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lunedì 31 agosto 2015

Il mestiere di vivere (Pavese)

Ancora Pavese. Lo so, ne ho parlato solo pochi giorni fa, in occasione dell'anniversario della sua morte, ma stavolta voglio dedicarmi specificamente alla recensione del suo diario, pubblicato con il titolo Il mestiere di vivere. Esso raccoglie i pensieri dell'autore dall'ottobre del 1935 al 1950, con una brusca interruzione al 18 agosto, nove giorni prima del suicidio.

Non si tratta di un libro di facile lettura, perché di facile, nella vita di Cesare Pavese, non ci fu nulla. Ma il suo non è un diario strettamente personale, in cui vengano rievocati episodi della vita familiare o con gli amici (anche se l'editore ha omesso, per questioni di riservatezza, alcuni passi con esplicite menzioni di alcuni personaggi). Si tratta, invece, di un memoriale filosofico-letterario, che ha un precedente soltanto nello Zibaldone di Giacomo Leopardi, autore che con Pavese ha molto in comune anche in termini di contenuti, e che spesso viene ricordato anche in questo testo. Infatti entrambe sono letture impegnative, complesse, dettate dall'urgenza di raccontare l'itinerario del proprio pensiero in un intrecciarsi di elementi eterogenei.
Nella pagine di Pavese rientrano considerazioni generali sulla vita, la morte, il suicidio, il dolore, riflessioni sulla letteratura (in particolare quella americana e quella decadente francese), sulla divinità, sulla giovinezza e violenti sfoghi contro donne mai nominate, che solo negli ultimi mesi, probabilmente per la passione nei confronti di Constance Dowling (che resterà ben presto delusa) lasciano il posto ad un'inedita delicatezza.
Ma Il mestiere di vivere è prima di tutto un diario letterario. Cesare Pavese si interroga continuamente sulla funzione della letteratura, sulle scelte contenutistiche e stilistiche, sulla filosofia che le sorregge, sulla creazione di un'opera poetica unitaria e poi sulla scelta della dialettica, da cui nasceranno quei Dialoghi con Leucò nella cui prima pagina l'autore vergherà il suo messaggio di addio al mondo.
Ma questo intreccio fra arte e vita non ci deve stupire, in quanto è una caratteristica generale della letteratura e, inoltre, è intrinseca allo Zibaldone leopardiano, che certamente Pavese aveva presente. Dare un senso all'arte è, per lo scrittore piemontese, operazione essenziale per dare un senso alla vita, se, come lui stesso dichiara il 10 novembre 1938, «La letteratura è una difesa contro le offese della vita».
In tal senso diventa fondamentale dare equilibrio e compattezza alle opere, perché l'arte nasce dal tormento e da tendenze laceranti, ma ha, allo stesso tempo, la capacità di ricomporli, come si vede in questa coppia di aforismi:
Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo nei discorsi o nella scrittura sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore. (19 settembre 1938)
Tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti. (14 dicembre 1939)
L'arte è ricomposizione, laddove la vita tende a rendere tutto plurale e, quindi, incontrollabile. Il magma della vita, i suoi rivolgimenti, i sussulti che sembrano far emergere soltanto il dolore sono per Pavese fonte di angoscia, mentre l'arte, che li sa ricondurre all'eterno e all'assoluto, offre la pace e la serenità, poiché «Creare un’opera è trasformare in assoluti il suo tempo e il suo spazio» (26 febbraio 1940). L'arte - la letteratura nello specifico di Pavese - ha una portata totalizzante e unificante che la vita nega, per questo è tanto preziosa.
Ma qual è, secondo Pavese, la chiave per fare della letteratura uno strumento adatto a spiegare la vita? Già prima di leggere questo diario avrei dato la risposta, scritta in ogni manuale che minimamente affronti la trattazione di questo autore. Ma solo leggendo le parole di Pavese e non quelle di un suo interprete ho capito realmente cosa significasse. Il cosiddetto Realismo mitico resta un'etichetta su un contenitore vuoto, se non si ascolta la voce dell'autore.
Di ogni scrittore si può dir mitica quell’immagine centrale, formalmente inconfondibile, cui la sua fantasia tende sempre a tornare e che più lo scalda. […] Mitica è quest’immagine in quanto lo scrittore vi torna come a qualcosa di unico, che simboleggia tutta la sua esperienza. (15 settembre 1943)
Il mito è un'immagine dotata del potere della ricomposizione: personificando il concetto, si potrebbe dire che il mito è un restauratore, che raccoglie i materiali sconnessi e dilaniati dalla vita e dal tempo per dare loro un senso. Pensandoci bene, non esiste interpretazione che meglio possa descrivere l'irreversibile rapporto fra vita e morte meglio di quanto faccia l'Orfeo de L'inconsolabile. E il dialogo è la sede in cui si spiega e si svolge il mito, quindi in cui emerge il senso dell'esperienza, motivo per cui sono forse i Dialoghi con Leucò l'opera in cui Pavese più si riconosceva (ma immagini mitiche - sebbene di una mitologia diversa - sono ricorrenti anche nei romanzi).
Non sfuggirà in questo ragionamento l'impronta socratica del ragionamento. Il dialogo permette di arrivare alla verità perché si avvale della forza comunicativa del mito. A questo concetto è riconducibile quello della reminescenza, a sua volta connesso a quello della meraviglia. Entrambi erano, nella filosofia socratica (nella veste in cui ce la presenta Platone), strumenti di conoscenza, e Pavese non tarda a trasmetterci la sa adesione a questa visione della gnoseologia:
Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta. (28 gennaio 1942) 
Lo stupore è la molla di ogni scoperta. Infatti, esso è commozione davanti all’irrazionale. (8 febbraio 1944)
Questo secondo aforisma mi fa chiudere il triangolo costituito da Pavese, Platone e Leopardi, anch'egli, guarda caso, autore di dialoghi, le Operette morali (ma delle consonanze parleremo in futuro). Anche il poeta recanatese faceva infatti della meraviglia la chiave per aprirsi al mondo e del ricordo l'unica fonte di piacere di fronte all'opera distruttiva del tempo; anche Giacomo Leopardi osservava la vita da lontano, creando immagini a loro modo mitiche, gli Idilli, per spiegarla, anche lui identificava il piacere con l'aspettativa della speranza nascente col mattino o al principiare di una nuova attività.
Ma per Pavese, infine anche la meraviglia e il piacere dell'aspettativa si spegne, quando, nelle ultime pagine del suo diario, il 16 maggio 1950, scrive «Adesso il dolore invade anche il mattino».

Leonid Pasternak, Le sofferenze della scrittura
Non dovrà sorprendermi, in qualche mattina di nebbia e di sole, il pensiero che quanto ho avuto è stato un dono, un grande dono? Che dal nulla dei miei padri, da quell’ostile nulla, sono pure sgorgato e cresciuto io solo, con tutte le mie viltà e le mie glorie, e, a fatica e durezza, scampando a ogni sorta di rischi, sono giunto a quest’oggi, robusto e concreto, incontrando lei sola, altro miracolo del nulla del caso? E che quanto ho goduto e sofferto con lei non è stato che un dono, un grande dono? (29 novembre 1937)
C.M.

sabato 29 agosto 2015

Promenades Provençale #4: dieci scatti qua e là

Questa mia ultima promenade non conterrà ampie divagazioni sui luoghi che ho visitato in vacanza: ho scelto di radunare alcuni degli scatti cui sono più affezionata ma che non erano direttamente pertinenti ai temi in cui ho suddiviso il resoconto del viaggio. Ne è risultata una piccola galleria che segna il distacco definitivo dalle vacanze e dalle bellissime esperienze vissute in Provenza, oltre che la fine dell'estate, perché, anche se mancano ancora tre settimane all'arrivo della nuova stagione, la fuga di agosto la preannuncia.



Antibes è forse il luogo più bello che abbia visitato e il suo uno dei mari più blu. Inizialmente era questa la meta della vacanza, quando l'idea, ai suoi albori, era quella di passare molto temo in spiaggia, ma poi, gettando l'occhio alla cartina, non ho potuto ignorare tutti i richiami artistici e storici delle zone vicine. Antibes è un borgo pieno di locali, ristoranti, bar, gelaterie, una splendida libreria inglese, botteghe artigiane e affacciata con le sue fortificazioni su una distesa d'acqua che fa venir voglia di rimanere lì per sempre.


Di Arles vi ho già parlato ampiamente, descrivendo i luoghi di Van Gogh, gli edifici storici di epoca romana e la cattedrale, per cui l'unico scatto che sarebbe rimasto indietro, ma che testimonia l'inizio luminoso della giornata passata in questa cittadina (dove ho gustato la crépe più prelibata della mia vita): la via che conduce a Place de la République era coperta da questa variopinta esposizione di ombrelli, che forniva, peraltro, un piacevole ristoro dal sole a picco.



Queste due sono o non sono foto tipicamente francesi? Entrambe sono state scattate ad Aix-en-Provence, la prima nel quartiere italiano (ma non è raro imbattersi, in tutta la Provenza, in finestre altrettanto pittoresche), la seconda nel cuore del mercato ortolano, che si tiene tutte le mattine ad un passo da Place de l'Hotel de Ville (dove, se fossi rimasta il sabato, avrei potuto ammirare anche il mercato di fiori). Passeggiare in mezzo alle bancarelle, leggendo i nomi dei prodotti tipici e ascoltando il suono delle conversazioni fra i clienti e i commercianti dava la sensazione di un salto indietro nel tempo, in un passato senza ipermercati e registratori di cassa spersonalizzanti.


Qui siamo a Cassis, delizioso paesino affacciato su un golfo non lontano da Marsiglia: il porticciolo, il suo faro, la piccola spiaggia e i colori delle case ne fanno un luogo di piacevole rilassamento, oltre che una meta coloristica; merita, se si dispone di qualche giorno in più, anche per un'escursione nelle calette più nascoste dette Calanques.



Sui tetti di Avignone. Entrambe le foto sono state scattate dai camminamenti e dalle torri del Palazzo dei Papi, sotto un cielo appena sgravatosi dalla pioggia, nella giornata di escursione in assoluto più impegnativa. Anche se il castello in sé non mi ha stupita quanto avrei creduto, la vista che si gode dall'alto è strepitosa, così come quella che appare da ponte Saint-Bénezet e dalle panoramiche della Promenade des Papes.



Nizza e la sua luce chiarissima mi hanno stupita non poco e già mi vien voglia di tornarci, ancor più perché sto ultimando Tenera è la notte di Fitzgerald. Della città mi hanno colpito non tanto la Promenades des Anglais con le sue spiagge, i casinò e le schiere di alberghi, ma la città vecchia (Vieux Nice), con i suoi colori e le sue viette affollate di turisti e negozietti, la grandissima Piazza Garibaldi, il quartiere del Cimiez, che, pur percorso in auto, mi ha affascinata con le abitazioni della Belle Époque, e, infine, il Parco della collina del castello, da cui si gode di una vista completa sulla città e in cui ci si rinfresca ai piedi della grande cascata.
Colgo l'occasione per rievocare gli altri post dedicati a questo magico viaggio: #1sulle orme degli artisti; #2 letteratour; #3 anche l'anima vuole la sua parte; e per dichiarare ufficialmente che tutte le foto sono scatti da me realizzati, autentici e nostalgici quanto le esperienze che ho vissuto nella splendida Provenza.
À bientôt.

C.M.

NOTA: Le foto raccolte in questo post e in tutta la serie delle Promenades Provençale sono di mia realizzazione.

giovedì 27 agosto 2015

Cesare Pavese nel ricordo di Natalia Ginzburg

Scelse il sonnifero Cesare Pavese per sottrarsi ad una vita piena di delusioni e solitudine. Era il 27 agosto 1950. L'autore piemontese aveva deciso nove giorni prima di smettere di scrivere, oppresso dallo schifo in cui si trovava immerso, ma l'idea del suicidio lo accompagnava da diversi anni, se già nelle prime pagine de Il mestiere di vivere, il suo diario personale, letterario e filosofico, si affacciano pensieri sull'abbandono eroico della vita.

Segnato dai lutti che subisce fin dall'infanzia, con la morte dei fratelli, del padre e poi di un amico, dalle due guerre, dalla persecuzione politica, dall'esperienza del confino e da numerosi delusioni sentimentali (in particolare quella dovuta all'attrice americana Constance Dowling), Pavese fu sempre un personaggio malinconico e schivo, al punto che alcune pagine del suo diario ne trasmettono un'immagine connotata da misantropia e scherno nei confronti di tutto quanto appare confortante e amabile.
Non gli furono di sufficiente consolazione il riconoscimento letterario arrivato negli anni '40, la fervida attività di traduttore presso la casa editrice Einaudi, dove incontrò grandi personalità della scena culturale italiana, da Leone e Natalia Ginburg allo stesso Giulio Einaudi, da Fernanda Pivano a Italo Calvino, né ottenne soddisfazione dal Premio Strega arrivato pochi mesi prima del suicidio, nel giugno 1950 per La bella estate.
Cesare Pavese portò sempre con sé un grande rancore nei confronti della vita, il bisogno di affermare qualcosa con la propria esistenza, anche attraverso la scelta estrema del proprio annientamento. L'autore aveva una forte esigenza di raccontare e di raccontarsi, ma una grande difficoltà a capire come farlo: il turbamento è evidente ne Il mestiere di vivere, dove Pavese si interroga sulla realizzazione delle sue opere, sull'analisi delle sue poesie, sul metodo per rendere ogni pagina significativa di ciò che lui stesso è - o desidera essere. Le sue pagine sono pervase da una struggente urgenza della narrazione e della testimonianza, che, se assume frequenti spunti rabbiosi, lo fa per la consapevolezza di non riuscire a trasferirsi pienamente nelle parole, abbattendo una barriera eretta dall'autore fra sé e il mondo esterno. 


Forse perché Cesare Pavese voleva controllare l'incontrollabile, ciò che sfugge a spiegazioni, a rassicurazioni, ciò che fa parte delle scelte degli altri. Anche se in molte parti del suo memoriale, spesso contraddittorio come solo un diario può e deve essere, Pavese afferma di amare la sorpresa e la meraviglia, così come la vita, la testimonianza più intensa sulla sua morte ci consegna un uomo rassegnato e spaventato da un realtà labirintica in cui non riesce a trovare un posto accogliente. Tale è Pavese nel ricordo di Natalia Ginzburg, inserito in Lessico famigliare.
Pavese si uccise un’estate che non c’era, a Torino, nessuno di noi. Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e predispone il corso d’una passeggiata o d’una serata. Non amava vi fosse, nelle passeggiate e nelle serate, nulla d’imprevisto o di casuale. […] L’imprevisto lo metteva a disagio. Non amava essere colto di sorpresa.
Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e da Leone mangiando ciliegie, e i tedeschi prendevano la Francia, già allora ne parlava. Non per la Francia, non per i tedeschi, non per la guerra che stava investendo l’Italia. Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era da tempo finita: come, del resto, tutti noi. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E lui temeva una nuova guerra più di tutti noi. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.
Non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita. Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre la sua propria morte non era amore per la vita, ma un pronto calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa.
 

Non c'è, nelle parole della Ginzburg, alcun intento di condanna o giudizio, anzi, nel corso del suo romanzo autobiografico, ricordando il lavoro alla casa editrice e l'amicizia di suo marito con Pavese, ritorna più volte una profonda manifestazione di affetto nei confronti di quest'anima tormentata.
Natalia Ginzburg afferma che Pavese non amava la vita, mentre lui, fino agli anni '30, lo negava. Il 26 aprile 1936 Pavese scriveva: 
Gente come noi, innamorata della vita, dell’imprevisto, del piacere di «raccontarla», non può arrivare al suicidio se non per imprudenza. E poi il suicidio appare come uno di quegli eroismi mitici, di quelle favolose affermazioni di una dignità dell’uomo davanti al destino, che interessano statutariamente, ma ci lasciano a noi.
Ma basta scorrere le pagine de Il mestiere di vivere per cogliere il progressivo incupirsi dei toni, con una riflessione sul male, sull'opportunismo nei rapporti umani, sulle delusioni cui, inevitabilmente, vanno incontro coloro che nutrono grandi aspirazioni. Il suo, forse, era l'amore per la vita come lo intendeva Schopenhauer, un sentimento tanto intriso di idealismo da non poter trovare sanzione altrove che nella morte. O forse non sapremo mai indagare abbastanza a fondo il pensiero di questo grande autore, così impegnato a ordinare la realtà e la sua stessa letteratura, come se non gli fosse possibile vivere senza spiegare il senso della vita.
In una cosa, però, siamo certi che la Ginzburg non sbagliasse: Cesare Pavese aveva davvero una grande lucidità mentale, una razionalità calcolatoria, come emerge dal pensiero del 5 maggio 1936:
Vivere è come fare una lunga addizione, in cui basta aver sbagliato il totale dei primi due addendi per non uscirne più.
Qualcosa, nei calcoli di Pavese, era, in quel 27 agosto 1950, assolutamente giusto o assolutamente sbagliato. Ma noi ci siamo forse eccessivamente dilungati, se quello che, lasciando la vita, egli ci chiedeva, era di non fare pettegolezzi. Rientreremo forse nella schiera di quei tutti che Pavese perdonava congedandosi dal mondo, almeno beneficiando dell'attenuante di aver parlato di lui per offrirgli un degno ricordo in questo sessantacinquesimo anniversario della sua scomparsa.

C.M.

lunedì 24 agosto 2015

Kafka sulla spiaggia (Murakami)

E si ritorna finalmente alle recensioni letterarie, si ritorna a Murakami, con un romanzo che ha quasi rischiato di scalzare in preferenza Dance Dance Dance. Kafka sulla spiaggia, scritto nel 2002 e divenuto negli anni uno dei libri più letti e amati dello scrittore giapponese, torna alle atmosfere del Realismo magico, chiedendoci di accogliere uno dei patti letterari più complessi di sempre: al suo lettore Murakami richiede una fiducia che non ammette domande, tanto meno la ricerca di spiegazioni logiche o la ricomposizione dei fili tesi all'inizio e nel mezzo del racconto.

L'intreccio di Kafka sulla spiaggia è complesso, perché costituito dall'intersezione delle vicende di due personaggi e dei diversi piani temporali della loro storia e di quella dei loro compagni di avventura. Da un lato c'è Tamura Kafka, un quindicenne fuggito di casa che si maschera dietro al nome dello scrittore sia per ossequio alla sua figura sia per la corrispondenza del suo alter ego psichico, il 'ragazzo chiamato Corvo' (kafka, in lingua ceca, significa 'corvo'). Scappato da Tokyo per lasciarsi alle spalle un padre folle e oppressivo, unico familiare rimastogli dopo l'abbandono da parte della madre, e la terribile profezia da lui enunciata, Tamura si ritrova a Takamatsu e, in particolare, nella biblioteca Kōmura, dove incontra Ōshima, che immediatamente entra in sintonia con lui e riesce a comprendere il suo disagio, e l'attraente signora Saeki, che porta il peso di un grande dolore provato in gioventù. Dall'altra parte c'è Nakata, un anziano che vive da anni in solitudine e che non sa né leggere né scrivere in conseguenza del coma in cui è caduto da bambino, in seguito all'improvvisa perdita di sensi di tutta la sua classe durante una gita in montagna ai tempi del secondo conflitto mondiale; Nakata, ingenuo e semplice, rivela straordinarie capacità (come quella di parlare con i gatti o scatenare particolari precipitazioni) che riescono ad affascinare il camionista Hoshino, che decide di accompagnarlo nel suo viaggio alla ricerca della misteriosa 'pietra dell'entrata', senza sapere che Nakata, lasciando Tokyo, si allontana dalla scena di un delitto che è stato costretto a commettere.
Murakami ci offre una storia fatta di bambini adulti (tale è Tamura) e adulti bambini (Nakata), entrambi protagonisti di eventi che sembrano essere stati predisposti per loro e solo parzialmente frutto di una scelta. E così Tamura crede di riconoscere la madre nella signora Saeki, senza per questo riuscire a resistere alla sua seduzione, e la sorella nella giovane Sakura, che gli offre aiuto al suo arrivo a Takamatsu. Nakata, invece, è come spinto da una corrente verso un destino che fa di lui il proprio strumento, sa sempre dove andare e, al momento opportuno, appaiono i segnali che gli indicano cosa fare. Tamura e Nakata non si incontrano mai, ma partecipano allo stesso, importantissimo gioco, che li mette di fronte ad un Fato in cui si mescolano reminescenze classiche (in particolare tragiche ed edipiche), affascinanti leggende giapponesi e spiritismo: entrambi sono in comunicazione con mondi diversi e sanno muoversi, più o meno consapevolmente, fra le modernissime città giapponesi, le strade e i ristoranti di Tokyo e una realtà onirica fatta di apparizioni, voli spirituali e incontri con morti viventi. La chiave è la 'pietra dell'entrata', un misterioso quanto anonimo sasso che, però, ha il potere di determinare gli equilibri fra i due mondi e coloro che li popolano, equilibri che pericolosi personaggi come l'uomo ucciso da Nakata vogliono turbare e manipolare.
Il mondo parallelo è un intricato labirinto eretto dall'inconscio, dalle passioni, dai desideri, dal rimpianto e dai ricordi, quelli che la signora Saeki, eternamente legata al suo amore di gioventù, definisce elementi capaci di agire all'interno del corpo, scaldandolo o lacerandolo. E in questo labirinto si agitanto le paure e le speranze, spesso legate fra di loro, ma tutt'altro che limitate alla psiche del singolo: in Kafka sulla spiaggia si spalancano le porte di una dimensione magmatica che contiene e mescola le sorti di tutti gli esseri viventi, alterandone le identità e la capacità, mettendoli in comunicazione al di là dello spazio e del tempo e incrociandone i destini. Eppure questa immersione nella spiritualità non è un'illuminazione che possa ricordare quella di Buddha o di Dante: qualcosa si svela, gli equilibri si ricercano e, misteriosamente si trovano, ma ad ogni apparente progresso verso una rivelazione e un senso siamo risospinti indietro, laddove non hanno valore i giudizi, la logica, il bisogno di sapere.


Chi conosce Murakami, sa di non doversi aspettare armoniche ricomposizioni, morali consolatorie o anche solo conclusioni coerenti, anzi, sa di non doverle proprio cercare, anche se l'autore gioca mirabilmente a disseminare indizi che accrescono la curiosità e ci portano a cercare una sorta di pistola di Čechov che funga da chiave per entrare nel mistero e interpretarlo in ogni sua piega. Non tutti i narratori possono permettersi una simile negligenza ai canoni della narrativa tradizionale, e quello del Realismo magico è un filone che mette a dura prova questo diritto. Ma in Murakami la struttura regge, ed è questo che fa dell'autore giapponese un grande esponente della letteratura contemporanea.
Quando, dopo una cena leggera, torno sulla veranda, il cielo è ricoperto di stelle. Anzi, più che ricoperto, ne è disseminato, come se le stelle vi fossero state sparse a casaccio. Neanche al planetario ne ho mai viste tante. Alcune sono enormi, e sembrano vivere. Si ha l’illusione, allungando la mando, di poterle toccare. È una visione di una bellezza che toglie il fiato.
Ma non è solo bella. Sì, penso, le stelle, come gli alberi della foresta, vivono e respirano. E mi osservano. Sanno quello che ho fatto, e quello che sto per fare. Non c’è niente che sfugga al loro sguardo. E sotto questo cielo stellato, di nuovo vengo assalito da una violenta paura. Il mio respiro si fa affannoso, e il cuore mi batte a precipizio. Ho sempre vissuto sotto gli sguardi di una quantità così spaventosa di stelle, senza mai accorgermi della loro presenza. Non credo di avere mai pensato seriamente alle stelle. Ma oltre alle stelle, quante ancora saranno le cose di cui non mi accorgo e che non conosco? Se ci rifletto, vengo invaso da un senso di impotenza senza rimedio. Un senso di impotenza da cui no potrò mai fuggire, ovunque vada.
C.M.

venerdì 21 agosto 2015

Promenades Provençale #3: anche l'anima vuole la sua parte

Una consistente parte del mio viaggio in Provenza è stato occupato dalla visita a chiese e abbazie, che in ognuno dei paesi e delle città in cui mi sono fermata hanno rivelato qualcosa di pittoresco e ricreato atmosfere lontane nel tempo. Insomma, non mi sono immersa solo nell'arte e nella letteratura, ma anche nella storia delle comunità religiose, che hanno lasciato anche qui, come nel nostro Paese, maestosi segni della loro presenza, anche se alcuni sono stati pesantemente danneggiati dall'ondata di requisizioni giacobine.
Iniziamo con l'Abbazia di Senanque, a Gordes, nella Valchiusa. Si tratta di un complesso tanto piccolo e isolato quanto famoso, immortalato in centinaia di foto e cartoline con la distesa di lavanda che accoglie il visitatore che vi si avvicini. Purtroppo in agosto e, in particolare, con un'estate calda come quella di quest'anno, della lavanda si sentiva il profumo ma non si vedeva il colore, ma questa abbazia cistercense del XII secolo mantiene anche senza il viola dei fiori un'atmosfera di serenità che ci porta indietro nel tempo.

Abbazia di Senanque a Gordes

Ad Arles sono tre le chiese che mi hanno maggiormente affascinata. Innanzitutto la centralissima Saint Trophime, di epoca romanica (XII secolo), fino al 1801 sede dell'arcidiocesi di Arles, poi declassata a chiesa parrocchiale, con lo spostamento della cattedra episcopale ad Aix-en-Provence. La chiesa fu costruita sull'antico sito di una basilica dedicata a Santo Stefano già nel V secolo e rimaneggiata fino al XV secolo, per diventare, in epoca rivoluzionaria, "Tempio della Ragione", fatto che spiega anche le simbologie di alcuni affreschi, oltre che la scomparsa dei paramenti originari. La chiesa è intitolata a San Trofimo, martire sepolto negli Alyscamps e poi traslato nella cattedrale.

Arles, Place de la République

Arles, facciata di Saint Trophime

Nella necropoli degli Alyscamps dipinta da Van Gogh e Gauguin e citata addirittura da Dante in Inf. IX, 112-117 come termine di raffronto per la descrizione delle tombe della Città di Dite, è presenta invece la chiesa di Saint Honorat, fondata dai monaci marsigliesi di Saint Victor nell'XI secolo e parzialmente ricostruita, senza essere completata, nel secolo successivo. Oggi ne restano soltanto le rovine e i segni della monumentale architettura di un luogo che proprio all'abbandono deve la sua atmosfera pittoresca.

Arles, rovine di Saint Honorat agli Ayscamps

Fuori Arles, invece, sorge la poderosa Abbazia di Montmajour, patrimonio mondiale dell'umanità, che appare più come un castello che come un luogo di culto, grazie alla sua struttura e alla presenza di una grande torre. Il nucleo del complesso, che, come abbiamo già visto, ha ispirato diversi dipinti di Van Gogh, fu creato dai monaci benedettini nel X secolo, ma venne incrementato durante la Guerra dei cento anni (1337-1453) e nel XVIII secolo, con la realizzazione del nuovo monastero ad opera dei riformatori dell'ordine di San Mauro. Il risultato di questa lunga evoluzione è un edificio gigantesco e dalle architetture ciclopiche, che travolge con la sua possanza e che, tuttavia, ispira anche il raccoglimento grazie al suo piccolo chiostro e al particolare cimitero, con le nicchie tombali scavate direttamente nella roccia della montagna, sotto l'occhio vigile della torre Pons de l'Orme.

Arles, interno del chiostro dell'abbazia di Montmajour

Arles, chiostro dell'abbazia di Montmajour

Spostandoci ad Aix-en-Provence, immancabile è la visita alla cattedrale di Saint Sauveur, uno dei luoghi spesso frequentati da Paul Cézanne. La chiesa fu edificata nel V secolo sulle fondamenta di un antico tempio dedicato ad Apollo e rimaneggiata fino al XVIII secolo; ciò spiega la commistione di stile romanico e gotico. All'interno gli elementi di maggior fascino sono il battistero, risalente alla fine del XII secolo, caratterizzato da un alto colonnato che sostiene una cupola e dai residui degli affreschi medievali, le variopinte vetrate e il chiostro.

Aix-en-Provence, Cattedrale di Saint Sauveur

Aix-en-Provence, cupola del battistero della cattedrale

Aix-en-Provence, vetrata della cattedrale

Fra le più note chiese della Provenza è annoverata Notre Dame de la Garde, che sovrasta Marsiglia ed è visibile quasi da ogni punto della città. Essa domina il bacino del Porto Vecchio con la struttura edificata nell'Ottocento sul sito di un precedente luogo di culto dedicato alla protettrice dei naviganti. In stile neobizantino come la Cathedrale de la Major, Notre Dame de la Garde è un edificio basilicale con una volta e pareti riccamente decorati e con un campanile sormontato dalla statua della Madonna con il bambino; i numerosi ex-voto incisi sulle lastre appese nelle cappelle della basilica e della cripta inferiore testimoniano l'antica vocazione di santuario e la tradizionale ritualità di coloro che, dovendo prendere il mare, si rivolgevano alla Vergine per ottenerne la protezione.

Marsiglia, Notre Dame de la Garde

Marsiglia, Notre Dame de la Garde, interno

Marsiglia, Cathedrale de la Majour

Ben diversa da Notre Dame de la Garde e dalla cattedrale è l'abbazia di Saint Victor, già citata come madre di Montmajour e anch'essa caratterizzata da un'architettura poderosa, fortificata con l'aggiunta di torri che ne mascherano la funzione religiosa, e da interni essenziali e raccolti.

Marsiglia, Abbazia di Saint Victor

Tante chiese diverse, dunque, e certamente solo una piccola parte di tutti i luoghi di culto che si possono incontrare nella splendida Provenza. Fra questi edifici, quello che mi ha maggiormente colpita è stata forse l'abbazia di Montmajour, per la sua grandezza e per la posizione elevata, oltre che per il rigore e la disciplina che ispirava, ma non meno bella è risultata l'abbazia di Senanque, appartata fra tornanti e vegetazione proprio come un antico eremo.
La quarta e ultima Promenade avrà ben poco di discorsivo: lascerò parlare le immagini, selezionando per voi gli scatti più magici di questa vacanza che ha l'unico difetto di essere giunta al termine! 

C.M.

NOTA: Le foto raccolte in questo post e in tutta la serie delle Promenades Provençale sono di mia realizzazione.

mercoledì 19 agosto 2015

Tutti al MART

Il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, più noto come MART, era uno dei miei obiettivi estivi: non volevo arrivare alla fine delle vacanze rimandando ancora questa tappa culturale importante, neanche così lontana da casa mia. Ho visitato solo le due sedi di Rovereto, il MART vero e proprio e la Casa d'arte futurista Depero (mi manca una sortita alla Galleria civica di Trento, e il biglietto cumulativo suggerisce di compierla entro la fine dell'anno), ma anche questa conoscenza incompleta è bastata per farmi immediatamente appassionare al progetto e alle collezioni di questo museo.

Collocato entro la pacifica cornice della cittadina di Rovereto, il Mart si fa notare per la sua particolarissima architettura, grazie al richiamo, da parte di Mario Botta e Giulio Andreolli, alle forme del Pantheon di Roma nell'avveniristica cupola di vetro e accaio che sovrasta il cortile di ingresso e alla grande luminosità e ariosità degli spazi interni, che si prestano, oltre che all'esposizione delle collezioni stabili, anche a mostre ed eventi.
Il Mart ha uno spazio espositivo molto ampio, sfruttato anche per gli spazi di servizio: lo scalone centrale e le due rampe che costeggiano la cupola sono essi stessi spazio di esibizione e il piano seminterrato ospita l'Archivio del '900, che raccoglie documenti sull'arte e l'architettura italiane del XX secolo e che deve le sue origini alle donazioni dell'artista futurista Fortunato Depero (1892-1960), che a Rovereto visse, studiò e morì. 
Il palazzo del Mart si presenta, dunque, come uno spazio in cui si fondono passato e presente, adatto sia ad accogliere le opere d'arte moderna sia a dare spazio agli artisti contemporanei, cui sono dedicati spazi altrettanto curati e capaci di calamitare anche l'attenzione dei meno informati sulle ultime tendenze artistiche.



Il primo piano del museo, attualmente organizzato nel percorso #collezionemart, presenta già un dialogo fra le epoche, gli artisti e le tecniche, poiché è diviso fra una sezione dedicata all'arte del primo Novecento (#unamodernaclassicità, a cura di Daniela Ferrari), dove spiccano le opere di Carlo Carrà, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Felice Casorati e Medardo Rosso, e uno spazio denominato #canonecontemporaneo, curato da Veronica Caciolli e Denis Isaia, in cui si possono ammirare le tele strappate di Lucio Fontana, le composizioni di Alberto Burri e opere di altri artisti, fra cui Michelangelo Pistoletto, Piero Manzoni e Bill Viola. 

La sezione #unamodernaclassicità si concentra sui dipinti e le sculture della prima metà del XX secolo, mettendo in luce il percorso del Ritorno all'ordine post-avanguardista e le soluzioni dell'arte metafisica, permettendo di riconoscere anche alcuni punti di contatto con le contemporanee tele esposte alla Galleria d'arte moderna di Verona; il secondo spazio ci proietta invece nel secondo '900, in una realtà interartistica, materica e multimediale in cui si alternano installazioni luminose, fotografie, video e sculture realizzate con materiali di riciclo.
Dallo scorso ottobre e fino al 20 settembre 2015, inoltre, il Mart ospita la mostra La guerra che verrà non è la prima. Grande guerra 1914-2014, dedicata all'illustrazione del fenomeno bellico nella sua ricorsività dal primo conflitto mondiale agli scontri di oggi e alla percezione della guerra oggi. Concorrono alla costruzione del percorso del centenario reperti storici costituiti da armi, equipaggiamenti e materiali a stampa dell'epoca (cartoline, manifesti propagandistici, breviari e notiziari), video, percorsi fotografici, installazioni tridimensionali, dipinti e collage realizzati nel corso del Novecento in relazione a guerre successive, fra cui spiccano le opere di Giacomo Balla, Marc Chagall, Fortunato Depero, Mario Sironi e Donald Baechler. Così strutturata, la mostra, incastonata in un territorio che ha vissuto direttamente il dramma della lotta fra il 1915 e il 1918, offre una visione continua della guerra, impedendo allo spettatore di percepirla come un'esibizione celebrativa di una ricorrenza e costringendolo a prendere atto della permanenza di uno stato di emergenza che, anche se non ci tocca personalmente, si consuma in diverse parti del mondo.



In pochi minuti di cammino dal Mart si raggiunge la Casa d'arte futurista Fortunato Depero, uno spazio progettato e arredato dallo stesso artista aperto poco prima della morte del suo creatore, che scelse per questa originale esposizione proprio il cuore medievale della città di Rovereto. Nei locali di Casa Depero, recentemente restaurati, si può ammirare il dispiegamento del progetto futurista, imperniato sulla rivoluzione del teatro, sulla pubblicità sulla stampa paroliberista, sulla realtà popolata di automi e marionette e sulla simultaneità e l'intreccio delle forme che Depero ha trasferito sulla mobilia e sulle variopinte tarsie di panno realizzate con il contributo della moglie, Rosetta Amadori. La casa-museo, unico spazio espositivo realizzato da un futurista e passato per volontà dello stesso Depero alla città, è un concentrato delle esperienze più caratteristiche della vita personale e professionale del suo creatore.



Nell'attesa del completamento della visita del circuito Mart con una gita tridentina, ma anche di un ritorno in quel di Rovereto per ammirare le altre bellezze della città e il Museo della Guerra, consiglio vivamente a tutti gli amanti dell'arte di non perdere il Mart, specialmente in queste ultime settimane di allestimento di La guerra che verrà non è la prima, che ha l'unico difetto di essere temporanea.


C.M.

NOTA: Tutte le foto raccolte in questo post sono di mia realizzazione.

lunedì 17 agosto 2015

L'utilitarismo è il cancro della conoscenza

Grottesco, gretto, ottuso e irrispettoso. Sono solo alcune delle definizioni più raffinate che sto cercando di evocare per classificare l'inclassificabile intervento di Stefano Feltri su Il fatto quotidiano del 13 agosto, che si duole perché «purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte». Già, in fondo «i ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi» e le facoltà umanistiche sono per studenti che «hanno voti bassi e non si sentono competitivi».


Ah, che bella ventata di generalizzazioni gratuite, tanto per riempire pagine e pagine nel vuoto di Ferragosto. Ci mancava proprio una pillola di intelligenza pura, eh? Ecco, proprio no. Siamo stanchi di discorsi vuoti finalizzati a misurare il presunto livello delle persone in base alla loro attitudine culturale. Siamo arrivati al punto che è preferibile essere dei tappi di sughero senza un briciolo di consapevolezza di sé che dei letterati, filosofi, storici dell'arte. Lo abbiamo già visto, il gusto per il sapere e la stima per chi desidera conoscere sempre di più è in via di estinzione, tutto ha valore esclusivamente se misurato in denaro, se inserito nella classe A delle attività umane e sottratto alla brodaglia indegna di tutti quanti deviano da una tendenza o da una moda.
L'umanista, dunque, è un individuo di serie Z per il fatto che viviamo in un'epoca di decandenza culturale, e poco importa che un giornalista preferisca sfoderare dati sulla scarsa occupazione di questa categoria di esperti (sarebbe stato bello che questo termine emergesse in luogo dello strisciante 'sfigati' che si percepisce leggendo l'articolo) anziché mettere sotto accusa un sistema che non riconosce il valore di una cultura che per secoli ha permesso il progresso, la crescita e il funzionamento di intere nazioni. Ma chiedersi come dovrebbero funzionare le cose e impegnarsi a farlo sapere a tutti è molto più impegnativo che scrivere una sequela di sentenze irrispettose.

Marco Vitruvio Pollione (I sec. a.C.),
architetto, ingegnere e scrittore
Sì, perché, in quanto laureata in Lettere e orgogliosa di esserlo, mi sento offesa da un giornalista che, godendo di un seguito di milioni di lettori, mi presenta a loro, attraverso le sue generalizzazioni, come una persona sprovveduta, con poca attitudine allo studio, con voti bassi e scarse ambizioni. Ho solo, come molti altri, preso un diploma, due lauree e un'abilitazione all'insegnamento con il massimo dei voti e affrontato tutti gli ostacoli che i vari governi mi hanno messo davanti per avere tutti i titoli necessari a diventare una docente, con la speranza di istruire ragazzi che amino usare la testa per essere autonomi, critici e responsabili, indipendentemente dal loro destino di studi o lavorativo e dal marciume che si troveranno intorno. Mi sembra che la speranza di sfruttare una cultura (anche umanistica) per formare cittadini rispettosi sia più che mai un'alta ambizione di questi tempi, esattamente come potrebbe essere per uno storico dell'arte esporre a chiunque lo desideri il valore di un'opera d'arte nel Paese che in assoluto ne detiene la maggior parte nel mondo.
Il problema, semmai, è nella secchezza culturale che non permette a chi ha una simile istruzione di sfruttarla a dovere, ma questo accade proprio per la diffusione dell'ottica utilitaristica cui Feltri dà voce senza prenderne le distanze. I suoi dati possono anche essere corretti, si sa che la formazione umanistica non paga, ma i toni, anziché stigmatizzare la stortura del sistema in cui viviamo e degli errati investimenti che hanno negli anni logorato la cultura, cadono nell'offensivo, e quel «purtroppo» la dice lunga. Nel suo secondo pezzo, publicato il 14 agosto in risposta alle polemiche (alcune anche di tono personale, che minano la validità delle altre con argomenti che nel dibattito non dovrebbero entrare), Feltri parla di letterati che vogliono fare gli «intellettuali bohemien» e usa formule come «studiate pure quello che vi pare [...] ma nessuno ha il dovere di pagarci per il resto della vita uno stipendio se quello che piace a noi a lui non interessa». Il che è come dire che se oggi la produzione industriale danneggia le eccellenze artigianali e agroalimentari, chi sceglie di coltivare le tradizioni è un perdente che non ha capito come va il mondo. Vero, gli idealismi crollano di fronte all'analisi della cruda verità, ma la stortura è in chi si ancora ai propri valori, talenti, passioni e alle proprie competenze o nel sistema che calpesta tutto ciò. Sarebbe stato bello che Feltri, nel fare il Nostradamus del XXI secolo, spendesse una parola al riguardo, invece che definire «poco svegli» gli umanisti.
Dal suo primo articolo emerge che lo studente intelligente non studia Lettere o Filosofia, studia Economia, Ingegneria, Fisica. La conseguenza prodotta nella mente di chi segue questo pensiero non può che accentuare la deriva culturale, portando a chiedersi: «E allora perché dovremmo pagare un insegnante di Lettere o Filosofia, finanziare la ricerca in questi settori, tenere aperti i musei, puntellare i muri di Pompei prima che vengano giù fino all'ultimo mattone?» Che gli studenti si riversino in massa entro le mura delle facoltà tecniche ed economiche (contro le quali, sia ben chiaro, non ho nulla, non essendo io una persona abituata a stilare classifiche di ruoli e lavori) anche senza un briciolo di attitudine e interesse a questi studi: meglio un mediocre economista che un eccellente filologo, ci dicono gli utilitaristi. Faccio solo notare che tutta la sapienza economica accumulata nell'ultimo secolo non ha evitato (per non dire 'ha provocato') la successione di almeno tre enormi crisi mondiali e che fior fior di colleghi di Feltri saliti al governo sono stati totalmente incapaci di prevedere quella attuale e di farvi fronte... forse non sono queste le uniche conoscenze utili alla società contemporanea, e un po'di bilanciamento umanistico della questione (in termini storici, per esempio) avrebbe forse aiutato.

Leonardo da Vinci (1452-1519),
ingegnere, scienziato, artista, scrittore
Anche se la normativa scolastica non solo italiana ma europea non facesse riferimento alla costante necessità di una formazione che tenga conto delle attitudini e delle capacità dei singoli studenti, ritenere auspicabile l'omologazione delle conoscenze attorno a poche discipline e l'eliminazione degli scarti di ciò che è percepito come inutile è a dir poco spaventoso. Appiattiamoci, diventiamo tutti uguali, abbandoniamo le peculiarità di un sapere che, nel suo essere umanistico, riflette ciò che è proprio dell'uomo: il bisogno di avere una visione completa della realtà, di dialogare e costruire una comunicazione di qualità, di spiegare i fenomeni nel tempo e nello spazio, al di là del momentaneo impennarsi di un indice di borsa.
Cosa autorizza Feltri o le sue fonti a dire che le facoltà umanistiche sono più facili delle altre? Vengano a seguire corsi di filologia greca, grammatica latina, glottologia e linguistica, letteratura in lingua straniera e filosofia, perdano gli occhi su testi antichi che vanno interpretati nella loro complessità, nella ricostruzione dei rapporti storici fra le popolazioni in base ad una o due parole, scrivano tesi che incrocino gli studi ermeneutici e antropologici di secoli e secoli e mi dicano se è così facile. E poi leggano Dante senza una nota, imparino e comprendano la successione degli avvenimenti storici dal 3000 a.C. ad oggi e con queste conoscenze superino un concorso ad accesso più che selettivo. Solo dopo tutto questo si permettano di dire che la vita dell'umanista è una pacchia per studenti svogliati.
Voglio forse dire che tutti gli studenti di Lettere, Filosofia, Storia dell'arte siano dei geni talentuosi? No, perché cadrei in una generalizzazione uguale e contraria a quella di Feltri: persone che si impegnano e si sacrificano per la loro carriera di studio o di lavoro si incontrano in ogni settore, esattamente come studenti e lavoratori svogliati. I muri di una facoltà non bastano a discriminare talento e fatica da mediocrità e indolenza. E, dato che ci sono, esprimo pubblicamente anche il mio sdegno di fronte a coloro che si sentono costantemente autorizzati a minimizzare i successi di un letterato dicendo che «beh, in fondo fa Lettere, mica Ingegneria», ma poi lo studente di Ingegneria è giustificato anche se rimane fuori corso dieci anni. Entrambe le casistiche e i pregiudizi (la facilità del percorso umanistico e la legittimità del procrastinare le lauree 'difficili') vanno a vantaggio unicamente delle Università e dei suoi baroni, che, comunque, fanno soldi sugli svogliati che scelgono una presunta scorciatoia o si accampano in pianta stabile in quello che i più considerano il Cocito degli studenti. Generalizzare fa bene solo all'istruzione peggiore.

Galileo Galilei (1564-1642),
fisico, matematico, filosofo e scrittore
Vogliamo risolvere ogni problema e mettere a tacere queste discriminazioni? Test di ingresso con sbarramento per tutte le facoltà e durata massima degli studi (con tutte le eccezioni del caso per studenti-lavoratori e simili, per evitare altre derive imbarazzanti come quella di Michel Martone nel 2012). Solo così avremo la certezza che ogni studente, umanista o economista che sia, si veda riconosciuti sacrifici e risultati in maniera inattaccabile, oltre che garantire una corrispondenza col fabbisogno del mondo del lavoro. Tengo, però, a precisare che non è solo il lavoro il motivo per cui si studia: sarebbe bello cominciare a pensare anche all'amore per la propria formazione, in conseguenza del quale si dovrebbe trovare una congrua professione.
Quanto al discorso sulle opportunità lavorative, ci sarebbero ancora due cose da dire. Innanzitutto, nei tre anni trascorsi dalla mia Laurea magistrale, non ho avuto né minori né maggiori opportunità rispetto a tanti colleghi economisti o ingegneri. Nel 2013 ho partecipato ad un campus organizzato da AlmaLaurea per l'orientamento dei neolaureati nel mondo del lavoro o della specializzazione post-universitaria e, udite udite, assieme a me, povera letterata, c'erano anche dottori in Economia e Ingegneria che sentivano i problemi della crisi occupazionale quanto me. Aggiungo che, dopo un corso in Comunicazione degli eventi, ho avuto una proposta di stage presso un'importante azienda locale che mi ha preferita a laureati in marketing proprio in virtù della mia formazione (io poi scelsi uno stage in una fondazione teatrale, che abbandonai per iniziare ad insegnare, ma questa è altra storia). Ho poi iniziato a fare, saltuariamente, il lavoro che desideravo, in condizioni precarie esattamente come quelle di molti dottori in economia e, anzi, ho iniziato a lavorare anche prima di alcuni di loro. Il mondo del lavoro richiede una buona dose di fortuna e la capacità di cogliere occasioni, la lungimiranza nelle scelte... non è il solo titolo a fare la differenza. In secondo luogo si vedono ogni giorno ingegneri contesi dalle aziende metalmeccaniche per fare il lavoro di operai con o senza qualifica tecnica, il che non vuol certo dire che siano scelti per il loro titolo di studio: molti datori di lavoro bramano i laureati per assegnare loro le mansioni di chi non ha titoli specifici. Ripeto ancora una volta che non sto distinguendo i meriti di diverse categorie di lavoratori, ma cerco di dimostrare che anche il valore dato a specifici diplomi o lauree è, in molti casi, poco più che uno specchietto per le allodole.

Carlo Emilio Gadda (1893-1973),
ingegnere e scrittore
Il punto è che il «purtroppo» di Feltri sbaglia bersaglio. L'errore non è di coloro che decidono di seguire il proprio talento e la propria passione, ma della realtà culturale distorta in cui costoro vivono e con la quale ci si aspetta debbano scendere a patti, rinunciando alle proprie ambizioni (che non sono necessariamente piccole e insignificanti come crede il vicedirettore de Il fatto quotidiano) e prendendo una strada che li porterà ad essere uguali a tutti gli altri e ad ottenere risultati mediocri. 
Il punto è anche un altro, però. Mancano il rispetto e la capacità di vedere nelle persone qualcosa più che un'alterità da contrastare, giudicare, annientare, sminuire. Perché assumere ogni volta un punto di vista superiore dal quale sentirci in diritto di dire chi sbaglia e chi no nel condurre la propria vita? Meglio per gli ingegneri, se non ci saranno filosofi pentiti a soffiare loro il posto!
Distinzioni fra studenti o lavoratori di serie A e di serie B non dovrebbero esistere: ciascun individuo deve essere valutato per il suo impegno e per i suoi risultati, quale che sia l'ambito in cui è chiamato ad operare o che sceglie di fare suo. Quest'ottica generalista è solo un filtro dannoso nella costruzione dei rapporti interpersonali e sociali. In più è proprio da prese di posizioni così rigide che si origina la tendenza all'accettazione costante di ogni stato di cose e si soffoca la possibilità di ristrutturare ciò che si è perso.
Mettersi a disquisire su presunti abissi fra il valore della cultura tecnico-scientifica e quella umanistica è un pessimo vizio dell'era contemporanea, che, purtroppo, sta entrando anche nelle scuole. L'articolo scritto da Feltri in risposta alle polemiche scatenate dal primo intervento dimostra questa convinzione: le critiche, a  detta di Feltri, sarebbero dovute al fatto che in Italia non accettiamo il sapere scientifico dei numeri e identifichiamo la cultura solo con il sapere umanistico. Feltri, evidentemente, dimentica ancora una volta non solo che gli Umanisti si occupano da sempre anche di scienza, bastino come esempi Democrito, che ha ipotizzato l'esistenza degli atomi nel V-IV secolo a.C., Plinio, che, per conoscere la natura, ha addirittura lacrificato la vita, l'impatto filosofico delle tesi di Galileo, per non parlare del Nobel per la letteratura Quasimodo, che aveva intrapreso una carriera da ingegnere. Feltri sembra inoltre non notare che è stato lui il primo a mettere la questione su un piano scienza vs letteratura.
Il vero umanista accoglie ogni forma di sapere con entusiasmo e passione, mentre chi si preoccupa di definire conoscenze di maggiore o minore valore fa un torto alla cultura stessa. Si dimentica che la cultura non è fatta di compartimenti stagni, ma di incontri e scambi.
Sarebbe troppo facile usare con Feltri e altri utilitaristi la carta dell'imprescindibilità degli studi umanistici in alcuni settori oggi considerati vincenti, spiegando loro che se oggi le 'persone di successo' studiano la fisica è anche perché qualche latinista ha continuato a tradurre e pubblicare gli scritti di Newton e Galileo o che, se si riescono a ottenere milioni di euro dagli ingressi ai musei e ai siti greco-romani è perché storici dell'arte e archeologi hanno restituito grandi capolavori al mondo. E questo non significa deprezzare gli studi scientifici, anzi.
O è forse la consapevolezza dell'irrinunciabilità di tutto questo che spaventa chi non riesce a capirne il valore al punto di tollerarne e incoraggiarne il declino?

C.M.

NOTE: Per ampliare e godere di una lettura alternativa dell'intervento di Feltri, suggerisco l'appassionato post di Valentina su Criticissimamente e quello più puntuale e rigoroso di Hamilton Santià, dal titolo La cultura qui aveva molto valore, che contiene un pregevolissimo riferimento a Olivetti, che di umanisti ne conosceva tanti e capiva l'importanza della cultura anche nella propria impresa.

venerdì 14 agosto 2015

Promenades Provençale #2: letteratour

Tracciare un itinerario letterario è più complicato che associare i luoghi alle opere d'arte: mentre per il post Sulle orme degli artisti mi aveva supportato il ritrovare nei paesaggi e nelle mostre ciò che pittori e scultori hanno realizzato nel loro passaggio in Provenza e Costa Azzurra, l'eco letteraria segue perlopiù le suggestioni delle opere qui ambientate o degli autori che hanno vissuto nelle zone che ho visitato.

Aix-en-Provence, Place de l'Hotel de Ville

Partiamo da Aix-en-Provence, la città dove ho alloggiato e dove è cresciuto e ha studiato colui che è considerato il maggior esponente della letteratura naturalista, Émile Zola (1840-1902); non ho trovato segni particolari del suo passaggio, ma i colori e gli scorci pittoreschi di questa cittadina, di cui Zola poteva già ammirare la cattedrale gotica di San Sauveur, spesso frequentata anche dal suo contemporaneo Cézanne, le stradine che si inerpicano nella città vecchia, le numerose fontane volute dal conte Renato nel XV secolo e poi arricchite da interventi successivi (compresa la costruzione de La Rotonde nel 1860) e la piazza dell'Hotel de Ville con il suo maestoso orologio. Aix-en Provence e le sue acque sono del resto un antico retaggio di cui il nome originario reca ancora traccia: la città, infatti, si chiamava in epoca romana Aquae Sextiae ed è rimasta famosa per la battaglia in cui Gaio Mario sconfisse i Cimbri e i Teutoni nel 102.

Aix-en-Provence, La Rotonde

La Provenza, come è noto, è una delle terre di origine delle letterature romanze: nei suoi castelli, che si scorgono qua e là anche dall'autostrada, nacque il mito dell'amore cortese che tanta influenza ebbe anche sulla produzione italiana, in particolare sulla Scuola siciliana; era questa l'area in cui poetavano trovatori e trovieri, era il paese della Lingua d'oc che impariamo a conoscere da studenti e che Dante ha citato nel suo De vulgari eloquentia.

Avignone, Palazzo dei Papi

L'area occitana è, letterariamente parlando, famosa anche per personalità successive degli albori della poesia italiana: non dimentichiamo che ad Avignone, nel 1327, Petrarca avrebbe incontrato Laura, durante la funzione nella Chiesa di Santa Chiara. Oggi Avignone conserva solo una parte del suo antico splendore, poiché il Palazzo dei Papi, che troneggia su una magnifica piazza, è all'interno totalmente spogliato dei suoi arredi e delle opere d'arte ed è oggetto di continui restauri che mirano a restituirgli almeno una parte del prestigio di cui godeva prima della Rivoluzione francese. Immaginiamo le passeggiate assorte di Petrarca in questa nuova capitale in seguito all'arrivo dei papi e alla cosiddetta cattività avignonese (1309-1377), lo vediamo percorrere il ponte Saint-Bénezet, costruito nel XII secolo e oggi per metà crollato in seguito alle inondazioni, lo vediamo presso le acque del Rodano, ma ancor più lo riconosciamo nell'oasi della Valchiusa, ad ascoltare il mormorio della Sorga che gli ispirò la canzone Chiare, fresche et dolci acque, la celebrazione del locus amoenus pervaso dalla presenza della donna amata. Non ho potuto, per ragioni di tempo, visitare Fontaine-de-Vaucluse, dove Petrarca avrebbe vissuto, ma ho goduto di un piacevole viaggio e delle panoramiche sulla valle nel tragitto lungo la pittoresca abbazia di Senanque a Gordes.

Avignone, Ponte Saint-Bénezet

Scendendo invece lungo la Costa Azzurra, incontriamo Marsiglia, in cui è ambientata la prima parte de Il conte di Montecristo, capolavoro di Alexandre Dumas padre: dall'alto della maestosa chiesa di Notre-Dame de la Garde, che l'autore non poteva citare nel suo romanzo, essendo stata costruita nei due decenni successivi alla pubblicazione (1864), si gode di una vista mozzafiato su tutta la città, dal grande porto fino al castello d'If, l'isoletta dove ha sede la famosa prigione che, nel romanzo, ospita Edmond Dantes. Ma Marsiglia è stata anche per un breve periodo la città in cui ha vissuto il poeta simbolista Paul Valéry (1871-1945), che alloggiava non lontano dal porto, di fronte all'abbazia di Saint Victor, eretta a partire dal V secolo.

Marsiglia, porto

Marsiglia, Castello d'If

Marsiglia, casa in cui ha vissuto Paul Valery

Rimaniamo sulla costa, ma avvicinandoci al confine italiano, nel ricordare il passaggio ad Antibes, Cape d'Antibes, Juan Le Pines, Nizza e Montecarlo di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda, che qui godettero di un soggiorno che ispirò le pagine di Tenera è la notte (1934). Nelle pagine del romanzo si percepiscono le atmosfere di questi luoghi sraordinari e, leggendolo, sembra quasi di rivedere le spiagge ripopolarsi di uomini e donne che negli anni '20 animarono la vita di questi luoghi di villeggiatura e non meno importante è la connessione della narrazione con la reale vicenda dei coniugi Fitzgerald e del loro tormentato amore, che si riflette in quello di Dick e Nicol Diver.

Antibes

Nizza

Sto leggendo ora il romanzo di Fitzgerald, che ho acquistato proprio ad Antibes in una pittoresca libreria inglese, votandomi alla lettura in lingua originale (che mi sta un po'rallentando, ma è piacevole): immagino di dover tornare in questi luoghi per un rispecchiamento della lettura e per cercare le ambientazioni della storia di Dick, Nicole e Rosemary. Colgo l'occasione per chiudere proprio tornando questi negozi: probabilmente proprio per la tradizione di Inglesi e Americani di visitare queste zone, ho trovato non solo ad Antibes ma anche ad Aix-en-Provence delle indimenticabili librerie inglesi (quella di Aix abbinata ad un bar e chiamata, per questo Book in Bar). Una sortita in libreria non poteva mancare in una terra di tale aura letteraria!

Antibes, Libreria inglese Antibes Books

Aix-en-Provence, Libreria inglese Book in Bar
Appuntamento alla prossima Promenade!

C.M.

NOTA: Le foto raccolte in questo post e in tutta la serie delle Promenades Provençale sono di mia realizzazione.
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