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venerdì 27 settembre 2013

Il deserto dei Tartari (Buzzati)

Mentre si avvicina a cavallo alla Fortezza Bastiani, Giovanni Drogo pensa che la sua preoccupazione più grande sia la gaffe compiuta nel salutare con un grido e una evidente gesticolazione l'unico soldato avvistato lungo la strada, rivelatosi poi un suo superiore. La roccaforte, costruita all'estremo confine settentrionale in un territorio inospitale e lontano da qualsiasi svago per resistere all'assalto dei Tartari, popolazione che non si vede da anni, ma il cui incubo regola i ritmi della vita nell'avamposto, è la destinazione di questo giovane tenente, che, non avendo mai fatto richiesta per esservi assegnato, si dà immediatamente da fare per ottenere un trasferimento. Quando, però, la prospettiva di lasciare la frontiera è ormai a portata di mano e basta una sola firma per decretarla, Drogo è già vittima del fascino inspiegabile della Fortezza Bastiani, che ha legato a sé le esistenze di molti altri soldati prima di lui.

Drogo accetta di rimanere alla fortezza nella convinzione di poterla abbandonare in qualsiasi momento, di poter vivere al di fuori di essa e senza di essa, ma già la prima licenza rivela a Drogo l'impossibilità di riprendere l'esistenza che conduceva prima dell'arruolamento, di riallacciare i rapporti con gli amici e con Maria, la ragazza con cui avrebbe dovuto sposarsi: dopo soli quattro anni Drogo ha perso i legami con il mondo esterno, con la routine familiare, con i sentimenti più naturali e più forti, e il suo successivo ritorno alla fortezza sarà per sempre.
Entro le mura, nei rigidi ritmi dei cambi della guardia e dei trasferimenti fra le ridotte, si attende l'arrivo dei Tartari, e ogni piccola anomalia fa salire l'eccitazione dell'imminente battaglia, salvo risolversi in puntuali disillusioni. La Fortezza Bastiani tiene avvinti a sé i soldati anno dopo anno con la promessa della gloria bellica, con le visioni di imprese epiche, ma la loro permanenza entro le mura si risolve solo in un progressivo invecchiare che Drogo tenta continuamente di negare; ma non c'è nulla da fare: più egli rifiuta la perdita della giovinezza, più rimarca tutto ciò che la Fortezza, in cambio di vane speranze, gli ha tolto.

Giovanni Drogo arriva alla fortezza in un fotogramma del film di V. Zurlini (1976)

Il romanzo, pubblicato da Dino Buzzati nel 1940, affronta il tema già leopardiano dell'attesa, dell'esistenza condotta aspettando un piacere che sembra destinato a non arrivare, di una vita che si alimenta di speranze e si consuma nella delusione. Nel progredire della vicenda di Drogo vediamo riflesso il destino dell'umanità che, spesso, affascinata da grandi traguardi, sacrifica ad essi ogni cosa, privandosi delle piccole gioie e votandosi esclusivamente all'attesa, per scoprire, infine, di aver inseguito una chimera o di aver ceduto proprio all'ultimo e di non avere che un'ultima sfida da affrontare, quella con la Morte. L'ambientazione quasi mitica della vicenda, in cui non si conosce alcun riferimento geografico reale tranne che nell'accenno da parte di Maria ad un suo viaggio in Olanda (che pare, da come ella ne parla, molto lontana), accentua il valore universale della storia e del suo significato.

Dino Buzzati (1906-1972)
Ho scoperto questo libro nel corso di un tirocinio in un istituto superiore, attraverso le parole degli studenti, che erano stati invitati a leggerlo dai docenti di Italiano e Filosofia. La maggior parte della classe non l'aveva gradito, eppure chi lo aveva apprezzato ne era rimasto incantato. Perché un simile romanzo può non piacere ai giovanissimi? La risposta è semplice: non si tratta di un racconto scandito da episodi di grande forza narrativa, ma da frammenti di vita militare che servono ad alimentare una riflessione su un tema che molti ragazzi, legittimamente, non accolgono, quello della consumarsi del tempo e dell'avvicinarsi della morte. Eppure tale pensiero è proposto in una forma agile (capitoli brevi e frasi essenziali) e calato in un contesto senza fronzoli, privo di moralismo e senza sfoghi titanici al pessimismo: lo stile piano, la pacatezza del racconto fanno sì che, superato il tema ostico, il romanzo sia estremamente godibile.
«Drogo rimase solo e si sentì praticamente felice. Assaporava con orgoglio la sua determinazione di restare, l'amaro gusto di lasciare le piccole sicure gioie per un grande bene a lunga e incerta scadenza (e forse c'era sotto il consolante pensiero che avrebbe sempre fatto in tempo a partire).
Un presentimento - o era solo speranza? - di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù, ma poteva anche essere soltanto un rinvio, nulla in fondo restava pregiudicato. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo. Che bisogno c'era di affannarsi?»

C.M.

mercoledì 25 settembre 2013

Owl Prize #5

Pronti per l'assegnazione del primo Owl Prize autunnale? Avete voglia di avventurarvi in nuove letture o di recuperare qualche articolo di blog che vi era sfuggito? Se la risposta è affermativa, procedo con le otto nomination del quinto appuntamento con la rubrica che porta al nido delle civette gli intereventi più interessanti, colorati e briosi che ho incontrato in rete!

Vi auguro una buona lettura e vi invito a segnalarmi (qui o su Facebook) gli articoli che hanno colpito voi e che volete consigliare agli altri follower. Ricordo, inoltre, che i blogger premiati e tutti coloro che lo desiderino possono replicare questa rubrica con il nome e le relative modalità di redazione, con la cortesia di citare Athenae Noctua come fonte dell'iniziativa.

C.M.

lunedì 23 settembre 2013

Il Van Gogh ritrovato

Sarà visibile da domani al Van Gogh Museum di Amsterdam il dipinto Tramonto a Montmajour, solo di recente attribuito a Vincent Van Gogh grazie a nuovi metodi di analisi. Era dal 1928 che non veniva alla luce un'opera del pittore olandese, anche se la proposta di autenticare il Tramonto era già stata avanzata al Van Gogh Museum nel 1991, ma negata in quanto gli elementi non furono ritenuti sufficienti e la tela non presentava la firma dell'autore.


Il dipinto risale all'ultimo periodo trascorso da Van Gogh ad Arles, precisamente al 1888, due anni prima della morte, sebbene il tratto pittorico, definito il 'segno di un momento di transizione' (così Meedendorp, uno degli studiosi che lo ha analizzato), abbia per lungo tempo portato a non riconoscere la mano dell'artista. A vent'anni di distanza, la possibilità di confrontare il Tramonto con i cenni contenuti nei resoconti epistolari dell'autore e di ricorrere a più sofisticate analisi chimiche dei pigmenti, ha permesso di identificare la tela con l'opera catalogata. Il rinvenimento sulla tela del numero 180, inoltre, ha permesso un raffronto con il catalogo ufficiale del 1891, dove, allo stesso numero, è appunto registrato l'olio Sole al tramonto ad Arles.
Il paesaggio raffigurato è collocato in un'area campagnola della Provenza dominata dall'abbazia benedettina di Montmajour (in alto a sinistra), citata in diverse lettere dell'artista; allo stesso contesto geografico risale il dipinto Arles, le rocce, che ha in comune con il Tramonto anche il tipo di tela e l'anno di produzione e che, per questo, è stato un elemento di confronto importante.

V. Van Gogh, Le rocce (1888), Museum of Fine Arts di Houston

La storia di Tramonto a Montmajour, di epilogo felice, è stata tormentata fin dalla sua creazione: Van Gogh, forse già in preda al malessere che lo avrebbe portato a spararsi, la disconobbe come un fallimento (in quello stesso periodo distrusse molte delle proprie opere), e il dipinto, fortuitamente salvatosi, fu venduto come opera di un artista minore. Il ritrovamento della tela è avvenuto in un attico norvegese, dove era arrivata grazie all'imprenditore Nicolai Christian Mustad, che l'avrebbe comprata nel 1908 dal mercante Maurice Fabre; di essa non si seppe nulla fino 1970, anno della morte dell'acquirente.
Coloro che entreranno nel Van Gogh Museum dal 24 settembre, dunque, potranno godere di questa nuova scoperta, rimasta ignota per 115 anni, immergendosi in un paesaggio quasi inedito e scoprendo un nuovo lato di un artista tanto incline all'innovazione quanto votato al disagio.


C.M.

sabato 21 settembre 2013

Il punto della situazione

Carissimi lettori, abbiate pazienza se quest'oggi dedico qualche riga a me stessa, consegnandovi pensieri di un momento di passaggio che finirà per condizionare i tempi di aggiornamento del blog. Forse avrete notato il ritardo nel rispondere ai commenti e l'attività esclusivamente serale della pagina Facebook, ebbene, il motivo della mia scarsa presenza nel web nel corso dell'ultima settimana è dovuto ad un improvviso accumulo di impegni.
Le cose da fare non son mai smistate uniformemente nel tempo, devono rispondere a qualche singolare legge algebrica che le fa piombare tutte insieme. Questo per dire che ad un anno dalla laurea, ho finalmente trovato lavoro e che lo stage inserito in un corso intrapreso la scorsa primavera cade proprio nella mezza giornata che avrei avuto libera.
Sono contentissima di questo cambiamento, soprattutto perché finalmente inizierò ad insegnare (non in una scuola vera e propria, ma in un Centro Studi che ne ricalca l'organizzazione) e spero di mantenere il più possibile i contatti attraverso il blog: cercherò di programmare qualche post nel finesettimana e di commentare ogni sera, di passare più che potrò a leggere gli articoli dei siti amici e di resistere fino alla conclusione dello stage, a fine ottobre. A quel punto tutto tornerà più o meno alla normalità!
Vi ricordo che c'è ancora una settimana per partecipare al contest Sguardi e parole, che scade il 30 settembre: entro il 12 ottobre sarà decretato il vincitore dell'ingresso alla mostra Verso Monet! Partecipate e passate parola!


In chiusura, vi annuncio prossime novità riguardo alle collaborazioni con altri siti e all'interno di iniziative cultuali in rete... per cui continuate a seguire la civetta!

C.M.

venerdì 20 settembre 2013

Un popolo di Santi e Navigatori

Di fronte alle vergognose vicende che ogni giorno ci colpiscono sul fronte sociale, politico e culturale, gli Italiani si dimostrano, come vuole il detto, un popolo di Santi e Navigatori (poeti pochi, direi). Santi perché sembrano accettare anche i peggiori insulti, Navigatori perché credono che basti risolverli o bollarli attraverso la rete, con un like o un dislike, con un retweet o una condivisione.
La Riforma elettorale necessaria ad abolire un processo di voto incostituzionale è costantemente dilazionata, la classe politica pota costantemente avanti solo i propri interessi, c'è chi, con la scusa di abolire le tasse, non fa altro che estenderle cambiandone il nome, ogni giorno vanno in fumo migliaia di posti di lavoro, Pompei è in rovina, ma, finché le televisioni continuano a funzionare e gli stadi rimangono aperti almeno tre giorni alla settimana, tutto sarà accettato.
Intano, però ci si rincorre in un incessante can can online per manifestare il proprio sdegno.

Tutti possiamo, accedendo a questo o a quel sito, firmare petizioni, far girare un articolo, esprimere in coda il nostro disappunto, rispondere ai sondaggi, e, di per sé, questa è una grandissima risorsa della rete, che dovrebbe alimentare l'informazione e il confronto. Le informazioni sono a portata di mano: in ogni istante possiamo sapere con una buona approssimazione di certezza cosa stia accadendo nell'angolo più remoto del Paese e mobilitarci perché tutti i nostri contatti lo sappiano. Esprimere il proprio consenso o dissenso via internet è facile, fin troppo.
La rete e i social sono un mezzo importante di intervento, ma non sono il solo; allo stesso modo, non basta rispondere ad un sondaggio telefonico per sentire di aver fatto la propria parte e aver contribuito all'informazione, anche se chi lo commissiona vuole darci l'idea che sia determinante. Noi Italiani siamo bravissimi a manifestare la nostra volontà e le nostre opinioni tramite i media, siamo degli eccellenti Navigatori, ma i dati di affluenza alle urne dimostrano anno dopo anno che, quanto più aumentano le possibilità di informarsi e partecipare alle discussioni, tanto più cala la percentuale dei votanti.

C'è, dunque, una straordinaria partecipazione virtuale ai problemi d'Italia, ma nella realtà molti si ritraggono dal confronto e dalle uniche possibilità di espressione diretta.
Va detto che in questo Paese le possibilità di intervento a mezzo voto sono state orrendamente ridotte dall'attuale legge elettorale e da cavilli che noi comuni mortali possiamo solo immaginare quanto siano influenti, nonché dalla progressiva riaffermazione di un concetto che riecheggia l'assolutismo più viscido. «Dio me l'ha data, guai a chi me la tocca»: disse Napoleone, riferendosi alla corona d'Italia ricevuta a Milano nel 1805, stabilendo il proprio diritto a governare su tutto e su tutti; e, ormai, da diversi anni chi detiene un qualche potere in virtù di un consenso elettorale si sente impunito e impunibile, autorizzato a fare ciò che vuole su ogni fronte, al di fuori di qualsiasi patto elettorale e di sussulti di coscienza. Potrei citare decine di questi casi di ogni colore politico, i cui protagonisti hanno costantemente negato di aver fatto un uso personale della res publica, ma credo di palare alla consapevolezza di tutti voi.
La crisi contingente ha dato sempre più adito a umiliazioni, eppure, se non siamo direttamente toccati da un problema (ma spesso anche in quel caso, perché non ci rendiamo conto che il problema tocca anche noi o ci riguarderà in futuro), non ci muoviamo.
Mi domando perché un Popolo formato da milioni di persone impazienti di manifestare la propria opinione online sia ridotto ad un simile immobilismo. Mi sono data una risposta, che spero di confrontare con le vostre. Il proliferare di programmi tv di approfondimento e dibattito e l'estensione della fruizione dei Social Network ha forse causato un assopimento delle coscienze: siamo convinti di partecipare o di aver portato all'attenzione un problema solo perché abbiamo cliccato su un pollicione virtuale, perché il conduttore di quella specifica trasmissione ne parla o perché un sondaggio attribuisce una maggioranza alla nostra posizione. «Tutti lo sanno già» sembra dire l'Italiano «Perché impegnarmi di più?».


C.M.

martedì 17 settembre 2013

Storia di una capinera (Verga)

Prima di diventare l'esponente di punta del Verismo, Giovanni Verga (1840-1922) scrisse romanzi e racconti fortemente influenzati dalle precedenti atmosfere romantiche e risorgimentali. In questo clima nacquero le opere meno note dell'autore catanese: Amore e patria (1856), I carbonari della montagna (1862) e Una peccatrice (1866), testi in cui si nota un soggettivismo profondo ed esasperato, che trova una sorta di declinazione filantropico-sociale nel brevissimo romanzo Storia di una capinera, scritto a Firenze nel 1869.

La narrazione è condotta in forma epistolare, in una conversazione che, per la mancanza delle lettere di risposta, si configura come un monologo. A scrivere è la giovane Maria, costretta a farsi monaca di clausura per le modeste condizioni economiche della famiglia: è rimasta orfana e il padre si è risposato con una donna da cui ha avuto due figli, e solo la povera Maria è estromessa dalla gioia familiare, pur essendo per carattere una giovane di modeste aspirazioni. Lo spunto dello scambio epistolare viene dal periodo che Maria trascorre lontano dal convento, prima di prendere i voti, a causa della diffusione di un'epidemia di colera che spinge i siciliani ad allontanarsi dalle città per rifugiarsi nelle case di campagna; a Monte Ilice (questo il nome della località in cui si trasferisce), manifesta il suo profondo affetto per i fratellastri Giuditta e Gigi e per la matrigna che, però, non lo ricambiano, ma, soprattutto, incontra il giovane Nino, di cui presto si innamora, scoprendosi da lui ricambiata. Con l'estinguersi dell'epidemia, però, Maria è costretta a tornare in convento e ad avviare il cammino verso la monacazione; poco tempo dopo scopre che Nino ha sposato sua sorella Giuditta. A questo punto le sue lettere, prima costellate di mea culpa e di soffocamento del sentimento che prova per Nino, diventano l'espressione violenta del suo rifiuto di dedicarsi alla vita ritirata di preghiera predisposta per lei: la sua riluttanza, prima mai accennata, anzi, sempre negata, emerge con durezza, in sfoghi emozionali e allucinazioni che diventano sempre più incalzanti e agitati, fino alla follia e alla malattia.

Angela Bettis nell'adattamento cinematografico di Franco Zeffirelli (1993)

La vicenda di Maria è ispirata ad alcuni momenti della biografia del poeta e in essa si uniscono i racconti della madre ambientati nel periodo di educazione trascorso presso la badia di Santa Chiara, le esperienze di alcune zie e l'incontro personale di Giovanni Verga con la giovane Rosalia, un'educanda del monastero di San Sebastiano che sarebbe stata il suo primo amore.
In questo romanzo, pubblicato dapprima a puntate nel 1970 sul Corriere delle dame, poi stampato nella rivista di moda La ricamatrice con il titolo di La Capinera, ricosse fin dall'inizio un grande successo di pubblico e segnò l'esordio della nuova narrativa di Verga, improntata, anche se ancora in una forma squisitamente letteraria, ad un'attenta analisi delle problematiche sociali e alle questioni etiche di un tempo di grandi cambiamenti.

C.M.

lunedì 16 settembre 2013

Via col Vento

Si chiama Vento il tracciato ciclabile che, secondo il progetto del Poltecnico di Milano, dovrebbe unire Torino a Venezia entro il 2015. Sebbene presentata già lo scorso anno, della ciclovia si è iniziato a parlare diffusamente soprattutto negli ultimi giorni. L'intenzione di unire le due città può sembrare molto ampia o forse visionaria, in realtà per la sua realizzazione (comprensiva della fase di progettazione già realizzata e delle trattative con gli enti locali avviate da un anno) occorrerebbe davvero molto poco, considerando che si tratta pur sempre di un'infrastruttura, quindi di un'opera pubblica di un certo livello.
La ciclovia Vento, infatti, sfrutterebbe in larga parte gli argini attualmente carrabili del fiume Po (senza comportare, quindi, espropri o cementificazione di nuove aree), che necessiterebbero ovviamente di alcuni interventi in termini di strutture ausiliarie e raccordi con le città non direttamente toccate dal fiume ma poste nelle vicinanze; il più importante di essi collegherebbe Vento a Milano, motivo per cui è auspicata la realizzazione del tracciato entro l'Expo 2015.


Vento avrà un'estensione di 679 km, attraverserà quattro regioni, cinque province e centoventuno comuni, costituendo il più lungo tracciato ciclabile del sud Europa, di cui si prevede un ampliamento finalizzato a collegare il circuito con le grandi vie del cicloturismo altoatesino (già molto sviluppato) ed europeo. Il tutto avrebbe un costo di 80 milioni di euro, ovvero un equivalente di 118 euro al metro, il tutto in un regime di green economy sia in fase di produzione che di sfruttamento.
Attorno alla Vento, come ad ogni via di comunicazione, nasceranno strutture di accoglienza e ristorazione e i collegamenti alle grandi città così come quelli con i piccoli paesi permetteranno un rilancio del turismo culturale, ambientale ed enogastronomico: seguendo l'esempio delle ciclabili tedesche e trentine, si prospettano indotti importanti, se è vero che le vie del cicloturismo della Germania (circa 40.000 km di piste) producono un gettito di circa 8 miliardi.
Un simile progetto potrebbe segnare una svolta nella mentalità imprenditoriale italiana e nell'approccio alle infrastrutture, rivoluzionando il modo di intendere il territorio in una prospettiva ecosostenibile e diffondendo la mentalità dello spostamento indipendente dai mezzi a motore, a contatto con la natura, in una dimensione di tranquillità e di totale accessibilità.
Resta da vedere se i cavilli burocratici verranno risolti e se tutti gli enti e le istituzioni coinvolti saranno coesi nel mandare avanti il progetto: Paolo Pileri, docente di Pianificazione ambientale e territoriale al Politecnico di Milano, ha sottolineato con determinazione che il tracciato andrà realizzato tutto insieme e seguendo un intento comune, perché troppo spesso in Italia le grandi opere vengono iniziate, ma non concluse.

C.M.

venerdì 13 settembre 2013

Norwegian Wood (Murakami)

Continua con Norwegian Wood il mio percorso alla scoperta dei romanzi di Haruki Murakami, autore che ho scoperto quasi per caso l'anno scorso e che mi ha colpita sebbene i suoi testi siano totalmente l'opposto dei miei gusti letterari. Mi si potrebbe far notare che è strano che dica di gradire la lettura di un autore che non presenta caratteristiche compatibili con quanto apprezzo di norma, oppure che avrei dovuto specificare che credevo che i suoi testi fossero totalmente l'opposto dei miei gusti letterari, usando il tempo passato.
Invece non è così: parola per parola, pagina per pagina, quello che si trova nei romanzi dell'autore giapponese è davvero agli antipodi di quanto ricerco in un libro. La magia del mio rapporto con i romanzi di Murakami, che, almeno finora, è un'alchemia riuscita, sta proprio in questo: le sue storie e il suo modo di raccontare mi rendono congeniale quello che non non lo sarebbe in altri contesti e in altre pagine. Molto strano, lo ammetto, ma, per capire meglio cosa intendo, vi rimando alle recensioni di Nel segno della pecora e Dance dance dance.

Norwegian Wood (Noruwei no mori), va detto subito, è un libro molto diverso dai precedenti testi di Murakami che ho avuto modo di leggere: non vi trovano spazio la fantasia, l'onirismo e il surrealismo che costituiscono i tratti distintivi dell'autore, per cui manca quell'affascinante e sorprendente dialogo fra la banalità della vita quotidiana e il meraviglioso che creava in altre storie un'atmosfera originale e perfettamente integrata.
Stavolta i nostri occhi di lettori incrociano la vicenda di Toru Watanabe, che, durante un viaggio in aereo, ascoltando la canzone Norwegian Wood dei Beatles, ritorna con la memoria ai suoi vent'anni, durante i quali quello stesso brano era una presenza costante. Seguendo il filo dei ricordi, risaliamo al periodo compreso fra il 1968 e il 1969, gli anni delle contestazioni studentesche (in Europa come nel Giappone in cui la storia è ambientata), durante i quali Toru frequenta senza alcun entusiasmo gli studi universitari, dividendo la propria vita fra lavoretti part-time, ristoranti e bar e rapporti sessuali occasionali con ragazze sconosciute al seguito dell'amico Nagasawa. In questa esistenza monotona e, come per tanti personaggi di Murakami, apparentemente finalizzata solo ad arrivare alla giornata seguente, gli unici sprazzi di autentica affettività sono l'incontro fortuito con Naoko, le comunicazioni a distanza con lei dopo la sua reclusione in una comunità di sostegno psichiatrico e il rapporto di amicizia con Midori, che solo la coscienza dell'esistenza di Naoko e del legame che Toru ha con lei impediscono si trasformi in una relazione sentimentale.

La locandina del film tratto dal libro

Questo romanzo mi è certamente piaciuto, ma l'ho trovato più ridondante e meno ammaliante di quelli letti in precedenza; mi sono spesso domandata se la continua insistenza su aspetti sessuali fosse davvero necessaria a delineare la vicenda di Toru e degli altri personaggi o se non ecceda in alcuni punti alla morbosità, ma, nel complesso, questo tratto, che mi è sembrato poco gradevole, non intacca l'idea che mi sono fatta del testo, che è buona, anche se inferiore a quella dei romanzi surreali. Anche nelle pagine di Norwegian Wood si incontra la nota più tipica di Murakami, il suo sorprendente talento nel far sembrare degna di narrazione anche la quotidianità: vien da pensare, seguendo i gesti di Toru, che anche i nostri pranzi e le nostre passeggiate in città siano degne dell'attenzione dell'autore, eppure l'effetto non è prosastico, tutt'altro.
Pur accordando nettamente la mia preferenza al Murakami fantastico, sono soddisfatta di questo incontro con un romanzo realistico, duro «bello, delicato, malinconico e compatto» (come lo definisce l'autore), scritto fra la Grecia e Roma, pubblicato come Tokyo Blues nella prima edizione italiana, ma originariamente intitolato Il giardino sotto la pioggia (Ame no naka no niwa), dal titolo di una sonata di Debussy e dall'ispirazione di un pomeriggio romano di pioggia.
Norwegian Wood è definito 'romanzo di formazione', e a questa etichetta corrisponde l'effettiva maturazione di Toru, eppure non mi sento di condividerla totalmente. La vicenda, infatti, non porta il protagonista ad una vera e propria maturazione, ma ne pone i saldi presupposti: Toru si avvicina ad essere uomo (un mutamento che avverte lui stesso nelle ultime pagine) grazie alla ricerca di un lavoro e di una sistemazione autonoma fuori dal collegio e ai cambiamenti contigui e incontrollabili delle esistenze di Naoko e Midori, ma il finale rimane aperto, non abbiamo la prova di un cambiamento, ma la convinzione che, dopo la telefonata che chiude il romanzo e che non sarebbe avvenuta senza ogni singolo avvenimento precedente, qualcosa debba essere necessariamente diverso da prima. Se una formazione avviene, essa si conclude solo nello spazio a noi ignoto fra quella conversazione telefonica e il volo verso Amburgo durante il quale prende avvio la narrazione.


C.M.

mercoledì 11 settembre 2013

L'11 settembre meno noto: Cile 1973

Qualche giorno fa, leggendo un quotidiano locale, mi sono imbattuta in un'intera pagina dedicata ad un evento spesso considerato ai margini della Grande Storia, accaduto in quella stessa data che, purtroppo, per noi è diventata il nome stesso di un avvenimento drammatico: l'11 settembre. Nel giorno in cui si ricordano le vittime del terribile attentato terroristico di New York, ricorre infatti anche l'anniversario di un'altra vicenda che ha segnato profondamente la storia di un Paese del medesimo continente. Ho deciso così di approfondire.

Assedio e bombardamento della Moneta

Dopo tre anni di presidenza da parte del socialista Salvador Allende, eletto con un'esigua maggioranza di voti rispetto al concorrente cristiano-democratico Jorge Alessandri Rodrìguez (mentre il conservatore ed ex presidente Radomiro Tomic si distanziava per diversi voti), i suoi avversari si coalizzarono nella Confederazione Democratica (CODE) per rovesciarne il governo, appellandosi ai militari e organizzando un vero e proprio colpo di Stato. Si osteggiavano, in primo luogo, la politica dei decreti di Allende, finalizzata alla rapida attuazione di riforme sociali, soprattutto sul versante della sanità e dell'istruzione, da rendere accessibili anche ai più poveri, le sue presunte velleità di controllo sui media nazionali e il favoreggiamento di riunioni anche armate dei socialisti. Durante il governo di Allende crebbe il PIL e diminuirono l'inflazione e la disoccupazione, ma la politica economica di nazionalizzazione danneggiò il mercato del rame e le esportazioni e, soprattutto, erano visti di cattivo occhio i rapporti fra Allende e il presidente cubano Fidel Castro.

Salvador Allende

Il malcontento nei confronti di Allende alimentò un primo, fallimentare tentativo di rovesciamento nell'aprile del 1973 e culminò nel il golpe dell'11 settembre nello stesso anno. Il generale Augusto Pinochet cinse d'assedio la Moneta (il palazzo presidenziale) e lo fece bombardare per via aerea; nonostante la difesa del palazzo da parte dei socialisti, Pinochet prese il potere e Allende morì nel corso dell'attacco (ufficialmente si sarebbe suicidato con una scarica di mitragliatrice). Il golpe cileno è generalmente inserito all'interno delle dinamiche della Guerra Fredda per via dei giochi di forza fra il governo USA e i governi socialisti centro-americani appoggiati più o meno velatamente dall'URSS, ma, se è chiaro che la presidenza di Allende non era ben vista dagli Stati Uniti, non è tuttavia affermabile con assoluta certezza che vi sia stata un'iniziativa della CIA in favore dei militari.
Preso il potere, Pinochet avviò una dura iniziativa di repressione delle opposizioni: torture, stupri, violenze, incarcerazioni, esecuzioni erano finalizzate a cancellare qualsiasi forma di socialismo o di simpatia per l'iniziativa di Unità Popolare, il partito di Allende. Migliaia di persone vennero uccise o fatte sparire, ricorrendo addirittura alla cancellazione delle prove della loro esistenza dai registri: si tratta dei cosiddetti Desaparecidos, emersi all'attenzione della comunità internazionale grazie alle mobilitazioni di massa di madri e familiari delle vittime argentine (sono rimaste nella storia le Madri di Plaza de Mayo scese in piazza contro il dittatore Videla); la sparizione forzata sarebbe stata condannata come crimine contro l'umanità solo nel 1998 (art. 7 dello Statuto di Roma per la costituzione del Tribunale Penale Internazionale).

Augusto Pinochet
Il regime militare di Pinochet attuò politiche neoliberiste totalmente contrarie a quelle di Allende, decretando la fine della speranza del suo predecessore in un Socialismo democratico, e proseguì a lungo la repressione, per poi macchiarsi anche dei reati di corruzione e furto.
La caduta del regime avvenne in modo democratico, con un rifiuto della sua riconferma da parte del popolo cileno e di parte dello stesso corpo militare che aveva costituito la forza del dittatore: nel 1998 Pinochet fu arrestato. Morì nel 2006 e, se gli furono negati dalla presidentessa socialista Bachelet i funerali di Stato, non gli mancarono tuttavia le esequie militari.
Contrariamente a quanto si può pensare dalla scarsa promozione della conoscenza di questi avvenimenti, il golpe cileno ha avuto notevoli ripercussioni nelle politiche internazionali. Si è già accennato al rapporto fra la vicenda Allende-Pinochet e gli equilibri delle due grandi potenze politiche e militari, ma il timore di eccessi e derive di colori politici opposti hanno in realtà alimentato altre dinamiche occidentali: in Italia, per esempio, il golpe di Pinochet fu uno dei motivi che spinsero il Partito comunista di Belringuer alla ricerca del compromesso storico con i Democristiani guidati da Aldo Moro (così M. Corte su L'Arena, 4 settembre 2013). E sappiamo come a sua volta, questo avvenimento, abbia condizionato la vita politica e sociale italiana.

C.M.

martedì 10 settembre 2013

Appello all'UNESCO perché il Latino e il Greco siano dichiarati Patrimonio dell'Umanità

Mi riproponevo da giorni di esprimermi riguardo l'indecorosa e crescente svalutazione di cui sono oggetto le lingue classiche e più in generale le discipline umanistiche negli ultimi anni, spinta anche dalla supponenza di certe persone che, prese dal loro senso di superiorità, hanno spesso ritenuto di dovermi dire che le mie materie non contano nulla. Ora, le motivazioni che ho sempre sostenuto come base della necessità che si continuino a studiare il Greco e il Latino sono quelle su cui si fonda la petizione promossa dall'Accademia Vivarium Novum per chiedere all'UNESCO che le lingue classiche siano annoverate fra i Patrimoni dell'Umanità.
Vi invito a leggerlo, anche se non siete cultori delle lingue antiche, perché, anche non avendole studiate, potrete apprezzarne l'utilità e scegliere di sostenere l'impegno di chi vuole salvaguardarle e continuare a promuoverne lo studio.
In coda al documento, trovate le indicazioni sull'ente promotore e le istruzioni per firmare la petizione.


***
Appello per il riconoscimento del latino e del greco come “patrimonio immateriale dell’umanità”

L’umana cultura ha spesso, in occidente come nelle regioni d’oriente, sentito quasi l’esigenza di lingue atte non solo a superare i confini spaziali che separano uomo da uomo, ma anche a riunire, vinta la tirannide del tempo, sapienti vissuti in epoche diverse, la cui voce, espressa in una forma non soggetta alle mutazioni del divenire continuo, giungesse viva e chiara ad altri cercatori nel corso dei secoli. Queste lingue, non mai o non più parlate da nessun popolo, hanno svolto nella storia delle idee e della cultura un ruolo fondamentale, e tuttora costituiscono un inestimabile tesoro dell’umanità. Così il sanscrito ha, non solo in India, trasmesso intatte dottrine e speculazioni filosofiche da epoche remotissime fino ai nostri giorni; così l’arabo classico e il persiano medievale ci hanno consegnato le meditazioni dei mistici sufi e le discussioni dei pensatori che riflettevano con profondità sui testi sacri e sulle opere d’Aristotele e Platone; così la lingua ebraica, solo di recente riportata alla vita, ha per quasi due millenni tramandato la sapienza d’un popolo nelle forme consacrate dai suoi testi; così il cinese antico ci consente ancor oggi d’ascoltare la lezione di Confucio e Laoze. Tutte queste lingue, e le civiltà ch’esse esprimono, costituiscono un grande patrimonio, che va tutelato e difeso.

L’Europa tutta riconosce nelle civiltà greca e latina le radici storiche del proprio mondo e il tesoro inesauribile della memoria comune del vecchio continente. La lingua greca, sfruttando la sua estrema malleabilità e la sua formidabile potenza espressiva, ha dato voce al pensiero filosofico e, attraverso di esso, a concetti come quello di libertà, di virtù, di democrazia, di politica, dell’idea che trascende la miseria transeunte. È la lingua in cui s’è forgiato tutto il lessico intellettuale europeo, che ancor oggi s’adopera nell’intero mondo occidentale ogni volta che si fa riferimento a creazioni o scoperte dello spirito umano, alle scienze della natura, alla medicina, alla filosofia.

Il latino, con la sua solennità e la sua concretezza, ha accolto l’eredità della Grecia, e ha costituito, ben oltre i confini temporali dell’Impero politico che la sosteneva e diffondeva, il veicolo comune della cultura europea, dando la possibilità ad uomini diversi per nazionalità, per religione e per costumi, di sentirsi cittadini d’un’unica res publica, che, pur avendo perduto quell’unità materiale ch’era stata garantita da Roma, ne conservava i due doni più preziosi: la lingua unica e le leggi.

Di latino s’è nutrito il messaggio cristiano, terza radice della nostra civiltà, che ha fatto vibrare un nuovo apporto vitale sulle note immortali della liturgia; l’azione politica e civile di Carlo Magno e dei suoi successori, nonché le imponenti ramificazioni del monachesimo e il lavoro degli umanisti ne hanno corroborato e maggiormente diffuso l’uso tra tutti i popoli d’Europa, e l’hanno trasformato nel cemento che ha culturalmente unificato per tanti secoli il variegato mosaico di genti che la compongono. Il latino ha conservato, nello scorrere del tempo e delle epoche, un’incredibile vitalità, perché ha saputo sempre rinnovarsi adeguandosi di volta in volta alle diverse esigenze del mondo di cui diventava espressione. In latino si sono espressi S. Tommaso e Dante, Giordano Bruno ed Erasmo, Tommaso Moro e Galileo, Cartesio e Leibniz, Newton e Gauss, insieme all’armonico coro di voci diverse di migliaia d’altri scienziati, letterati, giuristi, filosofi, matematici, umanisti che han fatto l’Europa.

Latino e greco hanno costituito la base fondamentale dell’educazione d’ogni uomo colto dell’occidente fino alla metà del Novecento, continuando a far sentire in tal modo il loro benefico influsso su tutta la nostra civiltà.

L’Europa si sta oggi avviando verso una nuova unità: l’Unione europea, che si sta realizzando gradualmente, ma con rapidità. Viviamo già in una realtà d’unione finanziaria, di libera circolazione delle persone, dei beni, dei capitali e dei servizi, e va realizzandosi a pieno titolo anche l’unione monetaria.

È necessario però che l’Europa unita recuperi anche e soprattutto la consapevolezza della sua identità culturale e non dimentichi le civiltà e le lingue che l’hanno prodotta, coltivandole come bene collettivo, espressione dell’uniformità di concetti e di pensieri di tipo europeo.

Le nuove esigenze di tipo pragmatico stanno lentamente emarginando lo studio delle lingue latina e greca nelle scuole di tutt’Europa. I futuri uomini colti del nostro continente rischiano dunque d’ignorare quasi del tutto il passato in cui affondano le radici della nostra civiltà e del nostro pensiero. Non ci si può accontentare d’una conoscenza sommaria e superficiale raggiunta attraverso traduzioni e resoconti in chiave moderna: né può costituire elemento di conforto la presenza del latino e del greco come lingue in scuole di tipo professionalizzante, destinate solo a formare futuri antichisti, in cui tali discipline non hanno più la funzione formativa di garantire una possibilità all’uomo colto d’accedere alle radici del suo passato, ma costituiscono un mero strumento di lavoro per lo svolgimento della sua futura professione. Delle tre radici della civiltà europea, latina, greca e cristiana, l’Italia, per la sua particolare condizione di territorio in cui la cultura ellenica ha sviluppato fiorenti colonie e straordinarie scuole di pensiero filosofico, e Roma ha costituito da un lato il centro propulsore dell’impero che da lei prende nome, e dall’altro la sede primaria e il punto d’irradiazione della cultura cristiana; l’Italia, dicevamo, rappresenta quasi il punto d’ideale confluenza storica.

È per questo che chiediamo all’UNESCO:
- di farsi garante d’una continua sensibilizzazione dei governi europei per invitarli a impegnarsi, soprattutto nelle loro politiche scolastiche, per la salvaguardia concreta delle lingue latina e greca, come massima espressione della sostanza culturale d’Europa, portata in diverse parti del mondo;
- d’impegnarsi per dichiarare il latino e il greco «patrimonio culturale dell’umanità» non soltanto europea, ma anche extraeuropea, come elemento unificante della civiltà occidentale e come eredità d’inestimabile valore lasciataci da oltre duemilasettecento anni di storia culturale,
- di voler investire il governo italiano della responsabilità di “garante della salvaguardia del latino e del greco” come discipline portanti, assieme alla filosofia, di una scuola formativa non professionalizzante, e d’un’educazione globale e umana delle nuove generazioni;
- e di nominare l’Italia “scrigno simbolico” e crocevia delle culture e delle lingue greca e latina, perché si sviluppi un interesse che coinvolga tutti i settori della sua cultura, dal sistema scolastico al mondo della scienza, dello spettacolo e dei mezzi di comunicazione di massa.

***

Link utili:
Appello all'Unesco
Documento con la dichiarazione d'appello in diverse lingue
Firma della petizione

C.M.

lunedì 9 settembre 2013

La Nike restaurata

Chi non conosce la Nike di Samotracia, il capolavoro d'arte ellenistica che svetta sulla scalinata Daru del Musée du Louvre e che ha ispirato, con la posizione delle sue ali, un noto marchio di abbigliamento sportivo? La scultura rodia rappresentante la Vittoria alata, rivenuta sull'isola egea nel 1863, è oggetto di un restauro che, iniziato lo scorso 3 settembre, si protrarrà, secondo quanto annunciato dal Louvre, fino all'estate del 2014. L'intervento, che avverrà in più fasi e che partirà con lo smontaggio dei diversi blocchi di marmo che compongono la Nike (effettuati rigorosamente il martedì, giorno di chiusura), coinvolgerà anche la scalinata principale del museo parigino, che, però, non verrà totalmente chiusa in quanto snodo fondamentale per il traffico turistico.

La scultura, realizzata in marmo rodio intorno al 200 a.C. e attribuita allo scultore Pitocrito, rappresenta Nike (la Vittoria), la figlia alata di Zeus, che termina il suo volo trionfale posandosi sulla prua di una nave da battaglia facente parte di un gruppo scultoreo affacciato su un ninfeo. Il monumento fu forse dedicato dai Rodii ai Cabirii, divinità dell'oltretomba particolarmente care agli abitanti di Samotracia che proteggevano i naviganti, per celebrare una vittoria ottenuta contro i Fenici.
La statua ha una foggia sorprendente per il realismo con cui sono resi il movimento della dea e le pieghe del panneggio schiacciato dal vento contro il suo corpo. Nonostante la Nike sia priva di testa e braccia, lo studio dell'attaccatura dell'una e delle altre ha permesso di ricostruirne la posizione originaria, determinando per gli arti una posizione diversa: il braccio destro era abbassato, il sinistro sollevato. Ma ciò che più colpisce maggiormente è senz'altro il gioco delle pieghe dell'abito, un preziosismo tipicamente ellenistico che muove dalle innovazioni fidiane delle sculture del Partenone e che fa sembrare viva e volante questa figura «protesa con impetuoso dinamismo sulla base a prora della nave, immersa nello spazio e modellata dal vento che investe e sconvolge il frusciante panneggio» (G. Becatti).


Il restauro, che il Louvre meditava già da una quindicina d'anni, non è finalizzato a riparare danni ingenti, ma solo a pulire la statua dalla patina che negli anni ne ha scurito la superficie e a ridisegnarne il piedistallo per avvicinarla al livello dello spettatore.
Il costo dell'intervento è stato stimato in 4 milioni di euro, tre dei quali sono già stati reperiti grazie alle sponsorizzazioni; per l'ultimo milione, la direzione ha messo in piedi un'iniziativa non nuova alle modalità di lavoro del museo, la Tous mécènes! (letteralmente "Tutti mecenati"), invitando chiunque lo desideri a contribuire al raggiungimento della cifra totale.

C.M.

domenica 8 settembre 2013

Aggiornamenti e premiazioni

Domenica, giorno di relax e della spensieratezza, per cui oggi niente dissertazioni letterarie o artistiche, ma un momento allegro per aggiornarvi sulla situazione del blog. Innanzitutto ringrazio tutti coloro che mi seguono qui (siamo ormai più di 100), su Facebook (il traguardo dei 200 follower è vicino), su Twitter, su Google+ o via Feed!
Il primo aggiornamento consiste nel ricordarvi che il contest Sguardi e parole: vinci un ingresso alla mostra "Verso Monet" è aperto fino alla fine del mese: leggete il regolamento, partecipate e diffondete la voce, sarò felicissima di leggere i vostri testi e di assegnare a uno di voi il biglietto regalo per visitare la mostra!


Per un premio che assegnerò alla chiusura del contest, dopo la menzione di Blog 100% afidabile ricevuta da Fragolina di Ricette Fuori Fuoco, altri tre nuovi riconoscimenti arrivano ad Athenae Noctua da altrettante amiche blogger: Mariapiera di Chiacchiere in libertà mi ha assegnato il Premio dell'amicizia blogger, mentre Priscilla di La strada è la vita mi ha conferito il Liebster Award n°12. Grazie a tutte!!
Poiché i regolamenti di ambedue i premi prevedono che venga detto qualcosa di sé, sfrutterò le domande di Priscilla per adempiere anche alla richiesta di fornire alcune informazioni contenuta nel Premio dell'amicizia. Quanto ai blogger da premiare, avendone citati già diversi nei post dedicati ai riconoscimenti passati e seguendone ormai così tanti che la scelta sarebbe davvero ardua, vi invito a consultare il blogroll per conoscere le pagine che visito più spesso.
Veniamo ora alle domande del Liebster Award:
  1. Hai una stanza a cui sei particolarmente legato, nella tua casa? La mia stanza: lì ho la mia scrivania, i miei quintali di libri, il mio pianoforte... tutto quello che mi permette di rilassarmi!
  2. Ti piacciono i paesi orientali? Nepal, Giappone, India, etc...? Mi affascina particolarmente il Giappone, spero di andarci prima o poi.
  3. Sei geloso delle tue cose o riesci a prestarle\farle toccare senza particolari problemi? Gelosissssssima!
  4. Di solito, quando devi partire, in valigia porti le cose essenziali o finisci per portarti l'intero guardaroba? Cerco di limitarmi e sono molto attenta nella scelta di cosa portare, ma, puntualmente, a fine vacanza mi rendo conto di aver portato comunque troppo.
  5. Hai mai partecipato a qualche concorso? Ho partecipato a diversi concorsi letterari per racconti, ma la narrazione breve non è il mio forte: vorrei trovare un bel concorso per romanzi lunghissimi!
  6. Qual è il tuo capo d'abbigliamento autunnale\invernale preferito? Un cappotto blu.
  7. Ti piace stare da sola o hai bisogno costantemente di compagnia? Sono molto riflessiva e mi piace dedicarmi ad attività che richiedono la tranquillità: scrittura, lettura, ascolto della musica...
  8. Quante canzoni ci sono nel tuo ipod? 796.
  9. Preferisci le persone che usano un tono di voce alto o basso? Tono basso, decisamente.
  10. Quanto valore dai ai dettagli? Parecchio: sono molto pignola.
  11. Riesci a superare un torto subìto o porti rancore per molto tempo? La seconda, purtroppo; anche se evito di rinfacciarli, tendo a legarmi al dito anche delle piccole mancanze di rispetto.
Ringraziando le autrici che mi hanno premiata, vi invito a visitare i loro blog!
E non dimenticatevi del contest!
Buona domenica.

C.M.

venerdì 6 settembre 2013

Giornata letteraria mantovana: Festivaletteratura 2013

Come farò a descrivervi in un solo post la bellissima giornata che ho trascorso ieri al Festivaletteratura di Mantova? Non so, ma ci proverò, riassumendo il più possibile, facendo parlare gli scatti e lasciando che siano eventuali vostre domande a portarmi ad approfondire! Ho partecipato per la prima volta a questa importante manifestazione culturale nel 2004, occasione in cui ho avuto modo di ascoltare Valerio Massimo Manfredi; poi, per un motivo o per l'altro (esami, vacanze, ritardi con la prenotazione) ho lasciato passare parecchi anni prima di ritornare agli eventi mantovani.


Anche se mi sarebbe piaciuto partecipare anche nei giorni successivi, ho scelto il 5 settembre per via della presenza di due incontri che mi interessavano particolarmente, fra i quali ho comunque avuto modo di prendere parte a due eventi gratuiti che si svolgevano in Piazza Sordello. Ma andiamo per ordine.
Alle ore 8.50, godendomi in tutta calma e tranquillità il risveglio della città, dal bellissimo scorcio offerto dal Ponte del Mulini alla splendida Piazza delle Erbe, sono arrivata alla biglietteria. Ritirata la mia prenotazione, dovendo attendere due ore per l'inizio del primo evento cui avrei partecipato, mi sono concessa una capatina nella tenda-libreria, resistendo a fatica alla tentazione di acquistarne l'intero contenuto. I volontari erano già al lavoro, le casse già battevano gli scontrini e la piazza iniziava ad animarsi grazie all'arrivo del pubblico e delle bancarelle di libri usati.




Il primo evento cui ho assistito si intitolava Translation slam - speciale classici; la scelta di questo appuntamento, che si teneva presso la sagrestia della chiesa di San Barnaba, è stata determinata da due fattori: uno è il mio grande interesse per il mondo classico e per la drammaturgia attica in particolare, l'altro l'intervento di un professore che ho avuto all'Università, Andrea Rodighiero; assieme a lui partecipavano come relatori Anna Beltrametti e Federico Condello, altri due studiosi e traduttori che si sono confrontati sul testo di Sofocle più noto, Antigone. Dopo un'introduzione dedicata ad illustrare in generale la complessità di un'operazione di traduzione e le diverse possibilità di lingua e stile che si offrono a chi la compie e a definire la particolarità del dramma sofocleo, Rodighiero e Condello hanno reso conto di alcune scelte di traduzione del prologo e del primo stasimo della tragedia, dando modo al pubblico di cogliere le analogie e le differenze. Al termine dello slam, gli stessi versi sono stati oggetto di un reading molto coinvolgente tenuto da due attrici professioniste, che, per un attimo, hanno fatto rivivere Antigone e Ismene e i grandi corali tragici.

Da sinistra: A. Rodighiero, A. Beltrametti, F. Condello

Dopo questo tuffo nella letteratura antica e un pranzo veloce, ho optato per due incontri ad ingresso libero organizzati presso Piazza Sordello, centro ideale della manifestazione. Nella tenda centrale, infatti, durante tutte le cinque giornate del Festival, si tengono alcune Tracce, interventi di trenta minuti dedicati alle tematiche più varie. Alle 15.00, dunque, ho partecipato Margherita e le stelle, divertente e allo stesso tempo commovente ricordo di Margherita Hack condotto dal suo amico e collaboratore Federico Taddia, mentre alle 16.00 mi sono trattenuta ad ascoltare Marco Malvaldi che, accompagnato dalle vignette di un abile cartoonist, ha descritto i motivi per cui non possiamo essere ancora indipendenti dalla locomozione a benzina (Oltre Fred Flinstone: quanto siamo lontani dal poter fare a meno della benzina?).

Tenda Sordello
Federico Taddia
Marco Malvaldi

La mia giornata è terminata con la partecipazione all'evento Articolo 9: Arte e Costituzione, che ha visto Salvatore Settis e Tomaso Montanari confrontarsi in Piazza Castello sul problema della tutela del patrimonio paesaggistico e storico-artistico da parte dello Stato. Nel corso dell'incontro sono stati illustrati vergognosi esempi di vendita svendita del patrimonio pubblico ai privati, oltraggi e scempi alla cultura del nostro Paese e comportamenti assurdi da parte di governi e amministrazioni di ogni colore politico. Alla base di tutte le loro considerazioni (che a mio avviso in una piccola parte del discorso di Montanari hanno toccato delle punte un po'troppo dure) c'è il principio di sovranità appartenente secondo la nostra Carta fondamentale al popolo, che deve poter godere liberamente della propria ricchezza artistica e ambientale poiché la cultura è strumento di formazione della cittadinanza e della democrazia.

Salvatore Settis e Tomaso Montanari prendono posto

Al termine della emozionante e calda giornata, con la mia copia di Futuro del 'classico' mi sono messa in coda per ottenere l'autografo dell'autore, spiegandogli che avevo scelto proprio quel volume e non uno di quelli che aveva presentato nel corso del suo intervento perché sono ad esso particolarmente legata per questioni di formazione: mi ha risposto che è uno di quelli cui lui stesso tiene di più e che è stato tanto apprezzato da essere tradotto persino in Coreano!

Salvatore Settis autografa la mia copia di Futuro del 'classico'
Salvatore Settis
E con una stretta di mano al professore si è chiuso il mio Festivaletteratura, che, però, continua per i fortunati che potranno partecipare, fino a domenica 8 settembre!

C.M.

mercoledì 4 settembre 2013

Le biblioteche e il 'divario digitale'

Un aspetto che non viene mai toccato nella ormai quotidiana diatriba sul rapporto fra ebook e libri cartacei, che, personalmente, ritengo possa risolversi nella democratica affermazione «ognuno legga quel che più gli aggrada», è quello dell'adeguamento delle strutture deputate alla lettura rispetto alle nuove frontiere digitali.


C'è un duplice spunto alla base di questo intervento: da un lato la mia profonda devozione verso le anteprime di Google Books e gli archivi online (accessibili grazie agli abbonamenti sottoscritti dall'Università) grazie ai quali ho potuto redigere comodamente ampie parti della mia tesi riducendo al minimo gli spostamenti fra le biblioteche del Paese e il rischio di concludere acquisti inutili ai miei scopi redazionali, dall'altro un articolo del blogger Carmine Aceto, gentilmente inviatomi dall'autore stesso, riguardante il progetto di adeguamento digitale della Biblioteca provinciale “Pasquale Albino” di Campobasso, presso cui lavora.
Forse molti di voi sanno già che non sono una fruitrice di libri digitali, ma non per questioni di ostilità o per prese di posizione anti-digitale. Non si può però ignorare che le nuove prospettive della comunicazione libresca e giornalistica siano orientate proprio verso i contenuti digitalizzati, online e non. È alquanto ottuso voler negare l'importanza di queste nuove strumentazioni nel campo della lettura o della fruizione della cultura più in generale (penso, ad esempio, al caso analogo dei musei). Non sto dicendo che si debba smettere di rapportarsi ai libri o alle esposizioni tradizionali (come già detto, a me stanno più che bene), ma che è importante non sclerotizzarsi unicamente sulla tradizione in presenza di una società che manifesta nuove esigenze.
«Le istituzioni e i soggetti operanti nel campo della diffusione pratica della lettura e dell'insegnamento non possono nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che il contesto digitale contemporaneo non esista, liquidandolo molto semplicisticamente come un modo sbagliato per avvicinarsi all'atto del leggere».
Il rifiuto del cambiamento intervenuto nell'approccio alla lettura sarebbe dunque un errore e gli enti deputati alla promozione della cultura non possono veicolare un'idea di questa attività ancorata esclusivamente all'approccio del passato. Bisogna, insomma, colmare il 'divario digitale' che impedisce l'accesso alle nuove tecnologie, definendo una preclusione che, dato l'alto grado di diffusione delle notizie e degli strumenti di conoscenza attraverso la rete, è oggi «una vera forma di diseguaglianza sociale».


Invitandovi alla lettura dell'intero articolo (di prossima pubblicazione), lascio che sia una breve intervista a Carmine Aceto a riassumervi le linee-guida del suo intervento:

D. Con quali iniziative la biblioteca "Pasquale Albino", presso cui lavori, si impegna a colmare il divario digitale?

R. Le iniziative che proponiamo per tutto l’arco dell’anno sono essenzialmente di carattere informativo e formativo, ritenendo che per poter far conoscere le novità dei sistemi culturali sia indispensabile poter offrire alla gente comune la capacità di comprendere le differenze e le modalità di utilizzazione di ogni specifico strumento, che sia un catalogo bibliotecario informatizzato, la navigazione in Rete o, per l’appunto, le specifiche tecniche della lettura digitale.

D. Qual è la risposta degli utenti alla proposta di utilizzare gli ebook-reader che mettete a disposizione?

R. Nel corso di questi due anni di attività informativa sulle tematiche digitali, l’attenzione e la risposta della gente è sempre stata molto positiva. Per molti la biblioteca è diventata un punto informativo dove poter chiedere e ottenere informazioni di natura pratica non solo sul funzionamento di un ebook-reader ma anche sulle caratteristiche e le funzionalità degli strumenti digitali per lo studio o la lettura.

D. Come si integra l'immagine tradizionale della biblioteca con il coinvolgimento attraverso i social network, di cui fate uso regolarmente?

R. Non credo che ci si debba porre troppi problemi sul mezzo usato per poter parlare in modo diretto e costruttivo con il pubblico che una biblioteca deve non solo avere ma anche coltivare. Sono dell’idea che non si crei nessuna frattura tra la produzione di contenuti informativi online, attraverso i social o altri profili ufficiali della struttura sul web, e la capacità di relazionarsi faccia a faccia, in sede, con l’utente e con quanto ci richiede quotidianamente. La prospettiva social non è da viversi come una moda o come una vetrina dei propri servizi, ma come un’attività vera e propria di formazione e informazione anche a distanza che la biblioteca può offrire a chiunque sia alla ricerca di contenuti informativi culturali intesi nel senso più ampio del termine.

D. Lavorando all'interno del circuito bibliotecario, vedi nei colleghi, nelle amministrazioni e nelle strutture parallele alla "Pasquale Albino" in altre parti del Paese la possibilità di una rapida diffusione di iniziative analoghe oppure esistono ancora tenaci resistenze?

R. I progetti delle biblioteche relativi alla lettura digitale e alle nuove tecnologie così come all’interattività sul web non mancano, ma in ogni caso sono frutto di iniziative prese con coraggio dalle singole strutture bibliotecarie e non il risultato di un’idea più organica e lungimirante di ciò che le biblioteche possono fare, se doverosamente attrezzate, per i cittadini di questo paese. Colpa della poca conoscenza che i nostri amministratori a livello nazionale e locale hanno dei sistemi informativi bibliotecari e di cosa serva per farli funzionare. Sempre più spesso si procede ovunque a tagli nel settore cultura e le biblioteche sono le prime a pagare dazio, senza nessuna valutazione meritocratica, in base a semplicistiche operazioni di cassa. Il nostro stesso progetto è stato portato avanti e realizzato senza nessun finanziamento esterno e, proprio quando è balzato all’attenzione delle cronache nazionali, paradossalmente, rischia di subire un improvviso stop, visto che chi vi ha lavorato in prima persona, nonostante i risultati ottenuti, potrebbe vedere non rinnovati i propri contratti a fine settembre.


Ringrazio Carmine per la gentile disponibilità a rispondere alle mie domande, complimentandomi per l’impegno, l’originalità e la tenacia nella cura e nella divulgazione dei contenuti bibliotecari, un esempio che spero farà scuola, anche se questa realtà all’avanguardia nella promozione della cultura sta risentendo di pesanti tagli che ne minacciano pesantemente la prosecuzione.
A questo punto la parola passa a voi: avete qualche esperienza analoga da raccontare o qualche idea che pensate possa aiutare a colmare il divario digitale?

C.M.

NOTE: Le citazioni sono tratte da C. Aceto, L’esperienza della divulgazione della lettura digitale in biblioteca. Un progetto della Biblioteca Provinciale di Campobasso “Pasquale Albino”, che sarà a breve pubblicato su Digitalia.

lunedì 2 settembre 2013

Se una notte d'inverno un viaggiatore (Calvino)

Fino alla settimana scorsa Italo Calvino era associato nella mia mente di lettrice al mondo cavalleresco e ai romanzi avventurosi ma anche molto profondi della Trilogia degli Antenati. Per era l'autore de Il cavaliere inesistente, il creatore di Cosimo Piovasco di Rondò, il dimezzatore del visconte. Dopo la lettura di Se una notte d'inverno un viaggiatore, però, l'autore è scomparso, completamente inghiottito dal sistema narrativo complesso e sbalorditivo di un romanzo-non romanzo «che non rappresenta altro che la lettura e il desiderio della lettura», come lo definisce negli appunti preparatori del 1975. In fondo è questo che Calvino voleva ottenere con il romanzo metaletterario per eccellenza: far sparire l'autore e mettere al centro il lettore e la sua attività.

Il primo aspetto che colpisce di questo romanzo, pubblicato nel 1979, è l'allocuzione, da parte dell'autore, al suo lettore, secondo la tecnica poco sfruttata dello You-narrative, risalente già ad Omero, che, nell'Odissea, si rivolge al porcaro Eumeo in seconda persona. Il libro si apre con un invito a mettersi comodi, a regolare la luce e ad iniziare nel modo più piacevole la lettura del nuovo acquisto, l'ultimo romanzo di Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore.
Nelle pagine seguenti accade qualcosa di ancor più stupefacente: alla vicenda del tu-lettore si sostituisce l'incipit del romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore che, però, risulta essere stampato in maniera errata, perché il primo capitolo si ripete all'infinito. Il tu-lettore si recherà in libreria, dove incontrerà una lettrice che solo in un brevissimo passaggio sarà oggetto dello You-narrative, e chiederà la sostituzione della copia difettosa, ricevendo però un romanzo completamente diverso e con un nuovo difetto: proseguire la lettura sarà impossibile. Procedendo, il gioco metanarrativo, il libro che parla non di un libro ma di tanti libri, si fa sempre più complesso per la comparsa di nuovi personaggi nella cornice e per il susseguirsi di dieci racconti diversi che il lettore, per motivi ogni volta diversi, non potrà terminare.
Il romanzo descrive la tumultuosa ricerca, da parte del Lettore (ebbene sì, è sempre citato con la maiuscola) del romanzo autentico e del suo autore, il tentativo di ricostruire la storia confusa, folle e internazionale del libro che si è trovato fra le mani, eppure, più il protagonista cerca di riavvolgere il gomitolo come un novello Teseo, più la figura dello scrittore si fa distante, indistinta, inafferrabile, e l'oggetto delle sue narrazioni appare sempre più estraneo all'autore stesso, tanto che il misterioso scrittore Silas Flannery, di cui si leggono alcune pagine di diario, si rende conto che ciò che scrive diventa immediatamente altro da lui, non gli appartiene, o forse non gli è mai appartenuto, come se si trattasse di qualcosa di già scritto, qualcosa di esistente che si serve delle sue parole per manifestarsi.
Se una notte d'inverno un viaggiatore, insomma, è un processo verso la morte dell'autore, la struttura più tradizionale e tradizionalista della narrativa occidentale: l'eclissi dello scrittore, la scomparsa del narratore onnisciente sono, insieme, un ardito esperimento letterario e un atto di ribellione sociale, si va verso una idilliaca e vivace comunità di lettori che parlano di letteratura, di libri, del senso della lettura, quindi della loro stessa ontologia.

Italo Calvino (1923-1985)
«Anch'io sento il bisogno di rileggere i libri che ho già letto, ma ad ogni rilettura mi sembra di leggere per la prima volta un libro nuovo. Sarò io che continuo a cambiare e vedo cose di cui prima non m'ero accorto? Oppure la lettura è una costruzione che prende forma mettendo insieme un gran numero di variabili e non può ripetersi due volte secondo lo stesso disegno? Ogni volta che cerco di rivivere l'emozione di una lettura precedente, ricavo impressioni diverse e inattese, e non ritrovo quelle di prima. [...] La conclusione a cui sono arrivato è che la lettura è un'operazione senza oggetto; o che il suo vero oggetto è se stessa. Il libro è un supporto accessorio o addirittura un pretesto.»
C.M.

NOTE: Letture critiche suggerite: Sambit Panigrahi, Author, reader and text in Calvino’s "If on a Winter Night a Traveller" (Notes on Contemporary Literature 41.4 2011) e Paolo Giovannetti, "Faccio delle cose coi libri". Calvino vs anni Settanta (Enthymema, VII 2012).
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