venerdì 31 luglio 2015

La Commedia secondo Dalì

La Divina Commedia è senza dubbio, assieme alla Bibbia e ai poemi omerici, uno dei testi più conosciuti e studiati al mondo, e non è azzardato dire che il suo autore gode di un'aura mitico-leggendaria al pari di quelli delle altre due opere. Dante Alighieri, infatti, ha ispirato, con la sua opera, letterati e artisti delle epoche successive, da Ariosto a Eliot, da Botticelli a Dorè, che si sono impegnati nell'adattare temi, situazioni, personaggi esattamente come lui aveva fatto rielaborando i materiali tratti dalle Sacre Scritture e dal mito classico (che, però, conosceva principalmente attraverso gli autori latini). Dante, insomma, è collettore di tradizione e ne irradia a sua volta, al punto che ancora oggi è fonte di suggestioni potenti.

Il congedo di Virgilio da Dante (Pg. XXVII)

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Le illustrazioni artistiche della Divina Commedia sono numerosissime, sterminate se consideriamo anche le miniature medievali. La serie di illustrazioni di Gustave Dorè è la più nota, anche per la sua riproduzione in diversi manuali ad uso scolastico, ma c'è un'altra serie che merita di essere conosciuta. Si tratta delle xilografie realizzate fra il 1951 e il 1960 da Salvador Dalì, che, superando il realismo e il dettaglio di quelle dell'artista francese, restituisce una versione altamente personalizzata, dove ritroviamo tutte le caratteristiche dello stile di Dalì: le figure molli, la dissoluzione delle forme, la crudezza e il macabro, i tratti sottili e le figure allungate all'inverosimile, gli accostamenti di figure apparentemente estranee e perfino i cassetti. Il tutto in un insieme di colori e in un'alternanza di definizione e fluidità che si adatta perfettamente alla lezione dantesca in cui si succedono sequenze estremamente definite (soprattutto nell'Inferno) e altre impossibili da descrivere e tratteggiare con la parola umana, concentrate nel Paradiso. Non sarà un caso che il tratto di Dalì ripercorra questa evoluzione dal fisico allo spirituale, diventando sempre più sfuggente e terso.

L'angelo caduto (Inf. III)

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.


Caronte (Inf. III)

Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.

Fra le espressioni più efficaci della violenza e del tormento infernale si trovano le rappresentazioni dei simoniaci (canto XIX), conficcati in buche nel terreno da cui emergono solo i piedi, sulle cui piante bruciano le fiamme. Ma non meno espressiva è la rappresentazione di Caronte, colto di spalle, con una sorta di abbassamento degli studi michelangioleschi sul nudo, mentre maneggia il remo (canto III). E poi ci sono le creature più abbiette dell'inferno, i pusillanimi, fra cui si trovano gli angeli caduti, che non presero le parti di Dio né quelle di Lucifero nello scontro che li oppose, troppo vigliacchi persino per scegliere il male (canto III). Ma c'è anche un momento di vivacità che quasi allontana l'orrore infernale, nella xilografia dedicata al volo in groppa a Gerione verso le Malebolge (canto XVII).

I simoniaci (Inf. XIX)

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.

Gerione (Inf. XVII)

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
là ’v’era ’l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.

Solo gradualmente la durezza infernale lascia il posto alla serenità del paradiso: il purgatorio svolge, nelle illustrazioni di Dalì, la stessa funzione che ricopre nella Commedia letteraria, di tramite e di punto di passaggio sia contenutistico che stilistico. Ancora molto cruenta è la rappresentazione di alcuni peccatori, come i superbi, piegati sotto il peso di massi che ne straziano il corpo e, secondo Dalì, lo deformano fino alla rottura (canti X-XII) e straziante appare la magrezza delle anime dei golosi, smunti ai piedi dell'albero delle delizie (canti XXIII). 

I superbi (Pg. X)

Come per sostentar solaio o tetto, 
per mensola talvolta una figura 
si vede giugner le ginocchia al petto,
la qual fa del non ver vera rancura 
nascere ‘n chi la vede; così fatti 
vid’io color, quando puosi ben cura.
Vero è che più e meno eran contratti 
secondo ch’avien più e meno a dosso; 
e qual più pazienza avea ne li atti, 
piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.

I golosi (Pg. XXIII)

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.
Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura. 

Più raccolto è l'incontro con Sordello, anima posta in disparte nell'Antipurgatorio, che Dalì ritrae mentre spiega a Dante come avviene la salita delle anime al purgatorio e come raggiungerne l'entrata (canti VI-VII). Ma c'è anche, nel purgatorio di Dalì e Dante, la speranza che sfuma i contorni e suggerisce che le anime lì radunate saranno in futuro immerse in una grazia entro cui tutte si annulleranno: lo si coglie nella descrizione della barca dei penitenti in arrivo dalle foci del Tevere e guidata dall'angelo nocchiero (canto II) o nel congedo di Virgilio da Dante, descritto come un'incoronazione poetica che autorizza Dante a procedere senza la sua guida e ad essere, quindi, pienamente in grado di poetare da solo (canto XVII).

Sordello da Goito (Pg. VI)

Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ‘nsegnerà la via più tosta

L'angelo nocchiero (Pg. II)

Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva.
Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.

Se, infine, Dante inonda il paradiso di luce, il suo emulo artistico non può esser da meno: le xilografie dedicate al più alto dei regni oltremondani contengono ed emanano luce, come nell'incontro fra Dante e Cacciaguida, che discende dalla croce di Marte (canti XV-XVII) e nella salita della scala d'oro dal cielo di Saturno (canto XXI).

L'apparizione di Cacciaguida (Par. XV)

Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond’e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che ‘n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;
né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

Lo scaleo d'oro (Par. XXI)

Dentro al cristallo che ‘l vocabol porta, 
cerchiando il mondo, del suo caro duce 
sotto cui giacque ogne malizia morta,
di color d’oro in che raggio traluce 
vid’io uno scaleo eretto in suso 
tanto, che nol seguiva la mia luce. 

Le xilografie di Salvador Dalì sono attualmente esposte a Firenze, presso Palazzo Medici Riccardi, dove resteranno fino al 27 settembre per celebrare i 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri. Qualcuno di voi ha già visitato la mostra o ha intenzione di farlo?

C.M.

giovedì 30 luglio 2015

La strada per Itaca (Pastor)

Quando mi butto alla cieca su un libro che mi colpisce dallo scaffale con la sola fascinazione del suo titolo, inevitabilmente finisco per infilarmi nel bel mezzo di una serie che ha alle spalle altri capitoli. Mi era già accaduto con La libreria stregata ed è ricapitato con La strada per Itaca, forse perché avevo l'ispirazione di leggere Sellerio e Sellerio doveva essere indipendentemente dalle avvertenze nelle alette interne. Comunque nessun problema: entrambi i libri, nonostante qualche riferimento a vicende precedenti, sono comprensibilissimi indipendentemente dall'ordine di lettura, tanto più che nel caso di Ben Pastor non sono usciti nemmeno tutti i capitoli delle avventure dell'investigatore della Wehrmacht Martin Bora.

Quella di Ben Pastor, scrittrice italoamericana, è una saga investigativa molto particolare: i suoi gialli sono intrecciati alle vicende storiche degli anni '30-'40, alla politica dei regimi totalitari, allo spionaggio e, naturalmente, alle vicende del secondo conflitto mondiale. L'investigatore è Martin Bora e all'inizio de La strada per Itaca lo troviamo a Mosca, dove, nonostante il suo fermento per la prossima invasione tedesca, riceve l'ordine di recarsi a Creta per far luce sulla strage della villetta di Ampelokastro dove viveva lo Alois Villiger, archeologo impegnato a ricostruire la storia greca per rintracciare i segni della purezza ariana, nonché membro dell'Ahnenerbe, la società di ricerca dell'eredità ancestrale creata da Himmler e poi inglobata nelle SS. Chi può aver avuto interesse ad uccidere Villiger e tutti coloro che vivevano ad Ampelokastro? Davvero è opera, come sostiene un prigioniero britannico, di una pattuglia di paracadutisti tedeschi? Bora inizia ad indagare, ripercorrendo la scia delle testimonianze ed esaminando le foto del delitto scattate dal soldato inglese Powell, per cercare il quale intraprende un viaggio nell'entroterra di Creta; aiutato dal poliziotto greco Kostaridis e poi guidato dall'americana Frances Allen, l'investigatore si imbatte in numerosi personaggi che rappresentano l'instabilità di Creta, divisa fra i turchi di Rifat Bay, i partigiani di Adonis Sidheraki, i guerriglieri anarchici catalani, le truppe inglesi e l'occupazione delle SS. Indagare senza svelare troppo né troppo poco la propria identità è per Martin Bora molto difficile, soprattutto nel momento in cui tutti i personaggi sembrano avere un interesse nella morte di Villiger ma nessuno un movente.
La strada per Itaca è un buon romanzo, con un intreccio ben costruito, anche se non sempre facile da svolgere: i numerosi personaggi, molti dei quali nominati in absentia perché in Germania o a Mosca, costruiscono una rete di riferimenti non sempre facile da dipanare in un insieme in cui si incrociano il microcosmo degli avvenimenti e degli attori delle vicende a Creta e gli eventi di portata mondiale. Il tutto si complica quando emergono lo spionaggio e le false identità, cosicché molto spesso si è reso necessario tornare indietro di qualche pagina per riallacciare le relazioni dei personaggi.
Ben Pastor
La lettura, ad ogni modo, è piacevole e il taglio storico del giallo, che proprio nell'evocare vicende tristemente note a tutti suggerisce piste e porta fuori strada il nostro spirito investigativo, conferisce originalità e spessore alla trama. A ciò si unisce il valore aggiunto delle atmosfere e delle epigrammatiche descrizioni di Ben Pastor, che quasi ricordano i versi omerici, facili da associare, data l'ambientazione nell'Egeo di questo capitolo della storia. L'Itaca evocata dal titolo altro non è che la strada di Iraklion dove alloggia Martin Bora, ma questa denominazione è sufficiente per originare molteplici associazioni fra il viaggio di Bora e quello di Ulisse (non a caso la sezione centrale del romanzo è intitolata Odissea), entrambi immersi in un mare di pericoli e speranzosi di raggiungere di nuovo il punto di partenza sicuro da cui si sono allontanati. E, in qualche modo, anche le minacce che Bora incontra sulla sua strada ricordano quelle affrontate da Ulisse: Frances Allen è una Circe che offre una guida, ma anche una potenziale minaccia, i guerriglieri di Sidheraki sono minacciosi quanto i Ciconi, Rifat Bay e il suo occhio sfregiato ricordano non troppo velatamente Polifemo. Lo stesso Bora è costretto a simulare e a crearsi identità fittizie per salvarsi e portare avanti il piano di rintracciare l'assassino di Ampelokastro. E lontano da Creta, naturalmente, c'è una donna che aspetta Martin Bora.
Ogni luogo è Itaca per chi vi è nato e desidera tornarvi. Così, ogni strada verso casa è una strada per Itaca. Non vi pare? Proprio come ogni viaggiatore è Ulisse, se prende coscienza del suo vagabondare.
Ma non torni davvero mai a Itaca. O, se lo fai, non è per sempre. Bora non lo disse. Quel che disse fu: - Sa cosa osservava il professor Heidegger, uno dei miei insegnanti all'università? Das Gewissen haben wollen wird Bereitschaft zur Angst: voler avere una coscienza diventa sempre una preparazione all'angoscia.
- Non sono un uomo colto, capitano. Ma noi Greci chiamiamo Ulisse "colui che ha sofferto", perciò vuol dire che aveva una coscienza.
C.M.

martedì 28 luglio 2015

La Bisbetica nel debutto veronese

Ha scelto Verona Cristina Pezzoli per la prima nazionale di Bisbetica. La Bisbetica domata di Shakespeare messa alla prova, con La Pirandelliana, che ha accolto applausi e gradimento nell'Estate Veronese, nella suggestiva sede del teatro romano. 

Bisbetica è un adattamento contemporaneo del testo di William Shakespeare, messo in scena con una trasformazione del suo stesso prologo. L'autore aveva strutturato la vicenda della bisbetica Caterina secondo le modalità del teatro nel teatro, inscenandola di fronte all'ubriacone Cristopher Sly che, dopo una sbornia, si risveglia nel palazzo di un nobile e si vede offerto lo spettacolo. Di fronte a lui, nel testo shakespeariano, si svolge la storia di due sorelle di Padova, l'intrattabile Caterina e la mansueta Bianca, e del loro padre che, nonostante i numerosi corteggiatori della figlia minore, ha deciso di non darla in sposa ad alcuno se prima l'irruente figlia maggiore non sarà stata sistemata; e sarà l'arrivo del veronese Petruccio, intrecciato ai travestimenti e alle puntate dei pretendenti di Bianca, imprimerà un deciso mutamento al dramma e alle sorti di Caterina, progressivamente trasformata in una sposa devota e obbediente.
La scelta di Cristina Pezzoli mantiene l'artificio metateatrale, ma lo adatta alla contemporaneità, immaginando che una compagnia, in crisi dopo l'abbandono da parte del regista e le improbabili peripezie del produttore per tenere in piedi lo spettacolo e rispettare i contratti teatrali, sia occupata nella generale della Bisbetica domata. La regia viene in questo modo assunta da Caterina (Nancy Brilli), prima attrice e diva sempre al centro dell'attenzione e impegnata a dare lezioni a tutti i suoi colleghi e a rendere Shakespeare più intonato rispetto ai tempi mutati; la supporta Petruccio (Matteo Cremon), che con lei riadatta il copione per ridare colore ai giochi di parole, talvolta anche volgari, presenti nel testo originale, ma altri membri della compagnia rendono l'allestimento una sfida che pare impossibile da superare, come Bianca (Brenda Lodigiani), giovane attrice che ha imparato solo la propria parte e non ha idea della consequenzialità degli eventi, o come il Dr. Jolly (Valerio Santoro), il produttore che, assieme a Gremio (Federico Pacifici) vuole a tutti i costi osservare la lettera shakespeariana e inorridisce di fronte alle scelte estreme di adattamento.

La versione della Pezzoli, dunque, ci presenta Shakespeare, ma come pretesto estremamente colto per riflettere sulla pratica teatrale stessa, esibendo un contrasto fra gli attori e il tempo moderno e la dimensione dell'autore e del Cinquecento in cui egli scriveva e collocava i propri personaggi che non può non ricordare alcuni momenti dei Sei personaggi in cerca d'autore, con la stessa impasse data dalla necessità di rappresentare in un hic et nunc situazioni e caratteri che non appartengono a chi nel momento della rappresentazione deve mettersi in gioco.
Come rendere comprensibili i giochi di parole che Petruccio sfodera nella seduzione di Caterina in un'epoca che ha mutato completamente l'idea di consueto e di volgare? Come portare in scena, oggi che l'uguaglianza di genere è un imperativo e la violenza sulle donne un crimine riconosciuto, la vicenda di una sposa sottomessa da un marito che la priva del cibo, del sonno e la umilia di fronte a tutti? Qual è il limite dell'innovazione creativa e fino a che punto è lecito trasformare il testo d'autore, giacché il teatro è anche il testo, ma non il solo testo?
Questi e molti altri sono gli interrogativi che la compagnia della Bisbetica propone, pur senza far mancare il pieno godimento della commedia shakespeariana. Di fronte allo spettatore la quarta parete cade e il teatro si presenta nudo come le maschere pirandelliane, svelando i propri strumenti e avviando una profonda riflessione su se stesso e sui professionisti che vi lavorano.
Il teatro è per eccellenza, fin dalle origini, il luogo della finzione e della riflessione artistica: proprio perché esso lavora sulle apparenze e sulla finzione è la lente più straniante e lucida attraverso la quale guardare alla realtà e, nello specifico caso di questa Bisbetica, per far parlare al teatro la lingua dell'oggi, dato che il Dr. Jolly non smette di ricordare ai suoi capricciosi attori che l'arte e anche la sua innovazione devono però venire a patti con la realtà delle scritture teatrali, dei contratti e delle esigenze del pubblico.


La Bisbetica di Nancy Brilli e Cristina Pezzoli, dunque, è un interessante e divertente punto di incontro fra la tradizione teatrale e la sua innovazione contemporanea, fra un teatro classico e la metateatralità moderna. La titolazione di La bisbetica domata sui manifesti della rassegna estiva del teatro romano può aver fatto tentennare i più devoti cultori del teatro fedele al copione, che si saranno trovati ad assistere ad uno spettacolo diverso dalle aspettative, ma ciò non ha impedito alla rappresentazione di riscuotere un grande successo; il titolo originario, che campeggiava invece nei manifesti dedicati, è tuttavia molto più efficace nel descrivere Bisbetica, che va ben al di là del testo di Shakespeare e parla di dramma vivo.

C.M.

lunedì 27 luglio 2015

Nel compleanno dello Scudiero dei Classici

Il 27 luglio 1835, esattamente centottanta anni fa, nasceva Giosuè Carducci, primo autore italiano a vincere il premio Nobel per la letteratura (1906). Poeta capace di sostenere i toni delle più dure invettive e il ripiegamento malinconico e sofferto, di ergersi a paladino della tradizione e di esaltare la modernità, Carducci ebbe un ruolo importantissimo nella cultura italiana della seconda metà dell'Ottocento e si dimostrò capace di grandi evoluzioni. 
Corrado Cagli, Veduta allegorica di Roma (1937)
In giovane età Carducci fu profondamente influenzato dal paesaggio della Maremma e dagli studi classici, per amore dei quali fondò addirittura un piccolo gruppo culturale detto degli Amici pedanti, in prima linea nella lotta al Romanticismo e alle mode esterofile nella letteratura italiana; è la fase della raccolta Juvenilia ("poesie giovanili"). Con l'Unità d'Italia divenne esponente di una tendenza repubblicana e giacobina che lo portò a scontrarsi con la Chiesa e con la monarchia e a scrivere dure invettive pubblicate poi nelle raccolte Levia Gravia e Giambi ed epodi, quest'ultima echeggiante la produzione dei poeti giambici greci e del loro importatore latino Orazio. La vis polemica carducciana si spense nel giro di un decennio, quando, nel 1971, la morte del figlioletto Dante inaugurò una fase di intimità malinconica dalla quale scaturirono le Rime nuove e le Odi barbare, poesie di ispirazione autobiografica caratterizzate da temi come la fuga nel tempo felice della giovinezza, nel paesaggio amato della Maremma o nel passato grandioso delle civiltà classiche. In questa fase di classicismo moderno (poiché i toni lirici stabiliscono un forte legame col sentire personale più profondo dell'autore) nascono le poesie più note e più suggestive di Carducci, che, dagli anni '90, si volgerà invece alla celebrazione dell'Italia umbertina, diventandone il vate.
Per la ricorrenza odierna ho scelto una poesia che aiuta a capire come la dura lotta dello Scudiero dei Classici (come egli amava dichiararsi), negli anni successivi alla crisi del 1871 si sia trasformata in un nobile rimpianto dell'antichità: nei versi delle Odi barbare, come in quelli delle Rime nuove, Carducci non si affloscia in un lamento dolciastro, che lo avrebbe fatto assimilare a quel Romanticismo esausto tanto deprecato in gioventù, ma produce una poesia delle rovine che trasuda lo splendore del passato. Versi come quelli di Nella piazza di San Petronio o de Il comune rustico sono chiari segnali di un amore del passato che non si è spento e che, pur piegato ad un'elegia, porta con sé la grande lezione delle imprese antiche. Tale compianto si incontra anche nell'ode Dinanzi alle terme di Caracalla (1877), che Carducci scrisse di ritorno da un viaggio a Roma.

Corron tra 'l Celio fosche e l'Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di neve.

A le cineree trecce alzato il velo
verde, nel libro una britanna cerca
queste minacce di romane mura
al cielo e al tempo.

Continui, densi, neri, crocidanti
versansi i corvi come fluttuando
contro i due muri ch'a più ardua sfida
levansi enormi.

"Vecchi giganti, - par che insista irato
l'augure stormo - a che tentare il cielo?"
Grave per l'aure vien da Laterano
suon di campane.

Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre, io qui t'invoco,
nume presente.

Se ti fur cari i grandi occhi piangenti
e de le madri le protese braccia
te deprecanti, o dea, dal reclinato
capo de i figli:

se ti fu cara su 'l Palazio eccelso
l'ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
l'evandrio colle, e veleggiando a sera
tra 'l Campidoglio

e l'Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole arrisa, e mormorava un lento
saturnio carme);

Febbre, m'ascolta. Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose;
religioso è questo orror: la dea
Roma qui dorme.

Poggiata il capo al Palatino augusto,
tra 'l Celio aperte e l'Aventin le braccia,
per la Capena i forti omeri stende
a l'Appia via.

La vista delle monumentali rovine delle terme di Carcalla diventa in questi versi il simbolo del passato glorioso di Roma oggi dimenticato, come se non fosse un'eredità comune agli uomini, un vanto di cui esser fieri. Le architetture sopravvissute alla furia del tempo e degli uomini si ergono verso il cielo, come ad imporre la loro nobiltà, ma cade su di esse la sconfitta, rappresentata dai corvi, uccelli neri fra le nubi che, rinfrescando nella memoria di ogni lettore e scolaro quelli di San Martino, rappresentano la malinconia che serpeggia nell'animo: inutile che quei costoni si slancino verso l'alto, il passato che essi vogliono evocare è morto. E ce lo fa capire bene il contadino che passa accanto alle vestigia imperiali senza degnarle di uno sguardo, capace di ignorare un timore reverenziale. Per questo Carducci invoca una morìa contro gli uomini contemporanei, profanatori delle antiche glorie, incapaci di rispettare Roma, regina di un passato che oggi se ne sta dimenticata e soffre come se fosse inchiodata ad un crocifisso.

Veduta delle rovine delle Terme di Caracalla (foto di Ruggero Arena)

L'indifferenza dei contemporanei nei confronti del passato e la conseguente vanità della poesia delle rovine sono temi che ci toccano da vicino, eppure il vigore che Carducci manifesta nell'evocare la Febbre come una Furia capace di simboleggiare ancora la presenza degli antichi dèi e degli alti valori che in loro onore gli uomini rispettavano è segno di un ripiegamento che mantiene una forte dignità, del baluginare dello spirito dello Scudiero dei Classici nonostante i tempi avversi in cui egli visse. «Un’epoca a cui non sembrasse valer più la pena di occuparsi del passato esprimerebbe in tal modo la sua disperazione» avrebbe dichiarato qualche anno dopo Hugo von Hoffmanstall, e Carducci, in questi versi, lotta contro la disperazione con il suo "religioso orror", la cui legittimità è evidenziata dalla collocazione dell'aggettivo in apertura al v. 35. Lo Scudiero qui è stanco, ma non sconfitto; egli è animato dallo stesso spirito che spingeva i pittori del Settecento a realizzare i capricci colmi di rovine e materiali archeologici: cantare le vestigia di una civiltà caduta e rifiutata non è un segno di pianto fine a se stesso ma un'affermazione della necessità di riscattarne i valori. Una lezione che noi uomini e donne di oggi dovremmo tenere a mente e che mi piace pensare sia a sua volta la preziosa eredità di un passato da celebrare e di un grande poeta che lo ha abitato.

Alessandro Milesi, Ritratto di Giosuè Carducci (1906)

C.M.

venerdì 24 luglio 2015

Le fiabe visive di Duy Huynh

Se avessi una vena artistica e fossi in grado di creare immagini, dipingerei soggetti simili a quelli di Duy Huynh, artista di origini vietnamite che, però, ha studiato e iniziato a lavorare negli Stati Uniti. Le sue rappresentazioni, infatti, sono ricche di suggestioni e fanno appello alla parte più docile e serena del nostro animo per essere lette, facendoci sfilare davanti fanciulle che volteggiano nell'aria e si dissolvono nel vento, amanti sospesi in abbracci su una palla da circo o su una barca, farfalle e uccelli variopinti che servono il tè o leggono dischi in vinile.

Star-catcher

Quello di Duy Huynh è un mondo di acrilici in cui, per sua stessa dichiarazione, si uniscono spunti derivanti dalle fiabe, dal folklore, dai racconti, dalla scienza, dai sogni e dalle emozioni derivanti dalla musica. Ne derivano quadri popolati di figure esili e diafane, prive di spessore e caricate di simboli, quasi fossero contemporanee riletture della pittura bidimensionale medievale e delle sue simbologie, unite al tratto pulito e terso del'arte orientale.

Blue moon expedition

Circus romance

Si avverte, osservando dipinti come Blue moon expedition, High notes for low clouds o in Recordkeepers, un bisogno intimo di contatto fra l'uomo e l'universo. Duy Huynh e le sue tele ci trasportano in una dimensione di pace e armonia, anche quando rappresenta soggetti malinconici notturni o situazioni di solitudine e disorientamento, come in Journey within a journey, che ricorda la messa in discussione della capacità dell'artista di afferrare la realtà proposta da Magritte nella serie La condizione umana

High notes for low clouds

Thanks for the melodies

I personaggi di Duy Huynh sono eterei, spesso in equilibrio precario e calati in contesti sognanti, in uno spazio che è accessibile a chiunque di noi perché situato nell'animo; essi riflettono la condizione dello spirito umano, facendo leva su alcuni elementi di fascinazione più o meno comuni, ma tutti legati all'indole surreale: le stelle che una giovane vuole afferrare camminando sui trampoli, nuvole di farfalle, la musica, l'amore e il chiaro di luna, una valigia, aspettattiva di viaggi e cambiamenti.

Equanimitea

Journey within a journey

Duy Huynh, in realtà, iniziò la sua carriera artistica come disegnatore di fumetti, che furono dapprima un modo per reagire al disagio della nuova realtà in cui si era immerso con il trasferimento dall'estremo Oriente ad una realtà completamente diversa come quella di Charlotte, nella Carolina del Nord. Dopo il diploma in pittura e illustrazione iniziò a farsi conoscere attraverso graffiti e murales, arrivando a collaborare con i Moving Poets di Charlotte, artisti eclettici che si dedicano alla musica, alla danza e al teatro, e con gruppi di fama internazionale come i Linkin Park.

Full circle

Mistakes are portal of discoveries

Se a prima vista questa evoluzione sembra in contrasto con le intenzioni iniziali di Duy Huynh, in realtà basta leggere una sua intervista per rendersi conto del denominatore comune alle diverse esperienze e individuare il filo rosso che collega gli acrilici surreali al fumetto: l'arte è narrazione e i dipinti di Duy Huynh rappresentano una parte di un racconto che l'osservatore è chiamato a completare, immaginandone le premesse e le sequenze successive.

Recordkeepers

Duy Huynh, dunque, parla al suo pubblico, invitandolo a costruire una storia assieme a lui, a ricombinarne i personaggi, ad immaginare personalissime simbologie sulla base della suggestione di un tratto, di un oggetto, di una sfumatura, di un'espressione.

C.M.

NOTE: Per saperne di più, segnalo il sito ufficiale di Duy Huyn, dal quale ho tratto molte delle informazioni qui raccolte.

mercoledì 22 luglio 2015

Sottolineare i libri: crimine inaudito o segreto per una relazione indissolubile?

Di fronte all'idea di sottolineare i libri o di annotare appunti sui margini i lettori solitamente si dividono in due schieramenti quasi mai disposti a comprendere reciprocamente le motivazioni delle scelte della controparte: da un lato ci sono gli irriducibili della matita, della penna o dell'evidenziatore, dall'altra i cultori della pagina bianca, limpida, in cui è bandito il minimo segno di passaggio umano. Parliamo di libri di piacere e non di studio, perché questi ultimi credo siano arrembati anche dagli studenti più spirituali. In mezzo ci sono i moderati, ma, si sa, quando entrano in gioco le manie da lettori si scatenano vizi e stravizi di ogni sorta e, di conseguenza, vere e proprie battaglie.

Immagine tratta da BigSock
Possiamo dire, in generale, che i due estremi sono rappresentati dal profilo puro e ordinato degli Alessandrini e dall'opera più fitta e talvolta caotica dei Bizantini. Il riferimento alla storia della filologia non è fuori luogo, come vi apparirà chiaro se avrete la pazienza di seguire il mio excursus.
Il libro come lo conosciamo, cioè come prodotto da sfogliare, leggere e commentare e da tramandare per un'utilità di studio o per diletto nacque con l'istituzione delle biblioteche in età ellenistica (III-II sec. a.C.), le più famose delle quali sono quella di Alessandria e quella di Pergamo, per arrivare poi alle biblioteche di età romana, come quelle di Asinio Pollione (la prima biblioteca pubblica a Roma) e di Ottavia. Certo, si scriveva anche in epoca precedente, ma i testi erano riposti in archivi personali o cittadini, come nel caso di Atene, che per prima aveva fatto redigere una versione ufficiale dei poemi omerici. Ad Alessandria, in particolare, gli studiosi dei testi antichi non si limitavano alla lettura, ma copiavano e tramandavano i testi e stilavano commenti e annotazioni. Gli Alessandrini lavoravano meticolosamente sulle opere arcaiche e classiche e si deve a loro, in particolare a Zenodoto e ad Aristarco la creazione dei segni critici, che servirono inizialmente per il commento ad Omero. Sul testo si apponevano dei segni di valore condiviso che venivano poi replicati in un secondo documento riservato ai commenti. I passi notevoli secondo il filologo venivano segnati con una diple ("forcella" >) e avevano la funzione di un discreto segno di attenzione.
I filologi bizantini di IX-XI secolo avevano però un modo molto diverso di lavorare: essi annotavano i commenti direttamente accanto al testo, occupandone talvolta ogni spazio libero, dalle interlinee ai margini, con un effetto di horror vacui che sembra voler scoraggiare i filologi che per la prima volta si accostano a questi testi. La pagina tramandata dai filologi bizantini è spesso pienissima di parole e annotazioni che vanno sotto il nome di scolii (σχόλια in greco) fondamentali per ricostruire i commenti e per spiegare alcune oscurità dei testi. 
Perché questa diversità di approccio nel commento e nella segnatura del testo? Il motivo è semplice. In epoca ellenistico-romana il Mediterraneo costituiva un sistema di scambi fervido e precisamente organizzato e l'Egitto forniva, oltre al grano, papiro a non finire (anche se gli scrittori di Pergamo avevano inventato un nuovo supporto). Il materiale per la scrittura non mancava e i filologi potevano tranquillamente disporre di rotoli appositi per i loro commenti. Diversamente, in età medievale i flussi commerciali con il basso Mediterraneo diminuirono drasticamente e a Bisanzio si poteva contare solo sulla fornitura di pergamene, molto più costose del papiro, con la necessità di dover fare economia di materiale; per lo stesso motivo molte pergamene venivano raschiate e riscritte (sono i cosiddetti palinsesti), codici di immensa importanza smisero di essere copiati o vennero cancellati per fare spazio ad altri ritenti più utili o di maggiore qualità e la grafia onciale fu sostituita dalla minuscola, che permetteva di comprimere gli spazi.

L'incipit del libro XVI dell'Iliade nel manoscritto Townley
(prima metà XI sec.) conservato alla British Library
Se in passato, dunque, la scelta di annotare a parte o di intervenire sulla pagina originale era dovuta a circostanze economiche, oggi scegliamo di scrivere su taccuini o in margine ai libri a seconda della nostra disposizione individuale, a seconda che desideriamo un piccolo deposito di citazioni, note e riferimenti o che preferiamo l'immediatezza di rileggerli trovare la registrazione delle impressioni direttamente sulla pagina. O, più semplicemente, la dicotomia è fra l'ordine e la perfezione di una pagina intoccabile e l'amore per il libro vissuto e quasi fagocitato. Comunque è una questione di indole.
La sottolineatura, le annotazioni, i cerchi e qualsiasi altro segno utilizziamo per impossessarci della pagina hanno più o meno la stessa funzione di una diple o di uno scolio: portano la nostra attenzione su un passo, segnalano la nostra presenza in quella pagina, l'affinità con l'autore, la convinzione che quanto espresso in quelle righe sia un momento ad elevato tasso di comunicazione.
Personalmente ho evitato le sottolineature fino a qualche anno fa, quando molti testi che avrei classificato come letture di piacere sono diventati libri di studio e la mia libreria si è trovata divisa fra le letture pre-universitarie, intonse e quasi cellofanate, in cui la minima piega suscitava grida di orrore, e letture in cui è intervenuto un atteggiamento più analitico proprio in seguito ad alcune esperienze di studio. Diciamo che, mentre l'università mi faceva avvicinare alla sacralità del libro e della letteratura, il mio approccio alle pagine diventava più concreto e desideroso di una sorta di simbiosi sancita dalla matita...mai la penna, lì rimango ancora purista, anche se qualcuno potrebbe pensare che un segno cancellabile riveli scarsa determinazione. 
L'impossibilità di segnare e annotare mi ha reso ancor più indigesto leggere libri presi a prestito. D'altro canto, non sopporto che altri si permettano di mettere le zampe sui miei libri, anche se lo facessero invocando Aristarco in persona; al terzo anno di liceo, mentre ero ancora in fase pre-profanazione, ebbi la sconsiderata idea di prestare La suocera di Terenzio ad una disordinatissima compagna di scuola e ancora mi si sbiancano i capelli al pensiero di quanta gomma ho dovuto usare per ripristinare il ph originario del libretto (che, fra l'altro, era di quella carta granulata e ruvida di BUR, che si graffia solo a guardarla). Quello stesso testo oggi reca i segni della mia analisi e l'orrore non si ripete, perché non è la grafite in sé ad infastidirmi: se interveniamo sottolineando, annotando o in qualsiasi altro modo stabiliamo un rapporto con le parole, fissiamo il posto del nostro spirito entro il pensiero di chi le ha scritte, sia che isolare un passo o una frase corrisponda ad una riflessione che sentiamo nostra o che riteniamo degna di essere ricordata o confutata, sia che agiamo per motivi strettamente estetici, perché quella frase ci piace

Un David Foster Wallace "bizantino" annota La stella di Ratner di Don DeLillo

Da quando sottolineo, segno le pagine e le ripercorro a fine lettura per capire in quali passi mi sono soffermata mi è più facile non solo scrivere una recensione, ma anche dare una lettura personale del testo, cogliere a colpo d'occhio quei brani che magari ho appuntato per pura suggestione estetica ma che, alla fine, formano un insieme che corrisponde ad un mio interesse, ad un'emozione, ad un nocciolo tematico mio e solo mio, che rende la mia lettura diversa da quella di mille altre persone. E sì, lo confesso, a volte intervengo anche a correggere la grammatica e gli errori di stampa.
E voi, cari lettori che siete giunti alla fine di questo mio sproloquio, come vi comportate di fronte alla pagina stampata? Sfoderate matite, penne e pennarelli, ripiegate su quaderni di appunti o vi affidate alla sola memoria?
Ditemi, insomma: siete più Alessandrini o Bizantini?

C.M.

lunedì 20 luglio 2015

L'eleganza del riccio (Barbery)

Nella scelta della mia ultima rilettura ho limitato il campo ai libri scritti da autrici, perché ho realizzato che, anche se non intenzionalmente, la maggior parte dei volumi che possiedo sono stati scritti da uomini, fatto abbastanza naturale per quel che riguarda i classici; in effetti, i testi scritti da donne presenti sui miei scaffali, con l'eccezione dei romanzi di Grazie Deledda, Jane Austen e Mary Shelley, sono tutti contemporanei. A questa delimitazione si è aggiunto il desiderio di riscoprire un libro già apprezzato, ma che, in qualche modo, sentivo che avrebbe avuto qualcosa di nuovo o diverso da dirmi a distanza di diversi anni.
Così sono tornata a L'eleganza del riccio, piacevole romanzo di Muriel Barbery che, avendo una formazione filosofica, ha intriso di pensieri profondi e di riferimenti alla storia della disciplina la sua narrazione. Eppure le due voci narranti appartengono a due persone che sembrerebbero non avere nulla a che fare con Cartesio o Guglielmo di Occam: la portinaia Renée Michel, che, ligia allo stereotipo del suo ruolo, recita la parte dell'anziana pantofolaia divoratrice di programmi tv mentre legge Tolstoij, e la dodicenne Paloma Josse, appartenente ad una delle ricchissime famiglie del palazzo che, nel suo disprezzo per la falsità della filantropia e della cultura degli altoborghesi (a partire dalla sorella Colombe, ideale futura rappresentante di un mondo accademico che esiste solo per perpetuare se stesso), ne svela le contraddizioni. Sia Renée che Paloma sono due ricci che si camuffano dietro apparenze spinose, burbere e introverse, fuggendo i contatti con la maggior parte delle persone, per coltivare i loro pensieri profondi e guardare al mondo degli uomini da una postazione protetta e inattaccabile, che permette loro di sorvolare sulla superficialità e la grettezza delle convenzioni per riscoprire la bellezza e la ricchezza del pensiero, della conoscenza o anche solo di una tazza di tè che diventa un rituale contro il grigiore del mondo. Se, però, Renée ha fatto la scelta di coltivare il suo originale secessus dal mondo comune appigliandosi all'amicizia con Manuela (che, sebbene lavori come donna delle pulizie nel palazzo, ha più raffinatezza di tutti i suoi abitanti), all'affetto per il grasso gatto Lev (così chiamato in memoria dell'autore di Anna Karenina) e alla stima per l'aspirante veterinaria Olympe prima e per la stessa Paloma poi, Paloma ha deciso di imporre in modo eclatante la propria insofferenza al modello di vita che le offrono gli adulti e col loro pomposo modo di fingersi esseri supremi con scopi divini e del tutto estranei al mondo animale: al compimento del suo tredicesimo compleanno si ucciderà e appiccherà fuoco all'appartamento in cui vive. Ma l'arrivo inaspettato nel palazzo di un distinto signore giapponese, Kakuro Ozu, cambia radicalmente la visione di Paloma e di Renée, dimostrando loro che esistono persone in grado di apprezzare una vita semplice in cui la cultura è un raffinato ornamento dello spirito che serve a far comunicare le persone e non ad incidere dei solchi fra loro o innalzare barriere e piedistalli. Kakuro ama l'essenzialità, la purezza, l'ordine, la musica e le arti ed è portatore di quella filosofia di rigore e bellezza che è propria del mondo giapponese, sebbene sia perfettamente integrato nella cultura occidentale: egli è il fiore che appare laddove sembra non esserci vita, la camelia, allegoria della civilizzazione, che cresce sul muschio, simbolo della natura animale dell'uomo. Kakuro Ozu porta nelle vite di Renée e Paloma la convinzione che un'esistenza diversa sia possibile nonostante la grettezza che le circonda.
Muriel Barbery
L'eleganza del riccio non ha un vero e proprio intreccio, è per gran parte una successione di pensieri delle due protagoniste nella loro ricerca di un senso da dare all'esistenza: il libro è un libello di filosofia travestito da racconto, dietro le cui argomentazioni, condotte in modo sciolto e immediato sebbene richiamino il pensiero di secoli e secoli di storia del pensiero umano, si coglie l'evoluzione delle vicende di Renée e Paloma, che iniziano a delineare una storia degna di tale definizione solo con l'arrivo di Kakuro, che ha quasi il ruolo di una chiave che mette in moto la nuova vita delle due anime gemelle.
Muriel Barbery ha infuso ne L'eleganza del riccio un fondamentale aforisma della vita umana, invitando a vivere al meglio il presente senza perdersi nell'idea di uno scopo titanico da raggiungere, ma coltivando i piccoli piaceri: l'amicizia, la letteratura, l'arte, il contatto con la natura, una conversazione senza troppe pretese, le confidenze e un tè con pasticcini.
Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.
Ahi ahi ahi, ho pensato, questo significa che è così che dobbiamo vivere? Sempre in equilibrio tra la bellezza e la morte, tra il movimento e la sua scomparsa?
Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

C.M.

domenica 19 luglio 2015

Owl Prize #13

Avevo promesso di tornare alla rubrica Owl Prize con puntualità ed eccomi a mantenere il mio proposito con la segnalazione degli otto post selezionati in questa nuova tornata, ancora una volta di argomento disparato, ma sempre riconducibili agli argomenti in affinità con Athenae Noctua.
Come di consueto, però, prima di passare alle mie segnalazioni, dedico qualche riga alle nomination di Athenae Noctua, ringraziando Giuseppe di Ieri, oggi e domani per avermi nominata per il Mood Music Tag e per il FMTECH Award, l'alfabeto dei film; pur non rilanciando i tag, mi limito ad elencare le 5 canzoni e alcuni film fra i miei preferiti. Per le canzoni che evocano stati d'animo positivi (non necessariamente perché allegre, ma anche per il piacere che se ne ricava ascoltandole), scelgo The power of love di Frankie Goes to Hollywood, Anything dei Coldplay, Se non è amore di Noemi, I see fire di Ed Sheeran (per la colonna sonora de La desolazione di Smaug) e Beauty and the beast di Celine Dion e Peabo Bryson (canzone dell'omonimo film Disney). Quanto ai film, non avendo una cultura cinematografica vasta quanto quella di Giuseppe e non riuscendo, di conseguenza a compilare un elenco alfabetico, mi limito a qualche titolo fra quelli che ho visto più volte: Alla ricerca di Nemo, Il signore degli anelli (trilogia completa), La bella e la bestia (si sarà capito che sono fissata con questo film di animazione), Sister Act, The blind side.


  • Vi segnalo per la prima volta un post di Ilsie, tratto dal blog L'anima delle storie: si tratta di Perché Primo Levi e contiene una riflessione sul valore della lettura delle opere di questo scrittore nella ricostruzione di una vicenda che non possiamo e non dobbiamo dimenticare.
  • Da poco ho ultimato Delitto e castigo e forse avrete letto il post dedicato a questa pietra miliare della letteratura mondiale: per completarne la descrizione di invito a leggere l'analisi di Alessandra per Libri nella mente.
  • Ha giustamente riscosso gran successo la riflessione di Maria su Scratchbook sulla leggibilità e la difficoltà della letteratura come parametri per valutarne la qualità, in un dibattito che prende le mosse da interventi di Gianrico Carofiglio e Julio Cortazar: se non l'avete ancora letto, non perdete La letteratura "popolare": quando leggibile diventa pericoloso.
La nostra rassegna termina qui e spero che anche voi troverete in questi articoli lo stesso interesse che vi ho trovato io: buona lettura!

C.M.

venerdì 17 luglio 2015

Delitto e castigo (Dostoevskij)

Sembra quasi un rituale dell'estate: forse è l'inconscio desiderio di un po'di fresco nei giorni torridi, ma io e i classici russi più ponderosi tendiamo ad incontrarci in estate (nel 2012 fu Guerra e Pace, nel 2014 Il dottor Živago). Forse è solo questione della maggior disponibilità di tempo per questi colossi letterari ed è un dato di fatto che le mie estati sono all'insegna dei classici. Fatto sta che finalmente sono riuscita a leggere Delitto e Castigo, tornando a Dostoevskij dopo la tiepida reazione suscitata da Le notti bianche e uno scontro ormai datato con Il giocatore.

Il romanzo, pubblicato nel 1866, narra la storia del ventitreenne Rodion Raskol'nikov, ex studente di legge tormentato e ridotto in miseria, che si macchia del delitto di Aljòna Ivanovna, una vecchia usuraia con la quale ha contratto diversi debiti, e di sua sorella Lizaveta, colpevole soltanto di averlo sorpreso in casa dopo il delitto. Dopo l'uccisione delle due donne, Raskol'nikov tenta goffamente di rubare qualche gioiello di scarso valore dall'appartamento e fugge a casa, cadendo immediatamente in una malattia che gli provoca febbre, incubi, allucinazioni, vuoti di memoria e altri disturbi. Nonostante la vicinanza dell'amico Dmitrij Vrazumìchin (per tutti Razumìchin) e l'arrivo a San Pietroburgo dell'amatissima sorella Dunja assieme alla madre, Raskol'nikov diventa cupo, scontroso, è preda di violenti sfoghi d'ira che lo portano a prese di posizione così estreme che Dunja manda a monte il suo fidanzamento con l'altezzoso Pëtr Lužin, che in una moglie non cerca altro che una creatura dalla quale essere venerato come un salvatore. Ben presto appare evidente che il delirio Raskol'nikov è la somatizzazione del suo tormento interiore, che si accentua quando Porfirij Petrovič, l'ispettore di polizia, lo opprime con interrogatori e affermazioni inquietanti, manifestandogli apertamente la convinzione che il colpevole dell'assassinio delle sorelle Ivanovna cadrà nella sua rete come una farfalla braccata dal suo stesso senso di colpa.
In realtà quello che prova Raskol'nikov non è pentimento, ed egli rimane per tutto il tempo del romanzo convinto della legittimità del suo gesto. Secondo l'assassino, infatti, gli esseri umani si dividono in due categorie: da un lato i mediocri, destinati a condurre una vita sempre uguale a se stessa, morigerati, portati per natura ad ubbidire e a non sentire il bisogno di violare alcuna regola; dall'altra gli esseri straordinari, una sorta di genia di superuomini che hanno l'istinto alla sovversione, ad una trasgressione legittimata da questa loro eccezionalità, fino ad atti estremi, fino al potere di decidere chi possa vivere e chi no, chi sia un Napoleone degno di forgiare il proprio destino e quello dell'umanità e chi un pidocchio da schiacciare senza pietà.
La prima categoria è sempre padrona del presente, la seconda è padrona dell'avvenire. Gli uomini della prima conservano il mondo e lo aumetano numericamente; quelli della seconda muovono il mondo e lo conducono verso la meta. E gli uni e gli altri hanno lo stesso diritto d'esistere, e... vive la guerre éternelle..., fino alla Nuova Gerusalemme.
G. Courbet, Il disperato - autoritratto (1844-1845)

Ma il superuomo ha un limite: anche se i suoi atti mirano ad uno scopo giusto, essi rimangono, agli occhi della società, ingiusti, e, con la loro onta di vergogna, piombano pesantemente su Raskol'nikov, che non ha la forza di essere immorale fino in fondo, di serbare la freddezza e l'imperturbabilità necessari perché la volontà eroica che proclama nel suo saggio diventi legittima e condivisa. In lui esiste un barlume di umanità che lo rende, rispetto ai propri scopi di grandezza, inetto, che lo riporta alla morale comune. In virtù di questo sentimento egli si affeziona alla disgraziata famiglia dell'ubriacone Marmeladov, in particolare alla sua primogenita Sonja, creatura angelica nonostante il degrado e la miseria in cui è costretta a vivere. Raskol'nikov è debole, agli occhi del proprio ideale titanico, quando cede il poco denaro che gli resta alla vedova di Marmeladov, che lo sperpera in un funerale pomposo e grottesco, ma anche quando cede alla purezza di Sonja, che, con il suo amore, lo investe di moralità, facendogli prendere coscienza della propria colpa e della vanità del ritenersi superiore in un mondo pieno di uomini decisi ad imporsi sugli altri fino alla distruzione totale.
La lucidità filosofica di Raskol'nikov è tale da fargli mantenere a lungo, al di là di brevi collassi e nonostante la profondità e il magma del suo tormento, che Dostoevskij descrive magistralmente, la convinzione del diritto insito nel suo atto. Con la sua mente delittuosa smaschera i peggiori controsensi della società, denunciando la vanità di quei movimenti politici che si impegnano per il raggiungimento di una felicità collettiva nel futuro e dimenticando il diritto alla felicità di chi vive nel presente, ridicolizzando coloro che acclamano gli eroi effigiati nelle piazze, senza pensare che anch'essi, per imporre il loro eroismo e abbattere le ingiustizie, hanno sparso del sangue, disprezzando coloro che cercano un colpevole non per punirlo, ma per umiliarlo per il gusto di vederlo a terra.

Fëdor M. Dostoevskij (1821-1881)
Accurato analista dell'animo umano e delle dinamiche sociali, Dostoevskij ha certamente firmato, con Delitto e castigo, una pagina memorabile della letteratura mondiale, offrendo, grazie alla polifonia del testo (accanto a Raskol'nikov uno spazio importante è riservato a Sonja, Razumìchin e, inaspettatamente, quello Svidrigajlov che ha in passato tentato di sedurre Dunja), un ampio sguardo sui comportamenti, le abitudini e i falsi miti accumulati in millenni di storia. Questo grande merito di Dostoevskij è però anche ciò che lo rende talvolta eccessivamente pesante, anche se ci sono momenti in cui le pagine scorrono in modo avvincente: l'indugiare sui moti umani, in dialoghi che non sempre hanno una finalità puntuale nella storia e sembrano pensati più per dilatare i tempi e, con essi, il tormento di Rodja, in ridondanze di descrizioni e sequenze (come quelle degli interrogatori) faranno dell'autore un dei preferiti di chi attribuisce a questa ricchezza un pregio.
Di Delitto e castigo ho adorato alcune pagine e altre mi sono risultate decisamente idigeste. Sullo sfondo di questo amore e odio la sagoma in ombra del grande narratore russo che forse si è conquistato troppo spazio perché Dostoevskij mi sia davvero congeniale: l'epopea di Tolstoij rimane insuperabile.
Io indovinai allora, Sonja, che la potenza è data solamente a chi osa chinarsi e prenderla. Occorre una cosa sola: osare. L'ardimento basta! Mi venne allora, per la prima volta in vita mia, un pensiero che a nessuno era venuto mai prima! A nessuno! Tutt'a un tratto, chiara come la luce del sole, mi si presentò questa idea: come mai finora non c'è stato un solo individuo che abbia osato, come mai non c'è neppure adesso un individuo che osi, passando davanti a tutta quest'assurda morale, prendere questo complesso di cose per la coda e scaraventarlo al diavolo! Io... io ho voluto osare, e ho ucciso... ho voluto soltanto compiere un atto d'audacia, Sonja, questo è stato il mio unico movente!
C.M.

mercoledì 15 luglio 2015

12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013)

Vincitore del premio Oscar come miglior film e del Golden Globe come miglior pellicola drammatica nel 2014, insignito della statuetta anche per la miglior sceneggiatura non originale e fonte della vittoria agli Oscar di Lupita Nyong'o come miglior attrice non protagonista, 12 anni schiavo si presenta già come un film di grande qualità. Se aggiungiamo la partecipazione di un cast eccezionale, che comprende, oltre al protagonista Chiwetel Ejiofor, Brad Pitt (che è anche produttore del film), Benedict Cumberbatch e Michael Fassbender, la colonna sonora firmata da Hans Zimmer e l'ispirazione biografica della storia, le recensione potrebbe chiudersi qui con una completa definizione della qualità di questo film.

I dodici anni raccontati dalla pellicola firmata da Steve McQueen sono quelli realmente vissuti da Solomon Northup, musicista di colore nato nel 1807 e vissuto libero fino al 1841, anno in cui i trafficanti di esseri umani Alexander Merrill e Joseph Russell lo rapirono a Washington, vendendolo in Louisiana come schiavo. Fu lo stesso Solomon, dopo la sua liberazione, a scrivere le proprie memorie per denunciare il dramma della schiavitù e della privazione della dignità e a propugnare la causa abolizionista in diverse occasioni, fino alla morte, avvenuta in circostanze misteriose dopo la sua sparizione nel 1857.
L'oppressione e la sofferenza della condizione di Solomon e di tutti gli schiavi neri costretti a lavorare nelle grandi proprietà del sud degli Stati Uniti fino all'abolizione proclamata nel 1865 (cui, però, come è noto, seguì oltre un secolo di terribili discriminazioni). Steve McQueen narra la vicenda di Solomon (Ejiofor) a partire dall'inizio del lavoro presso l'instabile Edwin Epps (Fassbender), ripercorrendo con un lungo flashback le vicende comprese fra l'ultima notte trascorsa con la propria famiglia e la vendita ad Epps, dalle torture della prigonia e del trasporto a New Orleans alla parentesi quasi umana del servizio presso William Ford (Cuberbatch). Inizialmente determinato a far valere il suo stato di uomo libero, Solomon è ben presto privato della facoltà di scegliere e di ribellarsi dalle continue percosse e dalle minacce non solo alla sua stessa vita, ma anche a quella dei suoi compagni, che vede torturati, uccisi e venduti. Si affeziona in particolare a Patsey (Lupita Nyong'o), la giovane più laboriosa fra gli schiavi, vittima degli abusi del padrone e dell'odio della moglie di lui, che gli chiede addirittura di farla morire per porre fine alle sue sofferenze.


Nella vicenda di Solomon, tratteggiata attraverso una successione di scene strazianti, estese e violente, emerge la profondità della frustrazione e dell'impotenza cui è ridotto un essere umano che, nonostante il dolore e la rabbia, desidera rimanere vivo e non perde la speranza di riabbracciare la propria famiglia, anche correndo enormi rischi nel tentativo di far sapere dove si trovi e perché.
Steve McQueen ha ricostruito una memorabile storia umana che travalica la figura di Solomon, parlando di un gruppo di persone enorme, testimone delle più indicibili crudeltà commesse da altri uomini. 12 anni schiavo è un vivido documento storico, che, abbandonando il linguaggio asettico della storia come solo le arti ispirate alla vita sanno fare, parla all'animo e alle coscienze degli uomini d'oggi, ammonendoli sulle brutture di cui è capace la discriminazione.


C.M.

lunedì 13 luglio 2015

La libreria stregata (Morley)

Qualche mese fa, su consiglio di alcune amiche, sono entrata in una libreria di cui non conoscevo l'esistenza, rimanendo immediatamente colpita dall'aura di tranquillità e quasi di raccoglimento domestico che vi si respirava, oltre che dall'ordine in cui erano disposti i libri. La scoperta di questo paradiso terrestre e l'incontro con la sua proprietaria mi ha risollevato il morale dopo che la libreria in cui ero abituata a rifornirmi è stata assorbita da una grossa catena e, inevitabilmente, ne ha assunto le modalità di organizzazione (o disorganizzazione, per meglio dire) degli scaffali e la politica della concentrazione e dei tagli che ha fatto sì che il personale non fosse reperibile che per le operazioni di cassa. Ergo consigli zero.

Non ho raccontato questo aneddoto per lamentare una situazione socio-economica che minaccia l'editoria, né per una lode dei bei tempi andati , e nemmeno per pubblicizzare la libreria che mi ha salvata dalla delusione di cui sopra. Il fatto è che, se ho portato a casa con me La libreria stregata, appassionandomi alle riflessioni di Christopher Morley sul potere dei libri e sul loro valore nella storia e per gli esseri umani, il merito è tutto di questo negozio e della sua proprietaria, che sa come presentare i libri del suo negozio e per la seconda volta è stata determinante nelle mie scelte di lettura.
Ebbene, quel negozio così accogliente e la sua proprietaria riecheggiavano quasi nelle pagine di questo romanzo, nelle nicchie della Libreria Stregata di Brooklyn, nella cura con cui Roger Mifflin, il libraio, dispone, legge, accudisce e suggerisce i suoi volumi, dimostrando di conoscerli come parti di sé e continuamente interrogandosi sull'importanza dell'essere venditore non di mercanzie generiche, ma proprio di libri, vere e proprie anime di carta.
La libreria stregata (1948) è un thriller la cui tensione è mitigata da queste lunghe riflessioni sul libro, sul rapporto fra libraio e realtà commerciale, ma lo sviluppo dell'intrigo è strettamente legato ad esse. Un libro, infatti, è al centro della storia: Oliver Cromwell di Thomas Carlyle, testo amatissimo da Roger che, curiosamente, sparisce e riappare fra gli scaffali della Libreria Stregata nonostante la vigilanza di Roger stesso, della moglie Elena, dal vecchio terrier Bock (così chiamato in onore a Boccaccio) e la nuova apprendista libraia, la giovane e affascinante Titania Chapman. Il pubblicitario Audrey Gilbert fa il suo ingresso nella Libreria Stregata nella speranza di convincere il proprietario a promuovere con la sua agenzia il negozio e i libri che commercia, ma Roger è restio al rinovamento, e, nelle sue battaglie a difesa del valore autentico della letteratura e della convinzione che il libraio non sia un commerciante ma una sorta di medico con la missione di offrire a ciascuno il libro di cui ha bisogno, trattiene Audrey, che si appassiona alle sorti del negozio e della sua nuova impiegata. Il suo occhio vigile non tarda a scorgere i segni di qualcosa di losco che avviene nella libreria e che ha il suo centro proprio nell'Oliver Cromwell, così, sospettoso e timoroso che la bella Titania corra qualche pericolo, Audrey si mette ad indagare...

Christopher Morley (1890-1957)
Un libro curioso, particolare, che mescola la vivacità del mistero e delle peripezie di Audrey alla profonda filosofia di Roger, portandoci nel 1919, nella tensione post-bellica da cui scaturiscono sia il desiderio di nuova cultura, che, secondo il libraio, è la naturale conseguenza di una società traumatizzata che ha bisogno di ritrovare se stessa, e il pericolo di nuove minacce. E il libro diventa, in questa situazione, lo strumento della salvezza, ma anche delle macchinazioni dei loschi individui che Audrey insegue con tenacia.
La libreria stregata, dunque, ci spinge a considerare il potere del libro, del legame affettivo che con esso si crea, della straordinaria esperienza della lettura, ricorsa a disposizione degli uomini perché essi comprendano il proprio essere e il proprio agire. La Libreria Stregata non è soltanto un negozio: è un tempio di cui Roger è sacerdote, è ospedale dell'anima in cui Roger è il medico.
Vede, i libri contengono i pensieri e i sogni degli uomini, le loro speranze e i loro sforzi e tutti i loro ruoli immortali. È attraverso i libri che la maggior parte di noi arriva a comprendere quanto la vita sia magnificamente degna di essere vissuta. [...] I libri rappresentano l'immortalità della razza, il padre e la madre di tutto quanto merita di essere nutrito nei nostri cuori. Diffondere buoni libri, seminarli in cervelli fertili, propagare la comprensione e l'amore per la vita e per la bellezza, non è questa una missione abbastanza alta per un uomo? Il libraio è realmente lo stendardo della verità.
Quinto Charing Cross, foto di Pedro Figueiredo
C.M.
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