mercoledì 29 ottobre 2014

Miele (McEwan)

Letteratura e vita - lo sanno bene i lettori - hanno infinite possibilità di incontro, influenza e commistione: le parole di un autore, la storia che egli ci racconta, i suoi personaggi possono davvero cambiare il nostro modo di vedere il mondo, la prospettiva attraverso la quale cerchiamo di comprendere la nostra esistenza.
 
Su questo rapporto sottile, sulla relazione che lega uno scrittore al suo lettore gioca Ian McEwan con Miele, romanzo in cui propone un'intrigante miscela di spionaggio, sentimento e letteratura, facendo di Serena Frome, una ragazza amante dei libri ma suo malgrado laureata in matematica, l'ideale intermediario di un'azione dei servizi segreti del MI5.
A Serena, arrivata nell'ufficio del'intelligence sulla scia di due relazioni finite male, viene affidato un importante ruolo nell'operazione Miele, finalizzata al reclutamento occulto di scrittori da sfruttare come tramite per la divulgazione di idee antisovietiche. Fra loro c'è Tom Haley, un giovane professore che non aspetta altro che l'occasione per dedicarsi interamente alla letteratura e che seduce Serena con i suoi racconti, al punto che per lei separare lavoro e sentimenti non è più possibile. Ma Tom, per salvaguardare l'operazione Miele e, allo stesso tempo, per non rischiare che un palazzo di bugie crolli seppellendo la passione nata fra lui e Serena, deve rimanere all'oscuro del progetto dell MI5, eppure la doppia identità della giovane spia finirà per dargli una straordinaria occasione di grande letteratura.
Con la maestria narrativa che lo contraddistingue, Ian McEwan, di cui avevo già amato Espiazione, costruisce un racconto accattivante, che, malgrado qualche divagazione di troppo sulle missioni anti URSS e sulle operazioni contro il terrorismo irlandese, trattiene il lettore in una rete, lo invischia davvero nel miele che dà il titolo al libro.
 
Serena è una figura piena di insicurezza e dubbi, esperta nel coltivare le relazioni sbagliate, ma insuperabile nelle sue conoscenze letterarie, concentrate su autori contemporanei e sulla saggistica: questo la rende determinata e professionale nel suo ruolo di spia. Tom Haley è destinato al successo, ma ella sa di non poter condividere con lui le soddisfazioni personali legate al suo lavoro, di dover restare nell'ombra, di non poter partecipare alle cerimonie di premiazione, ma Tom Haley non sarebbe, senza di lei, il grande scrittore che diventa pagina dopo pagina. Attorno a loro si muovono diversi personaggi che spesso sono solo fugaci comparse, ma che sono tutti, a loro modo, essenziali per la costruzione del carattere di Serena e della sua storia: il professor Canning, la collega e aspirante scrittrice dal nome allitterante Shirley Schilling, il rancoroso agente Max Greatorex.
Definire Miele una storia d'amore sarebbe riduttivo: semmai, è una storia sul potere di costruzione dell'amore e di tutti i sentimenti che ad esso si collegano e, allo stesso tempo, sulla potenza creatrice della letteratura, che spesso sa essere più esaustiva, chiara e affascinante della vita stessa.
Ero un romanziere senza un romanzo, e adesso la sorte aveva lanciato sulla mia strada un osso succulento, la nuda intelaiatura di una storia sfruttabile.
C.M.

domenica 26 ottobre 2014

TFA: tanti soldi, rispetto nullo

Oggi vi voglio parlare di un argomento poco conosciuto al di fuori del mondo della scuola. In quasi due anni di blogging non mi sono mai ritagliata spazi per discutere di problemi che mi riguardano personalmente, ma il disagio e il nervosismo che sto attraversando da qualche mese riguarda migliaia di altri aspiranti docenti e ha alla base l'ennesimo caso di disinteresse da parte degli organi competenti.


Il Tirocinio Formativo Attivo (TFA) è un corso di abilitazione all'insegnamento molto costoso (la cifra massima è fissata a 3000 euro e nessuna Università si mantiene molto al di sotto di questa soglia) di durata annuale che è stato istituito mentre molti aspiranti di oggi erano già iscritti all'Università, motivo per cui in molti ci siamo trovati di fronte un brusco mutamento del sistema di reclutamento rispetto al momento della scelta del percorso di studi: un tale sbarramento dopo cinque anni di formazione e con la 'minaccia' di non avere, senza abilitazione, alcun futuro nella scuola (secondo le recenti dichiarazioni del premier Renzi) è già di per sé una difficoltà. Aggiungiamo il fatto che i costi sono davvero proibitivi per coloro che non abbiano un sostegno familiare e devono pagarsi da soli gli studi, magari trovandosi costretti, visto l'obbligo di frequenza alle lezioni, a lasciare un eventuale impiego nel frattempo fortunatamente trovato. 

Le prove di accesso mirano (o almeno in teoria questo dovrebbero fare) a verificare i candidati con le migliori competenze, ma questa selezione, che tiene conto del voto di laurea e della carriera complessiva solo in caso di parità fra i punteggi delle prove selettive fra più candidati al termine della procedura, sembra un'ammissione dell'inefficienza della formazione universitaria: dopo la Laurea ancora ci viene chiesto di sottoporci a prove che testano la nostra preparazione. Sia pure così. Peccato che molti dei colleghi che hanno frequentato il TFA nel ciclo precedente abbiano dichiarato di aver ripetuto per l'ennesima volta diversi corsi ed esami che avevano per oggetto contenuti identici a quelli già affrontati per il conseguimento della Laurea: vien da chiedersi, allora, a cosa servissero quei 3000 euro e tutte quelle ore di frequenza obbligatoria e se il ciclo 2014/2015 ripresenterà questa anomalia. Nonostante tutto, in molti ci siamo armati di determinazione e pazienza, nella speranza di giungere al traguardo dell'insegnamento.
Fin dall'emanazione del bando che istituiva il secondo ciclo TFA (uscito il 16 maggio) le informazioni sono state carenti, ritardatarie e spesso sono state sollecitate da candidati disorientati che non hanno avuto alcun riscontro. Le uniche notizie puntuali ed esaustive hanno riguardato l'ammontare dei costi di iscrizione e le procedure per il versamento degli stessi. Sebbene, poi, sia stato chiarito fin dall'inizio che i candidati avrebbero dovuto affrontare un contributo di partecipazione al test preselettivo, non è stato altrettanto chiaro che, in caso di ammissione alla seconda prova, quella scritta, avremmo dovuto sostenere una nuova quota di iscrizione.
Al momento non sappiamo se un ulteriore versamento sarà richiesto in caso di ammissione alla terza e ultima prova, quella orale. Quanto a quest'ultimo esame, è sintomatico dell'interesse nei confronti dei candidati che alcune università non abbiano ancora reso noti gli argomenti su cui verterà e che abbiano stabilito l'inizio dei colloqui già dalla settimana seguente agli scritti: in molti non abbiamo idea di cosa studiare per prepararci adeguatamente.

Va detto, inoltre che, nonostante il bando del MIUR sull'istituzione del II ciclo TFA e sull'avvio delle selezioni sia pubblico da mesi, stiamo sostenendo le prove di ammissione e versando parecchi soldi senza conoscere il dettaglio dell'Offerta Formativa delle singole università, il che equivale ad un acquisto a scatola chiusa di un prodotto di cui non ci è dato di testare la qualità.
Non essendo tutto ciò sufficiente, si stanno verificando enormi errori e ingiustizie nell'espletamento delle prove: in Lombardia la procedura è stata bloccata per la presenza di istituzioni universitarie che non risultano abilitate ad erogare questi corsi;  l'Università di Cagliari ha annullato una delle prove svolte perché non tutti i candidati hanno ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sull'ora e la sede dell'esame; numerosi aspiranti all'insegnamento in classi disciplinari affini (ad esempio, nel mio caso, le quattro classi di ambito letterario) si trovano nell'impossibilità di partecipare a tutte le prove del loro ambito, perché, nonostante il superamento (e il pagamento) del test preselettivo di ciascuna classe svoltosi a luglio, le date dei relativi scritti coincidono o sono in orari diversi, ma in città diverse della stessa regione.
Molti candidati stanno segnalando i disagi con i mezzi più diversi e io stessa faccio parte di un gruppo mobilitatosi per chiedere di intervenire su una spiacevole coincidenza fra le date degli scritti relativi alle selezioni per le classi di ambito letterario in Veneto e per richiamare l'attenzione sulla questione. In diversi casi, purtroppo, gli Uffici Competenti nell'organizzazione e nella gestione delle prove e dei corsi non danno segno di voler intervenire in maniera decisa ed efficiente.

Fin dall'inizio di questo percorso, molti candidati percepiscono una continua indifferenza nei loro confronti, non solo perché nessun concorso pubblico dovrebbe svolgersi con una simile incuria, accumulando ritardi, disguidi ed errori, ma anche perché qualsiasi selezione dovrebbe svolgersi in modo limpido ed equo, sia nell'interesse dei concorrenti, sia in favore del settore nei quali essi dovranno inserirsi: la selezione del corpo docente non può essere affidata all'arbitrio della Fortuna, essere ostacolata da un ritardo ferroviario o alterata dalle condizioni di difficoltà di un aspirante. 
Il disinteresse per le sorti dei concorsi di TFA e dei loro candidati è sintomatico dell'atteggiamento ormai diffuso nei confronti della scuola nel complesso. Il denaro di questi stessi candidati, invece, riceve fin troppe attenzioni.

C.M.

mercoledì 22 ottobre 2014

Una corona che parla italiano

Mentre si tengono a Firenze, presso Palazzo Vecchio, gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo, iniziativa promossa dal Ministero degli Esteri e dall'Accademia della Crusca in collaborazione col MIUR e il MIBACT per approfondire le strategie per la diffusione della lingua italiana e fare il punto sullo stato del nostro idioma all'estero, ci troviamo proprio oggi a ricordare l'anniversario di un evento determinante per la conquista di piena dignità da parte della nostra lingua.
 
Logo degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo
 
Il 22 ottobre 1441, infatti, si svolse a Firenze il Certame Coronario, una gara di poesia in lingua volgare sul tema dell'amicizia promossa da Leon Battista Alberti con il patrocinio della signoria dei Medici. La competizione, che si svolse nella chiesa di Santa Maria del Fiore, prendeva il nome dalla corona d'alloro in argento scelta come premio per il vincitore: essa non fu assegnata, prova che il volgare doveva ancora vincere strenue opposizioni, ma è significativo che, in un'epoca dominata dal latino e dalla ripresa della classicità, si sia affermata una manifestazione così importante di apertura alla lingua del popolo, nel tentativo di offrirle quella dignità letteraria che Dante ricercava fin dall'inizio del Trecento.
 
Leon Battista Alberti (1404-1472)
Il Certame Coronario fu una tappa fondamentale nella cosiddetta Questione della lingua e nell'evoluzione della storia dell'italiano. Dante stesso, scrivendo il De vulgari eloquentia, trattato incompiuto in cui, analizzate le varianti regionali della Lingua del sì, si proponeva di trovare un volgare illustre degno di essere il suo fiore all'occhiello, il suo grande pregio. Leon Battsta Alberti rilanciò, dunque, un dibattito che era per lungo tempo caduto nel dimenticatoio, accendendo uno scambio di opinioni che vide i più grandi intellettuali dell'era moderna contrapporsi nella definizione della più elegante forma di lingua italiana.
Nel 1525 Pietro Bembo avrebbe individuato nella prosa di Boccaccio e nel linguaggio poetico di Petrarca i modelli espressivi per i letterati, che da quel momento sarebbero diventati canonici (soprattutto nel caso dell'autore del Canzoniere, che orientò le scelte stilistiche e lessicali di molti suoi successori). Nello stesso anno o poco prima Niccolò Machiavelli, in opposizione a chi, come Baldassar Castiglione, riteneva che la lingua nazionale dovesse essere quella parlata nelle corti, sostenne la necessità di guardare al fiorentino contemporaneo nel Discorso sopra la nostra lingua, trattato pubblicato due secoli dopo la morte dell'autore (1730) e di cui parte della critica mette in dubbio l'attribuzione.
Il primo vocabolario della Crusca
Il XVII secolo assistette allo scontro fra l'Accademia della Crusca, che nel 1612 pubblicò il primo vocabolario, sostenendo un uso linguistico che mediava fra la lingua delle Tre Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio) e la consuetudine toscana moderna e gli l'Anticrusca di Paolo Beni, che esaltava invece la forma espressiva consolidatasi nel Cinquecento e poteva contare sull'approvazione di personaggi come Alessandro Tassoni, contrario al primato fiorentino, e di Daniello Bartoli, ostile ad ogni forma di rigorismo grammaticale col suo Il torto e il diritto del non si può (1655).
Fu la scienza a compiere il passo che i letterati non si decidevano a fare: il Dialogo sopra i due massimi sistemi e il Saggiatore di Galileo avrebbero decretato l'assoluta importanza del volgare nel costruire una scienza che potesse davvero, attraverso una comprensione diffusa, farsi veicolo di una nuova immagine del mondo e di una conoscenza libera e democratica.
Sarebbero stati infine i Romantici a riscoprire il genio della lingua legato al genio dei popoli, stabilendo che nessuna regolamentazione o teorizzazione calata dall'alto avrebbero potuto ingabbiare l'espressione viva e mutevole (così, ad esempio, Melchiorre Cesarotti). Nonostante la continua opposizione dei classicisti e soprattutto dei puristi più accaniti, fra cui Antonio Cesari, che trattavano la lingua quasi come un'entità mistica, le congiunture storiche bastarono a riportare all'attenzione del mondo intellettuale l'importanza di una lingua che unificasse, anziché dividere, che parlasse al popolo e non solo agli eruditi: l'unità d'Italia e la preminenza di una figura come quella di Alessandro Manzoni bastarono a restituire piena dignità ad un dibattito che per troppo tempo era stato un vezzo fine a se stesso. 
 
Alessandro Manzoni (1785-1873)
Manzoni, infatti, non contribuì all'affermazione della lingua italiana a base fiorentina solo con la stesura Quarantana de I promessi sposi, ma anche con i suoi scritti sulla lingua, fra cui spicca la relazione Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla (1868), destinata al ministro Broglio allo scopo di documentare l'importanza dell'uso vivo della lingua e la necessità di una capillare politica di diffusione linguistica fortemente connessa all'intervento sociale: prima di fare l'Italia era da fare l'italiano, la lingua comune che avrebbe costituito il collante di un nuovo popolo unito.
In qualche modo, nonostante il lungo protrarsi di questo processo e il fallimento della competizione voluta da Leon Battista Alberti, dobbiamo pensare bene a quel Certame Coronario e ricordare che, senza di esso, forse non sarebbero avvenute le trasformazioni che hanno portato all'affermazione della nostra bellissima lingua.

C.M.

lunedì 20 ottobre 2014

Il segreto del Bosco Vecchio (Buzzati)

Si avverte tutta la magia di un folklore carico di affetto e ricordi ne Il segreto del Bosco Vecchio, romanzo di Dino Buzzati che ha il sapore delle favole raccontate ai bambini: nella narrazione dello scrittore bellunese si respirano gli odori e gli incantesimi della foresta, si ammirano prodigi e si ascoltano le parole - sì, proprio le parole - degli animali che la popolano. L'aspetto più affascinante di tutto questo è la naturalezza con cui siamo portati ad accettare come normali i numerosissimi elementi fantastici del libro.

Buzzati ci racconta la storia del colonnello Sebastiano Procolo, che, dopo la morte del Morro, ottiene in eredità la tenuta di Bosco Vecchio, senza però beneficiare della sua parte migliore, riservata al nipote Benvenuto, di cui Sebastiano è tutore, ma che vive in un collegio. Procolo vorrebbe sfruttare la foresta, tagliare gli alberi e vendere la legna, spianare il terreno, ma si trova improvvisamente in lotta con i geni che la abitano e si nascondono negli alberi, assumendo, a loro piacimento, le sembianze di piante, animali o esseri umani, come Bernardi, che fa di tutto per distogliere il colonnello dal suo piano e per difendere, assieme alle altre creature della foresta, il piccolo Benvenuto il quale, come tutti i bambini, ha con il bosco un rapporto speciale. Procolo ha dalla sua il vento Matteo, rancoroso dopo anni di prigionia cui l'hanno costretto i geni stanchi delle sue angherie, ma Benvenuto, che pure non si rende conto delle macchinazioni dello zio contro di lui, gode della simpatia di tutti gli animali, sa ascoltare il canto della foresta e può contare sul benefico vento Evaristo, che contrasta Matteo e divulga costantemente il bollettino del bosco.
L'aspetto allegorico della favola è molto semplice, ma non per questo meno incisivo. Sebastiano Procolo, insensibile alla vitalità e alle voci del Bosco Vecchio e quindi astioso verso Benvenuto, che ne gode pienamente; Procolo rappresenta gli adulti che, crescendo, dimenticano di colpo il legame con la natura e la capacità di stupirsi di ogni sua trasformazione: l'ombra che, di fronte al suo comportamento malvagio, abbandona il colonnello è il simbolo di un'anima dannata che ha rinnegato l'istinto vitale e benevolo che crea armonia fra gli esseri viventi. Dall'altra parte c'è Benvenuto, ammesso alle feste nel bosco e a partecipare ai canti gioiosi che, invece, si quietano improvvisamente all'arrivo dello zio. Nel rapporto burrascoso fra Procolo e il nipote si nota un conflitto generazionale, una lotta esistenziale fra l'ingenuità e la purezza dell'infanzia e la corruzione dell'età adulta, che non concede il minimo spazio al sentimento, ma cerca solo l'immediato profitto e vuole portare a termine i propri progetti senza guardare in faccia nessuno. 


Il segreto del Bosco Vecchio è, dunque, un invito a riscoprire la parte più intima e genuina nascosta in noi, alla ricerca del piccolo Benvenuto che può aiutarci a ristabilire, o, almeno, a ricordare l'entusiasmo con cui da fanciulli sapevamo guardare alla vita. Come scrive Claudio Toscani nella breve prefazione dell'edizione Mondadori (che a ben guardare sembra più una postfazione e che, quindi, suggerisco di leggere solo dopo il romanzo per evitare spoiler), «il fantastico di Buzzati è un inno all'infanzia, uno spazio di libertà dove abita il desiderio di capire il mistero, l'ignoto, il plausibile».
Buzzati ci regala, con Il segreto del Bosco Vecchio, una storia per tutti, bambini che vogliono sognare e adulti che desiderano tornare fanciulli, ma comprendere con la loro maturità il profondo significato dell'essere bambini.
«Sei un buon figliolo» gli disse il Bernardi, mettendogli la destra su di una spalla; «peccato che anche tu te n'andrai e non ci potremo più vedere.»
«Andrò dove? Mi vogliono mandar via?»
«No, non è questo. Ma anche tu un ben giorno non ti farai più vedere e, anche se tornerai, non sarà più la stessa cosa.»
C.M.

venerdì 17 ottobre 2014

Il cinema biografico francese: La vie en rose e Coco avant Chanel

Due settimane fa, con otto giorni d'anticipo rispetto all'anniversario della morte di Édith Piaf, è andato in onda il film La vie en rose (titolo originale La Môme), che il regista Olivier Dahan ha voluto dedicare nel 2007 alla cantautrice francese, ripercorrendone la carriera, ma soprattutto la tormentata storia personale. Ad interpretare Édith Piaf è stata Marion Cotillard, che, pur non cantando personalmente i brani che riempiono molte delle scene, ma calandosi perfettamente negli atteggiamenti talvolta impacciati e timorosi, talaltra fortemente passionali dell'artista, è stata premiata con l'Oscar come miglior attrice; altre statuette sono andate al trucco e ai costumi, e, in effetti, il film risulta molto accattivante anche per la ricostruzione attuata attraverso queste tecniche. 

La pellicola ci descrive le vicende di Édith Piaf dalla sua difficile infanzia, quando, abbandonata dalla madre e affidata dal padre alla tenutaria di un bordello per garantirle un tetto sicuro, inizia a conoscere la propria voce e si affida alla protezione di Santa Teresa. Dopo una giovinezza sregolata fatta di esibizioni in strada per conto di un importante malavitoso, viene notata e portata ad esibirsi in un locale dall'impresario Louis Leplée (Gérard Depardieux), che la presenta al pubblico come «La Môme Piaf»; l'uccisione di Leplée, però, fa piombare sulla Piaf l'accusa di collaborazione con la criminalità organizzata e la sua carriera viene improvvisamente interrotta dalle malelingue e dall'accanimento della stampa, finchè Raymond Asso (Marc Barbé) non la riporta sul palcoscenico, scrivendo per lei moltissime canzoni di successo e lanciandola sulla ribalta francese e internazionale. Negli Stati Uniti Édith conosce il pugile Marcel Cerdan e vive con lui i giorni più felici, ma, dopo la morte di lui in un incidente aereo, ella piomba in una profonda depressione che la porta a ripiombare nel vizio giovanile dell'alcol e aggrava sempre più le sue condizioni di salute, arrivando ad impedirle di coltivare la sua grande passione per il canto.
Prima di vedere questo bel film, di Édith Piaf conoscevo solamente il nome e le canzoni più famose: La vie en rose, Non, je ne regrette rien e Mon manège à moi; nel corso di un agita scolastica a Parigi sono stata a Père Lachaise e ho potuto notare la devozione del suo pubblico, che riempie costantemente la sua tomba di fiori freschi, mantenendone vivo il mito. Il cinema, quindi, pur tralasciando, per motivi che l'impostazione registica rende evidenti e assolutamente giustificati, alcuni aspetti della vita della Piaf (come i due matrimoni e gli anni di guerra) mi ha fornito in un paio d'ore molte informazioni su un'artista di grande talento e successo, aiutandomi a colmare una lacuna che, di fronte a quel sepolcro così venerato, mi era sembrata enorme.

Di fronte a questo film, ho pensato immediatamente all'importanza dei biografi del grande schermo nel far comprendere i grandi miti del passato, in particolare quello della connazionale di Édith Piaf, la stilista Coco Chanel, cui Anne Fontaine ha dedicato, nel 2009, Coco avant Chanel - L'amore prima del mito. Anche di fronte a quella pellicola e all'interpretazione di Audrey Tautou, ero stata felice e soddisfatta di comprendere la donna celata dietro un grande nome, scoprendo le pieghe del suo carattere forte e comprenendo molto di più la portata straordinaria delle sue innovazioni, non solo nel campo della moda, ma, attraverso esso, anche nell'immagine stessa della donna moderna. Anche dietro a Coco Chanel c'è una grande storia d'amore: dopo quella con il suo primo finanziatore, Coco si innamora di Boy Capel, che, però, come Marcel, lascia prematuramente la sua amata a causa di un incidente; è proprio l'intervento di Capel a portare la stilista ad aprire le sue prime boutique a Parigi e Deauville e a permettere il decollo del mito della grande Coco. E nello sguardo finale di Audrey/Coco che assiste defilata ad una sfilata nel suo negozio si riflette immediatamente la profondità di un vissuto che spiega la donna dietro l'artista.

Due storie forti, cariche di passioni e di difficoltà che permettono di capire perché Édith Piaf e Coco Chanel non siano rimaste Édith Giovanna Gassion e Gabrielle Bonheur Chanel dietro i loro soprannomi: i film di Dahan e della Fontaine intrecciano strettamente l'arte e la vita, spiegando come le loro scelte professionali e ciò che il mondo di loro ha visto su un palco o su una passerella siano il naturale riflesso della loro vicenda personale.

C.M.

mercoledì 15 ottobre 2014

Buzzati: l'artista prima dello scrittore

Mi spiace aver incontrato Dino Buzzati solo un anno fa, quando ho letto Il deserto dei Tartari. Questo romanzo mi ha fatto scoprire un autore eccezionale, che mescola fantasia e filosofia in un modo narrativamente e stilisticamente leggero e che, nello spazio di poche pagine, può rivelare al suo lettore verità inconfutabili nel quale si riconosce naturalmente. 

Il Babau
Questa settimana (precisamente il 16 ottobre) ricorre l'anniversario della nascita di questo scrittore, avvenuta nel 1906, e sul mio comodino c'è una copia de Il segreto del Bosco Vecchio che, fin dalle prime pagine, mi ha portata nel cuore del realismo magico. La ripresa dell'autore e, insieme, la ricorrenza, mi hanno suggerito un approfondimento su un aspetto della produzione di Buzzati che forse è meno noto di quello letterario, ma che è ad esso strettamente legato e che, anzi, per stessa ammissione dell'autore, lo precede: quello artistico.
Oltre che narratore e giornalista, infatti, Buzzati è stato anche illustratore dei propri libri e ha realizzato diverse opere indipendenti che vanno dal disegno alla pittura ad olio e acrilico.
«Il fatto è questo, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa, le mie pitture quindi non le può prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie»
Queste parole sono state pronunciate da Buzzati stesso, che dimostra nei fatti di intendere in questo senso l'arte, poiché le sue opere sono davvero dei piccoli concentrati narrativi, proposti con la semplicità di un bozzetto per le favole, eppure tutt'altro che semplicistiche.

Il Babau - stringa

La particolarissima serie delle illustrazioni realizzate per I miracoli di Val Morel costituisce il racconto grafico dei miracoli di Santa Rita da Cascia. Lo scrittore immagina di giungere a Valmorel, nel bellunese, e di imbattersi in una raccolta di ex voto (i suoi stessi disegni) che celano ciascuno la storia di una persona che ha ricevuto l'aiuto della santa. Il prodotto grafico è, quindi, la premessa stessa del libro.

I miracoli di Val Morel - Il Colombre

I miracoli di Val Morel - I lupi

I miracoli di Val Morel - Cappuccetto Rosso

Appartengono a Buzzati le immagini scelte come copertina dell'edizione Mondadori delle sue opere, per molte delle quali Buzzati aveva realizzato anche delle tavole di illustrazioni: fra le opere notevoli vanno annoverati certamente i disegni per La famosa invasione degli orsi in Sicilia, che rappresentano con tratti semplici e quasi fumettistici i diversi momenti della calata degli animali e dello scontro con le truppe del Granduca. Anche in questo caso, come dichiarato dallo stesso autore in un'intervista disponibile negli archivi di Rai Arte, le illustrazioni sono state non la conseguenza, ma la base del lavoro narrativo.

Immagini per La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Da Poema a fumetti
L'aspetto fumettistico non è un tratto sporadico, infatti Buzzati si dedicava anche alla realizzazione di vignette accompagnate da dialoghi e didascalie, sciolte o raccolte in volume, come nel caso del Poema a fumetti (1969), una graphic novel ante litteram che ripercorre i temi tipici della riflessione dell'autore (il rapporto con la morte, il disagio dell'uomo contemporaneo confinato nelle metropoli, il mistero, il rapporto privilegiato con la natura) in chiave sintetica e fulminea, non senza omaggiare gli artisti contemporanei, come Dalì e Warhol.
Il profondo attaccamento di Buzzati alla natura e il senso di estraneità rispetto alla città, dovuto alle sue origini fra le alture venete e al costante rimpianto per quei paesaggi, si riflette nel suo più noto acrilico, in cui il Duomo di Milano è rappresentato come una montagna e il piazzale antistante come una verde vallata: l'arte diventa il mezzo per ricostruire un legame spezzato e salvare l'uomo dalla dimensione ostile e cinica della città.
Il Duomo di Milano, acrilico su tela (1958)

Un pittore ricordato suo malgrado principalmente come scrittore, insomma; la vasta molte di racconti, novelle, drammi e articoli pubblicati non poteva certo passare in secondo piano, eppure Dino Buzzati della scrittura faceva un hobby e voleva essere riconosciuto come artista. Possiamo tuttavia pensare che, dato il grande amore per il racconto che costituisce l'essenza di tutta la sua attività, non proverebbe rammarico nell'esser menzionato come una delle più pregevoli penne del panorama narrativo del Novecento italiano.

C.M.

lunedì 13 ottobre 2014

Q (Luther Blissett)

Agguati, complotti, lotte religiose, truffe e libri proibiti: c'è proprio tutto in Q, romanzo che ha reso famoso il collettivo di scrittori che opera sotto lo pseudonimo di Luther Blissett e, più di recente, con quello di Wu Ming. Uno straordinario affresco storico del periodo compreso fra il 1518 e il 1555, anni segnati dal conflitto fra la Chiesa cattolica e le idee riformiste di Lutero, così come con tutti i movimenti ereticali sorti in seguito alla polveriera scatenata dalle 95 tesi. Sullo sfondo della vicenda di Gert dal Pozzo (uno dei tanti nomi del protagonista-narratore) scorrono gli eventi che vanno dalla scomunica del frate agostiniano alla pace di Augusta fra Carlo V e i principi protestanti tedeschi, passando per la predicazione degli anabattisti, il Concilio di Trento, il potenziamento dell'Inquisizione e le rivolte popolari in Germania e Olanda, in cui questioni dottrinali si mescolano al desiderio di riscatto sociale, ma anche a comportamenti truffaldini.

Luther Blissett ci trasporta nel cuore della storia e delle storie, raccontandoci le avventure un eretico senza nome che si lega prima a Thomas Müntzer, poi agli anabattisti e infine si vota al commercio di un libro proibito dal titolo Il beneficio di Cristo; egli è costantemente inseguito da Q, il misterioso emissario del cardinale Gianpietro Carafa, principale fautore dell'Inquisizione e della caccia alle eresie e strenuo oppositore di qualsiasi compromesso con i riformatori. Gert si muove da Frankenhausen ad Augusta, da Strasburgo ad Amsterdam, da Münster ad Anversa, per approdare infine a Venezia, dove si giunge solo "per commerciare o per nascondersi", entrando in contatto con predicatori, professori, lenoni invasati da fervori religiosi e pronti a farsi tiranni, abili truffatori dei Fugger, i più potenti banchieri europei, e imprenditori giudei. Quella di Gert è una predicazione ora plateale e portata avanti con sanguinose battaglie e rivolte nei borghi tedeschi, ora sospinta con sottili raggiri condotti sfruttando le potenze commerciali di Anversa e Venezia. In quest'ultima città sono ambientate le pagine più belle del libro, che devono la loro magia all'anticonformismo della Serenissima verso la Chiesa, all'aura torbida che aleggia sulla laguna, con le sue istituzioni onniveggenti e i suoi traffici illeciti, al fascino delle botteghe e delle stamperie di libri proibiti, e al carattere pittoresco delle architetture, che talvolta mi hanno ricordato le città invisibili che si affacciano nel racconto del Marco Polo di Calvino.
Al primo sguardo distante, reso più incerto dai veli di nebbia che fanno del sole un disco biancastro, non sai se il miraggio sia il mare che stai solcando, e invece è terraferma, o i palazzi e le chiese appoggiati sull'acqua, in realtà scogli di forme architettoniche. (p. 429)
«A Venezia ci si perde, compare, anche quando si crede di conoscerla bene, capito? Si resta completamente in balia di quella città. Un labirinto di canali, vicoli, chiese e palazzi che ti compaiono davanti come in un sogno, senza un legame apparente con quanto hai potuto vedere fino a quel momento.» (p. 406)
Alcune pagine della prima metà del romanzo risultano un po'complesse, soprattutto per la presenza di molti personaggi con nomi simili e idee anche solo leggermente diverse (dal momento che la mia lettura si è protratta per qualche settimana, ho dovuto spesso tornare a cercare questo e quello), ma la narrazione è ben costruita, accattivante e ricca di descrizioni che rimandano al grande romanzo storico. Ad ogni capitolo si avverte la solida documentazione storica, religiosa, economica e artistica che sta alla base e non di rado ci vengono presentati i grandi avvenimenti del passato in un'ottica che li riscatta dal grigiore di un'epoca decisamente meno accattivante dei secoli che l'hanno preceduta.
E poi c'è l'onnipresente riflessione sulla diffusione del libero pensiero e sull'importanza della stampa, il grande nemico contro cui si scaglia l'Inquisizione: ambientando molte pagine di Q nelle botteghe e nei locali frequentati dagli spacciatori di testi illeciti, Luther Blissett stuzzica il nostro appetito di lettori, stimolando bellissime riflessioni sul potere dei libri, come quando fa parlare Pietro Perna, collaboratore di Gert nei traffici di carta stampata:
«Io faccio il mio mestiere, capito? Io sono un libraio, vado in giro, vedo un sacco di gente, vendo i libri, scopro talenti nascosti sotto le montagne di carta… io propago idee. Il mio mestiere è il più rischioso del mondo, capito? Sono responsabile della diffusione dei pensieri, magari di quelli più scomodi.» (p. 414)
Il volto di Luther Blissett seondo A. Alberti e E. Bianco
Altre bellissime riflessioni riguardano la fede, che, attraverso Gert, che pure non disdegna di servirsi della sua autorità e delle sue abilità per arricchirsi, diventa oggetto di una predicazione che fa leva sull'umiltà, sul diritto di tutti a godere della presenza di un Dio che la Chiesa presenta come un'entità lontana e che i semplici confondono con una statua. Oltre alla rigida dottrina cattolica e alle macchinazioni di Carafa e di Q per stanare gli eretici, si affaccia, fra le pagine di questo romanzo una religiosità semplice, che cerca parità e conciliazione e vuole scardinare i paradossi di un clero che pensa solo a ristrutturare la propria autorità e i propri privilegi e partecipa dei giochi finanziari di banchieri e speculatori come qualsiasi altro monarca europeo.
«L'Apocalisse non è un obiettivo da raggiungere, è in mezzo a noi. Negli ultimi vent'anni ho sentito tanto gridare all'Apocalisse, che se oggi venisse davvero, ci vorrebbe del bello e del buono per riuscire a distinguerla dalla sorte quotidiana riservata agli uomini. Il vero Regno di Dio comincia qui, - punta l'indice sul petto - e qui, - si tocca la fronte. - Essere puri non significa separarsi dal mondo, condannarlo, per obbedire ciecamente alle leggi di Dio: se vuoi cambiare il mondo degli uomini devi viverlo.» (p. 355)
L'unico difetto di questo bellissimo libro è nella punteggiatura, non sempre perfetta, ma diciamo che possiamo anche chiudere un occhio, a fronte delle numerosissime pagine di altissima qualità regalateci dal collettivo.
Consiglio Q agli amanti dei thriller storici e a coloro che non temono di scendere nelle profondità della storia, ma, soprattutto, ai lettori che vogliono riconoscere nelle pagine di un romanzo l'importanza apportata dal libro e dalla stampa al pensiero umano.
«In questa vita ho imparato una cosa sola: che l'inferno e il paradiso non esistono. Ce li portiamo dietro ovunque andiamo.»
C.M.

giovedì 9 ottobre 2014

Owl Prize #11

Non ho dimenticato la rubrica Owl Prize, né ho smesso di leggere bellissimi articoli in rete, anzi, forse proprio per il fatto di aver trovato tanti nuovi blog interessantissimi e post degni di attenzione, ho faticato molto a fare le mie scelte e ho assunto la pessima abitudine di procrastinare la selezione. Ma ora eccomi, pronta a segnalarvi i migliori contenuti delle piattaforme di blogging, spazi più o meno affollati e noti in cui si trovano discussioni che meritano. A proposito di segnalazioni esterne, mi sono resa conto di non aver linkato, nel precedente Owl Prize, l'intervista cui ho avuto l'onore di essere sottoposta da Cristian, autore di Artesplorando, che ha aperto da qualche mese una rubrica dedicata ai blogger e curatori di siti che si occupano di arte: al di là del pezzo dedicato ad Athenae Noctua, vi consiglio di farci un salto per esplorare tanti nuovi spazi nel web dedicati all'arte.

  • Un'intervista a George Martin conclusasi con un gesto decisamente poco carino indirizzato a chi, per l'ennesima volta, gli chiedeva se avesse intenzione di chiudere la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, sottintendendo i timori legati all'età dello scrittore, è lo spunto di Libri incompiuti, una raccolta di casi di libri incompiuti per la morte dei loro autori: su I dolori della giovane libraia.
  • La dolce lingua, un blog che ho iniziato a seguire da poco, raccoglie curiose testimonianze di Turpiloquio da Omero a Shakespeare, dimostrando che, come sosteneva Pavese «nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo volgarità secondo che parliamo o pensiamo» e che la letteratura non ha disdegnato di scavare nei più bassi registri stilistici.
  • I post pubblicati da Emanuela in Didatticarte sono sempre eccezionali e figurano praticamente tutti fra i miei preferiti, sicché sceglierne uno soltanto come suggerimento è stato difficilissimo; alla fine ho optato per l'excursus dedicato alle rappresentazioni di un episodio biblico fra i più conosciuti, La torre di Babele, iconografia di un mito senza tempo.
  • Michela, con il suo Appuntario, ci porta nel cuore di Le rose di Eliogabalo, un dipinto pieno di fascino realizzato da Lawrence Alma-Tadema, un maestro nel rendere la nostalgia per il mondo antico; il post, come spesso accade in questo blog, è accompagnato da una citazione letteraria che illumina e riassume l'episodio, aggiungendo pregio ad un intervento decisamente ben riuscito.
  • Chiudiamo con il teatro e con un post bellissimo di Drama Queen, blog consigliatissimo per gli appassionati di teatro, dedicato all'ultimo dramma di Pirandello, I giganti della montagna, che qui viene presentato con l'approfondimento e la completezza che spesso i libri di scuola non ritengono di dover dedicare a quest'opera incompiuta.
Approfittando della vostra pazienza di lettori, chiudo con un piccolo sfogo, forse inutile, ma di cui ho bisogno: per caso mi sono imbattuta in articoli scritti per Athenae Noctua copiati dalla prima e ultima parola in un altro blog senza la citazione del pezzo di mia mano. Dato che l'amministratore non ha inserito un modulo contatti e l'unico modo di interagire è attraverso commenti ai post cloni in cui, neanche a dirlo, è stata inserita la moderazione (in modo che la mia richiesta di citare la fonte del testo è stata completamente ignorata), l'unica manifestazione di amarezza possibile è quella che posso lasciare in questo spazio.
So bene che i contenuti affidati alla rete non possono portarsi dietro un codice genetico, ma non capisco davvero per quale motivo si debba procedere ad un furto del genere anziché proporre una collaborazione basata su contatti fra blogger e sulla voglia di diffondere insieme discussioni dagli intenti comuni; con questo auspicio di condivisione disinteressata sono nati Owl Prize e i naturali contatti che teniamo passando dai nostri blog, commentando e scambiandoci pareri e suggerimenti.
Dietro ad ogni post ci sono una passione fortissima e un lungo lavoro di documentazione, ricerca e scrittura che faccio con piacere allo scopo di confrontarmi con voi lettori e che, a volte, è compresso fra i mille impegni di lavoro, studio e questioni quotidiane: appropriarsene senza considerazione per chi ha redatto questi interventi mi sembra un atto di disprezzo per questo impegno. Non so se sentirmi più amareggiata di questa copia spudorata (sarebbe bastata una mail per segnalarmi che il pezzo era piaciuto e che l'autore aveva deciso di ripubblicarlo nel proprio sito) o se aggrapparmi alla magra consolazione che quei pezzi siano stati apprezzati. In ogni caso, diffidate delle imitazioni!

C.M.

martedì 7 ottobre 2014

Lepanto, 7 ottobre 1571

La battaglia di Lepanto fu uno degli scontri navali più imponenti e determinanti nella storia. Essa fu il culmine di uno scontro politico e religioso che contrappose L'Impero spagnolo, alleato con il papato e le repubbliche di Venezia e Genova e l'Impero ottomano (con i Regni di Napoli e Sicilia), che, dal 1453, anno della conquista di Costantinopoli, aveva accresciuto enormemente la sua presenza nel Mediterraneo e aveva condotto un'espansione di enorme successo nell'Europa orientale, spingendosi fino alle porte di Vienna, che venne assediata nel 1529.

Paolo Veronese, Allegoria della Battaglia
di Lepanto
, Venezia, Gallerie dell'Accademia
Nonostante le enormi divisioni e i continui conflitti che fra il XV e il XVI secolo lacerarono l'Europa e videro contrapporsi sul campo di battaglia i grandi protagonisti della scena politica, Pio V, raccogliendo i timori di fronte all'espansione turca e trovando una comunanza di interessi fra gli antichi nemici, riuscì a promuovere la costituzione di una Lega Santa che si radunò sotto le insegne benedette in una guerra unitaria contro il nemico infedele.
Il maggior interesse all'azione era del papato stesso che, già impegnato nella lotta al protestantesimo e alle eresie, trovava il modo di compattare i campioni della cristianità e di ribadire, in caso di vittoria, l'appoggio dato da Dio alla chiesa cattolica. Ma non meno forte era il bisogno del vastissimo Impero spagnolo di munirsi di forti alleati per la difesa di una frontiera esposta ad attacchi continui e di sostenere lo Stato Vaticano, fondamentale nel legittimare il potere degli Spagnoli stessi contro i tentativi di rovesciamento francesi e le spinte dei principi protestanti in Germania e delle province calviniste olandesi, agguerrite nella lotta per l'indipendenza. E c'era poi la Repubblica di San Marco, che proprio ad opera degli Ottomani aveva visto pesantemente danneggiati i propri interessi commerciali, perdendo il fondamentale rapporto con Costantinopoli e trovandosi costretta ad un'espansione nell'entroterra che l'aveva messa in contrasto con gli altri Stati regionali della penisola; l'occupazione turca di Cipro, dominio della Serenissima dal 1480, fu l'occasione per cercare uno scontro legittimato a livello sovranazionale.

Stendardo della Lega Santa,
Museo Diocesano di Gaeta
Dopo gli accordi del maggio 1571, la Lega Santa si costituì ufficialmente il 14 agosto, con la consegna, da parte del papa, nella Chiesa di Santa Chiara a Napoli, del vessillo benedetto a Giovanni d'Austria, che sarebbe diventato il capo della flotta. Lo stendardo, realizzato da Girolamo Sicionante da Sermoneta, riportava, sotto il motivo della crocifissione, il motto costantiniano In hoc signo vinces, a richiamare l'importanza dello scontro per la difesa della cristianità.
La flotta della Lega si radunò a Messina e salpò alla volta di Lepanto a metà settembre con un imponente schieramento di galee (209, di cui 129 fornite dai Veneziani) e di cannoni. I tentativi di trattativa e di intercettazione della flotta turca, più numerosa, ma inferiore per potenza di fuoco, fallirono fino alla decisione di Colonna di bloccare i turchi nei pressi di Patrasso. La battaglia si risolse con la totale disfatta della flotta turca, smembrata dal fuoco dei cannoni della Lega; Alì Pascia, che la guidava, fu decapitato.

Come tutti gli scontri fra civiltà, la battaglia di Lepanto e, in generale, la guerra contro gli Ottomani, avevano una natura essenzialmente politica ed economica, come dimostra l'ingente impegno della principale potenza commerciale nel Mediterraneo orientale, eppure fu acclamata essenzialmente come un trionfo religioso. Anche la Serenissima, che si era e si sarebbe sempre distinta per la sua indifferenza quando non addirittura ostilità nei confronti del dogmatismo cattolico e delle manovre pontificie, esaltava la vittoria come un segno della provvidenzialità del dominio veneziano, per il quale anche Dio e i santi si prodigavano. Lepanto fornì al cattolicesimo un polmone forte per far spirare il vento di riconquista cattolica, consegnando alla gerarchia controriformista un potente argomento da strumentalizzare nella cieca battaglia per l'affermazione della morale e della cultualità della Chiesa romana.
Alla luce di questa campagna ideologica nacquero opere d'arte che rappresentavano allegoricamente lo scontro navale come l'esito di un intervento divino, come fece Paolo Veronese su commissione della Repubblica di San Marco e poemi fortemente intrisi di una religiosità vittoriosa: non a caso le prime edizioni della Gerusalemme Liberata del Tasso vennero pubblicate (inizialmente senza il consenso dell'autore), fra il 1575 e il 1581. Come accade ancora oggi, infatti, il mondo editoriale colse la portata di un poema che, all'indomani di uno scontro fra cristiani e musulmani, esaltava la provvidenzialità e il valore dei cavalieri che avevano fatto trionfare il cattolicesimo liberando la Città Santa dagli infedeli.

Anonimo, La battaglia di Lepanto, Royal Museums Greenwich.
[clicca sull'immagine per ingrandire]

C.M.

giovedì 2 ottobre 2014

La vita segreta dei libri: Jonathan Wolstenholme

Tutti noi lettori sappiamo che i libri hanno un'esistenza al di là di quella che sperimentiamo nel leggerli: essi esistono prima e al di fuori di noi, contengono mille segreti, hanno una storia che non è solo quella della propria nascita ed evoluzione, ma anche quella del loro autore... senza contare quella dei milioni di lettori che li hanno scelti. 

Riferimenti incrociati
Da questa idea è nato, qualche tempo fa, il video The Joy of Books, un'idea che ad alcuni avrà certamente ricordato Toy Story e i giocattoli che si animano quando i padroni si allontanano. Di grande successo sono anche le sculture di carta di Justin Rowe, che dà vita a vere e proprie opere tridimensionali ritagliando la carta. Meno conosciuta è, invece, una serie di dipinti dell'artista britannico Jonathan Wolstenholme, che ha immaginato una vita segreta dei libri che non si discosta poi tanto dalle abitudini di coloro che li leggono e li scrivono.
Nascono così i personaggi un po'vintage dei volumi ingialliti che si vestono, indossando le scarpe o una giacca un po'logora che non è altro che la sovraccoperta, giocano a carte o a scacchi o assumono i vezzi tipici degli scrittori, sorseggiando vino e caffè o lanciandosi in vere e proprie zuffe letterarie a colpi di inchiostro. E non manca il libro che cerca un'ispirazione shakespeariana, quello che si cala nell'atmosfera del romanzo criminale, per non parlare dello studioso darwiniano, che esplora le radici della propria specie fino a tempi così lontani che dei libri non restano che ammoniti e teschi... e non dimentichiamoci del ghostwriter!

Discendenza di libri

Un torneo letterario

Il ghostwriter

I giocatori di carte

Studente shakespeariano
I dipinti di Wolstenholme possono forse sembrare una ripresa comica di comportamenti fortemente stereotipati da parte dei lettori e, soprattutto, degli autori, eppure sono così diretti, originali e simpatici che non si può negare che tradiscano una certa compiacenza, che, in qualche modo, strizzino l'occhio a quel mondo di patiti della carta stampata, magari un po'vecchiotta e dall'aroma polveroso e di collezionisti che vanno orgogliosi delle proprie collezioni, soprattutto se datate e segnate dal tempo. Perché forse è così che piace ai lettori: vogliono sentirsi legati per sempre alle pagine sfogliate e ai volumi amati, sentirli più vicini a sé e invecchiare con loro, vedere in essi riflessi un po'dei propri comportamenti... e nutrono, forse, la vana speranza di poter essere, come i loro libri, immortali e capaci di parlare ai secoli passati e futuri.

Non puoi giudicare un libro...
 
Il giallista

Tre libri saggi

C.M.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...