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giovedì 30 aprile 2015

L'Expo dei paradossi mascherati da buoni propositi

Sì, lo so, non è bello che gli Italiani remino contro le iniziative in cui l'Italia è protagonista, ma questa storia dell'Expo a me proprio non va giù. Una manifestazione globale con un tema altrettanto esteso, ma, come al solito, avvolta in una nebulosa di inefficienza, retorica e controsensi. E si dimentica sempre che l'Italia, potenzialmente, ha tutte le carte in regola per essere sempre in vetrina, grazie alle eccellenze del suo artigianato, del settore enogastronomico e della cultura storico-artistica. Nel caso di Expo2015, possiamo affermare che il nostro Paese è davvero il più adatto a far da cornice ad un evento incentrato sull'alimentazione, essendo l'Italia sinonimo di dieta equilibrata e prodotti genuini.
Peccato, però, che anche in questo caso ci exponiamo al mondo con tutte le nostre storture, dalle tangenti e infiltrazioni mafiose all'incapacità di portare a termine i lavori nei tempi previsti, dallo sbando della comunicazione dell'evento (vedi la genialata di Verybello) alla presenza, come sponsor ufficiali e partner, delle solite multinazionali. 


Ora, pur essendo, come tanti altri, una persona del tutto calata nel contesto globale e consumatrice, in molti casi, dei prodotti in questione, giusto qualche controsenso da rilevare ci sarebbe, quantomeno per l'imbarazzante coincidenza dell'apertura di Expo2015 (con tutto il peso del suo tema) con la Festa dei Lavoratori. Sì, perché le multinazionali, le grandi aziende globali che l'evento che si apre domani celebra, alla faccia dei buoi propositi della Carta di Milano, non sono esattamente le più sensibili alle tematiche dello sviluppo sostenibile e di una sana ed equilibrata idea del lavoro. L'era globale ci ha consegnato un modello di impiego in cui il lavoratore è ridotto ad un numero, ad un anonimo esecutore figlio di una massificazione totale: è il nuovo Taylorismo. D'altro canto, l'azienda transnazionale è, per eccellenza, la realtà che più di tutte insegue la riduzione delle spese per la massimizzazione del profitto, arrivando, in molti casi, a fornirci oggetti di uso comune (tecnologie, abbigliamento, accessori e anche alimentari) che hanno un costo per noi vantaggioso perché prodotti attraverso l'aggiramento delle norme sull'inquinamento e sulla tutela del diritto al lavoro in condizioni umane e sicure. Non è un mistero: le grandi aziende delocalizzano per produrre a costi più vantaggiosi, laddove non esistono tutele minime per i lavoratori e vincoli ambientali. E cala l'occupazione nei Paesi sviluppati, dove i lavoratori sono accusati dai grandi manager di avanzare troppe pretese in meriti di contrattualistica e stipendio. Insomma, per essere competitivi, i lavoratori italiani dovrebbero essere disposti a lavorare nelle condizioni in cui si lavora nei Paesi meta delle industrie delocalizzate. E, in parallelo, muore l'eccellenza artigianale o delle piccole e medie realtà locali.
La premessa del mercato globale, è, nelle sue linee teoriche, perfetta: una compresenza di prodotti conformi a determinati criteri di qualità (che, quindi, dovrebbero avere una base di partenza comune) che il consumatore può preferire in base alla convenienza. Peccato che quei "determinati criteri di qualità", che sulla carta comprendono eque condizioni per chi li realizza, il rispetto di norme ambientali e l'utilizzo di materie prime sane, non siano, di fatto, rispettati. Quindi il mercato globale è una realtà dominata da poche eminenze che smerciano oggetti e alimenti di pessima qualità facendo un'agile gimkana fra le regole, approfittando della disponibilità di Paesi e burocrati disposti ad ignorare i protocolli internazionali.
La Carta di Milano, poi, è l'ennesimo documento destinato a cadere nel vuoto, come tutti gli altri protocolli destinati a risolvere, dagli anni '70 a questa parte, il problema dello sviluppo sostenibile. Il mondo globalizzato ha già tutto quanto serve per attuare le belle parole di cui i governi si riempiono la bocca, ma questi ultimi sono costantemente disposti a scendere a patti con i soliti noti per la tutela degli interessi finanziari di pochi a scapito del benessere e della salute di gran parte del mondo. Quella di "Sviluppo sostenibile" è una definizione che affonda le basi nel concetto di uguaglianza intergenerazionale (o sincronica) e transgenerazionale (o diacronica): hanno diritto ad eque, salutari e dignitose condizioni di vita, in termine di igiene, alimentazione, lavoro, diritti sociali e civili, disponibilità di energia tutti coloro che vivono sul Pianeta in un determinato momento o in epoche successive. In altre parole, il lavoro per la sostenibilità spinge in direzione dell'estensione dei diritti e nella più equilibrata distribuzione delle risorse (intese in ogni loro accezione): un'operazione che cozza violentemente con gli interessi degli attuali detentori della ricchezza e i plutocrati che anche di Expo2015 fanno la loro personalissima vetrina.
Ecco perché sono scettica di fronte all'esaltazione di tutta questa modernità costruita su modelli di produzione di livello preistorico. E comunque, mi auguro che sia, per i visitatori, un'occasione di arricchimento capace di dare un senso ad una sfilata di interessi economici senza fine.


Approfitto di questo intervento per anticipare gli auguri di una buona Festa del Lavoro a chi ha la fortuna di avere un impiego, a chi lo sta cercando, a chi lo ha perso, ma anche a tutte le persone comuni che in Expo e negli eventi connessi hanno trovato un'occupazione, rendendo questa manifestazione l'occasione anche dei veri lavoratori.

C.M.

venerdì 24 aprile 2015

Un centenario negato

Il 24 aprile la comunità armena e, con essa, il mondo intero, ricordano il genocidio perpetrato dai Turchi nel 1915-1916, nell'ambito della pulizia etnica e delle deportazioni destinate a punire le trattative - vere o presunte - degli indipendentisti con i Russi ai danni dell'Impero ottomano, in quegli anni negli ultimi sussulti di vita.
Lungi dal documentare una vicenda che non conosco nei particolari, credo sia doveroso soffermarci su questa ricorrenza, soprattutto date le recenti ondate di negazionismo. Questa piaga, che da decenni ormai affligge la memoria di eventi come la Shoah, si ripresenta oggi alla nostra attenzione in modo drammatico con l'incredibile reazione turca alle parole di condanna del pontefice Francesco. Anziché prendere le distanze dal crimine passato, il governo della Turchia ha infatti alzato una barriera costruita di menzogne, negando che la strage sia mai avvenuta. 
 
Il fuoco perenne nel Memoriale del Genocidio Armeno a Yerevan

Non c'è bisogno di ricordare che negare un simile massacro (si stimano più di cinquantamila morti) significa negare l'esistenza delle vittime e della popolazione colpita, calpestandone la dignità e contravvenendo a qualsiasi norma sul rispetto, la tolleranza e l'uguaglianza degli esseri umani. Poiché il movente di questa negazione è, come sempre accade in questi casi, puramente ideologico e politico, le affermazioni sono ancor più vergognose. E altrettanto nauseante è la tiepida reazione delle istituzioni europee, sempre più preoccupate del regolare svolgimento delle trattative economiche che della tutela dell'essere umano, della memoria e dei diritti fondamentali. Il governo italiano è arrivato, subito dopo il fumo levatosi da Ankara, a dire che appurare la storia non è compito dei governi, ma degli storici e ancora non è arrivata alcuna condanna ufficiale, men che meno si è pensato di porre un aut aut alla Turchia in merito alle trattative sull'entrata in Europa, fatto, peraltro, già sconsigliato per molti altre incompatibilità democratiche.
In un mondo in cui si disprezzano la Storia e le storie - quelle delle singole persone - e in cui i libri e le testimonianze sono poco più che residuati e cianfrusaglie, i proclami negazionisti, legati alle più disparate vicende (delle quali lo sterminio armeno era, forse, prima delle notizie recenti, poco più che una vaga informazione restia ad entrare nei libri di storia) si ergono come il simbolo dell'ignoranza e della vigliaccheria dell'essere umano - se così possiamo chiamarlo.
Ho avuto modo più volte di esprimere la mia difficoltà di fronte a ricorrenze mirate a ricordare eventi specifici, auspicando un'operazione di memoria continua, da condursi nell'istruzione, nell'educazione e nella comunicazione e concretizzata in un giorno in cui si ricordino tutte le vittime della superbia e della sete di potere degli uomini in ogni epoca. Tuttavia queste giornate, gli anniversari, i cinquantenari, i centenari i millenari servono a scandire, nella vita frenetica, a volte superficiale, degli esseri umani, che comunque deve continuare, il ritmo del ricordo stesso. L'importante è che ciascun cerimoniale non si esaurisca in sé, ma divenga, per tutti coloro che hanno desiderio di giustizia e rispetto, un'occasione per aggiungere ad una data importante per un certo gruppo umano tutte le altre date di analogo valore. Di fronte al negazionismo bisogna essere ancor più coesi e fermi nel ricordo e nella condanna dei proclami ideologici.
Questo ennesimo centenario negato va ad aggiungersi ad un'inaccettabile serie di rimozioni e segreti che hanno coinvolto, nell'ultimo secolo, guerre, genocidi, crimini di guerra e terrorismo. Ma negare non è possibile, non è accettabile, non è umano, a meno di non continuare a perpetrare un'assurda distinzione fra uomini e donne degni di vivere e uomini e donne che hanno il dovere di morire.

C.M.

giovedì 23 aprile 2015

Mendel dei libri (Zweig)

Mendel dei libri. Mendel dei libri. Mendel dei libri. Un titolo che mi inseguiva con un'aura di mistero, alimentando un fascino e una curiosità che, alla fine, mi ha portata in libreria a pretenderlo. Non c'era, andava ordinato, ma poco male, la gentilissima libraia mi ha permesso di temporeggiare con Il mondo di ieri. Poi i benedetti (si fa per dire) corsi universitari mi han tenuta lontano dalla città, quindi niente capatina a ritirare il malloppo. Sembra che ogni volta io sia Heidi confinata fra i monti, ma non esagero quando dico che, nei dintorni del mio paesino, di librerie degne di tal nome non ce ne sono. Comunque, alla fine, Mendel è stato mio.

Recensire questo libro è difficile: prolissa come sono, finirei di parlarne per un tempo maggiore di quanto sia necessario per leggerlo. Mendel dei libri è un racconto molto breve, ma così carico di significati, di sussurri, di temi, che si potrebbe trarne una tesi di laurea.
La mezz'ora che ho trascorso in compagnia di questo agile racconto è stata emozionante, mi ha fatto brillare gli occhi, perché Zweig ha quel tocco magico capace di costruire intorno al lettore gli ambienti che descrive. Mi sembrava di essere dentro al Caffè Gluck e di vedere le pile di libri dietro cui si nascondeva Jakob Mendel, lo straordinario venditore di libri che, pur non avendoli letti tutti, tutti li conosce. È proprio ritornando in questo locale che il narratore ci presenta questo eccentrico personaggio in grado di trovare qualsiasi volume nascosto in qualsiasi angolo del mondo, fino alla biblioteca più nascosta della Germania. L'io-narrante lo sta cercando, attratto dall'affetto e dalla suggestione di un ricordo, ma solo la custode della toilette, la signora Sporschil, si ricorda di lui e può dare sue notizie. Dalle parole della vecchia emerge una grande nostalgia, che scaturisce dalla consapevolezza che l'eccezionalità di Mendel, nella gretta società in cui è costretto a vivere, non può che procurare una condanna, un'emarginazione vergognosa. Eppure Mendel e i suoi infiniti libri, la sua straordinaria memoria, le sue abitudini sacre, appaiono come la sanzione del potere da sempre più forte della letteratura, capace di dare immortalità anche agli ultimi, se di essi essa parla.
Una storia che commuove, che suscita, in poche pagine, sensazioni contrastanti e che dipinge il potere dei libri e del rapporto che chi li ama instaura con questi oggetti comuni, eppure pieni di mondi, parole, sentimenti, sapere. Non posso dire di più, se non aggiungere che, di fronte a questo piccolo capolavoro, cede anche la mia naturale conflittualità col racconto breve. A Zweig, per il suo Mendel non occorreva una parola di più.
Lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi; il suo rapimento quando leggeva era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano.
C.M.

martedì 21 aprile 2015

La coscienza di Zeno (Svevo)

È, da sempre, il gran tormento degli studenti di di quinta (al punto che sono pronta a scommettere che la gran parte delle visite a questo articolo proverrò dalla ricerca di salvagente scolastici): La coscienza di Zeno non risparmia quasi nessuno e dividerà per sempre i lettori forzati, che vi riconosceranno o un testo di folgorante lucidità o, al contrario, una insopportabile elucubrazione. Io sono stata, fin dalla coatta ma graditissima lettura liceale e sono tutt'ora nella prima categoria di lettori, e apprezzo questo testo per lo stesso motivo per cui adoro la filosofia pirandelliana: anche Svevo, come il suo contemporaneo siciliano, esterna con immediatezza e con raffinatezza narrativa il più pressante problema della società del primo trentennio del Novecento, quello che Freud, che in questo caso è impossibile non citare, chiama Disagio della civiltà.

La coscienza di Zeno è il terzo dei grandi romanzi di Italo Svevo, pubblicato nel 1923, dopo un ventennio di interruzione dell'attività letteraria; il motivo per cui l'autore triestino torna alla scrittura, da lui precedentemente ripudiata, è duplice: da un lato conosce James Joyce ed entra in contatto con la sua modernissima letteratura, dall'altro si avvicina alla psicanalisi, anche per via della terapia seguita dal cognato a Vienna, presso Freud in persona. Le teorie psicanalitiche attraggono Svevo, che in esse ravvisa un innovativo sistema di analisi dell'uomo, che essa rivela come un individuo che, seguendo il principio di dovere, soffoca il principio di piacere, comprimendo le pulsioni proprie della sua natura e sacrificandole alle convenzioni sociali. Il metodo freudiano, però, non è in grado di offrire, avendo a che fare con quell'essere mutevole che è l'essere umano, delle generalizzazioni e delle soluzioni valide per tutti (come è evidente nell'associazione fra psicanalisi e spiritismo e nella negazione delle sue velleità scientifiche nell'ultimo capitolo) e rimane, pertanto, ancorato all'idea che la nevrosi - quindi la pulsione repressa che la origina - vadano guarite.
In ottemperanza alla centralità del soggetto e della sua prospettiva, l'opera assume la voce del suo stesso protagonista: l'io narrante ci presenta se stesso, l'io narrato, in un monologo interiore che, pur non raggiungendo gli eccessi del flusso di coscienza anglosassone, presenta diverse criticità, a partire dal tempo misto che porta Zeno a raccontare la propria malattia/nevrosi in maniera tematica, seguendo i diversi nodi attorno ai quali si sviluppa il suo disagio (il tentativo di smettere di fumare, il rapporto conflittuale con il padre, il matrimonio e l'altalenante passione per l'amante Carla, la competizione col cognato Guido), anziché seguendo l'ordine cronologico delle vicende, con una successione di sequenze del tutto arbitraria e resa più complessa da inserti di ricordi e diverse omissioni. Come è noto, Zeno si racconta per prescrizione terapeutica del saccente dottor S. (nella puntatura del nome è ben chiaro il riferimento a Sigmund Freud), che, offeso dal rifiuto della cura e dall'irrisione della stessa da parte del paziente, violando ogni deontologia, pubblica lo scritto. La narrazione, pertanto, è frammentaria e del tutto inattendibile, sia perché non abbiamo la certezza che quanto scritto da Zeno sia vero, sia perché non abbiamo modo di escludere ulteriori manipolazioni da parte del permaloso dottore. L'opera ci impedisce di dare qualsiasi giudizio, di trovare un significato e rimane, significativamente, aperta.

E. Munch, Gelosia

Da questo autoritratto, Zeno emerge come un personaggio incapace di prendere decisioni, che esse riguardino la sua salute, il matrimonio (sceglie il suocero ma, sebbene punti, fra le sue figlie, la bella Ada, ciò che gli preme è sposare una delle sorelle Malfenti), la rottura con l'amante o la vita affaristica. Zeno appare come un inabile alla vita, la personificazione dell'inetto, la figura più presente nel romanzo della prima metà del secolo. Ma, stavolta, l'inettitudine costituisce un inatteso privilegio, che scaturisce dalla scomoda affermazione di Zeno sulla società in cui si trova a vivere. Zeno scrive il proprio diario nel tentativo di guarire da una nevrosi, dal suo essere disadattato, da un disagio che alimenta per soddisfare la compiacenza del dottor S. nel trovarvi radici edipiche, la scrittura è un mezzo per scavare nella malattia e cercare la salute. Eppure la sua conclusione è paradossale: Zeno sente di essere l'unico sano in una società malata, poiché è tenacemente attaccato alle proprie pulsioni, all'amore, alla sensualità, al bisogno di divertirsi (che agli occhi del padre e di Ada sembra un segno di immaturità), mentre coloro che appaiono socialmente "sani" sono in realtà esseri alienati, che vivono solo per il profitto e sono assuefatti alla logica della sopraffazione, al punto da costruire ordigni e armi che, anziché produrre il progresso, consegnano l'umanità ad un destino di distruzione, la cui profezia riempie le ultime righe del romanzo, forse le più famose. «La vita attuale è inquinata alle radici»: l'uomo, nel suo conformismo e nel suo cieco inseguimento del progresso materiale, si procaccia la distruzione, uccide la vita, soffoca l'istinto che la anima. Ecco perché Zeno, che pure annuncia sul finale di essere guarito per il fatto che si è buttato nel mondo della speculazione, cerca disperatamente i segni delle proprie pulsioni vitali, analizzando le proprie reazioni nel toccare la carne giovane di Teresina. Simbolo perfetto della cosiddetta "salute" è Augusta, la moglie bruttina cui arriva per paura di restare solo, ma che lo pervade con il suo affetto, devota e sensibile nonostante i tradimenti: ella è perfettamente a suo agio nelle convenzioni, nella fede, nelle consuetudini familiari, nel rispetto delle autorità, ma a Zeno, che pure non ha mai voluto infrangere questa sua prigione di cristallo, tale condizione appare, semmai, come la vera malattia. Essere inetti, non adeguarsi, diventa, pertanto, un segno di eccezionalità, di una dote che permette di sottrarsi all'alienazione e all'autoconsunzione.

G. Caillebotte, Ritratto di Henri Cordier

La coscienza di Zeno è un romanzo destabilizzante: non solo ci pone di fronte al fallimento del positivismo e del mito del progresso, non solo corrode le certezze costruite dall'umanità in secoli di vita sociale, ma ci priva anche di quell'archetipico patto fra autore e lettore che obbliga il secondo a credere al primo. Zeno/Svevo non ha verità da offrirci, non ha una lente da porci perché ricerchiamo un senso rassicurante nelle sue pagine, ma ci pone di fronte alla disarmante certezza, tipica dell'individuo del XX secolo, di non avere chiavi universali per la conoscenza e il giudizio dell'umanità.
Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m'accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d'istruzione per guarire.
C.M.

mercoledì 15 aprile 2015

Ragnatele e catene: prigionieri dei libri

Se siete passati di qui negli ultimi tempi, avrete notato che i post sono rarefatti: colpa dell'accumulo umanamente insostenibile di impegni del tirocinio e degli ariosissimi corsi universitari che dovrebbero contestualizzarlo e completarlo. Dei primi sono entusiasta, perché - molti di voi saranno stufi di leggerlo - essere in classe e lavorare per trasmettere il valore della letteratura e della storia ai ragazzi mi riempie di positività, al punto che spero che l'insegnamento diventi il mio lavoro a tutti gli effetti. Sui secondi non mi pronuncio: vi basti sapere che l'unico aspetto positivo di percorrere mezzo Veneto tre volte alla settimana per assistervi ha l'unico vantaggio (quando non c'è la mia sgangherata e fantastica compagnia di letterati) di farmi consumare pagine e pagine di libri di nuova o antica lettura. In questo momento il libro sul comodino e sotto il finestrino del treno è La coscienza di Zeno, che sto apprezzando per la terza volta, anche in vista di un possibile approfondimento in classe. 

Una scultura di libri di Alicia Martin
Sempre nel corso delle mie peregrinazioni ferroviarie ho conosciuto Zweig (di cui ho da quasi un mese un testo in giacenza in libreria, sempre per via di questi impedimenti) e il suo Mondo di ieri e la Woolf di Una stanza tutta per sé, che mi hanno messo di fronte ad un problema che ho sentito fin da quando, al liceo, sono stata, con maggiore o minore soddisfazione, invitata o costretta a leggere diversi classici e ad incontrare riferimenti ad opere complesse, articolate e inserite in una rete di comunicazioni con tutto quanto l'uomo ha prodotto in millenni di storia. 
No, non ho sorseggiato l'acqua lagunare, credo di avere ancora un filo di logica per poter stendere questo articolo.
I due testi citati sono densi di nomi e riferimenti ad autori ed opere di cui non conosco che una minima parte. Scrittori vissuti fra Ottocento e Novecento in Germania, Austria e Gran Bretagna hanno letteralmente sfilato sotto i miei occhi di lettrice e - altra confessione scabrosa - non ho quasi mai avuto l'onestà di andare a capire chi fossero, per Zweig a causa del forte coinvolgimento nella lettura. Questo, come lamentavo nella recensione al saggio della Woolf, mi ha impedito di comprendere pienamente alcuni passaggi o di gustarne l'intensità, ma non si tratta che di un esempio dello spaesamento e del conseguente senso di inadeguatezza di fronte alla ricchezza della letteratura. Ogni libro è fonte inesauribile di rimandi ad altri libri, impliciti o espliciti che siano. Dietro alle parole, ai pensieri, ai nomi si celano realtà da cui si dipanano fibre che, come le rette infinite passanti per un punto, sfrecciano in ogni direzione, ad annodarsi a mille altre e a costruire intricate ragnatele in cui noi appassionati lettori cadiamo come insetti, ma senza correre alcun pericolo. Cogliere, leggendo un testo, un collegamento con altri (soprattutto quando si tratta di classici) mi fa sorridere, strabuzzare gli occhi o commuovere, a seconda dei casi... e quanto di queste emozioni contribuisce a farmi amare la grande letteratura, il cui gomitolo inesauribile noi insegnanti siamo chiamati a svolgere per gli studenti. Studenti che, spesso, trovano un altro bandolo e diventano a loro volta abili ricostruttori di relazioni testuali. 
Questo folle post - dettato dalle mie errabonde avventure di cui sopra - vuole semplicemente tradurre lo stupore di rintracciare le mille direzioni che i libri possono aprirci e, parallelamente, il senso continuo di insoddisfazione che ne deriva: come eterni viaggiatori ci chiediamo quale sia il punto esatto di partenza per dipanare la rete e siamo portati a ricercare il punto d'arrivo di queste relazioni, finendo fatalmente per invischiarci maggiormente nell'incantesimo della lettura. Perché i libri non esauriscono i significati, ma, ad ogni pagina, riga o parola li moltiplicano. Ecco perché per alcuni di noi essi costituiscono una vera e propria dipendenza ed essere privi di essi e dei loro accessi a nuovi libri e a nuovi mondi di lascia disorientati.
Capita anche a voi di vivere questa dolce prigionia?

C.M.

martedì 7 aprile 2015

Un infinito numero (Vassalli)

Nelle intenzioni del suo autore, l'Eneide doveva essere distrutta. Virgilio aveva indicato questa sua volontà prima di morire a Brindisi, ma Augusto non avrebbe mai accettato di veder svanire i sogni di gloria affidati al poema. Ma cosa si nasconde dietro al tormento dell'autore più amato dell'età augustea e alla genesi della sua opera?
 
Con il romanzo Un infinito numero (1999), Sebastiano Vassalli ci propone una risposta molto interessante, descrivendoci il viaggio di Virgilio e del suo liberto Timodemo al seguito di Mecenate nella terra dei Rasna, gli Etruschi cui il ministro della propaganda augustea riconduce le vere origini del popolo romano e che, a suo parere, il poeta mantovano deve assolutamente conoscere per trarre materia e ispirazione per il suo canto. Comincia così il viaggio nel cuore dell'Etruria, fra la tenuta aretina di Mecenate e la cittadina di Sacni, dove, fra un banchetto e l'altro, i tre compagni vengono istruiti sulla cultura e le usanze religiose di un popolo che sta scomparendo e che, pur vantando una lunga storia fatta di primati tecnici, artigianali e medici, non ha mai lasciato nulla di scritto, ad eccezione dei nomi dei defunti. Per Mecenate e ancor più per Virgilio, instancabile nella lettura e nella raccolta di libri, una simile mancanza è inconcepibile, ma Aisna, sacerdote e incarnazione del dio Velthune, è risoluto nell'affermazione di una terribile equazione fra scrittura e morte e nella convinzione che l'opera che Virgilio si accinge a scrivere sia la causa e l'effetto della definitiva scomparsa dei Rasna: la scrittura è, infatti, un'invenzione di Mania, la divinità delle ombre, che, tracciando nel creato i nomi di piante, animali e uomini, creò con essi la morte. I nomi esistono nel tempo, la scrittura li fissa in un momento, ma essi bloccano la vita e il flusso del tempo stesso, distruggendo così un'identità e stendendo l'oblio su chi muore. Una concezione astrusa dello strumento che nei secoli ha raccolto le speranze di immortalità degli uomini, eppure, per i Rasna, che tramandano la memoria del proprio passato e di tutte le vite che e hanno fatto parte attraverso riti misterici che solo Aisna può far sperimentare ai suoi ospiti, tutto ciò è estremamente naturale. Concluso il viaggio, non cessano però i suoi effetti, e la fragilità della Fama (quella forza che domina come una divinità sui destini umani e che Ottaviano è tanto ansioso di cavalcare) e il potere che il Tempo ha di consumare anche le imprese più gloriose emergono in tutta la loro evidenza: la celebrità delle gesta di Mecenate e la sua devozione alla politica augustea non contano più nulla, egli è affidato all'oblio e, allo stesso tempo, il principe desidera fissare nei millenni la propria grandezza, diffondendo il poema virgiliano. Ma Virgilio si rende conto che questa scrittura capace di rendere immortali è un vano sogno costruito su castelli di menzogne, e la tentazione di raccontare chi fosse il vero Eneas incontrato nelle leggende dei Rasna e di descrivere i misfatti dei Lidi è così forte da impedirgli di consegnare ad Augusto l'opera completa. La scrittura è un tradimento della vita: essa serve ad abbellire la realtà, ad affidare agli uomini degli insegnamenti, come ammette lo stesso Virgilio, ma, in fondo, questo mascheramento equivale ad uccidere la realtà stessa e la vita che in essa si è prodotta.

Sebastiano Vassalli (foto di Gianluca Rossetti)

Trattamento estremamente moderno di una storia antica, Un infinito numero fonde il retaggio arcaico di una delle più misteriose civiltà del passato con le conquiste novecentesche sulle manipolazioni della realtà operate dal linguaggio, in un testo estremamente godibile, scorrevole e ricco di curiosità sulla vita degli antichi e sui retroscena degli ambienti augustei, che non manca di offrirci un originale ritratto di uno dei più grandi autori di tutti i tempi e dell'opera più importante della letteratura latina.
Ho sentito dire da un auruspice, scandì, che il nostro poema nazionale, il poema di Eneas, si tramanderà da un cantore all'altro e da un'epoca all'altra, finché uno straniero lo trascriverà sopra un rotolo di papiro, dopo averlo voltato nella sua lingua. Allora il cielo dei Rasna diventerà silenzioso. Gli uomini continueranno a vagare per il mondo, come fanno adesso, ma quel loro andirivieni non avrà né meta né scopo; e nessuno più saprà far rivivere, con il canto, la nostra antica grandezza e sapienza.
C.M.

sabato 4 aprile 2015

Casus belli: guerra antica, mitologia e saggezza popolare

Da quando abbiamo iniziato a studiare la storia ci siamo imbattuti in conflitti di cui abbiamo dovuto ricordare contendenti, date, esiti e, possibilmente, gli eventi che ne hanno provocato lo scoppio. Per gli antichi, però, la guerra era all'ordine del giorno, sicché motivare le continue carneficine risultava molto difficile, sopratutto quando, guardando indietro, il tempo passato era tanto da non poter più distinguere una lotta dalla precedente, figuriamoci ricordarne le cause.
 
Pablo Picasso, Il ratto delle Sabine (1963)
Per questo motivo Greci e Romani ricorrevano, per ordinare le loro memorie di conquistatori e di soldati a vita, alla mitologia, nobilitando i conflitti di cui erano protagonisti attraverso colorite storie di amore, offesa e vendetta.
Il casus belli più celebre della storia dell'umanità è quello del rapimento di Elena ad opera di Paride: il principe figlio di Priamo, dopo aver assegnato alla dea Afrodite il primato della bellezza conteso con Era e Atena, ottiene come premio l'amore della donna più bella della Grecia intera. Peccato che costei sia la sposa del re di Sparta, Menelao, il quale ha un fratello che non aspetta altro che un pretesto per conquistare Troia. Come prosegue la storia è materia ben conosciuta. Meno noto è che Erodoto, lo storico di V secolo a.C. autore delle Storie, che riconduce i motivi profondi delle Guerre persiane (490-478 a.C.) ad una serie di rapimenti iniziati con il principio della navigazione e culminati con la famosa tresca iliadica. In apertura alla sua opera, infatti Erodoto menziona una serie di sottrazioni indebite di donne da parte di Asiatici e Greci: dapprima i Fenici rapiscono Io, figlia del re di Argo Inaco (ma questi sostengono, ovviamente, che la fanciulla ha seguito spontaneamente il comandante della nave fenicia che l'aveva messa incinta), poi i Greci rispondono col rapimento di Europa, che in realtà una tradizione di maggior successo vuole sottratta da Zeus, ma, non contenti della parità, grazie a quel genio opportunista di Giasone, le sorti degli equilibri mondiali vanno di nuovo a rotoli, perché il principe di Iolco decide di portare con sé Medea (ben raggirata da Eros e Afrodite), alla quale ha fatto rubare il vello d'oro e tradire l'intera famiglia, con tanto di assassinio del fratello. Poco importa che Giasone ripudi Medea in favore della principessa di Corinto: qualche generazione dopo arriva Paride con quella benedetta mela d'oro che a stento tiene testa al pomo della Genesi e a quello della strega di Biancaneve.
Non va molto meglio ai sopravvissuti della guerra troiana, in particolare ad Enea, che, senza far tesoro del pessimo esempio del suo parente e totalmente disinteressato al fatto che la patrona di Cartagine sia proprio quella Giunone/Era offesa da Paride nel famoso giudizio, si dà, anche qui con la compiacenza di Venere e Cupido, alla seduzione con conseguente abbandono della regina Didone, che per amor suo infrange il voto di fedeltà al marito morto Sicheo e, dopo la fuga dell'eroe troiano, si uccide invocando giustizia nel nome di un vendicatore di cui Virgilio manca solo di darci la carta di identità: Annibale, il flagello del popolo romano, colui che, nella seconda Guerra punica infliggerà tremende sconfitte ai discendenti di Enea. La tradizione della maledizione di Didone come causa dei conflitti punici è tramandata da Virgilio, ma nota già a partire dal Bellum Poenicum di Gneo Nevio (fine III sec. a.C.).
 
Luigi Bonazza, Europa

Il vizio di sedurre donne straniere, però, non passa tanto in fretta ai Romani, se, dopo diversi secoli dallo sbarco di Enea nel Lazio, i discendenti di suo figlio Iulo, comandati da Romolo, si lanciano alla conquista delle donne Sabine. Per garantire un futuro glorioso al popolo romano occorrono donne in grado di generare figli forti e vigorosi e Romolo ne trova di proprio interesse presso i popoli vicini, fra cui i Sabini: i Romani organizzano uno spettacolo in occasione dei Consualia, nel corso del quale rapiscono le donne, dalle quali avranno una prospera discendenza nonostante la lunga guerra fra loro e i padri offesi, che avrà fine solo per l'intervento delle donne stesse, decise a fermare lo spargimento di sangue fra le famiglie d'origine e quelle create con gli sposi romani.
Chi ha coniato il detto «Fate l'amore, non fate la guerra» non aveva ben presenti gli eccessi sanguinari di cotante relazioni: aveva le idee ben più chiare chi raccomandava «Moglie e buoi dei paesi tuoi», forse senza neanche pensare alla bella Europa e al suo originale consorte.
Romolo, comunque - è risaputo - non era un gran diplomatico. Ben prima del ratto delle Sabine, al momento di scegliere chi fra i due gemelli avrebbe regnato sui Romani, si era deciso di ricorrere agli auspici (la divinazione basata sul volo degli uccelli), ma era sorto un problema; come ci racconta Tito Livio, Remo era stato il primo ad avvistare sei avvoltoi, ma subito dopo Romolo ne aveva scorti dodici: avrebbe dovuto essere re chi aveva avuto per primo il responso o chi lo aveva ricevuto in forma più consistente? La questione si era risolta nella lotta e, vuoi per il tumulto e la calca, vuoi perché Romolo era di spada facile, la cosa era finita nel sangue. Questa nascita fratricida di Roma è stata spiegata fin dall'inizio delle guerre civili fra mariani e sillani, come la vera causa di tutte le lotte intestine che hanno lacerato la Repubblica prima e l'impero poi, e che non di rado, oltre ad opporre i cittadini, hanno lacerato intere famiglie, al punto che, in relazione allo scontro fra Cesare e Pompeo, il poeta Lucano, nel I sec. d.C. nel proemio della Pharsalia (poema noto anche come Bellum civile) avrebbe parlato di bella plus quam civilia e di cognata acies («guerre più che civili» e «strage familiare»).Dalle mie parti esiste un proverbio che descrive bene la situazione: «Amor de fradèi, amor de cortèi» (Amore di fratelli, amore di coltelli). Caino e Abele, Eteocle e Polinice insegnano.
 
Angelica Kauffman, Venere induce Elena ad innamorarsi di Paride (1790)
 
Un ultimo spunto di excursus mitologico (un po'sui generis, perché attinge alla Bibbia) è dato dal canto VI del Paradiso (vv. 92-93), dove la campagna di Tito contro i Giudei, terminata con la conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone nel 70 (l'evento che dà origine alla Diaspora) viene vista come l'atto di vendetta condotto dai Romani, pagani ma parte di un disegno divino che fa dell'Impero il suo strumento più forte di azione fra i popoli, per punire l'uccisione di Cristo (a sua volta riscossa contro il Peccato originale). «Chi la fa l'aspetti» sembra dire il Ghibellin fuggiasco... ma non è, in fondo, questo il pretesto assurdo costantemente inventato nella storia - e nondimeno nel presente per giustificare scontri che di comprensibile non hanno nulla? Come si vede, anche questa è un'antica eredità.

C.M.

giovedì 2 aprile 2015

Una stanza tutta per sé (Woolf)

A quarantasei anni Virginia Woolf tiene alcune conferenze all'Università di Cambridge sul tema del rapporto fra le donne e la letteratura. Siamo nel 1928 e solo da una decina d'anni hanno cominciato ad aprirsi nuove prospettive di fronte agli occhi delle donne europee e americane: il lavoro durante la guerra, la conduzione della vita famigliare in assenza dei mariti al fronte, la lotta per i diritti civili e l'accesso al suffragio hanno rivoluzionato il modo di pensare e ad un'autrice del calibro di Virginia Woolf non poteva sfuggire l'occasione di esprimersi sulle donne e sulla letteratura da donna, e donna di lettere. Le parole rivolte alle giovani studentesse confluiscono nel saggio Una stanza tutta per sé, pubblicato l'anno seguente e considerato oggi un manifesto della rivendicazione di autonomia intellettuale da parte del mondo femminile.
 
La riflessione di Virginia Woolf parte da un interrogativo essenziale: quali sono le condizioni necessarie alla creazione di un'opera d'arte? Una domanda che parrebbe dover dare vita a fiumi di teorie, considerazioni storiche, riferimenti eruditi alle vite di eccelsi scrittori, ma che l'autrice risolve in un modo molto semplice e materiale, evocando come essenziale l'autonomia. Le donne, per poter produrre letteratura, hanno bisogno di un po'di denaro e di una stanza tutta per sé, uno spazio che non le identifichi col ruolo di donne, figlie e madri ridotte a specchi degli uomini e che permetta loro di dialogare con se stesse e con la tradizione culturale che le ha precedute. Ma questa libertà non è un diritto garantito, anzi, spesso è un lusso, perché le donne sono costrette a lavorare o a mettersi sotto la protezione di uno sposo, quindi ad adattarsi alle convenzioni dei ruoli per millenni ricoperte dalle loro madri. Ecco perché, oltre ad uno spazio personale che serva a chiudere fuori un mondo spesso ostile, è importante che una donna abbia un poco di denaro per comprarsi quella libertà. L'ideale, per una donna che si dedichi alla scrittura, è poter vivere del proprio lavoro, così da coltivare la propria autonomia senza dover scendere a compromessi col mondo e con le tradizioni create dagli uomini.
Una stanza tutta per sé, infatti, insiste su una forma di libertà intellettuale, che porti le donne a colmare l'enorme ritardo accumulato nei confronti degli uomini nell'accesso alla cultura, in un cammino che somiglia ad una battaglia per la conquista delle rocche della cultura, a partire dalle università, con le biblioteche chiuse alle ragazze prive di autorizzazione.
E qua e là, fra le pagine, ci accompagna come un leitmotiv il fantasma di una sconosciuta sorella di William Shakespeare, che aveva, nell'immaginario dell'autrice, tutte le doti letterarie e poetiche del fratello, ma era confinata all'anonimato dal suo essere donna, al punto da essere derisa, mentre il Bardo veniva acclamato. Un exemplum fictum, eppure si tratta di una scelta molto efficace nel delineare questa contrapposizione fra i sessi non solo nella prospettiva della storia sociale, ma anche della cultura e dell'arte. Sappiamo bene che la stragrande maggioranza delle opere artistiche e letterarie, fino alla seconda metà del Novecento, sono state prodotte da uomini e che persino l'accesso all'istruzione delle donne è stato a lungo boicottato: la prima donna laureata della storia è Elena Cornaro, dottoressa in teologia nel 1678 all'università di Padova, eppure ancora nell'Ottocento questo diritto non era unanimemente riconosciuto in Europa, per quanto anche nell'appartato Regno d'Italia illustri personaggi evocassero la necessità di un'educazione letteraria per le donne.
Il paradosso, secondo la Woolf, è che alla donna sia stata tanto a lungo preclusa la letteratura, quando le pagine dei più grandi romanzi erano affollati di eroine, al punto che, «se la donna non avesse altra esistenza che nella letteratura maschile, la si immaginerebbe una persona di estrema importanza, molto varia; eroica e meschina, splendida e sordida, infinitamente bella ed estremamente odiosa, grande come l'uomo, e, pensano alcuni, anche più grande». Ma, nella realtà, le donne sono ridotte a specchi dell'uomo, strumenti per raddoppiarne la figura. Di conseguenza, si determina una contrapposizione: la donna «immaginativamente, ha un'importanza enorme; praticamente, è del tutto insignificante».
Ma se la donna cessa di essere specchio e alza la sua voce, la figura dell'uomo in essa riflessa si rimpicciolisce, e allora anche alle donne spetta il loro spazio. Ed è proprio questo che Virginia Woolf spera di trasmettere alle sue ascoltatrici: la necessità di dire la verità, di esprimersi, di conquistare un proprio posto nel mondo che, simboleggiato da una stanza, si allarga ben oltre essa, inglobando diritti, libertà ulteriori, aspettative, desideri e realizzazione.

Dean Cornwell, Ritratto di una giovane donna in lettura
In questo saggio ho trovato molte delle mie riflessioni e ci sono state pagine in cui ho sentito una profonda affinità col pensiero della Woolf, nel suo bisogno di abbattere le barriere di una tradizione soffocante, nel desiderio di veder abbattuti i baluardi di un mondo fatto di divieti meschini eretti dalla paura e dall'invidia. La lettura, però, è risultata a tratti molto difficoltosa, colpa della mia difficoltà con lo stile sfuggente e anticonvenzionale della Woolf, che per questo ha, nel quadro della letteratura mondiale, il primato che le spetta, ma che mi ha bloccata per ben due volte entro le prime quindici pagine di Gita al faro. Insomma, mi sono trovata di fronte ad uno dei miei limiti letterari, che spero di poter a poco a poco limare: non sono ancora pronta per il flusso di coscienza. Inoltre un ostacolo non da poco è emerso di fronte a tutte le citazioni di autrici inglesi a me sconosciute e questa ignoranza, anche se non pregiudica la comprensibilità del testo, è per me motivo sufficiente per farmi ammettere, da maniaca dei dettagli quale sono, di non averlo potuto apprezzare fino in fondo. Dunque salvo con un dieci e lode il contenuto, ma mantengo qualche riserva sulla forma, sperando che lo spettro tormentato di Virginia non venga ad agitare il mio sonno.
Finché scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore nessuno può dirlo. Ma sacrificare un capello della testa della vostra visione, una sfumatura del suo colore, in ossequio a qualche Direttore scolastico con una coppa d'argento in mano, o a qualche professore col suo righello nella manica è il tradimento più abietto.
C.M.
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