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martedì 29 ottobre 2013

Linguaggi sepolti

C'è un sottile filo rosso fra la nascita della nostra lingua nazionale, che chiamerò qui 'volgare', e le forme dell'arte medievale, un legame che era già solido e secolare nell'alto Medioevo e che affonda le proprie radici in un tempo più antico del latino e dell'arte romana ellenizzata.
Sia la lingua volgare che la scultura altomedievale, infatti, costituiscono due linguaggi (uno verbale, l'altro figurativo), che sono rimasti costanti nel tempo, caratterizzandosi come registri non ufficiali rispetto alle scelte culturali della classe dirigente romana. Al momento della loro nascita e crescita, la lingua della comunicazione colta era il latino e la forma artistica attraverso sui l'Impero rappresentava se stesso e la propria sensibilità, almeno dai tempi di Augusto, era costituita dalle forme dell'arte ellenistica.

Rilievi del tempietto longobardo di Cividale del Friuli (VIII sec.)

Con il crollo dell'Impero e delle sue istituzioni, comprese quelle scolastiche, non avvenne alcuno stravolgimento rispetto a questi linguaggi. Il passaggio dal latino al volgare e dall'arte classica a quella medievale, dunque, non fu così improvviso e traumatico quanto può sembrare: non solo la transizione fu lenta e variegata nelle diverse aree del mondo romanizzato, ma non si trattò, di fatto, che di un semplice scambio. Eliminati i linguaggi ufficiali, non più legati ad un sistema politico e culturale di stampo romano, le forme espressive del popolo si imposero come norma comunicativa.
L'Impero romano non era un'entità uniforme, bensì un crogiolo di lingue e culture unificate con grande successo, ma solo a livello superficiale: contatti extralinguistici (soprattutto nelle aree di confine e commerciali), diversi gradi di penetrazione delle istituzioni e sostrati che nessuna azione politica avrebbe potuto mai appianare agirono da sempre sotto quella buccia ufficiale, rimanendo spesso contenuti ad un livello popolare finché quella scorza pura ed equilibrata non venne tolta ad opera delle popolazioni barbariche.
I linguaggi ufficiali vennero prima indeboliti, poi fatti sparire o relegati a ristrette nicchie di comunicazione; il primo fu il destino dell'arte, in cui le forme popolari sostituirono quelle ellenistiche già alla fine del II secolo (come è evidente guardando all'arte antonina), il secondo fu riservato invece al latino, che divenne linguaggio prerogativo delle istituzioni giuridiche ed ecclesiastiche.

Insegna di una venditrice di ortaggi e pollame proveniente da Ostia

Scomparse le forme di comunicazione legate al potere politico, si diffusero quelle che da sempre il popolo aveva utilizzato. La presenza di una forma di latino popolare molto diversa da quella classica è attestata fin dalle origini della civiltà romana ed è documentata da iscrizioni, dediche su oggetti di uso comune, dai graffiti pompeiani e da alcune aperture della produzione letteraria alle espressioni colloquiali e gergali (fino alla volgarità). Ciò avviene, ad esempio, nelle commedie di Plauto (III-II sec. a.C.), nelle satire e, soprattutto, nel Satyricon di Petronio (I sec. d.C.), all'interno del quale si trovano molte espressioni che preannunciano i modi espressivi dell'italiano (l'introduzione della struttura del passato prossimo a sostituzione del perfetto canonico, modi di dire, varianti popolari di termini che la normativa latina non ammetteva ecc.).

Rilievi del monumento funebre del fornaio Marcus Vergilius Eurysaces presso Porta Maggiore (Roma)

Similmente accade per l'arte, che, nel Medioevo, presenta un'emersione delle forme da sempre manifestate dalla produzione scultorea popolare. Nel I sec. a.C. troviamo a Roma numerosi esempi di un linguaggio figurativo che rifiuta il naturalismo e rappresenta figure completamente o quasi piatte, allineate in maniera paratattica e prive di qualsiasi regola di proporzione. R. Bianchi Bandinelli definisce questa forma di arte italica 'plebea', un perfetto corrispettivo del nome di 'volgare' cui si lega l'italiano nelle sue prime manifestazioni e ne spiega così la diffusione:
«Le eleganze e raffinatezza del neoatticismo di età augustea rimasero un fenomeno culturale di élite, non penetrarono, a modificarlo, nel vivo dello svolgimento artistico romano e rimasero, sostanzialmente, limitate alla capitale e alle opere provenienti da essa» (da L'arte romana nel centro del potere, 1969, p.58)
Si può dunque vedere come la successione di latino e volgare, arte classica e arte tardo-antica e altomedievale sia un processo non solo non traumatico, ma, addirittura, il naturale e fisiologico sviluppo di una situazione di diglossia. Il linguaggio, d'altronde, non evolve mai in maniera improvvisa e inaspettata, ma semina a poco a poco i germi di ogni suo cambiamento.

Rilievo da un sarcofago di Amiternum conservato a L'Aquila

C.M.

NOTE: Suggerisco, per approfondire alcuni aspetti linguistici, l'articolo Il latino che parliamo, pubblicato in Studia Humanitatis Paideia.

sabato 26 ottobre 2013

Apre Verso Monet: appuntamento a Verona con la storia del paesaggio

L'attesa è finita: si apre oggi presso il Palazzo della Gran Guardia a Verona la mostra Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento, presentata ufficialmente alla stampa e ai blogger dal curatore, Marco Goldin, lo scorso 23 ottobre. Nel corso di questa visita in anteprima ho potuto ammirare le 105 opere esposte e sono arrivata ad una conclusione sorprendente: Verso Monet è ancor più affascinante di quanto mi aspettassi!


Naturale continuazione di Da Botticelli a Matisse. Volti e figure, mostra dedicata al ritratto allestita lo scorso anno, Verso Monet ci guida in un percorso alla scoperta della conquista dell'indipendenza da parte della pittura di paesaggio e delle sue evoluzioni, fino alla dissoluzione operata da Monet nei primi anni del XX secolo, punto d'arrivo di un intenso processo di osservazione, trasformazione e dissoluzione.

Marco Goldin affiancato dalla tela di Friedrich Mare al chiaro di luna (1836)

Presentata dal suo curatore come un progetto perseguito con entusiasmo e con il desiderio di riunire in un unico percorso i dipinti e gli autori che hanno scandito le diverse fasi di un genere pittorico che fino all'Ottocento era considerato buono solo per «dilettare serve, signore anziane e signorine che ancora non hanno sviluppato il senso del bello» ma che ha a poco a poco guadagnato una posizione di primo piano nello scenario artistico, la mostra si apre allo sguardo dello spettatore come un itinerario fatto di tappe che costituiscono ciascuna una lieve variazione sul tema del paesaggio, inteso come culla naturale, ma colto anche in spettacolari scorci cittadini.


Il percorso si apre con la sezione Il Seicento. Il falso e il vero della natura, benché le prime tele esposte appartengano all'ultimo decennio del XVI secolo. L'etichetta di 'falso e vero' definisce una dialettica che, sebbene evidenziata in particolare in relazione a questo primo momento della mostra, si trasmette a tutte le opere incluse nelle cinque sezioni, in quanto, nella resa pittorica del paesaggio, secolo dopo secolo si incontrano elementi di naturalismo e di rielaborazione commisti in modo di volta in volta differente: proprio nel secolo in cui nasce la moderna scienza, basata sull'osservazione attenta ed esatta, l'arte si volge rappresentazioni che alterano il reale.
La prima forma di dialogo fra vero e falso si incontra, oltre che nelle opere dei maestri olandesi, nei dipinti di Poussin e Lorrain di ambientazione romana, dove soggetti classici di ispirazione arcadica vengono calati in paesaggi resi con grande attenzione e aderenza alla realtà, un tratto che si evidenzia soprattutto nelle sfumature di luce nei cieli, nella sofficità delle chiome degli alberi e nella descrizione dell'impressione delle ruote dei carri sulle strade umide. Emblemi di questa commistione di antico-falso e reale sono, in questo senso, il Paesaggio con le ceneri di Focione di Poussin (1648) e il disegno di Lorrain Paesaggio con Pan e Flauto (1656).

C. Lorrain, Paesaggio con San Filippo che battezza l'eunuco, particolare (1682)

Il rapporto tra vero e falso si mantiene vivo anche nel secolo e nella sezione successivi, Il Settecento. L'età della veduta. Entrando nella seconda sala, veniamo proiettati nei vivaci panorami cittadini di Roma, Verona e Venezia: siamo nel momento storico in cui l'artista non si accontenta più di ciò che l'occhio offre alla sua sensibilità, ma, oltre a proseguire nell'inserimento di architetture fantasiose di ispirazione classica (ciò che avviene con il genere del 'capriccio'), ricerca nuove prospettive e ampliamenti di raggio con l'ausilio della camera ottica. Ecco allora l'imporsi delle spettacolari raffigurazioni del bacino di San Marco, culminanti nella monumentale tela di Canaletto Il Bacino di San Marco (1738-1739), un capolavoro conservato al Museum of Fine Arts di Boston e raramente prestato, della cui presenza Marco Goldin è quindi particolarmente fiero.

B. Bellotto, Capriccio con arco di trionfo in rovina sul bordo della laguna (1768)

Canaletto, Il bacino di San Marco (1738-1739)

Con l'Ottocento ci caliamo in un'atmosfera completamente nuova, cosicché, accedendo alla terza sezione dell'esposizione, Romanticismi e Realismi, è possibile ammirare da un lato la sorprendente diversità nel guardare al paesaggio da parte degli esponenti di punta dei tre generi di sublime (quello 'dinamico' o 'naturale' di Turner, quello 'spirituale' di Friedrich e quello 'quotidiano' di Constable), dall'altro raffrontare la stessa pittura di paesaggio romantico con le tendenze realistiche di Courbet e Grigorescu. Ma il terzo momento della mostra è anche quello in cui il panorama diventa extraeuropeo, con l'introduzione di alcuni quadri di F.E. Church e di J.F. Kensett di ambientazione americana.

F.E. Church, Veduta del Quebec (1846)

J.M.W. Turner, L'eruzione delle Souffrier Mountains nell'isola di San Vincenzo a mezzanotte, particolare (1815)

Con l'ultimo quarantennio dell'Ottocento si raggiunge la quarta tappa, Impressionismo e paesaggio. Il percorso documenta, infatti, come, partire dagli anni '60, si imponga una nuova visione del paesaggio, aperta a colori e luci che non appartengono alla realtà (a dimostrazione della persistenza del rapporto fra vero e falso). Con Renoir, Pissarro, Degas e Sisley si impone l'Ecole du plein-air, che supera l'esperienza dei pittori realisti di Barbizon e ci regala visioni tra loro diversissime, ciascuna sintomo di sguardi e sensibilità particolari. Con le tele degli impressionisti, di Gauguin e di Van Gogh si intrecciano filosofie di dissoluzioni di immagini in tratti minuti e pitture per grandi macchie di colore, in una sala spettacolare che ci guida verso l'epilogo.

P.A. Renoir, Rocce a L'Estaque (1882)

P. Cézanne, La montagna di Sainte-Victoire (1885-1887)

V. Van Gogh, Orti a Montmartre (1887)

Con l'affacciarsi delle opere di Monet si apre la sezione Monet e la natura nuova, alla quale siamo introdotti attraverso opere ancora distintamente improntate alla riconoscibilità, anche se, con gli anni '80, entra in crisi il concetto di plein-air e gli Impressionisti iniziano a lavorare per serie di schizzi per poi produrre e costruire in studio una sintesi della loro visione. Ma, molto presto, alla visione si sostituisce un processo di interiorizzazione che si distingue scorrendo uno dopo l'altro i dipinti del maestro parigino dai Prugni in fiore a Vétheuil (1879) a La casetta del pescatore sugli scogli (1882) ad Antibes vista dal Plateau Notre-Dame (1888).

C. Monet, La casetta del pescatore sugli scogli (1882)

C. Monet, Campo di papaveri vicino a Giverny (1885)

A queste opere dalle forme riconoscibili si sostituisce un po'alla volta la decantazione delle forme, che Marco Goldin descrive come un 'depositarsi della materia', che si fa sempre più dilatata e dissolta. La naturale conclusione del processo si avverte già nel Campo di papaveri vicino a Giverny e, passando attraverso le serie che catturano le variazioni di luce presso la cattedrale di Rouen (1894) e il ponte di Charing Cross (1900-1902), sfocia nella progressiva dissoluzione delle forme floreali delle Ninfee, di cui la mostra raccoglie tre esemplari: da quella del 1903, dove il ramo di salice ci offre ancora un minimo riferimento spaziale esterno, passando per la versione impalpabile del 1906 e arrivando a quella del 1908, dove la prospettiva dello sguardo è talmente ravvicinata che l'immagine complessiva non si riconosce più, e la stessa presenza dei fiori viola e delle foglie sullo specchio d'acqua è più un ricordo che una reale percezione.

C. Monet, Ninfee, particolare (1903)

C. Monet, Ninfee (1908)

Terminato il percorso, non si può non intraprenderlo nuovamente per cogliere tutti i particolari che in Monet si legano agli artisti precedenti, per prestare attenzione ad un aspetto tralasciato, per spostare lo sguardo dalla variazione nell'uso della luce a quella delle prospettive o, ancora, per cogliere gli elementi di continuità, per cercare l'origine di una scelta di un determinato impressionista o per ricercare una sfumatura che solo alla fine del viaggio abbiamo rivalutato. Una mostra come Verso Monet, che attraversa il tempo e lo spazio, ha il fascino di un libro denso e corposo: ogni rilettura è una sorpresa.





C.M.

venerdì 25 ottobre 2013

Pablo y el búho

Non resisto alla tentazione di condividere anche sul blog questa bellissima foto che ho trovato in rete e scelto per ricordare l'anniversario della nascita di Pablo Picasso (25 ottobre 1881)! Eh sì, perché Facebook ha un impianto effimero, e i contenuti che con tanta passione si condividono, nel giro di pochi giorni, diventano difficili da reperire, ma alla permanenza di questo scatto tengo davvero molto.

Pablo Picasso e la civetta, foto di Michel Sima (1946)

Nonostante la mia predilezione per l'arte tradizionale e per le forme terse e riconoscibili, l'opera dell'artista spagnolo mi ha sempre affascinata, guadagnandosi una posizione speciale nella mia selezione di opere novecentesche. Non è la notorietà del suo nome a farmi gradire aspetti figurativi che normalmente non mi conquistano, bensì il fatto che, dietro di essi, vi siano riflessioni e sperimentazioni, ovvero ciò che fa la differenza fra l'improvvisazione e l'arte, che distingue una macchia di colore da una scelta cromatica.
Di Picasso amo l'evoluzione, dalle figure e atmosfere quasi irreali e diafane dei periodi blu e rosa all'irruzione dei profili netti e squadrati dell'arte africana, dalle prime sovrapposizioni di visione alla fusione completa dell'oggetto sulla tela.
Ma non è mia intenzione scrivere un intero post su Picasso (per un simile articolo dovrei documentarmi in modo approfondito, di certo con tempi che mi porterebbero ad eccedere il termine temporale di questa giornata di anniversario): avevo semplicemente voglia di mostrarvi questa fotografia, dimostrando che anche nella vita dell'artista ha avuto un piccolo spazio una dolcissima civetta!
Buona serata!
«Dipingere non è un'operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un'opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi» (P.R. Picasso)
C.M.

mercoledì 23 ottobre 2013

Eclettica - La voce dei blogger I

Non sono sparita, sono semplicemente molto presa dal lavoro: un impegno molto gradito! In attesa del finesettimana, durante il quale vi aggiornerò sull'apertura della mostra Verso Monet e, in particolare, sulla presentazione alla stampa, alla quale sono stata con mio grande onore invitata, vi segnalo la pubblicazione online di Eclettica - La voce dei blogger, un progetto di Giovanna, redattrice del blog Un lettore è un gran sognatore, che ha coinvolto diversi autori di blog, ciascuno con le proprie specializzazioni. Gli argomenti sono vari, gli articoli tutti diversi e gli autori appassionati!


All'interno di Eclettica curo una rubrica d'arte, intitolata Arteggiamenti dal titolo dell'etichetta dedicata in questo stesso blog alle divagazioni artistiche; questa è la sua presentazione:
Visioni, immagini, risonanze di tempi lontani trasmessi attraverso pennelli, scalpelli e macchie di colore; ritratti di pensieri e società, voci da un mondo che vive di linee, luci e ombre: tutto questo è "Arteggiamenti", uno spazio dedicato all'arte, ai suoi protagonisti, alle esposizioni e alle filosofie che si celano dietro ai capolavori d'ogni epoca.
Vi invito dunque, se volete conoscere meglio noi blogger, i nostri interessi e il progetto nell'insieme, a scaricare Eclettica, in modo completamente gratuito, attraverso il link, a leggere gli articoli un po'alla volta e a seguirne l'attività anche attraverso la pagina Facebook!
Con questo mio contributo esterno al blog, inoltre, inauguro la rubrica Fuori dal nido, dedicata alle mie collaborazioni in altre sedi internettiane.
Non mi resta che augurarvi una buona lettura!

C.M.

martedì 15 ottobre 2013

Analfabeta come tu mi vuoi

Proprio questo dovrebbe rispondere l'Italiano che da giorni si sente dare dell'ignorante troglodita. Sì, perché quando un dato viene rilevato dai sondaggi e dai giornali di colpo fa sensazione, anche se da anni i poveri visionari notano la deriva e profetizzano la disfatta culturale del Paese. Moderne Cassandre, questi terroristi sociali oggi si vedono dar ragione, senza, peraltro, che i responsabili dell'insipienza nazionale avanzino un mea culpa.


L'indagine OCSE finalizzata a testare il livello di comprensione linguistica e logico-matematica a livello internazionale su un campione di popolazione fra i quindici e i sessantacinque anni ha immancabilmente messo in evidenza il tracollo italiano (e, come al solito, non siamo furbi quanto altri Paesi a lavare i panni sporchi in casa):
«Oltre un quarto degli italiani, il 28%, si piazzano a livello più basso, o addirittura al di sotto di tale livello, per competenze in Lettura. Percentuale che scende al 15% nei paesi Ocse e al 12% in Norvegia. Quasi un terzo della popolazione che leggendo un libro o qualsiasi altro testo scritto riesce ad interpretare soltanto informazioni semplici. Stesso discorso quando occorre confrontarsi con dati, tabelle e grafici. Gli italiani che si piazzano ai livelli più bassi - al primo livello o sotto il livello più basso - sono addirittura 32%.» (cit. S. Intravaia su Repubblica).
Qualcuno è rimasto a bocca aperta per lo stupore? Io no. Potevamo aspettarci un risultato diverso in un Paese in cui la scuola è sottoposta a continui tagli e riduzioni di organici e piani didattici, in cui proliferano le trasmissioni ridicole che esaltano la stupidità e il patrimonio storico-artistico è abbandonato all'incuria peggio delle discariche?
L'Italia è stata per anni un punto di riferimento per la formazione, ma l'istruzione è stata progressivamente picconata da riforme che sono arrivate a ridurre drasticamente i programmi di storia e ad eliminare la geografia, l'educazione civica e la storia dell'arte, tutte discipline di prim'ordine nella cognizione culturale, ma considerate superflue e classificate come sprechi o saperi arretrati. Ovviamente, però, la debolezza del sistema scolastico non è l'unico focolaio di questo incendio.


Sabato mattina, seguendo la trasmissione di LA7 Coffee Break, ho avuto modo di ascoltare una sintesi delle cause del fenomeno di analfabetismo di ritorno che stiamo vivendo per bocca della filosofa Michela Marzano. All'origine del degrado culturale ci sono, secondo la Marzano, tre motivazioni, principali: innanzitutto l'autoreferenzialità del mondo accademico, chiuso in se stesso e legato ad un'idea intoccabile di cultura (trovo, peraltro, molto elegante che abbia sottoposto a critica prima di tutto il mondo cui lei stessa appartiene); segue la mancanza di preparazione e interesse da parte della classe dirigente, che non solo non si cura della crescita intellettuale del paese, ma manifesta essa stessa uno stato di inadeguatezza culturale; infine vi sono le distorsioni dei media, sempre meno orientati all'informazione a vantaggio della spettacolarizzazione.
Tutti questi elementi (che ho riportato con parole mie, non avendo una registrazione dell'intervista), in concorso, danno come risultante un cittadino impreparato, incapace di leggere la realtà, di incrementare le proprie conoscenze e di metterle in pratica e di esercitare un giudizio critico.
Non c'è quindi da stupirsi se il livello medio nazionale tocca questi picchi negativi, nonostante la presenza di tante eccellenze che, però, nella 'media del pollo' non pesano mai abbastanza.
Come avete reagito di fronte ai recenti dati? Siete d'accordo con le cause individuate dalla Marzano o avreste segnalato motivi differenti come base del fenomeno?

C.M.

sabato 12 ottobre 2013

Forse un mattino andando in un'aria di vetro (Montale)

Poiché la rete mi ricorda che oggi ricorre l'anniversario della nascita di Eugenio Montale (12 ottobre 1896-12 settembre 1981), vi voglio proporre il testo dell'autore che più mi affascina e che è in assoluto la mia poesia preferita, tratta dalla raccolta più celebre, Ossi di seppia (1925):

Forse un mattino andando in un'aria di vetro 
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

L'incanto che questa poesia ha sempre suscitato in me è dovuto al mio attaccamento al tema filosofico e letterario dell'illusione, a quelle teorie che si concentrano sull'idea che la realtà sia solo una serie di immagini e schemi che ciascuno, per la propria conformazione mentale ed estetica, percepisce in maniera differente. Allo stesso tempo, però, Montale sottolinea in questi versi l'idea della vanità, dell'impossibilità di afferrare la verità e l'essenza delle cose: il poeta è come uno spirito illuminato, un eletto che può percepire che ciò che 'gli uomini che non si voltano' (v. 8) considerano realtà altro non è che un inganno, un ''inganno consueto' (v. 6).
Penetrare l'illusione e smascherarla è un 'miracolo' (v. 2), un'azione a portata di pochi, ma tanto esclusiva quanto spaventosa, che provoca lo stesso disorientamento e la stessa paura che può provare un ubriaco incapace di afferrare la piena consistenza delle cose (v. 4). 
Ma questo poeta mistico, che può cogliere la costruzione stessa dell'illusione, resa efficacemente dall'accumulo spesso segnato dall'asindeto (fra i vv. 5 e 6, posti in enjambement), è come una moderna Cassandra: vede, sa, ma è destinato a non essere creduto.


C.M.

venerdì 11 ottobre 2013

Sguardi e parole: and the winner is...

Buon venerdì, civette! Finalmente si avvicina il finesettimana e, con esso, l'apertura della mostra Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento, dalla quale ci dividono, ormai, solo due settimane! Siamo dunque arrivati alla conclusione del contest Sguardi e parole, e, dunque, alla proclamazione del vincitore. 
Prima di annunciare il nome di chi si è aggiudicato il biglietto regalo per la mostra, voglio ringraziare tutti coloro i quali hanno partecipato con l'invio dei loro testi, tutti originali e fra loro diversi, ma anche chi ha collaborato a diffondere la voce del contest, supportandolo dall'esterno.
Fatta questa gradita e doverosa premessa, comunico ufficialmente che il biglietto per l'ingresso alla mostra viene assegnato a Sara Dicati, il cui testo, una poesia ispirata al dipinto di Friedrich Mare al chiaro di luna, mi ha colpita particolarmente per la prospettiva adottata e per l'andamento riflessivo e delicato:


Mare al chiaro di luna
di Sara Dicati

In una notte come tante, come nessuna,
mi ritrovai a vagare per il mondo,
ad essere nient'altro che un viandante alla ricerca di Morfeo,
un pellegrino che errava tra le stelle,
solo,
con il cuore pesante,
e l'anima colma di ricordi perduti,
non trovavo conforto né i miei colori,
e che dire della mia Musa fuggita con Morfeo?

Camminai per ore, forse di più,
finché giunsi davanti al mare,
e trovai in lui qualcuno come me,
qualcuno che mi comprese come nessun essere umano fece mai.

Era solo, come lo ero io,
e appariva placido e tranquillo
ma rifletteva un cielo cupo
che prometteva,forse, una tempesta
peggiore di quella che mi portavo dentro.
L'unica sua luce era la luna,
troppo lontana, però, perché la potesse toccare davvero
proprio come lontana era la mia,
le sue onde accarezzavano instancabili la riva e le barche
come instancabile era il mio cammino,
e grandi navi lo attraversavano,
silenziose e buie,
con vele candide, forse, quanto le mie tele.

Mi avvicinai e il mare mi chiamò,
gli parlai di ciò che mi tormentava ed egli mi fu amico,
vegliò con me quella notte
e il mio cuore divenne improvvisamente più leggero.
Così, prima che il sole sorgesse,
intinsi il pennello nel blu delle nubi,
nel verde azzurro delle onde,
e del mare feci un dipinto.
Quando ci avvolsero le prime luci del sole,
a riva comparve una conchiglia ambrata
baciata dall'alba,
che racchiudeva una nuova musa
fragile ed immortale,
nei cui occhi
umani eppur divini,
potevi ritrovare
il blu, l'azzurro, il verde, il bianco,
ogni sfumatura che poteva avere il mare.

Complimenti alla vincitrice! Il biglietto regalo sarà acquistato e recapitato nei prossimi giorni, secondo le modalità previste nella sezione biglietteria del sito di Linea d'ombra, e utilizzabile per una visita singola senza vincoli di data e orario.
Continuate a seguire l'evento Verso Monet: la mostra sarà aperta dal 26 ottobre al 9 febbraio!

C.M.

mercoledì 9 ottobre 2013

Mezzo secolo di Vajont

Sebbene molti filosofi del linguaggio abbiano evidenziato l'assenza di legame logico fra parola ed entità ad essa riferita, alla base della nomenclatura, specialmente geografica, si incontra spesso una motivazione precisa. I tecnici e gli ingegneri che nel 1949 iniziarono i rilevamenti e i lavori per la costruzione della monumentale diga del Vajont, nel Bellunese, avrebbero dovuto forse prestare più attenzione al nome del monte sul cui versante si accingevano a costruire: Toc è un'abbreviazione del lemma friulano 'patoc', che significa 'marcio'.


Un nome, un programma, insomma, ma, anche se non avessero badato a tali sottigliezze linguistiche, coloro che ordinarono la prosecuzione dei lavori avrebbero avuto diversi motivi per desistere, evitando che si consumasse una tragedia largamente annunciata. A supporto di una tesi che poteva sembrare meramente folkloristica, infatti, c'erano gli studi geologici che indicavano l'inadeguatezza di una catena calcarea, esposta alle frane e alle alluvioni, come sede di una diga; c'erano, inoltre, gli avvertimenti di parte del mondo dell'informazione (in prima linea la giornalista de L'Unità Tina Merlin) sui pericoli di una simile costruzione e, soprattutto, la morte dell'operaio Arcangelo Tiziani, causata dall'onda generatasi con la frana nell'analogo impianto di Pontesei nel 1959, mentre la diga del Vajont era in costruzione.
Il disastro della Diga del disonore (dal titolo del film di Renzo Martinelli del 2001) sarebbe dunque stato evitabile, se solo l'uomo non avesse peccato di arroganza, credendo di poter domare impunemente la Natura e dimostrando sprezzo totale nei confronti della sicurezza e della vita degli abitanti dell'area limitrofa alla costruzione, non solo nell'ostinazione a non tenere conto di tali segni premonitori, ma anche nell'imperterrita convinzione nel minimizzare i rischi.


Esattamente cinquant'anni sono passati dalla notte del 9 ottobre 1963: alle ore 22.39 franarono dal monte Toc duecentosettanta milioni di metri cubi di roccia; riversandosi nel bacino della diga, ingrossato dalle piogge nonostante i tentativi di mantenerne basso il livello, tali detriti provocarono l'innalzamento di un'onda che, scavalcata la diga (lasciandola intatta), spazzò via i borghi lungo il lago artificiale e si riversò nella Valle del Piave, distruggendo completamente il paesino di Longarone e provocando morte e distruzione anche negli insediamenti vicini (fra cui Pirago, Villanova e Rivalta). Il bilancio della catastrofe fu di millenovecentodiciotto morti, in stragrande maggioranza collocabili a Longarone.

Un fotogramma del film Vajont. La diga del disonore (2001)

A mezzo secolo di distanza, dobbiamo purtroppo considerare che un dramma umano di tali proporzioni non è servito da lezione: dal 1963 ad oggi si sono susseguiti disastri ingenti per l'ottusità di chi, a livello tecnico o politico, ha autorizzato interventi edili e attività che tolgono spazio alla Natura, incurante del fatto che quello spazio ha una ragione precisa di esistenza, e che non si può ignorarne la necessità. Il dissesto idrogeologico causato dalla cementificazione continua, dal disboscamento, dal mancato monitoraggio delle falde acquifere, dalla mancanza di strutture di contenimento delle frane montane, dall'incuria nello sgombero e nella pulizia dei corsi d'acqua causa ancora oggi disastri, morte e danni ingenti, che, anche se non paragonabili per bilancio al disastro del Vajont, sono ugualmente fonte di dolore e sdegno.
Smettiamo, dunque, di usare espressioni come 'bomba d'acqua' o 'montagna assassina' quando accadono quelli che solo in apparenza sono incidenti: la Natura non è un sicario dell'uomo, ma un'entità con cui l'essere umano deve confrontarsi manifestando rispetto e cura, non sono le montagne o i corsi d'acqua a mietere vittime, ma la stoltezza di coloro si ostinano a volerli assoggettare a colpi di trivelle e colate di cemento.

C.M.

martedì 1 ottobre 2013

La città ideale

L'irraggiungibile dote della perfezione ha sempre destato l'attenzione di intellettuali e artisti: già in epoca classica i Greci ricercavano il modello dell'uomo 'bello e buono' e tentavano di elaborare teorie sulla politica ideale della città in cui egli doveva vivere (così, ad esempio, Platone nella Repubblica) e i continui studi su composizioni di figure e architetture dimostrano l'instancabile lavoro di maturazione di quel principio di gradevolezza estetica e di funzionalità, di armonia e razionalità che costituisce l'imperativo-guida dell'uomo antico. Le riflessioni di Greci e Romani tornano alla luce con la rivoluzione umanistica e rinascimentale, dalla seconda metà del XIV secolo e, oltre ad alimentare un intero sistema di valori, esse influiscono sul volto delle città di tutta l'Italia.

La città ideale, tempera su tavola di incerta attribuzione (1490-95), Urbino, Galleria Nazionale delle Marche

L'autonomismo e l'individualismo cittadini impostisi nella penisola dopo la Pace di Lodi (1454) danno impulso a diverse iniziative per il rilancio dell'immagine cittadina e di un'urbanizzazione ispirata agli ideali di armonia recuperati grazie alla lettura dei documenti tecnici e artistici latini (in particolare quelli vitruviani). Nell'operazione di razionalizzazione delle piante e del volto delle città è ovviamente implicita una pesante critica alle costruzioni medievali, che avevano creato assembramenti di edifici senza alcun criterio di distribuzione e praticità.
Le nuove costruzioni e gli interventi di riqualificazione, come tutta la produzione artistica, devono essere regolati secondo principi rigidi di equilibrio e simmetria, motivo per cui, nella scansione degli spazi (siano essi piazze, complessi monumentali, strutture difensive o palazzi aristocratici), dominano le piante rotonde o comunque inscrivibili in una circonferenza, le sovrapposizioni di ordini e il calcolo millimetrico dell'effetto prospettico.

La città ideale, olio e tempera su tavola (1485 c.a.), Baltimora, Walters Art Gallery

In questo clima di ricerca di un'armonia funzionale vengono realizzati i numerosi dipinti intitolati La città ideale, due dei quali (quelli delle figure precedenti) di produzione urbinate e riconducibili alla mano di Piero della Francesca, di Luciano Laurena o di anonimi artisti fiorentini. In essi si nota un attento studio della prospettiva e un inquadramento degli edifici che conferisce ai dipinti un impianto trapezoidale, con i due lati obliqui delimitati da edifici a pianta quadrata su più livelli e con il lato superiore più corto occupato da costruzioni messe in rilievo dalla guida in profondità: il tempietto rotondo nella tavola urbinate, l'arco romano nell'opera di Baltimora.

Francesco di Giorgio Martini, La città ideale (1477 c.a.), Berlino, Gemäldegalerie

L'esemplare di Città ideale proposto invece da Francesco di Giorgio Martini inquadra la città in un impianto simile, ma riprendendola dall'interno di un porticato, aggiungendo così un'architettura nuova e aprendo invece il lato corto dello scorcio su un porto, anziché chiudere il fondo con un edificio da utilizzare come fuoco.
Alla stessa scansione di piani si riconducono la riqualificazione di Pienza affidata a Bernardo Rossellino da Pio II e l'intervento di armonizzazione di Piazza del Campidoglio a Roma, commissionata da Paolo III a Michelangelo, che intervenne chiudendo il lato destro della piazza con un edificio prospiciente al Palazzo Senatorio, il cosiddetto Palazzo Nuovo, definendo una pavimentazione geometrica e ponendo al centro della terrazza (il cui fondo si apre, ai fianchi del Municipio, sul foro romano) la statua equestre di Marco Aurelio.

Il Campidoglio, incisione di Etienne Dupérac (1568)

Ma l'ideale della città perfetta non ispira solamente dipinti e interventi circoscritti, tant'è che il Filarete progetta un'intera città a pianta stellata chiamata Sforzinda in onore del duca di Milano Francesco Sforza (1461-64).
Lo stretto legame fra le vicende politiche, i protagonisti della storia e questi interventi artistici si spiega con l'esigenza da parte dei poteri locali, in una penisola composta da città-stato o stati regionali fortemente concentrati sulla città sede del potere, di esibire un'immagine perfetta, bella e simbolo di un'armonia non solo estetica, ma anche governativa.

Filarete, pianta di Sforzinda (1461-1464)

La definizione del volto vittadino, dunque, si identifica con la manifestazione di un ideale politico e civico, la perfezione delle forme ricalca quella dell'amministrazione e della coesione sociale, la facies urbanistica diventa la rappresentazione materiale del principio della civitas di ispirazione latina su cui le signorie rinascimentali basano la legittimazione della propria autorità.

Piazza d'Italia, la rielaborazione metafisica di Giorgio de Chirico (1915)

C.M.
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