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mercoledì 22 gennaio 2014

La paga del sabato (Fenoglio)

Il mio primo incontro con Beppe Fenoglio risale ad almeno sei anni fa. Avevo acquistato Il partigiano Johnny, e l'avevo iniziato piena di aspettative, ma la mia lettura si interruppe a poche decine di pagine: lo stile narrativo risultava troppo pesante. Fu così che rimandai la lettura a tempi più maturi... di fatto, non mi sono ancora imbarcata in questa impresa. Percorrendo il Giro d'Italia letterario proposto da Paola, autrice del blog Se una notte d'inverno un lettore, ho avuto l'occasione di un secondo approccio ai romanzi di Fenoglio, precisamente a La paga del sabato, la cui brevità è stata un buon incentivo a ritentare.

La paga del sabato è un breve racconto ambientato nel secondo Dopoguerra e costituisce, in un certo senso, il seguito delle vicende della Resistenza che costituivano lo sfondo de I ventitre giorni della città di Alba e de Il partigiano Johnny. Il protagonista, Ettore, è un ex partigiano che, dopo gli orrori della guerra, è totalmente incapace di riadattarsi ad una vita normale: ha in sé un carico di aggressività che lo porta a odiare tutto quanto potrebbe portarlo alla quiete di un'esistenza comune (la famiglia, l'amore, il lavoro) e a ripiombare nella sregolatezza e negli atti violenti.
Siamo, dunque, nel pieno di quel periodo difficilissimo che, all'indomani del secondo conflitto mondiale, costituì un momento di forte tensione sociale e politica: pur scegliendo di non concentrarsi su questo aspetto comunitario della vicenda, attraverso i gesti e le parole di Ettore ne comprendiamo bene il dramma e potremmo idealmente ampliare il suo disturbo e la sua malinconia ad un'intera fascia di popolazione che stentò a riprendere il corso regolare della propria esistenza, non solo partigiani, ma combattenti di entrambe le parti (si nota lo strascico di vendette e ritorsioni fra i nemici di ieri ora costretti a vivere fianco a fianco), famiglie, madri.
La lettura del romanzo è risultata molto interessante e scorrevole e l'ambientazione sia geografica che storica mi ha particolarmente soddisfatta, ma, nel complesso, non è riuscita ad appassionarmi. La storia è ricca di ottime premesse che, però, Fenoglio ha lasciato ad uno stato di abbozzo; va detto, per dovere di cronaca, che il testo venne pubblicato nel 1969, postumo e in seguito ad un lavoro quasi ventennale dell'autore e delle personalità più in vista della casa editrice Einaudi (Italo Calvino, Elio Vittorini, Natalia Ginzburg).
Una situazione psicologica che poteva essere largamente approfondita è stata affidata troppo a gesti e a sfoghi di Ettore che risultano, più che comprensibili, irritanti, alimentando più volte un profondo disprezzo per l'uomo anziché la compassione e il rispetto per il reduce, soprattutto nelle sequenze non isolate in cui le vittime dell'aggressività del ragazzo sono la madre e la fidanzata, Vanda. Risultano, invece, molto colorite e sintomatiche della vita di espedienti di molti disagiati del tempo le scene quasi da gangster (per usare una definizione di Calvino) di cui Ettore è protagonista insieme a Bianco e a Palmo. Sono rimasta delusa anche dal finale, anche se mi aspettavo un episodio inglorioso come quello che si verifica e di cui, ovviamente, non svelerò i particolari.
La pecca più grande del romanzo, però, risulta a mio avviso lo stile: scarno, inferiore all'essenziale, sovrabbondante di dialoghi in cui la voce di Ettore è dominante e soffocante, disseminato di colloquialismi e forme che cadono sovente nell'errore e che, pur essendo mimetici del parlato, si inseriscono in una linea stilistica complessivamente troppo pulita per accoglierli armonicamente (tranne in quei casi in cui sono inseriti nelle conversazioni).
Mi permetto tante critiche non solo in nome della sacrosanta libertà di parola e del confronto realizzatosi fra gli altri partecipanti al Giro d'Italia letterario, ma anche perché, prima di me, le stesse perplessità sono state espresse anche da Italo Calvino, che, bonariamente e con grande rispetto per il talento dell'autore, rimproverava a Fenoglio i difetti del suo racconto.
Non sconsiglio, tuttavia, la lettura de La paga del sabato: pur con i limiti evidenziati (e di certo ascrivibili in parte alla soggettività), esso getta luce su una situazione drammatica della nostra storia, rivelando la lentezza e la difficoltà della ripresa e costituendosi come un doloroso ma necessario contraltare alle storie di Mondo piccolo.

«Io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra. Ricordatene sempre che io ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato, mi ha rotto l'abitudine a questa vita qui. Io lo capivo fin d'allora che non mi sarei più ritrovato più in questa vita qui. E adesso sto tutto il giorno a far niente perché cerco di farci l'abitudine, son tutto concentrato lì. Questo è quello che devi capire e che invece tu non vuoi capire» (cit. p. 10)
C.M.

4 commenti:

  1. Il partigiano Johnny probabilmente paga anche il numero di pagine... Io amo però l'oggettività della sua narrazione che procede per immagini e non per descrizioni.
    L'ho ritrovata anche qui, seppur non con l'enfasi di altri romanzi.
    Ti ringrazio molto per la tua partecipazione, spero di ritrovarti in altre tappe :)

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    Risposte
    1. Sicuramente parteciperò ad altre tappe! :)
      Forse l'impatto non proprio felice è dovuto al fatto che io, invece, amo molto le descrizioni, quindi uno stile così scarno non si addice alla mia indole narrativa... comunque sicuramente tenterò con I ventitre giorni della città di Alba o La Malora!

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  2. Di Fenoglio ho letto solo La Malora, confesso che dopo quella lettura non sono stata stimolata a cercare altro dello stesso autore. Il suo stile non mi ha molto colpita, ma vabbè!

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    Risposte
    1. Nemmeno io sono rimasta impressionata positivamente... lascio un ultimo tentativo a Fenoglio solo per la consapevolezza che La paga del sabato non è il più riuscito per ammissione dello stesso autore... vedremo se potrò ricredermi!

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