lunedì 29 giugno 2015

Lessico famigliare (Ginzburg)

Natalia Ginzburg è una delle tante voci del panorama letterario italiano che vengono quasi ignorate nella trattazione scolastica che, ovviamente, ha parecchi limiti di compressione (tanto da fare in pochissimo tempo), ma perde la preziosa occasione di un arricchimento su più fronti. Natalia Ginzburg, a questo proposito, soffre di quella tendenza maschilista che porta persino gli autori dei manuali scolastici a sacrificare anche Elsa Morante e addirittura Grazia Deledda che, non per dire, ma avrebbe giusto vinto un Nobel. E sono solo tre nomi, per nulla bastevoli a rendere giustizia alle tante anime femminili della letteratura del Novecento... ma di questo parlerò un'altra volta.

Invero, io ho conosciuto la Ginzburg proprio a scuola, ma in una situazione non proprio stimolante: il secondo anno di liceo mi venne assegnata la lettura de La famiglia Manzoni. Un mattone assurdo, pensai allora. Oggi, forse, la penserei diversamente, ma non ho ancora sperimentato e attendo ancora un po'prima di dare un'altra possibilità a questa biografia manzoniana, non proprio adatta a dei sedicenni.
Qualche anno più tardi, invece, lessi un'altra storia familiare firmata Natalia Ginzburg, e me ne innamorai. Lessico famigliare è uno straordinario ritratto della famiglia Levi (quella dell'autrice, che è nota come Ginzburg per il cognome del primo marito, Leone) e di tante altre figure orbitanti attorno ad essa a Torino, in pieno ventennio fascista. Scorrendo le agili pagine di questo romanzo-memoriale, la cui scrittura è immediata e colloquiale, non possiamo che guardare con grande affetto ai Levi, ai tre fratelli maschi tanto diversi e turbolenti, Gino, Alberto e Mario, a Natalia stessa (che, però, parla pochissimo di sé) e allo slancio della sorella Paola, alla madre, Lidia, che ama tanto farsi fare i vestiti nuovi e al padre, Giuseppe, professore di medicina eppure portatore di una mentalità popolare, molto conservatrice e risparmiosa, buffo nelle sue imperiose prese di posizione e nei rimproveri alla famiglia. Proprio Beppe è l'autore della maggior parte delle formule che danno il titolo al romanzo: dalla sua bocca escono etichette proverbiali come "sbrodeghezzi" e "potacci" (i "pasticci", ma anche i dipinti moderni) "sempio", "negrigure" (i gesti inappropriati), "asino" (inteso come "villano").
Il romanzo, in effetti, doveva essere in origine un racconto che raccogliesse queste espressioni tipiche della vita familiare, che in ciascuno dei Levi evocava l'infanzia e l'atmosfera domestica, ma, a poco a poco, crebbe fra le mani dell'autrice, per usare una sua espressione. Di qui il titolo, che, altrimenti, sembrerebbe riguardare solo un aspetto marginale, concentrato specialmente nelle prime pagine, di un romanzo che, agganciandosi a queste formule quotidiane e affettive, racconta però tante vicende intersecate alla Storia politica e culturale italiana ed europea. Il racconto, infatti, si popola di personaggi di primo piano nella lotta al fascismo: non solo Beppe e Lidia sono convinti detrattori di Mussolini, ma la loro casa diventa rifugio o punto d'incontro di illustri oppositori, come Filippo Turati, Carlo Levi, Adriano Olivetti, Leone Ginzburg, poi marito di Natalia; lo stesso Mario, scoperto il suo impegno contro il regime, è costretto a rifugiarsi in Svizzera, mentre Beppe e Gino vengono arrestati.

Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Augusto Frassinelli

Particolarmente toccanti sono le pagine che Natalia Ginzburg riserva al più caro amico del marito, Cesare Pavese, e al loro lavoro alla casa editrice Einaudi, cui, ad un certo punto, si associa ella stessa: nella malinconica figura di Pavese, che mangia ciliege e scaglia i noccioli contro i muri, sembra riflesso il destino stesso di chi soffre per l'oppressione della dittatura, del rischio a cui ogni giorno è sottoposta l'esistenza, dell'intera Europa occupata dai nazisti. 
L'autrice parla ampiamente dell'autore, documentandone anche il suicidio, eppure è molto più schiva nel raccontare la vicenda del suo matrimonio: alla scelta di sposarsi sono dedicate poche righe, poche allusioni sono ricavate per il periodo di confino in Abruzzo e veloce è anche il passaggio sull'arresto e l'uccisione in carcere di Leone, mentre torna a dispiegarsi il racconto dell'intimità familiare quando Natalia, rimasta sola con i bambini e sfuggita alle persecuzioni grazie al sostegno di conoscenti e amici, rientra a casa, ritrovando la madre invecchiata, ma ancora piena di affetto da offrire ai suoi, mentre il mondo è logorato dalla guerra e dalla dittatura.
Lessico famigliare, Premio Strega nel 1963, anno della pubblicazione, è dunque una preziosa testimonianza di vita e di affetti, ma anche della storia, del fervore culturale italiano, del senso di ribellione che arriva a scuotere, assieme al mondo, anche le più piccole realtà di congiunti. Sullo sfondo di un'epoca buia, però, assieme all'eroismo dei Levi, dei Ginzburg e degli Olivetti, si staglia la vera ancora di salvezza di questo piccolo mondo domestico: la sicurezza di una porta aperta, delle tradizioni anche un po'troppo stagnanti, di una ritualità scandita da parole e frasi sempre uguali, che bastano ad individuare chiaramente il proprio posto, la propria nicchia sicura, entro la quale nulla di minaccioso può arrivare. Nella famiglia di Natalia ci riconosciamo tutti, in poche pagine ci sentiamo già appartenenti a quel mondo ormai scomparso, ma di cui non possiamo che portare una traccia rasserenante.

Natalia Ginzburg (1916-1991)

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. [...] Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d'un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra.
C.M.

venerdì 26 giugno 2015

Owl Prize #12

Owl Prize e tantissima contrizione oggi: ritorno ad una rubrica ingiustamente abbandonata e vittima di quella macchina infernale chiamata TFA. Ma gli esami sono finiti (sì, si sono una tesi e una relazione da scrivere, ma vabbè, il peggio è alle spalle) e, poco alla volta, sto tornando ad aggiornare il blog con un ritmo decente e, soprattutto, ho ripreso a leggere quelli dei cari colleghi.
Prima di tutto devo ufficialmente ringraziare Cristian, autore di Artesplorando, per avermi conferito, nel novembre scorso, un nuovo Liebster Award. Magari lo ricorderete, ma lo ribadisco: per ragioni di tempo non rilancio più questo genere di premiazioni, ma in Owl Prize cito sempre chi me le ha conferisce, e mi scuso per il ritardo nel porre questa menzione nero su bianco. A proposito di Artesplorando, presento qui ufficialmente un'iniziativa che molti di voi avranno forse notato inseguendo il banner nella barra di destra o la pagina Fuori dal nido di questo blog: da marzo 2015 è online la rivista dediata all'arte Are You Art?, nata proprio sulla base di un'idea di Cristian e dalla collaborazione fra diversi blogger, con i quali abbiamo formato una piccola redazione (la mia rubrica, LetterEarte, è dedicata all'intreccio fra arte e letteratura); i numeri giù usciti e i prossimi sono gratuitamente scaricabili dalla piattaforma issuu.
Un secondo ringraziamento va invece a Loredana, che, sul suo blog Del furore di aver libri, mi ha conferito una freschissima menzione per il quarto Boomstick Award.
Ma veniamo alle nostre premiazioni, o, se preferite, ai suggerimenti di lettura, sempre dal meno recente al più nuovo.

  • Dato che le transenne che tengono lontani i visitatori dai capolavori artistici concepiti per essere osservati mi hanno sempre parecchio irritata, condivido lo sdegno espresso da Mario su Kunst, nel post Santa Croce vietata!, per il divieto di accesso alle cappelle dipinte da Giotto in Santa Croce.
  • Drama Queen torna a segnalarsi in questa nuova edizione di Owl Prize per il suo excursus sulla Commedia dell'arte, parlandoci di una delle manifestazioni più originali della storia del teatro.
  • E di teatro ci parla anche Valivi di Acqua e Limone, nel post Le donne e il teatro, che approfondisce un aspetto molto importante della storia sociale e culturale delle donne, che sta guadagnando sempre più spazio.
  • Firmato da Lucica Bianchi, trovate su I tesori alla fine dell'arcobaleno un bellissimo post dedicato alle pergamene con illustrazioni dantesche realizzate da Botticelli, in particolare alla Mappa dell'Inferno: imperdibile ponte fra la storia letteraria e quella delle arti figurative, soprattutto in questo settecentocinquantesimo anno dalla nascita del Sommo poeta.
  • Per chiudere, ma non ultimo per importanza, non poteva certo mancare uno degli straordinari post di Emanuela e del suo Didatticarte: Quando l'arte va a dormire è un bell'excursus sui ritratti di donne, uomini, dee, bambini e animali accomunati dall'essere tutti... sonnecchianti!
Vi auguro buona lettura, lasciandovi con la promessa di consegnare il prossimo Owl Prize in tempi leggermente inferiori a quelli biblici!

C.M.

mercoledì 24 giugno 2015

L'ultimo giorno di un condannato a morte (Hugo)

C'è rabbia e amarezza in questo racconto di Victor Hugo, una potente testimonianza di strazio e sofferenza che fa sembrare la narrativa molto vicina, se non sovrapposta, ad una cronaca di realtà. E non solo perché il romanziere francese si sia ispirato ad una tematica attualissima per il suo tempo (ma anche per noi, che ancora facciamo i conti con situazioni in cui la pena di morte è in vigore e non dà segni di voler sparire), ma anche per la sua capacità di ricostruire, senza patetismo gratuito, i sentimenti umani.
Non sappiamo il nome del narratore condannato ala ghigliottina, un po'perché egli certo non ha bisogno di comunicarlo a se stesso, essendo le pagine che scrive un memoriale finalizzato a farlo convivere con l'inevitabile. Ma anche perché il suo destino è quello di tanti uomini condannati, di tante persone che hanno certamente pensato e temuto ciò che pensa e teme il nostro condannato.
Attraverso la penna di questo anonimo memorialista ci addentriamo nell'angoscia dell'attesa, vivendo in pochi istanti le pesantissime ore che lo separano dall'esecuzione e sperimentando la durezza di tante condanne immaginate. Leggendo questo breve racconto che, con la sua essenzialità, ci fa capire quanto sia rapido il consumarsi degli ultimi istanti di vita, assistiamo al crollo del sogno del progresso, allo smascheramento delle contraddizioni sociali, all'amarezza di chi non ha la minima capacità di comprendere cosa significhi, per un uomo, contare i momenti che lo separano dal patibolo, come per il cappellano che, più che offrire conforto, pratica un rituale sempre uguale a se stesso o la guardia che chiede al condannato di apparirgli in sogno come fantasma una volta morto per fornirgli i numeri fortunati al gioco.
Ma L'ultimo giorno di un condannato a morte, pubblicato nel 1829, dopo un quarantennio di lavoro delle ghigliottine, non è completo senza la lettura della prefazione di Victor Hugo, che si configura come un feroce atto d'accusa contro la pena di morte e le sue ricadute sociali e contro quei politici che, se prendono in considerazione di abolirla, lo fanno solo per evitare che sia una delle loro teste a saltare. 

Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati (1889)
Emerge, dalla vigorosa affermazione di Hugo, lo sdegno verso una pratica che non è né socialmente utile, in quanto non fa che accrescere il degrado e non dà alcun insegnamento (al punto che molte esecuzioni, per evitare grottesche figuracce passate, si svolgono in luoghi inaccessibili al popolo), né misericordiosa, anzi, talvolta risulta assimilabile alle peggiori barbarie. In questo senso, Victor Hugo si colloca nel solco della riflessione illuminista che ha prodotto la Rivoluzione francese (e la ghigliottina dispensatrice di giustizia sociale), ma che ha avuto fra i suoi pilastri teorici il trattato di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), che Hugo cita e impugna. Circa quindici anni più tardi, la stessa riflessione sarebbe comparsa ne I misteri di Parigi di Eugéne Sue, anch'esso ampiamente dedicato al problema della gestione dei detenuti e della somministrazione delle pene.
L'aspetto più inquietante della lettura de L'ultimo giorno di un condannato a morte, oltre ai particolari macabri che Hugo non ci risparmia, è la presa di coscienza di noi lettori del XXI secolo, che ancora siamo testimoni delle più tremende atrocità commesse in nome della giustizia e che non abbiamo ancora trovato un modo per garantire la giustizia e la dignità agli offesi e una pena certa agli offensori senza macchiarci di ulteriori violenze.
Dal momento che ho il mezzo di scrivere, perché non farlo? Ma che cosa scrivere? Prigioniero tra quattro muri di pietra nuda e fredda, senza libertà per i miei passi, senza orizzonte per i miei occhi, occupato come sono a seguire macchinalmente tutto il giorno, unica distrazione, il lento percorso di questo riquadro biancastro che lo spioncino della porta proietta sull'oscura parete, e come dicevo poc'anzi, solo a solo con un'idea, un'idea di delitto e di castigo, di assassinio e di morte! Posso forse avere qualcosa da dire, io che non ho più niente da fare in questo mondo?
C.M.

lunedì 22 giugno 2015

L'estate in giardino: una poltrona, un parasole e, ovviamente, un buon libro!

L'estate è sinonimo di sole, relax e passeggiate: è la stagione in cui si esce all'aria aperta, godendo del risveglio pieno della natura, agenti atmosferici permettendo. Le giornate estive sono luminose, lunghe, il guardaroba si colora, i campi cambiano sfumatura di ora in ora, i giardini rinverdiscono e si popolano di figure gioiose. Potevano i grandi artisti restare immuni dal fascino di questa stagione e dai suoi rituali?

Frederick Carl Frieseke, Digitale purpurea

Offrendo uno sguardo alla pittura fra XIX e XX secolo, non solo ci rendiamo conto che i pittori di tutto il mondo hanno dedicato numerose tele alla rappresentazione dei paesaggi estivi, ma possiamo definire un vero e proprio prontuario sui modi di vivere la stagione più calda dell'anno e sugli oggetti e i passatempo delle lunghe giornate fra giugno e settembre. I giardini borghesi sono particolarmente cari dagli artisti, che amano popolarli di donne e fanciulle ritratte in momenti di tranquillità, talvolta sorprese in un'intimità che si svela a noi grazie ad un pennello e a tanta maestria.

Frederick Carl Frieseke, L'ombrellone in giardino

Frederick Carlo Frieseke, Giardino in giugno

L'artista americano Frederick Carl Frieseke (1874-1939) ha dedicato ai giardini e alle donne numerosissime tele in cui le figure umane, investite della luce o calate nella penombra, sembrano fondersi con la natura: ne risultano caleidoscopi di colori, una pittura fatta di piccoli tocchi e tessere cromatiche in cui sembrano essere messi in comunicazione l'Impressionismo e l'Art Nouveau, come accade in Digitale purpurea, o in Giardino in giugno.

Claude Monet, Sulla canoa (1887)

Frederick Carl Frieseke, Sul fiume (1910)

Claude Monet, Donne in giardino (1866)
Le donne di Frieseke sono immortalate nelle tipiche occupazioni della bella stagione e ritratte sempre sole o con una o due amiche, mentre i loro compagni sono, come possiamo immaginare, occupati in un lavoro svolto fra uffici e documenti, in una dimensione completamente diversa, buia, austera. Il bianco degli abiti non è solo il segno dell'estate che riveste il mondo di luce, ma anche della libertà conquistata, delle braccia che si denudano, della fuga dalle sale dei ricevimenti invernali: mentre gli uomini, impegnati negli affari, vestono ancora le loro giacche scure, queste figure quasi angeliche escono in giardino, guadagnano il loro spazio, vi si immergono.
Queste ninfe moderne hanno dei rituali personalissimi: siedono all'ombra accanto ad un tavolino o in mezzo all'erba, si riparano sotto grandi cappelli e ombrellini, passeggiano tra i fiori, fanno gite in barca, si rincorrono fra le piante e, naturalmente, leggono. Il giardino sembra diventare la preziosa stanza tutta per sé in cui Virginia Woolf ripone le speranze di emancipazione della donna, al punto che la presenza dell'artista e di noi spettatori sembra talvolta stendere un velo di sospetto sugli occhi di queste figure, come a domandarci se condividiamo o meno questa scelta di libertà. Una libertà che diventa assoluta presso le rive lungo le quali queste fanciulle si stendono per riposare e fare il bagno.

Frederick Carl Frieseke, Sulla riva (1914)

Frederick Carl Frieseke, Estate (1914)

C'è una grande distanza fra le tele di Fireseke o di Claude Monet, dove i colori si impastano e confondono, e la descrizione limpida e chiara degli acquerelli dello svedese Carl Larsson (1853-1919): l'estate nella sua Sundborn è tersa, luminosa come può essere solo l'aria delle estate nordiche, non intaccata dall'afa e capace di alterare i colori, rendendoli conformi alla gamma cromatica tanto cara all'artista, che riesce ad accostare senza stridore macchie vivaci e lievi pastelli.
Carl Larsson, Estate a Sundborn (1913)

E poi ci sono le donne modernissime di Henri Matisse e Herman Wessel (artista americano vissuto fra il 1878 e il 1969), completamente immerse nella lettura all'ombra di grandi alberi, a rivendicare silenziosamente ma con determinazione un diritto all'indipendenza e ai propri spazi con un libro, un taglio di capelli e abiti decisamente più confortevoli. Questi dipinti raccolgono l'eredità di un tema entrato in maniera consistente nell'arte a partire dal XVIII secolo assieme al cambiamento del ruolo della donna rispetto alla cultura e si collocano con successo nella scia del successo delle donne lettrici di Berthe Morisot o Mary Cassatt.
L'estate, dunque, è stagione di libertà, il giardino lo spazio in cui realizzarla.

Henri Matisse, Donna che legge con parasole (1921)

Herman Wessel, Tarda estate

C.M.

venerdì 19 giugno 2015

Nel caffè della gioventù perduta (Modiano)

Nella vita di ogni appassionato lettore ci sono alcuni libri che lasciano il segno più di altri, che, con le loro storie e il loro stile, si guadagnano un posto speciale. Quando trovo questi libri mi sembra di vivere un'esperienza mistica: esco dalla lettura rinfrancata, convinta di poter leggere nei minuti seguenti altri mille testi, buttandomi a capofitto in altre letture per ricercare quello stesso sentimento appena suscitato e consumato.

Così è stato con Nel caffè della gioventù perduta, romanzo del premio Nobel per la Letteratura 2014 Patrick Modiano, pubblicato da Einaudi nel 2010. Un romanzo breve, nella cui costruzione si intrecciano le prospettive di diversi personaggi che hanno in comune una cosa: Louki.
Louki è una ragazza malinconica, ossessionata da quella prigione che Nietszche chiama Eterno Ritorno: teme la vita quotidiana, ricerca la vita vera, anche se ella non sa come definirla. Louki vuole sfuggire alla realtà che la soffoca, ad una madre assente, ad una casa vuota, ad un marito che chiama per nome e cognome, tanta è la differenza d'età e di mentalità che li separa. Ella stessa racconta, per un capitolo, la propria storia, ma la sua prospettiva si sovrappone a quella di uno studente dell'École des mines, Pierre Caisley, investigatore assunto da Jea-Pierre Choureau, marito di Louki (che in realtà si chiama Jacqueline) e Roland, che con Louki si trova in particolare sintonia.
Da questo quadro composito, che ha come perno il pittoresco caffè Le Condé e i suoi variegati personaggi, emerge una storia complessa, rispetto alla quale ciascuno ha notizie e pensieri diversi: Louki è compresa o genera la totale confusione, appare ora una creatura libera pronta ad aprirsi all'entusiasmo, ora un uccello in gabbia destinato a consumarsi. E il caffè in cui noi la incontriamo nelle prime pagine sembra indissolubilmente legato al destino della ragazza, come se, entrandovi, ella avesse impresso una svolta all'Eterno Ritorno degli avventori, al quaderno delle presenze tenuto da uno di loro, portando fra le pareti e i tavoli, con la propria inafferrabilità, quel cambiamento che ella stessa va cercando, ma che sembra esserle precluso. C'è sicuramente Nietsche, nella sua storia, c'è la volontà di potenza, ma c'è anche Schopenhauer, c'è la vita come volontà. Ecco perché il testo è apprezzabile su due livelli: quello della storia struggente di Louki e quello della riflessione esistenziale che ha portato la letteratura alle più alte vette.

Con Nel caffè della gioventù perduta Patrick Modiano ha tessuto una storia che parla a tutti noi, caricandola di emozioni intense e colorandola dell'arbitrarietà dei nostri giudizi: Louki sfugge, Louki disorienta, Louki vaga alla ricerca di qualcosa che non conosce se non in negativo, come contraltare di quella monotona routine nella quale riconosce soltanto il prolungamento di un'infanzia di solitudine.
Ho letto questo libro in modo vorace, spesso tornando a gustarne alcuni passaggi per essere certa di non lasciarmi sfuggire i particolari (talvolta volutamente omessi) e per soffermarmi su alcuni passaggi in cui lo stile di Modiano sembra parlare alla parte più intima di noi.
Sì, quella libreria non è stata soltanto un rifugio, ma una tappa della mia vta. Spesso restavo lì fino all'ora di chiusura, C'era una sedia vicino allo scaffale, o piuttosto un altro sgabello. Mi sedevo e sfogliavo i libri e gli album illustrati. Mi chiedevo se si accorgesse della mia presenza. In capo a qualche giorno, senza smettere di leggere, mi diceva una frase, sempre la stessa «Allora, la sta trovando la sua felicità?».
C.M.

p.s.: Ringrazio Giulia de Il Feuilleton per avermi irretita con la sua recensione, spingendomi a conoscere l'autore e questo suo bellissimo romanzo.

mercoledì 17 giugno 2015

Il gioco delle tre carte (Malvaldi)

Qual è la ricetta infallibile per non impazzire in piena sessione d'esami, evitare l'astinenza dalle amate letture, non sentirsi in colpa per aver rubato qualche minuto allo studio e potenziare la propria capacità di concentrazione quando il dovere torna a chiamare? Ma scegliere un Malvaldi nelle pause, naturalmente!
In questi giorni di prove del tfa mi sono concessa, come lettura serale e di accompagnamento nei lunghi viaggi in treno, il secondo capitolo della saga del BarLume (seguito di La briscola in cinque), portando con me il barrista Massimo e i simpatici nonnetti Ampelio, Pilade, Aldo e Gino, che, questa volta, si trovano ad indagare sull'omicidio del professor Asahara, avvenuto nel pieno di un congresso internazionale tenuto proprio in quel di Pineta. Massimo Viviani torna ad indagare perché occupato, con Aldo, nell'organizzazione del catering: è l'irritante commissario Fusco che, mettendo da parte la sua scontrosità, preso dal bisogno e dalla scarsità di collaborazione da parte dei suoi superiori che non gli concedono nemmeno un interprete, fa di Massimo la sua spalla di indagine, prima affidandogli la traduzione degli interrogatori, poi lasciando che il passato di matematico del barrista riemerga, combinando le sue conoscenze scientifiche con le illuminazioni per caso scatenate dalle imprecazioni e dai pettegolezzi dei vecchietti che giocano a carte sotto l'olmo del bar.
Pur essendo passato qualche mese dalla lettura del primo capitolo della saga, mi è sembrato di trovare in questa nuova puntata dei brillanti gialli malvaldiani una maggior libertà nell'ironia e nella descrizione dell'originalità e delle gag dei vecchietti: le risate si sprecano, le storpiature delle parole da parte dei vecchietti sono fenomenali e la soluzione del delitto arriva senza che nemmeno ci si accorga dello sviluppo delle indagini. La comicità, insomma, sostiene la lettura e quasi ci fa dimenticare che stiamo leggendo la storia di un omicidio, in un intreccio della realtà più prosastica di un bar assediato da quattro anzianotti che ne vogliono fare una bocciofila e del grande spirito del giallo.
E, fatto non trascurabile, i miei nervi ne hanno molto beneficiato. Malvaldi andrebbe brevettato come un medicinale antistress del tutto privo di controindicazioni.

C.M.

venerdì 12 giugno 2015

La casa in collina (Pavese)

Il mio primo incontro con Cesare Pavese risale a circa sei anni fa: lessi La luna e i falò, ma, francamente, non ne ebbi un'impressione positiva. Sotto lo stimolo della ricorrenza dei settant'anni dalla Liberazione e della pubblicazione della collana della Biblioteca della Resistenza ad opera del Corriere della Sera, mi sono imbattuta in un testo che avevo intenzione di leggere da quando, l'anno scorso, ho approfondito la conoscenza di Calvino e de Il sentiero dei nidi di ragno.

La casa in collina si è rivelato un romanzo potente, complesso, problematico. Nella storia di Corrado, insegnante in un liceo di Torino stabilitosi in collina per sfuggire ai bombardamenti notturni, nel suo incontro con i partigiani e con la sua antica fiamma Cate, che ora ha un figlio che egli non può non ritenere suo, è radicata una profonda riflessione sulla guerra, sul suo significato, sul ruolo che il singolo individuo assume nei confronti di essa. Ai rivolgimenti bellici e politici è inevitabilmente legata l'esistenza di Corrado, che, pur non prendendo parte attiva alla Resistenza e, anzi, rimanendo inizialmente abbastanza indifferente alla guerra, finisce per essere ricercato dai Tedeschi e costretto a vagare per le colline alla ricerca di un rifugio, tornando da questo esilio ancor più tormentato e confuso di prima.
Questa specie di sordo rancore in cui s’era conchiusa la mia gioventù trovò con la guerra una tana e un orizzonte.
Tale è la disposizione d'animo di Corrado all'inizio del racconto: egli è individualisticamente orientato a sopravvivere, curandosi della propria esistenza comune, senza particolari bisogni, ma anche senza slanci idealistici che valgano la vita.
Tuttavia, nei ventitre brevissimi capitoli che compongono il romanzo si avverte il progressivo mutamento di Corrado, nel quale si riflette certamente la maturazione di molti uomini e donne che hanno vissuto il tempo dell'occupazione e le lotte di resistenza. Tale trasformazione è dovuta al fatto che, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, Corrado si rende conto di non essere estraneo alla guerra, che essa lo tocca da vicino, se non altro perché la stessa prosecuzione della sua attività di docente dopo l'8 settembre può procurare accuse di collaborazione con chi auspica il rovesciamento del regime e perché il contatto con i partigiani, principalmente per affetto verso Cate e suo figlio Dino, gli porta i nemici in casa.

V. Kandinskij, Case a Marnau, paesaggio estivo (1909)

Corrado comprende che la guerra non è un affare da cui si si possa astenere attraverso lo svolgimento delle attività utili a procurare il pane: essa si intreccia agli affetti, al lavoro, alla libertà.
Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze strade, Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.
Cesare Pavese (1908-1950)
Questo passo segna la definitiva accettazione della guerra come un momento necessario al mantenimento della vita e della libertà, pur a costo di enormi sacrifici. Chiunque, prima o poi, si troverà di fronte alla necessità di difendere se stesso e ciò in cui si riconosce, e allora, stanco di fuggire, toccato nel vivo, imbraccerà le armi. Ma siamo ben lontani da qualsiasi affermazione di eroismo, anzi, la consapevolezza della necessità della guerra civile in corso apre la strada a nuova amarezza, rivelandosi come una trappola in cui gli unici portatori di verità e, forse, di senso, sono i morti, quei morti che sono tutti uguali, nonostante le divise diverse, quel morti che obbligano, con l'abbandono dei loro corpi per le strade, a riflettere su ciò che accade, sul perché del loro sangue, che è poi la condizione per cui altri sono vivi. Perché «ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede la ragione».
Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.
C.M.

lunedì 1 giugno 2015

Dante, il dies natalis e il ritorno alle Stelle

Sembra quasi impossibile pensarlo bambino. Dante Alighieri rappresenta una personalità letteraria di tale spicco che talvolta dimentichiamo il suo essere nel tempo esattamente come gli altri uomini: è una presenza eterna, che fa invidia alla porta dell'Inferno da lui così intensamente ed efficacemente descritta; è un mito che è quasi connaturato nell'essenza dell'uomo, nelle sue conoscenze basilari, come un valore trasmesso di generazione in generazione. Dante è l'autore che, almeno per alcune delle pagine della Commedia, riesce ancora ad appassionare e a guadagnarsi il rispetto degli studenti in mezzo a tanta letteratura giudicata obsoleta.

Giusto di Gand, Dante (1473-1475)
E dunque festeggiamo questo nostro poeta, che, sebbene non ci permetta di fissare la sua data di nascita in un punto specifico del calendario, ci ha lasciato personalmente alcuni indizi sul proprio dies natalis. Infatti è Dante stesso a comunicarci, all'interno di quattro terzine del Paradiso, di esser nato sotto il segno dei Gemelli, permettendoci di tracciare un limite attorno alle date del 21 maggio e del 21 giugno; alcuni studiosi circoscrivono il campo fra il 14 maggio e il 13 giugno, altri hanno scelto come data simbolica quella mediana del 1 giugno. Non che importi avere un riferimento concreto e stabile, certo è che quest'anno non possiamo scordare di dedicare al Sommo una menzione particolare, dato che rintoccano i settecentocinquanta anni da quell'imprecisato giorno del finire della primavera nel 1265.
Il dato più significativo legato al riferimento alla nascita dell'Alighieri è però nel particolare collegamento che egli ravvisa fra le stelle che lo hanno visto venire al mondo e il suo talento poetico: già i primi commenti alla Commedia, in particolare l'Ottimo commento (anni '30 del Trecento), indicano che i Gemelli, costellazione in cui dimora Mercurio, è patrona della scienza, dell'abilità scrittoria e della conoscenza, in poche parole della virtù d'intelletto.
I versi danteschi che recano traccia del dies natalis dell'autore sono, precisamente, i versi 112-123 del canto XXII del Paradiso. Dante, in compagnia di Beatrice, passa dal Cielo di Saturno (VII), dove ha appena incontrato l'anima di San Benedetto, a quello delle Stelle fisse (VIII); lo fa percorrendo la grande scala d'oro che conduce all'Empirero e lungo il percorso scorge la costellazione dei Gemelli, di cui invoca il sostegno, in modo che il suo animo sia ricolmo di quella virtù che comunemente è ad esse associata.
O gloriose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s'ascondeva vosco
quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,
quand' io senti' di prima l'aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita
d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
la vostra region mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira
l'anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.
Miniatura marciana del XIV secolo
con Dante e Beatrice
Dante si rivolge direttamente alle stelle dei Gemelli, attribuendo loro un epiteto che indica, come scrive nel suo commento Daniele Mattalia, che esse sono «gloriose» non solo in quanto corpi celesti degni di essere celebrati, ma anche perché portatrici di gloria, poiché «da esse viene infusa l'attitudine alla poesia»; quella dei Gemelli, secondo la dottrina astrologica già nota ai commentatori medievali e a Dante stesso, è la costellazione dei poeti, che, come evidenzia Nicola Fosca, fa sì che gli ingegni acquistino «il nome che più dura e più onora» (citando Purg. XXI, v. 85), e la capacità di «far longevi e gloriosi le cittadi e'regni» (cfr. Par. XVIII, vv. 82-84). Benvenuto da Imola, che commenta la Commedia fra il 1375 e il 1380, ricorda come la costellazione dei Gemelli fosse «signum magnae virtutis», ed è proprio con questo valore che coincide la «virtute» che Dante spera di ricevere nella sua ascesa nel luogo che esse stesse occupano (vv.121-123).
A queste stelle Dante riconosce il proprio talento poetico, rivelando di essere nato proprio sotto il loro influsso: il Sole (indicato dalla perifrasi del v. 116 come il padre di ogni vita mortale) era in congiunzione con i Gemelli (nasceva e tramontava con essi, v. 115) il giorno in cui lui venne alla luce il poeta, respirando per la prima volta l'aria toscana.
In altri casi Dante parla dell'influenza della sua stella sul suo cammino letterario e intellettuale: nel canto XV dell'Inferno, per esempio, è Brunetto Latini, il maestro relegato al cerchio dei sodomiti, a invitare Dante a seguire la sua buona stella, ma in questo caso il riferimento astrologico alla protezione degli astri del dies natalis non è altrettanto evidente, anzi, è escluso da Umberto Bosco e Giovanni Reggio, che classificano i vv. 55-57 come un passo metaforico.

Gustave Dorè, La scala d'oro del Paradiso
Ma perché dare tanta importanza a questo passo, se non ci permette di trarre informazioni certe sul dies natalis di Dante? Ebbene, in queste terzine assistiamo ad un intenso momento di riflessione dell'autore su di sé e sul proprio ruolo poetico, oltre che sul destino della razza umana: rivolgendosi alle stelle che lo hanno visto nascere e gli hanno infuso l'ingegno poetico, Dante ora celebra, con gli strumenti da esse ricevuti, il proprio ritorno nel loro abbraccio, sottolineando come la sua stessa nascita sia finalizzata alla lode di Dio e del creato, che vedrà tutto riflesso nella contemplazione finale del «l'amor che move il sole e l'altre stelle».
Dante, disceso dalle stelle e disceso da Dio, alle stelle e a Dio ritorna, occupando il luogo che per natura è destinato all'uomo (come ha avuto modo di sottolineare fin dall'inizio dell'ultima cantica). La visione di Dio, il rifugio nell'Empireo è il naturale punto d'arrivo della storia dell'essere umano, sicché l'intero viaggio di Dante verso questa ultima meta non è in realtà che un ritorno ad un luogo da cui i mortali si sono allontanati, ma che è a loro promesso. 
Non a caso è la parola «stelle» a concludere le tre cantiche: quella parola che sta dentro alla parola «desiderio» (composta dal prefisso privativo de unito a sidus, sideris, «stella»; il risultato indica, dunque, la lontananza dalla propria stella, la tensione a qualcosa di infinito). 
Il desiderio, la stella di Dante/dell'uomo, quel desiderio che viene colmato in Paradiso XXXIII, 48 è Dio, che tutte le stelle governa, che ha infuso in Dante il talento poetico e che lo richiama a sé con tutto il sublime della sua poesia, per celebrare se stesso e, con sé, tutte le sue creature.

Domenico di Michelino, Dante e i tre regni (1465), Duomo di Firenze

C.M.