mercoledì 18 febbraio 2015

Fahrenheit 451 (Bradbury)

È uno dei classici della narrativa distopica: assieme a 1984, Fahrenheit 451 compone uno dei quadri socio-politici più terrificanti della letteratura, un mondo in cui è bandito il libero pensiero e in cui, pertanto, vengono distrutti i veicoli del sapere per eccellenza: i libri. Dopo la rilettura del romanzo di Orwell, pertanto, era doveroso recuperare anche questo testo, di cui ricordavo francamente molto poco e di cui probabilmente non avevo nemmeno fatto debitamente tesoro.

Ray Bradbury racconta la storia di Guy Montag, un vigile del fuoco che, però, dal momento che gli incendi non scoppiano più da soli, i roghi li appicca: armato di idranti che sputano cherosene, interviene con la sua squadra ovunque venga segnalata la presenza di libri per eliminarli in un vortice di fuoco liquido mentre il criminale che ha osato nasconderli viene arrestato e fatto sparire. Nel frattempo, la moglie Mildred, assuefatta ai programmi trasmessi dai megaschermi che ricoprono le pareti di casa, pratica nel modo migliore la sospensione di qualsiasi pensiero e autonomia mentale, al punto da tentare il suicidio. La vita di Montag cambia improvvisamente con la conoscenza di Clarisse, una giovane considerata strana perché ama passeggiare e osservare la realtà che la circonda, vagheggiando un tempo lontano in cui la vita era ben diversa:
«Sono un temperamento asociale, dicono. Non mi mescolo con gli altri. Ed è strano, perché io sono piena di senso sociale, invece. Tutto dipende da che cosa s'intenda per senso sociale, non vi sembra? Per me significa parlare con voi di cose come queste. [...] O anche parlare di quanto è strano questo mondo. Stare con la gente è una cosa bellissima. Ma non mi sembra sociale riunire un mucchio di gente, per poi non lasciarla parlare, non sembra anche a voi?»
Dopo l'improvvisa sparizione di Clarisse, l'insofferenza di Montag al sistema in cui è costretto a vivere si acuisce ed esplode in vera e propria ribellione quando il pompiere, pronto ad appiccare il fuco in una casa piena di libri, assiste al sacrificio della proprietaria, che preferisce darsi la morte piuttosto che continuare a vivere ed essere imprigionata lontano da essi.
«Ci dev'essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia. È evidente! [...] Questa notte ho pensato a tutto il cherosene di cui mi sono servito da dieci anni a questa parte. E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c'è un uomo. Un uomo che ha dovuto pensarli. Un uomo a cui è occorso molto tempo per scriverli, per buttar giù tante parole sulla carta.»
Nella casa della donna, Montag ruba un libro e lo porta a casa: cerca di coinvolgere Mildred nella ricerca del potere dei libri, desiderando portare alla luce i motivi per cui essi fanno tanta paura a chi li vuole distruggere, ma la moglie è ormai succube di un mondo di tenebre e solo il vecchio Faber, geloso custode dei suoi volumi e del passato in cui essi erano considerati un tesoro, sostiene Montag in questo cammino di liberazione. Egli descrive la grettezza di un mondo dominato dall'immediatezza, dall'abbandono del pensiero e, con esso, di tutto ciò che è scomodo, in favore di un vuoto che erroneamente si identifica con la felicità, di una massificazione che rende tutti uguali in quanto incapaci di pensare, in senso anti-illuministico.
«I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l'abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive»
Una scena del film diretto da François Truffaut nel 1966

Tuttavia la ribellione di Montag e Faber viene presto scoperta e l'ex vigile del fuoco è costretto a scappare; nella sua fuga, però, incontra persone come lui, uomini e donne che negli anni hanno scelto il pensiero e hanno, a loro modo, salvato i libri: essi li hanno imparati, li hanno impressi nella memoria e, pur consapevoli delle inevitabile perdite della completezza dei testi, li tramandano ai figli. Bradbury descrive così una comunità che, come gli aedi della cultura greca arcaica e delle tribù nomadi delle steppe, custodiscono un sapere millenario con la sola forza della loro mente, della loro voce e delle loro orecchie.
«Non siamo che sopracoperte di volumi, privi d'ogni altra importanza che non sia quella d'impedire alla polvere di seppellire i volumi. [...] E quando la guerra sarà finita, uno di questi giorni, o uno di questi anni, si potranno riscrivere i libri, e la gente sarà chiamata, le persone verranno a una a una a recitare quello che sanno e noi ristamperemo ogni cosa, fino a quando le tenebre di un nuovo Medio Evo non ci costringeranno a ricominciare tutto da capo. Ma questa è la cosa meravigliosa dell'uomo: che non si scoraggia mai, l'uomo, o non si disgusta mai fino al punto di rinunciare a rifar tutto da capo, perché sa, l'uomo, quanto tutto ciò sia importante e quanto valga la pena di essere fatto.»
Fahrenheit 451 è dunque un romanzo che invita a riflettere sull'importanza della cultura e sul valore dei libri, specchi di una realtà molto più profonda di quella che possiamo cogliere, filtri per comprenderla e, allo stesso tempo, testimonianze di cui far tesoro per evitare il ripetersi di eventi terribili. Ma è anche un inno alla libertà nel suo complesso, alla bellezza dell'osservazione e dell'esperienza della vita - simboleggiata dalla vivace e sfortunata Clarisse e dal suo dissetarsi delle gocce di pioggia, alla ricchezza della comunicazione e della condivisione, ben riassunto nel monito di uno dei reietti della comunità che accoglie Montag:
«Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche.»
Un romanzo, dunque, da leggere e interiorizzare, anche se, personalmente, l'ho trovato talvolta distraente, soprattutto per via dell'improvviso passaggio dalla narrazione alla focalizzazione dei ricordi e delle aspettative di Montag. Ma Fahrenheit 451 è una lucida analisi di quella che sarebbe una società che rinunciasse del tutto al pensiero, portando all'estremo un atteggiamento che, purtroppo, la modernità ha ampiamente sviluppato: non sarebbero forse più le persone che deriderebbero il modo in cui Clarisse osserva un prato di quelle che apprezzerebbero la sua genuinità? Non è forse vero che ci troviamo costantemente in mezzo alla gente, ma che con gli altri spesso non scambiamo nemmeno uno sguardo? Anche Fahrenheit 451, insomma, è un libro con i pori, che cattura e mette a nudo le imperfezioni delle nostre esistenze per permetterci di evitarne la decadenza.

Ray Bradbury (1920-2012)
«Sapete che i libri hanno un po'l'odore della noce moscata o di certe spezie d'origine esotica? Amavo annusarli, da ragazzo. Signore, quanti bei libri c'erano al mondo un tempo, prima che noi vi rinunciassimo!»
C.M.

10 commenti:

  1. Ottimo articolo!
    Ho letto Fahrenheit 415 in terza media e poi non ho più potuto smettere di amarlo.

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    1. È certamente un libro che rimane ben vivido nella mente. Sono contenta che la recensione ti sia piaciuta!

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  2. "Fahrenheit 451 è dunque un romanzo che invita a riflettere sull'importanza della cultura e sul valore dei libri.." Assolutamente si, ho apprezzato il messaggio di Bradbury ma purtroppo non sono riuscita ad apprezzarlo a dovere, diciamo che i due classici della narrativa distopica che hai citato non rientrano nelle mie preferenze ma sono assolutamente da leggere!!
    Come sempre recensioni fantastiche!!

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    1. Fra i due ho trovato un abisso: 1984 mi ha colpita molto di più e ho trovato che Bradbury abbia come approfondito un aspetto toccato anche da Orwell... ciò nonostante, sono due signori classici! Grazie di aver apprezzato la recensione e di esserti fermata a commentare!

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  3. Che bella recensione, ben fatta, stimolante e utile!
    Personalmente sono un "fan" di entrambi i due classici distopici - 1984 e Fahrenheit 451 - anche se a livello di scrittura pura mi rendo conto che il primo surclassa abbondantemente il secondo. Ma li amo moltissimo entrambi, li considero dei preziosi moniti, delle opere da leggere e far leggere, dei classici validi ora come quando sono stati scritti.
    Tra l'altro da entrambi i libri sono stati tratti due film che adoro: "Nel 2000 non sorge il sole" (1956, diretto da Michael Anderson), film che ho cercato per anni e anni in qualsiasi supporto e che sono riuscito ad avere solo recentemente; e
    Fahrenheit 451 di Truffaut da te citato, anche iconograficamente.
    E' raro, per quanto mi riguarda, apprezzare un film tratto da un libro, ma in questi due casi a mio parere le trasposizioni filmiche sono riuscite ed efficacissime, pur con le loro ovvie differenze dai libri.
    Ancora complimenti, sia per questo bell'articolo che per tutto il blog che seguo sempre con interesse e piacere :)
    Orlando

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    1. Sono d'accordo sul più alto livello di Orwell, mentre sui film non posso esprimermi, perché non li ho mai visti, pur avendo intenzione di farlo... cercherò di colmare questa lacuna!
      Grazie dei complimenti e di aver apprezzato il post!

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  4. Devo recuperarlo anch'io, mi sa che come te non ne ho fatto tesoro...

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    1. Rileggendolo, mi sono accorta che al tempo ne avevo colto solo in modo molto parziale il valore... ha valso la pena riprenderlo!

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  5. Bellissimo libro, l'ho letto alle superiori. Ho anche visto il film e lo spettacolo teatrale diretto dal recentemente scomparso Ronconi.

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    1. Non sapevo di uno spettacolo, ma deve essere stato interessante!

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