Condividi i contenuti di Athenae Noctua

mercoledì 19 novembre 2014

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Remarque)

Cent'anni fa l'Europa si stava dilaniando a colpi di cannone e baionetta e, più ci allontaniamo dai sanguinosi eventi della Grande Guerra, più sarà difficile rendersi conto dell'enormità e della pervasività di tale conflitto. Per questo sono fondamentali le testimonianze di chi ha vissuto i terribili anni dei conflitti mondiali e per questo ho ripreso in mano proprio in questi giorni un testo che lessi anni fa durante il primo anno di liceo: Niente di nuovo sul fronte occidentale, romanzo in larga parte autobiografico scritto da Erich Maria Remarque nel 1929 per dar sfogo agli incubi e alle inquietudini che lo assalivano da anni, da quando era riuscito a scampare alle trincee.

Dì lì a pochi anni il libro venne messo al rogo dal governo di Hitler perché considerato antipatriottico, l'atto di un traditore che, fortunatamente, avrebbe lasciato lasciato la Germania in tempo per sfuggire all'altro grande incubo che sarebbe stato il nazismo. Ma cos'ha il libro di Remarque di tanto antinazionale, al punto da fargli guadagnare un simile trattamento? Come molti altri testi incorsi nella censura e nella condanna di autorità politiche, racconta una scomoda verità. Remarque non si allontana da Emilio Lussu quando descrive la dura vita della trincea, una realtà in cui i proclami patriottici suonano vuoti e ipocriti, in cui ci si attacca alla vita - e alla terra che la può salvare - con le unghie e con i denti, un'esistenza fatta di malattia, ferimenti, sangue e sporcizia che ha ben poco del sogno della libertà e tutto di una vergognosa operazione di governi che cercano la gloria sulle spalle dei miseri soldati mandati a morire.
Il romanzo descrive i mesi trascorsi al fronte da Paolo Baümer e dai suoi compagni Alberto Kropp, Tjaden, Müller e Katzinski, improvvisamente strappati ai banchi di scuola e ad un mondo di ciechi professori idealisti e mandati nelle Fiandre, lungo una delle linee più calde del primo conflitto mondiale. Per loro diventa immediatamente chiaro che la guerra non è la gloriosa impresa al servizio della nazione, ma una carneficina inutile, in cui persone comuni, deboli e povere uccidono altre persone comuni, deboli e povere.
Rifletti un po’che qui siamo quasi tutti povera gente. E anche in Francia la gran maggioranza sono operai, manovali, piccoli impiegati. Perché mai un fabbro o un calzolaio francese dovrebbe prendersi il gusto di aggredirci? Credi a me, sono soltanto i governi . Prima di venir qui, io non avevo mai visto un Francese, e per la maggior parte dei Francesi sarà andata allo stesso modo quanto a noi. Nessuno ha chiesto il loro parere, come non hanno chiesto il nostro.
Giorno dopo giorno i ragazzi vengono mandati all'assalto, tornano feriti, subiscono imboscate, guadagnano a fatica qualcosa da mangiare e dimenticano progressivamente loro stessi. Il grande disagio espresso da Paolo non è solo nell'onnipresente paura della morte, ma nella convinzione che, anche se tutti loro dovessero sopravvivere, non saranno più quelli di prima e troveranno un mondo completamente diverso da quello che avevano creduto di conoscere. Per questo l'autore antepone al primo capitolo un'epigrafe:
Questo libro non vuol essere né un atto d'accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale - anche se sfuggì alle granate - venne distrutta dalla guerra.

Rileggendo queste pagine non mi tornavano alla mente solo i ricordi del precedente incontro con le figure di Paolo, Alberto e gli altri soldati, ma anche quelle, recentemente lette, di Un anno sull'Altipiano. Torno a citare Lussu non per essere ripetitiva, ma perché ritrovare nelle riflessioni di due autori che hanno vissuto gli stessi eventi combattendo in due schieramenti opposti pensieri comuni, espressi con la stessa intensità e lo stesso dolore, è significativo, spiazzante. Certo, non occorre un libro per farci capire che la guerra porta sofferenza a chiunque, indipendentemente dalla bandiera sotto la quale combatte, ma, a cent'anni di distanza, confrontando queste testimonianze, sembra di sentir echeggiare da un lato all'altro del campo di battaglia un comune grido di ribellione, dolore, infelicità e paura.
Entrambi appaiono disgustati dalla retorica dello Stato maggiore e dei governi, così lontana dalla morte e dalla miseria della trincea e delle bombe:
Mentre essi continuavano a scrivere e a parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre essi esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo che il terrore della morte è più forte. Non per ciò diventammo ribelli, disertori, vigliacchi - espressioni tutte ch’essi maneggiavano con tanta facilità; - noi amavamo la patria quanto loro, e ad ogni attacco avanzavamo con coraggio; ma ormai sapevamo distinguere, avevamo ad un tratto imparato a guardare le cose in faccia. E vedevamo che del loro mondo non sopravviveva più nulla. Improvvisamente, spaventevolmente, ci sentimmo soli, e da soli dovevamo sbrigarcela.
Non è il legame con questa Patria lontana, che, rappresentata dalle autorità prese dai loro cerimoniali (significativa è la rivista con la divisa buona di fronte all'imperatore), appare indifferente, quello che interessa al soldato, ma un attaccamento ad una terra ben più autentica, quella che può salvargli la vita o costituire la sua tomba:
A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suo gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre.
I rari momenti di spensieratezza di cui godono i giovani protagonisti, che riescono a corteggiare delle ragazze francesi, conquistandole con i cibi serviti alla mensa o si impadroniscono della dispensa di un casolare abbandonato cucinando ghiottonerie sotto il fuoco nemico, non regalano sollievo, ma accentuano la malinconia, perché ci danno l'idea dell'enormità della gioia che segue la momentanea sospensione del conflitto. Nelle parole di Paolo si percepisce riga dopo riga tutta la sofferenza di un soldato che, per non essere schiacciato dal terrore e dal dolore, trova nell'oblio l'unico modo per sopportare una sorta cui non si può ribellare.
Questa forza dell’abitudine è anche quella che ci fa, in apparenza, dimenticare così presto. L’altro ieri eravamo ancora sotto il fuoco, oggi facciamo delle buffonate e gironzoliamo nei dintorni in cerca d’avventure, domani saremo nuovamente in trincea. In realtà non dimentichiamo nulla. Finché siamo in guerra, le giornate del fronte, a mano a mano che passano, precipitano, ad una ad una come pietre, nel fondo della nostra coscienza, troppo grevi perché pel momento ci si possa riflettere sopra. Se lo facessimo, esse ci ucciderebbero; infatti ho sempre osservato che l’orrore si può sopportare finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide, quando ci si ripensa.
E la cosa certamente più triste di questo oblio è che gli affetti e le realtà più intime e familiari non bastano a colmare l'enorme vuoto lasciato dalla guerra, come quando Paolo, in licenza, torna a casa e ritrova i libri della sua giovinezza, che gli sembra così lontana da apparirgli quasi come l'esistenza di un altro ragazzo, non la sua:
Sono inquieto: ma non vorrei esserlo, perché non è giusto. Voglio invece risentire dentro di me quella silenziosa attrazione, quel fascino potente e misterioso che provavo sempre quando mi avvicinavo ai miei libri. Voglio che la ventata di desideri, che si levava dalle loro copertine, mi investa come allora, e sciolga questo pesante, plumbeo, morto peso che porto dentro di me, non so dove, per restituirmi l’impazienza dell’avvenire, l’alata gioia del mondo del pensiero... e mi ridoni il perduto slancio della mia giovinezza. […] Voglio sentire che il mio posto è qui; e ascoltare questa voce, perché tornando al fronte io possa dire a me stesso: la guerra si sommerge, sparisce sotto l’ondata del ritorno; la guerra passa, non ci consuma, non ha altra potenza che esteriore. […] Nulla, nulla. La mia inquietudine cresce. Un terribile senso di desta in me, quello di essere un estraneo qui dentro. Non so ritrovare il passato, sono escluso da questa vita. […] Sono un soldato, a questa cosa certa mi devo tenere.
 
La guerra non si sommerge, ma è un fiume in piena che travolge ogni cosa, è la massa di fango in cui affondano i soldati e che non distingue le persone, ma solo le divise. Eppure ciascun militare si rende conto di essere più diverso dal governante della sua nazione di quanto non sia dal suo diretto avversario nascosto nella trincea opposta. Ed è ancora l'impressionante segno di un'umanità più profonda di qualsiasi proclama nazionalistico il comune pensiero di Emilio Lussu e Erich Maria Remarque di fronte all'avversario, non appena questi è abbastanza vicino da lasciarsi osservare nel suo essere un uomo come tanti. Se Emilio descrive il nemico avvistato durante la sortita nei pressi del campo austriaco, Paolo può vedere chiaramente il suo solo dopo averlo massacrato:
Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un’idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come per noi le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire... perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello, come Kat, come Alberto. Prendi venti anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare.
Erich Maria Remarque (1898-1970)
Di fronte a testimonianze come questa e alle tante riflessioni che costellano Niente di nuovo sul fronte occidentale come Un anno sull'Altipiano non possiamo restare indifferenti, non possiamo pensare di cancellare dalla nostra memoria un avvenimento che ha causato tanti milioni di morti e distrutto per sempre anche la vita di coloro che sono tornati a casa. Libri come Niente di nuovo sul fronte occidentale ci impongono di ricordare, insegnandoci ad essere consapevoli di cosa significhi essere uomini, a prendere coscienza degli orrori di cui l'umanità si è macchiata e dei sentimenti che ha calpestato costringendo tante persone a uccidersi a vicenda. 
Dimenticare tutto ciò non sarebbe solo un grande insulto a tante vite perdute, ma anche una rinuncia a noi stessi e ai nostri doveri umani.

«Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza:
ci hanno costretti a spararle contro»

C.M.

sabato 15 novembre 2014

Progetto Rilettura

Nonostante questo sia un periodo pienissimo di impegni, fra studio, lavoro e nervosismi vari per le avverse vicende del tfa (motivo per cui ultimamente pubblico molto poco), mi sono imposta di non privarmi del piacere della lettura, non solo perché è in assoluto uno dei modi più piacevoli e costruttivi di trascorrere il tempo libero, ma anche per il potere rilassante che scaturisce da un libro aperto. Inoltre, una volta allentatasi la pressione delle occupazioni quotidiane, avrò molte pagine di cui parlarvi!

Immagine tratta da Vladstudio
In particolare, da qualche giorno ho intrapreso il progetto rilettura
Quante volte ci è capitato di non ricordare per nulla un libro che magari ci era anche piaciuto, di voler fare un secondo tentativo con uno che, invece, ci aveva delusi o che ci era stato somministrato come un'amara medicina a scuola o, ancora di voler riscoprire il piacere di un testo amato?
Purtroppo la mia lista di future letture continua a crescere, quindi questi testi appartenenti al mio passato di lettrice sono spesso passati in secondo piano, con la certezza che sarebbe arrivato il momento per loro, quasi dovessero ritagliarselo da soli. Libri nuovi, libri si studio, libri che si aspettano con impazienza finiscono sempre per prendersi prepotentemente il tempo che vorremmo dedicare a vecchi amici (sempre librosamente parlando) e quelli restano là ad aspettare.
D'altronde i Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli fanno parte anche della famosa rassegna di Calvino nel primo capitolo di Se una notte d'inverno un viaggiatore... quindi, in qualche modo, la mia tensione trova una legittimazione autorevole ed è quasi doveroso soddisfarla.
Ebbene, facendo appello al mio senso del dovere e alla necessità di mantenere la parola data, mi sono sottoposta al progetto di alternare ad ogni libro letto (o al massimo ogni due) un testo che mi propongo da tempo di rileggere. Non sarà una sfida vera e propria, né una sorta di gara a recuperare quanti più volumi possibile, ma, almeno, l'esistenza di una sorta di tabella di marcia mi dovrebbe aiutare a darmi una regolata.
Immagine tratta da Doodle Everyday
Lo stimolo ad iniziare questa sorta di maratona morale è venuto dalla ricorrenza dei cento anni dallo scoppio della Grande Guerra, che mi aveva già portato, qualche mese fa, a decidermi a leggere Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, sia per avvicinarmi a delle testimonianze di quegli eventi drammatici, sia per avere qualche documento da proporre ai miei studenti per riflettere su uno dei più grandi conflitti vissuti dall'umanità. Sulla scia di questa lettura, sono andata a riscoprire Niente di nuovo sul fronte occidentale, romanzo-testimonianza scritto da Erich Maria Remarque, che avevo letto durante il secondo anno di liceo e di cui avevo un bel ricordo che sta trovando conferma.
L'avventura proseguirà con alcuni dei titoli che meritano di essere ripresi e che vanno da libri di cui non ricordo molto più della trama generale (ad esempio Il Maestro e Margherita) ai libri che non mi erano piaciuti, forse perché letti nel momento sbagliato, per obbligo o con una cattiva disposizione (La metamorfosi di Kafka o alcuni romanzi di Pavese, fra cui La luna e i falò), passando per letture che avevo amato e voglio rigodere (come Lessico Famigliare). Per non parlare dei grandi classici che vorrei leggere e rileggere all'infinito: l'Iliade in primis, ma sto cominciando a nutrire una certa nostalgia per Guerra e Pace, che ormai risale alle mie letture di due anni fa; e che dire dei romanzi che mi ero fatta prestare e di cui sento la mancanza, al punto che gli scaffali gridano a gran voce che Il conte di Montecristo dimori fra di loro!
Non ho idea di quanto durerà questa maratona, anche perché sono pronta a scommettere che, quanto è costante la crescita della lista dei libri da comprare e leggere per la prima volta, altrettanto rapidamente evolverà quella dei libri da riprendere, perché le seconde letture, finora, mi hanno sempre fatto valutare in meglio i romanzi del passato.
In fondo, si sa, ogni rilettura aggiunge valore e significati.
E voi, che rapporto avete con la rilettura? C'è un libro che ritorna spesso sul vostro comodino o che vorreste rileggere?

Immagine di Athenae Noctua
«Anch'io sento il bisogno di rileggere i libri che ho già letto, ma ad ogni rilettura mi sembra di leggere per la prima volta un libro nuovo. Sarò io che continuo a cambiare e vedo cose di cui prima non m'ero accorto? Oppure la lettura è una costruzione che prende forma mettendo insieme un gran numero di variabili e non può ripetersi due volte secondo lo stesso disegno? Ogni volta che cerco di rivivere l'emozione di una lettura precedente, ricavo impressioni diverse e inattese, e non ritrovo quelle di prima. [...] La conclusione a cui sono arrivato è che la lettura è un'operazione senza oggetto; o che il suo vero oggetto è se stessa. Il libro è un supporto accessorio o addirittura un pretesto.»
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore

C.M.

mercoledì 12 novembre 2014

Lanci ad alta tensione

Le più intense rappresentazioni scultoree sono quelle che catturano il movimento del corpo: pregevolissime sono tante statue di eroi, divinità o personaggi comuni stanti, adagiati su un giaciglio o assisi in trono, non sono emozionanti quanto il fermo immagine di un essere umano in movimento. Nella categoria delle sculture in movimento, largamente praticata fin dall'antichità, si distingue una particolare tipologia: quella del lanciatore.

Retaggio della cultura atletica greca, che mirava ad evidenziare le manifestazioni più poderose della fisicità umana e sfidarne i limiti al punto da creare a celebrazione di essa le prime gare internazionali, le Olimpiadi (tradizionalmente la prima si data al 776 a.C.), la rappresentazione del corpo teso ha costituito un tema costante nella scultura fino ai giorni nostri, raggiungendo alcune vette in capolavori noti anche ai profani.
Tutto inizia con il Discobolo di Mirone (metà del V sec. a.C.), una statua originariamente bronzea che conosciamo solo in copie, la migliore delle quali si trova a Roma, nella sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano. Questo notissimo esemplare raffigura un atleta catturato nell'istante immediatamente precedente il lancio, mentre carica l'energia necessaria ad ottenere il risultato migliore. La composizione è estremamente rigida, al punto che potrebbe essere ascritta in una serie di figure geometriche, a testimoniare il rigore del principio armonico greco. L'attenzione è immediatamente catturata dal disco nella mano destra e dalla tensione delle vene e dei muscoli del braccio, seguendo i quali giungiamo ad ammirare la resa meticolosa del busto e delle costole al di sotto della carne. La figura dell'atleta è in torsione, pronta a girare sulla gamba portante e a percorrere col braccio teso un ampi semicerchio.


L'espressione è priva di emozione, un dato che Cicerone non manca di rilevare quando, nel Brutus, evidenzia la linea evolutiva della scultura e, paragonando Mirone a Policleto, imputa al primo una mancanza di naturalezza («nondum satis ad veritatem adducta», cap. 79) che, tuttavia, non nega alla sua arte manchi la bellezza. 

A secoli di distanza, fra il 1623 e il 1624, Gian Lorenzo Bernini realizza il David di Villa Borghese, una fotografia ricca di espressionismo che ha come protagonista l'eroe biblico che proprio grazie alla sua fionda uccide il gigante Golia. Stavolta l'artista non si sofferma sulla tensione del corpo, che, seppur presente, non è evidente quanto quella del Discobolo, ma sulla tensione emotiva, segno della dote di David, vincitore non grazie alla sua forza, ma al suo ingegno e alla sua abilità, che consiste nel mantenere un equilibrio senza il quale non può esservi vittoria. Non si può evitare di rimanere incantati davanti all'abilità del Bernini nel rendere questa emozione: la fronte corrugata, le ciglia aggrottate, le labbra che scompaiono all'interno della bocca e la mascella contratta concentrano nello spazio del solo viso la responsabilità di un'impresa epocale.


È invece follia quella che anima il corpo e lo slancio di Ercole nella rappresentazione che ne dà Antonio Canova fra il 1795 e il 1815, ispirandosi alla tragedia greca: in Ercole e Lica l'eroe non fa propria la compostezza che caratterizzava l'atleta di Mirone, né il senso di responsabilità e di una lotta contro il male incarnata David, ma agisce in preda ad un dolore accecante. Ercole è il preda alla furia scatenata dai veleni corrosivi di cui è intrisa la veste donatagli da Deianira, ingannata da Nesso e, incapace di placarsi, afferra il suo servitore Lica, che gliel'ha portata, pronto a scagliarlo in aria. La veste assassina gli si tende sul busto, aderendo al corpo come nelle Trachinie di Sofocle, mentre la pelliccia del leone nemeo, di cui spesso si fregiava Ercole vincitore, giace a terra, e diventa l'ultimo, disperato appiglio di Lica, che vi affonda le unghie mentre ormai il suo corpo, afferrato per i piedi e per i capelli dal possente eroe, è sospeso a mezz'aria e pronto a volare oltre la chioma del semidio.

   ILLO (a Deianira): Lo prese
   un prurito spasmodico alle ossa:
   lo stava consumando come fosse
   veleno di una vipera omicida.
   Così urlando chiese al misero Lica,
   che non aveva parte nel tuo crimine,
   per che astuzie gli avesse dato il peplo.
   Lica, povero, non sapeva nulla,
   disse che era il tuo dono, di te sola,
   e che l'ui gliel'aveva consegnato
   così come lo aveva avuto. Eracle
   lo ascoltò, però poi una convulsione
   dolorosa gli si attaccò ai polmoni,
   afferrò Lica per una caviglia,
   dove si flette, e lo scagliò su un sasso
   esposto alle correnti, sopra il mare.
   (Trach. 765-780, trad. Rodighiero)

Il volto di Eracle si nasconde sotto il braccio sinistro inarcato, quasi a celare la follia, vergogna di un eroe fino a quel momento simbolo di valore, coraggio e contrasto alle mostruosità del mondo: assoluto protagonista della tensione torna ad essere il corpo, il poderoso torace dell'eroe, laddove la forza viva che gli ha permesso di uccidere e che ora gli dà i mezzi per togliere la vita a Lica viene a sua volta distrutta dagli inganni del maligno Nesso. E l'espressione davvero protagonista, in questa scena incredibile, è quella, terrorizzata della vittima.

Con Canova assistiamo ad un ritorno in seno alla cultura entro la quale è nata la scultura del lanciatore, e non sarà forse un caso che Eracle rappresentasse per gli antichi Greci il prototipo non solo dell'eroe ma anche dell'atleta (come tale si presenta egli stesso in Alcesti, vv. 1025-1033): il lancio che avrebbe dovuto essere composito in una gara quanto quello del Discobolo di Mirone o concentrato in una lotta contro l'ennesimo mostro come quello del David di Bernini diventa qui espressione di un atto incontrollato e puramente distruttivo, quasi la sanzione di un'impossibilità dell'uomo moderno riflesso in quella scultura di poter agire con la stessa grandezza che agli occhi dei Neoclassici caratterizzava nostalgicamente l'antichità.

C.M.

venerdì 7 novembre 2014

Il soldato fanfarone (Plauto)

Il Miles Gloriosus è forse la commedia più nota di Plauto (255-184 a.C.), oltre che la più significativa nell'illuminarne le caratteristiche della drammaturgia dell'autore. Modellata su un testo greco dal titolo Alazón, essa è ambientata ad Efeso ed è, pertanto, una palliata, termine che, nella terminologia tecnica del teatro antico, definisce una commedia di argomento e ambientazione greca. 
 
Essa rappresenta la vicenda di cui è vittima Pleusicle, un giovane ateniese cui Pirgopolinice, un soldato che millanta grandi imprese guerresche (il suo nome significa Conquistatore di rocche e città) e stuoli di donne che si struggono per lui, ha sottratto l'amata Filocomasio; nel frattempo, senza saperlo, ha acquistato anche un servo di Pleusicle, l'abile e astuto Palestrione, rapito e rivenduto da mercanti di schiavi. È proprio Palestrione, una volta giunto ad Efeso, a scoprire che l'amante del suo vecchio padrone è prigioniera in casa di Pirgopolinice e a scrivere a Pleusicle perché lo raggiunga e possa così trovare Filocomasio. Al suo arrivo, Pleusicle viene ospitato da Periplectomeno, il vicino di casa di Pirgopolinice e Palestrione escogita un artificio per far incontrare segretamente i due amanti: fa praticare un'apertura nella parete fra la stanza di Filocomasio (cui solo lei ha accesso) e la casa di Periplectomeno. Ma Palestrione non si accontenta di questo stratagemma e fa di tutto per tenere nascosti gli incontri e far tronfare i due innamorati, prima facendo credere a Sceledro, l'altro servo del soldato, che la donna che per caso ha visto baciare Pleusicle non è Filocomasio, ma la sua gemella e poi esogitando un piano per liberare la ragazza e permetterle di fuggire assieme all'amato: gli basta far cadere Pirgopolinice nella rete d'amore della cortigiana Acroteleuzio, in modo da spingerlo a sbarazzarsi di Filocomasio, a costo di cederle tutti i vestiti e i gioielli regalati alla donna e di lasciar partire con lei anche Palestrione.
La trama si serve di tutti i motivi tipici del teatro plautino: c'è lo scambio di persona fra gemelli (qui solo simulato), c'è il vecchio che, per salvaguardare i propri beni disdegna il matrimonio (Periplectomeno), c'è l'imprevedibilità della fortuna, che quasi causa lo smascheramento dei due amanti (quando Sceledro, inseguendo una scimmia sul tetto scorge Filocomasio e Pleusicle), c'è il soldato vantone, attorniato da donne affascinate dal suo eroismo, c'è il ruffiano che, pur di riempirsi la pancia, loda il millantatore fino alla nausea, c'è la beffa a sfondo erotico. Ma, soprattutto, c'è il servus callidus (servo astuto), il grande manipolatore che deve fare in modo che ciò che è stato visto non sia stato visto e che raggira uno per uno gli antagonisti del suo padrone per permettergli di godere infine della meritata felicità.  

Uno Zanni rivisitato
dalla commedia calabrese
Nelle commedie di Plauto, sempre di ispirazione greca e basate su tipi umani, ma modellate con il brio e l'originalità di un maestro ai fini di evitare la semplice replica e la ridondanza, quella del servus callidus è una figura che funge quasi da alter ego dell'autore, permettendo lo svelamento dei meccanismi della finzione teatrale e aprendo così a straordinari momenti di metateatro. Con la sua scaltrezza, la sua abilità nei giochi di parole e nel raggiro, è l'ideale precursore della Commedia degli Zanni, la commedia dell'arte di ambientazione veneziana in cui è centrale la figura del servo, spesso astuto, altre volte sciocco, talvolta manipolatore dell'azione, talaltra costretto a rocambolesche acrobazie per sopravvivere agli eventi.
Con il servus callidus di Plauto, dunque, siamo agli albori delle figure dei futuri Brighella e Arlecchino e, più in generale, il teatro plautino, di cui il Miles gloriosus offre uno spaccato significativo, unito ad alcuni influssi boccacceschi, sarà il principale ispiratore della commedia cinquecentesca (di cui è perla La mandragola di Machiavelli) che darà nuovo stimolo al teatro laico fino a decretare il successo internazionale della drammaturgia comica italiana fra il XVI e il XVIII secolo.

C.M.

mercoledì 5 novembre 2014

Il giovane favoloso (Mario Martone, 2014)

Una pellicola piena di emozione: ecco cos'è Il giovane favoloso, uscito nelle sale lo scorso 16 ottobre e dedicato al grande poeta Giacomo Leopardi (1798-1837). Teso a cogliere l'uomo dietro ai testi attraverso la tessitura di un racconto in cui si mescolano le più note pagine della letteratura dell'autore, la descrizione del contesto socio-culturale in cui visse e i momenti più emozionanti della sua esistenza, Il giovane favoloso realizza un ritratto commovente e suggestivo, soprattutto grazie all'intensa recitazione di Elio Germano, che impersona il poeta recanatese e dà sfogo a tutta la sua gioia, a tutta la sua rabbia, a tutta la sua malinconia, a tutta la sua inesauribile voglia di vivere.

Nel film ho colto lo spirito del pensiero di Leopardi, quella riflessione a torto e troppo sbrigativamente giudicata depressa, come se il pessimismo denotasse un desiderio di morte anziché un bisogno di costruire e cercare qualcosa di più bello, anche se solo nell'arte. In Leopardi e nel Leopardi di Germano-Martone c'è, invece, la vibrante vitalità di un animo represso nelle sale di un palazzo soffocante, dal bigottismo e dalla durezza della madre, dall'egoismo del padre, dall'ottusità di certa parte del suo pubblico (straordinaria, in tal senso, la scena ambientata nel Gabinetto Vieusseux con il sarcastico cammeo di Niccolò Tommaseo) e dalla costante frustrazione del suo bisogno d'amore, quel desiderio più intimo dell'uomo che Leopardi confida al maestro classicista Pietro Giordani (Valerio Binasco), ma che la sorella Paolina (Isabella Ragonese) e l'amico Antonio Ranieri (Michele Riondino) colgono soprattutto nei suoi silenzi e attraverso le pagine delle sue liriche e del suo Zibaldone.

 

Nonostante i tagli inevitabili di parti importanti della vita del poeta, come il viaggio a Roma, e un paio di scene di ambientazione napoletana forse evitabili, Il giovane favoloso si presenta come un buon film, particolarmente curato nella descrizione degli ambienti e dei costumi e visionario nel tradurre in sequenze quasi oniriche alcuni dei brani letterari, come accade con il Dialogo della Natura e di un Islandese, nel quale le sembianze dello sventurato viaggiatore sono attribuite a Leopardi stesso, come ho sempre immaginato leggendolo. A Mario Martone bastano alcune inquadrature, la rappresentazione di pochi gesti o il cenno ad un verso per completare la narrazione in modo indiretto: agli amanti del pensiero e della poesia leopardiana sorgono spontanee didascalie alle scene non commentate, ai silenzi, ai gesti di Teresa Fattorini (Silvia) che tesse alla finestra di fronte a quella dove Giacomo attende alle «sudate carte», agli sguardi che il poeta rivolge all'amata Fanny (Anna Mouglalis).


La pellicola è una nota di coloro che spicca nel panorama cinematografico italiano per la cura riservata alla ricostruzione del contesto storico (nonostante un'imprecisione poi rimossa) e alle ambientazioni, per il tenore della recitazione, per l'accostamento delle scene e la scelta coraggiosa di giocare sull'alternanza fra momenti di vita e momenti di pensiero, ricordo, allucinazione e sogno, come quando Giacomo, bloccato nel suo tentativo di fuga a Recanati, soffoca il suo spirito di ribellione che, però, urla dentro il suo animo. E poi c'è una colonna sonora perfetta (va bene, io avrei evitato l'inglese, ma non voglio esser pignola), delicata, essenziale, ma che descrive in maniera mirabile sensazioni e sentimenti.


Il giovane favoloso è un viaggio in una breve vita di cui forse nessuno può parlare bene ed efficacemente quanto Leopardi stesso, motivo per cui è particolarmente apprezzabile che il film si sviluppi in così stretta correlazione con le pagine del poeta: in una narrazione così strutturata la recitazione de L'infinito non è un mero ornamento o uno sfoggio di citazionismo, ma un complemento necessario, così come i bellissimi estratti del testo più toccante e profondo di Leopardi che si presentano come un congedo non solo dallo spettatore, ma dalla vita stessa. Nonostante lo spiacevole taglio della chiusa, con il suo accento vitalistico, i versi de La ginestra che ci accompagnano verso lo scioglimento concentrano tutto il senso di sofferenza di una vita tesa al raggiungimento di una felicità negata ma di cui non è mai deposta l'ultima speranza.



C.M.

sabato 1 novembre 2014

L'ora di lezione (Recalcati)

Quale ruolo ha oggi l'istruzione? Essa è vista come una tappa svuotata di ogni significato: gli studenti dovrebbero transitare nella scuola senza incappare in alcun ostacolo e senza essere mai valutati per le loro reali conoscenze e gli insegnanti non sono altro che delle figure di contorno che vigilano su quegli spazi e cui non è riconosciuta alcuna professionalità. La scuola è, nella deleteria percezione che va diffondendosi, un'azienda che mira a quantificare un profitto, ha perso di vista, per effetto dei numerosi cambiamenti sociali e politici concentratisi negli ultimi decenni, la sua funzione formativa, rendendosi incapace di suscitare un vero e profondo amore per il sapere, una tensione al possesso che è lo stimolo stesso alla crescita umana.

L'ora di lezione, breve saggio di Massimo Recalcati, affronta proprio l'esigenza di ritornare ad un'istruzione pura, liberata degli orpelli che oggi la soffocano, il bisogno di restituire professionalità all'insegnante, alleggerendolo della zavorra di doversi fare psicologo, consulente, quando non addirittura supplente dei genitori fantasma. Il vero nodo di questo libro è la necessità di recuperare l'erotica dell'insegnamento, quella tensione al sapere che affonda le proprie radici nel metodo ermeneutico di Socrate, mirante a produrre conoscenza attraverso la presa di coscienza del vuoto di sapere da cui partiamo.
Per spiegare il meccanismo della trasmissione del sapere che la scuola dovrebbe riprodurre, Recalcati richiama il Simposio di Platone e il bisogno in esso manifestato da Agatone di essere riempito di conoscenza da parte di Socrate, oggetto erotico in quanto depositario del sapere che Agatone desidera. Ma Socrate sa attuare quello che in termini psicologici si chiama transfert: usa se stesso, la propria capacità di incarnare il sapere - un sapere in continua evoluzione, mai stabile e mai assoluto - per far desiderare ad Agatone la conoscenza che rappresenta.
Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l'impossibilità che attraversa il sapere, che è l'impossibilità di sapere tutto il sapere. [...] Il sapere non si può mai sapere tutto perché è per sua struttura bucato, non-tutto, impossibile. (p. 7)
Una concezione dinamica del sapere, un'idea che ancori la conoscenza ad una progressiva acquisizione di informazioni che non potranno mai diventare sapere completo è ciò che potrebbe restituire all'istruzione il suo significato, sottraendo la scuola alla logica aziendale del profitto che riconosce solo un bilancio in attivo e in passivo e, quindi, una radicale dicotomia tra successo e fallimento: concetti dell'odierna mentalità del numero, ma assolutamente incompatibili con un sistema formativo che voglia definirsi tale. Per effetto di questa impostazione borsistica del sapere, tutto ciò che costituisce uno scoglio per lo studente è visto dalle famiglie (ma anche da certa parte del mondo docente) come un insulto, un motivo di pressione e una sanzione di incapacità, in un meccanismo odioso in cui «il fallimento non è tollerato, come non è tollerato il pensiero critico»: la scuola di oggi è, stando alle categorie di Recalcati, una Scuola-Narciso, che punta all'«affermazione cinica di se stessi» e non alla trasmissione di un sapere nella ricerca del quale lo studente sia parte attiva. Oggi la scuola è affetta dal cancro di un'idea statica e inattaccabile del sapere, al quale è stato eretto un tempio in cui si devono replicare all'infinito rituali immutabili, riducendo l'istruzione ad una sterile routine.
Questo è l'automatismo, il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell'Università che ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l'imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto, rendendo impossibile l'evento della parola. (p. 6)
L'automatismo, come si sa, spegne qualsiasi passione, che, al contrario, ha bisogno di forze sempre nuove, di una continua tensione all'originalità, per rendere ogni momento speciale e mantenere vivo il sentimento. Una concezione abitudinaria del sapere - lo sa chiunque abbia avuto un docente che perpetuava stancamente le sue lezioni sempre uguali anno dopo anno - sancisce la morte dell'insegnante come figura in grado di accendere l'eros per il sapere. Sappiamo tutti quanto sia importante il ruolo di un docente nel rapporto dello studente con la disciplina che insegna: il maestro o il professore che non nutrono una profonda passione per le loro materie e che non percepiscano realmente la bellezza di trasmetterle e vivificarle in aula ogni giorno non veicolano nulla più che informazioni destinate a svanire col passare del tempo o dopo la prova di verifica. 
Una scuola capace di stimolare il sapere, dunque, muove dalla necessità che gli insegnanti riattivino quel transfert che li rende mediatori fra gli studenti e la materia, che permette loro di scavare un vuoto da riempire col frutto della curiosità e con la voglia stessa di imparare. Per far questo, il docente deve abbattere qualsiasi certezza di un sapere finito e completo ed essere consapevole che il suo stesso limite alla conoscenza, l'ammissione del «non lo so» non è un handicap, ma la possibilità di spingersi, scoprendo una nuova risposta, un passo più avanti ogni giorno e di lasciare che il desiderio di colmare un vuoto incolmabile sia di stimolo (per sé e per i propri allievi) a non atrofizzarsi su certezze sempre uguali a se stesse.
I veri insegnanti non sono quelli che ci hanno riempito la testa con un sapere già costituito, dunque già morto, ma quelli che vi hanno fatto dei buchi al fine di animare un nuovo desiderio di sapere. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte precostituite. [...] Il bravo insegnante è colui che sa proteggere il vuoto, il non-tutto, l'inciampo come condizione per la ricerca. Non ha né paura né vergogna del suo non-sapere, della sua ignoranza (che Cusano avrebbe definito «dotta»), perché sa che i limiti del sapere sono ciò che anima la spinta della conoscenza. (p. 112 e 128)
L'ora di lezione - Per un'erotica dell'insegnamento è un libro che mi ha confortata in un momento in cui il mio rapporto con l'istituzione scuola è molto negativo: da aspirante insegnante in lotta contro gli ostacoli e le storture del settore, vi ho trovato stimoli e occasione per maturare la consapevolezza di problemi e risvolti dell'attuale concezione del sistema formativo che non avevo considerato o che, semplicemente, non avrei saputo esprimere con la stessa chiarezza di Recalcati. 
Nonostante alcune divagazioni eccessive su alcuni aspetti della psicologia che non riuscirò mai a digerire (l'idea, ad esempio, che il Complesso di Edipo debba entrare nella spiegazione di ogni problema), L'ora di lezione costituisce un'analisi lucida e precisa del deterioramento della scuola e del sapere stesso e della necessità di tornare a stimolare l'amore per la conoscenza a partire da una mancanza, nel solco della più genuina tradizione socratica. E non manca di una componente personale che non potrà evitare un po'di sana emozione a tutti coloro che, come Recalcati, hanno incontrato nel loro cammino scolastico un insegnante speciale.

C.M.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...