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mercoledì 31 dicembre 2014

Verso il nuovo anno

In queste ultime ore del 2014 non potevo esimermi dal tradizionale bilancio: è stato un anno talmente ricco di emozioni, esperienze, fatiche, soddisfazioni, conversazioni in vostra compagnia e letture che un saluto ai dodici mesi passati è doveroso. Inoltre ci avviamo a festeggiare il secondo compleanno del blog, sicché l'approssimarsi del nuovo anno diventa, inevitabilmente, l'occasione per fare il punto sull'attività di Athenae Noctua.

Immagine tratta da HiButterfly
Ricorderò il 2014 come un anno di traguardi tagliati con sacrificio (primo fra tutti quello dell'accesso al TFA) , ma, allo stesso tempo, stemperato da piccoli, fantastici avvenimenti: la meravigliosa vacanza in Puglia, i due giorni sul Lago maggiore, le visite degli ex studenti a scuola e lo stesso esito positivo degli esami di accesso al suddetto corso di abilitazione, che mi impegnerà per metà del 2015 per poi portarmi alla tanto desiderata abilitazione all'insegnamento.
E, naturalmente, non posso dimenticare l'importanza dei momenti virtualmente trascorsi con voi civette a confrontarmi su letture, arte e film! In tal senso, è stata speciale anche la collaborazione e l'amicizia con tanti altri blogger (per i quali rimando al blogroll), che hanno contribuito a rinsaldare l'entusiasmo nel pubblicare nuovi post, nel suggerire argomenti e nel condividere sui social i miei interventi... a loro va un ringraziamento speciale e dedico un pensiero, in particolare, a Valivi, Michela, Emanuela, Alessandra, Maria, Paola e Luana!

Negli ultimi mesi il blog e soprattutto la pagina Facebook sono cresciuti. Al di là delle statistiche di blogspot (che tengono conto solo delle visite e non della reazione del pubblico), gli articoli più apprezzati, commentati e condivisi risultano la riflessione sull'accumulo di libri Pochi ma buoni?, le recensioni di Le città invisibili (col prezioso contributo iconografico di Aranna Favaro), L'amore ai tempi del colera, Il sentiero dei nidi di ragno e quella recentissima di Memorie di Adriano; e, ancora, Il bimillenario di Augusto, con cui abbiamo ricordato l'anniversario della scomparsa del primo imperatore e l'arte del suo tempo, Buzzati: l'artista prima dello scrittore e la recensione del film Il giovane favoloso.

Uno spazio particolare è stato riservato, nel centenario dello scoppio del primo conflitto mondiale, a testi e tematiche legate a questo evento, in particolare con I due spari che cambiarono il mondo (anch'esso particolarmente cliccato, il che mi dimostra che esiste una grande voglia di ricordare) e le letture di Un anno sull'altipiano e Niente di nuovo sul fronte occidentale.

L'anno si chiude con un totale di 45 libri letti: ho incrementato l'impatto della saggistica sui miei scaffali, in particolare con l'avventura de Il secolo breve, e ho alternato ai miei amati classici alcune pagine contemporanee: si segnala, in particolare, fra gli autori di nuova entrata nella mia libreria, Marco Malvaldi, ma non posso dimenticare l'incontro, tanto procrastinato, con Jane Austen o la sorpresa che mi ha riservato il collettivo Luther Blisset. Il 2014, inoltre, è stato l'anno in cui ho riletto più libri, trovandoli ancor più belli rispetto al primo incontro. Dovendo trarre un bilancio ed eleggere il libro che si è guadagnato il podio dell'anno, non esito a scegliere Il dottor Živago, che mi ha conquistata con la sua grandezza e la sua poesia.


Ma non voglio dilungarmi oltre: l'anno trascorso insieme è lì, a disposizione, nell'archivio, mentre il 2015 affretta il passo per accoglierci. Auguro a tutti voi che frequentate Athenae Noctua o che passate per caso di qui un sereno anno nuovo, con l'auspicio che lo possiamo condividere attraverso la nostra comune passione per i libri, l'arte e la storia!

Felice 2015 a tutti!

C.M.

martedì 30 dicembre 2014

Inverni ad arte: la natura innevata

La stagione che stiamo vivendo e i bruschi mutamenti climatici mi hanno fatto pensare ad un arteggiamento tematico da dedicare all'inverno, intitolato Inverni ad arte. La variazione delle luci e dei colori nel corso dell'anno è uno degli aspetti centrali della rappresentazione artistica di ogni tempo e luogo e, nell'ambito del ciclo delle stagioni, l'inverno occupa una posizione particolare, sia per gli infiniti modi di rendere la caduta o l'ammassarsi della neve, sia per i significati del freddo e del gelo in rapporto a chi vi si trova immerso.

Claude Monet, Vista di Argenteuil con la neve (1875)

Il percorso inizia dalle rappresentazioni più diffuse: quelle del paesaggio naturale o lievemente antropizzato. In quest'ambito, le rappresentazioni più significative derivano dall'arte impressionista, ma non vanno dimenticati significativi apporti precedenti. 

Caspar David Friedrich, Dolmen sotto la neve (1807)

Fra le opere più note dedicate ai paesaggi innevati, infatti, va annoverato il Dolmen sotto la neve di Caspar David Friedrich, una delle molte variazioni sull'iconografia della foresta ricca di alberi secchi che evocano una stasi inquieta, in cui sembra di vivere un eterno momento di immobilità, che in questa tela si rafforza con l'impressione di blocco data dal ghiaccio e dalle nevi, la cui massa chiara cozza violentemente con i colori scuri dello sfondo, ma che sembra quasi tesa a realizzare una continuità luminosa col chiarore che occupa la parte superiore del dipinto.

Caspar David Friedich, Paesaggio invernale con chiesa (1811)

Caspar David Friedrich, Paesaggio invernale (1811)

Più o meno coeva è la descrizione giapponese di Katsushika Hokusai, che dedica una delle sue famose opere Ukiyo-e ad una landa imbiancata su cui si affaccia un piccolo centro abitato, di cui è descritto soprattutto un balcone affollato di donne e uomini che contemplano il paesaggio. Il tratto terso di questo genere di opere evidenzia il bianco della neve e la sensazione di levigatezza che essa attribuisce al territorio, suscitando allo stesso tempo quell'idea di silenzio e quiete che si avverte chiaramente durante una nevicata e subito dopo la sua conclusione.

Katsushika Hokusai, Casa del tè a Koishikawa il mattino dopo una nevicata

L'arte russa non poteva mancare di celebrare l'inverno, che in quelle terre è quasi un essere personificato, come è noto dalla formula napoleonica divenuta proverbiale del Generale Inverno. Esso domina le rappresentazioni di Andrei Schilder e di Ivan Welz, particolarmente attenti alla descrizione della superficie della neve e della sua morbidezza.

Andrei Nikolaevich Schilder, Valle alberata sotto la neve (1904)

Ivan Avgustovich Welz, Gelo (1906)

Ivan Avgustovich Welz, L'inizio dell'inverno

Ma è appunto la Francia ottocentesca a descrivere nel modo più vario e articolato il paesaggio invernale: gli Impressionisti si affezionano alla ricerca luminosa e il bianco della neve di Alfred Sisley non è mai come quello della neve di Claude Monet e al loro esempio eccezionale si aggiungono le tele meno note di Paul Gauguin e di Berthe Morisot.

Claude Monet, La strada per la fattoria di Sant-Simenon

L'autore delle coloratissime tele tahitiane, infatti, dedica molto spazio al proprio paese, ma, nel rappresentare l'inverno in La Senna presso Ponte Lena (1875), sceglie di dare più spazio al cielo ingiallito che all'effetto della nevicata: il fiume è una massa scura circondata da molti coperti di neve appiattita e l'aria chiara sembra minacciare una nuova precipitazione che non ha nulla di bello e poetico perché mescolata ad un paesaggio inquinato dall'uomo e dai suoi fumi, ben lontano dalla purezza che il bianco dovrebbe rappresentare.

Paul Gauguin, La Senna presso Ponte Lena (1875)

Opposta sembra la prospettiva di Berthe Morisot, più attenta alla capacità della neve di confondere elementi naturali e umani, come se il bianco del cielo bastasse a restituire genuinità e bellezza ad ogni luogo: nel suo Paesaggio innevato, la pittrice consacra la gran parte dello spazio al chiarore del ghiaccio e del cielo che lo riflette, rendendo confusi e poco più che macchie di colore grigio i profili delle piante e la gobba di un ponte che si inarca su un fiume invisibile.

Berthe Morisot, Paesaggio innevato

Particolare è la prospettiva dei due maggiori esponenti dell'Impressionismo, i già citati Sisley e Monet: al di là delle rappresentazioni originalissime di Gelata a Port Marly e di La Gazza, i due sembrano dedicare uno spazio privilegiato alla definizione delle strade nel paesaggio innevato: nei loro dipinti, da Neve a Louveciennes a La strada per Giverny in inverno (ma anche con Treno nella neve), questi artisti dimostrano di nutrire un forte interesse per il sentiero che si addentra nella neve, quasi a simboleggiare il desiderio dell'artista di fondersi nella sua massa e nei suoi colori e di coglierne la consistenza. 

Alfred Sisley, Gelata a Port Marly (1872)
 
Alfred Sisley, Neve a Louveciennes (1878)

Claude Monet, La gazza (1868-1869)

Claude Monet, La strada per Giverny in inverno (1885)

Del tutto diversa è invece la scelta operata dall'impressionista americano Childe Hassam, che, nell'immortalare la Nave bloccata nei ghiacci nel 1893, divide la tela in due metà, riservando la parte più bassa all'intricata morsa dei ghiacci sull'imbarcazione, ridotta ad una sagoma blu, e scegliendo per il cielo nell'altra metà un colore aranciato che contrasta non solo col profilo crestato delle barche e dell'abitato in lontananza, ma anche con la sua stessa controparte.

Childe Hassam, Nave bloccata nei ghiacci (1893)

L'arte ci riserva, insomma, variegate modalità di descrivere il paesaggio innevato. Ma non è solo al paesaggio naturale che i pittori hanno dedicato la loro attenzione: il nostro percorso proseguirà con l'esame della neve sugli edifici, nelle città e della gente che nella neve si muove... rimanete quindi con noi!

Claude Monet, Boulevard Saint-Denis ad Argenteuil (1875)

C.M.

lunedì 29 dicembre 2014

L'isola di Arturo (Morante)

Le mille definizioni o interpretazioni che si trovano nei manuali di letteratura appaiono spesso vuote se non si leggono integralmente i testi cui si riferiscono: i più esperti critici alludono a contenuti profondi di opere che spesso a scuola sono rappresentati da stralci antologici non sempre così significativi.
L'isola di Arturo è un esempio di come tali letture critiche non abbiano la minima possibilità di descrivere un capolavoro. Scritto da Elsa Morante nel 1957 e insignito del Premio Strega, questo romanzo è tuttavia, come in generale tutte le opere di questa autrice e di diversi meritevoli suoi contemporanei, relegato dai programmi - e quindi dai testi scolastici - a riassunti di poche righe. Che, probabilmente, all'opera fanno più male che bene.

Le definizioni di classicismo ed epica attributi al testo non si possono infatti pienamente comprendere senza conoscere direttamente e completamente il testo: troppo ricca è la trama delle allusioni, la magia dello stile nel definire questo recupero di un sapore antico, che ha portato giustamente Cesare Garboli a parlare dell'Isola di Arturo come di «una piccola, criptica Achilleide resuscitata». Certo, anche questa mia recensione non può pretendere di restituire la pienezza del romanzo, che, come ogni grande libro, merita la conoscenza immediata.
Arturo Gerace è un bambino rimasto orfano di madre che vive a Procida con il padre, Wilhelm, anche se costui è costantemente in viaggio in mondi esotici e lontani, alla ricerca di avventure degne della sua grandezza (così, almeno, crede Arturo), sicché Arturo cresce grazie a Silvestro, che nei primi mesi di vita lo ha nutrito con latte di capra e nascosto ai genitori della madre perché non lo portassero via da Procida e in compagnia della sua fedele cagna Immacolatella, che lo accompagna nelle lunghe gite per mare con la Torpediniera delle Antille. Un giorno il padre torna da uno dei suoi viaggi con Nunziata (che Arturo nomina quasi sempre come N. o come la matrigna), una giovane poco più grande di Arturo che Wilhelm ha voluto sposare quasi per sfida, ma che, evidentemente né ama né rispetta. Arturo vive quella nuova presenza come un ostacolo frapposto fra sé e il padre, e la gelosia si acuisce con la nascita del fratellastro Carmine, che, per giunta, ha ereditato dal padre i bellissimi capelli biondi che Arturo non ha mai avuto. Tuttavia i viaggi di Wilhelm continuano e il rapporto di Arturo col genitore diventa sempre più debole e segnato di ostilità, soprattutto quando Arturo si rende conto che la sua invidia non è diretta contro ciò che secondo lui allontana da lui il padre, ma contro il padre stesso: una rivelazione che prende corpo quando Arturo scopre l'amore per Nunziata.
L'isola, con le sue lunghe estati, le spiagge battute da un mare blu e dalle schiume ondose, le stradine che si inerpicano per le chine e la maestosa Casa dei guaglioni dove Arturo vive appare come un piccolo mondo incantato che, nella sua aria assolata e salmastra, culla le giornate del ragazzino, che, più si fa uomo, più percepisce il distacco da ciò che in passato lo ammaliava.
Il centro del suo universo è la figura bellissima del padre, un eroe che non deve sottostare a nessuno e che, con la propria parola, riesce a creare mondi persino a rendere Arturo geloso degli amici che condividono mesi di avventure col genitore, mentre lui deve sentirsi ripetere continuamente che, per seguirlo per mare, deve prima crescere.
Aspetta d'esser cresciuto, per partire con me. Ebbi un pensiero di rivolta contro l'assolutezza della vita, che mi condannava a percorrere una Siberia sterminata di giorni e di notti prima di togliermi a questa amarezza: d'essere un ragazzino. Dall'impazienza, in quel momento, mi sarei perfino assoggettato a un lunghissimo letargo, che mi facesse attraversare senza accorgermene le mie età inferiore, per ritrovarmi, d'un tratto, uomo, pari a mio padre. Pari a mio padre! Purtroppo io (pensai, guardandolo), anche quando mi farò uomo, non potrò mai essere pari a lui. Non avrò mai i capelli biondi, né gli occhi viola-celesti, né sarò mai così bello! (pp. 44-45)
Il sogno di eroismo e grandezza di Arturo è alimentato dal suo amore per i libri, di cui ama soprattutto le avventure di viaggio e di guerra, che gli fanno addirittura desiderare di poter esplorare il cielo per sfidare un limite paragonabile a quello che gli antichi identificavano con le Colonne d'Ercole: la letteratura è il suo stimolo all'azione e alla vita, che lo rendono un moderno titano proteso a imprese memorabili.
I libri che mi piacevano di più, è inutile dirlo, erano quelli che celebravano, con esempi reali o fantastici, il mio ideale di grandezza umana, di cui riconoscevo in mio padre l'incarnazione vivente. [...] Quando Wilhelm Gerace si rimetteva in viaggio, ero convinto che partisse verso azioni avventurose ed eroiche: gli avrei creduto senz'altro se m'avesse raccontato che muoveva alla conquista dei Poli, o della Persia come Alessandro il Macedone. (p. 38)
Arturo si strugge nel desiderio di essere come il padre e di guadagnarsi la sua ammirazione con imprese di coraggio come le imprese di nuoto o i salti sugli scogli arroventati, ma Wilhelm è irraggiungibile e impenetrabile. Col passare dei mesi, Arturo abbandona sempre più il sogno, da principio totalizzante, di seguire il padre nei suoi viaggi, e prende coscienza di doversi separare da quell'immagine ingombrante del genitore e da Procida stessa per poter godere della propria individualità e di un amore che sia completamente suo.
Con questo romanzo, Elsa Morante racconta in fondo una storia di formazione, la trasformazione di un bambino ricco di sogni e fantasie in un adolescente tempestato di dubbi e assalito da passioni troppo forti per essere contenute nel suo corpo (che, difatti, cresce con una velocità tale che Arturo ne coglie solamente le sproporzioni) e nella piccola isola di Procida.
Nelle scelte narrative e stilistiche dell'autrice si nota una perfetta capacità di coniugare la grande tradizione del romanzo, col suo ampio respiro, la solennità sintattica e le descrizioni particolareggiate, con gli slanci moderni dell'analisi psicologica. E allora si coglie quella che nel manuale di letteratura italiana di Luperini e Cataldi è l'idea di una «letteratura sentita come capacità di rivelazione e bellezza» che realizza una «tendenza ad una narrazione grandiosamente atteggiata» cui si unisce il «bisogno di meraviglioso».
Elsa Morante con Maria Bellonci alla cerimonia
di consegna del Premio Strega (1957)
Elsa Morante trasporta davvero il suo lettore in una mitica Grecia calata in Italia, facendo di Arturo un piccolo eroe che si prepara alla battaglia, ma, fino a quel momento, gode della compagnia del sole, delle onde e dei ricci marini. Arturo trasfigura tutto il proprio mondo in un tempio, tratteggiando con realismo e immediatezza i personaggi che lo circondano, ad eccezione del padre, visto come una divinità marina. Eppure tale realiso non è mai deformante, anzi, appare talvolta necessario ad accentuare la monumentalità di certi personaggi: Nunziata, per esempio, è descritta fin dall'inizio come un'ignorante ragazzina napoletana (a suo avviso del tutto indegna del padre, se non per inchinarsi alla sua autorità), con abiti lisi e zoccoli in pessimo stato, eppure il narratore non esita a definirla Regina delle donne, notando come, fra le altre signore di Procida, dimostri «una specie di autorità matronale e quasi supremazia riconosciuta, nonostante la sua età più giovane della loro» (p. 181).
L'isola di Arturo, dunque, è un libro intriso di grandezza, che fonde, nella prospettiva semplice e ingenua di un ragazzo, il sogno e la difficoltà della sua realizzazione, nascondendo, dietro un'allegoria di sapore classico e mitizzato, un cammino che, in qualche modo, accomuna la gran parte degli esseri umani.
Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, le perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola e quella mia primitiva felicità non erano altro che una imperfetta notte; anche gli anni deliziosi con mio padre, anche quelle sere là con lei! Erano ancora la notte della vita, in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia… (p. 187)
C.M.

venerdì 26 dicembre 2014

Memorie di Adriano (Yourcenar)

Ogni volta che ho riletto un libro, che mi fosse piaciuto o meno al primo incontro, il mio giudizio su di esso è migliorato. Ciò vale anche per i libri amati, che si direbbe di non poter apprezzare di più. Anche Memorie di Adriano, considerato il capolavoro della scrittrice belga Marguerite Yourcenar (1903-1987), ha confermato la tendenza, complice il fatto che ripercorrerne le pagine mi ha riportata ai tempi del liceo.

La prima lettura mi aveva incantata, mentre questo secondo dialogo mi ha fatto sciogliere. Nell'Adriano di Marguerite Yourcenar e, tramite il personaggio, nell'autrice stessa, ho assaporato la descrizione del mio stesso amore per il mondo classico, una passione che contraddistinse l'imperatore e che viene resa la vera protagonista della narrazione.
Publio Elio Traiano Adriano (76-138) è celebre per il suo amore per la cultura greca, che ha avuto influenze soprattutto artistiche e architettoniche, dalla trasformazione di Roma attraverso la riedificazione del Pantheon e la costruzione del Mausoleo di Adriano (l'odierno Castel Sant'Angelo) o del Tempio di Venere, allo straordinario complesso della villa di Tivoli.
Con Memorie di Adriano, romanzo costruito in forma di una lunga lettera a Marco Aurelio, Marguerite Yourcenar tesse intorno a questa figura straordinaria una trama di pensieri e riflessioni che, pur essendo opera di fantasia, si coniugano perfettamente con l'idea della bellezza e della spiritualità del personaggio.
La Storia rimane abbastanza marginale in questo memoriale artistico, e viene evocata soprattutto in relazione alle vicende del predecessore Traiano, di cui Adriano spera con ogni sua forza di diventare l'erede, e in occasione della rivolta di Giudea (132-135), il momento più drammatico del suo regno; essa appare come il dato conosciuto, come l'oggetto dell'annalistica che il vecchio narratore non ha bisogno di ricordare perché delle sue imprese politiche si è parlato più che a sufficienza, ed è semmai uno sfondo necessario per comprendere il bisogno di Adriano di farsi auriga delle sorti di un mondo in preda al caos che vuole consegnare ai posteri imbevuto di bellezza e armonia. Ma la pace è una conquista che definisce un'utopia forse più grande di quella speranza di immortalità che Adriano nutre verso Antinoo e verso l'impero che governa.
Ero sopraffatto da tutti i problemi dell’impero, ma il mio personale pesava di più. Volevo il potere. Lo volevo per imporre i miei piani, per tentare i miei rimedi, per instaurare la pace. Lo volevo soprattutto per essere me stesso, prima di morire. (p. 84)
Castel Sant'Angelo, in origine Mausoleo di Adriano
Immagine di Athenae Noctua

Roma, resa grandiosa dalle virtù degli uomini di tanti secoli, è, per Adriano, un tesoro riposto nelle sue mani per garantirne la continuità e al centro della sua riflessione stanno mille interrogativi su come permettere questo eternarsi di un dominio che sia in ogni parte espressione del suo caput.
Avrei voluto che lo Stato si ampliasse ancora, diventasse ordine del mondo, ordine delle cose. Le virtù che erano sufficienti per la piccola città dai sette colli avrebbero dovuto farsi duttili, varie, per adeguarsi a tutta la terra. […] Ma qualsiasi creazione umana che pretenda all’eternità è costretta a adattarsi al ritmo mutevole dei grandi eventi della natura, conformarsi al mutare degli astri. La nostra Roma non è ormai più la borgata pastorale dei tempi di Evandro, culla d’un avvenire che in parte è già passato; la Roma predatrice della Repubblica ha già svolto la sua funzione, la folle capitale dei primi Cesari tende già a rinsavire da sé; altre Rome verranno e io non so immaginarne il volto; ma avrò contribuito a formarlo (pp. 106-107)
Roma è, nel pensiero dell'Adriano della Yourcenar, l'entità che ha permesso la trasformazione dei valore di gloria, grandezza e armonia greci in una realtà concreta, quasi l'evoluzione che rende possibile il concretizzarsi del sogno antico simboleggiato da Atene. Per questo la capitale dell'impero deve attingere dall'antica potenza greca forme e ispirazione, per continuarne l'opera e diventare immortale attraverso la divinizzazione della sua madre ideale. Adriano ha un rapporto privilegiato con Atene, che torna a visitare in ogni suo viaggio verso oriente, traendo dalla sua decadenza lo stimolo per rivitalizzare tutto ciò che essa ha rappresentato e può rappresentare per i Romani.
La Grecia menava una vita grama, in un’atmosfera di grazia pensosa, di sottile lucidità, di saggia voluttà. […] A volte mi sembrava che lo spirito greco non avesse spinto sino alle sue conclusioni estreme le premesse del proprio genio: restavano da cogliersi i frutti; le spighe maturate al sole e già recise rappresentavano poca cosa accanto alla promessa eleusina del grano celato in quella bella terra. […] Intravvedevo la possibilità di ellenizzare i barbari, di atticizzare Roma, di imporre pian piano al mondo la sua cultura che un giorno si sia affrancata dal mostruoso, dall’informe, dall’inerte, che abbia inventato una definizione del metodo, una teoria della politica e del bello. […] Ma per lasciare ai Greci il tempo di continuare l’opera loro, di portarla a compimento, era indispensabile qualche secolo di pace, e gli ozi indisturbati, le libertà moderate che la pace consente. La Grecia contava su di noi affinché le facessimo da guardiani, dato che in fin dei conti pretendiamo d’essere i suoi padroni. Promisi a me stesso di vegliare sul dio disarmato (pp. 73-74)
Era pur sempre bella, Atene, e non mi rammaricavo d’aver imposto discipline greche alla mia esistenza; tutto quel che c’è in noi di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi veniva fatto, a volte, di dire a e stesso ch’era stato necessario il rigore un po’austero di Roma, il suo senso di continuità, il suo gusto del concreto, per trasformare ciò che in Grecia restava solo mirabile intuizione dello spirito, nobile slancio dell’anima, in realtà. (p. 210)
Canopo di Villa Adriana a Tivoli

Questo Amor Graeciae è il risultato di un'intima comunione spirituale con l'arte, la letteratura e la filosofia del mondo ellenico, un rapporto così intenso e radicato che Adriano deve riconoscere che, pur appartenendo politicamente al mondo latino, la sua intima natura è in realtà greca:
Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario della realtà, l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco. [...] L’impero, l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto. (p. 34-35)
Inevitabilmente, però, il desiderio di perpetuare Roma, i suoi valori e la sua bellezza si scontrano con il sentimento di vanità e inconsistenza che porta a considerare come, contro ogni sforzo dell'uomo per preservarli, il tempo e il mutamento condannino anche le più mirabili opere dell'umanità all'oblio e alla decadenza. E allora, seguendo le oscillazioni dell'animo di un uomo sospeso fra la pacifica rassegnazione alla morte imminente e l'energica rivendicazione di un sogno, si alternano commosse rimembranze di un coraggioso operato a custodia del passato e profonda malinconia di fronte all'avanzata del presente e del futuro, perché, come ricorda l'imperatore, «qualsiasi felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina, la minima grossolanità la deturpa, la minima insulsaggine la degrada» (p. 155).
Ho ricostruito molto: e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. (p. 121)
Fu allora che mi strinse il cuore la malinconia d’un istante: pensai che le parole adempimento, perfezione, contengono in sé la parola fine: forse, non avevo fatto che offrire una nuova preda al Tempo divoratore. (p. 166)
Nella conservazione di questa nobile eredità culturale assume un particolare rilievo, per tutto il corso del romanzo, il rapporto di Adriano con i libri, che egli considera la sua vera patria, il luogo in cui si è sempre sentito a suo agio e da cui ha appreso tutto ciò che conosce:
La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri. [...] Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri (pp. 22 e 32)
Pantheon di Roma

Il bisogno di preservare questo spirito educativo e quasi divino della lettura (ma anche dell'arte, l'altro grande amore di Adriano), che diventa creazione e perpetuazione del genere umano nella sua spiritualità, porta l'imperatore a convogliare sempre più energie nella costruzione delle biblioteche e nella copia dei testi, una foga che nei secoli seguenti si sarebbe spenta per emergere solo sporadicamente nel corso del Medioevo e per scoppiare con pari intensità solo con l'Umanesimo.
Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che ha molti indizi, mio malgrado, di venire. (p. 121)
Sentivo sempre più il bisogno di raccogliere e conservare antichi volumi, e d’incaricare scrivani coscienziosi di trarne nuove copie. Nobile compito; non meno urgente - pensavo - dell’aiuto ai veterani o dei sussidi alle famiglie prolifiche e disagiate; qualche guerra, dicevo a me stesso, la miseria che la segue, un periodo di volgarità e d’incultura sotto un cattivo principe basterebbero a far perire per sempre i pensieri pervenuti fino a noi mediante quei fragili oggetti di pergamena e d’inchiostro. Ogni uomo così fortunato da beneficiare, più o meno, di quei legati di cultura, mi sembrava responsabile verso tutto il genere umano. (p. 204)
Adriano è, per la Yourcenar, uno spirito indomito alla ricerca dell'eternità: la propria, quella dell'umanità, quella di Roma, quella della cultura, quella dell'arte e quella del suo unico amore, il bel giovinetto Antinoo, tormentato dall'idea del dileguarsi della bellezza e dell'eleganza col sopraggiungere degli anni al punto da lasciarsi annegare nel Nilo. Il culto della giovinezza, della bellezza e dell'amore di Antinoo spiegano non poca parte dell'arte d'età adrianea, e Marguerite Yourcenar traduce questo dato in un passo molto intimo e sofferto:
Non appena egli cominciò a contare nella mia vita, l’arte ha smesso d’essere un lusso, è diventata una risorsa, una forma di soccorso. Ho imposto al mondo questa immagine: oggi esistono più copie dei ritratti di quel fanciullo che non di qualsiasi uomo illustre, di qualsiasi regina. Sulle prime, mi stava a cuore far registrare dalle statue la bellezza successiva d’una forma nel suo mutare; in seguito, l’arte divenne una specie di magia, capace di evocare un volto perduto. Le immagini colossali mi sembravano un mezzo per esprimere le vere proporzioni che l’amore conferisce agli esseri. (p. 126)
Marguerite Yourcenar (1903-1987)
Memorie di Adriano, dunque, si presenta come un elogio del desiderio di immortalità, come il grido elegante di un animo che lotta contro il tempo per affermare un amore, una ricerca di felicità e un bisogno di bellezza che non possono esistere l'uno senza gli altri.
Grazie a quella che l'autrice, nei Taccuini di appunti, definisce una «magia simpatica che consiste nel trasferirsi con il pensiero nell'interiorità di un altro», le parole del vecchio Adriano si presentano come una pacata professione di prontezza all'abbandono della vita, ma trasudano una raffinata menzogna e un sincero attaccamento all'esistenza: l'arte, la cultura e la bellezza che Adriano ha tanto amato e protetto cercando di dare loro l'immortalità si sono rivelate gli strumenti che hanno garantito a lui quella stessa eternità.
TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS: ciascuno la sua china, ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo.
C.M.

mercoledì 24 dicembre 2014

Auguri in poesia: Le ciaramelle (Pascoli)

Il Natale è alle porte e, sebbene non sia una gran festaiola (quest'anno probabilmente salta anche l'addobbo dell'albero), quest'anno ne sentivo davvero il bisogno: fra il lavoro e i temutissimi esami, gli ultimi mesi sono stati frenetici, come certamente è stato l'anno di molti di voi lettori. Ora è finalmente il momento di trovare un po'di tranquillità e di riposare, in attesa di un anno che auguro a tutti pieno di soddisfazioni e serenità.
Le vacanze che iniziano quest'oggi si preannunciano ricche di abbuffate e, soprattutto di tanti libri, di cui ho fatto scorta per l'occasione, anche se la pila di volumi in attesa era già alta... ho in coda di lettura L'abbazia di Northanger, Sostiene Pereira, un revival del Ciclo dei Vinti, un manga atteso per mesi e, ovviamente, il famoso progetto di rilettura (a tal proposito, arriverà nei prossimi giorni la recensione di Memorie di Adriano). Ci sarà anche più tempo per il blog, con nuovi post letterari, storici e artistici.


Se l'anno scorso ho affidato i miei auguri ad una veloce carrellata di opere d'arte e poesie dedicate al Natale, oggi vi porgo i miei auguri con un approfondimento della mia poesia preferita dedicata alle festività: Le ciaramelle di Giovanni Pascoli.

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

Il componimento fa parte della raccolta Canti di Castelvecchio (1903), sospesa fra la grande tradizione poetica (il titolo richiama i Canti leopardiani) e una punta autobiografica nel riferimento al paese in cui Pascoli stabilisce il nido familiare costruito attorno a sé e alle sorelle Ida e Mariù. Molto meno nota de Il gelsomino notturno o di Nebbia, questa poesia è stata spesso sottovalutata per via della sua musicalità, quasi da filastrocca e per un registro infantile che, tuttavia, è l'essenza di tutta la poesia pascoliana e richiama la famosa poetica del Fanciullino, secondo la quale il poeta deve farsi bambino nel guardare al mondo e nel descriverlo.
Nel rispetto dell'onnipresente modello leopardiano, che nei Canti di Castelvecchio si accentua particolarmente, Pascoli delinea una descrizione che centellina i particolari, affidandosi ad una continua alternanza fra dati sonori e dati visivi (che in Leopardi corrispondono alle teorie del suono e della visione), i primi concentrati nel suono delle zampogne, i secondi sull'apparire delle luci, stelle o lumi di candela che siano, in un insieme che, come nel Sabato del villaggio, va popolandosi di vita, trasformando il paese in un piccolo presepe, con una scelta che la pubblicità non avrebbe tardato a replicare.
Le ciaramelle, udite da Pascoli adulto, riescono a ristabilire un contatto con il passato felice: il loro suono si trasforma in «suono di chiesa, suono di chiostro, / suono di casa, suono di culla, / suono di mamma, suono del nostro /dolce e passato pianger di nulla» e basta questo innescarsi del ricordo per portare la serenità, poiché quella realtà confortevole e materna in cui vivono i fanciulli, trasportata sulla scia della musica, prende il posto della dura realtà di chi è assillato dalle preoccupazioni continue. Dell'infanzia il poeta non rimpiange però solo la gioia e la calda atmosfera di un Natale sognante nel caldo di un letto cullato dalla voce familiare, ma anche le lacrime e i dolori da nulla che patiscono i bambini e che, ammirati da lontano, per un adulto sono certamente preferibili alle sofferenze del proprio presente. Anche questo tema è desunto da Leopardi, che, in Alla luna, rimpiangeva il passato dell'adolescenza al punto di trovare giovamento perfino nel ricordarne i momenti tristi, perché allora il Vero (termine comune a Leopardi, che lo usa in A Silvia, v. 60 e a Pascoli, che qui lo sceglie per la strofa settima) e la sua crudezza non si erano ancora manifestati: «E pur mi giova / la ricordanza e il noverar l'etate / del mio dolore» (vv. 10-12). Il pianto, allora, diventa buono e buono diventa il Natale, l'occasione per commuoversi di fronte ad un ricordo e di cercare nel piento stesso una liberazione dalle preoccupazioni, che è poi ciò che tutti ci auguriamo nel nostro Natale.

Buone Feste!

C.M. 
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