sabato 22 febbraio 2014

Incantesimi antichi: Medea II - La donna-serpente

Avevamo lasciato Medea con l'appellativo di Signora dei filtri, sottolineando la sua abilità di manipolare i phàrmaka. A questo ritratto molto noto della maga della Colchide si uniscono però abilità meno note, riferite a momenti diversi del ciclo argonautico: i sortilegi realizzati mediante la voce e lo sguardo, che si configurano come antecedenti della moderna idea di malocchio.

J. W. Waterhouse, Medea

I passi letterari in cui Medea realizza i suoi incantesimi sfruttando le parole e lo sguardo si collocano nel libro IV delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Il primissimo incantesimo verbale che Medea compie di fronte al lettore è l'apertura di una porta: la fanciulla ha ormai deciso di tradire la propria famiglia e di prendere il mare assieme all'amato Giasone e la foga con cui si scaglia fuori dalla reggia fa sì che al solo suono della sua voce, i cardini della porta cedano, «sbalzati indietro da incantesimi dal rapido effetto» (A.R. IV, 41-42). Poco dopo, con gli stessi mezzi uniti ad un intruglio magico, Medea aiuta Giasone a sottrarre il Vello d'oro al drago che lo custodisce; per eludere la sorveglianza del mostro è necessario farlo cadere in un sonno profondo, ma le sole pozioni non bastano, perché solo un canto ben modulato può far cedere gli occhi e le attenzioni del gigantesco serpente.

Mentre il mostro così avvolgeva le spire, la fanciulla gli si parò davanti,
invocando il Sonno soccorritore, il sommo fra gli dei,
con voce dolce, perché incantasse la bestia. Poi invocò la regina
notturna, ctonia, benevola, perché la sostenesse nell’impresa.
La seguiva, spaventato, il figlio di Esone. E il mostro,
già stregato dal canto, sciolse la lunga coda
di spire nate dalla terra, svolgendo i numerosi cerchi
come un’onda nera, silenziosa, che si avvolga
senza rumore sui flutti leggeri; tuttavia,
tenendo sollevata l’orribile testa, meditava
di circondarli entrambi con le terribili fauci.
Allora Medea, attingendo dall’intruglio con un ramoscello di ginepro
da poco tagliato, spargeva sugli occhi del mostro
farmaci puri recitando incantesimi. Il profumo inebriante
della sostanza gli gettò addosso il sonno: adagiandosi,
pose a terra la mascella e distese le infinite spire all’indietro,
attraverso la foresta dai molti tronchi.
E Giasone, quando Medea glielo ordinò,
prese il vello d’oro dal ramo. Lei, restando immobile,
cospargeva col filtro la testa del mostro, finchè Giasone ordinò
di far ritorno alla nave: allora lasciarono l’ombroso bosco sacro ad Ares. 
Giasone risputato dal drago

Parte delle formule cantate (aoidaì) di Medea è costituita da invocazioni precise, a Hypnos, il Sonno, e poi alla signora degli Inferi e guida della maga della Colchide, Ecate che, come abbiamo già avuto modo di notare, è la patrona dei maghi e la maestra stessa di Medea; l'invocazione a tale divinità, inoltre, ricorre anche a corona di altri atti magici, ad esempio mentre la maga raccoglie le radici per confezionare i suoi intrugli o quando illustra a Giasone come utilizzare il Prometeo (A.R. III, 1027-1041, si veda, a tal proposito, l'articolo precedente).
Il custode del Vello d'oro non è l'unico serpente gigante che incontriamo sulla strada di Medea, perché lo stesso tipo di mostro guida il carro alato del Sole sul quale la maga fugge nell'esodo della tragedia euripidea a lei dedicata. Le superstizioni antiche affermano che i serpenti possiedano capacità incantatorie atte a paralizzare con lo sguardo le proprie prede e ridurle così in proprio potere. L'aspetto più curioso sta nel fatto che anche lo sguardo di Medea ha poteri di questo genere. Il serpente, in greco, è generalmente presentato come dràkon (da cui il moderno drago), un sostantivo che deriva forse dal verbo guardare (dèrkomai); il poeta Licofrone, nell'Alessandra (v. 674), definisce Circe dràkaina (donna-serpente), rivelando forse un aspetto della sua magia che non emerge dall'Odissea, ma che la mette nuovamente in relazione con Medea, la quale usa senza dubbio gli occhi come veicolo di un incantesimo di malocchio contro il gigante bronzeo Talos, chedifende Creta e impedisce la sicura navigazione a Giasone e ai suoi compagni (A.R. IV, 1661-1685).
Ed ella, tendendo davanti a sé un lembo
del peplo purpureo su una guancia e sull’altra,
si avviò lungo il ponte. Mentre camminava fra i banchi,
la prese per mano il figlio di Esone.
Qui si ingraziò con le formule e invocò cantando le Chere
divoratrici di anime, le cagne rapide dell’Ade, che, aggirandosi
per tutto il cielo, si scagliano sui viventi.
Le evocò supplicandole per tre volte con gli incantesimi,
tre volte con le preghiere e, oscurando il proprio animo,
ammaliò con occhi nemici la vista di Talos, l’uomo di bronzo,
e digrignava i denti, mandandogli contro bile funesta
e immagini invisibili seminando violenza.
O Zeus padre, quale grande sconvolgimento mi assale,
se la disfatta giunge non solo per le malattie e le ferite,
e se qualcuno pur lontano ci può danneggiare,
proprio come costui, che, pur essendo fatto di bronzo, fu abbattuto
dalla potenza di Medea, signora dei filtri! Mentre sollevava
i pesanti scogli per impedire alla nave di raggiungere il porto,
urtò la caviglia contro una roccia appuntita, così l’icore
fluì, simile a piombo fuso. Sbilanciatosi,
non fu più in grado di salire sulla rupe.
Ma, come un enorme pino, in alto sui monti,
che i taglialegna, andandosene, abbiano lasciato
mezzo tagliato dalle scuri affilate,
che prima è scosso dai venti nella notte e poi,
strappato dal ceppo, precipita, così il gigante
dapprima si resse sui piedi infaticabili,
ma poi, logorato, rovinò con un frastuono senza fine.
Anfora che raffigura il gigante Talos

Il primo atto di Medea è quello di proteggere gli Argonauti dall'incontro con il suo sguardo; viene poi il canto, con il quale ella concentra nella propria mente le peggiori allucinazioni che possano essere evocate, in modo da scagliarle contro Talos e disorientarlo al punto da farlo crollare. Si tratta di un vero e proprio sortilegio di magia nera, con il quale, come il serpente, Medea riesce a far presa sulla volontà del suo nemico, fino a condurlo alla rovina. Medea, dunque, si rivela, oltre che Signora dei filtri, anche dràkaina, donna-serpente e donna incantatrice di serpenti, animali legati, ancora una volta, sia alla sfera ctona che a quella solare.

Medea fugge sul carro del Sole trainato dai draghi

C.M.

NOTE: Questo post è la sintesi di uno studio che ho personalmente condotto sulla magia e sulle sue protagoniste all'interno della poesia greca antica e che ha costituito la mia tesi di Laurea magistrale, intitolata Thelktéria. Personaggi femminili, oggetti e parole della magia nella poesia greca da Omero all'età ellenistica. Si tratta del terzo appuntamento con questo ciclo di articoli, dopo quelli dedicati a Circe e alla prima parte della descrizione di Medea; seguiranno gli articoli dedicati ad altre maghe della mitologia. Rimango a disposizione per chiarimenti bibliografici. Devo precisare che alcune deduzioni e ipotesi sulle analogie fra gli incantesimi di Circe e Medea sono frutto di personali interpretazioni suffragate dallo studio delle fonti. I testi sono proposti in una mia traduzione.

8 commenti:

  1. Oh! Le Chere! :)

    Ci hai presentato un ritratto di Medea più ampio di quello a cui siamo abituati, per cui ti ringrazio e comunico che è appena entrata a far parte della classifica dei migliori incantatori di sempre. Fra l'altro, non so quanto c'entri, ma questa associazione di sguardo e serpenti mi ha fatto venire in mente, in un secondo momento, Medusa. In un primo momento, invece, ho pensato sempre a Medusa ma in altro modo. In un libro letto di recente, La morte negli occhi di Vernant, si fa tutta un discorso su... beh, non è facile da dire perché non è che abbia un binario proprio diritto (il discorso parte dalle divinità rappresentate come maschere), ma a un certo punto entra in scena Medusa e il suo ruolo nella vicenda di Perseo. Medusa aveva non solo lo sguardo, ma anche la voce. L'urlo. Ecco, lo sguardo era associato da Vernant a tutto un discorso sulla concezione dell'aldilà presso i Greci. La voce non ricordo benissimo, ma c'entravano il flauto e il vecchio Dioniso e, alla fine, anche qui la morte. Anche Medea sembra in grado di evocare le Chere, spiritelli che trovo assai affascinanti da quando li ho scoperti. Ma forse sto divagando, per cui chiudo con il mio solito proposito di leggere prima o poi l'opera di Apollonio Rodio.

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    1. Il riferimento a Medusa è più che pertinente: per i Greci, come sottolinea Pontiggia nel suo articolo Alcune considerazioni sulla visione nella cultura greca arcaica, la vista aveva il potere di incorporare l'oggetto guardato, impossessandosi, insomma, di una parte di esso (mi ricorda un po'la superstizione dei nativi americani riguardo la fotografia, che era ritenuta una trappola dell'anima di chi vi venisse ritratto). Lo sguardo di Medusa funziona esattamente allo stesso modo, e non sarà un caso che proprio le serpi le coronino il capo!
      L'occhio stesso è una delle parti del corpo più caricate di significati dal mito: pensiamo a Polifemo, a Edipo, per citare i casi più famosi, all'idea stessa di veggenza (il Sole è "colui che tutto vede" e protettore dei profeti), o anche al fatto che il perfetto (grossomodo il nostro passato prossimo) del verbo 'vedere' (orào) significa 'sapere'...

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    2. Curioso anche che Odino, in una versione del mito, si cavò un occhio proprio per ottenere la saggezza! Probabile che il legame abbia origini molto, molto antiche.

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    3. Sicuramente è così, molta della semantica greca della visione affonda le radice in quell'immenso e stupefacente crogiolo che è l'Indoeuropeo, da cui derivano anche le lingue e le tradizioni nordiche.

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  2. Devo ammettere che ho un debole per le figure femminili della mitologia, soprattutto quando vengono interpretate alla luce della psicologia junghiana (come ad esempio ha fatto Jean S.Bolen nello splendido libro “Le dee dentro le donne”). La tua ricerca invece, così accurata per quanto riguarda lo studio storico del Mito, mi sta aiutando a ripescare nella memoria alcuni dettagli che avevo dimenticato, visto che le mie letture risalgono a diversi anni fa. Una piccola curiosità: ti risulta che Medea, oltre ad utilizzare erbe tossiche, si servisse anche del veleno dei serpenti per preparare le sue pozioni? oppure il simbolismo del serpente a lei associato si limitava allo sguardo incantatore che assumeva in talune circostanze?

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    1. Nel corso della mia ricerca non ho trovato precisi riferimenti a veleni di serpenti, ma solo a pozioni e unguenti velenosi (le materie prime sembrano, più che altro, erbe, radici e sangue di animali o esseri fantastici), ma non è da escludere che Medea utilizzasse anche il veleno dei serpenti, spesso confuso con il sangue stesso di questi animali.
      Si tratta di un aspetto che, invece, ho rilevato direttamemente a carico di Circe: fra le mille ipotesi proposte per identificare i phàrmaka con cui la maga trasforma i compagni di Odisseo ce n'è una di Pellizer che, per quanto singolare e probabilmente esagerata, riporta una superstizione antica (il titolo dell'articolo è Il fodero e la spada. Metis amorosa e ginecofobia nell’episodio di Circe): la donnola, per difendersi dal veleno del serpente, ingerirebbe delle sostanze maleodoranti e questo potrebbe spiegare la natura del misterioso moly che Odisseo usa (mangiandolo?) per rendersi immune dai veleni di Circe (dràkaina secondo il poeta Licofrone, come abbiamo detto).
      Valide o no, queste ipotesi fanno leva su un sistema di significati e rimandi che mi hanno dimostrato come spesso, anche se un determinato tratto di un personaggio non viene approfondito, è tuttavia ad esso attribuibile grazie ad un richiamo erudito alla tradizione comune ai vari autori o agli antecedenti letterari, ecco perché molta parte delle caratterstiche di Circe illumina quelle di Medea e viceversa, o meglio, questo è uno degli argomenti che ho sostenuto nella tesi... Apollonio Rodio, comunque, supporta l'ipotesi, perché, essendo un poeta ellenistico, fa dei riferimenti dotti uno dei pilastri della sua poetica!

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  3. Le mie associazioni di idee strampalate colpiscono ancora!
    Mentre leggevo la parte della voce, il “canto” di Medea, mi sono ricordata una vecchia registrazione: Maria Callas. E forse grazie a quell’ascolto cominciai ad intuire la ricchezza di questo personaggio.

    Piccolo mugugno: non che ami particolarmente la voce della Callas, ma almeno – perfino nelle vecchie registrazioni su dischi e cassette – si capisce quello che canta! ;-)

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    1. Interessante associazione, possiamo forse considerare la scelta di questa artista come un rimando colto al canto della maga! L'interpretazione della Medea Argonautica da parte della Callas mi ha molto colpita, anche perché mette in luce una dimensione tribale e sanguinaria che l'immagine "classica" della Grecia ha troppo a lungo offuscato con la sua idea di armonia... quindi onore alle scelte di Pasolini! :)

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