo scrivere (attività da svolgere rigorosamente in quest'ordine) raccoglie i pensieri della Lettrice Rampante riguardo la necessità che uno scrittore, prima di cimentarsi nella composizione e durante tutta la sua attività, si nutra di letture che gli valgano come palestra e come prova di espressione: non può nascere un bravo scrittore senza una solida esprienza di lettura alle spalle.
  • Per leggere bene...c'è da faticare! Poche ciance e lamentele! è un altro post dedicato ai libri e agli autori pubblicato da Lepaginestrappate, dove si affronta la banalità dei giudizi di demerito, spesso troppo frettolosi, legati ai libri. Non è vero che non esistono più buoni libri: bisogna avere la volontà di cercare.
  • Andy Warhol's Stardust, di Greta del blog Talk 'n tea, presenta in modo sintetico ma accattivante la mostra dedicata alle opere dell'artista americano emblema della pop-art, visitabile a Milano fino a settembre.
  • Blog, blogger e politica, infine, mi ha incuriosita perché contiene una ragionevole riflessione della Leggivendola che può tornare utile a molti titolari di blog: qual è il limite entro cui è possibile un rapporto equilibrato fra informazione e opinione politica? Per un blogger è meglio schierarsi apertamente o rimanere super partes? Con questi interrogativi si apre un articolo spigliato e davvero coinvolgente.
Continuerei ad elencare: ho già qualche altro articolo in mente, ma lo conservo per i futuri appuntamenti con il Premio Civetta (è fuor di dubbio che in Inglese suoni meglio)! Vi invito a leggere gli articoli selezionati, confidando che possano coinvolgervi come è stato per me.
L'Owl non nasce con l'ambizione di innescare premiazioni a catena, ma tengo a precisare che se qualche blogger (che sia stato o meno 'premiato' in questo contesto) può rilanciare o replicare la rubrica con lo stesso nome sul proprio sito, con l'avvertenza di citare Athenae Noctua come origine dell'iniziativa.
Vi auguro una buona lettura e... aspetto i vostri commenti su questa nuova esperienza!

C.M.

NOTE:
[1] L'idea dell'accostamento immagine-titolo è mia, ma non conosco l'autore dell'anonimo disegno della civetta trovato in rete; se il disegnatore in questione fosse noto a qualcuno, sarei felice di citarlo ufficialmente.
[2] Oggi stesso, inoltre, ho lanciato su Facebook l'invito ai followers a condividere post, link o pagine di argomento affine a quello degli articoli presentati nel blog o a quello dei link da me condivisi sulla pagina.

martedì 11 giugno 2013

Manet a Venezia

Anche voi, come me, subite il fascino della pittura ottocentesca? Se ne avete la possibilità, avete tempo fino al 18 agosto per visitare la mostra Manet. Ritorno a Venezia, organizzata presso le sale del Palazzo Ducale dalla Fondazione dei Musei Civici Veneziani. La manifestazione, che raccoglie circa ottanta opere fra dipinti e disegni preparatori, pone l'attenzione sulle influenze giovanili esercitate su Manet dalla pittura dei secoli precedenti, in primis quella del Rinascimento italiano, ma senza far mancare il necessario parallelo con la produzione spagnola e olandese, anch'essa di primaria importanza nella formazione artistica del pittore parigino.


La mostra è l'occasione per ammirare, oltre ad opere di capitale importanza come la straordinaria Colazione sull'erba (presente in una copia londinese riprodotta da Manet per un amico) o la bellissima Olympia proveniente dal Musée d'Orsay, dipinti meno noti, come le nature morte di ispirazione fiamminga o le scene di ambientazione spagnola, che stupiscono con i loro colori sgargianti.

E. Manet, Anguilla e triglia (1864)
Avendo già in programma da tempo una gita nella città lagunare, scoprire che in questi mesi Venezia ospita questa preziosa esposizione è stata a dir poco una gioia. Il Palazzo Ducale è una cornice perfetta per l'evento, e la scelta degli accostamenti fra le opere mi è stata particolarmente gradita, a partire dall'affiancamento di due fra i più celebri nudi femminili, la Venere di Urbino di Tiziano e l'Olympia di Manet, opera profana e al tempo scandalosa.

Tiziano Vecellio, Venere di Urbino (1538) - dagli Uffizi

E. Manet, Olympia (1863) - dal Musée d'Orsay

Fra i due dipinti si tiene come un dialogo silenzioso: le due donne ritratte (una dea e una prostituta) si offrono allo spettatore in forma antitetica: Venere immersa in una luce calda e dorata, con le dita affondate in un mazzo di rose che simboleggiano l'amore e con ai piedi un cagnolino che incarna la fedeltà e la devozione, Olympia in un'atmosfera frigida, sul giaciglio scomposto da una notte di commercio, con una corolla fra i capelli e un mazzo di fiori mandato dall'amante occasionale e in compagnia di un gatto nero, simbolo della notte e dei suoi eccessi. Nella seconda sala della mostra si verifica dunque l'incontro fra la sacralità della tradizione e la rivisitazione che aveva portato gli organizzatori del Salon del 1865 a relegare Manet in una sala defilata.
Ma un riferimento all'insegnamento di Tiziano è implicito anche all'ingresso dell'esposizione, nella sala dominata dalla Colazione sull'erba eseguita da Manet per un amico come copia del dipinto più grande che era costato all'artista l'esclusione dal Salon del 1863, per poi essere esibito al Salon des Refusés. Il quadro più celebre di Manet, infatti, è anch'esso di ispirazione tizianesca, avendo un diretto referente nel Concerto campestre del Louvre (1510).

E. Manet, Colazione sull'erba (1863-1868) - dalla Courtauld Gallery di Londra

Tiziano o Giorgione, Concerto campestre (1510)

La mostra procede presentando dipinti di ambientazione varia, dai saloni dei teatri parigini alle arene delle corride spagnole e ponendo in successione diversi ritratti, fra cui spiccano quelli del Pifferaio, quello di Berthe Morisot, cognata del pittore e quello dello scrittore Émile Zola, per arrivare, nelle ultime sale, alle manifestazioni che ci sospingono direttamente nel cuore dell'impressionismo, con i suggestivi dipinti Sulla spiaggia e L'evasione di Rochefort.

E. Manet, Sulla spiaggia (1973) - dal Musée d'Orsay


E. Manet, L'evasione di Rochefort (1889-1891) - dal Musée d'Orsay

Venezia, dunque, accoglie per alcuni mesi un frammento di arte francese, evidenziandone, però, gli apporti italiani, spagnoli e olandesi: ancora una volta, come in passato, attraverso la figura chiave di Manet, mediatore fra accademia e modernità, la Serenissima si fa crocevia di culture e tradizioni.

C.M.

domenica 9 giugno 2013

Liebster Blog Award VIII-IX

Mi mancava il blog! Sebbene l'ultimo post sia datato solo a mercoledì, non aver potuto rispondere ai commenti e bazzicare per fra i nuovi articoli dei blogger che seguo mi è dispiaciuto un sacco. Tuttavia, i motivi della mia latitanza sono più che positivi: mi sono concessa una gita a Venezia e mi sono impegnata ad organizzare per domani una seconda uscita veneta per raccogliere materiale per un post futuro... di cui, però, non anticipo ancora nulla!


La giornata di oggi è dedicata all'esternazione della mia soddisfazione nel condividere con voi lettori e followers questo mio piccolo mondo: su Facebook abbiamo superato alla grande i 100 'mi piace' che mi ero prefissa per la fine di maggio e qui al nido siamo ormai in 62! In più, con somma gioia, Athenae Noctua ha ricevuto altri due Liebster Award, per i quali ringrazio Prisch del blog La strada è la vita e Mariapiera di Chiacchiere in libertà!
Come ormai sapete, il regolamento del Liebster, oltre ai doverosi ringraziamenti, prevede che si risponda alle undici domande poste dai blogger premianti, per poi elaborare a propria volta undici quesiti e premiare altri undici blogger con meno di 200 followers. Nel mio caso, salterò quest'ultimo step, perché non ho, al momento, nuovi siti da premiare rispetto all'ultima volta. 
Veniamo, dunque, alle domande di Prisch:
  1. Qual è il segno zodiacale con cui hai più affinità? Non seguo l'oroscopo e, anche se lo facessi, riscontrerei che per ogni segno, esiste una persona con cui ho affinità e, allo stesso tempo, una con cui non ho proprio nulla in comune!
  2. C'è un colore nel tuo armadio che prevale? Il blu.
  3. Preferisci viaggiare in treno, aereo, macchina, nave o a piedi? Macchina, ma non se guido io!
  4. Hai una mania in particolare? La disposizione degli oggetti (i libri in ordine di altezza, le penne orientate nello stesso senso nel portapenne o nell'astuccio, l'allineamento degli accessori da scrivania...).
  5. Quanti libri leggi al mese di solito? Negli ultimi mesi, circa cinque libri.
  6. Segui qualche evento particolare nella tua città? Il Festival lirico dell'Arena (una rappresentazione all'anno, soprattutto per limitare i costi!) e le mostre di pittura organizzate presso la Gran Guardia.
  7. Se avessi la possibilità di rinascere, cosa o chi vorresti essere? Non ci ho mai pensato... probabilmente vorrei rinascere come una persona simile a me stessa, ma con più capacità di lasciar correre e di non far pesare troppo ciò che non mi va.
  8. Hai una categoria di persone con cui ti trovi meglio? Non c'è una categoria in particolare, ma ho notato che, a volte, le conversazioni più spontanee, cortesi e interessanti derivano dallo scambio con le persone che frequento meno.
  9. Ti piace il contatto con la natura? Sì.
  10. Hai animali domestici? Un pastore tedesco di nome Argo.
  11. Qual è il tuo film preferito? Un film di animazione: Alla ricerca di Nemo.
Ecco quelle di Mariapiera:
  1. Come è nata l'idea di creare il tuo blog? L'idea è nata parecchio tempo prima della sua applicazione, ma ho a lungo procrastinato perché temevo fosse un'esperienza che si sarebbe esaurita in fretta e che mi avrebbe portato via troppo tempo. Terminati gli studi, mi sono ritrovata con molto tempo libero e con il desiderio sempre più forte di condividere le mie riflessioni su libri, arte e attualità: così, lo scorso febbraio, la civetta ha spiccato il volo, e la voglia di bloggare è ancora vivace e stimolata dalla partecipazione dei lettori!
  2. Pensi che il tuo blog si trasformerà in un lavoro vero e proprio? Mi piacerebbe, soprattutto in relazione alla promozione degli eventi culturali.
  3. Mangi qualsiasi cosa o preferisci solo cibi biologici e sani? Mangio un po'di tutto: prediligo una dieta equilibrata, ma, di tanto in tanto, cedo alle schifezze!
  4. Ti interessa essere aggiornato/a su ciò che accade nel mondo? Cerco di tenermi aggiornata il più possibile, anche se la struttura e la forma delle comunicazioni non soddisfa il mio interesse.
  5. Sport o divano? Ahi... divano!
  6. Estate o inverno? Primavera e autunno!
  7. L'ultima città (italiana o straniera) che hai visitato. Venezia, due giorni fa!
  8. Il posto in cui vorresti essere in questo momento. Visti gli ultimi giorni di fuoco, stare a casa a riposare mi sta più che bene.
  9. Ami gli animali? Sì, sì e sì!
  10. È meglio la Tv o Internet? Uso la tv solo per godermi i Simpson e qualche film... per l'informazione è decisamente migliore internet.
  11. Mare o montagna? Mare.
Ringrazio ancora Prisch e Mariapiera per aver premiato il mio blog e tutti i lettori che partecipano alle sue attività! Buona domenica!

C.M.

mercoledì 5 giugno 2013

Del Sublime (Pseudo Longino)

L'ars dicendi, quella particolare attitudine all'espressione, l'abilità nella comunicazione è un dono innato o esistono tecniche per esercitarla e corroborarla? L'opinione dell'anonimo autore del trattato Del Sublime (quasi certamente databile al I sec. d.C.), a lungo confuso con il filosofo e retore Cassio Longino, è rassicurante: la capacità di suscitare il sentimento del sublime è in parte frutto di un talento naturale, in parte risultato di uno studio attento delle vette espressive raggiunte dagli autori del passato: un misto fra dono e tecnica. Mi sento di condividere queste osservazioni, e gli argomenti apportati dal misterioso autore che si cela dietro a questo straordinario esemplare di critica letteraria non fanno che rendermi certa della necessità della compenetrazione dei due aspetti nella formazione di un buon comunicatore.

Solo ieri mi occupavo del problema dell'attualizzazione dell'antichità, un tema che, come vi sarà parso evidente, mi è molto caro, sia per 'deformazione professionale', che per l'oggettiva constatazione che molto di quanto detto nell'antichità potrebbe ancora oggi essere un valido punto di riferimento in molte categorie di azione e di pensiero. Se mi venisse chiesto: «Quale potrebbe essere la funzione attuale del trattato Del Sublime?», risponderei senza dubbio che si tratta di un testo che qualsiasi aspirante comunicatore (dallo scrittore all'avvocato, dal giornalista al pubblicitario) dovrebbe conoscere.
Dato che, probabilmente, sto già passando per una maniaca dell'antichità pronta a venerare qualsiasi cosa provenga dal passato (ma vi garantisco che so pormi dei limiti), affiderò la dimostrazione delle mie parole allo stesso autore, citandovi i passi che ritengo più significativi.
Riassumo la tesi di fondo del trattato, che è rivolto principalmente agli oratori, ma che, più in generale, poiché richiama esempi espressivi tratti anche da testi poetici, storici e filosofici, è indirizzato a chiunque desideri perfezionare la propria vis comunicativa. 
Alla base della possibilità di trascinare l'ascoltatore (o il lettore) c'è la capacità di suscitare in lui il sentimento del sublime, definito come l'eco di un alto sentire (traduzione del greco μεγαλοφροσύνης ἀπήχημα), di trasportarlo, insomma, attraverso gli artifici della parola, da simulare con eleganza e naturalezza, e muoverlo ad un comune stato di pensiero, provocando in lui un intenso flusso di passioni e una forte fascinazione. 
Non è forse questo che cerca di fare ogni comunicatore? Per esserne capaci, però, occorrono delle regole, e queste vanno conosciute attraverso lo studio e ed esercitate continuamente per sapere come servirsene - ma anche in quale misura, all'occorrenza, trasgredirle - per rendere efficace un messaggio.
Ma veniamo alle parole dell'autore, riguardo alle quali sono curiosa di conoscere le vostre opinioni.Una prima considerazione muove dagli eccessi stilistici, dalla sostenutezza gonfia e pesante all'eccessiva semplicità; sarà capitato anche a voi di leggere o ascoltare un intervento il cui tenore stilistico risultava eccessivamente magniloquente o, all'altro estremo, infantile, poco curato, eccessivamente semplificato; ebbene, questo difetto era già evidenziato nel libello:
«Lo stile turgido appare essere fra gli errori più difficili da evitare. È naturale, infatti, che tutti quelli che mirano alla grandezza, tenendosi alla larga dall'accusa di uno stile fragile e arido, vengano trascinati, non so come, a codesta gonfiezza, convinti che '"lo scivolare da grandi altezze è malgrado tutto un nobile errore". [...] Lo stile adolescenziale, al contrario, punta diretto all'opposto della grandezza. [...] Scivola in questa forma chi, puntando al prezioso, all'elaborato e alla piacevolezza, va ad arenarsi nella minutaglia e nel cattivo gusto.» (cap.III)
Un passo fondamentale è quello della definizione degli atteggiamenti attraverso cui si può raggiungere, nell'espressione, il sublime. Qui vengono elencate le modalità attraverso le quali raggiungere i più alti traguardi nella comunicazione. Non occorrono specifiche conoscenze retoriche per rendersi conto che, in fondo, si tratta delle regole che ci sono state insegnate a scuola e che si trovano in qualsiasi manuale di scrittura:
«Si può dire che ci siano cinque fonti particolarmente atte a generare lo stile sublime[...]: la prima e la più importante consiste nel puntare a pensieri elevati, la seconda è un atteggiamento passionale, vigoroso e pieno di entusiasmo. [...] Le altre sono: una competenza qualificata nel creare le figure di pensiero e di parola, un nobile modo di esprimersi e la collocazione delle parole su di un registro dignitoso ed elevato.» (cap.VIII)
Un discorso terso e capace di trascinare deve essere dunque nutrito di una tecnica raffinata che, però, non deve lasciar intravedere lo sforzo compositivo, la complessità delle figure retoriche: il pathos deve nascere, per così dire, dalla naturalizzazione dell'artificio:
«È allora che l'arte è perfetta, quando sembra esser natura; mentre la natura raggiunge il suo scopo quando presuppone l'arte senza che ce ne accorgiamo.» (cap. XII)
Infine, dopo aver trattato nello specifico l'uso di alcune figure retoriche, rafforzando le proprie tesi con eccellenti esempi tratti da Omero, Platone, Demostene e tanti altri autori greci, riguardo all'armonia delle parti nella totalità dell'espressione, l'autore si avvia alla conclusione richiamando la necessità di amalgamare ogni parte nella totalità dell'atto comunicativo:
«Ma quel che nel discorso - non diversamente da quanto accade per il corpo - contribuisce in modo particolare alla grandezza è la connessione delle membra: prese una a una e isolate dal resto, di per sé sono prive di valore significativo, mentre tutte quante, ordinate in un insieme, costituiscono un sistema compiuto. Così le espressioni elevate, in questo e in quel luogo isolate le une dalle altre, si portano via, disperdendolo, anche il sublime; ma una volta riunite in un sol corpo, e rinsaldate dai legami dell'armonia, acquistano di sonorità per il giro stesso della frase; e nel periodo la grandezza è la somma di un fitto numero di contributi.» (cap.XL)
Cosa pensate riguardo ai precetti del nostro misterioso autore?

C.M.

NOTA: Per questo testo i manoscritti hanno a lungo tramandato l'ipotesi dell'attribuzione a Dionisio Cassio Longino (sulla base del titolo assegnato all'opera nel XVI secolo dal primo editore, Francesco Robortello), per poi rivelare, sulla base del confronto con le fonti indirette, una paternità di Dionigi di Alicarnasso o di Cassio Longino. I filologi, però, riconoscono universalmente l'erronea attribuzione e, addirittura, la possibilità che il Longino a lungo citato non fosse affatto il Cassio Longino cui si pensava inizialmente.

martedì 4 giugno 2013

'Classico' vuol dire 'Futuro'

Quanto può essere attuale il 'classico' nell'era moderna, dominata dalle nuove tecnologie, dalla comunicazione digitale e da un interesse smisurato per le discipline scientifiche a scapito di quelle umanistiche? A cosa serve il 'classico' oggi? Come facciamo a dare ad esso un senso che serva per il futuro?
Da queste domande ha inizio la riflessione che Salvatore Settis, storico dell'arte, ha affidato prima ad un agile libello, Futuro del 'classico', edito da Einaudi nel 2004, poi al programma web di RaiArte L'arte classica tra passato e futuro, in sei puntate girate presso la Centrale Montemartini di Roma, eccezionale esempio di connubio fra mondo classico e società industrializzata.


Le tesi di Settis prendono le mosse dal settore artistico, ma non possono non coinvolgere l'intero sistema culturale del mondo antico, poiché le stesse considerazioni riguardanti il recupero delle forme architettoniche o scultoree possono essere proposte in riferimento alla letteratura e al pensiero di Greci e Romani.
Come primo passo, bisogna smettere di considerare la classicità come qualcosa di morto e inutile: è paradossale che, in un tempo in cui la cultura e l'istruzione classiche sono fortemente sottovalutate, proliferino citazioni tratte dai capisaldi del pensiero antico. Questa moda ha per Salvatore Settis due effetti: uno - tutto sommato innocuo - è il mascheramento, dietro una selva di citazioni, della scelta di ignorare le civiltà classiche, l'altro, molto più grave, la trasformazione delle espressioni di tali culture in qualcosa di irraggiungibile, il porle su un piedistallo, alimentando quindi un atteggiamento di distacco irreversibile.
Eppure anche culture non direttamente connesse al mondo greco abbondano di riferimenti alla classicità: non a caso Hayao Miyazaki ha dato alla protagonista di un suo manga il nome omerico di Nausicaa. Ma non si tratta solo di un processo di citazioni letterarie: nel cuore della ipertecnologica Tokyo è sorto un locale, il Caffè Bongo, che, pur avendo una struttura modernissima, è caratterizzato dal recupero delle sculture antiche negli interni[2].

Tokyo, Caffè Bongo

Getty Museum, Malibù

L'architettura e il design sono molto ricettivi nei confronti della classicità, ma il problema del futuro del classico non è tanto formale, quanto sostanziale: la difficoltà dei cultori del mondo antico non risiede nella capacità di far apprezzare la storia e l'arte greco-romana, ma, piuttosto, nella possibilità di rendere attuale e indispensabile il sistema culturale che sta alla base di esse, trovare, insomma, una funzione contemporanea a materiale che, apparentemente, ha esaurito le proprie risorse pratiche.
Delineando la storia del 'classico' attraverso oblio, riscoperte, travisamenti e strumentalizzazioni (non sempre negative) di questo concetto e del mondo cui si riferisce, Salvatore Settis descrive con estrema chiarezza - nel libro come nel programma ad esso ispirato - il sistema estetico, ideologico e morale che ha in passato determinato la fortuna dell'epoca antica, ma, allo stesso tempo, individua chiaramente le soluzioni intrinseche alle espressioni classiche per un progresso politico, sociale e culturale futuro.
Il 'classico', come riscoperta, è stato spesso associato ad un sistema etico: la perfezione formale dei Greci, che per Winkelmann si sintetizzava nella formula «nobile semplicità e quieta grandezza» e trovava il suo simbolo più compiuto nell'Apollo del Belvedere, era considerata nei secoli XVIII e XIX lo specchio di un sistema morale superiore, da prendere come esempio di vita e sulla base del quale educare i rampolli dell'alta borghesia. Divenuti il vessillo della Rivoluzione Francese in quanto espressioni dell'uomo libero in una società democratica (quella ateniese), l'arte e il pensiero classici si sono presto trasformati negli strumenti più efficaci dell'eurocentrismo e, di conseguenza, dell'imperialismo.

Apollo del Belvedere e Gruppo di Laocoonte, conservati ai Musei Vaticani

Il 'classico', dunque, ha avuto prevalentemente un valore identitario, di parametro di riferimento culturale e morale per l'intero mondo occidentale, che, abbagliato dai luminosi e armonici marmi romani, ha creduto di poter vedere in quella perfezione un segno della propria superiorità estetica e, quindi, morale. Ma il mondo e il pensiero, oggi, sono profondamente cambiati, e una simile declinazione del 'classico' è non solo anacronistica, ma lesiva della sostanza stessa del concetto:
«Quale può essere il posto degli Antichi in un mondo caratterizzato sempre più dalla mescolanza dei popoli e delle culture, dalla condanna dell'imperialismo e dalla fine delle ideologie, dalla fiera rivendicazione delle identità etniche e nazionali e delle tradizioni locali contro ogni egemonia culturale? Che senso ha cercare radici 'comuni', quando tutti sembrano piuttosto impegnati a distinguere le proprie da quelle del vicino?»
Rocostruzione policroma di Kore arcaica
La risposta alle esigenze della società contemporanea si possono trovare nelle prospettive storico-artistiche apertesi con gli scavi di Olimpia e Delfi o con la scoperta della Colmata persiana, che hanno portato alla luce, nell'Ottocento, testimonianze di arte arcaica che hanno costretto gli storici a scardinare molte delle idee imperanti nel settore antichista: l'arte greca non era solo compostezza, candore e levigatezza, ma anche ieraticità, colore, frastuono, violenza. I marmi lucidi tanto cari a Winkelmann erano soppiantati da pietra porosa e nascosta da colori sgargianti, i corpi torniti e resi con tanta naturalezza avevano ora forme primitive, accostabili a manifestazioni dell'arte tribale che proveniva, negli stessi anni, dalle popolazioni africane o australiane.
Un disagio non dissimile si diffuse fra gli storici dell'arte quando, nel Novecento, Ranuccio Bianchi Bandinelli dichiarò che l'arte medievale, considerata per retaggio rinascimentale degenerazione delle forme perfette iniziata con l'imbarbarimento tardoantico, era in realtà il naturale sviluppo dell'arte popolare italica a lungo convissuta con le forme terse ed eleganti importate dalla Grecia.

Ricostruzione policroma di una statua del tempio di Atena Aphaia a Egina

La seconda metà dell'Ottocento e il Novecento, insomma, hanno rivelato aspetti della classicità prima sconosciuti e destinati ad intaccare un intero sistema ideologico. Negli stessi anni, d'altronde, Nietzsche faceva nuova luce sul valore fortemente tribale del teatro greco, dominato da forme chiassose, da costumi e maschere vistosi, da paure primordiali; il drammaturgo e regista Antonin Artaud, nel suo saggio Il teatro e il suo doppio (1938) avrebbe poi dimostrato come la capacità delle musiche e delle forti passioni suscitate dalla rappresentazione teatrale tribale (il suo ideale di dramma) avessero, come per la tragedia greca, lo scopo di riportare l'uomo alla parte più naturale, istintiva e repressa di sé, a contatto con le pulsioni e con l'espressione più autentica e genuina.
Appare allora chiaro che nel mondo classico erano presenti non solo aspetti di identità rispetto alla cultura europea moderna, ma anche e soprattutto manifestazioni ritenute a lungo prerogative di civiltà altre, generalmente con un grado di sviluppo tecnologico minore. I Greci, base dell'Europa moderna, si rivelano, dunque, un popolo fortemente influenzato da aspetti giudicati nella percezione comune come estranei, addirittura opposti all'ideologia occidentale.
Per questo occorre rifondare il concetto di 'classico' su base inclusiva: sottrarlo alla percezione di un retaggio esclusivo di identità e reinterpretarlo come «chiave d'accesso a un ancor più vasto confronto con le culture 'altre' in senso autenticamente 'globale'» (p 119). Il mondo classico, con quanto manifesta di diverso rispetto alla nostra società moderna, deve stimolare l'incontro col diverso, diventando così un valido sistema di riferimento in un mondo globalizzato.
«Quanto più sapremo guardare al 'classico' non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo ad intendere il 'diverso', tanto più da dirci esso avrà nel futuro».

C.M.

domenica 2 giugno 2013

Viva la Repubblica!

Buona Festa della Repubblica a tutti!
Per celebrare questa importante ricorrenza ho predisposto una raccolta di materiali tratti dalla stampa dei giorni del Referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, dall'invito al voto lanciato dalle colonne del Corriere della Sera alle immagini (per lo più tratte dallo stesso quotidiano) che documentano lo svolgimento del voto.
In quell'occasione, in cui, per la prima volta in Italia (fatta eccezione per le precedenti elezioni a livello locale), ebbero diritto al voto anche le donne, le consultazioni diedero il seguente esito: 12.718.019 cittadini furono favorevoli all'instaurazione della Repubblica, contro i 10.709.423 di espressioni in favore del mantenimento della monarchia.

«Tutti alle urne! E tutti alle urne con serietà, con compostezza, con calma e con un gioioso senso d’orgoglio. Sì, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere ancora dei cittadini; di avere riacquistato il diritto e il dovere – negatici dal fascismo col sostegno della monarchia – di contribuire individualmente e direttamente alle sorti del nostro Paese; orgogliosi che il domani d’Italia dipenda anche dal nostro piccolo voto odierno; orgogliosi di poterlo dare liberamente come ci detta la nostra coscienza. Tutti alle urne! Alle urne i vecchi che da più di venti anni mordevano il freno condannati – dal fascismo col sostegno della monarchia – a tacere, a disinteressarsi della cosa pubblica e ad assistere parzialmente passivi alla follia di Mussolini, affiancato dal Re, all’aberrante fanatismo dei nazionalisti, alla prepotenza, alla cupidigia, alla corruzione dei gerarchi che ci dovevano gradatamente portare a questa immane ruina; alle urne i giovani, giustamente lusingati di sentirsi oggi uomini e di dare, come tali, il loro appoggio alla creazione della nuova Italia nella quale dovranno affermare la loro personalità; alle urne le donne, le nostre donne tanto ansiose di tempi migliori in cui non dovranno più temere né piangere per i loro sposi, per i loro figlioli e per la loro casa. Tutti alle urne! Alle urne disciplinatamente, senza chiassate e senza provocazioni. Rinnoviamo l’esempio dato nella giornata delle elezioni amministrative quando dovunque, nei piccoli e nei grandi centri, tutto è proceduto con ordine, senza incidenti e senza tumulti talché gli stranieri stessi, sempre un po’ diffidenti verso di noi, ne sono rimasti sorpresi e ammirati. Tutti alle urne! Alle urne senza paure, serenamente convinti dell’importanza del nostro voto e fiduciosi nel successo della causa per cui andiamo a darlo. Ma quale sia per essere l’esito del referendum impegniamoci fin d’ora ad accettarlo e a rispettarlo. Così in questo riconoscimento e in questa accettazione della volontà popolare, noi daremo al mondo la miglior prova che siamo degni della libertà che abbiamo finalmente riconquistato». (Editoriale non firmato comparso il 2 giugno 1946 sul Corriere della Sera.)
La scheda del referendum: a sinistra, la donna turrita che rappresenta la Repubblica, a destra lo stemma sabaudo.

Manifesto che incita a votare per la Repubblica 
(tratto dall'Archivio Casarrubea).

Alcide de Gasperi, futuro presidente del Consiglio, al voto

Le dattilografe del Viminale trascrivono i risultati

Per la prima volta in tutta Italia votano le donne (foto dell'archivio del Corriere della Sera). A loro era rivolta una specifica avvertenza sulle modalità di voto: vietato recarsi alle urne con il rossetto perché, all'atto di sigillare la scheda con le labbra, non dovevano rimanere su di essa segni, pena l'annullamento del voto. «Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio.»
(Corriere della Sera)

C.M.
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