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mercoledì 30 luglio 2014

Capricci etici: il valore dell'ispirazione romana

La foga collezionistica che assale gli intellettuali e i nobili europei nel Settecento si riflette nell'arte che fiorisce in questo secolo e nella diffusa febbre dell'accumulo: le raccolte private si arricchiscono di pezzi antichi o di copie di essi, esplode il mercato della scultura e della pittura che riproduce forme di sapore classico.

Giovanni Battista Piranesi, Veduta del Pantheon

Determinanti nella diffusione di questo gusto sono gli scavi di Pompei ed Ercolano, uniti alle teorie di Johann Joachim Winckelmann, strenuo sostenitore della superiorità dell'arte greca su quella romana, e Giovanni Battista Piranesi, che si dedica ad immortalare nelle sue incisioni le rovine romane sparse per l'Italia. Proprio la penisola diventa nel corso del Settecento meta dei viaggi dei giovani studenti europei, che inaugurano la fortunata moda del Grand Tour, tappe fondamentali del quale risultano, oltre alla Città eterna, proprio gli scavi recentemente portati alla luce.
L'Europa tutta è percorsa dal brivido di incontrare l'antico, nel pieno recupero dell'ideale fondante della classicità in cui si univano perfezione estetica e morale: nell'arte classica e nei luoghi che ne sono impregnati i futuri detentori delle sorti del vecchio continente trovano uno slancio etico, la possibilità di far rivivere i valori di uguaglianza, giustizia e compostezza che ai attribuivano, talvolta con esagerazioni idealizzanti, a Greci e Romani e che avevano reso grandi tali popoli.

Giovanni Paolo Pannini, Capriccio romano

Siamo in pieno Illuminismo, nel periodo di incubazione di quei sentimenti egalitari e di quel bisogno di una riscossa nazionale basata sull'unione di popolo che porteranno alla rivoluzione francese e ai successivi moti per l'indipendenza; se questi ultimi, concentrati nel XIX secolo, sono spesso ricondotti più alla temperie romantica, non è tuttavia da dimenticare la base etica comune alle due fasi rivoluzionarie, perché è vero che il principio di uguaglianza deriva da un'interpretazione eccessivamente bonaria della democrazia ateniese, tuttavia molti degli intenti e delle strategie emersi dalla rivoluzione francese fanno leva su alcune pratiche latine, come l'idea di un esercito composto da cittadini, di un espansionismo fondato su di esso, i mezzi della protesta con iniziative prese dai non aristocratici e l'auspicio in una gestione collettiva del potere (Cicerone parlava di concordia ordinum).
Questo spiega il fascino ulteriore che la classicità e Roma nella fattispecie assumono per gli intellettuali non solo italiani, ma anche francesi, tedeschi e inglesi. La ricerca delle forme classiche coincide con il tentativo di stabilire una sintonia etica e politica con ciò che esse rappresentano. Di qui il proliferare di sculture e opere pittoriche che richiamano l'antico; generalizzando, possiamo notare che, se la scultura trova i propri modelli soprattutto nell'Ellade (prendiamo a riferimento Canova), la pittura li ricerca invece di preferenza nel mondo latino (basti pensare al David del Giuramento degli Orazi).

Giovanni Paolo Pannini, Galleria con vedute di Roma antica

Il legame con la Città eterna porta ad un proliferare inarrestabile di vedute di Roma non sempre reali, ma riempite di statue, colonnati, piedistalli decorati e architetture varie, spesso secondo la tecnica del capriccio, che consiste nell'associare, in una stessa composizione, elementi tratti da luoghi e contesti diversi. Ecco, allora, che nelle vedute di Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) troviamo il Pantheon unito alla Colonna Traiana, Il Colosseo affiancato dalla Basilica di Massenzio ed effigi eroiche stipate in ogni dove. Ma gli esempi più particolari di questo gusto per le architetture romane e insieme della moda collezionistica si trovano nei dipinti dello stesso Pannini ambientati in enormi e ariose gallerie d'arte in cui signori ben vestiti ammirano, probabilmente fiduciosi in un acquisto, la gran mole di copie di sculture antiche e quadri raffiguranti i luoghi più famosi della città. Con un rapido sguardo alle due Gallerie con vedute di Roma antica si individuano senza dubbio riproduzioni del Galata morente, del Laocoonte vaticano e - cosa alquanto curiosa - del Mosé di Michelangelo. Il senso di pienezza di questi quadri traduce in maniera molto eloquente il gusto per l'accumulo di antichità e, forse, proprio con la presenza dell'opera rinascimentale, tradisce anche una certa sommarietà di competenze antiquarie da parte degli acquirenti d'arte.
Siamo di fronte al trionfo della mania di circondarsi di antico (o di tutto ciò che sembri tale), quasi come se il semplice contatto visivo con una forma, un particolare, una posa potesse istillare nell'osservatore quel senso di grandezza che in esse va cercando.

Giovanni Paolo Pannini, Galleria con vedute di Roma antica

C.M.

lunedì 28 luglio 2014

Il dottor Živago (Pasternàk)

Divorato in cinque giorni, Il dottor Živago è senza dubbio la migliore lettura degli ultimi mesi, un classico senza tempo e di ampio respiro, che porta in sé tutta la profondità della propria tradizione storica e letteraria.

Consacrato alla fama dall'eco della sua travagliata vicenda editoriale e dal monumentale film di David Lean con Omar Sharif e Julie Christie (1965), il romanzo ripercorre in modo ovviamente più dettagliato e ricco la storia di Jurij Živago, medico moscovita che cresce nelle agitazioni popolari che porteranno allo scoppio della Rivoluzione russa ed è uomo nel pieno della guerra civile e delle persecuzioni politiche sovietiche. La sua storia familiare e il suo vano idealismo si intrecciano con le esistenze di tanti personaggi, amici, disertori, partigiani, contadini, ma, soprattutto con quella di Larisa, la bella e forte Lara, iniziata alla durezza della vita dal potente avvocato Komarowskij e trasformata da studentessa in moglie, madre e amante devota.
Il dottor Živago si presenta come un classico fin dalle prime pagine.  Del grande romanzo ci sono le intense descrizioni, ricche di emozione, nelle quali l'autore dimostra di saper indagare tanto le pieghe del pensiero quanto i particolari di un ambiente naturale o di un paesaggio, come quello di Jurjatin, dove Lara vive con il marito Pavel Antipov:
L'approssimarsi dell'inverno, a Jurjatin, lo annunciavano le barche, quando le tiravano a riva per trasportarle su carri in città. Lì, le scaricavano nei cortili e le lasciavano all'aperto fino a primavera. Quelle barche capovolte, biancheggianti per terra in fondo ai cortili, avevano a Juriatin lo stesso significato che in altri paesi la migrazione autunnale delle gru o la prima neve. (p. 90)
O come quando la contemplazione della natura produce un'armonia col sentimento, tanto che alberi, luci e colori arrivano a disegnare nella mente di Živago il volto dell'amata:
Sin dall'infanzia Jurij Andrèevič amava i boschi al crepuscolo, quando filtra la luce del tramonto. Era come se sentisse passare attraverso di sé quelle lame di luce; come se il dono di uno spirito vitale gli entrasse a torrenti nel petto, attraversasse tutto il suo corpo e ne uscisse sotto forma di un paio d'ali sulle spalle. Quel prototipo giovanile che si forma in ciascuno per tutta la vita e poi per sempre assume i lineamenti del proprio volto interiore, della propria personalità, si risvegliava in lui con tutta la sua forza iniziale, e costringeva la natura, il bosco, il crepuscolo e ogni cosa visibile a rivestirsi con le sembianze altrettanto primordiali e universali di una fanciulla. "Lara!" mormorava, chiudendo gli occhi e rivolgendosi mentalmente alla propria vita, a tutta la terra di Dio, allo spazio illuminato dal sole che gli si apriva alla vista. (p. 279)
Perfetta è la definizione che dà Italo Calvino di questa tendenza, onnipresente nella narrazione, a confondere natura ed essere umano, in una maniera quasi impressionistica che vuole portare alla luce la vita: egli parla di un «nucleo mitico fondamentale» di uno «slancio epico» che mette in luce «il muoversi della natura che contiene e informa di sè ogni altro avvenimento, atto o sentimento umano» (in Perché leggere i classici? - Pasternak e la rivoluzione). In conseguenza di questa visione fortemente filosofica, che - sempre citando Calvino - «entra a rampollare per tutto il libro», oggetto di analisi privilegiata diventa la Storia, un campo in cui l'uomo non ha potere e che si muove secondo proprie leggi naturali senza che sia possibile penetrarne il mistero, perché «nessuno fa la storia, la storia non si vede, come non si vede crescere l'erba» (p. 366). Eppure la Storia, cui talvolta è dedicato solo qualche cenno di sfondo (il nome di Lenin è evocato una sola volta nel capitolo Conclusione) e che talaltra diventa protagonista indiscussa (così i Gulag nell'epilogo), è la forza che irrompe con violenza nelle vite di Živago e Lara, sovvertendo ogni legge morale:
«Una metà di tutto questo l'ha fatto la guerra, il resto la rivoluzione. La guerra è stata un'interruzione artificiale della vita, come se l'esistenza si potesse momentaneamente rimandare (che assurdità!). La rivoluzione è scoppiata quasi suo malgrado, come un sospiro troppo a lungo trattenuto. Ognuno si è rianimato, è rinato; dappertutto trasformazioni, rivolgimenti. Si potrebbe dire che in ciascuno sono avvenute due rivoluzioni: una propria, individuale, e l'altra generale.» (p. 120)
Borìs Pasternàk

Pasternàk guarda alla storia inizialmente con speranza: i moti del 1905 concretizzano l'auspicio ad un rivolgimento dettato dalla ragione e dalla consapevolezza di un popolo. Ma, con l'irrompere della guerra, del conflitto civile, delle persecuzioni e delle rappresaglie, l'autore prende le distanze da quella che è solo barbarie, da una rivoluzione del popolo che ha sacrificato gli onesti e non ha estirpato i potenti corrotti rappresentati da Komarowskij; per Calvino il senso della visione di Pasternak sta nel registrare che «la storia non è ancora abbastanza storia, non è ancora costruzione cosciente della ragione umana, è ancora troppo uno svolgersi di fenomeni biologici, stato di natura bruta, non regno delle libertà». Di conseguenza anche Živago ricerca una forma di estraneità con il suo ripiegamento intellettualistico, il suo tentativo di restare fuori dalla politica che, però, gli attira l'ostilità del regime, il suo bisogno di rimanere puro, non intaccato da dalla violenza e da chi la rappresenta, arrivando a compiere scelte che il lettore non riesce a condividere, prima fra tutte quella di separarsi dal suo angelo, Lara.
Non sbaglia Calvino a definire proprio Larisa la vera protagonista del romanzo: ella è descritta quasi soltanto attraverso lo sguardo di Jurij, che si sofferma sui suoi gesti, sulla sua bellezza, ma non ne conosciamo il pensiero, se non per qualche dialogo con l'amante. Lara è spontanea, vera e bella perché imperfetta, perché divenuta consapevole di sé attraverso una storia difficile e turbolenta e coltivando il distacco dal mondo. Per questo Živago l'ammira:
Anche più dell'affinità delle loro anime, li univa l'abisso che li divideva dal resto del mondo. Tutti e due provavano la stessa avversione per quanto è fatalmente tipico dell'uomo d'oggi, per la sua artificiosa esaltazione, per la sua enfasi chiassosa, per quella mortificante inerzia della fantasia che innumerevoli lavoratori dell'arte e della scienza si preoccupano di alimentare, perché la genialità resti un'eccezione.
Il loro era un grande amore. Ma tutti amano senza accorgersi della straordinarietà del loro sentimento. Per loro invece, e in questo erano una rarità, gli istanti in cui, come un alito d'eternità, nella loro condannata esistenza umana sopravveniva il fremito della passione, costituivano momenti di rivelazione e di un nuovo approfondimento di se stessi e della vita. (p. 321)
Lara ha sofferto e sbagliato, ma in lei si concentra il realismo più che in ogni alto personaggio, perché Lara è autentica, porta la crudezza della verità, non si abbandona all'idealismo che paralizza Živago e allontana Pavel dalla famiglia; è lei il personaggio che meglio rappresenta ciò che Pasternàk vuole offrire al lettore: l'essenza della vita.
«Credo che non ti amerei tanto se in te non ci fosse nulla da lamentare, nulla da rimpiangere. Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.» (p. 324)
C.M.

mercoledì 23 luglio 2014

Urbino, Nebraska (Torino)

Quattro storie in cui si mescolano esperienze, ricordi, speranze, delusioni e angosce accomunate da un legame latente con un episodio accaduto tanti anni prima: questo è Urbino, Nebraska di Alessio Torino, edito da Miminum Fax e ufficialmente il libro di più nuova uscita (2013) che abbia letto quest'anno e da un bel po'di tempo (sto tenendo fede al mio proposito di svecchiare gli scaffali).

Sul fondo delle esistenze della studentessa in crisi Zena Mancini, dell'aspirante frate Nicola Chimenti, di Mattia Volponi e del giovanissimo Federico aleggiano lo stupore e l'amarezza della prematura scomparsa di Bianca ed Ester, due sorelle stroncate da un'overdose e ritrovate su una panchina ad Urbino. E proprio sulla città marchigiana fanno perno le quattro storie, dove si intrecciano sentimenti e paure che, per quanto cerchino di distaccarsene, segnano l'eterno ritorno ad un luogo del cuore, alle radici della propria esistenza: così Zena è come catturata prima dalla cultura artistica che la spinge ad abbandonare gli studi di economia in favore dell'archeologia, poi quasi incatenata ad Urbino e strappata al suo desiderio di un viaggio berlinese alla scoperta dell'altare di Pergamo proprio dal bisogno di rendersi utile a Dorina, la madre delle due ragazze morte, standole vicina nella sua malattia; così è difficile il distacco di Nicola dalla famiglia, con le delusioni di chi gli è stato accanto un'intera vita; così è proprio esplorando il proprio bisogno di separazione da Urbino e dai vincoli imposti dal padre che Mattia arriva a scoprire la sua vera vocazione professionale e umana.
Nei racconti si bilanciano spinte centrifughe date dalla volontà di cambiamento dei protagonisti del libro e tendenze centripete che li portano a rifugiarsi nel senso di affetto e nello stato di benessere dato dal trovarsi in una realtà conosciuta, protetta come la città dalle sue mura. Urbino chiude un mondo e tanti mondi in cui ogni strada, ogni angolo rappresentano un ricordo, un legame o una tradizione e la prosa scorrevole di Alessio Torino, cui posso solo obiettare un eccessivo ricorso a battute vuote sostituite da tre puntini di sospensione, ci fa immergere, pur senza facili lirismi, nelle vite di quattro sconosciuti accomunati da incontri incrociati, da nomi ricorrenti, da persone che hanno visto crescere e morire Ester e Bianca e da questa sorta di eterno ritorno che è a mio avviso riassunta dal breve e bellissimo racconto del piccolo Federico, che, alla morte del nonno, si impegna per portare avanti ciò che egli rappresentava ai suoi occhi.

Alessio Torino

La mia inspiegabile avversione al racconto ha avuto, con Urbino, Nebraska, un nuovo colpo di solvente, facendomi desiderare una maggiore confidenza con questo genere narrativo di cui ho scarsa esperienza, ma che riconosco essere il terreno su cui molti autori dispiegano le loro armi migliori. Nel libro di Torino, insomma, ho trovato anch'io una mia sfida, un obiettivo da raggiungere, un piccolo movente per dare una svolta al mio mondo di lettrice.

C.M.

lunedì 21 luglio 2014

La cena in bella mostra

Fra i soggetti ricorrenti nella pittura antica di cui Pompei ci offre sensazionali testimonianze, accanto al motivo naturale e alla riproduzione delle architetture, compare un tema altrettanto quotidiano, quello dell'alimentazione. Come per tanti generi pittorici, dalla ritrattistica al paesaggio, anche la natura morta, particolarmente in voga dal Cinquecento, trova i suoi illustri antecedenti nel mondo classico.


Esiste una ragione ben precisa alla base del successo della rappresentazione del cibo, ed è da ricercare nella tipologia stessa degli edifici all'interno dei quali essa era praticata: sappiamo che Pompei, come molte città del sud popolate fin dall'età greca o da tempi ancor più remoti, era una città florida e piena di cittadini benestanti o ricchissimi e basta uno sguardo al banchetto petroniano in casa di Trimalchione per renderci conto di cosa significasse, per gli antichi, esibire quanto destinato al nutrimento, ed esibirlo in gran quantità.

L'abbondanza di cibo era in passato (e fino a non troppo tempo fa) un vero e proprio segno distintivo dello status sociale, un po'come oggi risultano essere gli ultimi modelli di apparecchi tecnologici o le automobili di lusso; allora come ora, oltre a godere della funzione e dei vantaggi offerti dai beni, l'esibizione aveva un suo peso, serviva quasi da biglietto da visita. I padroni delle domus di Pompei ed Ercolano - ma dobbiamo supporre che questa considerazione valesse per i loro contemporanei di tutta la penisola - avevano quindi piacere a dipingere sulle pareti ciò che entro quelle stesse mura gli ospiti potevano trovare in gran quantità. Addirittura, si rappresentavano gli avanzi dei pasti, secondo una tipologia musiva destinata alle pavimentazioni nota come asàrotos oikos (pavimento non spazzato), proprio per rimarcare la ricchezza e l'abbondanza.

I capitoli 28-78 del Satyricon, romanzo d'età neroniana tramandato sotto il nome di Petronio, sono interamente dedicati al ricevimento organizzato dal ricco liberto Trimalchione, che, pur di ostentare la sua opulenza, invita anche i tre protagonisti della vicenda, casualmente conosciuti alle terme. Egli vive in una graeca urbs del sud Italia non ben identificata, ma i particolari pittorici e musivi descritti dal narratore, Encolpio, ci prospettano uno scenario molto simile a quello delle città sepolte dall'eruzione vesuviana del 79 d.C. Fra un pettegolezzo e l'altro, sotto gli occhi dei tre, che a stento trovano qualche soldo per vivere alla giornata, sfilano vassoi esibiti come opere d'arte, con mille orpelli e persino presentazioni spettacolari. Ecco l'antipasto (cap. 31):
Su un grande vassoio era sistemato un asinello di bronzo corinzio che portava una bisaccia a due tasche, delle quali una conteneva olive chiare, l'altra scure. L'asinello era coperto, ai lati, da due piatti sui cui orli erano incisi il nome di Trimalchione e la caratura dell'argento. Delle piccole impalcature, poi, saldate al piano del vassoio, sostenevano dei ghiri tinteggiati con miele e aspersi da polveri di papavero. Non mancavano anche delle salsicce che friggevano sopra una griglia d'argento e sotto la griglia prugne siriane con chicchi di melograno.

L'attenzione alle forme, alla lavorazione, ai materiali degli oggetti e all'iscrizione con il valore dell'argento e il nome del suo proprietario indicano chiaramente l'intenzione di legare indissolubilmente ciò che i convintati gusteranno con lo sguardo e con la bocca nel corso di tutta la serata. Poco dopo (capp. 35-36) viene esibito un enorme vassoio con la rappresentazione dei segni zodiacali, in corrispondenza di ciascuno dei quali, per associazione, è posta una pietanza diversa (il manzo sul Toro, due piatti in equilibrio l'uno con una focaccia dolce l'altro contenente una focaccia salata per la Bilancia, due triglie sui Pesci e così via) e alcuni valletti entrano a passo di danza per scoperchiare un piatto di carne su cui una lepre è presentata con delle ali di pollo attaccate in modo da sembrare un Pegaso; il tutto è circondato da statuette di Marsia sorreggenti otri da cui colano salse pepate. La portata principale, però, è introdotta con forte teatralità, nel tentativo di riprodurre una vera scena di caccia, al cap. 40:
Arrivarono dei servi a distendere sui letti delle coperte, sulle quali erano dipinte delle reti e del cacciatori appostati con gli spiedi, nonché l'attrezzatura venatoria al completo. [...] Fuori dalla stanza del triclinio si sollevò un grande baccano ed ecco che una muta di cani della Laconia comincia a correre da una parte all'altra, ivi compresa la tavola. A questi tiene dietro un vassoio, sul quale era sistemato un cinghiale di grandi dimensioni, e per giunta fornito di pileo, dalle cui zanne pendevano due panierini, fatti di foglie di palma intrecciate, ripieni l'uno di datteri freschi, l'altro di datteri secchi. Intorno al cinghiale, poi, dei lattonzoli fatti di pasta biscottata, dando l'impressione di stare attaccati alle mammelle, indicavano che il cinghiale era femmina. E questi ultimi, peraltro, furono utilizzati come doni da portare a casa, A tagliare il cinghiale si presentò [...] un gigante barbuto [...]: impugnato un pugnale da caccia, inferse un colpo violento ad un fianco del cinghiale, dalla cui ferita uscì in volo uno stormo di tordi. Stavano lì pronti gli uccellatori con le panie e in un attimo catturarono gli uccellini svolazzanti intorno alla stanza.

Questi sono solo alcuni degli esempi delle scenografiche portate di Trimalchione, della cui ricchezza e originalità non si smette mai di parlare né in sua presenza né in sua assenza. Il desiderio di far colpo non è evidente solo nel suo prodigarsi ad illustrare il significato delle portate (alle quali aggiunge delle grottesche tirate pseudo-filosofiche), ma anche da quel riferimento ai panetti a forma di porcellini da portare a casa: tradizionalmente la cultura antica di derivazione greco-romana prevedeva che gli ospiti fossero accolti con xenìa e congedati con apophorèta, cioè doni di accoglienza e doni di ricordo (sorta di souvenir del tempo).

Le pietanze citate da Petronio, inoltre, coincidono con quelle che si mangiavano in quegli stesi anni a Pompei, poiché le fonti storiche ci dicono che, oltre a svariate tipologie di pane, nella città campana erano molto amati i frutti provenienti dalle province (pesche, datteri, prugne) e che il miele era un graditissimo accompagnamento per diverse portate. Non stupisce, quindi, ritrovare sulle pareti delle case, specialmente nei triclini destinati ai banchetti, la raffigurazione di quegli stessi cibi: l'ospite veniva confortato immediatamente dalla promessa di pietanze raffinate e prelibate fin dal suo ingresso della sala e poteva pregustare, come in una elegante carta menù, ciò che il suo anfitrione gli avrebbe imbandito per cena.

C.M.

sabato 19 luglio 2014

I classici in estate e il piacere di guadagnarsi la lettura

L'estate è la stagione della lettura senza confini, il periodo dell'anno che tutti i lettori affetti da carenza di tempo per gli amati libri attendono con trepidazione. Pensando alle pagine che mi hanno tenuto compagnia in tante estati e ai nuovi acquisti della mia libreria, mi rendo conto che proprio in questi mesi caldi si sono sempre concentrati i miei incontri con i grandi classici della letteratura: Guerra e Pace (che poi, per forza di cose, si è protratta anche oltre l'equinozio d'autunno), La fiera delle vanità, Le confessioni d'un Italiano, Il fu Mattia Pascal, Papà Goriot sono alcuni fra i titoli cui ho dedicato le estati passate, ma anche quest'anno i classici si sono presentati in massa nei mesi centrali dell'anno, cosicché ho in coda di lettura Il dottor Zivago, I misteri di Parigi, Ragione e sentimento e Delitto e Castigo o, ancora, L'isola di Arturo e L'amore ai tempi del colera.

Leggere d'estate mi ha sempre portato suggestioni particolari, forse perché quella delle vacanze è una lettura più quieta e spensierata, che non si interrompe bruscamente per il sopraggiungere di un impegno o di una botta inarrestabile di stanchezza che costringe a spegnere l'abat-jour. Ricordo i libri letti sotto l'ombrellone e i torridi pomeriggi in cui ho divorato le pagine in camera.

Associo i classici all'estate perché si tratta spesso di letture ponderose e ricche di particolari, con capitoli troppo lunghi per essere compressi fra gli impegni che rampollano gli uni sugli altri durante il resto dell'anno ma adatti alle lunghe ore di libertà, magari in giardino o in spiaggia. I classici, certo, non sono i tipici libri da portare sotto l'ombrellone, quelli, semmai, sono i best seller di ultima uscita, eppure in questo sono decisamente controcorrente: l'estate, per me, è la stagione dei grandi classici e, anche se sto tenendo fede al mio proposito di ammodernare gli scaffali con pubblicazioni più recenti (Urbino, Nebraska, per esempio, o Miele), l'istinto mi porta a perseverare in questa sorta di tradizione. Mi piace anche l'idea di starmene in panciolle con un volumone fra le mani, sfogliando le pagine con l'impazienza di veder assottigliarsi quelle di destra e la consapevolezza che, quando sarò giunta alla fine, proverò una nostalga infinita dei grandi personaggi della letteratura che ha fatto la storia.

Quest'anno sto riscoprendo la soddisfazione della lettura, il piacere di trovare del tempo solo per questa attività, e il merito è della ripresa di ritmi normali di impegno e lavoro: l'anno scorso ho letto molto poco rispetto alla media su cui mi attestavo fin da quando avevo dieci-dodici anni, non riuscivo a farmi prendere dall'entusiasmo per alcun libro, anche se la narrazione non di rado mi appagava moltissimo; la scorsa estate, d'altronde, non è stata molto diversa dai mesi che l'hanno preceduta, dato che avevo terminato gli studi da dieci mesi ed ero rimasta quasi sempre vacante di impegni, fatta eccezione che il periodo di un breve corso post lauream. Mancare di impegni, scadenze e, quindi, di veri e propri spazi dedicati per scelta al tempo libero aveva smorzato la gioia stessa di dedicarmi alla lettura, perché non c'era stato un vero e proprio momento in cui avevo staccato ed esclamato «Libri, ora a me!». Quello che intendo dire è che in estate ho sempre assaporato maggiormente i libri perché sapevo apprezzare l'eccezionalità di potermi dedicare pienamente a questa grande passione, mettendo da parte lo studio e non poter fare la scelta di rompere con i ritmi quotidiani ha fortemente penalizzato la mia capacità di godermi le letture estive.
Ogni lettore vorrebbe poter disporre sempre di tempo infinito per leggere e cercare nuovi libri, e questo vale anche per me, ma doversi sudare lo spazio per dedicarsi alle proprie passioni è, a mio avviso, un modo per garantirsi la possibilità di apprezzarne pienamente il godimento. Dopo un anno di studio e lavoro, avere finalmente le giornate libere mi fa amare ancor di più la lettura e mi fa trepidare nell'attesa di iniziare il prossimo libro, di esplorare il prossimo classico d'estate. Prossima fermata, Il dottor Zivago e le nevi della Russia, decisamente fuori stagione.
E voi, cosa mi raccontate della vostra estate librosa?


«Tutti sappiamo che probabilmente le circostanze in cui si legge 
sono importanti quanto il libro stesso»
Nick Hornby

C.M.

giovedì 17 luglio 2014

Attimi di piacere catastematico

Dopo giorni di tensione e sacrificio, arriva il momento in cui il traguardo cui puntavano si raggiunge e si supera, il giro di boa, il momento in cui finalmente quell'agitazione e quella fatica cessano. Allora subentra il senso di rilassamento più piacevole di tutti, come il piacere del corpo che si abbandona al sonno dopo una lunga giornata. Può non accadere nulla di speciale, il tempo successivo a quello del turbamento può trascorrere nella più totale medietas, eppure quanta gioia e quale rasserenamento proviamo!
 
Questa comunissima sensazione ha ricevuto una teorizzazione filosofica da Epicuro, che parla di piacere catastematico, una gioia statica, data non dal godimento di particolari beni o emozioni, ma dall'assenza di qualsiasi inquietudine, passione o agitazione; il concetto, comunemente noto come atarassia, indica proprio la capacità di essere felici e sereni senza particolari motivi, semplicemente assaporando la sensazione di non provare affanno e di accontentarsi di ciò che si possiede senza voler ricercare fuori da noi stessi la fonte del piacere.
La rielaborazione poetica del pensiero epicureo è affidata al poema didascalico De rerum natura di Lucrezio (I sec. a.C.), che, in apertura al secondo libro, contiene una lode di questo stato di piacere, dove si contrappongono il comportamento di coloro che inseguono gli onori, le ricchezze e piaceri effimeri e quello dei saggi che accettano pacatamente di non essere preda di quegli stessi desideri e rimangono arroccati nei templa serena che, permettendo loro di dirigere lo sguardo agli uomini afflitti dall'insoddisfazione perpetua, dal dolore o dall'agitazione, li fanno sentire ancor più felici della loro condizione (Lucrezio, II, 16-33):
[...] E come non vedere
che la natura null'altro ci chiede con grida imperiose,
se non che il corpo sia esente dal dolore, e nell'anima goda
d'un senso gioioso, sgombra d'affanni e di timori?
Dunque al nostro corpo necessitano
ben poche cose che possano lenire il dolore
e in tal modo offrano anche molti soavi piaceri;
talvolta è più gradevole - la stessa natura non soffre
se all'interno dei palazzi non vi sono auree statue
di giovani che reggono con le destre fiaccole accese,
per fornire in tal modo luce ai notturni banchetti,
e se l'edificio non brilla d'argento e non risplende d'oro,
né le cetre fanno echeggiare i dorati riquadri dei soffitti -
quando tuttavia fra amici adagiati su molle erba,
lungo il corso d'un ruscello sotto i rami d'un alto albero
con modesti agi ristorano gradevolmente le membra,
soprattutto se il tempo sorride e la stagione dell'anno
cosparge le verdeggianti erbe di fiori.
Lo stesso concetto è alla base del pensiero di Giacomo Leopardi, che manifesta molti punti di contatto con il materialismo epicureo e con le pagine di Lucrezio. Celeberrimo è il verso che riassume la nozione di atarassia, tratto da La quiete dopo la tempesta: «Piacer figlio d'affanno», al v. 32, concentra il senso complessivo dell'idillio, che fa leva proprio sulla condizione dell'uomo eternamente tormentato che può godere dell'unica gioia data dall'«uscir di pena» (v. 45), perché, per il poeta recanatese, la gioia è vana e «frutto del passato timore» (vv. 33-34), il dolore nasce naturalmente e, se dalla sua cessazione deriva un qualche piacere, esso «è gran guadagno» (vv. 48-50), tutto ciò che la Natura ha concesso al genere umano.

C.M.

domenica 13 luglio 2014

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (Gadda)

A mio parere, il pasticciaccio è il romanzo stesso. Lo so, non si inizia una recensione in questo modo, si dovrebbe andar per gradi, presentare il testo, accennare quantomeno alla trama... ma la lettura mi ha talmente indispettita da rendermi impossibile un intervento pacato e oggettivo. Ero consapevole delle particolarità del libro di Carlo Emilio Gadda e proprio per questo l'ho scelto, eppure non credevo che avrebbero pesato così tanto sul mio ritmo di lettura, sul gradimento e sul giudizio complessivo.

Pubblicato nel 1957 ma ambientato nella capitale trent'anni più indietro, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana si configura come un giallo apparentemente semplice nelle sue prime fasi, ma via via sempre più complicato, come una matassa inestricabile. Vittime del crimine sono due signore della Roma bene, precisamente di una palazzina sita in via Merulana, la veneta signora Menegazzi e la signora Balducci, che il commissario Ingravallo, incaricato delle indagini, ammira per la sua tenerezza, bontà ed eleganza. Ai danni delle due malcapitate si consumano un furto e un omicidio e, come insegna anche la cronaca recente, a complicare e contaminare il reale andamento delle vicende, arrivano subito a raffica le testimonianze di tutti gli abitanti della palazzina e del quartiere che credono di aver visto, sentito, riconosciuto.
Fin qui tutto normale e, per quanto resa ostica dal pluristilismo estremo dell'autore, la narrazione mi ha sufficientemente coinvolta. Ma da circa la metà del romanzo si perdono i legami di causa-effetto e le relazioni fra i personaggi, non si capiscono i ragionamenti del commissario Ingravallo e dei suoi collaboratori, gli interrogatori appaiono lunghi e inconcludenti e, d'improvviso, il condominio merulano viene abbandonato per spostare l'azione lungo i quartieri sordidi in cui fioriscono bordelli clandestini e attività di ricettazione.
Non è un mistero che il disegno narrativo di Gadda, l'accumulo di particolari e la sovrapposizione di prospettive (al punto che solo convenzionalmente Ingravallo è il personaggio principale) rispondono alla lettura che egli dà della realtà, considerata luogo dell'inconsistenza, della difficoltà, dell'impossibilità di capirsi e di dare un'interpretazione univoca dei fatti. Allo stesso modo, si comprende la scelta del realismo linguistico che porta il lettore a confrontarsi con pagine e pagine filate di dialoghi o pensieri in romanesco, ma il registro popolare è mescolato a momenti così aulici e da invenzioni di parole pompose che si è più presi a cercare di interpretare i significanti che a cogliere i significati, sicché, dopo mezz'ora di scervellamento, non si capisce il senso di ciò che si è letto.
Carlo Emilio Gadda (1893-1973)
Perché questa verve polemica? Forse incide la pressione dei vicini esami (si sa, a volte i libri capitano in momenti sbagliati), ma non ho ricordi di aver chiuso un libro rammaricandomi di averlo comprato preferendolo ad altri e chiedendomi cosa mai ci abbia visto la critica per considerarla opera degna dei manuali scolastici. La lettura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana non mi ha lasciato nulla di ciò che ricerco in un libro, né un argomento su cui riflettere né il semplice piacere della narrazione. Mi è sembrato un romanzo fine a se stesso, fatto per imbrigliare il lettore in inutili giri di parole senza portarlo da nessuna parte.
Ecco, probabilmente Gadda e i suoi estimatori avranno l'espressione della foto, ma non ci posso far nulla, non riesco a parlar bene di un testo solo perché fa parte degli annali della storia letteraria. Sit venia verbo.

C.M.

giovedì 3 luglio 2014

Intelligenze artificiali

Si dice spesso che gli antichi hanno precorso, nelle loro riflessioni, le maggiori conquiste del pensiero occidentale e che molti temi trattati nelle opere greche e latine risultano molto attuali, al punto che, talvolta, bisogna intervenire per evitare letture anacronistiche del mito. L'Odissea è a ragione ritenuta uno dei pilastri della letteratura fantastica, ma è forse meno nota la presenza di pagine di fantascienza fra i papiri e i codici salvati dal corso rovinoso della storia. Un tema tutt'altro che isolato è quello dell'intelligenza artificiale, dell'automa, dell'oggetto che si muove nonostante sia inanimato.

Una statua vivificata è protagonista del mito di Pigmalione, innamorato di una statua d'avorio raffigurante Afrodite al punto tale da porla nel letto accanto a sé e da essere determinato a sposarla; la dea, commossa dalla devozione di Pigmalione, infonde alla statua la vita, che darà all'uomo addirittura un figlio, Pafo. Se si dà credito alla versione secondo cui Pigmalione stesso avrebbe realizzato l'effige, parrebbe quasi la realizzazione del sogno di Michelangelo di veder parlare il suo Mosé, culminato nel famoso sfogo «Perché non parli?».

Non d'avorio ma ugualmente di materia inanimata è il gigante di bronzo Talos che, secondo la narrazione argonautica, protegge l'isola di Creta, impedendo alle navi di avvicinarsi e che viene sconfitto dalla magia di Medea: ultimo discendente di una stirpe di uomini di bronzo ormai estinta, egli è così descritto (Ap. Rh. IV, 1638-1644):
Ma Talos, l'uomo di bronzo, scagliando pietre
da una solida roccia, impedì di gettare a terra
le gomene, quando furono giunti al porto di Ditteo.
Era questi il solo rimasto dei semidei
della razza di bronzo, ch'era nata dai frassini,
e Zeus l'aveva dato ad Europa come guardiano dell'isola,
che percorreva tre volte con i piedi di bronzo.
Di bronzo infrangibile erano tutto il suo corpo
e le membra, ma sulla caviglia, al di sotto del tendine,
aveva una vena di sangue, e la copriva
una sottile membrana che era per lui vita e morte.
Senza vita ma molto accattivante per i convitati è la larva argentea che Trimalcione, il ricco liberto che ospita al suo banchetto i protagonisti del Satyricon di Petronio, fa portare a tavola per stupire i presenti e per trarne lo spunto di una riflessione sulla nullità dell'uomo (Petr. Sat. 34,8):
Mentre dunque noi eravamo intenti a bere [...] un servo portò uno scheletrino d'argento con un automatismo tale che le articolazioni e la colonna vertebrale, snodate, potevano flettersi in ogni senso. Dopo averlo gettato sul tavolo una volta e un'altra, i legamenti snodati fecero assumere allo scheletro alcune posizioni.
Ma non stupisce che gli esempi più stupefacenti e pienamente riconducibili all'automa siano contenuti nei poemi omerici. Nel canto XVIII dell'Iliade, il celebre passo della fabbricazione della armi di Achille, è ambientato in buona parte nell'officina di Efesto, dove viene forgiato il sontuoso scudo che lo proteggerà nel duello contro Ettore. Il dio riceve la visita di Teti, che lo trova intento a fabbricare dei tripodi dotati di ruote che li portino attraverso le case degli dèi (vv. 572-577):
E lo trovò sudante, che girava tra i mantici,
indaffarato; venti tripodi in una volta faceva,
da collocare intorno alle pareti della sala ben costruita;
ruote d'oro poneva sotto ciascun piedistallo,
perché da soli entrassero nell'assemblea divina,
poi tornassero a casa, meraviglia a vedersi.
Poco più avanti si scopre che i mantici di cui si serve Efesto sono in grado di funzionare da soli (vv. 468-473):
La lasciò, così detto, e tornò verso i mantici:
al fuoco li rivoltò, li invitò a lavorare:
e i mantici, tutti e venti, soffiarono sulle fornaci,
mandando fuori soffi gagliardi e variati
a volte buoni a servirlo con fretta, a volte il contrario,
come Efesto voleva e procedeva il lavoro.
Ma è ai vv. 417-421 che troviamo testimonianza di veri e propri antenati dei robot: Efesto effettua i suoi spostamenti nell'officina con l'ausilio di portantine molto originali, costituite da fanciulle di metallo che si muovono ai suoi ordini:
Due ancelle si affaticavano a sostenere il signore,
auree, simili a fanciulle vive;
avevano mente nel petto e avevano voce
e forza, sapevano l'opere per dono dei numi immortali.
E infine arriviamo alle navi pensanti dei Feaci, capaci di individuare da sole la rotta, che lo stesso Alcinoo offre all'eroe per accompagnarlo a casa, descrivendone il funzionamento (Odissea VIII, vv. 555-563):
Dimmi la terra e la gente e la tua città,
perché le navi dirigendosi là col pensiero ti portino.
Infatti i Feaci non hanno piloti,
le navi non hanno i timoni che hanno le altre,
ma sanno da sole i pensieri e la mente degli uomini,
le città e i grassi campi di tutti conoscono,
e traversano celeri l'abisso del mare
avvolte nella foschia e in una nube; esse non temono
mai di soffrire alcun danno o d'andare in rovina.
Di fronte a simili passi - e non abbiamo idea di quanto abbiamo perso nei secoli - abbiamo la dimostrazione che la letteratura antica ancora una volta ci sorprende, ci fa sognare, abbatte barriere e ci ricorda che il pensiero umano non può fare a meno della fiamma guizzante della fantasia.


C.M.

NOTE:
L'articolo si basa sui testi citati e sul compendio mitologico di Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia.

martedì 1 luglio 2014

Muse in stile Liberty

Ai periodi di più intensa industrializzazione e modernizzazione si è sempre accompagnato il bisogno di rifugiarsi nella natura e nelle costruzioni fantasiose: è accaduto durante l'Ottocento con il rifiuto delle città affollate e fumose e l'apertura a paesaggi incontaminati e di nuovo all'inizio del Novecento. In questo secondo caso, in forme molto diverse e pienamente armonizzate con le esigenze della nuova società di massa.

Alfons Mucha, Le arti - Musica e Pittura

L'Art Nouveau, Stile Liberty o Floreale o Jugendstil è stato, infatti, un movimento artistico che ha posto al centro il bisogno di recuperare una raffinatezza espressiva che la società industriale, con la sua serialità, aveva finito per soffocare. La sua larghissima diffusione, di cui sono sintomo anche le numerose definizioni del fenomeno, si deve però al fatto che esso non ha respinto le innovazioni tecniche e i linguaggi contemporanei in un atteggiamento di orgogliosa rivendicazione di purezza, ma, al contrario, li ha fatte propri, incontrando proprio i bisogni della società industrializzata. Lo ha fatto nel modo più genuino possibile, con una scelta che dovrebbe farci riflettere ancora oggi: puntando sulla qualità e l'eleganza

Alfons Mucha, Le arti - Danza e Poesia

Ecco, dunque, che vediamo i materiali tipici delle nuove produzioni adattati a prodotti esteticamente più curati, con un percorso tecnico che ha recuperato il messaggio delle Arts and Crafts e che ha dato una nuova direzione alle architetture di esterni e interni, rimarcando l'importanza del design: i prodotti Liberty si sono imposti nelle case, nell'oggettistica, nell'architettura e nell'urbanistica, conquistando tutti i campi in cui si è spinta l'innovazione negli ultimi decenni e portando una ventata di originalità e un estro espressivo da tempo mancanti.
Come molti movimenti artistici, anche il Liberty ha avuto le sue muse e le sue poetiche, magistralmente riassunte nell'opera di Alfons Mucha, artista ceco vissuto fra il 1860 e il 1936. Nella sua produzione troviamo infatti un concentrato delle forme care a pittori, scultori, designer e artigiani d'inizio XX secolo: l'amore per le linee essenziali e sinuose che si ampliano e ristringono rapidamente (il cosiddetto «tratto a colpo di frusta»), l'uso sfumato e tenue dei colori, l'abbondanza di elementi floreali, il recupero di figure che sembrano elaborazioni delle fanciulle preraffaellite, pallide, bionde ed esili eppure affascinanti. Queste donne hanno acconciature e vesti che rimandano al passato e che talvolta assumono pose tipiche della statuaria classica (come l'allegoria della danza, che ricorda le menadi in torsione), eppure sono modernissime e si adattano perfettamente all'uso pubblicitario: lo stesso Mucha realizza cartelloni di spettacoli teatrali e le sue figure compaiono sulle etichette di bevande, sui manifesti promozionali e sui libri, cosicché parlare di una fuga dalla modernità è del tutto improprio: semmai potremmo definirla una «fuga con la modernità».

Alfons Mucha, Pietre preziose - Rubino, Ametista, Smeraldo, Topazio

Particolarmente affascinanti sono le serie di figure allegoriche, sempre raggruppate in quartetto, fra cui spiccano i cicli dedicati alle arti, alle stagioni, ai momenti della giornata e alle pietre preziose. In ognuna di esse i soggetti sono ripresi in pose sensuali ma per nulla volgari grazie all'astrazione realizzata attraverso il tratto pulito e la colorazione delicata, con soluzioni eteree che ricordano il disegno terso dell'arte Edo, cui i modernisti guardavano con grande ammirazione. Le immagini sono quasi sempre inquadrate in cornici essenziali e colorate che sembrano quasi necessarie a contenere le esplosioni di fiori e panneggi e, al contempo, suggeriscono la magia dei tarocchi e dei significati nascosti negli sfondi.

Alfons Mucha, Mattina, Pomeriggio, Sera, Notte

Osservando le opere di Mucha, di cui queste serie sono solo una piccolissima parte, sembra di essere in bilico fra la modernità e il passato, fra un linguaggio fatto per l'uomo del Novecento, una freschezza che stimola l'occhio dell'osservatore degli anni Duemila e un fascino che riporta alle radici stesse delle arti, ai panneggi delle dee e delle muse.

Alfons Mucha, Le stagioni

C.M.
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