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martedì 30 luglio 2013

Sull'obsolescenza dei programmi scolastici

Sarò anche l'ultima arrivata nel mondo dell'insegnamento, sarà anche vero che finora ho dato solo qualche sporadica lezione privata a studenti che avevano bisogno di un supporto nel recupero, ma forse proprio per questo posso godere di una prospettiva nuova, disillusa e circostanziata.
Se mi chiedessero qual è il problema che maggiormente riscontro come base delle difficoltà scolastiche, risponderei senza esitazione: «Il contenuto e la forma dei programmi».
Premetto un'informazione che ritengo importante: sono una grande appassionata delle materie di cui mi accingo a parlare (quelle in cui sono, per questioni di formazione, più competente), quindi tutte le mie affermazioni nascono non dal desiderio di demolirle, ma, anzi, dalla voglia di vederle potenziate, sottratte al grigiore e caricate di significati.

Pierpaolo delle Masegne, Arca di Giovanni da Legnano (1383), part.

I programmi di tutti gli istituti di istruzione superiore prevedono, come ben sappiamo, l'insegnamento dell'Italiano e della Storia. Queste materie sono essenziali non solo per l'acquisizione di una buona cultura generale, ma anche per la formazione di cognizioni linguistiche, espressive e sociali. O meglio, così sarebbe se l'insegnamento di queste discipline fosse impartito in maniera diversa.
La mia polemica non è rivolta agli insegnanti, bensì ai programmi ministeriali cui tutti loro si devono per legge attenere, riuscendo solo in qualche caso, se si tratta di docenti particolarmente portati per il loro lavoro, dotati di una grande capacità di comunicazione e interazione con gli studenti, a superarne limitazioni e controsensi; quando, al contrario, questa attitudine manca completamente, la situazione diventa disastrosa. Nella maggior parte dei casi, comunque, si verifica una condizione mediana: il programma è seguito in maniera fedele e la classe impara una serie di dati tecnici che saranno relativamente utili nella vita; qualche alunno tratterrà a vita alcune informazioni particolarmente significative, molti altri faranno tabula rasa, mantenendo della loro esperienza scolastica solo l'attestazione burocratica del loro transito.
I programmi scolastici di Italiano e Storia non sono sbagliati, ma, semplicemente, inadeguati: sono vecchi.
La questione si dirama in due sotto-problemi, che riguardano, rispettivamente, le estensioni cronologiche e il grado di dettaglio dei programmi e l'assoluta prevalenza del dato mnemonico e nozionistico sul momento di riflessione e rielaborazione.
Che senso ha studiare nel dettaglio le tre Guerre Puniche o le mille lotte dinastiche del XVI e XVII secolo con i loro effimeri effetti e tralasciare la storia dal secondo Dopoguerra in avanti? Perché imparare i nomi di imperatori e papi rimasti in carica pochi anni e ricordati spesso per degli episodi coloristici e conseguire la maturità senza conoscere Nilde Iotti, Aldo Moro, Falcone e Borsellino? A quale pro soffermarsi sulle distinzioni dogmatiche fra Luterani e Calvinisti o sui numeri degli oppositori ghigliottinati durante il Terrore e non parlare - magari leggendo un giornale - dei conflitti politici-religiosi attuali?
Le stesse osservazioni possono valere per la Letteratura, perché non ha alcun valore lo studio dettagliato e al limite della follia dei sonetti di Petrarca o l'apoteosi dei Promessi Sposi, se poi non si arriva a leggere un solo verso di poesia dagli anni '40 in avanti o a trattare testi di romanzi contemporanei, né vedo perché pretendere che gli studenti comprendano parola per parola la Commedia e non insegnare loro a leggere un articolo di giornale o una comunicazione attuale.
Quanto all'obsolescenza della metodologia, mi batterò sempre contro l'apprendimento mnemonico e contro le forme di verifica che non consentono di appurare l'effettiva penetrazione dei contenuti; sono contraria ai dati numerici, alle date (tranne quelle essenziali, si intende) e alle definizioni. Il pensiero o la scelta di un poeta non sono leggi fisiche: non è possibile ripetere «L’ipallage è una figura retorica che consiste nel riferire un aggettivo non al sostantivo cui è semanticamente legato ma ad un altro sostantivo vicino» con lo stesso automatismo con cui si ripete: «La legge di gravitazione universale afferma che nell'universo ogni punto materiale attrae ogni altro punto materiale con una forza che è direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza».Trovo assurdo insegnare ai ragazzi la differenza fra una metonimia e una sineddoche (una sottigliezza inutile anche a livelli specialistici, tanto che i testi stessi fanno confusione), obbligarli a parafrasare (operazione che mi fa venire la nausea) il Cantico delle Creature e a comprendere il valore dei latinismi in Foscolo se poi non si insegna loro la concordanza dei congiuntivi rispetto agli indicativi e ai condizionali, l'uso dei pronomi relativi, la punteggiatura.

Lo stesso dicasi per la Storia, il cui insegnamento prevede spesso bombardamenti di date e nomi e la costruzione di affreschi cronologici ricchissimi ma confusionari; alla bontà della didattica della storia, però, viene in soccorso un preciso orientamento di pensiero e metodologia, quello della École des Annales, nata negli anni '20 del Novecento grazie a storici di spicco come March Bloc e Lucien Febvre. Les Annales hanno teorizzato la necessità di sacrificare la prassi della storia evenemenziale allo studio delle strutture, affiancando alla storia politica (prospettiva dominante ancora oggi, almeno in Italia) la storia sociale, economica e culturale. Fermo restando il valore linee del tempo e di buona parte della storia evenemenziale (nessuno si sognerebbe di eliminare dai programmi scolastici l'incoronazione di Carlo Magno, la Battaglia di Lepanto o l'invasione tedesca della Polonia), ritengo che usare questi dati come gabbie cronologiche per lo studio di fenomeni più diffusi, endemici e transtemporali anziché come esclusivi oggetti di attenzione sarebbe non solo più stimolante, ma anche più efficace nel contrastare la diffusa obiezione che gli studenti sollevano regolarmente: «Studiare la Storia non serve a niente». Confermo: non serve a niente studiare infinite sequenze di battaglie e trattati, ma la Storia dovrebbe essere ben altro, dovrebbe invitare alla riflessione, aiutarci a capire l'aspetto del mondo di oggi, a superarne le contraddizioni e ad allargare i nostri orizzonti culturali.
Ripeto: sono una sostenitrice di prima linea di questi contenuti, ma ritengo che, visto che i tempi e gli spazi scolastici richiedono una selezione, al momento essa verta su aspetti parziali e su prospettive da rivedere in modo profondo e radicale. Si dovrebbero ricercare il coinvolgimento, il pensiero, l'analisi, la partecipazione attiva dello studente, invitandolo a comporre dei quadri storici prima di chiedergli una mitragliata di date, e a produrre dei testi corretti e articolati prima di pretendere che comprenda una lirica di cinquecento anni fa.

C.M.

sabato 27 luglio 2013

Sguardi e parole: vinci un ingresso alla mostra Verso Monet

Avrete ormai capito che ho un occhio di riguardo per la mostra Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento, che si terrà a Verona il prossimo autunno-inverno e che sto attendendo con trepidazione. 
Sono lieta di condividere con voi le emozioni artistiche dell'evento, ma ho deciso di non limitarmi a scrivere sulla mostra e sulla sua organizzazione: voglio che i lettori appassionati di arte siano direttamente coinvolti! Ecco perché, come preannunciato nel post contenente l'intervista a Marco Goldin, direttore di Linea d'ombra, ho deciso di indire un contest mettendo in palio un ingresso alla mostra.


Per aggiudicarsi un biglietto omaggio alla mostra, che verrà consegnato mediante la modalità del biglietto regalo senza data, acquistabile online sul sito di Linea d'ombra, è necessario, come suggerisce il titolo, l'uso dello sguardo e delle parole. Ecco le regole:
  1. Essere lettori fissi del blog (iscrivendosi con un account google attraverso la casella nella barra a destra);
  2. Inserire in coda a questo post un commento contenente un breve testo (ricordo personale, racconto o poesia) ispirato ad uno dei quadri inseriti nel presente articolo, che andrà citato come titolo del componimento (si tratta, ovviamente, di dipinti che fanno parte della mostra). In calce al testo dovranno essere forniti un indirizzo di posta elettronica e eventuali link ai profili social utilizzati e al proprio blog;
  3. Condividere l'evento sul proprio blog attraverso l'inserimento del banner e, per chi ne avesse piacere, attraverso un post;
  4. Per gli utenti dei social network, seguire Athenae Noctua su Facebook tramite il proprio profilo personale (ricordo che non vengono conteggiati i "mi piace" assegnati con un profilo pagina), su Twitter o su Google+ (tutti i link si trovano nella barra a destra) e condividere l'evento tramite questi mezzi; a tal proposito, faccio presente che attraverso la pagina Facebook del blog si può accedere allo spazio-evento specificamente dedicato al contest;
  5. Le partecipazioni sono aperte fino al 30 settembre e il vincitore del biglietto sarà proclamato entro il 12 ottobre;
  6. I testi pervenuti saranno da me valutati per le emozioni che avranno saputo suscitare e per la correttezza formale; il mio giudizio sarà, in tal senso, insindacabile;
  7. Avere un atteggiamento corretto e sportivo. Probabilmente tale specificazione è superflua (ho sempre riscontato una grande cortesia da parte dei lettori del blog), ma mi sembra doveroso specificare che si richiede il rispetto delle condizioni di partecipazione e del giudizio finale, non solo a beneficio della sottoscritta, ma soprattutto degli altri partecipanti.
  8. Divertirsi e condividere il proprio amore per l'arte!
Di seguito trovate i dipinti cui potrete ispirarvi per la composizione dei vostri brevi testi (il cui limite di lunghezza è, indicativamente, intorno a 20 righe/versi):


Jacob Isaackisz van Ruisadael, Veduta di Alkmaar (1670-1675 circa)


Canaletto, San Giorgio Maggiore dal bacino di San Marco (1726-1730 circa)


Bernardo Bellotto, Veduta di Verona con Castelvecchio (1745)


Caspar David Friedrich, Mare al chiaro di luna (1835-1836)


Gustave Courbet, Onde (1869)


Paul Cézanne, La diga di Francois Zola (1878-1879)


Paul Gauguin, Neve a Vaugirard (1879)


Paul Gauguin, Paesaggio Tahitiano. I maiali neri (1891)


Vincent van Gogh, Campo di grano in un paesaggio collinare (1889)


Claude Monet, San Giorgio Maggiore al tramonto (1908)


Claude Monet, Antibes vista dal plateau Notre-Dame (1888)


Claude Monet, La casetta del pescatore sugli sogli (1882)

Per qualsiasi informazione, potete contattarmi privatamente oppure inserire un commento con le vostre richieste in coda a questo post.
Attendo i vostri commenti, augurandovi un buon divertimento!

Il banner del contest e il relativo codice

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 Il video di presentazione del contest



C.M.

giovedì 25 luglio 2013

Una notte al museo 2013: cosa consigliate?

Non sto per parlarvi del divertente film interpretato da Ben Stiller, ma di una pregevole iniziativa promossa dal Ministero dei beni e della attività culturali e del turismo. Il nostro Paese ha una miriade di risorse artistiche da mettere a disposizione del pubblico, e il progetto Una notte al museo permetterà ai cittadini e ai turisti di godere delle bellezze di siti archeologici, palazzi e aree museali in orari insoliti.


L'iniziativa, che prenderà avvio sabato 27 luglio, prevede l'apertura straordinaria di alcuni musei di primo piano nel panorama italiano; si protrarrà fino alla fine dell'anno (anche se per i siti all'aperto la garanzia sulla fruizione serale è limitata fino al mese di settembre), con alcune variazioni negli orari delle singole strutture.
Sarà un'occasione per conoscere meglio i nostri musei, per goderli nelle serate di sabato, che di norma si prolungano più facilmente delle altre, e scoprirne i capolavori nella particolarissima atmosfera che si crea nel corso delle visite notturne: avendo visitato il museo dell'Ara Pacis proprio durante un'apertura serale, posso garantire che è un'esperienza bellissima, intensa e da provare assolutamente.
Fra le location coinvolte vi sono il circuito della Reggia di Caserta, le aree archeologiche di Ercolano e Pompei (esternamente), la Galleria dell'Accademia, gli Uffizi e le Cappelle medicee a Firenze, le quattro sedi del Museo nazionale romano, Villa Giulia e la Galleria Borghese a Roma, Villa Adriana a Tivoli, il Palazzo ducale a Mantova e la Galleria sabauda di Torino.
Se abitate o trascorrerete le vacanze o anche solo un finesettimana nei pressi di qualcuno di questi siti, tenete presente l'iniziativa, che vi regalerà un sabato sera molto originale, suggestivo e ricco di conoscenza e di emozioni.
Vi invito a segnalarci i palazzi e i musei che, fra quelli aderenti all'iniziativa, pensate siano particolarmente meritevoli di visita (e, perché no, anche quelli che vi piacerebbe partecipassero), magari motivando la vostra scelta o linkando articoli dei vostri blog in cui ne parlate. Sarebbe bello anche leggere le vostre impressioni sul progetto, soprattutto se parteciperete a qualcuna di queste notti al museo! Potete inserire un commento a questo articolo oppure pubblicare i contenuti sulla pagina Facebook di Athenae Noctua: condividete con lo stormo le emozioni e le informazioni che avete tratto dalle visite ai musei che tutto il mondo ci invidia!

C.M.

mercoledì 24 luglio 2013

Violetta, Margherita e le camelie: tutti i fiori de La Traviata

La magia dell'Arena di Verona si rinnova ogni anno e poter assistere alla messa in scena dei melodrammi entro la cornice spettacolare dell'anfiteatro romano è un'esperienza speciale. Come anticipato nel post sulla presentazione del calendario del Festival lirico del centenario, questa estate ho scelto di seguire un'opera verdiana che mi ha sempre affascinata, soprattutto dopo la lettura del testo che l'ha ispirata: mi riferisco alla Traviata, tratta dal classico di Alexandre Dumas figlio La signora delle camelie, che fu prima un dramma, poi un romanzo; l'allestimento 2013 è affidato alla regia di Hugo de Ana e diretto dal giovane maestro Andrea Battistoni.

L'ultimo abbraccio fra Violetta e Alfredo (atto III, scena ultima)

L'opera verdiana, andata in scena per la prima volta il 6 marzo 1853 al Gran Teatro La Fenice di Venezia, traspone in musica la vicenda di Violetta Valery (Marguerite Gauthier nel romanzo francese) e dialoga con il testo originario grazie all'intervento del librettista Francesco Maria Piave, in una strutturazione di tre atti in cui scene di dialogo e intimità si alternano a momenti di forte coralità, non sempre compenetrati con lo svolgimento del dramma.
Il melodramma si mantiene piuttosto fedele alla narrazione di Dumas: cambiano solamente i nomi dei personaggi e pochi particolari dell'intreccio (le circostanze dell'innamoramento fra Violetta e Alfredo Germont, la disfida al gioco e in duello fra il protettore della cortigiana e Alfredo e la riconciliazione fra i due amanti prima della morte di lei). Dopo la dichiarazione di Alfredo a Violetta nel corso del celeberrimo brindisi in casa della donna, infatti, la storia di Violetta si sovrappone quasi totalmente a quella di Margherita, ripercorrendo la nascita dell'amore, il breve periodo di convivenza felice fra gli innamorati, l'improvvisa e sofferta separazione cui la donna è mossa per l'intercessione del signor Germont, padre di Alfredo, e il peggioramento delle condizioni di salute della donna, logorata dalla tisi.

A. Dumas, G. Verdi e F.M. Piave

La bellezza e il trasporto del romanzo rivivono con un'intensità amplificata dalla musica e dalla perfetta commistione fra parole, suoni, gesti ed espressioni che solo il melodramma può creare: e l'emozione inizia non appena, nel suggestivo scenario areniano e sotto il cielo che, poco a poco, si fa scuro, si leva il suono degli strumenti che si accordano nella cavea. All'entrata del Maestro, il palcoscenico, caratterizzato da una scenografia molto particolare e ardita, che rievoca le forme della mobilia che Violetta è costretta a svendere per pagare i propri debiti, inizia a popolarsi di figure silenziose.
All'atmosfera prima triste, poi sognante e delicata dell'overture si sostituisce in breve quella briosa e scanzonata della festa in cui si leva il coro Libiamo ne'lieti calici, i cui versi ricordano la canzone laurenziana del Trionfo di Bacco e Arianna, un inno alla giovinezza e al piacere dei suoi anni fugaci.
Alfredo:
Libiamo, libiamo ne' lieti calici,
che la bellezza infiora;
e la fuggevol fuggevol'ora
s'inebrii a voluttà.
Libiam ne' dolci fremiti
che suscita l'amore,
poiché quell'occhio al core
Onnipotente va.
Libiamo, amore; amor fra i calici
più caldi baci avrà.


Tutti:
Ah! Libiam, amor fra i calici
Più caldi baci avrà.


Violetta:
Tra voi, tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
tutto è follia follia nel mondo
Ciò che non è piacer.
Godiam, fugace e rapido
è il gaudio dell'amore;
è un fior che nasce e muore,
né più si può goder.
Ah! Godiam c'invita c'invita un fervido
accento lusighier.


Tutti:
Ah! Godiamo, la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.

Violetta:
La vita è nel tripudio...
Alfredo:
Quando non s'ami ancora...

Violetta:
Nol dite a chi l'ignora.

Alfredo:
È il mio destin così...Ah!

Tutti:
Godiamo, la tazza la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.
L'atto secondo ospita un radicale cambiamento di scena: non più Parigi, non più le sale affollate delle case cittadine, non più i corteggi di ipocriti, ruffiani e cortigiane, ma il rifugio campagnolo dei due amanti, la cui tranquillità, però, è presto rotta dall'arrivo di Germont, che, facendo appello all'amore di Violetta, la convince ad abbandonare l'amato per non distruggere l'armonia della sua famiglia, che rischia di cadere nella vergogna e nella sofferenza per la cattiva reputazione che la relazione di Alfredo getta sulla purezza della secondogenita, che rischia di essere per questo abbandonata dal promesso sposo.
Si consuma così, con grande dolore per entrambi, la separazione che Violetta motiva con la falsa notizia del rifiorire del suo amore per il barone Duphol, suo protettore, per non insinuare inquietudini nel rapporto fra padre e figlio Germont e che la donna affida alla nota chiusa del suo serrato dialogo con l'amante:
Violetta:
Ch'ei qui non mi sorprenda...
lascia che m'allontani... tu lo calma...
ai piedi suoi mi getterò... divisi.
Ei più non ne vorrà sarem felici...
perché tu m'ami, Alfredo, non è vero?
Alfredo:
O, quanto Perché piangi?
Violetta:
Di lagrime avea d'uopo... or son tranquilla,
lo vedi? Ti sorrido...
Sarò là, tra quei fior presso a te sempre...
Amami, Alfredo, quant'io t'amo Addio.
La seconda metà dell'atto secondo è nuovamente ambientata a Parigi, nei saloni del gioco, dei piaceri e delle feste variopinte del barone Duphol, al quale Alfredo lancia una sfida mortale da cui il protettore di Violetta uscirà vivo, ma ferito. Solo dopo lo spiacevole episodio, Germont si decide a rivelare ad Alfredo i reali sentimenti di Violetta, ma ella, prima che il suo amante arrivi a porgerle l'ultimo, accorato saluto, ha già pronunciato il suo lamento di congedo dalla vita.
Violetta:
Addio, del passato bei sogni ridenti,
le rose del volto già son pallenti;
l’amore d’Alfredo pur esso mi manca,
conforto, sostegno dell’anima stanca
ah, della traviata sorridi al desio;
a lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio,
or tutto finì.
Le gioie, i dolori tra poco avran fine,
la tomba ai mortali di tutto é confine!
Non lagrima o fiore avrà la mia fossa,
non croce col nome che copra quest’ossa!
Ah, della traviata sorridi al desio;
a lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio.
Or tutto finì!

La Traviata è un'opera che, a differenza di altre punte di diamante del programma dell'Arena, come Nabucco o Aida, gioca più sulla sfera dei sentimenti privati e delle sofferenze quotidiane che su temi comunitari o su grandi affreschi di civiltà: il coro, che assume funzioni diversissime, dal popolo parigino alla compagnia di matadores e zingare fino ai mascheranti del carnevale, ha un ruolo di contorno che produce il particolarissimo effetto di isolare ancor di più Violetta, Alfredo e il loro amore tormentato. Ho avuto quindi modo di sperimentare un genere di rappresentazione diverso dai precedenti: dopo i grandi imperi di Egitto e Cina descritti dalle poderose scene e dai variopinti corteggi di Aida e Turandot, dopo i bagni di folla nel pueblo della Carmen e le scaramucce domestiche del Barbiere di Siviglia, Violetta e Alfredo mi hanno fatto vivere una storia completamente nuova, spettacolare e commovente.

C.M.

domenica 21 luglio 2013

Pomodori verdi fritti (dal film del 1991 diretto a Jon Avnet alla mia cucina)

Quando, anni fa, ricevetti in regalo il dvd di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Fried green tomatoes) non avevo mai sentito parlare del film. Solo dopo averlo visto, ho scoperto che alla base del prodotto cinematografico c'è un romanzo di Fannie Flagg, Pomodori verdi fritti al café di Whistle Stop, che, però, a causa della mia scarsa attitudine ad avvicinare un libro posteriormente al film che ne è stato tratto, non ho ancora letto. Non posso quindi fare un confronto con il testo, ma il film, diretto da Jon Avnet (1991) è emozionante, pittoresco, profondo, ironico e molto coinvolgente.

Pomodori verdi fritti racconta due diverse storie, collegate secondo il tradizionale accorgimento della cornice narrativa. La cornice si apre con il grigio viaggio di Evelyn (Katht Bates) e del marito Eddy alla casa di riposo dove è ricoverata la zia di questi, che non la può soffrire; scacciata in malo modo dalla vecchia, Evelyn incontra per le stanze dell'ospizio un'altra donna, Ninny (Jessica Tandy), che raccoglie le confidenze sulla sua triste vita, fatta di frustrazioni che la portano ad ingozzarsi di cioccolato, di totale disinteresse da parte del marito e dell'incapacità di prendere decisioni volitive, forti e coraggiose. Per consolare Evelyn, che diventa presto sua grande amica, Ninny le racconta la storia di due donne coraggiose, determinate e decisamente anticonformiste, Idgie (Mary Stuart Masterson) e Ruth (Mary Louise Parker), grandi amiche unite dalla morte del fratello di Idgie, di cui Ruth era innamorata. Idgie è la grande protagonista della coppia, con il suo carattere mascolino, incontrollabile, profondamente ateo e irrispettoso di qualsiasi convenzione, ma, proprio per questo istinto di ribellione, anche grande amica dei neri che assume nel suo café e che difende da ogni forma di discriminazione. Accorgendosi che Ruth è maltrattata dal marito, Idgie assale l'uomo, lo minaccia di morte e porta Ruth, incinta, con sé a Whistle Stop, dove lavorano in un locale la cui specialità sono i pomodori verdi fritti.


La serenità e la gioia delle due amiche (al cui rapporto amoroso il film allude molto velatamente) è turbato dall'improvviso ritorno di Ed, marito di Ruth, che vuole portare via il bambino mentre questi è in compagnia di Sipsey, la cameriera di colore del café. Il ritrovamento del furgoncino di Ed in fondo ad un torrente e la scomparsa dell'uomo fanno ricadere su Big George (Stan Shaw), l'addetto al barbecue, un'accusa di omicidio; Idgie, citata in giudizio a sua volta per aver in passato minacciato di morte Ed, nonostante la possibilità di sottrarsi al processo, lo affronta per salvare Big George da una quasi certa condanna a morte che la corte bianca non esiterebbe ad infliggergli.
Attraverso la storia di Idgie, di cui riprende il grido di battaglia 'Towanda!', Evelyn trova il coraggio di prendere in mano la propria vita, di farsi protagonista di decisioni forti e di sfogare la rabbia e l'istinto di ribellione repressi.
Non vi racconterò l'esito del processo, ma posso anticiparvi, senza il pericolo di rovinare la visione del film, che il finale del acconto di Ninny vi lascerà a bocca aperta. Tutto il film, del resto, è un trionfo di sentimenti, di risate e di lacrime, che vaga fra la concretezza e la crudezza dei problemi reali (quello della violenza e del razzismo) e le impalpabili atmosfere delle improbabili leggende che Idgie riprende dalla fantasia del fratello. A tutto questo si mescolano i colori di un paesino degli anni '30 del sud degli USA, le variopinte vetrine dei locali, le armonie del tema musicale (firmato da Thomas Newman), i profumi del barbecue e dei pomodori fritti, che non si può non aver voglia di assaggiare!


Nella tentazione di cimentarmi con la ricetta sono caduta anch'io! Ho aspettato tanto tempo perché volevo gli originali pomodori verdi, ma non riuscivo mai a trovarli nei negozi di ortofrutta; alla fine, vinta dalla golosità, ho ripiegato sui pomodori rossi non ancora maturi: il risultato mi ha soddisfatta comunque! Ecco come li ho preparati:
  • Ho tagliato i pomodori in fettine di circa 8-10 mm, li ho salati e lasciati riposare per una mezz'ora in modo che perdessero l'acqua in eccesso; 
  • Nel frattempo ho preparato la panatura con farina 00 e farina di mais (ne ho usata una varietà macinata grossa, ma la sottile è migliore), sale, pepe e un cucchiaio di zucchero, che serve a levare l'acidità caratteristica di questo ortaggio. 
  • Portato ad ebollizione l'olio (ma la ricetta originale prevede il burro, che ho ritenuto troppo pesante), ho fritto le fettine di pomodoro poco oltre la doratura;
  • Ho lasciato asorbire l'olio su carta assorbente, ho salato (a caldo) e servito con prosciutto crudo e melone, perché amo molto la verdura fritta con i salumi.
Come immaginavo, a parlare di questa ricetta, mi è venuta l'acquolina in bocca e una voglia irrefrenabile di cucinare di nuovo i pomodori verdi fritti!
Buona visione e buon appetito!

C.M.

venerdì 19 luglio 2013

Dietro le quinte di Verso Monet: intervista a Marco Goldin

Il prossimo ottobre si aprirà a Verona (per proseguire nei primi mesi del 2014 a Vicenza) la mostra Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento, di cui vi avevo già fornito un'anteprima e di cui è ora disponibile un video introduttivo. Vi propongo oggi, per una più approfondita conoscenza dell'evento, l'intervista che ho avuto il piacere di proporre a Marco Goldin, direttore di Linea d'ombra, l'azienda organizzatrice, lo scorso 10 giugno.


D. Innanzitutto complimenti per il successo delle iniziative di Linea d’ombra e grazie per aver portato la vostra esperienza artistica e imprenditoriale anche a Verona. La mostra Verso Monet, che ha per protagonista il paesaggio, è una manifestazione speculare rispetto all’esposizione dello scorso anno dedicata al ritratto. L’idea di due eventi comunicanti è stata presente fin dall’inizio della progettazione, oppure si è affacciata in un secondo momento?

R. Il progetto era nato nella tarda primavera del 2011 come un progetto biennale di analisi di quelle che oggi sono considerate le due categorie della pittura più interessanti. Nell’800, il paesaggio era considerato un genere pittorico piuttosto scadente, buono per chi non era in grado di dipingere un volto o di dedicarsi alla grande pittura storica, mentre oggi la prospettiva è cambiata, per cui c’è stata fin dall’inizio la volontà di mettere in comunicazione i due soggetti, di qui anche la scelta di portare la mostra, come è stato l’anno scorso, nelle città di Verona e Vicenza.

D. Il paesaggio è una conquista moderna dell’arte: qual è il filo conduttore che vi ha guidati nella scelta degli autori e delle opere attraverso cui descrivere questa novità?

R. La mostra è composta da una novantina di pezzi e si sofferma sui momenti più importanti della storia del paesaggio. Prima di tutto la scelta di cominciare con il Seicento: si sarebbe potuto sicuramente iniziare da un momento precedente, se avessimo voluto isolare brani di paesaggio entro i quadri di soggetto sacro di Bellini, Giorgione o Tiziano; ma mi interessava mostrare al pubblico lo scatto che avviene nel XVII secolo, quando la natura comincia a diventare oggetto di rappresentazione autonomo. Questo cambiamento viene raccontato attraverso due contesti principali: la pittura francese di ambientazione romana di Lorrain e Poussin e quella olandese, in cui emerge la natura nel suo versante quotidiano, che interesserà particolarmente gli artisti dell’Ottocento. Il Settecento non poteva che essere rappresentato attraverso le grandi vedute di Canaletto, Bellotto e Guardi, massima espressione del protagonismo del paesaggio; si tratta della parte della mostra in cui troneggia la pittura italiana. Una larghissima sezione è dedicata all’Ottocento, il ‘secolo della natura’, benché la critica, come si è detto, attribuisse alla pittura di paesaggio un ruolo secondario; da un incipit romantico legato a Friedrich, Turner e Constable, si passa ai diversi tipi di realismi, spaziando dagli Stati Uniti all’Europa centrale, settentrionale e orientale. Le due sezioni finali presentano, rispettivamente, la grande novità degli Impressionisti e la produzione di Monet, punto di arrivo della storia del paesaggio.

D. Monet è il punto d’arrivo della mostra perché nella sua arte si assiste ad un processo pittorico che porta ad una visione spirituale del paesaggio…

R. Ho voluto mostrare come, nell’opera complessiva di Monet, si susseguano i germi del Realismo (derivanti da Corot), le soluzioni nuove del plain air, la crisi della stessa pittura all’aria aperta degli anni ’80, durante la quale, con la diffusione del lavoro di ritocco in studio, viene messo in dubbio il fondamento stesso dell’Impressionismo; questa sezione è raccontata in modo particolarmente approfondito, con l’accostamento alle opere di Monet di quelle di Van Gogh, Gauguin e altri artisti contemporanei. Si conclude, infine, con le opere degli anni’90, il periodo quasi ‘astratto’ di Monet, durante il quale avviene il passaggio fra la percezione delle cose e la loro dissoluzione (come accade con le Ninfee o con i dipinti della cattedrale di Rouen), che aprirà la strada alle soluzioni novecentesche.

D. Fra i dipinti esposti, ce n’è uno che è stato particolarmente felice di includere nella mostra?

R. Rispetto a mostre passate, come Van Gogh e il viaggio di Gauguin (Genova, 2011-2012 NDR.) o la stessa mostra sul ritratto, in cui erano presenti ‘prestiti epocali’ (rispettivamente, Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo? di Gauguin e Danza a Bougival di Renoir), questa è una mostra corale. Abbiamo una qualità straordinaria di quadri e ci sono tanti prestiti di cui sono fiero; potrei indicare i paesaggi di Van Gogh, le vedute del Canaletto, che arrivano dagli Stati Uniti e non vengono quasi mai prestate, o il dipinto notturno di Friedrich: prestiti complicatissimi, ma sicuramente ce n’è più d’uno.

D. Nei primi mesi del prossimo anno, in parallelo alla tappa vicentina di Verso Monet, si terrà a Bologna, presso Palazzo Fava, un’altra mostra, intitolata La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age da Vermeer a Rembrandt. Può darci qualche notizia in anteprima?

R. La ragazza con l’orecchino di perla, affiancato nella mostra dagli altri grandi artisti del Seicento olandese, è il prestito più incredibile che Linea d’ombra abbia mai avuto: il dipinto è, dopo la Gioconda, il ritratto più conosciuto nel mondo. L’occasione del prestito nasce dalla chiusura per due anni e mezzo per restauro e ampliamento del museo Mauritshuis de l’Aia, in corrispondenza del quale è stato organizzato un world tour che nel 2012 ha portato i dipinti a Tokyo (dove questa ed è stata la mostra più vista dell’anno, con 1.800.000 spettatori) e a Kobe e che si sta svolgendo in questi mesi negli Stati Uniti. Inizialmente non erano previste altre tappe, ma, grazie ai rapporti personali che ho con la direzione del Mauritshuis e al protrarsi dei tempi di restauro, a Bologna, con quaranta pezzi, avremo la versione più ricca e personalizzata della mostra, nonché l’unica sede europea dell’evento.


D. Si è parlato, in relazione ai progetti di Linea d’ombra, di ‘democratizzazione dell’arte’ (L. Santin, Messaggero Veneto, 13/01/2012 NDR.), e il successo delle mostre veronesi conferma il desiderio di cultura da parte del pubblico. Oltre che storico dell’arte, Lei è imprenditore: quanto spazio pensa che ci sia in Italia per iniziative che puntino ad investire nella cultura e quali prospettive ritiene che esse possano aprire?

R. Mi pare che dopo, tanti anni di difficoltà in questo senso, l’idea che la cultura sia qualcosa da mettere su un piedistallo stia per essere definitivamente superata: ci sono molti fattori che ci fanno capire che questo processo è ben avviato. Linea d’ombra ha contribuito in maniera importante, anche in mezzo a polemiche da parte dei detrattori dell’‘arte per tutti’, ma si è ormai capito che quantità e qualità possono convivere tranquillamente e che il successo di progetti culturali permette anche successivi investimenti in altre iniziative. Si è, insomma, attuato un meccanismo virtuoso che ha sdoganato il concetto di ‘cultura popolare’ inteso come concetto nobile, in cui si uniscono emozione e conoscenza e che abbandona l’autoreferenzialità: una mostra può essere apprezzata anche da chi non ha conoscenze approfondite, ma, sull’onda di un’emozione, può essere spinto a cercare la conoscenza; il pubblico, d’altronde, non può essere preso in modo esclusivamente didattico, ma va coinvolto con l’emozione, facendolo entrare nella passione che informa un’esperienza artistica e culturale.


Ringrazio nuovamente Marco Goldin per la gentile disponibilità all'intervista e invito tutti voi a visitare la mostra Verso Monet (assieme alla mia bella città), preannunciandovi che nelle prossime settimane Athenae Noctua ospiterà un contest legato all'esposizione stessa: non mancate!

C.M.

mercoledì 17 luglio 2013

Liebster Blog Award X & XI

Buonasera, civette! Eccomi di ritorno da una breve assenza dovuta alle vacanze (troppo corte) e agli impegni di aiuto agli studenti e ripetizioni. Vi racconterò prossimamente dei luoghi che ho visitato durante le vacanze, che ho trascorso sulla riviera del Conero, meta che adoro e che mi ha dato modo di scoprire in anni diversi le bellezze della costa e dell'entroterra marchigiano (anche se quest'anno mi sono 'allungata' a fare un'escursione in Umbria).
La ripresa dell'attività del blog ha come argomento il ritiro del decimo Liebster Award, gentilmente conferitomi da Butterflyeffect di Butterfliesandhurricanes, che ringrazio di cuore.


Rispondo subito alle domande di Butterflyeffect:
  1. Scegli un personaggio del libro che stai leggendo che prenderesti volentieri a padellate in testa! Sto leggendo le Confessioni d'un Italiano di Ippolito Nievo e, al momento, il personaggio della Pisana (che, a quanto so, dovrebbe diventare fondamentale col progredire del racconto), bambinetta capricciosa e volubile, se lo meriterebbe!
  2. Quale libro ti ricorda di più la tua vita? Non credo ce ne sia uno che corrisponde a questa definizione.
  3. Se potessi scegliere, di quale libro dirigeresti la trasposizione cinematografica? Mi piacerebbe assistere alle riprese di un classico o alla trasformazione in prodotto cinematografico di una tragedia greca.
  4. Copertina rigida o brossura? Mi piacciono un sacco i libri con copertina rigida, ma, per esigenze di praticità, per viaggi e attese prediligo le rilegature in brossura.
  5. Se c'è, qual è la tua casa editrice preferita? Mi piacciono molto le edizioni di Einaudi (per traduzioni, copertine e collane), ma non ho una vera e propria casa editrice di riferimento.
  6. Libreria preferita? Una piccola libreria nel centro di Verona, un negozio storico ora acquisito da una famosa catena.
  7. Cosa ti spinge a comprare un libro? Solo ed esclusivamente la trama e, se lo conosco già, il nome dell'autore.
  8. Interrompi spesso i libri a metà? A volte commetto l'errore di ostinarmi ad arrivare alla fine, ma, se proprio un libro non mi piace, lo abbandono senza troppe remore; interrompo spesso la lettura di raccolte di racconti o poesie, perché preferisco centellinare questo tipo di testi.
  9. Riesci a leggere più libri in contemporanea? No, a meno che non si tratti di tipologie di libri diverse (romanzo e poesia romanzo e raccolta di racconti, romanzo e saggio).
  10. Se avessi la possibilità di vivere in un libro, quale sceglieresti? Amo molto le atmosfere dei romanzi ottocenteschi, ma non ne sceglierei uno in particolare.
  11. Che tipo di cover attira la tua attenzione? Solitamente quelle essenziali, con la rappresentazione di un solo oggetto o di una figura isolata e con colori tenui.
Ecco i blog che ho deciso di premiare a mia volta:
Ai blogger premiati che avessero voglia di dedicare qualche minuto al rituale del Liebster pongo queste domande:
  1. C'è un sito artistico, ambientale o architettonico italiano cui tieni particolarmente?
  2. Qual è la corrente artistica che preferisci?
  3. Quali sono i tre libri cui sei più affezionato/a? Per quale motivo?
  4. C'è un film che consiglieresti a tutti di vedere?
  5. Per informarti sull'attualità, ricorri più a internet o a giornali, libri e televisione?
  6. C'è un evento (fiera, festival, raduni ecc.) cui tieni a partecipare regolarmente?
  7. Ti piacerebbe fare il/la blogger di professione o preferisci che la tua attività rimanga un passatempo?
  8. C'è un avvenimento particolare che ti ha convinto/a ad aprire il tuo blog?
  9. Chi/cosa è in grado di tirarti sempre su di morale?
  10. C'è un post del tuo blog di cui vai particolarmente fiero/a?
  11. Hai un motto o una citazione che ti rappresenta?
Grazie ancora a Butterflyeffect e complimenti ai blogger premiati!

addendum
GIOVEDI' 18 LUGLIO

Ringrazio Loredana del blog Del furore di aver libri per avermi assegnato a sua volta il Liebster award! Ecco dunque le mie risposte alle sue domande:
  1. Cosa ti piace fare, oltre a leggere? Adoro scrivere, passione da cui è nato anche questo blog (anche se il mio primo amore è la narrativa)
  2. L’apparecchio tecnologico che preferisci? Il lettore musicale.
  3. Preferisci acquistare libri o prenderli in biblioteca? Sono una maniaca dell'acquisto di libri: se ne punto uno, deve essere mio!
  4. Se fossi un regista, che film ti piacerebbe girare? Sono troppo ignorante in materia cinematografica per rispondere, ma sicuramente preferirei assistere alle riprese di un film fantastico o storico.
  5. Che genere ti piace? Se ci riferisce al cinema, mi piacciono i film di animazione e i buoni kolossal storici.
  6. Se fossi Dio per una settimana (come capita a Jim Carrey nel film), cosa faresti per prima cosa? Una responsabilità troppo grande: mi paralizzerebbe!
  7. Ti è mai capitato di voler riscrivere un libro che hai letto? No, anche se talvolta lo penso a livello delle singole frasi.
  8. Immagina di scrivere al tuo autore preferito, anche del passato. Cosa gli scriveresti? Non ho un autore preferito, ma mi sarebbe davvero piaciuto avere una corrispondenza con grandi nomi della letteratura italiana: Leopardi, Pascoli, Pirandello...
  9. Quale espressione artistica preferisci, tra pittura, scultura, architettura? La scultura dall'antichità al Neoclassicismo, la pittura dall'Ottocento in avanti.
  10. Quale genere musicale preferisci? Sono abbastanza eclettica, ma intenditrice in nessun campo musicale; ho, però, un particolare attaccamento alle colonne sonore.
  11. Quale genere musicale vorresti cancellare dal pentagramma, se potessi? Tante invenzioni della musica odierna, anche se dubito che si avvalgano di un pentagramma!
Grazie a Loredana e a tutti i lettori che, anche al di fuori dei meccanismi del Liebster, mi seguono e mi sostengono! 
Appuntamento ai prossimi giorni con nuovi post!

C.M.

martedì 9 luglio 2013

In saecula saeculorum ovvero della 'Poesia eternatrice'

Il desiderio di eternità è connaturato all'uomo: la coscienza di essere destinati ad una fine è il motore della perpetuazione della specie, ma l'essere umano, che non accetta di essere ricordato puramente a livello biologico (perché questo lo avvicinerebbe più agli animali che alla divinità cui tende), ha fin dall'antichità cercato un modo per affermarsi a scapito dello scorrere del tempo.
Da questa singolare attitudine nasce uno specifico tema letterario, che va comunemente sotto la definizione di 'poesia eternatrice'. Fonte di tale produzione è il desiderio dell'autore di essere ricordato in eterno, di consegnare una precisa immagine di sé ai posteri attraverso le proprie parole, espresse in versi di eco infinita.

Raffaello, Il Parnaso (1510-1511), Stanze Vaticane - Stanza della Segnatura
Apollo vi è raffigurato con le Muse e i poeti

A ben guardare, però, la poesia eternatrice nasce all'interno dell'epos omerico, e se ne trova il lietmotiv non nelle affermazioni autoreferenziali dei misteriosi autori del ciclo arcaico, bensì nelle parole dei personaggi che lo animano.
È Elena, la bellissima regina di Sparta, a farci presente la forma di immortalità che deriva dalla poesia: nel momento stesso in cui, come casus belli, innesca il meccanismo del poema, ne ribadisce anche le funzioni. Nel sesto libro dell'Iliade (vv. 344-358), infatti, ella deplora il proprio tradimento, fonte di tanto dolore per i Troiani, e l'atteggiamento vile di Paride, invitando Ettore a distogliere i propri pensieri dalla guerra in corso:
«Cognato mio, d'una cagna maligna, agghiacciante,
ah m'avesse quel giorno, quando la madre mi fece,
afferrato e travolto un turbine orrendo di vento,
sopra il monte o tra il flutto del fragoroso mare;
e il flutto m'avesse spazzato, prima che queste cose accadessero...
Ma dopo che gli dei fissarono così questi mali,
avrei voluto essere almeno sposa d'un uomo più forte,
che fosse sensibile alla vendetta, ai molti affronti degli uomini.
Costui non ha ora cuor saldo e neanche lo avrà
certo mai; e temo che ne mieterà il frutto.
Ma tu vieni qui, ora, siediti in questo seggio,
cognato, ché molti travagli intorno al cuore ti vennero
per colpa mia, della cagna, e per la follia d'Alessandro,
ai quali diede Zeus la mala sorte. E anche in futuro
noi saremo cantati fra gli uomini che verranno...»
[Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti]
La menzione della fama eterna assicurata ai protagonisti dello scontro epocale che stanno vivendo è per la regina di Sparta, ma anche per il luminoso Achille, che ha barattato una lunga ma anonima esistenza con una vita breve ma gloriosa, una sufficiente ricompensa delle sofferenze, un appagamento che supererà le loro vite e le consacrerà al ricordo eterno.
Statua romana di Calliope,
Musa della poesia epica (I-II secolo)
Lo scenario cambia leggermente quando l'autore stesso diventa protagonista del gioco metaletterario (la condizione, cioè, che si verifica quando l'opera presenta menzioni riferite al testo stesso),rappresentando un'auto-investitura poetica che prevede una distribuzione delle parti fra le muse (ispiratrici del canto), l'opera letteraria (tramite materiale della fama) e l'autore stesso (fautore della propria gloria).
Nel frammento 55 di Saffo si legge:
«Tu giacerai morta, né più alcuna memoria di te mai resterà in futuro: ché tu non hai parte delle rose della Pieria, ma anche nella casa di Ades vagherai oscura fra le ombre dei morti, sospesa in volo lungi da qui.»
[Traduzione di Franco Ferrari]
Il riferimento alle Pierie (le muse) viene qui inserito per opposizione: la poetessa lamenta la sorte di una defunta a noi sconosciuta, che non potrà trovare conforto nella promessa dell'immortalità garantita dai versi, una speranza che, invece, Saffo sembra convinta (e a ragione, dirà la Storia) si possa per lei concretizzare.
Profondo conoscitore della lirica greca, Orazio non manca di dimostrarci la sua fede nelle facoltà eternatrici della poesia. Il terzo e ultimo libro delle Odi, infatti, si chiude con un testo (n° 30) che suona come un vero e proprio congedo, come un avvertimento della fama che le poesie stesse si guadagneranno:
«Ho eretto un monumento più eterno del bronzo
e più alto delle regali moli delle piramidi,
che né morso di pioggia né impeto di vento
e un'incalcolabile serie di anni
e la fuga dei tempi potrà demolire.
Non morirò tutto, gran parte
di me sfuggirà a Libitinia e crescerò nel futuro
di gloria sempre rinascente, finché salga
al Campidoglio un pontefice con la tacita vergine.
Si dirà, dove strepita l'Ofanto violento
e dove Dauno scarso d'acqua regnò su genti agresti,
di me che divenni da umile potente
trasferendo per primo il canto eolico
nei metri italici. Sii fiera, o Musa, lo meriti,
e cingi di buon grado la mia chioma
con l'alloro di Delfi.»
[Traduzione di Carlo Carena]
«Non omnis moriar» (v. 6) decreta il poeta latino, con una frase cui nessuna traduzione può prendere giustizia, perché il quell'affermazione di immortalità è condensato un concetto denso e totalizzante, un'espressione che dovrebbe essere finita e consacrata in sé, perché consacrata ne risulta l'attività di un autore fecondo e magnifico.
E come si può dar torto alla convinzione di gloria eterna che deriva dall'attività poetica, se la stessa presentazione di Virgilio a Dante, nel primo canto dell'Inferno (vv. 61-90), si basa su una conoscenza autoriale, sulla presenza di un rapporto letterario fra il vate latino e il suo discepolo fiorentino?
«"Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?".

"Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos' io lui con vergognosa fronte.

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore".»
Virgilio si presenta come poeta, citando la sua opera principale, l'Eneide, e Dante lo riconosce come maestro di stile, eternandone la fama. E che dire di Petrarca, ossessionato dal desiderio della fama, dall'incoronazione poetica, dallo slancio di consegnare ai posteri l'Africa, poema che doveva calcare le orme virgiliane, ma che ha avuto, nella fama del poeta, una gloria ben inferiore a quella delle sue inezia, i Rerum vulgarium fragmenta?
L'apoteosi della poesia come mezzo di immortalità, tuttavia, è contenuta nel testo dedicato ai luoghi dei morti da Ugo Foscolo. La quarta e ultima sezione (vv. 213-195) del poemetto Dei Sepolcri, infatti, è dedicata al potere eternante legato alla poesia e alle muse che la ispirano, facendo da custodi dei sepolcri, animandoli di un canto che «vince di mille secoli il silenzio» (v. 234).
«Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole Egée, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode Retèe l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: E se diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de’ fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d’Elettra tua resti la fama.
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio: e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’Iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troja il dì mortale,
venne; e all’ombre cantò carme amoroso
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento a’ giovinetti.
E dicea sospirando: Oh se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Laerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno;
ma i Penati di Troja avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi! presto
di vedovili lagrime innaffiati.
Proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti
e santamente toccherà l’altare,
proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il Sole
risplenderà su le sciagure umane.»
G. De Chirico, Le Muse inquietanti (1917)
Il poeta di Zante introduce la sua riflessione sulla poesia eternatrice servendosi del mito e riferendosi prima alle vicende di Aiace, poi a quelle della famiglia di Priamo, distrutta dalla guerra. Nell'economia del poemetto, si costruisce una dialettica: se la tomba garantisce, con la sua concretezza materica, il ricordo dei defunti, la poesia si fa testimone di una forma di memoria ancor più duratura. Nella chiusa dei Sepolcri, dunque, assistiamo ad un richiamo (certamente voluto) all'origine stessa del tema della poesia eternatrice: di nuovo le sventure dei mortali, di nuovo le sofferenze della guerra, ma, sopra a tutto ciò, il canto di un 'sacro vate'.

C.M. 

domenica 7 luglio 2013

Owl Prize #2

Eccoci al secondo appuntamento con la rubrica dedicata alla segnalazione degli articoli dei diversi blog che mi hanno maggiormente interessata. Avete consultato i post suggeriti nella precedente edizione del premio? Avete trovato quella dell'Owl Prize una buona idea? Se la risposta è positiva, vi invito a proseguire ad accordarmi la vostra fiducia, leggendo i pezzi di oggi!


Come da regolamento, anche stavolta vi presento otto articoli, anche se l'incremento dei blog che seguo farà sì che probabilmente l'Owl Prize venga assegnato con maggiore frequenza: girovagando nel web sto scoprendo penne straordinarie e contenuti di altissima qualità!
  • Dove va la cultura europea? è una riflessione dedicata all'idea di Europa e al ruolo degli intellettuali scaturita da un incontro dell'autrice di Se una notte d'inverno un lettore con Zygmut Bauman e Cesare Segre in occasione del Festivaletteratura 2012.
  • Luci ed ombre della Tempesta, è una coppia di articoli gemelli ospitati nei blog The Obsidian Mirror e Kokoro dove, accanto alle tradizionali interpretazioni del misterioso dipinto di Giorgione, ci viene suggerita una nuova lettura; i due siti ospitano, rispettivamente, l'analisi della parte sinistra e quella della parte destra del quadro.
  • Tappeti d'erbe, che potete leggere su Tramedipensieri, ci illustra la tecnica e il valore della tessitura in Sardegna, regalandoci un contenuto sicuramente originale e facendoci conoscere aspetti poco noti della nostra isola.
  • Aida e la Fura dels Baus, tratto da Ghost Tomato, contiene alcune osservazioni sull'opera che ha aperto il Festival lirico dell'Arena di Verona, affrontando le polemiche che ad essa hanno fatto seguito e difendendo la scelta dell'allestimento avanguardista.
  • Del potere seduttivo di Gabriel Garcìa Marquez è una recensione favolosa (nel verso senso del termine) e molto particolare redatta da Maria per Start From Scratch; ne consiglio la lettura a chi ha amato il libro, che non potrà non identificarsi con le sensazioni descritte, sia a coloro che cercano una motivazione per leggere questo capolavoro.
  • Racconto un po'pagano di una visita al Duomo di Pisa ha il pregio di descriverci in maniera allegra le impressioni di un'escursione culturale affrontata da Valivi di Acqua e Limone in compagnia di un'inaspettata e sorprendente compagnia.
  • L'arte di correre di Haruki Murakami è riuscito a convincermi ad inserire nella mia lista di letture future un testo che prima non mi attraeva; La contorsionista di parole, infatti, descrive con leggerezza e profondità il paragone che lo scrittore giapponese stabilisce fra l'attività del maratoneta e quella dello scrittore.
  • La magia di un "Hoketi Poketi", scritto da Valentina di Criticissimamente, ci riporta all'incanto che le favole e le animazioni disneyane hanno suscitato in molti di noi, «facendoci riscoprire e apprezzare le cose semplici» (cit.); un must per tutti gli estimatori di questo pezzo di storia cinematografica.
Vi auguro una buona lettura, ricordandovi che i blogger premiati e tutti coloro che lo desiderino possono replicare questa rubrica con il nome e le relative modalità di redazione, con la cortesia di citare Athenae Noctua come fonte dell'iniziativa.

C.M.

venerdì 5 luglio 2013

L'Hakuna Matata dei tempi suoi

Cos'hanno in comune l'allegra coppia del cartone animato Il re leone e il malinconico Leopardi? Tutti loro, in modo diverso, hanno avuto un rapporto ravvicinato con il pensiero stoico. Forse alcuni di voi staranno pensando che mi sia bevuta il cervello, visto che ieri esaltavo il dissacrante trattamento del mito greco operato da Pollon e oggi mi ritrovo a sproloquiare di una presunta relazione fra la filosofia del saggio antico e quella di due dei più celebri personaggi disneyani.

In realtà, vi sarà presto chiaro che mi sto muovendo nel limbo compreso fra l'ironia e la provocazione, perché la filosofia del vivere senza pensieri ha in Leopardi gli effetti opposti di quelli che riscontriamo in Timon e Pumbaa: semplicemente, mi sembrava un modo divertente per alleggerire una riflessione un po'ostica.
«Senza pensieri la tua vita sarà / chi vorrà vivrà in libertà» recitava la canzoncina. Ebbene, anche Epitteto, filosofo greco vissuto fra il I e il II secolo d.C. (ma di cui si hanno poche notizie certe, a partire dallo stesso nome) ha costruito la sua opera fondamentale, il Manuale (Encheirìdion) sull'idea del raggiungimento di una felicità che ha come necessaria premessa il rigido controllo dei pensieri.
Alla base delle possibilità di avere una vita lieta e appagante c'è la ragione, che permette di operare una distinzione essenziale fra 'cose che sono in nostra facoltà' (Epitteto, Manuale I, 5) e quelle che non lo sono; se, attraverso l'esercizio della ragione (in forma di proaìresis, ovvero di una 'valutazione primaria') l'uomo si dovesse rendere conto che quanto desidera o ciò di cui si dà pena come possibile minaccia al raggiungimento della felicità appartiene alla sfera di ciò che non dipende dalla sua volontà, dovrebbe disinteressarsi dell'oggetto stesso delle sue premure. In caso contrario, si voterebbe ad un'esistenza di perpetuo tormento e di insoddisfazione irreversibile:
«Le cose sono di due maniere; alcune in poter nostro, altre no. Sono in poter nostro la opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'avversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la reputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri propri atti. [...] Ricordati adunque che se tu reputerai per libere quelle cose che sono di natura schiave, e per proprie quelle che sono altrui, t'interverrà di trovare quando un ostacolo quando un altro, essere afflitto, turbato, dolerti degli uomini e degli Dei.» (Epitteto, Manuale I, 1,3.)
Prima pagina dell'edizione secentesca
del Manuale di Epitteto

Da questa constatazione dell'impossibilità di dominare una gran parte degli avvenimenti e della natura umana partono diverse considerazioni sull'insensatezza del preoccuparsi della morte, della malattia, dei beni materiali, delle attenzioni o del disinteresse delle divinità nei confronti delle sorti di ciascun mortale. Il saggio deve comportarsi come un attore:
«Sovvengati che tu non sei qui altro che un attore di un dramma il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. [...] A te si aspetta solamente di rappresentar bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.» (Epitteto, Manuale XVII, 1)
Stabilita questa condizione elementare, il filosofo passa a fornire un prontuario di comportamenti rispettosi della moderazione e della sobrietà che si addice al saggio, affrontando questioni come l'adulterio, i divertimenti, l'esercizio fisico, la sincerità.
Quello di Epitteto, insomma, è un invito ad accettare serenamente la vita, comportandosi con equilibrio ed evitando di volgere le proprie attenzioni e le proprie energie al perseguimento di scopi vani o irraggiungibili. Non si nota, nelle pagine dell'autore greco, alcuna amarezza, ma, anzi, le sue massime sono pervase da un senso di quiete e rasserenamento che nel volgarizzamento leopardiano (1825), soprattutto nelle pagine introduttive, si perde, sostituito da un latente sentimento di protesta malcelato da un'affermazione poco credibile di totale impotenza. Sappiamo, d'altronde, che l'ultima fase del pensiero del poeta recanatese (dal 1830) è punteggiata da eccezionali slanci di titanismo e di rivolta contro l'esistenza arrendevole e mesta celebrata nelle fasi precedenti.


Ecco come Leopardi, nel Preambolo del volgarizzatore. si accinge a presentarci il pensiero del filosofo greco:
«Non è altro quella tranquillità dell'animo voluta da Epitteto sopra ogni cosa, e quello stato libero da passione, e quel non darsi pensiero delle cose esterne, se non ciò che noi chiamiamo freddezza d'animo, e noncuranza, o vogliasi indifferenza. Ora la utilità di questa disposizione, e della pratica di essa nell'uso del vivere, nasce solo da questo, che l'uomo non può nella sua vita per modo alcuno né conseguir la beatitudine né schivare una continua infelicità. [...] Non hanno gli uomini finalmente altra via se non questa una, di rinunciare, per così dir, la felicità, ed astenersi quanto è possibile dalla fuga del suo contrario.»
Una giusta interpretazione, anche se la scelta terminologica, l'uso della sintassi e altri piccoli accorgimenti (che si notano avendo a disposizione anche una traduzione moderna del testo) segnalano, a mio avviso, un distacco e un bisogno di evasione che nelle pagine di Epitteto non è contemplato: manca, in Leopardi, una vera e sincera adesione al pensiero stoico, o meglio, un coerente perseguimento dell'ideale di Epitteto. È in questi momenti che la natura classica di Leopardi lascia spazio alle infiltrazioni del poeta romantico. Ma questa è un'altra storia, anche se dubito che il buon Giacomo gradirebbe essere accostato, nel giro di poche righe, ai suoi nemici romantici e al duo più famoso della cinematografia disneyana!

«Conducimi, o Zeus, e anche tu, o Destino,
alla meta che da voi mi è stata assegnata:
vi seguirò infatti senza indugio; ma se anche non voglio,
per essere divenuto vile, vi seguirò lo stesso.
Chi si è conciliato nobilmente con la necessità,
è un saggio presso di noi, e conosce le cose divine.»

C.M.
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