lunedì 21 luglio 2014

La cena in bella mostra

Fra i soggetti ricorrenti nella pittura antica di cui Pompei ci offre sensazionali testimonianze, accanto al motivo naturale e alla riproduzione delle architetture, compare un tema altrettanto quotidiano, quello dell'alimentazione. Come per tanti generi pittorici, dalla ritrattistica al paesaggio, anche la natura morta, particolarmente in voga dal Cinquecento, trova i suoi illustri antecedenti nel mondo classico.


Esiste una ragione ben precisa alla base del successo della rappresentazione del cibo, ed è da ricercare nella tipologia stessa degli edifici all'interno dei quali essa era praticata: sappiamo che Pompei, come molte città del sud popolate fin dall'età greca o da tempi ancor più remoti, era una città florida e piena di cittadini benestanti o ricchissimi e basta uno sguardo al banchetto petroniano in casa di Trimalchione per renderci conto di cosa significasse, per gli antichi, esibire quanto destinato al nutrimento, ed esibirlo in gran quantità.

L'abbondanza di cibo era in passato (e fino a non troppo tempo fa) un vero e proprio segno distintivo dello status sociale, un po'come oggi risultano essere gli ultimi modelli di apparecchi tecnologici o le automobili di lusso; allora come ora, oltre a godere della funzione e dei vantaggi offerti dai beni, l'esibizione aveva un suo peso, serviva quasi da biglietto da visita. I padroni delle domus di Pompei ed Ercolano - ma dobbiamo supporre che questa considerazione valesse per i loro contemporanei di tutta la penisola - avevano quindi piacere a dipingere sulle pareti ciò che entro quelle stesse mura gli ospiti potevano trovare in gran quantità. Addirittura, si rappresentavano gli avanzi dei pasti, secondo una tipologia musiva destinata alle pavimentazioni nota come asàrotos oikos (pavimento non spazzato), proprio per rimarcare la ricchezza e l'abbondanza.

I capitoli 28-78 del Satyricon, romanzo d'età neroniana tramandato sotto il nome di Petronio, sono interamente dedicati al ricevimento organizzato dal ricco liberto Trimalchione, che, pur di ostentare la sua opulenza, invita anche i tre protagonisti della vicenda, casualmente conosciuti alle terme. Egli vive in una graeca urbs del sud Italia non ben identificata, ma i particolari pittorici e musivi descritti dal narratore, Encolpio, ci prospettano uno scenario molto simile a quello delle città sepolte dall'eruzione vesuviana del 79 d.C. Fra un pettegolezzo e l'altro, sotto gli occhi dei tre, che a stento trovano qualche soldo per vivere alla giornata, sfilano vassoi esibiti come opere d'arte, con mille orpelli e persino presentazioni spettacolari. Ecco l'antipasto (cap. 31):
Su un grande vassoio era sistemato un asinello di bronzo corinzio che portava una bisaccia a due tasche, delle quali una conteneva olive chiare, l'altra scure. L'asinello era coperto, ai lati, da due piatti sui cui orli erano incisi il nome di Trimalchione e la caratura dell'argento. Delle piccole impalcature, poi, saldate al piano del vassoio, sostenevano dei ghiri tinteggiati con miele e aspersi da polveri di papavero. Non mancavano anche delle salsicce che friggevano sopra una griglia d'argento e sotto la griglia prugne siriane con chicchi di melograno.

L'attenzione alle forme, alla lavorazione, ai materiali degli oggetti e all'iscrizione con il valore dell'argento e il nome del suo proprietario indicano chiaramente l'intenzione di legare indissolubilmente ciò che i convintati gusteranno con lo sguardo e con la bocca nel corso di tutta la serata. Poco dopo (capp. 35-36) viene esibito un enorme vassoio con la rappresentazione dei segni zodiacali, in corrispondenza di ciascuno dei quali, per associazione, è posta una pietanza diversa (il manzo sul Toro, due piatti in equilibrio l'uno con una focaccia dolce l'altro contenente una focaccia salata per la Bilancia, due triglie sui Pesci e così via) e alcuni valletti entrano a passo di danza per scoperchiare un piatto di carne su cui una lepre è presentata con delle ali di pollo attaccate in modo da sembrare un Pegaso; il tutto è circondato da statuette di Marsia sorreggenti otri da cui colano salse pepate. La portata principale, però, è introdotta con forte teatralità, nel tentativo di riprodurre una vera scena di caccia, al cap. 40:
Arrivarono dei servi a distendere sui letti delle coperte, sulle quali erano dipinte delle reti e del cacciatori appostati con gli spiedi, nonché l'attrezzatura venatoria al completo. [...] Fuori dalla stanza del triclinio si sollevò un grande baccano ed ecco che una muta di cani della Laconia comincia a correre da una parte all'altra, ivi compresa la tavola. A questi tiene dietro un vassoio, sul quale era sistemato un cinghiale di grandi dimensioni, e per giunta fornito di pileo, dalle cui zanne pendevano due panierini, fatti di foglie di palma intrecciate, ripieni l'uno di datteri freschi, l'altro di datteri secchi. Intorno al cinghiale, poi, dei lattonzoli fatti di pasta biscottata, dando l'impressione di stare attaccati alle mammelle, indicavano che il cinghiale era femmina. E questi ultimi, peraltro, furono utilizzati come doni da portare a casa, A tagliare il cinghiale si presentò [...] un gigante barbuto [...]: impugnato un pugnale da caccia, inferse un colpo violento ad un fianco del cinghiale, dalla cui ferita uscì in volo uno stormo di tordi. Stavano lì pronti gli uccellatori con le panie e in un attimo catturarono gli uccellini svolazzanti intorno alla stanza.

Questi sono solo alcuni degli esempi delle scenografiche portate di Trimalchione, della cui ricchezza e originalità non si smette mai di parlare né in sua presenza né in sua assenza. Il desiderio di far colpo non è evidente solo nel suo prodigarsi ad illustrare il significato delle portate (alle quali aggiunge delle grottesche tirate pseudo-filosofiche), ma anche da quel riferimento ai panetti a forma di porcellini da portare a casa: tradizionalmente la cultura antica di derivazione greco-romana prevedeva che gli ospiti fossero accolti con xenìa e congedati con apophorèta, cioè doni di accoglienza e doni di ricordo (sorta di souvenir del tempo).

Le pietanze citate da Petronio, inoltre, coincidono con quelle che si mangiavano in quegli stesi anni a Pompei, poiché le fonti storiche ci dicono che, oltre a svariate tipologie di pane, nella città campana erano molto amati i frutti provenienti dalle province (pesche, datteri, prugne) e che il miele era un graditissimo accompagnamento per diverse portate. Non stupisce, quindi, ritrovare sulle pareti delle case, specialmente nei triclini destinati ai banchetti, la raffigurazione di quegli stessi cibi: l'ospite veniva confortato immediatamente dalla promessa di pietanze raffinate e prelibate fin dal suo ingresso della sala e poteva pregustare, come in una elegante carta menù, ciò che il suo anfitrione gli avrebbe imbandito per cena.

C.M.

6 commenti:

  1. Ciao Cristina, complimenti per questo articolo, mi è piaciuto moltissimo

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    1. Grazie, Valivi, sono contenta che lo abbia gradito!

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  2. Bell'articolo e bellissime immagini! Il vetro soffiato era stato inventato da meno di cento anni e già i romani lo esibivano sulle loro tavole.

    P.S. grazie per il ping-back :-)

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    1. Grazie a te, Emanuela, anche per questa preziosa nota sui vetri soffiati: questa cura nella rappresentazione di una nuova tecnica accentua il preziosismo dell'esibizione dello status e mi fa venire in mente gli splendidi vetri colorati di ampolline, unguentari e bicchieri che abbiamo al museo del teatro romano di Verona e che ho ammirato in mostra nella curia al foro romano. Sono veri e propri gioielli! :)

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  3. maurizio tattini21 luglio 2015 18:59

    bello, Cristina, sei proprio brava!

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    1. Grazie, gentilissimo come sempre a lasciare una manifestazione di apprezzamento! :)

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