Condividi i contenuti di Athenae Noctua

martedì 30 settembre 2014

Odore di chiuso (Malvaldi)

Maratona malvaldiana? No, è che si sono sommate varie coincidenze - il buono sconto Mondadori con la ricarica, la presenza sullo scaffale della libreria di tutti, ma proprio tutti i titoli dell'autore e l'incontro con Malvaldi stesso a Verona nell'ambito della manifestazione Tocatì. E così la lettura dei suoi libri ha avuto la precedenza sugli altri: in previsione dell'incontro veronese, non potevo che prepararmi almeno iniziando la saga del BarLume (con La briscola in cinque) e subito dopo sono stata calamitata da questo Odore di chiuso.

Ad impedirmi di evitare l'acquisto è stata l'ambientazione: la vicenda si svolge alla fine XIX secolo nella tenuta toscana di Roccapendente, i cui abitanti, visibilmente scontenti dalla perdita degli antichi privilegi seguita all'Unità, si trovano a fare i conti con ospiti senza un goccio di sangue blu (uno è il celebre Pellegrino Artusi, l'autore di La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene), con lo sfacelo economico e morale e, naturalmente, con un delitto. Le battute di caccia del barone Romualdo, le avventure di bordello di Lapo, le divagazioni poetiche di Gaddo (i suoi figli) e le sedute di zitellaggine delle vecchie zie, così come le quotidiane attività della casa sono improvvisamente turbate dalla morte del maggiordomo Teodoro, avvelenato nella sua stanza da un calice di vino che si sospetta destinato al padrone di casa. Pellegrino Artusi, con le sue conoscenze chimiche in materia di alimenti e non meno con la sua passione per i romanzetti gialli (come li definisce Gaddo, che riconosce come degno scrittore solo il vate Carducci suo compaesano, che, però, gli riserverà una sorpresa decisamente poco elegante), ma anche con una buona dosa di pubbliche relazioni con la giovane Cecilia, risulta determinante nel suggerire al delegato Artistico, responsabile delle indagini, il movente e la soluzione del delitto.
La narrazione è condotta con la consueta verve dell'autore, ma in uno scenario decisamente più tradizionale per il genere giallo: una dimora in cui albergano segreti e in cui chiunque è sospettabile in quanto divide con la vittima uno spazio chiuso. L'originale variatio sta nella sostituzione della tipica figura dell'assassino con quella dell'assassinato: il maggiordomo stavolta è immune da ogni accusa. Il romanzo, di conseguenza, diventa un'agile corsa alla ricerca di dettagli e indizi in cui la perizia del Malvaldi chimico si intreccia con l'arte culinaria, la tecnica narrativa con bocconi di cultura e curiosità sparse qua e là, come quando la maionese diventa la metafora calzante per spiegare la possibilità dell'Unità di un'Italia fatta di tante Italie diverse.
Nella nota di chiusura Malvaldi dichiara che è stato lo stesso Antonio Sellerio a suggerire l'ambientazione toscana, mentre lui aveva pensato ad un castello vittoriano e, anzi, come dichiarato durante l'incontro al Tocatì, Odore di chiuso era, in origine, Tre uomini a caccia, un romanzo concepito come apografo di Jerome K. Jerome. Ma dove trovare un personaggio altrettanto dotato di umorismo nel panorama letterario italiano dell'Ottocento? A quel punto è capitato l'Artusi, un personaggio che lo ha colpito per il modo in cui apre i Commenti sopra trenta lettere di Giuseppe Giusti (il buon Pellegrino era infatti un critico letterario): «Lettore mio, Dio ti salvi dagli sbadigli»: era il personaggio ideale.


Pur essendo solo al terzo libro di Malvaldi, Odore di chiuso è quello che mi è piaciuto maggiormente, sicuramente per la sua ambientazione, più ancora per la freschezza portata da una prosa elegante e ironica in un contesto storico che viene strappato alla solennità del giallo classico per essere portato su un piano più vicino al lettore senza però tradire l'essenza delle circostanze sociali e storiche.
Un Malvaldi decisamente da applaudire.

C.M.

domenica 28 settembre 2014

A Verona un Veronese veneziano

L'estate è volata via così velocemente che mi sono resa conto in quest'ultima settimana che la mostra Paolo Veronese - L'illusione della realtà, allestita a Verona dal 5 luglio, stava per concludersi. Non potevo, ovviamente, perdere l'occasione di visitarla e così, armata di tanta curiosità e taccuino per appunti, ho salito la grande e bianchissima scalinata del Palazzo della Gran Guardia e ho staccato il mio biglietto.


Devo ammettere che l'arte del Cinquecento, pur essendo la più sontuosa e significativa nel panorama moderno italiano, non mi ha mai particolarmente attratto, eppure mi è bastato entrare nella prima sala della mostra per percepire tutto l'orgoglio di cui parla Paola Marini, direttrice del Museo di Castelvecchio e curatrice della mostra assieme a Bernard Aikema, di poter dedicare a Paolo Caliari una mostra nella sua stessa città d'origine. Come ha infatti spiegato la direttrice, l'artista, nonostante fosse figlio di lapicidi veronesi, va considerato «a tutti gli effetti un pittore veneziano». 
Conversione della Maddalena (1549-50), dalla National Gallery
A lungo compresso fra le più celebri figure di Tiziano e Tintoretto, il Veronese, come ricorda Aikema, docente presso l'Università degli Studi di Verona, «è spesso stato visto come il decoratore piacevole da vedere, non tanto il pittore di un contenuto e di un messaggio vero e proprio». In realtà ci si accorge fin dai primissimi dipinti in mostra, ai quali è affiancata una ricca esposizione di disegni preparatori, bozzetti e opere da serigrafia che permettono di cogliere aspetti nascosti delle grandi opere, che il Veronese ha tratti e caratteristiche personalissime che, accennate già nelle prime opere, esplodono poi nei capolavori degli ultimi anni, quando l'artista è affiancato dalla bottega, principalmente dal fratello e dai figli.

Marte e Venere (1570-75), dalla Galleria Sabauda
La costanza e lo sviluppo dei caratteri tipici della pittura di Paolo Caliari si notano grazie alla successione di sei sezioni in cui si susseguono oltre cento opere divise fra rappresentazioni religiose, ornamenti ecclesiastici, come la Pala Bevilacqua-Lazise di Castelvecchio, dipinti a tema mitologico, fra cui spicca il curioso Marte e Venere, tele di valore poltico commissionate dal governo veneziano, allegorie di interpretazione non sempre facile e ritratti di nobili (e qui il fiore all'occhiello è La bella Nani, rappresentazione della bellezza ideale).
L'uso dei colori vivaci e la modulazione del chiaroscuro, ma anche la caratteristica veronesiana delle mani sovradimensionate, appaiono già nella tela del 1549 intitolata La conversone della Maddalena, che colpisce per l'accesa tavolozza e i contrasti fra i verdi, i rossi e gli azzurri e dove già emerge quel rapporto di sguardi autentici che si lascerà apprezzare anche in Cristo e il centurione, prestito del Museo del Prado databile al 1567.
Ritratto di nobildonna veneziana o La bella Nani
(1560 ca.), dal Museo del Louvre
La già citata Pala Bevilacqua-Lazise offre invece l'occasione di cogliere la monumentalizzazione dell'opera del Veronese, sia in quanto la dimensione dei dipinti si fa via via sempre più imponente, sia per la presenza di strutture architettoniche ai margini o sullo sfondo delle scene dipinte, che testimoniano sia la diffusione dei palazzi signorili e delle loro poderose strutture ricche di colonnati, arcate e balaustre, sia i rapporti del pittore con gli stessi architetti, fra cui Michele Sanmicheli. La presenza di questi elementi architettonici diventerà via via più importante e immancabile, al punto che l'Annunciazione degli Uffizi (1556) sembra quasi un pretesto per uno sfoggio di perizia prospettica, con i protagonisti dell'episodio sacro collocati ai margini e il poderoso Convito in casa di Levi, vero protagonista dell'esposizione, sarebbe impensabile senza la complessa struttura di colonnati portici, archi e quinte architettoniche che scandiscono la scena.
Allegoria del Buon Governo (1551),
dai Musei Capitolini
Una menzione a sé meritano le raffinatissime allegorie di interpretazione non sempre facile: da quella del Buon Governo, raffigurata mentre manovra un timone, segno di rettitudine, a quella delle Arti Liberali, inscritta in un ottagono e destinata ad adornare un soffitto, passando attraverso quelle delle Virtù Cardinali e arrivando alle quattro celebri Allegorie dell'amore in cui all'iniziale Amore disonesto sconfitto si contrappone l'esaltazione e l'incoronazione dell'Amore virtuoso. A tal proposito, va detto che nei dipinti del Veronese assumono grande valore simbolico gli animali, al punto che la mostra suggerisce un percorso a tema per i visitatori più piccoli: accade così che, accanto agli onnipresenti pappagalli variopinti legati al culto mariano, incontriamo cani ed ermellini, simboli, rispettivamente, di fedeltà e purezza.

L'amore disonesto sconfitto (1565-70), dalla National Gallery

Colpisce, nel percorso verso l'ultima sala, il proliferare di figure e immagini che si sovrappongono: lo si avverte già nelle ultime opere della terza sala, strettamente legate alle commissioni del senato veneziano come Il Paradiso, bozzetto di un'opera che avrebbe dovuto adornare il Palazzo Ducale, ma assegnata a Tintoretto dopo la morte del Veronese (1588), che rappresenta l'idea salvifica del governo della Serenissima, o, ancora dall'Allegoria della battaglia di Lepanto. Ma è proprio all'altezza delle ultime opere, eseguite in strettissima collaborazione con la bottega e da essa finite dopo la scomparsa di Paolo Caliari, che le tele si affollano di figure che rampollano le une sulle altre, sia nell'Incoronazione della Vergine (1582), sia nel monumentale Convito in casa di Levi, opera proveniente dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia, costituita dall'unione di tre tele e recentemente sottoposta ad un lavoro di pulitura durato oltre un anno.

L'amore virtuoso (1565-70), dalla National Gallery
Perseo libera Andromeda (1560 ca.),
dal Musée de Beaux-Arts di Rennes
Con queste due grandi opere si conclude la mostra veronese, ma questo è solo il primo di una serie di appuntamenti destinati a ricordare e celebrare l'artista; all'interno della percorso Scopri il Veneto di Veronese, infatti, sono compresi non solo i siti della regione che ospitano opere di Paolo Caliari, ma anche altre esposizioni: Le allegorie ritrovate al Museo Palladio di Vicenza (contemporanea alla mostra della Gran Guardia), Veronese e Padova (7 settembre - 11 gennaio), Veronese nelle terre di Giorgione a Castelfranco (12 settembre - 11 gennaio) e Veronese inciso a Bassano del Grappa (14 settembre - 19 gennaio). Gli appassionati della pittura di questo artista e coloro che sono interessati a conoscerlo meglio, avranno insomma ancora qualche mese per esplorare le sue opere e le terre che ad esse fanno da sfondo e senza le quali, per alcuni aspetti, la lettura delle opere non può essere completa o ugualmente evocativa.
Per la mostra di Verona affrettatevi: c'è tempo solo fino al 5 ottobre!

Convito in casa di Levi (1588), dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia
[clicca sull'immagine per ingrandire]

C.M.

venerdì 26 settembre 2014

Il laureato (Mike Nichols, 1967)

Un film di culto che ha lanciato Dustin Hoffman sull'Olimpo degli attori e che ha sconvolto non poco le coscienze dei borghesi americani benpensanti: è il 1967 quando la pellicola di Mike Nichols approda al cinema proponendo una storia di seduzione e rottura degli schemi.

Il laureato che dà il titolo al film è Benjamin Braddock (Dustin Hoffman), appena tornato dal college e soffocato dalle attenzioni e dalle aspettative di familiari e conoscenti: tutti gli prospettano una vita piena di soddisfazioni, ma senza accorgersi che a Ben non è concessa nessuna scelta, nemmeno la possibilità di rifiutarsi di indossare una ridicola muta da sub di fronte all'albero familiare al gran completo. Oppresso da sorrisi, complimenti e dalle domande sul futuro, Ben si lascia sedurre dall'affascinante moglie del socio del padre, la signora Robinson (Anne Bancroft). L'estate del ragazzo trascorre fra la totale inedia delle giornate e le notti trascorse in albergo con l'amante segreta, finché la figlia di lei, Elaine (Katharine Ross), non torna dal college per trascorrere in famiglia le vacanze. Benjamin giura alla signora Robinson che non uscirà mai con la ragazza nonostante sia proprio ciò che il signor Robinson e i suoi stessi genitori si aspettano, eppure gli basta trascorrere qualche ora con Elaine per innamorarsene al punto da scatenare l'ira dell'orgogliosa madre, che è pronta a rivelare alla ragazza la sua storia con Ben: di fronte a questa minaccia, Ben stesso dice la verità, scatenando il disgusto di Elaine che, ripartita per il college, è sul punto di sposare un altro uomo. Ma Benjamin è stanco di sentirsi dire cosa deve o non deve fare e gli ostacoli che lo allontanano da Elaine - primo fra tutti la signora Robinson - diventano una sfida contro il mondo e contro tutto ciò che di sobrio, blasé e artefatto vi sia nella società.


Ammetto che il film non ha soddisfatto pienamente le mie aspettative: erano anni che volevo vederlo e mi aspettavo un capolavoro, invece l'ho trovato in certi aspetti troppo lento, in altri fin troppo precipitoso, con un effetto di prolungamento eccessivo dato dai lunghi vuoti di dialogo e movimento riempiti con le bellissime musiche di Simon & Garfunkel. Detto ciò, non intendo demolire gli altari eretti per Il laureato in tanti anni di storia: il film manifesta, più che una forza scenica, un'intensa carica ideologica, la volontà di definire l'immagine di una società che, nonostante il benessere, non offre soddisfazione e apre più strade alla frustrazione che alla realizzazione, perché non fa che imporre regole e schemi cui anche un giovane pieno di talento, se vuole sopravvivere, si deve conformare. Come ha giustamente sottolineato Giuseppe nel suo blog Ieri, oggi e domani, Il laureato costituisce il "ritratto di un'epoca", facendosi portavoce di un senso di disarmonia con il mondo che è ben esemplificato, oltre che dalle interminabili sequenze di primissimo piano su Dustin/Benjamin, dal senso della canzone The sound of silence che apre il film e ne accompagna come una didascalia numerose scene. Anche il bellissimo finale, che da solo vale tutto il film, è forse più complesso di quanto non sembri.

C.M.

mercoledì 24 settembre 2014

Un'isola bella di nome e di fatto

Colpo di coda delle vacanze è stato un finesettimana sul Lago Maggiore, durante il quale ho avuto modo di visitare le Isole Borromee, soffermandomi in particolare sull'Isola dei Pescatori e sull'Isola Bella. Partendo dal ridente paesino di Stresa, "città della musica e dei fiori" che costeggia la sponda piemontese del lago con viali alberati e alberghi da cartolina, le isole si raggiungono in pochissimi minuti di navigazione.

Ninfeo monumentale del giardino Borromeo

Dopo una passeggiata e un pranzo nella piccola Isola dei pescatori, la gran parte della giornata è trascorsa sull'Isola Bella, che è tale di nome e di fatto e che cattura lo sguardo del visitatore già dal molo di Stresa, da cui si può ammirare lo straordinario giardino a terrazzi. 
La grande ricchezza artistica e naturalistica dell'isola si concentra entro la proprietà della famiglia Borromeo, stirpe di origine antica (i fondatori forse vissero nel XIII secolo, ma i Borromeo ottennero i possedimenti piemontesi nel XV) da cui sono uscite diverse figure religiose: il San Carlo che tanta parte ebbe nelle attività della Controriforma e il Federigo di manzoniana memoria.

Salone principale
Fu Carlo Borromeo III, nella prima metà del '600 a denominare l'Isola Isabella in onore della moglie, Isabella d'Adda, e ad avviare i lavori di costruzione del maestoso palazzo e del giardino che avrebbe occupato gran parte dell'isola con la sua rigogliosa vegetazione e le strutture fortemente scenografiche che lo rendono una vera e propria meraviglia artistica.
Il palazzo offre due opzioni di visita: quella agli ambienti residenziali e al giardino e una seconda che comprende anche il passaggio dalla Galleria dei quadri; per esigenze di tempo e per la mia enorme curiosità verso il giardino, ho optato per la prima soluzione.
Palazzo Borromeo stupisce per l'ariosità e la luminosità degli ambienti, accentuata dalle tinte chiare e pastello e dalle numerose finestre affacciate sul lago. Salita l'ampia scalinata bianca sulla quale si affacciano i numerosi simboli nobiliari, si entra in una sala da pranzo sulla cui tavola è esibito un raffinato servizio in vetro blu. Lo stemma humilitas, che contraddistingue i Borromeo da San Carlo in avanti, inizia già a stridere, ma è nel salone successivo che il visitatore rimane letteralmente a bocca aperta: un altissimo ambiente dai colori azzurri e bianchi, con una volta riccamente decorata al centro della quale spicca il motto familiare e che presenta ai quattro lati gli stemmi di famiglia: il morso, il liocorno, il cammello e il limone (o cedro, che è abbondantemente presente nel giardino).

Soffitto di una grotta
Successivamente si passa in una serie di locali fra cui spiccano la biblioteca, la sala della musica e la sala da ballo. Si tratta di ambienti ricchi di eleganza e di manufatti preziosi, ma il visitatore è costretto a mantenersi a grande distanza per la presenza di un cordone di sicurezza, sicché, per esempio, gli strumenti che giustificano il nome di Sala della Musica, ammassati sul fondo della stanza, si scorgono appena. Non migliore è la sorte dei quadri che affollano le pareti: in mezzo ai ritratti di famiglia quasi scompaiono degli autentici capolavori ed è solo per un caso che ho notato due grandi capricci del Pannini appoggiati su delle sedie addossate alle finestre e coperti da spessi vetri che catturavano così tanti riflessi e restituivano tante ombre che il soggetto era a malapena distinguibile e il nome di questo grande vedutista era soffocato in mezzo a tanti dipinti anonimi. Molto più rispettate sono, invece, le stanze denominate grotte per la presenza di pareti e soffitti lavorati ad escrescenze e con motivi a conchiglia, che riflettono un gusto molto diffuso nell'età Barocca.

Uno dei pavoni bianchi che vivono nel giardino
Tuttavia, come già anticipato, il gioiello della tenuta Borromeo è il giardino: un vero profluvio di siepi, fiori e alberi enormi fra cui si aggirano, ormai abituati alla presenza di tanti turisti, i pavoni bianchi che rappresentano l'Isola Bella nell'immaginario collettivo. Fra le piante e le sculture spicca la spettacolare struttura del grande ninfeo, riccamente adornato di statue, obelischi e fiori rossi e costeggiato da due scalinate che danno accesso al grande terrazzo panoramico. Il giardino colpisce per le sue architetture e i suoi colori, offrendo una piacevolissima cornice per una passeggiata alla costante presenza del lago che lo circonda.

Veduta dal terrazzo inferiore

C.M.

NOTA: Le foto presenti in questo post sono tutte di mia realizzazione.

lunedì 22 settembre 2014

Marco Malvaldi al Tocatì

Ogni lettore appassionato non perderebbe occasione per trascorrere una serata tranquilla in compagnia di un libro o a parlare di libri: un passatempo tanto più piacevole se questa possibilità si traduce in un incontro con l'autore. Quando, poi, l'autore in questione ha l'abilità, la simpatia e l'allegria di un Marco Malvaldi, la serata quasi diventa spettacolo.
Malvaldi ha incontrato i lettori a Verona venerdì 19 settembre nell'ambito degli appuntamenti letterari organizzati in occasione del Tocatì - Festival internazionale dei giochi in strada, giunto a quest'anno alla dodicesima edizione. Nella cornice della Sala Farinati della Bilioteca Civica, nel cuore di Via Cappello, l'autore pisano ha dialogato con il giornalista Beppe Muraro e Paolo Ambrosini, presidente di Associazione Librai Italiani, regalando al pubblico quasi due ore di storie ed esperienze che costituiscono la base del suo lavoro di scrittore.
In riferimento alla manifestazione veronese e alla tematica che dà vita ai titoli e fa da sfondo alle vicende del BarLume (il gioco delle carte), la prima domanda ha riguardato il significato del gioco, che per Marco Malvaldi è «il modo più efficace per imparare qualcosa», divertendosi attraverso la competizione. La conversazione è poi scivolata soprattutto su Argento vivo, l'ultimo titolo pubblicato (in attesa che, il 25 settembre, esca Il telefono senza fili), che è nato dal gioco delle ipotesi e da un piccolo incidente domestico: la distruzione del pc sul quale l'autore aveva salvato l'unica copia del libro scritto per metà ad opera del figlioletto. Di qui il suggerimento salvifico della moglie, essenziale collaboratrice alle storie che leggiamo in libreria, che, con la sua domanda «Cosa accadrebbe se uno scrittore perdesse il computer che contiene il suo romanzo?», ha dato l'input decisivo a questo bel romanzo. 


Sì è poi parlato del fortunato incontro con Antonio Sellerio e del motivo autobiografico alla base della serie del BarLume: si è così scoperto non solo che anche Malvaldi, come tanti aspiranti autori, si è visto rivolgere dagli editori la fatidica risposta «la Sua opera non corrisponde ai nostri piani editoriali», ma anche che dietro al mitico Ampelio c'è la figura del nonno Varisello, che, dicendo sempre quello che pensava, «ha vissuto novantasei anni sereno e tranquillo - lui, non gli altri che gli stavano intorno», offrendo infiniti spunti di comicità e facendo sì che le storie di Pineta si scrivessero quasi da sole. Proprio dal desiderio di provare a scrivere qualcosa di diverso è nato l'esperimento di giallo classico di Odore di chiuso prima e il già citato Argento vivo poi: «Ero curioso di vedere se ero in grado di non appoggiarmi al bastone del nonno», ha dichiarato Malvaldi, e noi possiamo certo dire che ci è riuscito perfettamente.

Non è mancata l'occasione di scoprire il funzionamento del processo creativo di Malvaldi, che ha amici fidati che gli fanno da cavie, da consulenti e da editor, talvolta con grande severità e di apprendere con piacere dell'attenzione riservata alle opinioni del pubblico sia durante gli incontri (dai quali talvolta sono scaturiti spunti per personaggi e storie), sia nelle discussioni sui blog letterari, laddove emergono commenti senza filtro che possono offrire un reale polso della percezione dei lettori e delle loro aspettative. Un aspetto importante, se è vero come è vero che dalla pubblicazione di La briscola in cinque (2007) il successo è arrivato a Malvaldi grazie ad un entusiastico passaparola.
Ma ridurre in un post la serata di venerdì è praticamente impossibile, anche perché quello che da resoconto risulta piano e pacato, negli interventi di Malvaldi era invece vivace e divertente: si può dire che quello stesso brio che si ritrova nei suoi libri scaturisce in maniera naturale e immediata dallo spirto toscano di questo autore.

C.M.

venerdì 19 settembre 2014

Libro della vita o libro del momento?

Agli utenti dei social network sicuramente non è sfuggita la catena del momento, attraverso la quale si invitano i propri contatti ad elencare in un post i dieci libri che preferiscono, la classifica dei volumi del cuore. Un gioco simpatico, che, oltre ad elevare il livello medio dei contenuti dei post, permette di conoscere meglio i gusti degli amici, magari scoprendo autori e libri che non si conoscevano o, semplicemente, individuando la persona cui chiedere un parere su un dato titolo che ci incuriosisce e che compare poprio nella sua lista. 
Come per tutti i fenomeni dilaganti nel web, arriva il momento in cui gli esperti della comunicazione analizzano i contenuti di questi interventi virali e, finalmente attenuatasi la moda dell'ice bucket challenge, è il fenomeno della top10 librosa ad attirare l'attenzione.
Di recente è dunque uscito un sondaggio che ha portato a stilare una classifica dei 100 titoli più amati dagli utenti di Facebook che hanno risposto ai tag rivolti loro dagli amici. Ne è emerso un quadro interessante, forse in larga parte prevedibile (personalmente mi hanno stupito solo alcuni titoli che, forse, sono più in voga all'estero che da noi).
I primi 25 posti della classifica spettano alle saghe di Harry Potter, del Signore degli anelli (con Lo Hobbit), delle Cronache di Narnia e di Hunger Games, intervallati con la Bibbia, Il buio oltre la siepe e grandi classici come 1984, Jane Eyre, Piccole Donne, Via col Vento, Il grande Gatsby e l'immancabile Orgoglio e Pregiudizio, non in quest'ordine e non da soli. Dobbiamo invece attendere le posizioni 26-50 per trovare Gabriel Garcia Marquez e Shakespeare, ma non è mia intenzione proporre un resoconto dettagliato, bensì affrontare una riflessione sul motivo per cui in questo ricco elenco compaiano determinati titoli.
Innanzitutto il pubblico di Facebook è composto prevalentemente da giovani e giovanissimi che sono i primi a scattare quando si tratta di questi giochi: è così facilmente spiegabile l'assoluta preponderanza del maghetto inglese su testi che hanno fatto la storia della letteratura mondiale o la preferenza conquistata da Katniss rispetto a Elizabeth Bennet (che, comunque, risulta sempre una delle protagoniste più amate, questo per tranquillizzare gli ammiratori della Austen). 
C'è, però, un dato ulteriore: non credo sia un caso che i titoli che compaiono in cima alla top100 siano in gran quantità testi che hanno avuto un forte lancio grazie a recenti trasposizioni cinematografiche. La dice lunga, in questo senso, il fatto che il 5.63% dei post campionati citino Le cronache di Narnia e il 4.05 il solo capitolo Il leone, la strega e l'armadio, che non è il primo della saga, ma il primo arrivato sul grande schermo. Intendiamoci, non che Il grande Gatsby non meriti la posizione che ha conquistato, ma sono quasi certa che, se lo stesso sondaggio venisse ripetuto fra quattro-cinque anni molti dei titoli che risultano fra i primi 25 slitterebbero alle posizioni oggi occupate da Il codice da Vinci, Memorie di una geisha, I pilastri della terra (posizioni 51-75), la trilogia Millennium e persino Il ritratto di Dorian Gray (posizioni 76-100). Fanno resistenza a questo sospetto I miserabili e Anna Karenina, ma in questi casi si tratta di opere che, un po'per la mole, un po'per il genere, un po'per il fatto che sono classiconi spesso ritenuti appannaggio di intellettuali o mega topi da biblioteca (sono fra i fantomatici libri che tutti dicono di aver letto o di voler leggere, ma pochi hanno il coraggio di prendere in mano, avete presente?), non stupisce che non si guadagnino le prime posizioni.

Insomma, c'è da chiedersi se effettivamente i lettori abbiano ponderato prima di digitare la fatidica lista o se, invece, incoraggiati dal carattere fulmineo del mondo social, non si siano lasciati catturare da recenti entusiasmi, dimenticando letture passate o, peggio, scegliendo titoli letti solo dopo la visione del film, trascinati dall'entusiasmo del figlio cinematografico.
Il tutto senza ombra di polemica: lungi dal criticare il sondaggio (come, vi sembra strano che non abbia qualche stoccata acida?), credo che non si possa parlare di una fotografia dei libri della vita o delle letture più significative della nostra esistenza, ma, magari, della registrazione di una situazione momentanea che potrebbe da un momento all'altro cambiare. 
Io stessa ho elencato fra i miei 10 titoli cinque libri letti nell'ultimo anno e ammetto che l'entusiasmo recente potrebbe aver scalzato altri titoli, anche se mi sono affidata ad una oggettiva analisi delle stelline attribuite su aNobii e Goodreads ancor prima di leggere quelli che sarebbero diventati gli eletti. Certamente di qui a cinque anni la mia selezione potrebbe mutare: sarei per certa la permanenza solo di Ascolta il mio cuore, perché la prima lettura risale a qualcosa come quindici anni fa e di Uno, nessuno e centomila, perché mi sono rispecchiata con troppo trasporto nelle riflessioni di Vitangelo Moscarda. Per il resto, sono certa si tratti di un quadro in perenne mutamento, per me come per gli altri anelli della catena di Sant'Antonio. 
Sarebbe bello ritrovarsi con lo stesso sondaggio fra qualche anno e vedere quali libri sono passati assieme ai mesi di vita e quali, invece, si sono radicati nei nostri cuori.
Cosa ne pensate? Ma, soprattutto: avete ritrovato nel sondaggio qualcuna delle vostre scelte? Io solo due: Il conte di Montecristo (2,31%) e L'amore ai tempi del colera (1,45%).


C.M.

giovedì 18 settembre 2014

La briscola in cinque (Malvaldi)

Dopo la trascinante avventura di Argento vivo, ho iniziato finalmente la serie dei gialli del BarLume con l'opera di esordio di Marco Malvaldi: La briscola in cinque (Sellerio 2007). Un giallo agile, ricco di verve umoristica, siparietti e frecciatine che arriva alla soluzione tutto d'un fiato, un po'per la semplicità della trama (che non è affatto un difetto), un po'per lo stile pungente e leggero dell'autore.

Siamo alla prima indagine del curioso circolo dei vecchietti che si radunano nel locale di Massimo Viviani, l'irritabile e caustico nipote di uno di loro, che non prepara il caffè se fa troppo caldo un po'per non scomodarsi, un po'per salvaguardare la salute dei suoi clienti. Siamo a Pineta, una località turistica della Toscana, all'indomani del ritrovamento del cadavere di una sedicenne denunciato proprio da Massimo, giunto sul luogo in compagnia del giovane alticcio che lo ha scoperto e cui, però, la polizia non ha dato retta. La giovane Alina, però, sembra non avere un assassino, perché i principali sospettati o hanno un alibi o non dispongono di un movente. Dati il suo ruolo nella vicenda, la conoscenza con il medico legale e il giro di personaggi che frequentano il BarLume, Massimo è l'ideale sostituto del commissario Fusco, decisamente troppo incapace per giungere da solo alla verità. E il cinico barista, attento ai dettagli e costantemente punzecchiato dai pettegolezzi degli arzilli vecchietti Ampelio, Pilade, Aldo e Gino, mette insieme i pezzi del puzzle ispirandosi proprio al gioco della briscola in cinque appreso dal nonno.
Con La briscola in cinque, Malvaldi ci regala un concentrato di gag e curiosità, suggerendoci un modo ironico e distaccato di guardare ad un genere fortemente codificato come quello del giallo: nelle indagini non ci sono i cliché delle indagini all'americana o grandi colpi di scena, ma è interessante e spassoso vedere come la lingua lunga dei pensionati di Pineta e l'apparente distacco di Massimo dalle vicende dei comuni mortali riescano a sostenere un romanzo dalle premesse fino all'epilogo senza mai risultare inutili complementi della trama. Sicuramente continuerò la serie dei delitti del BarLume e che mancherò di condividere con voi le mie impressioni, certa che saranno belle sorprese!


C.M.

mercoledì 17 settembre 2014

Il secolo breve (Hobsbawm) - La frana

La conclusione de Il secolo breve ha confermato con incisività quanto la conoscenza della storia sia fondamentale per avere una chiara idea del presente e dei possibili scenari futuri. Superate le analisi dell'età della catastrofe e dell'età dell'oro, con l'ultima parte di questo massiccio saggio ci troviamo proiettati nella parte del Novecento più vicina a noi, ma anche, indirettamente, nei nostri anni, perché l'esame delle premesse, sul finire del secolo, di ciò che stiamo vivendo, è talmente accurato che contiene la previsione di ciò che sarebbe accaduto ben oltre il termine del periodo preso in analisi da Hobsbawm. Questo fa la buona storiografia: costruisce basi solide di documenti, li confronta e li interpreta (non senza guardare a dinamiche passati di stesse tipologie di fenomeni) e costruisce teorie che, a meno di grossi e repentini sconvolgimenti, offrono una panoramica dell'immediato futuro.

Se è vero che la storia, secondo un detto antico, è maestra di vita, è altrettanto vero quanto affermato da Aldous Huxley, che «il fatto che gli uomini non imparano molto dalla storia è la più importante lezione che la storia ci insegna». Leggendo Il secolo breve ci si rende immediatamente conto che nel giro di pochi anni l'umanità è ricaduta negli stessi errori e nelle stesse sconsideratezze che aveva appena superato o creduto di superare. Ciò è soprattutto evidente dall'ultima parte del testo, intitolata La frana, che prende le mosse dal crollo della stabilità degli anni precedenti.
C'è, innanzitutto, la crisi degli anni '80, trattata in quel periodo in modo non diverso da come è stata trattata quella innescatasi nel 2008 e ancora in pieno corso: da un iniziale tabù «che impediva di pronunciare la parola "depressione"» alla convinzione che «in un anno o due si sarebbe tornati alla prosperità e alla crescita degli anni precedenti», dai «governi che guadagnavano tempo» alla diffusione di un sentimento di insicurezza e rancore, che aveva come causa principale la «divaricazione tra gli estremi della povertà e della ricchezza» (pp. 471-477 passim) e come effetto l'emergere di movimenti xenofobi, secessionisti o finalizzati unicamente ad opporsi alla vecchia politica senza proporre alternative nuove. Quella crisi ebbe cause e sviluppi assai affini a quella attuale, ma, lungi dal far tesoro degli errori passati o delle opportunità mai colte, dal 2008 in avanti si sono messe in atto (o, per meglio dire, non si messe in atto) le stesse strategie dell'ultimo ventennio del XX secolo. Forse sarebbe ora di affiancare agli economisti dei buoni storici o, almeno, persone che non guardino puramente al quadrare momentaneo dei numeri, ma dimostrino di avere vedute più ampie e dinamiche.

C'è poi una approfondita analisi delle rivoluzioni che hanno coinvolto, dagli anni '60 in poi, il Terzo Mondo, con un focus sulla situazione dei paesi islamici e sul rovesciamento del regime dello scià di Persia nel 1979 che dà molti spunti per comprendere come sia iniziato e perché si sia diffuso tanto rapidamente l'integralismo islamico di cui oggi vediamo gli effetti più drammatici.
Non mancano poi passi dedicati ai motivi che hanno provocato il crollo dell'URSS e l'emergere dell'industria cinese in seguito alla nuova divisione internazionale del lavoro, un fenomeno che, replicato in molti paesi in cui la manodopera ha un basso costo, ha concretizzato in meno di dieci anni dalla pubblicazione del saggio la previsione secondo cui si sarebbero prodotto un immediato abbassamento dei salari anche nel Primo mondo (per resistere alla concorrenza) o un totale spostamento della produzione nelle aree economicamente più convenienti, o entrambi gli effetti, come è effettivamente accaduto. Non occorreva uno studioso del calibro di Hobsbawm per una simile affermazione, ma quel che importa è che l'avvertimento c'è stato e nulla è stato fatto per evitare le conseguenze di un sistema economico disastroso per gran parte della popolazione mondiale. Questa è cecità.

La parte più interessante de La frana è a mio avviso quella dedicata all'emergere delle nuove arti (prima fra tutte la tv, che ha cambiato il concetto di cultura e la sua fruizione), al dibattito sul progresso tecnologico e sui dubbi della comunità scientifica circa la libertà della ricerca e il controllo della stessa da parte dei governi, che da un lato ne assicura la continuazione, dall'altro la espone a strumentalizzazioni che aprono dilemmi etici insanabili. Alla diffusione di tanti dubbi contribuirono sia la diffusione di un senso di relativismo che partiva dalle nuove teorie di Einstein e Plank, sia l'esperienza della distruttività del progresso durante i due conflitti mondiali (con l'incubo di una nuova guerra nucleare durante la Guerra Fredda).
I sospetti e la paura verso la scienza sono stati alimentati da quattro sentimenti: che la scienza è incomprensibile; che le sue conseguenze pratiche e morali sono imprevedibili e forse catastrofiche; che essa sottolinea la debolezza dell'individuo e mina l'autorità. Né infine dobbiamo trascurare il sentimento che, nella misura in cui la scienza interferisce con l'ordine naturale delle cose, essa risulta intrinsecamente pericolosa. [...] (pp. 614-615)
In questione non è tanto la ricerca della verità, ma l'impossibilità di separarla dalle sue condizioni e dalle sue conseguenze. [...] L'umanità, almeno nella sua organizzazione presente, non è in grado di controllare i poteri in suo possesso, poteri talmente grandi che potrebbero cambiare la faccia della Terra, e neppure di riconoscere i rischi che sta correndo. (pp. 642-643)

La causa della frana è stato lo sgretolamento della stato nazionale che, mentre ha di necessità subito un'erosione dall'alto, abdicando ad alcune delle sue prerogative per la causa della globalizzazione e delle istituzioni sovranazionali (le perplessità di Hobsbawm circa l'effettiva esistenza di un'unità europea sono più che evidenti e anticipano gli argomenti che siamo ben abituati a sentire ogni giorno), dall'altro lato si è lasciato consumare dal basso, rinunciando alle prerogative storiche che vanno dalla gestione delle comunicazioni all'assistenza sociale, dall'erogazione dei servizi essenziali al mantenimento della legge e dell'ordine pubblico.
Infine sono rimasta molto colpita dall'attenzione riservata ad un problema che colpisce in particolare il nostro paese (che più di una volta Hobsbawm cita come esempio): un'ostilità verso lo stato causata dalla sua stessa debolezza e da una tale corruzione che «i cittadini non si aspettano da esso alcuna utilità».
Sempre più i governi scavalcano, appena possibile, sia l'elettorato sia le assemblee parlamentari, o almeno cercano di metterli davanti al fatto compiuto, confidando di far passare le proprie decisioni sulla volubilità, le divisioni e l'inerzia dell'opinione pubblica. La politica diventa sempre più un esercizio evasivo. [...] Quasi certamente questa strategia evasiva continuerà a guadagnare terreno. [...]
Da un lato, la ricchezza, la privatizzazione della vita e dei divertimenti e l'egoismo consumistico rendono la politica meno importante e meno attraente. D'altro lato aumenta il numero di coloro che rinunciano a votare, calcolando che le elezioni servano a ben poco. [...]
Inoltre la tendenza sempre più sistematica dei governi a scavalcare i meccanismi elettorali e rappresentativi ha ingigantito la funzione politica della radio e della televisione. [...] Alla fine del secolo è diventato chiaro che i media sono una componente della vita politica più importante dei partiti e dei sistemi elettorali ed è probabile che rimangano tali. Comunque, mentre i mass media sono contrappesi molto potenti all'occultamento della verità da parte dei governi, essi non sono in alcun senso un mezzo di democrazia. (pp. 670-671).
Sono, dunque, molte le contraddizioni che non ci siamo lasciati alle spalle con il vecchio secolo e il vecchio millennio, al punto che, in chiusura al suo saggio, Hobsbawm sottolinea la necessità di una rottura col passato:
Il mondo rischia sia l'esplosione che l'implosione. Il mondo deve cambiare. Non sappiamo dove stiamo andando. Sappiamo solo che la storia ci ha portato a questo punto e sappiamo anche perché. Comunque, una cosa è chiara. Se l'umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato e il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l'alternativa a una società mutata, è il buio.
C.M.

lunedì 15 settembre 2014

Il treno ha fischiato, l'artista l'ha immortalato

Inventato all'inizio del XIX secolo, il treno diventa immediatamente il simbolo del progresso, la rappresentazione del grado più alto raggiunto dalla tecnologia occidentale. In realtà la storia di questo mezzo di locomozione è iniziata molti anni prima: nel 1769 Nicolas Cugnot, facendo tesoro dell'innovazione di James Watt, aveva realizzato il primo esemplare di macchina a vapore e, progetto dopo progetto, si è arrivati nel 1801 al primo modello di locomotiva, la Coalbrookdale, impiegata per trainare i carrelli nelle miniere. Sono gli ingegneri della famiglia Stephenson a dotare le successive locomotive di motori in grado di potenziarne il traino, cosicché, nel 1825, si giunge alla prima applicazione commerciale del mezzo, che dà inizio alla diffusione del trasporto su rotaia, al punto che la presenza stessa delle strade ferrate diventa emblema della civiltà.  

P. Rizzo, Treno in corsa (1929), Archivio Rizzo
La ferrovia diviene in brevissimo tempo il mezzo di comunicazione più efficace e i governi di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania e Italia (in questo caso con notevole ritardo) concentrano su di essa enormi capitali: Lincoln lo usa per la campagna elettorale, i governatori coloniali la sfruttano come principale strumento di controllo del territorio; nel 1883 iniziarono i viaggi dell'Orient Express, che collega Parigi e Costantinopoli e nel 1903 viene inaugurata la Transiberiana per collegare Mosca al porto di Vladivostok e durante i due conflitti mondiali l'importanza strategica delle ferrovie cresce a dismisura.
Non stupisce, dunque, che il treno abbia nutrito un ricco immaginario, conquistandosi un ruolo di primo piano nella letteratura: pensiamo al viaggio di Jurij Živago attraverso la Russia, alla sfortunata vicenda di Anna Karenina, la cui storia d'amore con Vronskij ha inizio e fine proprio in una stazione ferroviaria o alle riflessioni di Giacomo Aghios durante il suo spostamento da Milano a Trieste. 
L'arte, ovviamente, non tarda a registrare la presenza di questo nuovo ritrovato tecnologico.

È William Turner, nel 1844, ad immortalare per la prima volta nel suo celebre dipinto Pioggia, vapore e velocità, un treno in corsa. Sceglie, forse sulla base di una suggestione personale colta durante un viaggio, di riprendere il mezzo frontalmente, mentre percorre il ponte sul Tamigi fra Taplow e Maidenhead, allontanandosi da Londra. I particolarissimi effetti della ricerca luministica e coloristica dell'artista romantico, che arriva a confondere, come spesso accade nelle sue opere, il cielo, l'acqua e la terra, viene qui piegato alla resa dell'effetto della velocità, a cogliere il turbinio di vento e calore smosso dal passaggio del treno, attorno al quale tutto si dissolve.

J.M.W. Turner, Pioggia, vapore e velocità (1844), Londra, National Gallery

Non molti anni dopo il testimone del ritratto del treno passa nelle mani di Claude Monet, che realizza diversi quadri con questo soggetto, soprattutto negli anni 1875-1877. A questo periodo risalgono sia Il treno nella neve, dipinto nell'inverno del 1875 trascorso ad Argenteuil con la ripresa del taglio diagonale della ferrovia già scelto da Turner e una fusione di colore fra il cielo e il fumo della locomotiva e, soprattutto, negli esemplari dedicati alla Gare Saint-Lazare.

C. Monet, Il treno nella neve (1877), Parigi, Musée Marmottan-Monet

In due rappresentazioni della stazione parigina incontriamo due diverse visioni determinate dalle variazioni del punto di osservazione e della luce: L'arrivo del treno a Saint-Lazare appare più confusionario, concentrato sugli spostamenti dei treni presso uno scambio e con la presenza, in primo piano, di un operaio dello scalo: il fumo della locomotiva di destra si alza in una densa nuvola azzurra che sale verso il soffitto di ferro e vetro. Più rarefatta, meno definita nella ripresa del treno e rivolta alla rappresentazione della comodità del viaggio che attende i passeggeri appare invece la seconda tela, dove dominano incontrastate le tonalità dell'azzurro. 

C. Monet, Gare Saint-Lazare - L'arrivo del treno (1877), Massachussets, Fogg Art Museum

L'artista francese conduce quindi la sua ricerca di luce non solo sugli ambienti naturali o sulle strutture architettoniche, ma si dedica anche alla rappresentazione di una realtà modernissima, fatta di velocità e forse proprio per questa adatta all'impressione. È questo, d'altronde, l'orizzonte reale dell'uomo del XIX secolo e, ammirando le rappresentazioni di Monet della Gare Saint-Lazare lo scrittore e giornalista Emile Zola dichiara che «vi si sente lo sferragliare dei treni che arrivano veloci, si vedono le zaffate di fumo che roteano sotto i vasti hangar. Oggi la pittura è là, in quegli ambienti moderni con la loro bella grandezza. I nostri artisti devono scoprire la poesia delle stazioni come i loro padri scoprirono quella delle foreste e dei fiumi».

C. Monet, Gare Saint-Lazare (1877), Parigi, Musée d'Orsay

Sognante e fantasioso è, qualche anno dopo, il treno di Evard Munch: nel 1900 conferisce a Il fumo della locomotiva un'impostazione orizzontale, in cui il treno è in posizione ribassata rispetto al centro della tela e nascosto da una fila di alberi sopra i quali si leva il vapore. La nuvola bianca non è svirgolettata come nei dipinti di Monet, ma densa, corposa e con sfumature dorate che danno al quadro una connotazione più da mondo fiabesco che da società industriale, accentuata dalla presenza del lago e del cielo che, con i loro riflessi multicolori, delicati e rilassanti, sembrano come adagiarsi morbidamente sul fumo.

E. Munch, Il fumo della locomotiva (1900), Oslo, Munch Museum

La scelta di Munch sembra riallacciarsi alla prima rappresentazione della ferrovia di Monet che, nel 1870, prima dell'affermazione dell'Impressionismo e molto meno nota della serie di Saint-Lazare, aveva relegato il treno ad un elemento di sfondo, decisamente marginale rispetto ad una veduta campagnola, come se Il treno nella campagna rappresentasse il timido affacciarsi della società industriale e il tentativo dell'artista di transitare gradualmente dalla natura alla tecnologia.

C. Monet, Il treno in campagna (1870), Parigi, Musée d'Orsay

Ad impossessarsi con maggiore foga dell'iconografia del treno sono però i Futuristi, che in esso vedono una manifestazione di quell'irruenza, di quella potenza, di quel rumore e di quella velocità che invocavano a gran voce fin dal manifesto del 1909. Prima dell'esplosione dell'avanguardia, però, Umberto Boccioni, che ne diventerà a breve il maggior esponente in campo artistico, realizza un dipinto molto tradizionale e lontanissimo dai canoni futuristi: è il 1908 e Il treno che passa si concentra su un'enorme distesa di grano alle spalle della quale si intravede il mare e in cui la locomotiva sembra quasi un elemento estraneo, che deve transitare perché sia ristabilita la naturalezza dell'ambiente. È forse la preparazione alla scomposizione di forme e all'irruenza della simultaneità che si prepara per gli anni seguenti.

U. Boccioni, Il treno che passa (1908), Lugano, Museo Civico di Belle Arti

Nel 1916 Renato Marcello Baldessari dipinge Velocità+treno+folla, descrivendo una locomotiva dai piani scomposti per rendere quell'effetto di velocità e simultaneità di visione che recupera alcuni esiti del cubismo e che produce una nuova fusione fra il treno, la stazione, il cielo e la folla attraverso la sovrapposizione delle sagome e delle masse: i corpi dei viaggiatori si intravedono, ma sono dissolti nell'atmosfera che dividono col treno, come se vi fossero già saliti e la loro presenza sulla banchina appartenesse al passato.

R.M. Baldessari, Velocità+treno+folla (1916)

Simili nell'idea ma molto differenti nella visualizzazione risultano i treni di Pippo Rizzo, futurista siciliano che si dedica in più di un'occasione al tema delle ferrovia: nelle sue scomposizioni dominano i colori azzurri e blu e una scansione geometrica dello spazio circostante il treno che mira a rendere il piegarsi del fumo verso la coda (nella visione frontale del 1929) o la rapidità del passaggio nel Treno notturno in corsa (1920).

P. Rizzo, Treno notturno in corsa (1920), Archivio Rizzo

F. Depero, Treno partorito dal sole (1924),
Collezione privata
Con questa sua resa variopinta, Rizzo sembra incorniciare la versione fiabesco-pubblicitaria di Fortunato Depero (1924), che recupera una visione diagonale del treno, avvolgendo però i binari in una coda a semicerchio, ed elimina ogni traccia di verosimiglianza: locomotiva è ridotta ad un insieme di volumi geometrici e il fumo ad un rampollare di curve grigie che salgono dal sole o, meglio, nel rispetto del titolo Treno partorito dal sole, discendono da esso come un elemento naturale quanto le piante e l'uccello azzurro posti a corona dei binari.
Tante visioni diverse, segno di una società che è cambiata nel tempo e di un'arte che ha cercato, di volta in volta, di adeguarvisi o di sfuggirvi ricercando la strada della fantasia. Ancora oggi il treno alimenta un ricchissimo immaginario e c'è da scommettere che, con la sua capacità di unire terre lontane come nessun altro mezzo grazie alla fissità delle strade ferrate lungo le quali si muove, questo mezzo continuerà ad attirare su di sé gli sguardi delle future generazioni di artisti.

C.M.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...