lunedì 30 novembre 2015

Un tipo a posto (Toews)

In preda allo stravolgimento di un raffreddamento apparentemente destinato a durare in eterno, ho iniziato e terminato il primo libro di Miriam Toews che ho acquistato. Ho iniziato a sentir nominare l'autrice canadese per I miei piccoli dispiaceri, ma a convincermi a fare la conoscenza della Toews sono stati il titolo e la quarta di copertina di Un tipo a posto, edito da Marcos y Marcos (e anche la casa editrice è per me una novità).

Le poche righe che riassumono il contenuto del romanzo mi hanno immediatamente attratta: dopo averle lette, sarebbe stato impossibile non inserire questo libro nella lista dei desideri e portarlo a casa alla prima occasione utile.
Hosea Funk è il sindaco della cittadina più piccola del Canada. O, meglio, vuole esserlo. La sua missione, infatti, è mantenere la popolazione di Algren a 1500 elementi, non uno di più, non uno di meno. Non si tratta della vanagloria di chi aspira ad un primato per finire in un catalogo, ma di un desiderio più profondo: Hosea brama la visita del primo ministro, che, secondo quanto gli ha confessato in punto di morte la madre Euphemia, è suo padre. Le giornate di Hosea trascorrono, dunque, con l'ansia di far quadrare i conti e con il suo vagare dalla casa in cui vorrebbe si trasferisse la sua amata Lorna (ma solo dopo la dichiarazione del primato, per non alterare le somme) all'ufficio in cui tiene il registro delle nascite, dei decessi e dei trasferimenti, passando per la casa dell'amico Tom, appena arricchita dal ritorno della figlia e della nipotina, e per l'ospedale, luogo per eccelenza in cui si viene e si va.
La vicenda di Un tipo a posto è singolare, emozionante e piena di nostalgia: i sentimenti di Hosea e della giovane madre Knute, l'allegria della piccola Summer Feelin' e lo sgangherato comportamento della sua nonna Combine Jo sono definiti in maniera essenziale, ma fioriscono lungo la storia, creando un insieme memorabile e piacevolissimo. La penna di Miriam Toews scorre con naturalezza, delineando una narrazione dai toni delicati, quasi le diverse sequenze apparissero come disegni a pastello o acquerelli, con la caratteristica sensazione che potremmo perdere in un istante la bellezza e la raffinatezza che ci è offerta.
Dopo questo memorabile romanzo, sono determinata a continuare la lettura delle opere di Miriam Toews, anche perché so di dover incrementare molto le quote rosa sui miei scaffali. Il motivo per cui leggo poca narrativa femminile è il timore di ritrovare nelle pagine le solite storie di matrimoni finiti, desideri di maternità e depressioni... insomma, non mi piace che in un libro si trovino solo tematiche prevalentemente care alle donne. Sarà un giudizio vago e generico, che spero di cambiare, ma spesso le quarte di copertina di questo genere di libri mi tengono lontana. La Toews, invece, mi sembra capace di personalizzare l'arte narrativa, di raccontare vicende anche legate a questi temi (Knute è pur sempre una madre abbandonata con l'insicurezza che deriva dalla possibilità di accogliere di nuovo il padre di Summer Feelin'), ma inserendole in un quadro che contenga anche altro e che si lasci ricordare per degli accenti originali. Dopo Un tipo a posto, quindi, mi procurerò In fuga con la zia, che mi tenta con la stessa particolarità che mi aveva portato a scegliere questo primo titolo.

Miriam Towes
Era una notizia meravigliosa. E proprio il giorno del suo compleanno! Quattro persone in partenza, il che voleva dire che ne rimaneva solo una di troppo perché Algren fosse la città più piccola del Canada. C'era una speranza, c'era una possibilità che il sogno di Hosea si avverasse.
C.M.

giovedì 26 novembre 2015

Murakami e Leopardi: la strana coppia

La luna costituisce da millenni un mistero per l'uomo: silenziosa osservatrice che appare nella notte, momento topico per le riflessioni malinconiche, essa ha sempre rappresentato una fedele confidente, un elemento rassicurante per la luce che irradia nelle tenebre, un simbolo di purezza e la rappresentazione di tutto quanto è bello e identificabile con una felicità irraggiungibile (come per l'Ariosto della Favola della Luna, ovvero della satira III). La luna ha raccolto per secoli le confessioni e le tensioni degli uomini, offrendosi alla contemplazione di ogni spirito desideroso dell'immortalità, della percezione dell'infinito e del possesso della pace.

R. Magritte, La pagina bianca (1967)

Gli antichi la rappresentavano come una divinità vergine, identificandola con Artemide-Diana, ma anche con Selene, figlia di Iperione e Theia e sorella di Helios ed Eos; la sua figura era essenziale anche nella cultura egizia, non solo perché spesso le divinità sono raffigurate con un disco lunare in testa, ma anche per il legame fra Toth, dio della scrittura, della magia e del mistero con questo elemento astronomico (chiamato Lah). Da sempre associata nella mitologia alle figure solari come necessario complemento delle divinità che presiedono allo scorrere del tempo e al movimento dei corpi celesti, Artemide ha un corrispettivo nella divinità maschile giapponese Tsukuyomi e, come la dea cacciatrice greco/romana, anche Tsukuyomi è fratello della dea del sole Amaterasu: la coppia, insomma, ricorda, a parti invertite, quella di Artemide/Apollo, figli di Zeus e Latona.
Anche se i miti non finiscono mai di stupire chi li legge e li studia, rivelando tradizioni simili in punti del mondo molto lontani fra loro e in culture che non si sono mai incontrate, non una semplice somiglianza a suscitare la mia curiosità in un legame fra Occidente e Oriente, bensì una sorta di dialogo letterario a distanza non solo spaziale ma anche temporale.
Leggendo il romanzo 1Q84 di Haruki Murakami, infatti, ho assaporato con piacere alcune reminescenze letterarie a me note da tempo. Come sa chi ha fatto esperienza di questo ricco racconto, la luna è per i due protagonisti, Aomame e Tengo, un elemento fortemente simbolico, oltre che il segno di riconoscimento della realtà misteriosa e sfuggente in cui sono intrappolati e nel cui cielo compaiono ben due lune, una più grande e una più piccola. Per questo motivo entrambi sono spesso descritti mentre osservano il satellite, interrogandolo con lo sguardo o dialogando con esso come se fosse il custode di una verità che a loro è preclusa.
La luna guardava la terra da vicino da più tempo di chiunque altro, Probabilmente era stata testimone di tutti i fenomeni accaduti e di tutte le azioni compiute quaggiù. Ma manteneva il silenzio e non raccontava nulla. Si limitava a custodire un pesante passato con precisione e distacco. Lassù non c’era aria né vento; il vuoto era adatto a conservare infatti i ricordi. Nessuno era mai riuscito a sciogliere il cuore della luna. Aomame alzò il bicchiere verso di lei.
 - Di recente hai dormito tra le braccia di qualcuno?
La luna non rispose.
 - Hai amici? - chiese.
Nessuna risposta.
 - Non ti senti stanca, a volte, della tua vita così fredda?
Anche questa volta, nessuna risposta.
Di fronte a questo brano non potevano non risuonarmi nella mente i versi di Giacomo Leopardi che aprono il commovente Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (vv. 1-8):
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
V. Van Gogh, Passeggiata sotto la luna
La luna silenziosa per la quale il poeta compone i suoi versi è riflessa nelle parole di Murakami, con tutte quelle domande senza risposta. Eppure il pastore e Aomame non le chiedono di dare responsi sul loro destino, ma domandano che la luna parli di sé, svelando, almeno in parte, il mistero della sua eterna esistenza, lassù, nel cielo tenebroso. Non è esasperata di una vita in soltudine, sempre uguale, sempre costante, mentre osserva un'umanità che si divincola fra sofferenze, difficoltà e dubbi atroci? In quel «Non ti senti stanca, a volte, della tua vita così fredda?» non si può non distinguere il leopardiano «Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?».
Come la luna del 1829-1830, anche quella del XXI secolo continua ad osservare l'umanità e a serbare i propri segreti, a trattenere in sé la consapevolezza del tempo passato, del presente e del futuro (vv. 61-72).
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Ma un'eco leopardiana si coglie anche in un successivo passo del romanzo di Murakami, quando si insinua la sensazione che, anche se la luna nello strano cielo della Tokyo dell'1Q84 fosse sempre la stessa, gli uomini non la saprebbero riconoscere.
Vivendo in un mondo come questo, dove tutto è più facile, la nostra sensibilità si è fatta più ottusa. Anche se la luna che sta in cielo è la stessa di sempre, forse quella che vediamo noi è un’altra, Credo che quattro secoli fa gli uomini possedessero un animo più ricco e vicino alla natura.

Fin dalle sue prime opere, infatti Giacomo Leopardi sottolinea il divario fra la percezione degli antichi e quella dei moderni: mentre i primi vivevano a stretto contatto con la Natura e la sapevano dunque apprezzare e riprodurre in modo spontaneo, i secondi vivono nell'età della ragione, dove ogni esperienza è filtrata da un'analisi fredda e calcolatrice, dove nessun mistero viene accettato come tale e ogni manifestazione della meraviglia è soffocata. Gli uomini d'oggi - dice Leopardi, con una fermezza che ci porta a chiederci cosa direbbe dei quelli degli anni Duemila - sono incapaci di stupirsi, di accettare la bellezza come tale, di ricevere l'armonia offerta dalla Natura: la ragione, pur sacrosanta (il poeta non nega mai all'uomo la necessità di essere consapevole scevro di pregiudizi nell'osservare ciò che lo circonda), ha annientato il fanciullo che è in noi e che gli antichi sapevano far giocare. Per questo stesso motivo gli uomini del passato, capaci di coltivare illusioni fanciullesche predisposte dalla stessa Natura, riuscivano più facilmente ad essere felici, mentre quelli contemporanei sono assillati dal dubbio, dallo svelarsi di una realtà che non è certo bella come si desidera. Lo si legge nelle pagine dello Zibaldone scritte nel 1821 (1560-1561):
L’uomo alterandosi, ha trovato la natura imperfetta per lui. Ciò vuol dire ch’egli non s’è dunque perfezionato, ma corrotto; ciò vuol dire che egli non corrisponde più al sistema delle cose, e per conseguenza ch’egli è in uno stato vizioso. L’imperfezione dell’uomo, che non ha niente d’assurdo, perchè vien da lui, noi l’ascriviamo alla natura, il che è assurdissimo in sì perfetta maestra, e poi in quella che è la sola norma e ragione del perchè una cosa sia perfetta o no; giacchè fuor di lei, e della sua libera disposizione, non esiste altra ragione di perfezione o imperfezione. Dopo che l’uomo s’è cambiato, ha dovuto cambiar la natura. Ciò prova ch’egli non doveva cambiarsi. Se la sua nuova condizione fosse stata voluta e ordinata dalla natura, ella avrebbe disposte e ordinate le altre cose in modo che corrispondessero e servissero perfettamente a questa nuova condizione.
Diana di Versailles

La frattura fra l'uomo, la Natura e la percezione della Natura stessa da parte dell'essere umano è legata ad un peccato originale commesso per il desiderio del progresso: con la sua smania per la conoscenza e la messa a nudo razionale di ogni singolo aspetto dell'esistenza, l'uomo si è negato da solo la felicità, facendo violenza alle illusioni che lo avrebbero reso felice. Certo, Leopardi non tarderà a invocare non solo il mantenimento, ma il rafforzamento della consapevolezza dell'uomo nei confronti del suo rapporto con la Natura, ma lo farà comunque attaccando i falsi oggetti di conoscenza che l'umanità si è data nei secoli. Come si evince da La ginestra (1836), l'uomo guarda alla presunta perfezione e immortalità delle proprie opere, anche razionali, ma non è razionale nel rintracciare nella Natura la vera colpevole della sua infelicità e della sua stessa distruzione.
In ogni momento della poesia di Leopardi, comunque, si coglie un monito all'uomo, affinché cambi il proprio modo di rapportarsi alla Natura; che sia, come nelle poesie giovanili, per tornare ad una spontaneità perduta che lo ha cacciato da un Paradiso terrestre di illusioni, o per riconoscere in essa una matrigna pronta a sferzarlo e umiliarlo come fa con qualsiasi altra briciola animale o inanimata presente nel mondo, l'essere umano deve cercare di ritrovare il proprio posto nell'universo, a costo di riconoscersi una formica insignificante. 
Sebbene Murakami non metta in piedi un sistema filosofico tanto complesso, l'idea che qualcosa, negli uomini di ieri, fosse diversa da come la avvertiamo oggi è lampante in 1Q84: c'è una realtà che non ci è più accessibile perché la nostra sensibilità è mutata, incapace di cogliere l'autenticità del vero. E forse la luna è l'unico elemento incorruttibile, di fronte al quale appare chiaro che la trasformazione non è avvenuta nella Natura, ma in noi che ad essa ci rapportiamo. Il «mondo dove tutto è più facile» in cui si muovono Aomame e Tengo è un mondo dalla «sensibilità più ottusa», dove solo la luna immortale, intatta e vergine (come la definisce Leopardi nel Canto notturno e come la immaginavano i Greci che plasmavano l'altera Artemide, fiera della propria purezza) è rimasta a testimoniare l'immutabilità della Natura... e a rinfacciare all'uomo la sua trasformazione, un tradimento cui ella risponderà per sempre con il silenzio.

I. K. Ajvazovskij, Il Golfo di Napoli di notte al chiaro di luna (1870)
«Forse in quella circostanza Aomame ha affidato alla luna qualche sentimento segreto», pensò improvvisamente Tengo. Forse avevano stretto una specie di accordo all’insaputa del mondo. Mentre guardava la luna, nello sguardo di Aomame c’era qualcosa di talmente serio da giustificare una simile fantasia. Che cosa avesse offerto alla luna, Tengo non poteva saperlo. Ma poteva più o meno immaginare la contropartita ricevuta in cambio. Una solitudine pura e una pace profonda. Le cose migliori che la luna potesse offrire agli uomini.
C.M.

martedì 24 novembre 2015

Buchi nella sabbia (Malvaldi)

Dall'ultima sortita in libreria sono tornata con tre libri abbastanza recenti: l'operazione di svecchiamento degli scaffali (su cui pure il vecchio è gradito) sta continuando con successo, tanto che uno dei titoli del bottino è una nuovissima uscita: Buchi nella sabbia, l'ultimo giallo di Marco Malvaldi che, come da tradizione, delizia l'autunno con la sua narrativa vivace e scanzonata, donando al panorama letterario italiano una ventata di freschezza, pur mantenendosi nella tradizione del giallo, di cui segue con perizia le regole.

Buchi nella sabbia è un graditissimo ritorno alle atmosfere storiche che già si erano lasciate apprezzare in Odore di chiuso, il titolo dell'autore pisano che, personalmente, amo di più. Malvaldi ripropone infatti un giallo in salsa storica, ancora una volta ambientato nella sua Toscana e, di nuovo, sceglie di affidare le indagini ad un personaggio culturalmente importante per la storia e per la storia letteraria d'Italia, anche se marginalizzato ancor più che il Pellegrino Artusi che risolveva l'omicidio del libro precedente. Sto parlando del poeta e giornalista Ernesto Ragazzoni, che, fra le pagine di Buchi nella sabbia (un titolo che omaggia il ritornello della sua Ballata), affianca la guardia reale di Vittorio Emanuele III nella risoluzione di un caso spinoso: il tenore Ruggero Balestrieri viene assassinato durante una rappresentazione della Tosca e, essendo Pisa terra di anarchici e non essendosi ancora spenta l'eco dell'assassinio di Umberto I a Monza e della misteriosa morte di Gaetano Bresci in carcere, immediatamente scatta l'allerta. Saranno stati i cavatori di marmo carrarini ad ordire la morte dell'artista o lui stesso faceva parte di un piano sovversivo facente capo allo stesso Puccini e finalizzato all'assassinio del nuovo sovrano atteso in teatro ?
Giocando abilmente con l'arte teatrale, di cui mette a nudo meccanismi e vizi, e manipolando le pieghe della storia per farne emergere curiosità e aneddoti divertenti senza farsi mancare una buona dose dell'umorismo che lo ha fatto emergere nello scenario editoriale italiano, Malvaldi regala ai suoi lettori un racconto agile, arguto e piacevolissimo, che riproduce la classe di Odore di chiuso. Sembra quasi di veder dialogare a distanza Pellegrino Artusi, Ernesto Ragazzoni e anche Giosuè Carducci (anch'egli spirito irriverente e rivoluzionario), geniale comparsa nel precedente giallo che riemerge talvolta nel nuovo, bizzarro personaggio dell'articolista de La Stampa. Forse per l'unico motivo di essere stato scritto successivamente, Buchi nella sabbia non può superare Odore di chiuso, presentandosi come un testo forse meno spontaneo, a tratti artificioso, ma pur sempre estremamente raffinato ed arguto.

Regio Teatro Nuovo di Pisa, oggi Teatro Verdi

Consiglio dunque questo breve romanzo agli estimatori di Malvaldi, ma, poiché costoro se lo saranno già procurato, divorandone le pagine una risata dopo l'altra, estendo il suggerimento a chiunque abbia voglia di passare un paio d'ore in compagnia di un autore talentuoso e originale, che sa intrattenere con una scrittura di qualità, mai scontata e davvero prelibata. Una scrittura di cui si attende già con trepidazione una nuova manifestazione.

C.M.

giovedì 19 novembre 2015

Gli anni della leggerezza (Howard)

Per essere in pace con la coscienza devo aprire questa recensione con una confessione: ho deciso che avrei letto Gli anni della leggerezza sulla base del fascino suscitato in me dalla copertina. Osservazione superficiale, lo so, ma anche questo, per noi lettori, è un fattore non da poco, specie quando ci si avvicina ad un nuovo autore, come era appunto Elizabeth Jane Howard per me prima di questa lettura. Poi ho letto che si trattava di una saga familiare (secondo punto a favore) e successivamente mi ha colpita l'ambientazione nell'Inghilterra alle soglie del secondo conflitto mondiale, con le atmosfere letterarie inconfondibili delle storie di quei tempi.
Gli anni della leggerezza, primo capitolo della Saga dei Cazalet (Fazi editore), narra la storia di due successive estati, quella del 1937 e quella del 1938: i timori di una nuova guerra sono pressanti e la famiglia dei Cazalet trascorre le vacanze nella tenuta di campagna dei capostipiti William e Kitty, meglio noti come il Generale e la Duchessa. A riempire le giornate della numerosa stirpe e della costellazione di inservienti e amici che la attornia ci sono vicende più o meno impegnative di tutti i giorni, dallo smarrimento degli animali domestici da parte dei bambini alle giovani donne che crescono con i loro sogni, dall'ampliamento desiderato o indesiderato della figliolanza agli ostacoli che i doveri filiali pongono alla libera espressione dell'amore. Ma c'è anche spazio per vivaci avventure sulla spiaggia e in giardino, sulle orme dei giochi dei ragazzi della famiglia, chi intento a costruire un rifugio, chi impegnato nella scrittura di commedie.
Quello dipinto da Elizabeth Jane Howard è un mondo d'altro tempi, con tutte le sfumature delle atmosfere degli anni '30, gli abiti d'epoca e il sapore dei cibi tradizionali. La leggerezza cui allude il titolo può essere intesa sia come la spensieratezza dei giochi dei ragazzini (coetanei dell'autrice), sia come quel sentimento di tranquillità che ben presto la guerra dichiarata da Hitler al mondo intero avrebbe spezzato. 
Fra le pagine di questo bel romanzo, nelle sue accurate ricostruzioni e nell'intimità delle storie dei membri di una famiglia che è destinata ad essere colpita e pesantemente condizionata dal conflitto si avverte l'emergere di un tessuto comune ad altri romanzi con la medesima ambientazione, da Espiazione di Ian McEwan a Fine di una storia di Graham Greene. La Howard, però, dà al suo romanzo un respiro ben più ampio, anche per lasciare spazio ai tanti personaggi che affollano le sue pagine, creando l'epopea di un mondo in trasformazione che si stacca dalle radici vittoriane (rappresentate dal Generale e la Duchessa) per tendersi alla modernità attraverso le esperienze sofferte dei figli reduci dalla guerra e dei nipoti per cui si teme una futura coscrizione.
Gli anni della leggerezza è, dunque, un libro prismatico e molto piacevole, in cui la bella scrittura si mescola non ad una ma a tante storie capaci di suscitare una forte partecipazione: impossibile non condividere con la giovane Polly i timori di una nuova guerra, impossibile non soffrire con suo padre Hugh per i postumi delle battaglie al fronte nel conflitto precedente, impossibile restare indifferenti al timore di Simon, che deve entrare in una nuova scuola in cui i più grandi tormentano i nuovi arrivati. Insomma, la Howard firma con questo primo libro della saga un successo che non può risparmiarci la smania per l'uscita dei tre volumi successivi.

Joaquín Sorolla, Corsa lungo la spiaggia (1908)
Messa in ordine la sua stanza, Louise si era sistemata sull’amaca con il suo libro, ma non riusciva a trovare la calma necessaria per leggere. Quello era un altro degli aspetti bizzarri e spiacevoli della sua nuova esistenza: l’estate scorsa non avrebbe avuto altro per la testa che dividere equamente l’amaca con Polly e al suo turno vi si sarebbe tuffata come chi non ha una sola preoccupazione al mondo. Le sembrava di essere diventata una creatura ingombrante e dispersiva, incapace di impegnare tutta se stessa: qualunque cosa facesse, una parte di lei se ne restava a guardare, a commentare con ironia suggerendo insidiose alternative: «Sei troppo grande per quel libro… e oltretutto l’hai già letto». L’età era sempre un problema: era troppo piccola o troppo grande per fare qualunque cosa.
C.M.

lunedì 16 novembre 2015

Verona 'urbs picta'

Molto spesso il turista che giunge a Verona ha come meta principale il famoso balcone di Giulietta e, nel tragitto, si lascia catturare dalla bellezza di alcuni monumenti-simbolo della città: l'arena, Castelvecchio, le porte romane. Come per tutte le grandi città storiche, però, Verona ha delle ricchezze nascoste che si lasciano apprezzare nel tempo, quando, per il cittadino o per un visitatore fedele e affezionato, le vie percorse centinaia di volte stupiscono per un particolare che fino a quel momento era sfuggito ma che non si farà più marginalizzare. 

Scultore veneto del XII-XIII secolo, patera di marmo
con fenicotteri dai colli intrecciati
La città scaligera, infatti, rivela ad ogni passo piccoli e grandi tesori artistici scolpiti e dipinti, e basta alzare appena lo sguardo oltre il campo consueto della visita per rendersi conto dei trionfi di figure e colori sulle facciate dei palazzi delle vie più o meno frequentate del centro storico: un patrimonio oggi estremamente ridotto rispetto al passato, ma che ha valso alla città medievale e rinascimentale l'epiteto di 'urbs picta'. Basta alzare gli occhi su Piazza Erbe per trovarsi di fronte straordinarie pareti dipinte e immaginare le suggestioni di interi quartieri che nel Quattrocento e Cinquecento imponevano il loro prestigio attraverso fregi dipinti esterni. Naturalmente la pittura non era utilizzata solo per decorazioni di facciate, ma anche negli interni, e Verona vanta una lunga tradizione di produzione e cura dell'affresco che oggi ottiene una maggiore dignità grazie all'apertura del nuovo Museo degli affreschi G.B. Cavalcaselle, presso l'ex convento francescano di Via Luigi da Porto, più noto come sede scelta da Antonio Avena nel 1935 per la collocazione della tomba di Giulietta (restaurata proprio in occasione della riqualificazione del complesso). I molti visitatori che giungono nella città scaligera per inseguire il mito dei due giovani innamorati consacrati da Shakespeare non potranno non apprezzare questo nuovo spazio culturale che fa luce su un aspetto dell'arte veronese meno nota ai più. 

Sala dedicata agli affreschi della chiesa di Santa Felicita

Il complesso è dedicato allo studioso legnaghese Giovanni Battista Cavalcaselle (1819-1897), mazziniano e storico dell'arte che, dopo gli studi all'Accademia di Belle arti di Venezia, si distinse a Verona per l'attenzione rivolta alla conservazione, al recupero e alla salvaguardia degli affreschi, in polemica contro la moda dello strappo delle pitture dai muri finalizzata alla vendita di alcune delle loro sezioni. Gli affreschi strappati sono oggi collocati in questa struttura, dove ricevono lo spazio, la visibilità, il prestigio e la collocazione che il loro pregio richiede e merita.

Tomba di Giulietta
La conferenza stampa tenutasi venerdì 13 novembre, con un giorno di anticipo rispetto all'inaugurazione ufficiale e ai due giorni di apertura con ingresso gratuito che hanno riscosso un grande successo, mi ha permesso di visitare in anteprima il nuovo complesso con le sue collezioni e di godere di alcune guide d'eccezione, da Paola Marini, direttrice dei Musei Civici e da qualche mese anche delle Gallerie dell'Accademia a Tiziana Franco, docente di storia dell'arte medievale dell'Università di Verona, e ad Ettore Narpione, curatore delle collezioni di pittura e scultura medievale e moderna. Inoltre è stato possibile ascoltare gli interventi degli architetti che hanno studiato la disposizione degli spazi e gli interventi per il consolidamento strutturale; in particolare, l'architetto Valter Rossetto ha illustrato con grande trasporto la delicatezza del compito di ricostruzione di strutture adeguate a restituire l'idea della collocazione originaria degli affreschi da secoli sottratti alle loro sedi originarie.
Il visitatore è colpito dal fascino dell'arte qui raccolta fin dal suo ingresso: il primo spazio chiuso cui accede è la sala in cui è stata riprodotta la forma del sacello rupestre di San Michele della Chiesa dei Santi Nazaro e Celso, con la restituzione della disposizione originaria degli affreschi e una didascalia-video che illustra il delicato processo di restauro e ricostruzione. Il sacello era decorato da affreschi prodotti fra il 996 al secolo XII e anche attraverso i frammenti qui riportati si colgono i segni dell'incontro fra la cultura pittorica veneto-bizantina e quella romanico-tedesca; grazie al restauro si riconoscono le linee e i colori del Cristo benedicente sulla volta del sacello, mentre è ben visibile la figura di Michele Arcangelo sul fondo della nicchia, attorniata dai santi cui era dedicato il complesso.

Pittore del XII secolo, San Celso
La visita, che permette di cogliere il contemporaneo sviluppo della scultura e delle arti minori grazie a teche che raccolgono marmi e monete o a statue esposte in diverse zone (fra cui spiccano le statue trecentesche del chiostro provenienti dal recinto delle arche scaligere), prosegue attraverso la sala dedicata agli affreschi della chiesa di Santa Felicita (XIV secolo), di cui è riprodotta la navata comprensiva delle arcate dipinte da Altichiero da Zevio con i medaglioni degli imperatori e dei frammenti delle opere del Maestro di San Zeno; gli affreschi con la Crocifissione e frammenti con volti di santi rivelano l'influenza del modello di Giotto, mentre il fondo della sala ospita un grande Battesimo di Cristo attorniato dai tondi con i quattro evangelisti, opere realizzate nel 1517 da Francesco Morone, seguace di Mantegna a Verona. 

Ermanno e Jacopo Ligozzi, Cavalcata di Clemente VII e Carlo V in Bologna

Fra gli esemplari più affascinanti va poi ricordato il ciclo della Cavalcata di Carlo V e Clemente VII a Bologna, rappresentati da Ermanno e Jacopo Ligozzi staccato da Casa Fumanelli a Santa Maria in Organo; come ha spiegato Paola Marini, si tratta di un soggetto molto fortunato nel XVI secolo, poiché molte famiglie veronesi volevano tenere vivo il loro spirito filo-imperiale in forma di una sottile provocazione a Venezia. Accanto a queste pitture dai colori sgargianti sono collocati alcuni affreschi della bottega di Giulio Romano che ricordano gli affreschi della Sala di Ovidio a Palazzo Te
Maestro di San Zeno, Soldato in preghiera (XIV secolo)
Proseguendo attraverso la stanza che raccoglie gli affreschi di Florio della Seta e la Sala della Musica, si giunge infine all'antica chiesa francescana, che oggi ospita una sorta di completamento della pinacoteca di Castelvecchio, che suggerisce un'estensione della visita a quest'altro complesso.
Il Museo degli Affreschi, è stato definito nel corso della conferenza stampa una tassello importante che non solo restituisce onore all'urbs picta e consolida una proficua collaborazione fra la città, la Soprintendenza delle Belle Arti e l'Università, ma arricchisce l'offerta museale di Verona, che, come può notare qualsiasi visitatore, è saldamente integrata in ogni sua parte con la storia e la cultura cittadina, dal museo del Teatro romano che fa luce sulle origini della città alla Galleria d'arte moderna, passando, naturalmente, per il complesso areniano e il già citato Museo di Castelvecchio, cuore pulsante della storia scaligera.

Ermanno e Jacopo Ligozzi, Clemente VII e Carlo V

C.M.

venerdì 13 novembre 2015

Acque fatali: Ila, Narciso e le Ninfe dal mito antico alle tele di Waterhouse

Due delle maggiori tele del pittore preraffaelita John William Waterhouse rappresentano altrettanti miti in cui risulta centrale la funzione di uno specchio d'acqua: quello di Narciso e quello, meno noto, di Ila. Si tratta di due tele dominate dai colori verdi che rappresentano la foresta e i giunchi che attorniano gli specchi d'acqua e popolate da figure femminili seminude che rappresentano il mondo divino e da due giovani ragazzi che si avvicinano alla superficie dell'acqua stessa. Diverse sono le storie dei due protagonisti, ma simile è la loro fine: per entrambi l'acqua che attira la loro attenzione è fonte di morte.

J. W. Waterhouse, Eco e Narciso (1903)

Il mito di Narciso ha ben pochi misteri. Narrato da Ovidio nel libro III delle Metamorfosi (vv.339-510), esso rappresenta un concentrato di eziologia, poiché racconta, al contempo, l'origine dell'eco e quella del fiore del narciso. Narciso è un giovane bellissimo che, però, si comporta con indifferenza o arroganza nei confronti delle giovani e dei ragazzi che sono innamorati di lui; la vittima principale della sua tracotanza è Eco, la ninfa privata da Era della voce e condannata a ripetere eternamente le parole pronunciate dagli altri a causa della sua negligenza nel riferire alla regina degli dèi i tradimenti di Zeus. Narciso viene maledetto da uno dei suoi amanti feriti, che invoca contro di lui Nemesi: il giovane bellissimo dovrà struggersi di un amore non corrisposto fino a morirne. Il ragazzo si imbatte per caso, accostandosi all'acqua di una polla, nella propria immagine riflessa, ma è incapace di riconoscersi in tale figura e cade vittima di un amore destinato a rimanere inappagato: quando l'acqua, increspata dalle lacrime di sofferenza del giovane, fa sparire il riflesso, Narciso si lascia consumare dalla passione, finché di lui non rimane altro che un fiore color di croco cinto da petali bianchi.
Waterhouse, nel suo dipinto, riproduce sia la simbiosi dei due miti di Eco e Narciso, collocando la dea nella parte sinistra e scegliendo di farne la silenziosa spettatrice di una scena da cui lo stesso Narciso l'ha esclusa. Eco, però, sembra quasi prefigurare la necessaria sventura del suo amato, poiché ai suoi piedi (così come accanto a quelli di lui) è collocato proprio il narciso, e uno dei fiori sta lentamente cadendo nell'acqua, forse ad incresparla in luogo delle lacrime del ragazzo. Narciso è dall'altro lato del fiume, teso verso l'acqua in una diagonale che termina proprio fra i fiori ai piedi di Eco. La scena, dipinta nel 1903, appare silenziosa e rasserenante, sebbene la coscienza di qualsiasi spettatore anticipi ciò che sta per accadere.

Caravaggio, Narciso (1594-1596)

Molto più solitaria e tenebrosa appare invece la versione di Caravaggio (1594-1596): Narciso è solo, meno proteso al gioco rispetto al giovane di Waterhouse e, forse, più consapevole del conflitto lancinante cui lo costringe la passione: nella tensione sospesa del giovane vestito di abiti moderni si coglie il dramma tipico delle tele di Michelangelo Merisi, che dedica un maggiore dettaglio anche al riflesso nelle acque, sfruttando la scarsissima luce per delinearlo con la precisione che il mito richiede: le acque che egli dipinge sembrano non tanto quelle del fiumiciattolo in cui Ovidio e Waterhouse ambientano gli ultimi momenti della vita di Narciso, ma quelle dello Stige nel quale si mormora che lo sventurato ragazzo continui a specchiarsi dopo la morte, quando le Naiadi, le Driadi e la stessa Eco non possono fare altro che piangere la perdita della sua bellezza.
Il mito di Ila, invece, appartiene all'epica ellenistica, sia nella tradizione gloriosa delle Argonautiche di Apollonio Rodio (libro I, vv. 1207-1272), sia nella forma più dimessa e preziosa dell'epillio XIII (letteralmente 'piccolo epos', composizione raffinata che fa luce su aspetti secondari e intimi delle vicende degli eroi) composto da Teocrito. Ila è il giovanissimo compagno di Eracle, così fedele al grande eroe da seguirlo in ogni sua impresa, ma destinato a non diventare mai un grande guerriero. Ila parte con Eracle e con gli altri Argonauti al seguito di Giasone per cercare il vello d'oro, ma la sua avventura si conclude ben prima dell'arrivo in Colchide, dove il prezioso tesoro è custodito. Durante una sosta, infatti, Ila si allontana per prelevare dell'acqua per il suo compagno e, aggirandosi nei pressi del fiume, attira l'attenzione delle ninfe (secondo Apollonio Rodio una in particolare, mentre Teocrito non offre specificazioni in merito), che lo afferrarono per un braccio, trascinandolo sott'acqua e provocandone la scomparsa; nell'epillio di Teocrito Ila ricompare mentre le Ninfe lo consolano della lontananza dal suo amante, mentre nella versione di Apollonio non viene più menzionato. In entrambi i casi, la scena si chiude con la furia della disperazione di Eracle, colpito dalla perdita di Ila al punto da abbandonare la compagnia degli Argonauti.

J. W. Waterhouse, Ila e le Ninfe (1896)

Nel 1896 Waterhouse dipinge una scena che denota la profonda conoscenza dell'episodio, raffigurando Ila mentre si accosta con l'anfora in mano all'acqua e mentre attorno a lui appaiono le Naiadi, Ninfe delle acque. La scena, connotata di una forte sensualità nonostante l'apparente immobilità, risponde più alla versione di Apollonio, poiché una fra le ninfe ha un ruolo di primo piano nell'afferrare il braccio di Ila, anche se una seconda compagna, che dà le spalle allo spettatore, si tende ad afferrargli la veste. Fedele appare anche la riproduzione della vegetazione attorno all'acqua, riccamente descritta da Teocrito. Manca, invece, la concitazione improvvisa dell'episodio ellenistico, sostituito da un senso di minaccia strisciante: Ila appare più come un ragazzo ammaliato dalla bellezza delle ninfe che come una vittima della loro caccia erotica, come si può intuire dallo scambio si sguardi.
L'assalto delle ninfe è totalmente dimenticato da Waterhouse anche in Ila con una ninfa (1893), versione della vicenda molto diversa dall'originale, con Ila addormentato che suscita il desiderio di una Naiade che emerge dall'acqua e si fa avanti fra le piante secche, mentre è ben rappresentato in un antecedente antico dell'iconografia, risalente al IV secolo: uno dei mosaici dell'ex basilica di Giunio Basso a Roma è dedicato proprio ad Ila che, mentre si reca al fonte con l'anfora di bronzo, viene aggredito dalle Naiadi, anche se queste appaiono accanto a lui, e non immerse nell'acqua.

Ila e le Ninfe in un mosaico dell'ex basilica di Giunio Basso a Roma (IV sec.)

La fortuna iconografica di questi miti e la predilezione che John William Waterhouse manifesta nei loro confronti è facilmente riconducibile al senso di mistero e precarietà: sia Narciso che Ila sono due giovani innamorati e consumati dall'amore (quello per se stesso nel caso del primo, quello delle Ninfe nel secondo caso), che vengono ingannati da qualcosa di mutevole e inafferrabile come l'acqua e da essa annientati. La minaccia rappresentata dalle acque, del resto, è un motivo tipico della pittura dell'artista preraffaelita, che dedica diverse tele alle Sirene o rappresenta fanciulle (principesse celtiche, personaggi shakespeariane, ninfe o altre figure del mito) nei pressi del mare o di specchi d'acqua.

C.M.

mercoledì 11 novembre 2015

1Q84 (Murakami)

Finalmente stampato in un'edizione uniforme composta da tre volumi in cofanetto, 1Q84 è giunto sui miei scaffali, portando con sé tutta la freschezza e l'originalità della narrativa di Murakami, che non delude mai. Questo voluminoso romanzo, il più lungo scritto dall'autore giapponese, presenta un aspetto nuovo di Murakami, mostrandoci il volto forse più complesso e impegnato della sua vena letteraria.

1Q84 narra la storia di due mondi che si intersecano attraverso le vite di due personaggi da sempre legati da un rapporto quasi mistico. Da una parte c'è Aomame, una trentenne che lavora come istruttrice in una palestra ma che, segretamente, è la serial killer di uomini che si sono macchiati di terribili violenze nei confronti delle loro compagne; dall'altra c'è Tengo, suo coetaneo, un genio della matematica ma anche un abile scrittore che viene coinvolto nella riscrittura del romanzo La crisalide d'aria, opera prima e unica della giovanissima Fukaeri, che attraverso il libro presenta la sua esperienza presso la setta religiosa del Sakigake, il cui leader finisce ben presto nel mirino dei mandanti di Aomame. Le esistenze di Aomame e Tengo vengono stravolte dalle azioni misteriose della setta e dalla pubblicazione del romanzo: ben presto entrambi scorgono nella realtà che li circonda i segni di una profonda alterazione, a partire dall'apparizione, nel cielo, di una seconda luna. Per Aomame quel mondo insolito e dalle dinamiche inafferrabili sostituitosi alla Tokyo del 1984 si chiama 1Q84, mentre per Tengo diventa un mondo immaginario e inquietante che associa al 'paese dei gatti' di un breve racconto. In questo 1Q84 i due si rincorrono inseguendo la scia di un ricordo d'infanzia e si sfiorano sotto la luce delle due lune e, più si avvicinano, più diventa chiaro il legame fra Fukaeri, la crisalide d'aria e i Little people che appaiono come i demiurghi di questa realtà parallela: più Aomame e Tengo si avvicinano, più il mistero che avvolge le loro esistenze e che li connette alle due lune si fa fitto e minaccioso e più i segni dell'amore che li lega diventano evidenti, struggenti e totalizzanti.
1Q84 è un romanzo intenso, probabilmente il più ambizioso di Murakami, e non solo per la sua mole. Riducendo al minimo gli elementi di irrazionalità e fantasia ma mantenendosi sempre entro quella dimensione onirica che i lettori di Haruki conoscono e amano, lo scrittore costruisce una storia dominata non dal non-sense o dalla sovrapposizione di indizi di un'indagine destinata a restare irrisolta, ma dall'amore e dalla necessaria corrispondenza fra due anime. Il mistero, la minaccia di creature indefinite, il bisogno di fuggire da un pericolo inafferrabile e incontrastabile, assieme a tutti gli elementi caratteristici della narrativa di Murakami, non mancano, anzi, si dipanano per ben tre volumi, ma non sono il fine della narrazione. Aomame e Tengo non sono, come l'anonimo protagonista di Dance dance dance e Nel segno della pecora, personaggi in cerca di una verità, né vittime di un disegno che trova spiegazione in un singolare intreccio fra il mito Edipo, la psicanalisi e lo spiritismo delle tradizioni giapponesi come il Tamura protagonista di Kafka sulla spiaggia. Aomame e Tengo sono due giovani innamorati e separati dalla vita destinati a potersi incontrare di nuovo solo nel 1Q84, per tentare però di fuggirne insieme, senza curarsi del meccanismo che regola quest'altra realtà.
Il disegno di Murakami non è più profondo solo per questa centralità del sentimento, ma anche per la maggior raffinatezza nei rimandi alla psicanalisi (Jung in particolare), al dilemma dell'eroe di Dostoevskij (con più di un riferimento a Delitto e castigo) e alla letteratura internazionale, soprattutto a Orwell e al suo 1984, chiaramente omaggiato nel titolo e nella scelta dell'ambientazione. Del romanzo inglese, Murakami trae lo spunto del mondo alla rovescia, di una realtà distopica capace di condizionare la vita degli esseri umani con false credenze, lavaggi del cervello e con la proibizione dell'amore: l'eco di questi tratti del 1984 immaginato da Orwell si avvertono in filigrana, ma il contenuto del romanzo è spesso citato, sicché nel desiderio di fuga di Aomame e Tengo, uniti proprio dal loro essere estranei ad un sistema governato dall'alto, è impossibile non cogliere una sorta di rifacimento della storia di Julia e Winston.


Come spesso accade nei romanzi lunghi pensati come unione di più volumi, talvolta la narrazione appare ridondante, forse per la necessità di rinfrescare i ricordi del lettore, e Murakami insiste particolarmente, soprattutto nei primi due volumi, su aspetti molto presenti in tutta la sua narrativa: una sessualità trattata con attenzione biologica e troppi particolari morbosi, intere pagine dedicate alla descrizione di operazioni culinarie e l'insistenza su figure emarginate, con racconto dovizioso delle loro drammatiche storie. L'insieme, però, risulta armonico, e, nel graduale stemperarsi di questi aspetti nel terzo volume verso quelle note inedite precedentemente descritte, si coglie quasi un distacco progressivo di Murakami da alcuni leitmotiv della narrativa precedente in favore di questo romanzo tutto nuovo sia nelle premesse che negli esiti.
1Q84 è dunque una grande trilogia, che dimostra la versatilità di un autore capace di far sembrare straordinario ciò che è quotidiano e normale ciò che invece è insolito o razionalmente inconcepibile.
«Anno 1Q84. Ecco, d’ora in poi lo chiamerò così», decise Aomame.
Q è la Q del question mark, il punto interrogativo.
Camminando, Aomame annuiva da sola.
«Che mi piaccia o no, adesso mi trovo in questo anno 1Q84. Il 1984 che conoscevo non esiste più da nessuna parte. Ora è l’anno 1Q84. L’aria è cambiata, il paesaggio è cambiato. Devo adattarmi il più in fretta possibile a questo mondo con punto interrogativo. Come un animale che è stato trasportato in una nuova foresta, che per proteggersi e per sopravvivere deve capire il più presto possibile le regole del luogo, e adattarvisi».
C.M.

lunedì 9 novembre 2015

Novembre (Pascoli)

In questi giorni stiamo godendo in tutta Italia il meglio dell'autunno: temperature miti, mattinate in cui la foschia cede pian piano il passo ad un sole splendente e pomeriggi di cieli limpidi e trionfi di colori caldi. Siamo nel pieno della cosiddetta 'estate di San Martino', con la sua esplosione cromatica, i profumi che non si avvertono in nessun altro momento dell'anno e la sensazione che questa bellezza possa durare in eterno, nonostante il continuo e silenzioso cadere delle foglie.
Nel 1891 Giovanni Pascoli pubblicava la prima edizione di Myricae, nella quale inserì, compresa nella sezione di testi In campagna, un brano che descrive in modo sublime questo particolare momento dell'anno, in cui lo splendore della vita e la minaccia del suo estinguersi si fondono mirabilmente. Sto parlando di Novembre, una brevissima poesia che ben rappresenta il frammentismo e l'impressionismo poetico dell'autore.

Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che ti ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate,
fredda, dei morti.

L'incipit della poesia è ricolmo di armonia e di piacere, poiché trasuda sensazioni positive in una strofe di forte impatto sinestetico: in quattro soli versi vengono condensati il riverbero della luce emanata da un cielo terso, il gusto dei dolci frutti di giugno e il profumo che dalle loro gemme si disperde nell'aria a primavera. Il cielo è come una gemma, fredda ma lucente e limpida, capace di accecare con i suoi bagliori, e le miti temperature danno la sensazione di poter trovare, alzando lo sguardo, i colori pastello delle albicocche e delle prugne o, almeno, quelli dei fiori che ne preannunciano la maturazione.

Ma. Con questa sola congiunzione avversativa il poeta fa svanire l'illusione del suo lettore: se cercherà davvero con gli occhi la bellezza della vita che risorge non troverà altro che le secche braccia degli alberi tese ad un cielo che, come in X Agosto, è lontano, vuoto, una voragine incombente che inghiotte ogni speranza. Il vuoto nel cielo, la mancanza di una prospettiva di eternità cui fa da contraltare una terra altrettanto sorda, che appare vuota al pellegrino che su di essa spinge i suoi passi e sotto la quale riposano i defunti. Il sogno della vita s'infrange di colpo: l'armonia apparente che ci aveva avvolti come in un caldo abbraccio svanisce in un'immagine che evoca la morte e la solitudine, temi centrali non solo di Myricae, ma dell'intera produzione pascoliana.
L'ultima strofa fa cadere il silenzio, o meglio ne accentua la presenza. Non si ode il vivace canto degli uccelli tipico della primavera, né il ronzare degli insetti sui fiori. Ogni cosa è muta, ma, tendendo bene l'orecchio, si ode quel monito a non dimenticare che la vita si consuma: la progressiva e inarrestabile caduta delle foglie, che suggella in nell'ossimoro della fredda estate una condizione di ineluttabilità della morte che Pascoli non può evitare di esprimere.

C.M.

giovedì 5 novembre 2015

Manie librose: chi più ne ha più ne metta

Il lector immodicus è una creatura dal delicato equilibrio psico-fisico, che percepisce il tempo in relazione non all'alternarsi del dì e della notte o al ticchettio delle lancette, ma agli spazi dedicati alla sua attività prediletta: lavoro, studio, faccende domestiche non sono, per il lector immodicus, che spazi fra la lettura di una pagina e l'altra occupati da attività di secondaria dignità, poiché la sua esistenza è per la gran parte volta all'approvvigionamento e alla consumazione di nuovi volumi.

Illustrazione di Irena Sophia
Alzi la mano chi, amando alla follia la lettura, non si è mai sentito così o non ha mai avuto la certezza che qualcuno lo vedesse in questo modo. Inevitabile: come ogni disturbo ossessivo-compulsivo che si rispetti, anche quello del lector immodicus ha le sue degenerazioni patologiche e porta alla nascita di pregiudizi che ne fanno una categoria umana a sé, spesso percepita come prossima all'estinzione.
Al di là dei tentativi di sdrammatizzare una passione che talvolta ha delle esagerazioni di cui, in momenti di lucidità, diventiamo consapevoli (come quando, interrotti nel mezzo del capitolo più avvincente da una telefonata, siamo pronti ad impugnare il fucile a canne mozze), è fuor di dubbio che ciascuno di noi abbia le proprie 'manie librose', atteggiamenti ricorrenti che ci accomunano o distinguono rispetto agli altri colleghi.
Poiché l'assunzione di consapevolezza è il primo passo per risolvere un disturbo psicologico, io ho analizzato le mie abitudini maniacali di lettrice. Ciò non significa che intenda sul serio superarle, anzi, più che altro cerco il vostro conforto, sperando che fra voi amici e lettori vi siano analoghi sfoghi di pazzia o che, attraverso la segnalazione dei vostri vizietti mi facciate rendere conto di possederli a mia volta, senza essermene mai accorta.
Mania librosa n° 1: non riesco ad interrompere la lettura di un capitolo a metà o, peggio, dopo poche pagine dall'inizio. È più forte di me, come se sentissi che l'interruzione potrebbe essere quasi una rinuncia ad un'impresa titanica. Questo mi porta ad enormi sospiri di sollievo quando scopro che il libro appena acquistato ha capitoli brevi, perché la minaccia è sempre lì, in particolare alla sera, dopo una lunga giornata che quasi sicuramente piomberà con tutto il peso della stanchezza proprio sul più bello. In ogni caso, per interrompermi devo essere autorizzata da una pausa con spazio bianco dell'autore, pena sensi si colpa infiniti. Piuttosto che chiudere il libro ad un qualsiasi punto fermo, riavvolgo il capitolo per ricominciarlo dal principio alla successiva occasione.
Mania librosa n° 2: devo possedere i libri che leggo. Per me, ricorrere a prestiti in biblioteca o dagli amici è un tormento, soprattutto se il libro in questione mi appassiona e si guadagna un posto speciale nel mio animo di lettrice. Se testi usati per la stesura della tesi o la preparazione di esami vari si sono lasciati restituire con facilità, non altrettanto è stato per i libri letti per piacere, per grandi classici di cui ancora lamento la mancanza o per volumi che, nel tempo, ho dovuto acquistare per non essere assillata dalla loro assenza dai miei scaffali. Questo sia per poterli liberamente manipolare, rileggere o riempire di annotazioni sia per un malcelato feticismo. Tale gelosia crea una mania 2/b: non riesco a prestare i miei pargoli di carta senza che una fitta mi attraversi il cuore e, finché non ritornano, sto in pena come per la mancanza di una persona cara.
Mania librosa n° 3: anche se gli scaffali sono ricolmi di libri che attendono di essere letti, una strana necessità biologica mi spinge periodicamente in libreria a comprarne di nuovi. Questo problema si è acuito negli ultimi anni, con la frequentazione di tanti interessantissimi blog letterari che mi hanno tempestata di consigli di lettura entusiasmanti. Anche se la coscienza invita alla moderazione, la carne, debole, cede all'impareggiabile sensazione di uscire dalla libreria con una busta piena di tante pagine nuove (e con qualche decina di altri titoli in lista). Corollario di questo problema è il fatto che, spesso, la lista dei desideri librosi si allunga infinitamente, in molti casi con titoli che si guadagnano un'insistente priorità rispetto a quelli precedentemente appuntati.
Mania librosa n° 4: la libreria è l'antidoto allo stress e alle emozioni negative. Arrabbiata, triste, sovraccarica o sull'orlo di un esaurimento nervoso, se entro in libreria (specie in quel piccolo angolo di paradiso indipendente, appartato e accogliente di cui vi ho parlato altrove) tutto il male del mondo scompare, i nervi si distendono e tutti quei volumi in ogni centimetro del negozio mi trasmettono un senso di fiducia e bellezza indescrivibile. Sortite in libreria mi hanno salvata più volte dalla tensione delle sessioni d'esame o del periodo del TFA. Il contatto fisico con il negozio di libri, specie laddove c'è un gestore disponibile a dare consigli e competente nel suggerire, è essenziale, motivo per cui non ricorro mai agli acquisti online. Purtroppo c'è un problema non da poco nel mio rapporto con la libreria: la città non è proprio a due passi, e fuori dalla città non esistono molti paradisi terrestri come quello che vi ho descritto (anzi, nel raggio di 20 km non ci sono proprio librerie). Questo mi fa sentire un po'come Heidi sui monti.

Illustrazione di Bob Staake
Mania librosa n° 5: mettere a dura prova la postura. Qualche giorno fa leggevo una notizia secondo cui nei prossimi anni emergeranno diversi problemi posturali legati all'utilizzo degli smartphone e al costante piegamento del collo su oggetti molto piccoli. Ora, non so ben determinare, nel mio caso, il rapporto causa-effetto fra abuso dei libri e postura, ma, per leggere, ho una serie di posizioni di comodo al di fuori delle quali la concentrazione mi è impossibile: a letto con la schiena rialzata, sul divano con i piedi sulla penisola oppure, in via del tutto eccezionale (nelle sale d'attesa o sui mezzi pubblici), seduta, ma senza nessuno intorno, ché la sensazione di essere osservata o che qualcuno butti l'occhio sulle mie pagine mi innervosisce alquanto (anche se io faccio lo stesso quando mi trovo vicino qualche lettore).
Mania librosa n° 6: il libro è un oggetto sacro. Anche se a volte sottolineo i libri (ma sempre con matita e righello e con linee parallele e pulite), ciò che non sopporto è che appaiano alterati esternamente: le copertine devono essere intonse, il profilo privo di orecchie e le pagine non devono essere aperte al punto da sventrare il volume. Ogni volta che estraggo dalla borsa un libro schiacciato da qualche altro oggetto e che vedo qualcuno aprire in due un volume come si spalanca una finestra il primo giorno di primavera, un brivido mi corre lungo la schiena e rischio di piombare a terra priva di sensi.
Mania librosa n° 7: il libro prima del film? Mai. Beh, sì, a volte si scopre solo dopo che quel film che ti è tanto piaciuto è stato tratto da un libro, ma ormai. Nel mio caso, quando mi imbatto nel trailer o nell'annuncio dell'uscita di una pellicola interessante e scopro che questa è tratta da un romanzo, mi auto-convinco a leggerlo prima di vedere il film. Una mania destinata a cadere e che sto superando, perché la lista delle letture è infinita e, così facendo, rischierei di leggere solo per poter andare al cinema o di dover rinunciare a qualche bel film in tv (evento raro) solo per mancanza di lettura pregressa. Certo, questo significa rinunciare a quel sottile autocompiacimento di poter dire, al termine del film, «Beh, il libro è mille volte migliore».
Mania librosa n°8: non osare cambiarmi l'edizione! Adoro avere tutte le collane ordinatamente disposte sugli scaffali: i libri fuori collana possono stare ovunque, ma quelle belle serie di classici Einaudi, Feltrinelli o Mondadori devono stare allineate, tutte insieme appassionatamente. Per questo motivo odio non solo le librerie che dispongono i libri per puro ordine alfabetico (dove Fabio Volo finisce accanto a Lev Tolstoj), ma anche le riedizioni delle collane, che spesso portano a cambiamenti nel formato del libro, nei caratteri del titolo o nel colore della copertina. Odio ritrovarmi due libri della stessa collana non livellati sullo scaffale e con i dorsi differenti. Questo è un effetto della mia pignoleria patologica, che mi ha quasi causato uno sfogo allergico quando il terzo volume di Jarka Russ, trilogia di Terry Brooks della saga di Shannara, è uscito con un colore del tutto diverso dai due precedenti o quando le tre parti di 1Q84 di Murakami sono uscite suddivise in due volumi (parti 1 e 2 nel primo libro e parte 3 nel secondo tomo); fortunatamente a questa stortura Einaudi ha rimediato e al mio compleanno ho ricevuto il cofanetto con i tre volumi. La simmetria prima di tutto.

Foto di Krinsten Angelo

Mania librosa n° 9: l'altezza conta. I miei libri devono essere disposti in ordine decrescente di altezza dall'inizio dello scaffale oppure, se lo occupano interamente e non appartengono ad una stessa collana, possono convergere verso una parte centrale più bassa rispetto alle ali più alte.
Mana librosa n° 10: la damnatio memoriae delle infamie. Ho notato che di aver sviluppato la tendenza a nascondere o rendere irraggiungibili libri che non mi sono piaciuti o che sono risultati talmente banali da farmi vergognare di averli letti. Quasi sempre si tratta di nuove uscite cui ho ceduto per raggiri mediatici, ma che non ammetterei mai di aver desiderato tanto da fiondarmi in libreria per comprarli. Questi libri, sistematicamente, finiscono in seconda o terza fila sugli scaffali o sui ripiani più alti, come a levarmi qualsiasi tentazione di sfiorarli. Fanno eccezione i classici che, anche quando non graditi, hanno comunque un loro status, come medaglie di una gara cui si è fieri di aver partecipato anche senza riportare la vittoria.
Credo sia tutto, anche se, come scrivevo, non escludo che l'eventuale confessione delle vostre paturnie mi porti ad ammettere di esserne vittima a mia volta. In realtà, forse non è tutto, ma, se lascio ancora aperto questo post e continuo a pensare, rischio di elencare più vizietti librosi di quanti sono disposta ad ammettere. E dunque: quali sono le vostre manie librose? Vi state mettendo d'impegno per superarle o ne andate fieri? Vuotate il sacco, lectores immodici!

C.M.

martedì 3 novembre 2015

La 'buona' scuola, ovvero il lavoro non pagato

Non mi entusiasma affrontare argomenti che tirino in ballo la politica, però non c'è nulla da fare: la scuola è prima di tutto un argomento culturale, ed è inevitabile che parlando di sfaldamento del sistema di istruzione si finisca per toccare corde politiche, specialmente di fronte ad un governo che si è fatto propaganda con uno slogan grottesco qual è quello della 'Buona scuola'. Ora, ho già avuto modo, chiarendo un altro tipo di strumentalizzazione della legge, di esprimere il mio fastidio per questa formula, tutta mediatica, che appioppa alla Legge 107 una definizione accattivante e ottimista ad un contenuto che di buono non ha nulla; al di là del giudizio sulla riforma, comunque, è a dir poco vergognoso che un governo, da solo, usi una definizione del genere per un proprio provvedimento. Per cui sappiate che mi sentirete parlare di 'Buona scuola' solo per sottolineare l'idea perversa di buono che essa maschera.
Vediamo nel dettaglio cosa la quotidianità didattica sta rivelando della riforma.

  • La 'Buona scuola' assume docenti?
No. La Legge 107 prevede l'assunzione a tempo indeterminato di molti docenti secondo diverse fasi di convocazione (che devono ancora concludersi), ma questo non determina la creazione di posti di lavoro, né una lodevole iniziativa di un governo interessato ai precari, dato che i posti coperti sono quelli da anni occupati da docenti a tempo determinato con titoli di studio e servizio che avevano diritto alla stabilizzazione ben prima di questo anno scolastico 2015/2016. Erano posti vacanti da anni, insomma. Poi, dato che ce la prendiamo sempre con il motto «L'Europa lo vuole», mettiamo in chiaro che tali stabilizzazioni sono state richieste dall'UE dietro minaccia di sanzioni non per vessare l'Italia, ma per tutelare i lavoratori secondo la normativa che vieta esplicitamente che un incarico a tempo determinato venga rinnovato da uno stesso datore di lavoro (in questo caso il MIUR) per un periodo superiore ai tre anni. Va detto che la normativa, comunque, non contempla la stabilizzazione del personale non abilitato (quindi non destinatario del concorso per le future assunzioni) che raggiungerà i requisiti dei tre anni di servizio dal 2016 in avanti. Che fine faranno questi insegnanti che, privi del titolo di abilitazione e del superamento del concorso, avranno comunque garantito il funzionamento del sistema nazionale di istruzione?

  • La 'Buona scuola' mette fine alla 'supplentite'?
Probabilmente no. Gli Istituti scolastici devono provvedere alla nomina di supplenti per incarichi che superino i dieci giorni, mentre possono gestire con una relativa autonomia periodi più brevi. Molte scuole, soprattutto del primo ciclo di istruzione (primaria e secondaria di primo grado), negli ultimi anni hanno contattato i supplenti anche per coperture di un solo giorno, per il semplice motivo che, in presenza di minori, va garantita la sorveglianza, e l'eliminazione delle compresenze con la riduzione dell'orario dei docenti alle sole ore di lezione frontale non permetteva più di sostenere le supplenze con il solo organico d'istituto. Questo fenomeno, nel discutibile linguaggio Twitter-style di cui fa uso il governo, ha preso il nome di 'supplentite' ed è stato fatto passare come un vizio dei docenti e della scuola in generale. 
Come lo risolve la legge 107? Con la fase di assunzioni C, si direbbe: un ciclo di contratti a tempo indeterminato che prevede la costruzione di un organico potenziato da sfruttare per la realizzazione dei progetti (le varie attività che ampliano l'offerta formativa delle singole scuole) e, all'occorrenza, da spedire a fare i supplenti, quale che sia la loro classe di insegnamento. Ciò vuol dire che per nove giorni una classe di studenti può restare senza docente di lettere (che può arrivare ad avere anche nove o più ore in una singola classe) e vedersi assegnare come sostituto un docente abilitato all'insegnamento di una disciplina che nel corso di studi di quella classe non è prevista. Ciò significa totale interruzione delle attività disciplinari, dato che un docente di francese o chimica non può insegnare francese o chimica in un biennio del liceo classico. Questo solo per fare un esempio. 
Ma c'è di più: se il suddetto docente è stato assunto per garantire lo svolgimento dei progetti extracurricolari e quei progetti vengono sospesi se il professore o maestro occorre come supplente, va da sé che non è più garantita l'offerta formativa, ipotesi che non è proprio una sciocchezza, dato che il Piano dell'offerta formativa (POF) equivale ad un contratto, in quanto approvato dal Consiglio d'Istituto. Quindi, oltre ad essere danneggiata l'offerta formativa, saranno assunti veri e propri 'supplenti di ruolo' totalmente deprofessionalizzati e, di conseguenza, messi nelle condizioni di non poter garantire un efficace formazione in settori che siano avulsi da quello della loro specializzazione. Questi posti creati artificialmente per tappare i buchi (forma molto sgradevole ma corrispondente a verità) potevano benissimo essere destinati alla creazione di nuovi posti per la gestione di gruppi di alunni più contenuti, iniziando a smantellare la piaga delle 'classi pollaio', che è il vero e principale problema della didattica. Se una classe di 15 allievi perde nove ore di lettere perché non c'è un supplente di lettere che possa sostituire il titolare, in qualche modo si recuperano; se queste ore sfumano in una sezione di 30 alunni è una tragedia. Le supplenze si potevano coprire tranquillamente ammettendo la messa a disposizione di ore eccedenti alla vecchia maniera. Del resto, nulla vieta che anche il 'supplente di ruolo' si possa beccare un'influenza. Insomma, il taglio fatto in passato per risparmiare è destinato a tramutarsi nell'ennesima dequalificazione dei docenti e della didattica.


  • Gli insegnanti vengono maggiormente gratificati?
Per niente. A parte la deprofessionalizzazione appena descritta per gli assunti in fase C, ci sono altri problemi che questa frasetta nasconde. Problema n° 1: il comitato di valutazione che prevede l'assegnazione di un bonus ai docenti meritevoli è sì composto da docenti e genitori che individuano i criteri della valutazione stessa, ma la decisione finale su chi debba essere il destinatario spetta al Dirigente scolastico (alla faccia dell'obiezione «non esiste alcun preside-sceriffo»), con conseguente rischio che il riconoscimento vada a chi si presta a svolgere per lui mansioni e incarichi di referente, come spesso accade. Problema n° 2, che sorge all'esclamazione «Beh, ma c'è il bonus dei 500 euro». Ma questo bonus, destinato a coprire le spese di formazione che qualsiasi docente coscienzioso sostiene (basti pensare all'acquisto di libri aggiornati) è un'elemosina a scopo propagandistico che stende un bel tappeto sul problema del mancato rinnovo dei contratti del settore pubblico, bloccato da anni e fortemente voluto da quei sindacati di cui il governo ignora sistematicamente la presenza. Il bonus, inoltre, è destinato ai soli docenti di ruolo, come se i docenti con incarico annuale non avessero bisogno di corsi di perfezionamento o di acquistare i libri utili alla preparazione delle lezioni e all'aggiornamento metodologico. 
I precari, inoltre, sono doppiamente beffati dalla pubblica convinzione di questa gratifica, dato che molti di loro sono attualmente assunti con nomina 'fino ad avente diritto', cioè fino alla pubblicazione delle graduatorie di diritto al servizio aggiornate, prevista per.... due settimane fa. Invece le supplenze vengono ancor assegnate fino ad avente diritto. L'aggiornamento delle graduatorie prevede, principalmente, l'inserimento del personale che ha conseguito l'abilitazione nell'ultimo anno grazie ai Percorsi abilitanti speciali (PAS) o al Tirocinio formativo attivo (TFA), in modo che i neoabilitati abbiano la precedenza sui non abilitati. Va da sé che supplenze assegnate fino ad avente diritto impediscono l'effettivo riconoscimento della precedenza o, comunque, non lo garantiscono anche laddove i singoli dirigenti abbiano attribuito priorità per autocertificazione. Questa precarietà ha ovviamente pesanti ricadute non solo sull'esistenza dei singoli docenti, ma anche sulla qualità dell'insegnamento, dato che gli studenti, alle soglie delle vacanze di Natale e dopo tre mesi di attività, saranno costretti a ricominciare quasi tutto da zero con nuovi docenti in più discipline. 
Vignetta di Giuseppe La Micela
Si dirà che, comunque, diversi insegnanti, anche molto giovani come la sottoscritta, stanno lavorando, e per giunta con incarichi assunti con l'inizio dell'anno scolastico. Certamente, peccato che da tutta Italia arrivi la notizia (che posso confermare per esperienza personale) che quasi tutti questi supplenti fino ad avente diritto sono senza stipendio dal momento in cui hanno firmato il contratto e che i cedolini non risultano nemmeno in elaborazione sul portale della Pubblica amministrazione. 
Se aggiungiamo il fatto che molti supplenti si sono trasferiti in città diverse per poter assumere servizio e devono cercare casa non sapendo fino a quando possono sottoscrivere un contratto di affitto, il livello del disagio è facile da intuire. Senza contare che a nessuno è concesso pagare le bollette fino ad avente diritto e che, come tutte le tasse, anche la tassa di iscrizione ai corsi abilitanti (che andava dai 2500 ai 3000 euro) andava pagata entro la data stabilita, e non certo due mesi dopo. La scuola sta funzionando grazie al volontariato di una categoria di docenti che non gode nemmeno del minimo riconoscimento costituito dallo stipendio.

Sono solo alcuni degli aspetti della Legge 107 che meritano attenzione, oscurati dai colori e dalle belle parole del logo della 'Buona scuola' e della pagina social abbinata in cui il governo ha dato l'illusione di poter proporre modifiche e suggerimenti attraverso commenti e 'mi piace'.
Queste sono le riforme ai tempi di Twitter: slogan brevi e accattivanti che coprono il vuoto, celano insulti ai professionisti e, naturalmente, erodono qualsiasi possibilità di azione didattica, portandoci sempre più verso la costruzione di una scuola-azienda in cui la qualità del lavoro e del prodotto finito non conta più niente.

C.M.