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giovedì 27 febbraio 2014

Adulazione? No, grazie!

Una delle professioni di libertà intellettuale più forti della letteratura italiana risiede nel carme manzoniano In morte di Carlo Imbonati. L'autore lombardo lo scrive nel 1805, in omaggio al compagno della madre; i due amanti vivono insieme a Parigi, ambiente nel quale il giovane Alessandro viene in contatto con le idee degli Illuministi, traendone importanti indicazioni morali e letterarie.
Queste le parole dell'Imbonati al Manzoni in un sogno notturno (vv. 207-215):
«Sentir - riprese- e meditar di poco
esser contento: da la mèta mai
non torcer gli occhi, conservar la mano
pura e la mente: de le umane cose
tanto sperimentar, quanto ti basti
per non curarli: non ti far mai servo:
non far tregua coi vili: il santo Vero
mai non tradir: né proferir mai verbo,
che plauda al vizio, o la virtù derida.»
F. Lemoyne, Tempo libera Verità da Invidia e Falsità (1737)
La necessità di rimanere legati alla verità e all'onestà e di rifiutare tutto quanto può corrompere la moralità e l'obiettività è ben riassunta in quel «non ti far mai servo» (v. 212): un intellettuale che si rispetti non scende a patti con i disonesti e non si piega per alcun motivo ad elogiare i cattivi comportamenti.
Carlo Imbonati, d'altronde, ha avuto un buon maestro, che risponde al nome di Giuseppe Parini, un esempio incarnato della radicale devozione a simili principi. Costui, infatti, dopo un'onorata carriera di precettore presso le nobili famiglie lombarde e di funzionario imperiale a Milano, trascorre la vecchiaia in solitudine, in preda alla malattia e alla difficoltà, così come ce lo ritrae Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis (ed. definitiva 1817). L'orgoglio dell'indipendenza intellettuale, che non si piega nemmeno di fronte alla debolezza del corpo, si sfoga nell'ode La caduta (1786), nella quale Parini immagina di cadere per strada a causa dell'infermità che lo affligge; soccorso e riconosciuto da un passante, viene invitato a rivolgersi ai potenti, che, di certo, accoglieranno di buon grado una personalità come lui, se solo vorrà implorarne la protezione o si presterà ad imbrogliarli con false promesse.
«Sdegnosa anima! prendi
prendi novo consiglio,
se il già canuto intendi
capo sottrarre a più fatal periglio.
[...] Dunque per l'erte scale
arrampica qual puoi;
e fa' gli atri e le sale
ogni giorno ulular de' pianti tuoi.
O non cessar di porte
fra lo stuol de' clienti,
abbracciando le porte
de gl'imi che comandano a i potenti»
[...] Mia bile, al fin costretta
già troppo, dal profondo
petto rompendo, getta
impetuosa gli argini; e rispondo:
«Chi sei tu che sostenti
a me questo vetusto
pondo e l'animo tenti
prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.
Buon cittadino, al segno
dove natura e i primi
casi ordinar, lo ingegno
guida così che lui la patria estimi.
Quando poi d'età carco
il bisogno lo stringe,
chiede opportuno e parco
con fronte liberal che l'alma pinge.
E se i duri mortali
a lui voltano il tergo,
ei si fa, contro a i mali,
de la costanza sua scudo ed usbergo.
Né si abbassa per duolo,
né s'alza per orgoglio».
Per Parini, colui che lo soccorre gli risolleva il corpo, ma, con le sue parole vergognose, vuole abbattere il suo spirito, spingendolo a strisciare al suolo.
La prima e più solenne dichiarazione di libertà, però, si data a oltre quattro secoli e mezzo prima di quella de La caduta. Nel Paradiso dantesco, infatti, troviamo il Sommo poeta impegnato nell'affermazione dello stesso, sacrosanto principio. Nel Cielo di Marte, dove risiedono gli Spiriti combattenti, Dante incontra Caccaguida, suo antenato, il quale gli predice le sofferenze dell'esilio: il poeta sarà costretto a lasciare la sua amata Firenze e a provare «sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e'l salire per l'altrui scale» (XVII, 58-60); come ai vv. 41-50 de La caduta, anche in questo passo ritorna l'atto di arrampicarsi per le scale delle case dei potenti, segno di massima umiliazione.


Dante appare imperturbabile di fronte alla prospettiva dell'esilio, perché la consapevolezza della sventura rende più coraggiosi nell'affrontarla, ma ha un legittimo dubbio: se sarà costretto ad abbandonare Firenze in una condizione di solitudine e nello stato di inrme poeta, come potrà, nel raccontare il suo viaggio, essere schietto e descrivere anche i cattivi comportamenti di persone realmente esistite e i cui successori sono ancora in vita? Non rischierà di inimicarsi i potenti del suo tempo e di cadere ancora più in basso?
Cacciaguida gli risponde e, come se volesse ricordargli il puzzo e lo schifo del mare di escrementi in cui Dante aveva visto sguazzare gli adulatori nel canto XVIII dell'Inferno, sottolinea la necessità di mantenersi fedeli alla verità, anche a costo di provocare il risentimento dei propri contemporanei, perché il futuro finirà per illuminare ogni cosa, rendendo giustizia alle sue parole (vv. 121-135), come illustrato dall'allegoria mitologica di Francois Lemoyne.
«Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna;
ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento».
L'onestà e la verità ad ogni costo: una fiera professione d'orgoglio che accompagna i nostri poeti fin dall'origine della letteratura nazionale e che, forse, è bene ricordare più spesso.

Gli adulatori, illustrazione di G. Doré (XIX secolo)
C.M.

martedì 25 febbraio 2014

Shutter Island (Martin Scorsese, 2010)

«Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo per bene?»
Occorre aspettare il finale per dare un senso ad un'affermazione che attraversa come un filo rosso tutto il pensiero del Novecento, in un percorso in bilico fra nevrosi, normalità e pazzia.

Edward Daniels (Leonardo di Caprio), un agente federale, ci conduce nell'ospedale psichiatrico di Aschecliff; accompagnato dal partner Chuck Aule (Mark Ruffalo), deve indagare sulla misteriosa e apparentemente impossibile scomparsa di Rachel Solando, una delle ospiti/prigioniere della struttura. Nelle sue ricerche, però, Teddy (questo il soprannome del protagonista) si scontra con i comportamenti enigmatici del dottor Cawley (Ben Kinsgley) e dei suoi collaboratori, che né sanno chi sia il 'paziente 67' cui fa riferimento un messaggio lasciato da Rachel Solando e che non risulta schedato fra i pazienti in cura, né accondiscendono a violazioni del regolamento che possano aiutare a far luce sugli eventi. Proprio questa chiusura da parte dei responsabili dell'Ascheliff Hospital, unita a terribili sogni e allucinazioni che tormentano Teddy spingono l'agente ad avvicinarsi ad una terribile verità in cui lui stesso scopre di avere un ruolo a sua insaputa.
Il film scorre con una rapida progressione degli eventi, ma il ritmo, pur così veloce, è gravato dalla presenza di una colonna sonora inquietante, dai colori cupi e dalle lunghe sequenze oniriche in cui Teddy rievoca sprazzi del passato, dalla guerra in Europa e dal massacro di Dachau fino alla morte della moglie, Dolores; quest'ultima, interpretata da Michelle Williams, sembra volerlo avvertire di un imminente pericolo, ma in cosa esso consista è incomprensibile fino agli ultimi, annichilenti minuti del film.


La pellicola di Scorsese si avvale della diegesi del thriller per affrontare in maniera abile e profonda una questione amara, soffermandosi sul disagio della dissociazione mentale e sul disorientamento provocato dalla malattia. Un po'come per La coscienza di Zeno, si può parlare di opera aperta, perché, dietro alle spiegazioni rimane un baratro di non-detto e di possibili interpretazioni che dipendono dal senso che vogliamo dare alla frase che chiude il film e che mi ha spinto ad un immediato parallelo con la scelta di Enrico IV nel finale dell'omonimo dramma pirandelliano. Ambientato nel 1954, Shutter Island affronta infatti un tema ricorrente nella letteratura del secolo scorso e della fine del precedente, facendoci scendere nei meandri della psiche fino ad insinuare dubbi agghiaccianti nella nostra stessa mente.


C.M.

sabato 22 febbraio 2014

Incantesimi antichi: Medea II - La donna-serpente

Avevamo lasciato Medea con l'appellativo di Signora dei filtri, sottolineando la sua abilità di manipolare i phàrmaka. A questo ritratto molto noto della maga della Colchide si uniscono però abilità meno note, riferite a momenti diversi del ciclo argonautico: i sortilegi realizzati mediante la voce e lo sguardo, che si configurano come antecedenti della moderna idea di malocchio.

J. W. Waterhouse, Medea

I passi letterari in cui Medea realizza i suoi incantesimi sfruttando le parole e lo sguardo si collocano nel libro IV delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Il primissimo incantesimo verbale che Medea compie di fronte al lettore è l'apertura di una porta: la fanciulla ha ormai deciso di tradire la propria famiglia e di prendere il mare assieme all'amato Giasone e la foga con cui si scaglia fuori dalla reggia fa sì che al solo suono della sua voce, i cardini della porta cedano, «sbalzati indietro da incantesimi dal rapido effetto» (A.R. IV, 41-42). Poco dopo, con gli stessi mezzi uniti ad un intruglio magico, Medea aiuta Giasone a sottrarre il Vello d'oro al drago che lo custodisce; per eludere la sorveglianza del mostro è necessario farlo cadere in un sonno profondo, ma le sole pozioni non bastano, perché solo un canto ben modulato può far cedere gli occhi e le attenzioni del gigantesco serpente.

Mentre il mostro così avvolgeva le spire, la fanciulla gli si parò davanti,
invocando il Sonno soccorritore, il sommo fra gli dei,
con voce dolce, perché incantasse la bestia. Poi invocò la regina
notturna, ctonia, benevola, perché la sostenesse nell’impresa.
La seguiva, spaventato, il figlio di Esone. E il mostro,
già stregato dal canto, sciolse la lunga coda
di spire nate dalla terra, svolgendo i numerosi cerchi
come un’onda nera, silenziosa, che si avvolga
senza rumore sui flutti leggeri; tuttavia,
tenendo sollevata l’orribile testa, meditava
di circondarli entrambi con le terribili fauci.
Allora Medea, attingendo dall’intruglio con un ramoscello di ginepro
da poco tagliato, spargeva sugli occhi del mostro
farmaci puri recitando incantesimi. Il profumo inebriante
della sostanza gli gettò addosso il sonno: adagiandosi,
pose a terra la mascella e distese le infinite spire all’indietro,
attraverso la foresta dai molti tronchi.
E Giasone, quando Medea glielo ordinò,
prese il vello d’oro dal ramo. Lei, restando immobile,
cospargeva col filtro la testa del mostro, finchè Giasone ordinò
di far ritorno alla nave: allora lasciarono l’ombroso bosco sacro ad Ares. 
Giasone risputato dal drago

Parte delle formule cantate (aoidaì) di Medea è costituita da invocazioni precise, a Hypnos, il Sonno, e poi alla signora degli Inferi e guida della maga della Colchide, Ecate che, come abbiamo già avuto modo di notare, è la patrona dei maghi e la maestra stessa di Medea; l'invocazione a tale divinità, inoltre, ricorre anche a corona di altri atti magici, ad esempio mentre la maga raccoglie le radici per confezionare i suoi intrugli o quando illustra a Giasone come utilizzare il Prometeo (A.R. III, 1027-1041, si veda, a tal proposito, l'articolo precedente).
Il custode del Vello d'oro non è l'unico serpente gigante che incontriamo sulla strada di Medea, perché lo stesso tipo di mostro guida il carro alato del Sole sul quale la maga fugge nell'esodo della tragedia euripidea a lei dedicata. Le superstizioni antiche affermano che i serpenti possiedano capacità incantatorie atte a paralizzare con lo sguardo le proprie prede e ridurle così in proprio potere. L'aspetto più curioso sta nel fatto che anche lo sguardo di Medea ha poteri di questo genere. Il serpente, in greco, è generalmente presentato come dràkon (da cui il moderno drago), un sostantivo che deriva forse dal verbo guardare (dèrkomai); il poeta Licofrone, nell'Alessandra (v. 674), definisce Circe dràkaina (donna-serpente), rivelando forse un aspetto della sua magia che non emerge dall'Odissea, ma che la mette nuovamente in relazione con Medea, la quale usa senza dubbio gli occhi come veicolo di un incantesimo di malocchio contro il gigante bronzeo Talos, chedifende Creta e impedisce la sicura navigazione a Giasone e ai suoi compagni (A.R. IV, 1661-1685).
Ed ella, tendendo davanti a sé un lembo
del peplo purpureo su una guancia e sull’altra,
si avviò lungo il ponte. Mentre camminava fra i banchi,
la prese per mano il figlio di Esone.
Qui si ingraziò con le formule e invocò cantando le Chere
divoratrici di anime, le cagne rapide dell’Ade, che, aggirandosi
per tutto il cielo, si scagliano sui viventi.
Le evocò supplicandole per tre volte con gli incantesimi,
tre volte con le preghiere e, oscurando il proprio animo,
ammaliò con occhi nemici la vista di Talos, l’uomo di bronzo,
e digrignava i denti, mandandogli contro bile funesta
e immagini invisibili seminando violenza.
O Zeus padre, quale grande sconvolgimento mi assale,
se la disfatta giunge non solo per le malattie e le ferite,
e se qualcuno pur lontano ci può danneggiare,
proprio come costui, che, pur essendo fatto di bronzo, fu abbattuto
dalla potenza di Medea, signora dei filtri! Mentre sollevava
i pesanti scogli per impedire alla nave di raggiungere il porto,
urtò la caviglia contro una roccia appuntita, così l’icore
fluì, simile a piombo fuso. Sbilanciatosi,
non fu più in grado di salire sulla rupe.
Ma, come un enorme pino, in alto sui monti,
che i taglialegna, andandosene, abbiano lasciato
mezzo tagliato dalle scuri affilate,
che prima è scosso dai venti nella notte e poi,
strappato dal ceppo, precipita, così il gigante
dapprima si resse sui piedi infaticabili,
ma poi, logorato, rovinò con un frastuono senza fine.
Anfora che raffigura il gigante Talos

Il primo atto di Medea è quello di proteggere gli Argonauti dall'incontro con il suo sguardo; viene poi il canto, con il quale ella concentra nella propria mente le peggiori allucinazioni che possano essere evocate, in modo da scagliarle contro Talos e disorientarlo al punto da farlo crollare. Si tratta di un vero e proprio sortilegio di magia nera, con il quale, come il serpente, Medea riesce a far presa sulla volontà del suo nemico, fino a condurlo alla rovina. Medea, dunque, si rivela, oltre che Signora dei filtri, anche dràkaina, donna-serpente e donna incantatrice di serpenti, animali legati, ancora una volta, sia alla sfera ctona che a quella solare.

Medea fugge sul carro del Sole trainato dai draghi

C.M.

NOTE: Questo post è la sintesi di uno studio che ho personalmente condotto sulla magia e sulle sue protagoniste all'interno della poesia greca antica e che ha costituito la mia tesi di Laurea magistrale, intitolata Thelktéria. Personaggi femminili, oggetti e parole della magia nella poesia greca da Omero all'età ellenistica. Si tratta del terzo appuntamento con questo ciclo di articoli, dopo quelli dedicati a Circe e alla prima parte della descrizione di Medea; seguiranno gli articoli dedicati ad altre maghe della mitologia. Rimango a disposizione per chiarimenti bibliografici. Devo precisare che alcune deduzioni e ipotesi sulle analogie fra gli incantesimi di Circe e Medea sono frutto di personali interpretazioni suffragate dallo studio delle fonti. I testi sono proposti in una mia traduzione.

giovedì 20 febbraio 2014

Pellicole, statuette e mattoncini

Con l'avvicinarsi della data di assegnazione degli Oscar 2014, LEGO, la nota casa produttrice dei mattoncini giocattolo, ha rivisitato secondo la propria filosofia le locandine dei lungometraggi candidati al titolo di miglior film dell'anno. Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Leonardo di Caprio, Chiwetel Ejiofor, Judi Dench e gli altri protagonisti delle pellicole che concorrono per l'ambita statuetta hanno così assunto volti cilindrici e i classici corpicini a trapezio che contraddistinguono il favoloso mondo dei mattoncini.

American Hustle (regia di David O'Russel)

The wolf of Wall Street (regia di Martin Scorsese)

12 anni schiavo (regia di steve McQueen)

L'azienda danese non è nuova a questo tipo di contaminazioni: fin dai tempi dei modellini ispirati a Star Wars ha dimostrato un grande interesse per le ambientazioni e i personaggi dei capolavori Hollydoodiani, arrivando a costruire set di costruzioni più o meno ampi relazionati alle saghe di Harry Potter e Il Signore degli anelli. Ed ecco che la rete ha visto il proliferare di versioni-giocattolo di locandine di realizzazione più o meno ufficiale, ma sempre straordinariamente fruttifera in termini di immagine e pubblicità sia per LEGO che per i film riadattati in questo originalissimo stile iconico.

Il ritorno del Re (regia di Peter Jackson, 2003)

Inception (regia di Christopher Nolan, 2010)

Iron Man 3 (regia di Shane Black, 2013)

Nemico pubblico (regia di Michael Mann, 2009)

The lone ranger (regia di Gore Verbinski, 2013)

C.M.

domenica 16 febbraio 2014

Servo per due fa divertire Verona

Termina oggi al Teatro Nuovo di Verona, all'interno della rassegna Il grande teatro, la tournée di Servo per due, la commedia diretta e adattata da Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli dal testo di Richard Bean One man, two guvnors (2011), a sua volta ispirata all'Arlecchino servitore di due padroni del nostro Carlo Goldoni (1745). Partita da Firenze il 26 novembre 2013, essa ha portato risate e divertimento per tutta la penisola, avvalendosi della brillante regia, del progetto della compagnia Gli Ipocriti, di un doppio cast di attori della compagnia REP - Danny Rose (uno per le rappresentazioni di novembre e dicembre, l'altro per la seconda parte del tour), di un talentuosissimo gruppo di musicisti... e della partecipazione del pubblico!

La commedia si apre, nel pieno rispetto della tradizione del teatro moderno, all'interno di un salotto borghese in cui si sta svolgendo una cerimonia di fidanzamento. Subito, tuttavia, con l'irrompere sulla scena di Pippo, novello arlecchino che annuncia l'arrivo del suo padrone, l'ordinario lascia il posto alla stravaganza, all'irriverenza, a intermezzi cantati di eccellente virtuosismo e a pregevolissimi giochi di teatro nel teatro.
La vicenda di Servo per due si svolge nella Rimini degli anni Trenta e ci descrive le mirabolanti acrobazie di Pippo che, afflitto dalla fame, si mette al servizio di due personaggi non esattamente raccomandabili: Rocco, un malvivente del Nord che cerca di impadronirsi del denaro di Bartolo attraverso il fidanzamento con sua figlia Clarice e Ludovico, amante di Rachele, sorella di Luvodico. Bartolo, tuttavia, aveva avuto notizia della morte di Rocco per mano dello stesso Ludovico e, con l'apparizione improvvisa del fidanzato creduto morto, l'amore di Clarice con l'aspirante artista Amerigo rischia di non potersi realizzare nel matrimonio. Sebbene Rocco smascheri se stesso di fronte a Clarice, rivelandosi in realtà la sorella di lui, Rachele, arrivata a Rimini per incontrare Ludovico e fuggire con lui, la finzione viene tenuta in piedi dalle due ragazze per permettere a Rachele di realizzare il proprio piano e viene ulteriormente complicata da Pippo che, all'oscuro di tutto, provoca una serie di equivoci nel tentativo di non far scoprire a ciascuno dei due padroni di essere al servizio dell'altro.


Le tre ore di spettacolo corrono velocemente fra colpi di scena, sorprese, battute e scambi di persona, dando vita ad una celebrazione della Commedia dell'arte e dei suoi personaggi perfettamente rispondente alla sensibilità contemporanea e arricchita da un buon grado di attualizzazione. Strabiliante il livello dell'interazione fra gli attori e i musicisti, che trasformano diverse parti del dramma in musical, varietà e spassosi siparietti. La vicenda viene descritta e agita in una continua dialettica fra il tempo della commedia goldoniana, quello del'ambientazione riminese e il nostro attraverso un uso brillante dell'abbattimento della quarta parete. In Servo per due, insomma, si realizza pienamente il progetto sotteso alla collaborazione fra Gli Ipocriti e REP di «fare un teatro che avvicini il pubblico al suo spirito più autentico, un teatro che consideri lo spettatore parte del processo creativo».

C.M.

venerdì 14 febbraio 2014

Cronaca di una morte annunciata (García Márquez)

In un remoto paese sudamericano, dopo i bagordi di una torrida notte di festeggiamenti per il matrimonio di Agela Vicario e Bayardo San Román, sotto gli occhi di ogni singolo abitante si consuma il sanguinosissimo delitto di Santiago Nasar. L'aspetto più surreale di una vicenda le cui premesse si svelano a poco a poco e senza una totale chiarezza è che tutti sanno che Santiago Nasar verrà ucciso e chi compirà l'omicidio.

Quella di Santiago Nasar è una morte annunciata fin dalle primissime righe, che esordiscono con una sentenza di peso quasi bi biblico: «Il giorno in cui l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5 e 30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo». Un inizio semplicissimo, che porta il lettore a trovare più straordinario l'arrivo del vescovo del fatto stesso che, in quello stesso giorno, il protagonista del romanzo stia andando incontro alla morte.
Pablo e Pedro Vicario, i fratelli della novella sposa, sono pronti a fare di Santiago Nasar la vittima di un delitto d'onore affidandosi alle confessioni di Angela, di cui non è mai chiarita l'effettiva buona fede. Una volta che la macchina dell'assassinio si è messa in moto, però, non c'è modo di fermarla: a nulla valgono le visioni in sogno della madre di Santiago, a nulla serve che la voce del prossimo omicidio rimbalzi per ogni casa, piazza e negozio e che l'alcalde sequestri ai due fratelli i coltelli da macellai: per quanto l'allarme risuoni in ogni dove e sebbene gli amici di Santiago si muovano per soccorrerlo, l'inevitabile dovrà accadere e lo stesso protagonista è incapace di credere alle voci sul suo conto.
Mille indizi e mille vie di fuga si presentano a Santiago nelle pochissime pagine che compongono il racconto, eppure egli rimane vittima di una tragica fatalità, di un fraintendimento stesso dei segnali che raggiungono lui e i suoi cari, sicché si consuma, in apertura e in chiusura di ogni capitolo, il fatto preannunciato; da questo momento in poi García Márquez si sofferma sui particolari più cruenti e macabri del corpo martoriato di Santiago Nasar e sull'inettitudine di coloro che avrebbero dovuto evitare il peggio o, almeno, rispettare il suo corpo.
In Cronaca di una morte annunciata (1982), come in Cent'anni di solitudine, l'autore crea e popola un mondo sospeso fra il crudo realismo e tradizioni che rievocano passati pittoreschi, senza farci mancare i personaggi particolarissimi e minuziosamente caratterizzati cui ci aveva abituato col testo precedente, anche laddove si tratti di brevi e sporadiche apparizioni. Siamo in presenza di un racconto agile e denso che conferma la grande abilità narrativa dello scrittore sudamericano nello scandagliare i lati più fantasiosi e più torbidi egli esseri umani.


«Nel carcere di Riohacha, dove restarono tre anni in attesa di giudizio perché non avevano di che pagarsi la cauzione per la libertà condizionata, i reclusi di più lunga data li ricordavano per il loro buon carattere e la loro socievolezza, ma non ravvisarono mai in loro nessun indizio di pentimento. Nondimeno, tutto sembrava dimostrare che i fratelli Vicario non avevano fatto nulla di ciò che sarebbe stato utile per uccidere Santiago Nasar in maniera rapida e senza ostentazione pubblica, ma anzi fecero molto di più di ciò che era immaginabile perché qualcuno impedisse loro di ucciderlo, e non ci riuscirono.»

C.M.

mercoledì 12 febbraio 2014

Bufala Ball: la beffa che rimbalza

Questo titolo onomatopeico descrive il rimpallo di certe affermazioni stravolgenti che, puntualmente, vengono raggiunte da smentite. Non starò a parlare del ritiro della voce sulla detrazione fiscale per i libri (e intanto l'ho citata), ma voglio, invece, soffermarmi sulle sparate artistiche, anche per la recente diffusione di una notizia archeologica. Forse lo spirito alla Indiana Jones, forse una diffusa epidemia di Langdonite ci hanno regalato scoperte che smentite più o meno puntuali hanno contribuito a consacrare ad una parte della storia dell'arte che si colloca fra il giocoso, il truffaldino e il sornione.

Fotogramma da I Simpson, stagione 9, ep. 8: Lisa la scettica

L'8 febbraio scorso la Soprintendenza speciale per i beni della Magna Grecia di Epizefiri (Reggio Calabria) ha annunciato che, a causa delle mareggiate causate dal maltempo, i fondali calabresi hanno restituito il terzo bronzo di Riace, un pezzo d'archeologia di cui si suppone da tempo l'esistenza. Una scoperta sensazionale, subito rimbalzata per il web, ma con un tepore tale che non poteva che destare scetticismo, tanto più che, in allegato al primo articolo pubblicato in rete, veniva presentata la fotografia dell'Atleta di Lussino sottratto nel 1999 ai fondali croati e ora esposto a Zagabria.


Ma internet non ha fatto altro che rendere più veloce un processo ben più antico, che ha collezionato figuracce epocali e numerosi imbarazzi e il cui caso più celebre è senza dubbio quello delle false teste di Modigliani, tre sculture raffiguranti altrettanti volti estratti nel 1948 dal Fosso Mediceo di Livorno dove lo stesso artista, preso dallo sconforto, le avrebbe gettate nel 1909. La critica, nelle cui fila spicca il nome di Giulio Carlo Argan, ha già sprecato parole di ammirazione quando gli studenti Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci dichiarano ai giornalisti di Panorama di essere gli autori delle sculture e di averle realizzate e gettate nel Fosso Reale per farsi beffe dell'esagerato entusiasmo profuso dalla giunta livornese per lo scavo in occasione del centenario della nascita di Modigliani.

Gli autori delle false teste nella foto esibita come prova del loro atto burlone

Meno sensazionalistica è stata la smentita relative al busto della regina egizia Nefertiti, uno dei simboli della cultura delle Piramidi oggi conservato al Neues Museum di Berlino; nel 2009 Henri Stierlin ha sostenuto che il pregiato pezzo non sia altro che un falso realizzato nel 1912 da Gerahrd Marcks su commissione dell'archeologo tedesco Ludwig Borchardt e utilizzando colori provenienti dalla tomba della regina.
Smentite e attribuzioni, si sa, vanno avanzate sulla base di prove tecniche: l'archeologo o lo storico dell'arte devono applicare precise conoscenze sulle modalità di realizzazione del tempo, sulla composizione di materiali e pigmenti, sull'evoluzione del gusto artistico e, ovviamente, non lasciarsi prendere dalla popolarità di un'ipotesi che risulterebbe naturale avanzare ad un'analisi superficiale. Contro uno (non solo uno, in verità) di questi eccessi mediaticamente fruttuosi si è di recente lanciato Tomaso Montanari, inorridito di fronte alla leggerezza con cui alcuni suoi colleghi avrebbero attribuito alcuni disegni a Caravaggio.
E come non citare, a tal proposito, la prima grande operazione di marketing culturale, realizzata proprio nella mia città? Erano gli anni Trenta quando a Verona nasceva il mito turistico di Giulietta; la risistemazione del complesso oggi noto come Casa di Giulietta, un bellissimo cortile situato in Via Cappello, in pieno centro, e della cosiddetta Tomba di Giulietta, nell'ex convento cappuccino del XIII secolo, sono infatti opera dell'ingegno imprenditoriale di Antonio Avena, direttore dei Musei Civici d'Arte dal 1920 al 1955.


Risulterà forse estremamente impopolare far notare questa bufaletta ormai perdonata proprio alle soglie di San Valentino, che trasforma Verona in un ammasso di cuoricini e cuoricioni, ma, ricordando Manzoni, è dovere servire il Santo Vero e, anzi trovo doveroso ricordare a tutti i potenziali turisti che passano di qui che, al di là del mito e delle location dei due amanti shakespeariani, Verona ha tanti altri bellissimi luoghi di interesse culturale e tanti angoli ben più romantici dell'affollatissimo balcone. 
Bisogna infatti evitare che falsi e notizie gonfiate con maggior o minore grado di intenzione e con una forte risonanza ci impediscano di gustare l'arte autentica o i capolavori discreti e silenziosi.

C.M.

lunedì 10 febbraio 2014

The wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013)

Già insignito del Golden Globe come migliore attore protagonista in un film o commedia musicale, Leonardo di Caprio è in lizza per il premio Oscar come miglior attore protagonista della pellicola che lo porta nelle sale italiane dal 23 gennaio e che sta ottenendo grande successo di pubblico. Va detto a bassa voce, certo, perché l'attore statunitense ha già sfiorato la statuetta due volte per lo stesso ruolo, senza però vedersela assegnare. Non v'è dubbio, però, che la sua interpretazione nell'ultimo film di Martin Scorsese, con il quale intrattiene un sodalizio iniziato nel 2002 con Gangs of New York, sia eccezionale.

Nei panni di Jordan Belfort, insaziabile speculatore di borsa, truffatore, dipendente dal sesso e dalla droga, Leonardo di Caprio regge in maniera magistrale tre ore di film in cui è impegnato nelle gamme espressive più diverse, dal pulito ed equilibrato aspirante broker degli inizi allo strafattone preso da una paralisi in seguito all'assunzione di quaaludes, dal naufrago terrorizzato al marito rabbioso.
Martin Scorsese ha scelto di raccontare la vera storia del miliardario americano che, a capo della Stratton Oakmont, fondata in seguito al crollo finanziario del lunedì nero del 1987 assieme ad un gruppo di sprovveduti da lui istruiti sulle tecniche di convincimento e raggiro, si rese protagonista di truffe reiterate ai danni degli investitori cui rifilava penny stocks, azioni di infimo valore, accumulando enormi ricchezze spese in auto di lusso, yacht, elicotteri, feste, baccanali e quantità industriali di droghe. Consacrato sull'altare di Wall Street da un articolo di Forbes che avrebbe dovuto invece smascherarlo agli occhi del mondo come lupo famelico di denaro e finito nel mirino della polizia federale, Belfort trascorse ventidue mesi in galera e fu autore dell'autobiografia cui si ispira la pellicola.
In The Wolf of Wall Street, Di Caprio è affiancato da un vasto campionario di personaggi, amici, amanti e esponenti del cinico mondo degli affari. Fra questi spiccano l'avvenente Naomi Lapaglia (Margot Robbie), che diventa, dopo il divorzio, la seconda moglie di Jordan e la spalla Donnie Azoff (Jonah Hill), compagno di festini erotici e cocktail di stupefacenti.


Il film procede in maniera frenetica senza senza un solo momento di calo del ritmo drammatico e in una pienezza di suoni e colori che sottolineano l'artificiosità del mondo in cui vive il protagonista. Seguendo la storia di Belfort-Di Caprio, che per la seconda volta in un anno, dopo aver impersonato Gatsby, interpreta un milionario arricchitosi in modo illegale e totalmente immerso in un lusso illimitato, ci troviamo sospesi fra l'incredulità e l'ironia, ridiamo della costruzione delle truffe e delle situazioni paradossali che scaturiscono dai traffici azionari e erotici di Jordan. Nell'animo dello spettatore non si insinua l'istinto della condanna, perché The Wolf of Wall Street è girato, avendo come base uno scritto autobiografico, nella prospettiva del protagonista, come vuole la prassi del noir; eppure le scelte di regia calcano la mano sull'inverosimiglianza di un mondo eccessivo e fragile quanto il sistema azionario su cui si regge.

Leonardo di Caprio e Margot Robbie con Martin Scorsese sul set

Dopo American Hustle, questo nuovo anno ricco di entusiastiche premesse cinematografiche ci regala con The Wolf of Wall Street un'altra storia di truffe e imbrogli che mettono in luce i controsensi del mondo contemporaneo raccontandocele attraverso storie vere dell'ultimo trentennio del secolo scorso. In un momento di crisi che evidenzia i danni causati dalla corruzione e dai raggiri, ci troviamo paradossalmente a simpatizzare per personaggi portati sullo schermo da attori formidabili in lotta gli uni contro gli altri per l'ambita statuetta. Vien da chiedersi se questa fascinazione sia dovuta solo alla bravura degli interpreti o anche al segreto piacere che proviamo nel vedere messi a nudo con fare irridente i difetti di personaggi improbabili e moralmente intollerabili.


C.M.

domenica 9 febbraio 2014

Un anno con la civetta

Il 10 febbraio dello scorso anno la civetta prendeva ufficialmente il volo, inaugurando l'attività di questo blog tanto meditato; non avrei mai pensato, intraprendendo questa avventura, di trarne tante soddisfazioni, di appassionarmi sempre di più e di scoprire, parallelamente, tanti altri blog che rispondono ai miei interessi e che alimentano l'entusiasmo stesso dello scrivere in questo spazio virtuale.


In occasione dell'anniversario, che cadrebbe domani, ma che mi è più agevole ricordare in questo giorno di relax, ho rinnovato la grafica del blog, che mi sembrava ormai eccessivamente carica, ma forse anche per il gusto del cambiamento in sé.
Prima di passare alla proclamazione del vincitore del giveaway indetto per l'occasione, voglio porgere i miei ringraziamenti a tutti i lettori e follower, in particolare ad alcuni blogger e/o gestori di pagine Facebook che hanno seguito, supportato e interagito con me, perché bisogna ricordare che un blog non è un blog se manca questo scambio continuo e che qualsiasi conversazione condivisa contribuisce a definirne l'aspetto.
Un ringraziamento speciale, dunque ai blog Acqua e Limone, Argonauta Xeno, Del furore di aver libri, La Lettrice Rampante, L'Angolino di Ale, Muninn, Se una notte d'inverno un lettore, Start from Scratch e Studia Humanitatis - paideia per i loro interventi nel blog e su Facebook e alle pagine Criticissimamente, Passione Letteratura, Caffeina, Fondi di tè.
Esaminando le statistiche di visualizzazione dei post ed escludendo quelli dedicati ai due giveaway organizzati, i post più letti risultano essere, nell'ordine:
Ma è finalmente arrivato il momento di proclamare il vincitore di uno dei cinque classici della letteratura messi in palio per voi fedelissimi. All'estrazione hanno partecipato trentuno lettori e il titolo più gettonato è stato La lettera scarlatta; il voto sulla rubrica preferita del blog è a beneficio di La civetta sul comodino. Random.org ha preso in carico le iscrizioni e ha assegnato la vittoria a...


... Francycullen, che ha scelto il libro Cent'anni di solitudine e che contatterò privatamente per procedere alla spedizione!
Complimenti alla vincitrice e grazie a tutti i partecipanti al giveaway e all'attività del blog!

C.M.

giovedì 6 febbraio 2014

Il conte di Montecristo (Dumas)

Un diffuso detto ci ammonisce: "Il male è fonte solo di altro male". E nel capolavoro di Alexandre Dumas (padre) si respira tutta la gravità di questa constatazione, perché dal malvagio torto inferto al giovane Emond Dantès germina solamente una lunga e inesorabile catena di violenze. Dopo la rocambolesca fuga dalla durissima esperienza della prigionia nel Castello d'If, Edmond, improvvisamente arricchitosi seguendo le indicazioni per l'individuazione di un leggendario tesoro avute dal suo vicino di cella, Faria, scopre le trame dell'inganno che lo hanno separato dagli affetti più cari e progetta un'ingegnosa e contorta macchina vendicativa, che lo obbliga ad assumere diverse identità per raggiungere con il proprio odio tutti gli ingranaggi.

La storia del Conte di Montecristo è, prima di tutto, un ammirevole prodotto narrativo: Dumas intreccia magistralmente le storie di Edmond Dantès (nelle sue molteplici facies), dei Morrel (benefattori del padre in grandi difficoltà) e delle famiglie dei Morcerf, dei Danglars e di Villefort (da cui provengono i tre principali autori della disgrazia del protagonista); accanto ad essi, però, si muovono tanti altri personaggi, e la trama risulta una grandissima matrioska in cui ogni sequenza concorre a costruire il prodigio romanzesco. Ma il testo non incanta solo per l'abilità della trama, poiché ci cattura anche con le ambientazioni e il colorismo dei personaggi, dalle movimentate scene di massa della Roma carnevalesca alle dimore esotiche di Simbad il Marinaio.
L'esistenza poliedrica che Edmond fabbrica per sottrarsi al dolore degli anni di carecere e della perdita degli affetti (il padre, morto, e l'amata Mercedes, divenuta moglie di uno dei nemici di Edmond) non basta tuttavia a placare l'animo del conte, che avverte nel profondo l'ingiustizia nel suo piano di distribuzione del dolore e della morte. L'unica, vera, fuga dalla sofferenza, l'unico appagamento dell'esistenza strappata al Castello d'If è per Edmond la realizzazione della gioia di due innamorati, Maximilien Morrel e Valentine Villefort, per cui manifesta un profondo impegno, e l'aiuto dato alla giovane principessa greca Haydée, sottratta alla schiavitù: le due missioni sono in realtà premesse del suo piano vendicativo, eppure Edmond, col progredire della storia, dimostra un sincero attaccamento ai tre protetti, guadagnandosi così la possibilità di godere di una parte della gioia che credeva di aver definitivamente perduto.
Non esito a collocare Il conte di Montecristo sull'Olimpo dei classici, addirittura sulla vetta, e non solo per la piacevolezza della storia, ma anche per la capacità dimostrata da Dumas di saper trattenere il lettore sul filo della suspense dalla prima all'ultima pagina, facendolo entrare in simbiosi con il racconto e regalandogli un caleidoscopio di emozioni contrastanti.

C.M.

martedì 4 febbraio 2014

L'Indice dei libri proibiti

Il 4 febbraio 1966 terminava, dopo più di quattrocento anni, una pratica vergognosa di controllo del pensiero e delle masse. Con la fine dell'Inquisizione romana, infatti, venne definitivamente abolito l'Indice dei libri proibiti, istituito nel 1558 in pieno clima controriformistico per imporre una stretta soffocante al libero pensiero e a presunti spunti di corruzione morale, a difesa della purezza e a garanzia della salvezza dell'uomo dopo la morte.

Non si trattò, nemmeno nel lontano XVI secolo, di un'operazione nuova, perché la distruzione di documenti ritenuti in contrasto con posizioni ideologiche dominanti, politiche o religiose che fossero, venivano distrutte e condannate già nell'antichità, ma il fenomeno crebbe nel corso del Medioevo, un po'perché il processo di copia dei testi era estremamente selettivo e vi era, prima dell'invenzione della stampa, la necessità di far economia di materiale scrittorio e tempi in favore dei testi moralmente più accettabili, un po'perché le minacce di eresia erano percepite come una presenza assillante e pronta a sovvertire dogmi e direttive comportamentali. Fu tuttavia in seguito allo scoppio dei movimenti riformistici protestanti, che ridussero drasticamente la reputazione e l'autorevolezza della Chiesa sia in campo dogmatico che dal punto di vista etico, che Roma intervenne in maniera pesante. Ancor prima della fine del Concilio di Trento (1545-1563) vennero imposti rigidi codici comportamentali e, attraverso l'Indice, venne condannata la lettura di grandissime quantità di testi che vennero bruciati in una grottesca ordalia culturale.
Nell'Index Librorum Prohibitorum vennero inseriti fin da subito il De Monarchia di Dante, Il Principe di Machiavelli, il Decameron di Boccaccio, ma esso crebbe a dismisura nei secoli successivi, inglobando opere di letterati (Erasmo, Bembo, Ariosto, Alfieri, Foscolo, Zola, Dumas padre e figlio, Sartre, Moravia), scienziati e matematici (Galileo, Cartesio), filosofi (Bruno, Pascal, Hobbes, Voltaire) e, addirittura, un papa, Enea Silvio Piccolomini. Si tratta, ovviamente, solo di una piccolissima parte degli autori coinvolti nel rastrellamento, che, in alcuni casi, si tradusse in una persecuzione vera e propria mentre erano in vita (si tengano presenti i casi di Galileo e Bruno, per citarne solo un paio).

La statua bronzea di Giordano Bruno in Campo de'Fiori a Roma,
realizzata da Ettore Ferrari nel 1889

Questa caccia alle idee ha frenato per secoli il libero pensiero, soffocato le arti, represso la scienza e ingabbiato l'umanità nei pregiudizi nelle tenebre dell'ignoranza. Al monitoraggio religioso si unirono, in un sedimentarsi di oscurantismo, le azioni di censura dei diversi regimi politici, che si tradussero anche in condanne fisiche ai danni dei nuovi oppositori.
Pensare che una simile situazione si sia mantenuta fino a cinquant'anni fa provoca la nausea. Ecco perché è fondamentale ricordare l'importanza della libera espressione (ovviamente nei limiti della legalità e del rispetto dei diritti umani) e della cultura. Ecco perché - e mi sembra quasi provvidenziale che la ricorrenza dell'abolizione dell'Indice cada proprio in questi giorni - va ricordato che bruciare un libro esponendo in maniera plateale un simile gesto come un'azione liberatoria o di giustizia popolare significa inneggiare ad una forma di violenza e resuscitare pratiche che, anche laddove non si voglia effettivamente riproporne la diffusione, testimoniano uno dei lati peggiori della cosiddetta civiltà.
Solo un paio di mesi fa veniva lanciata nel web l'iniziativa I libri non si bruciano. Si leggono. E oggi mi sento di ribadire l'importanza di condannare certi gesti non per prese di posizione politiche o in favore di questo o quel personaggio pubblico, né per stabilire in maniera perentoria che nessuno possa disfarsi di un libro sgradito (ciascuno, in fondo, fa quel che gli pare con i propri averi), ma per sottolineare che lo sbandierare certi gesti presentandoli come segni di liberazione o superiorità etica appare come un motteggio di un lato della storia di cui non dovremmo andare fieri.

C.M.

lunedì 3 febbraio 2014

La signora delle camelie (Dumas)

Come non amare i classici quando nel loro novero vi sono romanzi come La signora delle camelie? Il romanzo di Alexandre Dumas (figlio) ci trasporta nella Parigi ottocentesca, fra i salotti, le stanze e i teatri, ad inseguire con lo sguardo le avventure galanti di un giovane di buona famiglia con una bellissima cortigiana; non sentiamo né il peso della cornice storica né quello di un sistema etico soffocante quale si vedeva negli stessi anni nel romanzo italiano: il libro è un concentrato di passioni e di quadri narrativi condotti con maestria in una forma agile ed estremamente piacevole.

La struggente storia della bella e sfortunata Margherita Gautier scorre sotto ai nostri occhi rapida quanto la sua consunzione. Risulta, pertanto, estremamente funzionale la scelta di Dumas di condurre la narrazione in retrospettiva, partendo dal bando dell'asta che, dopo la morte della donna, fissa la vendita di tutti i beni accumulati nella sua breve esistenza da mantenuta. Nel corso di questo evento il narratore viene in possesso di una copia del romanzo Manon Lescaut dedicato a Margherita da un certo Armando Duval, che non tarda a presentarsi a casa del compratore per chiedere il prezioso volume.
Da questo incontro scaturisce il ricordo della tormentata relazione di Armando con Margherita, una storia fatta di passione, di trasporto, di lotta alle convenzioni sociali. Giunto troppo tardi per dare l'addio alla sua amante, da cui si era allontanato per espressa richiesta della donna (che, però, non aveva fornito il motivo della separazione), Armando offre al narratore la ricostruzione del suo amore per Margherita, dal corteggiamento apparentemente impossibile da soddisfare alla separazione e alle ripicche amorose di Armando, rifugiatosi fra le braccia della principale rivale di Margherita.
Nonostante lo scandalo suscitato dal romanzo alla sua pubblicazione (1848), esso dimostra di rientrare nei canoni etici della letteratura ottocentesca: ad una storia torbida e socialmente discutibile (ma tollerabile per l'uomo, che è tenuto ad avere, prima del matrimonio, relazioni superficiali con molte cortigiane) fa seguito uno sviluppo tragico a carico della donna, (sempre unico agente moralmente corrotto) che richiede una malattia mortale, la tubercolosi, male caratteristico delle fanciulle traviate.  Dumas, tuttavia, offre a Margherita l'occasione di elevarsi al di sopra di queste condanne, di superare in grandezza il suo amante di buona famiglia: i reali sentimenti e moventi di Margherita si esplicano nel finale, con le pagine del diario della donna, che offrono ad Armando le risposte che non aveva potuto (o voluto) avere mentre ella era in vita. La chiusa dell'opera lascia basiti, disorientati, rabbiosi, lacerati dalla consapevolezza che l'unico personaggio di grande cuore è rimasto, ancora una volta, sconfitto dai capricci dell'alta società.

C.M.

NOTE: Da La signora delle camelie Verdi ha tratto uno dei suoi melodrammi più celebri: La Traviata (1853).
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