lunedì 30 marzo 2015

Il mondo di ieri (Zweig)

Alcuni di voi mi hanno più volte tentato con il nome di Stephan Zweig, in particolare reiterando l'entusiasmo per Mendel dei libri, e, nel frattempo, la visione di The Grand Budapest Hotel ha riportato alla mia attenzione il nome dell'autore che ne ha ispirato le atmosfere. Non potevo che cadere in tentazione, entrando in libreria (un fantastico negozio che ho appena scoperto e che -c'è da scommetterci - diventerà il mio nuovo rifugio libroso) a cercare Mendel. Il volume in questione non era disponibile, ma, in attesa dell'ordine, la titolare della libreria mi ha suggerito Il mondo di ieri, che ho portato a casa senza esitazione; nel frattempo, mentre il libro attendeva buono buono sul comodino il proprio turno, la recensione di Appuntario ha fatto crescere la curiosità. E così, fra un viaggio in treno e l'altro, ho incontrato Stefan Zweig.

Sottotitolato Ricordi di un Europeo, Il mondo di ieri si presenta come la biografia di un uomo vissuto a cavallo fra due realtà completamente diverse e, per molti aspetti, opposte: da un lato gli ultimi decenni del XIX secolo, con il loro entusiasmo per il progresso, il fervore culturale, la bellezza e la vivacità della Belle Époque, il successo dei teatri, dall'altra il Novecento, con il vertiginoso crollo di quegli ideali innescatosi con la prima Guerra mondiale. Ma la dialettica non è solo storica: a Zweig interessano anche due mondi sociali ed etici completamente diversi, che navigano verso la libertà e l'autonomia per i giovani, abbandonando la rigidità della morale dei padri.
Il mio oggi è così differente dal mio ieri, le mie ascese e i miei crolli, che talvolta mi sembra di aver vissuto non una, ma molteplici esistenze totalmente staccate e diverse. [...] Fra il nostro oggi, il nostro ieri e il nostro altroieri tutti i ponti sono crollati.
Definire questo libro autobiografia è forse riduttivo, poiché l'autore stesso ricorda, nell'introduzione: «L'epoca offre le immagini e io vi aggiungo le didascalie e non narrerò tanto il destino di me solo, quanto quello di tutta una generazione, della nostra inconfondibile generazione, la quale forse più di ogni altra nel corso della storia è stata gravata di eventi». Il mondo di ieri è, quindi, una biografia collettiva, nella quale l'autore non è che uno dei protagonisti che in sé raccoglie le esperienze comuni a molti dei suoi contemporanei. Fra le sue pagine scorrono esperienze di ogni genere, da quelle fra i banchi di scuola a quelle della brillante vita culturale viennese, passando per i tumulti della guerra e le discriminazioni razziali: la vita personale e culturale di Stefan Zweig si intreccia alla Storia, recandone i segni devastanti, al punto che, con l'affermazione del regime hitleriano, egli è vittima di un'emarginazione civile sia in quanto autore ritenuto anti-tedesco (soprattutto dopo l'annessione dell'Austria al Reich) sia in quanto ebreo. Ecco, dunque, che alla sua esperienza di viaggiatore entusiasta (nel suo cuore si distingue l'affetto per Parigi) si accompagna fatalmente quella dell'esule, sicché il suo cosmopolitismo dichiarato si trova a fare i conti con l'amarezza della perdita delle radici.
In tutta la narrazione spiccano non solo le riflessioni culturali, filosofiche e letterarie di Zweig, ma i dati che ricostruiscono la sua carriera, dagli esordi con un libricino che arriva fin nelle mani di Rainer Maria Rilke, passando per le numerose traduzione, i romanzi e le opere teatrali. Eppure non sono i libri i più grandi interlocutori di Zweig, i coprotagonisti de Il mondo di ieri: l'esperienza descritta con maggior intensità è quella delle amicizie, dei contatti con i grandi personaggi del suo tempo, degli incontri che lasciano noi persone comuni a bocca aperta, come di fronte ad un'enorme piazza in cui si incontrino James Joyce, Auguste Rodin, Hugo Von Homannsthal, Richard Strauss, Luigi Pirandello e molti altri protagonisti della storia e della cultura a cavallo fra i due secoli.
Lì, come sempre in Francia, compresi quanta energia una letteratura rivolta veramente alla verità possa restituire al suo popolo, giacché, prima di averlo veduto con gli occhi, tutto di Parigi mi era in fondo familiare già attraverso l’arte dei poeti, dei romanzieri, degli storici e dei cronisti del costume. L’incontro fece rivivere quelle immagini, la visione fisica non fu che un riconoscere, costituì il piacere di quella greca anagnosis che Aristotele esalta come il più grande e il più misterioso fra i godimenti artistici. Tuttavia non si può conoscere un popolo o una città nella sua ultima essenza più riposta attraverso i suoi libri e neppure con la visita più accurata, ma soltanto sempre per il tramite dei suoi personaggi migliori. Soltanto l’amicizia con i vivi ci permette di intuire i veri rapporti fra popolo e paese; ogni osservazione dall’esterno rimane un’immagine prematura e inesatta.
Max Klinger, Opera VI - Luogo

Le pagine di Zweig sono animate da un'enorme fiducia nei confronti delle capacità dell'uomo di produrre bellezza, arte, legami solidi all'insegna della stima, soprattutto negli accorati momenti in cui l'autore descrive la sua Vienna, cornice piena di stimoli per un giovane divoratore di libri e di poesie, culla ideale di imprese grandiose, anche se ormai consegnata al destino di un impero che va verso l'estinzione, nel clima della Finis Austriae. Questo entusiasmo, però, si spegne a metà del libro, quando l'ottimismo è destinato ad essere picconato dall'odio che scuote l'Europa (non a caso il testo si interrompe con l'invasione della Polonia) e che amareggerà l'esistenza di Stefan Sweig fino al suicidio che consumerà assieme alla seconda moglie nel 1942.
Mai ho tanto amato la nostra vecchia terra come in quegli ultimi anni prima della guerra, mai ho tanto sperato nell’Europa, mai ho tanto creduto nel suo futuro come in quegli anni in cui ci sembrava di assistere a una nuova aurora. Era invece già l’igneo riflesso dell’enorme incendio che s’avvicinava.
Lo scoppio della guerra è descritto in maniera quasi straniata, dalle tiepide razioni del popolo austriaco alla notizia dell'assassinio di Francesco Ferdinando alla smania collettiva di imprese eroiche che si diffonde con la chiamata alle armi: anche il primo conflitto mondiale è un segno di una frattura fra due mondi, quello di retaggio eroico e romantico offerto dall'Ottocento e quello delle carneficine del nuovo secolo, che presto si sarebbero rivelate come la più pesante sanzione del fallimento di un «castello di sogni». Crollati quegli ideali e quelle speranze di grandezza, la seconda strage, preparata da anni di ostilità striscianti, sarà per gli uomini del mondo di oggi uno scenario ben diverso, quello di un trauma dal quale lo stesso Zweig non si riprenderà più.
E che ne sapevano del resto della guerra le masse nel 1914, dopo quasi mezzo secolo di pace? Non la conoscevano, non ci avevano quasi mai pensato. Appartenevano alla leggenda e la lontananza l’aveva resa eroica e romantica. […] Una rapida corsa nel romanticismo, un’avventura impetuosa e virile, ecco come si presentava la guerra nel 1914 all’immaginazione dell’uomo semplice. […] La generazione del 1939 invece conosceva la guerra. Non si illudeva più, sapeva ch essa non era romantica, ma barbara. Sapeva che sarebbe durata anni e anni, rubando un insostituibile brano di vita.
Stefan Zweig (1881-1942)
Il mondo di ieri è una straordinaria panoramica attraverso uno dei processi di mutamento più radicali e rapidi della storia e ne registra puntualmente i particolari, cucendoli in una trama omogenea in cui la storia di Stefan Zweig si raccorda perfettamente a quella di milioni di Europei. La lettura è scorrevole, piacevole e ricca di spunti, soprattutto nelle pagine dedicate all'epoca d'oro dell'Austria, mentre l'amarezza si fa progressivamente largo nella seconda parte del libro, offrendoci il ritratto di un autore che, in luogo delle speranze nutrite in giovinezza, si vede condannato ad un destino di esilio, incomprensione e di ricordi che non possono più essere altro che il frutto serbato dalla memoria. Un libro autobiografico ed eterobiografico, un validissimo documento di storia civile, culturale e umana.
Se non si ha la propria terra sotto i piedi - anche questo però deve essere sperimentato per essere compreso - ci si tiene meno diritti, si perde sicurezza, si diventa diffidenti verso se stessi. Non esito a confessare che dal giorno in cui dovetti vivere con documenti o con passaporti effettivamente stranieri non mi sono più sentito completamente legato a me stesso. È rimasta per sempre distrutta una parte della mia naturale identità con il mio io originario. Sono divenuto molto più riservato di quanto sia nella mia indole; io, il cosmopolita di un giorno, ho oggi incessantemente l’impressione di dover render grazie per ogni boccata d’aria che respirando tolgo a un altro popolo. Si capisce che a mente lucida riconosco l’assurdità di simili fisime, ma quando mai la ragione può qualcosa contro un sentimento istintivo? Poco mi è servito avere educato per quasi mezzo secolo il mio cuore a battere da cosmopolita, da citoyen du monde: il giorno in cui perdetti il mio passaporto, scopersi a cinquantott’anni che perdendo la patria si perde ben più che un circoscritto pezzo di terra.
C.M.

mercoledì 18 marzo 2015

E #dilloinitaliano!

Io e le mie crociate linguistiche. Che chiamarle crociate è già sbagliato, come a dire che sono inutili e che hanno una base opportunistica e pretestuosa. Io e le mie lotte contro i mulini a vento, forse. Perché, un po'come Don Chisciotte, anch'io mi ritrovo in un mondo che rifugge i miei ideali e respinge chi si nutre di letteratura. E la questione linguistica è uno degli effetti di questo deprezzare quella bella espressione che non solo la letteratura, ma anche la dignità culturale ci insegnano.


Negli ultimi anni, in Italia, l'italiano risulta simpatico e tollerato quanto le zanzare che d'estate ci ronzano attorno al cuscino. Ai rappresentanti della politica e dell'informazione il nostro idioma nazionale sembra non andar proprio giù, perché, quando non violentano la lingua con orrori del tipo «a me colpisce» (ignorando che "colpire" sia un verbo transitivo) o il "piuttosto che" equiparato alla congiunzione "e", sostituiscono una parola su due con termini stranieri, prevalentemente inglesi. E allora via di spending review, governance, partnership e job-act come se piovesse! 
Questa scelta di sacrificare l'italiano ad un impasto spesso spropositato di termini inglesi non risponde neanche ad un progetto di tecnicismo, quanto al desiderio di far tendenza, di apparire moderni (e giusto un tantino snob). Una cosa nauseante, non diversa, negli effetti, dalle desolate situazioni alla Sepolti in casa: siamo immersi in melasse di parole ed espressioni che spesso hanno più volume in significante che in significato. Per questo politicanti, giornalisti e ormai anche coloro che da essi sono contagiati sfoggiano con compiacimento di terminologie che assorbono ma non assimilano, dato che, spesso, non ci si rende conto che «revisione della spesa» non è più economico del suo equivalente inglese. Ma c'è di peggio: spesso le parole italiane che sfrattiamo imponendo equivalenti stranieri hanno una profondità di significato e sfumature tali che l'inglese può solo sognare. Non intendo certo dire che la lingua di Shakespeare sia brutta, inutile o povera, ma solo che dobbiamo smettere di svalutare i tratti della cultura italiana in nome di una presunta autorità anglosassone.
Vero è che certe discipline hanno un lessico specifico ineludibile, dall'informatica, di fronte alla quale non possiamo certo sostituire il "topo" al "mouse" a certi settori dell'economia e della statistica, ma questo perché si tratta di tecnicismi al pari di un "allegro" nelle partiture internazionali o di un "arabesque" nel lessico della danza.
Passino le mode gergali e le fraseologie da social-network in voga soprattutto fra i giovani (i quali, comunque, hanno in ogni epoca storica un loro linguaggio caratteristico), ma trasferire o ampliare forme tecniche in contesti diversi da quelli di origine o, peggio, abusare di termini stranieri in contesto d'uso generico in luogo di quelli autoctoni, a lungo andare, produce oscuramenti di significati, travisamenti e confusione.
Mi mette particolarmente a disagio vedere l'applicazione di termini inglesi - tutti di derivazione finanziaria - alla pedagogia, alla didattica e alla scuola: il preside diventa il dirigente-manager, gli studenti lavorano sul problem-solving e guai a dire "lavoro di gruppo", perché è "cooperative learning" la formula di tendenza (e se mi si fanno notare le differenze fra lavoro di gruppo e cooperative learning, rilancio dicendo che comunque l'inglese è perfettamente traducibile senza intaccare la divisione dei concetti), mentre la progettazione collegiale diventa programmazione in team. Anche se gli scenari delle teorie dell'istruzione spingono forse in altra direzione, le scuole non sono aziende. Sostituire i significanti (le parole) vuol dire intaccare a poco a poco i significati: siamo già arrivati al punto che le bocciature e i cattivi voti sono umiliazioni in un sistema che accentua sempre più la competizione, proprio come sul mercato... di questo passo, arriveremo ad una perversa sintesi dei concetti di successo scolastico, ascesa di carriera e valore personale. Tutto in vendita.
Paradossalmente, mentre noi sostituiamo il cognitive-style allo stile cognitivo, Inglesi e Americani preferiscono la forma mentis, mentre calpestiamo l'imparare facendo con lo stivale del learning-by-doing i nostri colleghi d'oltremanica e d'oltreoceano viaggiano con il discere faciendo, dimostrando di apprezzare la pregnanza dei concetti nella lingua in cui sono nati... che è alla base della nostra.
Invece noi diciamo che studiare il latino è inutile e che l'italiano non può reggere il passo nell'era della globalizzazione. Mettere da parte l'italiano è un suicidio culturale, al pari di lasciar crollare Pompei o di coprire il David di Michelangelo con un drappo di seta: nobile tessuto, certo, ma che ci impedisce di apprezzare la grandezza dell'arte che giace sotto di esso.

Claudio Marazzini

Per tutti questi motivi (che si riferiscono non all'uso, ma all'abuso di terminologie straniere spesso decontestualizzate rispetto al valore originario) ho accolto con favore l'iniziativa #dilloinitaliano, la petizione lanciata su Change.org per sensibilizzare al valore dell'uso delle parole italiane e alla perfetta unione, nella nostra lingua, di bellezza e funzionalità. La petizione, indirizzata all'Accademia della Crusca, ha avuto successo, al punto che il 9 marzo il presidente Claudio Marazzini ha inviato una lettera comunicando una serie di iniziative per orientare gli Italiani nella scelta di sinonimi italiani rispetto ai più modaioli inglesi (anche attraverso la creazione di un Osservatorio sui neologismi incipienti) e per invitare il Governo, le Pubbliche amministrazioni e i professionisti dell'informazione ad un più consapevole uso della lingua italiana.
Speriamo davvero che questa mobilitazione comune serva a restituire alla nostra lingua la dignità che merita.

C.M.

lunedì 16 marzo 2015

Cime tempestose (E. Brontë)

È uno dei classici più celebri di tutti i tempi, anche se, alla sua pubblicazione, nel lontano 1847, sotto lo pseudonimo nome di Ellis Bell, non ebbe grande successo. Cime tempestose è l'unico romanzo scritto da Emily Brontë, eppure è bastato a darle la fama al pari delle sorelle, Charlotte, l'autrice di Jane Eyre e Anne, che pubblicò nello stesso anno il suo Agnes Gray.

Il romanzo, amatissimo dagli estimatori della letteratura vittoriana, presenta tutte le caratteristiche della cultura romantica: ambientazioni in campagne selvagge, tempeste, riflessioni seplocrali, amori contrastati e forti personalità che lottano contro i limiti imposti loro dal mondo. Ambientato nelle campagne dello Yorkshire, esso narra la tormentata storia di Heathcliff e Catherine, cresciuti insieme e innamoratisi, ma divisi sia dalle convenzioni del tempo, sia dall'opposizione del burbero fratello di lei, Hindley Earnshaw, ma anche dall'orgoglio di entrambi, che li porta ad evitare di ammettere candidamente i propri sentimenti e spinge Catherine a sposare il colto ed elegante Edgar Linton, di fronte al quale Heathcliff le appare rozzo e indegno di amore, sebbene ella non disdegni di confessare di fronte alla governante Ellen Dean (narratrice della vicenda) la sua disposizione d'animo al momento del matrimonio. Ma la scelta di Edgar apre fra i due un'insanabile frattura, alla quale Heathcliff reagisce inasprendo ancor più il suo carattere e sfogando il suo disprezzo e la sua rabbia su chiunque lo circondi, dalla sorella di Edgar, a Linton, il figlio che ha avuto da lei, alla figlia stessa di Catherine: egli è irrimediabilmente corrotto dalla propria sofferenza, che diventa sempre più feroce dopo la morte di Catherine; Heathcliff vuole vendetta per i propri sentimenti e per le gioie godute da Edgar ed è disposto a distruggere la felicità di chiunque altro pur di non essere circondato da essa.
Il romanzo di Emily Brontë è una straziante storia di anime destinate l'una all'altra ma separate da fatalità e frivolezze, è un luogo di contro fra mondi, quello raffinato dei Linton e quello rustico degli Earnshaw, ed è un libro che concentra in sé i grandi conflitti del mondo fra l'orgoglio e la passione, l'estrema rivendicazione d'amore e lo scatenarsi della furia distruttiva più crudele.

Emily Brontë (1818-1848)
Sebbene Cime tempestose sia uscito dal calamaio di una donna, il protagonista del romanzo è senza dubbio Heatchliff, anche quando la narrazione si concentra sulla piccola Catherine: in ogni quadro narrativo si avverte che la regia appartiene a questo ragazzo e a quest'uomo dilaniato dalla frustrazione e dall'amore negato e tutto quanto i personaggi fanno o non fanno è il riflesso della sua presenza. La sua amata Catherine è ella stessa un fantasma, lo spirito che concentra tutta la capacità di Heatchliff di amare e che la porta con sé nella tomba, ma appare, di tanto in tanto, a far sentire nella remota casa di Wuthering Heights la propria presenza.
Cime tempestose è un romanzo appassionante e avvincente, scritto in modo semplice, ma capace di toccare corde profonde e di suscitare in noi reazioni contrastanti, che vanno dalla commiserazione alla rabbia, dalla speranza alla malinconia. Emily Brontë ha dato prova di grande sensibilità senza mai cadere nello stucchevole o nel dolciastro e creando, attorno ai suoi complessi personaggi, scenari mozzafiato, luoghi impervi in cui, anche se presi dal terrore e dalla solitudine, sentiamo di volerci perdere.

Arnold Böcklin, Paesaggio con rovine al chiaro di luna
«Quale scopo avrebbe la mia creazione se io mi esaurissi completamente qui? Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state le sofferenze di Heatchliff, e io le ho osservate e patite tutte sin dall'inizio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei a essere; e, se tutto il resto persistesse e lui venisse annientato, l'universo mi diverrebbe estraneo; non mi sembrerebbe di esserne parte. [...] Il mio amore per Heathcliff è simile alle rocce eterne ai piedi degli alberi; fonti di poca gioia, ma necessarie. Io sono Heathcliff - lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, così come io non sono sempre un piacere per me, ma come il mio stesso essere»
C.M.

venerdì 13 marzo 2015

La leggenda del santo bevitore (Roth)

Solo pochi giorni fa ricordavo la mia difficoltà nella lettura dei racconti sciolti e della narrazione breve ed essenziale in genere. Purtroppo, nel recensire La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth (1894-1939), mi devo ripetere: anche in questo libricino, della cui brevità ho approfittato per accostarmi ad un autore che ancora non conoscevo, ho trovato l'amarezza di una narrativa che, pur sciolta e di valore molto alto, nonché ricca di spunti di riflessione sociale e storica, si spegne non appena inizia a girare.

La leggenda del santo bevitore ha come protagonista il senzatetto Andreas Kartak, che, dopo un periodo di reclusione, dorme sotto i ponti della Senna e viene improvvisamente beneficiato da una donazione di denaro da parte di un vecchio signore benestante, il quale vince la sua riluttanza ad accettare il denaro proponendogli di restituirlo, quando lo avesse avuto disponibile, attraverso una donazione a Ste Marie de Batignolles. Con il denaro ricevuto, Andreas si riassetta ed entra in un bistrot, iniziando a spenderlo nel suo vizio dell'alcol, ma ottenendo anche una proposta di lavoro che sembra avviare un percorso di riscatto dalla solitudine e dalla miseria: per Andreas inizia un brevissimo periodo di piccoli successi, anche grazie all'incontro fugace con Karoline, la sua vecchia fiamma, trova altro denaro in un portafogli economico comprato per conservare i primiguadagni e riallaccia i rapporti con un compagno di scuola divenuto calciatore di successo. Ma Andreas, come tutti i bevitori, ha una fame che solo essi possono provare, e il denaro, con le flebili possibilità di risalita che gli offre, esce dalle sue mani per essere scambiato con bicchieri di Pernod, fino a che l'alcol non si prende anche la sua vita.
Questo racconto, pubblicato lo stesso anno della morte dell'autore, è fortemente autobiografico: nel clima spersonalizzato di una grande città come tante negli anni dell'ascesa dei totalitarismi e della società di massa, Andreas è un uomo vittima del vizio, dell'indifferenza e della debolezza, che cerca una forma di sollievo nell'alienazione, nella perdita di coscienza e di quella consapevolezza che gli fa apparire persino Karoline, un tempo tanto bella e amata, come un segno del passare del tempo e della decadenza, ma è anche una sorta di prefigurazione del destino di Roth, anch'egli affetto dal vizio dall'alcolismo e destinato ad una morte in solitudine e del tutto diversa da quella serena che egli fa vivere al suo personaggio.
Ancora una volta un racconto interessante, intenso, ma, per i miei gusti narrativi, troppo breve. La lettura scorre veloce, senza risultare né moralista né semplicista, ma, anzi, evidenziando bene il pensiero di Andreas e l'inconsistenza del mondo che lo circonda, in cui persino l'unica presenza di buon cuore sembra più una personificazione di una fugace sorte che sorride che un reale interlocutore. Eppure il tutto si esaurisce con la rapidità con cui il racconto entra nel vivo, lasciandoci il dubbio su chi sia davvero questo Andreas, che cosa avrebbe potuto raccontarci. Sono quasi certa che questa sospensione sia programmatica e che, nelle intenzioni di Joseph Roth, volesse evidenziare proprio l'incomunicabilità e l'isolamento di tante persone come lui. Spero vivamente di poter apprezzare, in un prossimo futuro, anche i romanzi di questo autore, definito il pittore della decadenza dell'Impero asburgico.

C.M.

mercoledì 11 marzo 2015

Colazione e colazioni

Ci hanno insegnato a considerare la colazione il pasto più importante della giornata, ma, a ben guardare, è forse anche il più importante nella storia dell'arte. La colazione, infatti, fornisce un sostanziale apporto al mondo della pittura, imponendosi come vero e proprio tema artistico fra la seconda metà dell'Ottocento e il primo Novecento. 

Frederick Carl Frieseke, Colazione in giardino (1911)

Siamo nel periodo di piena affermazione della società borghese, che vive i primi frutti del benessere prodotto dall'industrializzazione e che ama essere raffigurata nelle occupazioni quotidiane, anche quando sono addirittura prosastiche: quello che i balli sono per i nobili i pasti e i momenti di raccoglimento familiare sono per questi nuovi benestanti.

Claude Monet, Colazione sull'erba (1865)
La colazione più famosa della storia dell'arte è certamente quella di Édouard Manet. Va immediatamente detto che il termine déjeuner, che noi traduciamo con «colazione», in francese indica anche pranzo, motivo per cui, se le pietanze della Colazione sull'erba sono abbastanza ridotte e adatte ad un primo pasto mattutino, nella Colazione sull'erba di Claude Monet e nella Colazione dei canottieri dipinta da Pierre-Auguste Renoir le cibarie sono ben più laute. L'etimologia del termine, in effetti, non ha in sé la connotazione di un pasto specifico: collatio, in latino, significa semplicemente «ciò che è messo insieme», ad indicare la varietà di pietanze, che potevano risultare anche dall'apporto di ciascun commensale. Il fatto che molte delle prime colazioni apparse nelle tele siano in realtà pranzi non è però un buon motivo per tralasciarne la presentazione, tanto più che, senza l'opera apripista di Manet, probabilmente il tema stesso della colazione non avrebbe avuto forse la stessa fortuna.

Édouard Manet, Colazione sull'erba (1863)

Abbiamo notato come farsi ritrarre a colazione o a pranzo fosse gradito alla borghesia, ma bisogna ricordare che proprio la Colazione sull'erba di Manet destò uno scandalo tale da essere esclusa dal Salon dell'Accademia di belle arti del 1863, finendo al Salon dés Refusés, per essere infine considerato l'opera iniziatrice dell'Impressionismo. Il problema, certo, non era nel tema o nell'ambientazione, bensì in quelle nudità così ingenuamente esposte, ma sfrontate nel contatto che la donna stabiliva con il suo spettatore, rivelando come i gentiluomini francesi amavano passare le loro giornate.

Claude Monet, Colazione sull'erba (1865)

Sul déjeuner ritornano dunque anche Claude Monet, con due tele del 1865, una delle quali particolarmente affollata, e Pierre-Auguste Renoir, concentrato sulle colazioni lungo la Senna, nei circoli dei giovani borghesi e nei pergolati che riparano dalla luce i canottieri.

Pierre-Auguste Renoir, La colazione dei canottieri (1882)

Pierre Auguste Renoir, Colazione in riva al fiume (1875 circa)

Sono, invece, vere e proprie colazioni quelle ambientate nelle stanze casalinghe o nei giardini privati, in cui la quantità dei personaggi è molto ridotta e rappresenta l'essenzialità e il raccoglimento della famiglia, con l'eventuale aggiunta del personale di servizio. In questi casi, un po'come per gli affreschi pompeiani, la rappresentazione del pasto e del suo contesto evidenzia ancora una volta lo status dei personaggi ritratti, che esibiscono porcellane e teiere riccamente lavorate, come nella Colazione in giardino di Monet, nell'omonimo dipinto di Giuseppe De Nittis o nella Colazione di Hanna Pauli, dove, addirittura, sono rappresentati gli anelli dei tovaglioli e una ricca gamma di ampolline che riverberano ovunque il bagliore solare che scende dagli alberi.

Claude Monet, Colazione in giardino (1873)

Giuseppe De Nittis, Colazione in giardino (1883-1884)

In un'atmosfera luminosissima e quasi accecante è invece collocata la Colazione in giardino realizzata nel 1911 da Frederick Carl Frieseke, dove una donna vestita di azzurro si accinge ad iniziare o sta terminando il pasto, forse dopo aver atteso invano l'arrivo di un ospite, come suggerisce la tazzina vuota al lato opposto del tavolino.

Hanna Pauli, Colazione (1887)
 
Paul Signac, Prima colazione (1887)

Meno formale e più allegra appare la Colazione in giardino dipinta dallo svedese Carl Larsson nei suoi tipici colori tenui che trasmettono atmosfere di pace, tranquillità e sicurezza domestica, assumendo quasi la forma di ricordi lontani che la pittura vuole conservare: attorno alla sua tavola ci sono donne e bambini non troppo composti, e non manca il cane del pittore, che non di rado fa capolino nelle sue tele, a rimarcare l'idea di una scena domestica accogliente.

Carl Larsson, Colazione in giardino (1896)

P.A. Renoir, Colazione a Berneval (1898)
Intima quanto quella descritta da De Nittis è la Colazione a Berneval di Pierre-Auguste Renoir, rappresentata di scorcio sullo sfondo di un dipinto che sembra invece concentrarsi sull'uomo che legge in primo piano, scegliendo l'isolamento del libro o del giornale in luogo della partecipazione ai preparativi, o, forse, dello sparecchiamento della tavola. L'atmosfera è qui ben diversa da quella soleggiata e mossa dei canottieri, e quasi ci avvicina alla particolarissima Prima colazione di Paul Signac, dove la luce che proietta ombre quasi geometriche, l'essenzialità di ciò che è disposto in tavola e la posizione stessa dei personaggi, così fissi e con gli occhi chiusi o abbassati. suggeriscono una profonda incomunicabilità, forse dovuta al torpore del mattino o forse a qualcosa di più profondo.

C.M.