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sabato 30 novembre 2013

Mostre d'inverno

L'inverno si presenta ricco di attrattive per gli amanti dell'arte di ogni epoca e genere; in diverse città d'Italia, infatti, sono già allestite diverse mostre che ci terranno compagnia nei prossimi mesi, rimanendo aperte anche nelle settimane festive (consultate però i singoli siti per informazioni dettagliate sugli orari). Ecco una piccola guida per chi vive nelle sedi fortunate di queste esposizioni o per chi, complici i finesettimana o i giorni di vacanza, organizzerà delle trasferte:

  • Rimane aperta fino alla fine delle feste, il 6 gennaio, la mostra ferrarese Zurbarán, inaugurata al Palazzo dei Diamanti lo scorso 14 settembre; ultimi mesi, insomma, per ammirare le opere dell'artista iberico. Informazioni sul sito di Palazzo dei Diamanti.
  • Il Vittoriano ospita dal 5 ottobre e fino al 2 febbraio uno spazio dedicato a Cézanne e gli artisti italiani del '900, in cui alle opere dell'impressionista francese vengono accostati i capolavori di Umberto Boccioni, Giorgio Morandi e molti altri autori del dopoguerra. Informazioni sul sito di Roma Capitale.
  • Proseguirà fino al 2 febbraio 2014 Cleopatra. Roma e l'incantesimo dell'Egitto, allestita nel Chiostro del Bramante a Roma dallo scorso 12 ottobre. La mostra riunisce centottanta opere raccolte grazie alla collaborazione fra il Museo egizio di Torino, i Musei Vaticani, il Louvre e altri fra i maggiori d'Italia ed Europa. Informazioni sul sito del Chiostro del Bramante.
  • Dal 17 ottobre è aperta a Milano la mostra Rodin. Il marmo, la vita, visitabile presso Palazzo Reale fino al 26 gennaio 2014; in questo contesto sono riunite più di sessanta opere che costituiscono l'esposizione più vasta e completa dedicata allo scultore parigino. Informazioni: www.mostrarodin.it.

  • Presso le Scuderie del Quirinale si sta svolgendo dal 18 ottobre la mostra Augusto, progettata da E. La Rocca e dedicata al ricordo del primo imperatore romano nel secondo millenario della morte; essa mette in relazioni le rappresentazioni del princeps con la nuova temperie culturale che scaturì dalla sua iniziativa politica. Per visitarla c'è tempo fino al 9 febbraio 2014. Informazioni sul sito delle Scuderie del Quirinale.

  • L'enigma Escher. Paradossi grafici tra arte e geometria, inaugurata a Reggio Emilia lo scorso 19 ottobre, ha già avuto un gran record di visitatori. Frutto di una collaborazione fra la Fondazione Palazzo Magnani e un comitato scientifico diretto da Piergiorgio Odifreddi, la mostra raccoglie centotrenta opere fra xilografie e mezzetinte. C'è tempo fino al 23 febbraio 2014 per scoprire questo particolarissimo artista. Informazioni sul sito di Palazzo Magnani.

  • L'esposizione torinese Renoir raccoglie una sessantina di opere provenienti dal Musée d'Orsay e dell'Orangerie che ripercorre le tappe più significative della carriera dell'artista francese, presentando, accanto ai paesaggi impressionisti, anche opere ritrattistiche. Al GAM dal 23 ottobre 2013 al 23 febbraio 2014. Informazioni: www.mostrarenoir.it.
  • Nelle stesse date si svolge la mostra Gemme dell'Impressionismo, che raccoglie presso lo spazio espositivo dell'Ara Pacis a Roma i capolavori impressionisti provenienti dalla National Gallery di Washington. Informazioni sul sito dell'Ara Pacis.

  • Dal 24 ottobre 2013 al 9 marzo 2014 si svolge la mostra Wahrol, prodotta dal Comune di Milano, Palazzo Reale, Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group; essa raccoglie oltre centocinquanta opere fra tele, fotografie, sculture che fanno parte della Brant Foundation e raccontano l'intenso scambio culturale l'artsta e il suo amico collezionista Peter Brant. Informazioni: http://www.warholmilano.it.

  • Genova ospita dal 6 novembre la mostra Edvard Munch, visitabile presso Palazzo Ducale fino al 27 aprile 2014. L'evento, curato da Marc Restellini, celebra il centocinquantesimo anniversario della nascita del pittore norvegese. Informazioni sul sito di Palazzo Ducale.
Se avete altre mostre da segnalare, aggiungete pure il titolo e la città nei commenti: provvederò ad inserire le informazioni e i relativi collegamenti nel post.

SEGNALATE DAI LETTORI:

  • Sempre al Palazzo Reale di Milano si svolge, dal 24 settembre al 16 febbraio la mostra Pollock e gli irascibili, dedicata all'approfondimento dell'esperienza della Scuola di New York che, negli anni '50, ha rivoluzionato il modo di intendere l'arte e il rapporto con la tela. Informazioni: www.mostrapollock.it (Segnalato da Valivi).
  • Dopo il successo della tappa romana, il 28 settembre è stata inaugurata a Catania la mostra dedicata alle sculture di Louise Nevelson, in una retrospettiva che ripercorre le tappe più significative dell'artista americana. Visitabile fino al 19 gennaio 2014 presso la Fondazione Puglisi Cosentino. Informazioni al presente link (segnalato da Alessia).

AGGIORNAMENTI:

  • La ricca offerta di Palazzo Reale a Milano comprende la mostra monografica dedicata a Kandinsky, visitabile dal 17 dicembre al 27 aprile. L'esposizione comprende oltre ottanta opere provenienti dal Centre Pompidou di Parigi e racconta il viaggio artistico e mentale di uno dei padri dell’arte astratta attraverso tutte le tappe del suo percorso. Informazioni: www.kandinskymilano.it

C.M.

lunedì 25 novembre 2013

Il barone rampante (Calvino)

Straordinaria commistione di realtà e fantasia, vero e verosimile, Il barone rampante, scritto nel 1957 e ispirato alla vicenda di Salvatore Scarpitta (rifugiatosi su un albero di pepe per sfuggire alla punizione della madre, ma solo per un giorno), è di certo il romanzo più noto di Italo Calvino, da leggere in stretta relazione alle altre due parti della trilogia I nostri Antenati, cioè Il visconte dimezzato e Il cavaliere inesistente. Come nel caso dei testi complementari, anche fra le poche ma densissime pagine del secondo capitolo della saga, Calvino suggerisce una riflessione sull'essere umano, sui suoi ideali e sui suoi comportamenti. Dietro alla ribellione del giovane Cosimo Piovasco di Rondò, futuro barone di Ombrosa, non c'è infatti solo il rifiuto di trangugiare una orribile zuppa di lumache preparata dalla sorella, ma un intento di ribellione e utopia che si intreccia alle grandi vicende della storia moderna fra il 1767 e il 1820.


La trama è in sé molto semplice: la già citata ribellione culinaria spinge Cosimo a rifugiarsi su un elce e a giurare, di fronte alla minaccia di punizione da parte del padre non appena fosse sceso, di non mettere mai più piede a terra. Da questo momento assistiamo a mille rocambolesche avventure che si consumano nei boschi e nei giardini di Ombrosa e fra le chiome degli alberi, dove Cosimo organizza un'esistenza che, pur nel contatto con la natura, cerca di riprodurre le comodità della vita domestica, fra libri, scrittura, impianti idraulici e battute di caccia. Nel corso della sua permanenza fra le piante, Cosimo incontra briganti, esuli, bande di ladri di frutta, soldati e, soprattutto l'amore, ma da quella stessa platea vegetale è costretto ad assistere alla progressiva scomparsa dei familiari e alla decadenza della bella Ombrosa che, dopo la sua scomparsa, sarà privata della stessa rigogliosa vegetazione che ha permesso l'avventura del barone.
Con la figura ribelle di Cosimo, nel romanzo entrano i grandi personaggi e i turbinosi fermenti della storia, fra manipoli austriaci, francesi e russi, illuministi e, addirittura, Napoleone in persona. L'agile arrampicatore si destreggia fra incursioni di pirati turchi, assalti degli inquisitori e azioni di guerriglia, portando la passione in ogni suo gesto e in ogni singola iniziativa (come quella della redazione dei Quaderni di lagnanza o nella difesa del bosco dai lupi), ma l'eco della sua ribellione è destinata a svanire con la rapidità con cui passa sopra la sua foresta la mongolfiera che appare nelle ultime pagine del racconto.

Il barone rampante conduce una riflessione sulla vanità e sulla fragilità dell'utopia, presentandone con tanto accoramento le premesse ma sgretolandone gli effetti con altrettanta determinazione. Con uno stile programmaticamente ripreso da Ariosto (citato nell'episodio della follia amorosa del cap. 23, oltre che nell'intero Cavaliere inesistente), Calvino insegue con rimpianto e distacco ironico le imprese e le convinzioni di Cosimo, sorridendo e rallegrandosi sinceramente dei suoi traguardi, ma come se, in fondo, ci ricordasse che qualsiasi conquista, anche la più convinta, è destinata a crollare non appena scompare chi ne ha incarnato i valori. Il visionario, l'utopista, insomma l'intellettuale, l'uomo che vuole partecipare attivamente al proprio tempo è destinato alla solitudine e ad essere niente più che un vessillo di un'ideologia che i più non potranno né vorranno mai mettere in pratica.

C.M.

NOTE: Articolo pubblicato per la prima volta su Libri da leggere assolutamente.

venerdì 22 novembre 2013

Sguardi impudenti: lo scandalo Manet

Nel 1863 il trentunenne Éduard Manet presenta un dipinto al Salon dell'Accademia delle belle arti, esposizione artistica parigina a cadenza biennale, ma se lo vede rifiutare per motivi sia etici che tecnici: la sua opera, oltre che di cattiva esecuzione, è considerata offensiva rispetto alla morale comune, perché ritrae due giovani donne, una delle quali nuda, che si intrattengono sulle rive di un fiume con due gentiluomini. Il suo quadro è fra gli oltre quattromila che in quell'anno vengono respinti dagli accademici, ed è in compagnia delle opere di Manet, Pisarro e molti altri artisti che vengono esposte al Salon dés Refusés, voluto da Napoleone III, con una scelta che viene considerata convenzionalmente il punto d'origine dell'Impressionismo.
Inizia così la storia del dipinto forse più noto di Manet, la Colazione sull'erba.

É. Manet, Le déjeuner sur l'herbe, olio su tela (1862,1863),
conservato al Musée d'Orsay di Parigi

Non ottiene un'accoglienza più calorosa l'altra opera che Manet realizza nello stesso anno, il ritratto di donna nuda intitolato Olympia, il cui soggetto è evidentemente una prostituta parigina reduce da una notte di passione alla quale vengono porti da una serva i doni floreali di un amante. Anche Olympia, come l'anonima donna in primo piano nella Colazione, fissa lo spettatore del dipinto.
La volontà dell'artista di stabilire un rapporto diretto fra lo spettatore e lo sguardo della donna, quindi con la donna stessa, deve aver colpito profondamente la società parigina: l'attenzione del pubblico è evidentemente attratta dagli occhi delle protagoniste nude dei due dipinti e distolto con prepotenza dagli altri elementi.
Certo, non è la prima volta che l'arte ospita figure di nudi femminili, ma quelli ritratti da Manet non sono corpi di divinità, né di giovani e morigerate borghesi, bensì di cortigiane che si mantengono grazie alla loro bellezza e al loro fascino, che esercitano non solo sugli amanti raffigurati accanto a loro (come nella Colazione) o solo evocati (dal mazzo di fiori di Olympia), ma, proprio attraverso quell'apostrofe silenziosa, anche a coloro che stanno dall'altra parte della tela.

É. Manet, Olympia, olio su tela (1863), esposto al Musée d'Orsay di Parigi

Entrambi i dipinti si ispirano a originali rinascimentali, il primo al Concerto campestre di Tiziano o Giorgione del Louvre (1510), il secondo alla Venere di Urbino di Tiziano (1538), ammirabile agli Uffizi, eppure evocano una concretezza che è estranea alle idealizzazioni dei loro modelli: gli sguardi delle donne di Manet stabiliscono un rapporto che impedisce qualsiasi astrazione, che radicano lo spettatore alla realtà sociale in cui vive. Gli occhi di Olympia e della bagnante nuda sono un richiamo alla coscienza, l'invito a non nascondersi dietro le apparenza, una sfida ad affermare una vita lontana da qualsiasi idealizzazione, ma ugualmente meritevole di far parte dell'arte.

C.M.

NOTE: Articolo pubblicato per la prima volta in Eclettica - la voce dei blogger.

martedì 19 novembre 2013

Owl Prize #6

Ritorna l'appuntamento con l'Owl Prize, ovvero con i consigli di lettura dal mondo dei blog. Il fatto che sia passato molto tempo dall'ultima assegnazione del riconoscimento, principalmente a causa dei (felicemente) sopraggiunti impegni di lavoro che hanno in generale rallentato la mia attività di blogger, non significa che non abbia bazzicato per il web e apprezzato molte delle sue voci.
Prima di consegnarvi gli otto articoli selezionati, voglio ringraziare Clara di Animula Solivaga per avermi premiata con il Versatile Blog Award e vi suggerisco di visitare il suo blog. Non rilancerò la premiazione perché ormai credo di avervi detto quasi tutto di me e di assolvere ai doveri del passaparola con la segnalazione di articoli e pagine che ho l'occasione di proporvi con i post ordinari e con questo Owl Prize. Premi e citazioni sono a mio parere il modo migliore per indirizzare lettori e amici verso i contenuti più interessanti del web, quindi vi invito a cogliere queste occasioni al volo!



Come sempre, al termine della rassegna, vi auguro una buona lettura!

C.M.

domenica 17 novembre 2013

L'arte del grammelot

Il dialogo passato-presente è uno degli aspetti dell'antichità che più mi affascinano: giorno dopo giorno mi convinco sempre più della straordinaria modernità degli antichi e della conseguente antichità dei moderni. Nonostante il nostro elevatissimo grado di pratica tecnologica, ci riconfermiamo ancorati ad alcune tradizioni solide, non tanto per stagnazione e incapacità di innovare, quanto per il fatto che certe trovate e certi pensieri antichi ci parlano ancora in modo vivo ed efficace.
Una tecnica stilistica applicata particolarmente alla drammaturgia che gode di questa lunga simpatia da parte del pubblico è quella del grammelot. Il termine, forse di origine veneziana, indica una recitazione basata sul gioco di parole, sull'assembramento di suoni reali o inventati, di versi e smorfie che danno vita a parole apparentemente senza senso, accozzaglie di foni che possono o meno ricordare linguaggi della comunicazione reale.


Questo accorgimento è tipico della produzione farsesca e serve a provocare nel pubblico un disorientamento che deve sfociare in risata e si trova nella tradizione teatrale fin da Aristofane (450-385 a.C. ca.), il caposaldo della commedia antica greca, ma ritorna nella produzione occidentale riversandosi nell'arte giullaresca e nel plurilinguismo che caratterizza i personaggi della Commedia dell'Arte fra il Cinquecento e il primo Settecento.
Un primo antesignano del grammelot si trova nella commedia aristofanea Acarnesi (425 a.C.), precisamente al v. 100, pronunciato da Pseudoartabano, appena entrato in scena, e occupato da un trimetro giambico costituito da un'unica, intraducibile parola: ἰαρταμὰνἐξάρξανἀπισσόνασάτρα; A. Grilli, nella sua traduzione, si limita a traslitterarla con Iartamanexarzanapiaonasatra, precisando che il verso costituisce probabilmente una commistione di suoni di apparenza persiana non distinti intenzionalmente dall'autore per rendere il carattere ingannevole e i raggiri del personaggio che le pronuncia.
Un secondo, veritiginoso esempio di questa glossolalia è contenuto in un testo di diversi anni dopo, Le donne in assemblea (391 a.C.), dove il coro presenta un piatto che sta per essere servito a Blepiro servendosi di un'unica parola che riempie ben sette versi (vv. 1169-1176): il «pasticcio di ostriche pesci coniglio salsa pesto silfio formaggio miele tordi merli colombi piccioni polli cefali arrosto palombi putrettole lepri mostarda alucce» (che Grilli ci fa la cortesia di separare in parole distinte) è in realtà un solo termine risultante dalla traduzione di:
λοπαδοτεμαχοσελαχογαλεο-
κρανιολειψανοδριμυποτριμματο-
σιλφιοτυρομελιτοκατακεχυμενο-
κιχλεπικοσσυφοφαττοπεριστερα-
λεκτρυονοπτεκεφαλλιοκιγκλοπε-
λειολαγῳοσιραιοβαφητραγα-
νοπτερυγών.

Come in una natura morta cubista di Braque, idea visiva al fenomeno lessicale del grammelot, è difficile capire dove finisca una parola e dove ne inizi un'altra, gli elementi sono parzialmente riconoscibili, ma inseriti in una sequenza a raffica che l'alterazione degli accenti di parola prevista dalla catena metrica doveva rendere ancor più caleidoscopica per lo spettatore.
Il fenomeno, come si è detto, caratterizza anche molte trovate mimico-farsesche della commedia dell'arte, dove il gioco di parole e la confusione dei suoni hanno un ruolo primario nello stimolare la risata. In questo senso, molto apprezzabili sono le gag dell'Arlecchino portato sulla scena da Ferruccio Soleri e, in generale, le commistioni di registri linguistici e parole tratte da diversi dialetti e mescolate con suoni (pernacchie, sputi, risate ecc.) che caratterizzano il ruolo stereotipato del suo particolare personaggio. Ma non va dimenticata l'originale pastone espressivo realizzato da Dario Fo nel suo Mistero Buffo (1969) sulla base di diverse parlate padane intrecciate in una recitazione direttamente ispirata alle composizioni giullaresche.
Più di recente, il fenomeno del grammelot ha riguardato la produzione musicale, quasi sorridendo dell'abitudine diffusa di storpiare termini ed espressioni di canzoni straniere non pienamente o per nulla comprese. Se le generazioni più giovani ricorderanno più facilmente il brano tormentone dell'estate 2002 Aserejé, un caso più datato e di produzione italiana è Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano (1979), nel cui ritornello si ripetono le seguenti parole:
«Ai ai smai sesler eni els so co uil piso ai
in de col men seivuan prisencolinensinainciusol ol rait
ai ai smai senflecs eni go for doing peso ai
in de col men seivuan prisencolinensinainciusol ol rait»
Il grammelot, insomma, è una tradizione che vanta ben due millenni e mezzo di storia e di fortuna e ancora oggi, come accadeva per gli Ateniesi di V sec. a.C., ci troviamo a riderne, godendo della sua attualità e vivacità.

C.M.

NOTE: Alcuni esempi moderni di ricorso al Grammelot sono raccolti nel post dedicato a questa particolare forma espressiva nel blog di Drama Queen.

lunedì 11 novembre 2013

Lo spettacolo è Servillo: Le voci di dentro

Si è chiuso ieri pomeriggio il primo ciclo di spettacoli della rassegna Il Grande Teatro del Teatro Nuovo di Verona, con la sesta e ultima rappresentazione di Le voci di dentro di Eduardo de Filippo (1900-1984). Esordio da tutto esaurito per la commedia dell'autore napoletano, grazie soprattutto alla presenza, alla regia e nei panni di Alberto Saporito, il protagonista, di Toni Servillo, affiancato dal fratello Peppe, cantante del gruppo Avion Travel, che veste i panni del fratello anche nella finzione teatrale.


Le voci di dentro è una coproduzione del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, del Teatro di Roma e dei Teatri Uniti di Napoli che sta girando i teatri italiani dalla scorsa primavera, ma ha già procurato alla compagnia un prestigioso riconoscimento a Chicago, dove ha rappresentato l'Italia nell'Anno della cultura italiana negli Stati Uniti.
Un successo più che meritato, non solo per la perfetta sincronia della coppia di protagonisti o per le straordinarie capacità istrioniche di Toni Servillo, brillante in ogni attimo, dallo sfogo drammatico alle precipitose cascate di monologo napoletano, ma anche per l'allestimento, essenziale eppure completo, e per la capacità dell'intero cast di rendere il tono quotidiano e allo stesso tempo artistico del testo partenopeo; si distingue, in questo senso, la voce di Chiara Baffi, che interpreta la domestica Maria.
Nella commedia del 1948 di De Filippo, i fratelli Saporito (Toni e Peppe Servillo), dopo la scomparsa dell'amico Aniello Amitrano, si convincono che questi sia stato ucciso dai membri della famiglia Cimmaruta e fanno arrestare i presunti colpevoli; la polizia, però, non trova alcuna prova del delitto e, secondo dopo secondo, esaminando personalmente la scena dell'omicidio, Alberto Saporito si rende conto di aver solo sognato l'assassinio. Ma, ormai, è troppo tardi: Pasquale, Matilde, Luigi, Elvira e Rosa Cimmaruta sono convinti che l'assassino sia uno di loro e smuovono tutti i conflitti repressi in un turbinio di accuse reciproche, finché lo stesso Alberto arriva a domandarsi se l'omicidio di Aniello sia stato davvero un sogno o, come credeva inizialmente, si sia davvero consumato. E non basta la ricomparsa del presunto defunto a calmare le acque...
Eduardo De Filippo
La commedia, che Servillo afferma essere «il più straordinario e forse l’ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare», presenta allo spettatore, celato dietro le maniere ridanciane e sgangherate di una commedia, le amare verità sottese alla vita quotidiana: silenzi, rancori, dubbi e cattiverie repressi esplodono con violenza di fronte al sospetto nato dall'irrazionalità. Come si legge sul sito del Piccolo, «Le voci di dentro è la commedia dove Eduardo, pur mantenendo un’atmosfera sospesa fra realtà e illusione, rimesta con più decisione e approfondimento nella cattiva coscienza dei suoi personaggi, e quindi dello stesso pubblico».
Uscendo dalla sala dopo gli interminabili applausi, non è possibile non ricordare quella sottile inquietudine insinuatasi attraverso il sorriso, e si continua, inevitabilmente, a far oscillare l'altalena della verità e della finzione che costituisce la sostanza di ogni autentico dramma artistico.

C.M.

lunedì 4 novembre 2013

Non c'è cultura senza educazione

Non sopporto l'atteggiamento di quelle persone che vogliono a tutti i costi dimostrarsi raffinate amanti della cultura e che partecipano a mostre, convegni e spettacoli solo ed esclusivamente per essere riconosciute come tali, ma finiscono inevitabilmente per rivelare la loro vera natura di incivili. Roba da far invidia a Homer Simpson che, almeno, è un personaggio che non si dà arie da intellettuale.


Un evento ben preciso dà origine a questo sconcerto, ma sedimenta su una gran mole di indignazione cui ho assistito personalmente negli ultimi anni.
Durante la rappresentazione all'Arena del Sole di Le voci di dentro, dramma di De Filippo interpretato da Toni Servillo, gli squilli dei cellulari hanno spinto l'attore ad uno sfogo più che comprensibile; Servillo, secondo quanto riporta Repubblica, avrebbe gettato a terra il bastone che impugnava, gridando “Basta, controllateli ‘sti cellulari”, e questa non sarebbe stata la prima occasione di interruzione per gli stessi motivi della recita nei giorni di messa in scena a Bologna.
La totale mancanza di rispetto nel pubblico degli eventi culturali (un pubblico da cui ci si aspetta non solo educazione, ma anche attenzione e una certa sensibilità nei confronti del prodotto acquistato, d'altronde entrare in un teatro non è come andare allo stadio o al lunapark) non è, purtroppo, un fatto isolato.
Le ultime due recite areniane cui ho assistito (Turandot l'anno scorso, La traviata quest'anno) quanto mi hanno incantata sotto l'aspetto scenico e musicale, tanto mi hanno disgustata per il comportamento del pubblico: fischi e applausi prima che l'orchestra finisse il proprio pezzo, sbevazzamenti di birra e champagne ad ogni nota (ma di questo è colpevole l'organizzazione, che permette il consumo di cibi e bevande a rappresentazione iniziata) e, alla fine dello spettacolo, montagne di cartacce e bicchieri lasciati fra le poltroncine.
La presentazione della mostra allestita in Gran Guardia riservata a giornalisti, fotografi e stampa non ha goduto di un trattamento migliore: i cellulari che squillavano sono stati solo il minore dei mali, se consideriamo che, a pochi istanti dall'inizio dell'intervento del curatore, un fotografo ha scavalcato i distanziatori per effettuare uno scatto ravvicinato, scatenando ovviamente le ire del direttore; dopo l'invito a non compiere più un simile gesto, peraltro, il fotografo ha lasciato definitivamente la mostra con aria infastidita.
Comportamenti tanto villani mi lasciano senza parole, perché ritengo che non possa esistere cultura senza educazione e rispetto. Non so se il dilagare di questi atteggiamenti sia più dovuto alla mancanza totale di percezione del limite della decenza o se, invece, alla base vi sia la convinzione che un pubblico pagante possa essere un cliente dotato della ragione assoluta, cui gli artisti e gli organizzatori devono sottomettersi senza fare una piega.
In entrambi i casi è una vergogna.

Questo articolo è dedicato a tutti coloro (e, fortunatamente, sono tantissimi) che danno un valore sacrosanto all'educazione e si avvicinano alla cultura con un atteggiamento umile e sincero.

C.M.

sabato 2 novembre 2013

Il brusio dei morti

Lungi dal credere di poter eguagliare la grande poesia sepolcrale, uno dei generi lirici più amati dai poeti romantici ma inevitabilmente parte dell'intera storia della letteratura mondiale, commemoro a mio modo la ricorrenza di oggi.

Il brusio dei morti

È solo il rumore della ghiaia
denti digrignati.
I sepolti reclamano
attenzione.
Marmi tutt'intorno
freddi
come l'aria che spira
e uno spiraglio di sole
quanto basta a forgiare
ombre
che lì si sentono a casa
tra gli steli dei fiori
marci, tra le corolle
appassite, tra i lumini
consumati
consumati come i corpi
lì deposti
come la terra che sostiene i passi
dei carri.
Guardano degli angeli le statue.
Il gatto osserva nero la vedova,
grosso, nutrito
di tutte le lacrime che ha visto
versate
sul suolo salato arido
scosso dal passaggio del treno
oltre il muro.


C.M.

venerdì 1 novembre 2013

Come t'interfaccio il museo: riflessioni dall'AMO

L'interattività si sta diffondendo nelle esposizioni museali: strutture dedicate all'esposizione dei prodotti più diversi si dotano sempre più spesso di strumenti multimediali che stanno rivoluzionando il modo di vivere il museo e di fruire la cultura. Dopo aver sentito molto parlare del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano e aver personalmente provato touchscreen e strumenti touchless al museo dell'Ara pacis e al Palazzo Ducale di Gubbio, ho riscoperto lo stesso tipo di esperienza ieri, visitando ArenaMuseOpera (AMO), l'esposizione veronese dedicata alla produzione melodrammatica areniana.


AMO è un'esposizione permanente situata a Palazzo Forti, inaugurata nel 2012 ed espressamente dedicata a valorizzare e divulgare la produzione operistica italiana. All'interno del percorso di visita si alternano fotografie d'epoca, lettere, libretti e bozzetti realizzati dai compositori o dagli impresari che, nel corso degli anni, hanno contribuito a far crescere la tradizione del melodramma nel nostro Paese.
Accanto a contributi tradizionali, però, AMO offre anche molte risorse digitali e interattive: oltre alla musica lirica che accompagna il visitatore per tutto il percorso, alcune aree sono dedicate alla visione di filmati e interviste attivabili dallo spettatore stesso tramite una tecnologia touch; la tappa più sorprendente del percorso è costituita da una sala scura riempita di leggii da orchestra, toccando i quali è possibile avviare l'ascolto delle più celebri arie operistiche e far scorrere foto d'epoca che documentano le rappresentazioni passate, fin dagli inizi del Novecento.


"Il concetto guida del nuovo Museo è accompagnare il visitatore attraverso il sorprendente processo creativo della messa in scena di un'opera: dal primo schizzo alla rappresentazione teatrale, dalla stesura del libretto alla scrittura della partitura, dal disegno delle scenografie e dei costumi alla preparazione dei cantanti, sino all'effettiva produzione teatrale"
Così recita il comunicato stampa dedicato alla mostra, rendendo al meglio l'idea che si prova attraversando le sale del museo: passando da un ambiente all'altro superando porte chiuse da tende di velluto che, oltre ad avere una funzione di isolamento acustico, ricreano le atmosfere teatrali, si ha la sensazione di passeggiare dietro le quinte degli spettacoli, fra progetti, costumisti, autori di libretti e musicisti. AMO raccoglie numerosi spartiti e disegni e dedica una sala alle scenografie di Aida, un ambiente in cui confesso di essermi sentita in un ambiente sacro, come se fossi entrata in un tempio faraonico reale.


Fra le risorse mutimediali più curiose c'è una LIM musicale in cui è possibile seguire lo spartito selezionando le voci di tre interpreti diversi sulla stessa melodia, cogliendone le sfumature e potendo raffrontare voci differenti legati ad uno stesso personaggio.
Scorrendo fra i costumi, poi, si rimane impressionati dalla ricchezza delle stoffe e dai particolari, curatissimi sebbene lo sguardo dello spettatore, dal suo posto lontano in platea, non li possa cogliere.


Ma non voglio dilungarmi sullo specifico di questo museo, bensì lodare l'originalità di tutte quelle strutture che, pur nel rispetto dell'essenza dell'arte che espongono, si dimostrano in grado di presentarla con strumenti nuovi, variegati e che invitano il visitatore ad una fruizione attiva: nell'era del digitale, delle immagini e dell'interazione uomo-macchina, il museo virtuale può essere forse la soluzione per attrarre un pubblico bisognoso di stimoli.
Sono però curiosa di sapere se avete mai visitato musei interattivi (di qualsiasi genere), cosa ne pensate e se avete qualche particolare struttura di questo genere da segnalare!

C.M.
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