giovedì 31 dicembre 2015

Il 2015 della Civetta

Il 2015 sta finendo e Athenae Noctua viaggia verso i 3 anni di attività. E, sì, adesso vi tocca il solito bilancio di fine anno, occasione per fare il punto sulle avventure internettiane degli ultimi dodici mesi e proiettarci agli immancabili buoni propositi (altrimenti cosa si potrà disattendere?).
Il 2015 mi ha regalato (si fa per dire) la sudatissima abilitazione all'insegnamento, assieme alle prime supplenze nella scuola pubblica, in cui ho la certezza di rimanere almeno fino a giugno del 2016. Fra queste esperienze, porto nel cuore in particolare gli ultimi tre mesi alla scuola secondaria di primo grado, durante i quali ho imparato un modo completamente nuovo di parlare di letteratura, comunicazione e storia, in molti casi trovando un'inaspettata curiosità: ho letto fiabe meravigliose scritte da ragazzini di undici anni che, se non fosse per la riservatezza dovuta ai discenti, condividerei qui come faccio con i racconti dei grandi autori!


Gli impegni di studio hanno impattato sulla possibilità di viaggiare, ma non sono mancate occasioni preziose di esplorazione, dal meraviglioso viaggio in Provenza alla visita al MART di Rovereto, senza dimenticare le numerose escursioni a Venezia per frequentare i corsi, con pochissimo tempo per visitare chiese e musei ma lunghe passeggiate con tanti stupefacenti scorci lungo i vicoli, le rive e le calette che dovevo percorrere per recarmi a lezione, e il ritorno, di tanto in tanto, a Verona, città che mi rivela sempre nuovi scenari e alla quale, nel 2016, dedicherò una serie speciale di post. E poi ci sono state le splendide mostre dedicate a Van Gogh e a Chagall a Milano, che ho gustato con piacere.
Nonostante sia stata molto indaffarata, ho sfruttato al massimo i momenti di pausa, dalle lunghe scarrozzate in treno alle vacanze e alle attese delle convocazioni scolastiche, superando il traguardo prefissato (pur senza alcuna maniacalità o frenesia) dei cinquanta libri da leggere e, scorrendo il prospetto che mi restituisce Goodreads, devo dire che, librescamente parlando, è stato un anno molto buono: nessun libro che mi sia rimasto indigesto, parecchie riletture (alcune in chiave didattica) e incontri con autori nuovi come Stephan Zweig, Aimee Bender, Miriam Toews, Elizabeth Jane Howard e Patrick Modiano. Si contendono il podio per la miglior lettura dell'anno le Lezioni americane di Calvino (che, però, in quanto saggistica, occupa un posto a sé nel mio pantheon letterario), Il Silmarillion di Tolkien, Sostiene Pereira di Tabucchi e Un tipo a posto della Toews, mentre la miglior rilettura si è rivelata quella di Vita di Galileo, dramma di Brecht che mi si è presentato in una luce completamente diversa rispetto al primo impatto di tanti anni fa. Ma è stato anche l'anno in cui ho vinto la mia ritrosia nei confronti dei racconti, grazie a Dino Buzzati, Italo Calvino e Stephan Zweig, e, di conseguenza, ho ripreso a scriverne a mia volta, dedicandone uno allo stesso Calvino e un altro all'autore della Commedia.
Anche quest'anno abbiamo tenuto d'occhio le ricorrenze, dai 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri, cui abbiamo dedicato la serie degli Itinerari danteschi, al mezzo millennio trascorso dalla morte di Aldo Manuzio, cui, in verità, ho dedicato un omaggio troppo tardivo.


Quanto ai propositi per il nuovo anno, mi limito ad auspicare di mantenere o superare i traguardi culturali del 2015: non scendere sotto le cinquanta letture (arduo con il progredire dell'anno scolastico), concedermi almeno un altro viaggio più o meno lontano, incrementare la presenza a teatro e scrivere tanto per voi, perché, se stiamo per tagliare con entusiasmo il traguardo dei tre anni, il merito è vostro.
Auguro dunque a tutti voi un buonissimo anno nuovo, dandovi appuntamento ad un 2016 di avventure letterarie, artistiche e culturali da condividere insieme!

Felice 2016!

C.M.

lunedì 28 dicembre 2015

Francesca e Ugolino: parole e silenzi speculari

L'ultimo appuntamento con gli Itinerari danteschi di questo 2015 dedicato ai 750 anni dalla nascita del Sommo ci porta ad una nuova lettura della Commedia e ad incontrare due delle figure più note e affascinanti che popolano l'Inferno: Francesca da Rimini e Ugolino della Gherardesca.
Molto lontani l'una dall'altro per la diversità dei loro peccati, sono tuttavia accomunati dal loro modo di raccontare il dramma umano che ha caratterizzato gli ultimi momenti delle loro vite. Francesca, come è noto, corre incontro a Dante nel canto V assieme a Paolo Malatesta, fratello del marito Gianciotto, facendosi largo nella bufera infernale in cui sono avviluppati i lussuriosi del secondo cerchio. Ugolino, invece, appare al poeta nel canto XXXIII mentre compie un atto bestiale: intrappolato nella ghiacciaia del Cocito (nel livello dell'Antenòra), egli tiene per i capelli il cranio aperto di un uomo e ne divora il contenuto.

D.G. Rossetti, Paolo e Francesca (1855)
Sono due immagini ben diverse: da un lato due amanti sventurati la cui passione si perpetua assieme alla sofferenza della punizione che per essa hanno meritato, dall'altro due dannati che consacrano all'eternità il loro odio. Sono due coppie speculari, elevate alla gloria l'una per l'eccesso di amore (seppure un amore carnale), l'altra per eccesso di odio: in entrambi i casi sono coppie che hanno contribuito alla reciproca dannazione. È, del resto, molto interessante notare come i momenti di maggior trasporto, nell'Inferno, siano quelli dei colloqui con dannati raggruppati in coppie: memorabili, oltre a quelle di Francesca e Paolo e Ugolino e l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, sono le apparizioni di Ulisse e Diomede (canto XXXVI) e di Cavalcante Cavalcante e Farinata degli Uberti (canto X). Le prime tre coppie, in particolare, condividono anche i ruoli, dal momento che uno dei personaggi parla e l'altro rimane muto al loro fianco.
Per le due coppie di nostro interesse, però, vale pienamente un accostamento che non si limita ai ruoli, ma si estende alle modalità della loro manifestazione. Francesca e Ugolino sono accompagnati dalle persone che maggiormente hanno determinato il loro essere peccatori, coloro con i quali hanno diviso una colpa: la lussuria per Francesca e Paolo, il tradimento nei confronti della patria e dei compatrioti per Ugolino e Ruggieri, l'uno accusato di tradimento nella battaglia della Meloria contro Genova (1284), in seguito alla quale prese il potere a Pisa, e della cessione di alcuni possedimenti cittadini alle nemiche Firenze e Lucca, l'altro di averne rovesciato il governo in sua assenza, per poi tendergli un tranello al suo ritorno e farlo imprigionare con i figli e i nipoti nella torre della Muda, dove si consumò la loro morte per fame e stenti.
Entrambi i dannati raccontano, in presenza del loro vicino, lo svolgimento delle loro storie. Lo chiede Dante stesso, a Francesca dopo che ella stessa si è presentata e ad Ugolino in chiusura del canto XXXII, di fronte all'orrido spettacolo del suo pasto infernale. Entrambi reagiscono allo stesso modo alla richiesta del poeta, che vuole capire come siano nati l'amore di Francesca e Paolo e l'odio di Ugolino e Ruggieri (ma di questi ultimi ancora non conosce l'identità).
Sia Francesca che Ugolino lamentano in primo luogo la sofferenza del ricordo cui Dante li costringe con le sue domande, ma, anche se non volessero rispondere, la Provvidenza che ha voluto il viaggio oltremondano del pellegrino lo imporrebbe loro.
Così Francesca, che ha il coraggio di parlare, mentre Paolo singhiozza e non osa proferir parola (Inf. V, vv. 121-126):
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Queste, invece, le prime parole che Ugolino, sollevate le fauci dal cranio marcio di Ruggieri, rivolge a Dante (Inf. XXXIII, vv. 4-9):
Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
La similarità fra le due scene, dunque, non si limita alla presenza, sulla scena infernale, di due peccatori parlanti affiancati dai compagni di dannazione muti, ma si riproduce nella scansione delle loro risposte.
Per entrambi, richiamare le circostanze del peccato (sebbene per Francesca questo coincida con un momento sentimentalmente gioioso) è motivo di enorme sofferenza, cosicché il loro parlare è inevitabilmente legato al pianto, come si vede dall'apertura e dalla chiusa delle due coppie di terzine esaminate. La seconda delle due terzine, in ciascuno dei due esempi, si apre con una proposizione avversativa, che sancisce la necessità della confessione richiesta, che per Francesca esaudisce un desiderio di Dante, mentre per Ugolino è allo stesso tempo l'occasione per gettare infamia sul suo nemico silenzioso. Interessanti sono le metafore qui usate per le notizie riportate dai due dannati: Francesca sottolinea come la sua risposta spieghi la radice del suo amore per Paolo, mentre per Ruggieri soddisfare la curiosità di Dante significa seminare una pianta che possa crescere rigogliosa a denunciare l'infamia dell'arcivescovo Ruggieri. Nel canto V si allude ad una pianta d'amore, per quanto di un amore peccaminoso e radicato in un'esperienza letteraria che Dante non tarda a rinnegare e che provoca in lui un senso di pietà soverchiante, mentre nel XXXIII oggetto di attenzione è una 'pianta dell'odio'.

Franz von Bayros, Paolo e Francesca (1921)

Seguono i racconti appassionati dei due peccatori, con quello di Ugolino che occupa molto più spazio della ricostruzione di Francesa, la quale già nel suo presentarsi ha anticipato molte informazioni. Entrambi i racconti si chiudono con una sorta di zumata sulle bocche dei peccatori, quella di Francesca tremante nel bacio di Paolo, quella di Ugolino volta al suo macabro pasto, con i denti che affondano nelle ossa craniche di Ruggieri.
Ma ciò che più risulta speculare nei due episodi è la proverbiale reticenza di Francesca e Ugolino. Nel ricostruire le storie di questi personaggi, infatti, Dante può avvalersi del supporto della memoria dei suoi lettori, poiché parlare di Francesca da Rimini o di Ugolino della Gherardesca equivaleva a nominare grandi personaggi della politica nazionale odierna, con quel misto di pettegolezzo che in nessuna era si è lasciato desiderare. In ogni cantica, per ogni parola che Dante fa pronunciare ai suoi personaggi si aggiungono le reminescenze e gli aneddoti che circolavano sulla bocca di molte persone che con l'autore condividevano un retroterra storico e culturale. Per questo il poeta può celare alcune notizie, approfittandone per stuzzicare la curiosità dei contemporanei e quella dei lettori e dei critici successivi.
Vediamo come si chiudono i due interventi, partendo da quello di Francesca (Inf. V, 133-138):
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Queste, invece, le parole di Ugolino, dopo che egli ha descritto la sua prigionia nella torre della Muda, il sogno premonitore della morte e lo strazio dei figli, disposti a farsi pasto per il loro padre di fronte al mordersi le mani di Ugolino, da loro inerpretato come segno di fame ansciché di disperazione (Inf. XXXIII, vv. 67-75), fino alla morte del piccolo Gaddo, che implora invano aiuto:
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.
J.B. Carpeaux, Ugolino e i suoi figli (1866)
Le coppie di terzine si chiudono allo stesso modo, con un sipario che cala in fretta su scene che hanno dato adito a interpretazioni e dibattiti destinati a non avere fine. L'improvviso silenzio di Francesca e Ugolino, predisposto da Dante con un procedimento retorico che prende il nome di reticenza o aposiopesi (dal greco ἀποσιώπησις, derivante dal verbo ἀποσιωπάω, 'mi interrompo, taccio'), permette di ottenere un effetto di sospensione e allusione che fa leva sulla conoscenza delle vicende da parte dei lettori.Sostenendo che la lettura delle avventure di Lancillotto e Ginevra si interruppe con il bacio di Paolo Francesca vuole forse dire che quel gesto segnò la loro condanna a morte come traditori di Gianciotto Malatesta o che da quel momento la passione si sostituì ai libri, lasciando che un vero amore soppiantasse uno romanzesco? E, per lo stesso motivo, il digiuno che ha la meglio su Ugolino è da intendersi come il sopraggiungere di una morte per fame o come l'abbandono al bisogno di nutrirsi saziandosi delle carni dei figli morti? La reticenza, insomma, oscura il consumarsi del peccato oppure la morte che pone fine alle vite di Paolo, Francesca e Ugolino?
Nel caso di Francesca molti critici optano per la seconda lettura, al punto che Umberto Bosco e Giovanni Reggio escludono categoricamente che i due amanti siano stati sorpresi e uccisi nel momento stesso del palesarsi del loro amore, mentre Robert Hollander arricchisce l'idea di una 'conversione' di Francesca all'amore basandosi sulla citazione del passo della conversione di Agostino (Confessioni VII, 12) veicolata dalla lettura della lettera ai Romani di San Paolo (13, 13-14, in cui si legge «nec ultra volui legere»), proponendo un'accattivante lettura di una Francesca condotta alla lussuria e alla dannazione da Paolo, un uomo che reca lo stesso nome di colui che, con le sue lettere, indusse Agostino alla purificazione e alla santità.
Quanto ad Ugolino, la faccenda è ancor più controversa, perché, se Francesco De Sanctis nega che Dante si riferisca all'antropofagia, le allusioni continue al 'divorare' presenti fin dall'apparizione di Ugolino e l'invito dei figli ad Ugolino stesso affinché si cibi delle loro carni sembrano l'ovvia conclusione del racconto, come sostengono altri critici e lo stesso Hollander, che, però, fa leva per la sua interpretazione sull'osservazione del commentatore Guido da Pisa secondo cui un uomo dell'età di Ugolino non avrebbe potuto sopravvivere per i sette giorni indicati nel dialogo con Dante, a meno di non essersi cibato dei corpi dei morti.
Di fronte a questa impossibilità di avanzare una lettura sicura, la conclusione più onesta e più ovvia sembra quella avanzata da Jorge Luis Borges nei suoi Saggi danteschi, che ricalca la posizione di Natalino Sapegno e che è stata recentemente ripresa da Susanna Fresko: quello che Dante ci vuole offrire non è una soluzione, ma un dubbio. Ugolino ha un'anima lacerata, fatta a pezzi come il cranio del suo nemico, dilaniata dalla consapevolezza della sofferenza inferta ai figli e, forse, dalla tentazione di sopravvivere cibandosi dei loro cadaveri.
Ugolino e Francesca sono pur sempre dei dannati e la condizione del dannato è quella del dubbio, del pentimento, del rimorso, di un dolore che strazia lo spirito e cui non si può offrire alcuna soluzione, perché non si può liberarsi dalla burrasca infernale, né fuggire dalla torre della Muda, così come dal Cocito. Ciò che continua a vivere nei peccatori consegnati alla voragine infernale è il dolore di un passato che non può essere cambiato e, infondendo in noi lettori l'impossibilità di dare una soluzione ad un fitto mistero, Dante ci suggerisce la complessità e il groviglio di queste anime senza pace. E lo fa evocando tale sofferenza attraverso due forse opposte e comuni a tutti gli esseri umani: l'amore e l'odio.

Gustave Doré, Ugolino e i suoi figli nella torre
«Nella tenebra della sua Torre della Fame, Ugolino divora e non divora gli amati cadaveri, e questa ondulante imprecisione, questa incertezza, è la strana materia di cui è fatto. Così, con due possibili agonie, lo sognò Dante, e così lo sogneranno le future generazioni.» (J.L. Borges)
C.M.

giovedì 24 dicembre 2015

Ce n'è troppo di Natale: un racconto per riscoprire la serenità delle feste.

Siamo arrivati ad una nuova vigilia di Natale insieme e ormai avrete capito che il mio modo di festeggiare le ricorrenze, di qualsiasi tipo esse siano, è affidato principalmente ad interventi a tema in continuità con quanto ci tiene occupati in queste pagine il resto dell'anno. Quest'anno, dunque, fa capolino il racconto di uno degli autori italiani di cui abbiamo maggiormente parlato, Dino Buzzati, che ha dedicato al Natale un'intera raccolta, dal titolo Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altre storie, oggi confluita nel libro Il panettone non bastò, che entra ufficialmente nella mia lista dei desideri (chissà che Babbo Natale non se ne accorga in tempo!).
Il racconto che ho scelto fra i tanti dedicati al Natale si intitola Ce n'è troppo di Natale e ha come protagonisti il bue e l'asinello che, secondo la madre delle leggende natalizie, oltre duemila anni fa scaldarono con il loro fiato il piccolo Gesù, nato nel freddo di una stalla nel mezzo di un lungo viaggio. Questi due singolari personaggi, che fin dalla loro apparizione ci trasportano nel mondo onirico, fiabesco e favoloso di Buzzati, si rivelano lucidi interpreti di una realtà che si presenta ben diversa dal messaggio che dovrebbe evocare e tradisce quella semplicità e quella serenità che i due avevano percepito nella grotta di Betlemme, pur nell'enorme disagio che quell'ambiente e la sua povertà comportavano.

Paul Gauguin, La nascita di Cristo, figlio di Dio (Te tamari no atua)

Dino Buzzati, Ce n'è troppo di Natale
Nel paradiso degli animali l'anima del somarello chiese all'anima del bue:
- Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia...?
- Lasciami pensare... Ma sì - rispose il bue. - Nella mangiatoia, se ben ricordo, c'era un bambino appena nato.
- Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati?
- Eh no, figurati. Con la memoria da bue che mi ritrovo.
- Millenovecentosettanta, esattamente.
- Accidenti!
- E a proposito, lo sai chi era quel bambino?
- Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un bellissimo bambino.
L'asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.
- Ma no! - fece costui - Sul serio? Vorrai scherzare spero.
- La verità. Lo giuro. Del resto io l'avevo capito subito...
- Io no - confessò il bue - Si vede che tu sei più intelligente. A me non aveva neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un fantolino straordinario.
- Bene, da allora gli uomini ogni hanno fanno grande festa per l'anniversario della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo della serenità, della dolcezza, del riposo dell'animo, della pace, delle gioie famigliari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un'idea. Già che siamo in argomento, perché non andiamo a dare un'occhiata?
- Dove?
- Giù sulla terra, no!
- Ci sei già stato?
- Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo puoi fare dare anche tu. Dopotutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due.
- Per via di aver scaldato il bimbo col fiato?
- Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la Vigilia.
- E il lasciapassare per me?
- Ho un cugino all'ufficio passaporti.
Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi lievi, come mammiferi disincarnati. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume; vi puntarono sopra. Il lume era una grandissima città. Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per le vie del centro. Trattandosi di spirito, automobili e tram gli passavano attraverso senza danno, e alla loro volta le due bestie passavano attraverso i muri come se fossero fatti d'aria. Così potevano vedere bene tutto quanto.
Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della gente che andava e veniva, entrava e usciva, tutti carichi di pacchi e pacchetti, con un'espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. Il somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento.
- Senti, amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi esserti sbagliato. Qui stanno facendo la guerra.
- Ma non vedi come sono tutti contenti?
- Contenti? A me sembrano dei pazzi.
- Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi.
Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di spirito, fece una svolazzatine e si fermò a curiosare a una finestra del decimo piano. E l'asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta ad un tavolo, una signora molto preoccupata.
Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto mezzo metro di carte e cartoncini colorati, alla sua destra una pila di cartoncini bianchi. Con l'evidente assillo di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro cartoncino e ricominciava la manovra. Quanto tempo ci vorrà a smaltirlo? La sciagurata ansimava.
- La pagheranno, bene, immagino, - fece il bue - per un lavoro simile.
- Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società.
- E allora perché si sta massacrando così?
- Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri.
- Auguri? E a che cosa servono?
- Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania.
Si affacciarono, più in là, a un'altra finestra. Anche qui, gente che, trafelava, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore.
Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all'altra portando spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi, altri scatole altri fiori altri mucchi di auguri. E tutto era precipitazione ansia fastidio confusione e una terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo. Andare e venire, comprare e impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.
- Mi avevi detto - osservò il bue - che era la festa della serenità, della pace.
- Già - rispose l'asinello. - Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi... Li ha morsi una misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali.
Il bue tese le orecchie.
Per le strade nei negozi negli uffici nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule buon Natale auguri auguri a lei grazie altrettanto auguri buon Natale. Un brusio che riempiva la città.
- Ma ci credono? - chiese il bue - Lo dicono sul serio? Vogliono davvero tanto bene al prossimo?
L'asinello tacque.
- E se ci ritirassimo un poco in disparte? - suggerì il bovino. - Ho ormai la testa che è un pallone... Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti?
- No, no. È semplicemente Natale.
- Ce n'è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c'era una pace, una soddisfazione. Come era diverso.
- E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena.
- E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano.
- Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano.
- E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle hanno una vita lunga.
- Ho idea di no - disse l'asino - c'è poca aria di stelle, qui. Alzarono il muso a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c'era un soffitto di caligine e di smog.
Il racconto si lancia in una malinconica riflessione sul consumismo che si è sostituito alla spiritualità (intesa non solo come sentimento religioso, ma come manifestazione di affetto e di raccoglimento) anche nel corso delle feste. La serenità, il tepore, il piacere dello stare insieme e della condivisione è qualcosa che, nell'atmosfera commerciale in cui siamo totalmente immersi, tende e sbiadire, e finisce per contare molto più il regalo acquistato per una persona che un abbraccio con il suo destinatario. Ciò non significa che lucine, nastri e tavole imbandite, insomma tutte quelle cose che abbelliscono le nostre case e i nostri giorni di festa siano manifestazioni maligne, ma che dobbiamo ricordare che esse sono segni di qualcosa che va oltre la loro presenza e che dovrebbe persistere anche in loro assenza. Le parole dei due animali protagonisti richiamano inevitabilmente le contemporanee considerazioni di Calvino sugli stessi temi del consumo sfrenato, dell'alienazione e della solitudine nelle nostre città, magistralmente raccolte in Marcovaldo, collegando non solo due grandi esponenti della letteratura italiana della seconda metà del Novecento, ma anche le loro voci ai nostri occhi, ancora spettatori di soffitti di caligine e smog che intrappolano l'aria di stelle.
L'immagine che ho scelto come rappresentazione del Natale richiama la stessa semplicità evocata dal bue e dall'asinello come una sorta di Paradiso perduto, quello che Paul Gauguin ricercava nelle popolazioni polinesiane e nelle loro terre incontaminate: La nascita di Cristo, figlio di Dio (1896) rappresenta il sonno di una donna ben lontana dall'immaginario occidentale della Vergine, ma calata in un contesto essenziale e povero come quello del Vangelo, chiarendo come il vero significato del Natale non risieda in orpelli luminosi e pasti talmente abbondanti da generare inevitabilmente sprechi, ma nella gioia di condividere la vita e la pace.

 

Con queste testimonianze di un bisogno di vivere intimamente il Natale e i giorni che lo accompagnano, auguro a tutti voi di trascorrere serenamente le prossime settimane.

Buone Feste!

C.M.

martedì 22 dicembre 2015

A tu per tu con un 'umanista nerd'

Sono estremamente orgogliosa di parlarvi oggi di un progetto meritevole di attenzione e di plauso: si tratta di Umanesimo Nerd, la pagina Facebook creata da Luca Merlina lo scorso 30 aprile e in breve arrivata oltre i 12.000 follower grazie ai contenuti mordaci a tema umanistico. 
 
Da Umanesimo Nerd
Giorno dopo giorno, Umanesimo Nerd delizia i suoi lettori con argute vignette dedicate ai protagonisti e agli autori della letteratura, senza dimenticare però più ampie questioni culturali e storiche, con una predilezione marcata per le vicende del Quattrocento e del Cinquecento e per la Commedia dantesca. 
Le didascalie che Luca accosta a rappresentazioni delle opere letterarie, ai volti di poeti, scrittori, filosofi e sovrani ma anche ai fotogrammi dei film sono ora intrise di un umorismo sottile connaturato ai temi culturali, ora ispirate ai più dissacranti pensieri che qualsiasi studente, in qualche momento della sua biografia scolastica, ha meditato o esternato con risultati che andavano dall’ilarità della classe all’indignato richiamo dei docenti. Alla base, come si intuisce dal titolo, c’è un forte amore per la cultura umanistica, oltre alla consapevolezza, propria di molti filologi e letterati, delle devianze mentali che nascono da questa fissazione culturale, sempre scherzosamente parlando. L’umanista nerd è un po’come il maniaco di Guerre stellari, ma, anziché desiderare una spada laser, immagina folli imprese con la mitica Durlindana di Orlando!
Ma cosa c’è dietro alla verve di Umanesimo Nerd? Tanta cultura e tanta ironia, ovviamente, ma noi vogliamo saperne di più, e non c’è nulla di meglio che interrogare direttamente Luca, che si è gentilmente reso disponibile a questo colloquio, che riporterò in forma di domanda e risposta, nel rispetto dell’arte del dialogo tanto cara agli umanisti.
 
D. Benvenuto fra noi civette, Luca, e grazie di aver accettato di parlarci del tuo progetto. Innanzitutto ti chiedo di presentarti brevemente, spiegando come sei diventato un umanista nerd e come è nata la tua pagina Facebook. 
 
Da Umanesimo Nerd
R. Prima di tutto ti ringrazio moltissimo per l’attenzione riservatami e per l’opportunità offertami. Umanista nerd credo di esserlo sempre stato, considerato il mio retroterra culturale! Fin da bambino mi sono costruito la fama di lettore vorace e tutto sommato onnivoro, ma non mi sono mai – fortunatamente – fossilizzato nel tipico modello del ‘topo di biblioteca’; ho sempre avuto un’indole abbastanza incline al ‘cazzeggio’ (si può dire o rischio la fustigazione?), cosa che mi ha portato a non trascurare le altre sfere ludiche – tengo a precisare 'altre' perché ritengo la lettura l’attività ludica per eccellenza – quali i videogiochi, il cinema, le serie tv e soprattutto la musica (sono un grande appassionato di heavy metal e progressive rock fin da adolescente). Nulla di straordinario, tutto sommato; quel ‘qualcosa in più’ che ritengo di avere è un certo sarcasmo pungente che mi porto dietro praticamente dalla nascita: roba che nel campo accademico ‘ufficiale’ non mi aiuta di certo, anzi, ma che si adatta perfettamente alla dimensione giocosa dei social network. Questo per quel che riguarda il mio background; quanto alla pagina in sé, l’idea di base affonda le sue radici in alcune conversazioni di qualche annetto fa tra me e Gianluca, uno dei miei amici più cari, nelle quali ci chiedevamo se al mondo potesse esistere e aver diritto di cittadinanza la figura – per l’appunto – dell’umanista nerd. La cultura nerd è spesso immediatamente associata alle branche scientifiche, quindi il progetto originario (il quale non si discostava più di tanto da quello a cui in seguito ho dato avvio) era di creare una pagina che potesse fungere da base per la ridefinizione del concetto stesso.
 
D. Partendo dunque da questa idea, Umanesimo Nerd ha rapidamente conquistato migliaia di seguaci su Facebook (e da qualche tempo è attivo anche un account Twitter): ti aspettavi un simile successo? Hai avuto particolari sorprese nei riscontri dei tuoi numerosissimi utenti o dai tuoi amici e colleghi?
 
R. Ero consapevole fin dall’inizio delle potenzialità della pagina, ma non mi aspettavo di certo un simile riscontro di pubblico! Ricordo che l’obiettivo minimo fosse inizialmente quello di raccogliere un migliaio di ‘mi piace’ in un annetto circa... Avevo evidentemente sottovalutato il gran numero di umanisti nerd sparsi per il globo. Le più grandi soddisfazioni sono arrivate quando ho scoperto che alla pagina si erano interessati diversi miei colleghi di università, i quali però ignoravano che ci fossi io dietro!
 
D. Di solito cosa innesca la creazione delle vignette che pubblichi? C’è qualche curiosità relativa a qualcuna di esse in particolare?
 
Da Umanesimo Nerd
R. Tengo innanzitutto a precisare che qualsiasi suggerimento da parte dei fan è ben accetto, anche se mi riservo sempre e comunque l’ultima parola sulla pubblicazione, perché desidero che ogni singola immagine sia contenutisticamente e graficamente in linea con lo stile della pagina. 
Al momento devo però ammettere che quasi tutti i post sono farina del mio sacco, anche se ho accolto due o tre suggerimenti della mia ragazza, Federica (sicuramente più ferrata di me in storia dell’arte), e di pochi altri. Motore delle battute che elaboro è sostanzialmente l’improvvisazione selvaggia; nelle singole immagini cerco di riversare tutto il sarcasmo che deriva sia dalla mia formazione letteraria sia dalla mia cultura ‘nerd’: penso in particolare alla comicità dei Monty Python (ho rivisto Brian di Nazareth almeno una dozzina di volte), all’umorismo colto in stile Boris – la serie tv italiana, assolutamente da recuperare e propagandare presso i posteri – , ma anche a certo cinismo insito nelle sit-com americane; il tutto è spesso sapientemente (?) mixato con la mia passione per il fantasy, come avrete avuto modo di appurare dai frequentissimi riferimenti al Signore degli Anelli e alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Fermo restando un simile retroterra, l’ispirazione giunge spesso dal nulla, sul momento: “epifania di un aforisma”, potremmo definirla. Qualche curiosità? Beh, posso dirti che la battuta dell’ormai celeberrima immagine del profilo della pagina (quella con Ariosto polemico nei confronti di Tasso) altro non è che l’ironica sentenza buttata lì da mio zio durante uno spassoso dibattito inter nos sulla supposta superiorità del Furioso nei confronti della Liberata. Era la notte di Capodanno di qualche anno fa, in famiglia ci divertivamo così...  

D. Sempre più spesso, in quest’epoca ipertecnologica, veloce e pragmatica, la cultura umanistica viene considerata una zavorra inerte, le ore ad essa dedicate nelle scuole vengono ridotte e le risorse tagliate e chi studia storia, letteratura o filosofia finisce in molti casi per essere considerato una persona fuori dal mondo, come testimoniano polemiche anche molto recenti. Il successo di Umanesimo Nerd, a tuo parere, può rappresentare la popolarità e la vitalità di questo genere di cultura e prospettare la possibilità che essa resista e rimanga forte e capace di soffocare le polemiche sulla sua presunta inutilità?
 
Da Umanesimo Nerd
R. Non mi dilungherò granché sull’argomento, per il semplice fatto che non mi ritengo la persona adatta ad affrontare tematiche di questo tipo. Dico solo che in molti sottovalutano il potere, insito nelle discipline umanistiche, di renderci – per l’appunto – umani. La tradizione letteraria, filosofica, storica, artistica ci forma come individui in modo forse ‘sotterraneo’, ma rappresenta pur sempre l’humus su cui si fonda la nostra individualità. L’uomo impara prima a parlare, poi a scrivere, poi a far di conto: senza le nozioni apprese nelle prime due fasi, la terza non potrebbe essere neppure raggiunta; credo non sia un dettaglio trascurabile. Quanto al successo di Umanesimo Nerd, posso solamente dire (con una buona dose di scaramanzia) che mi fa ben sperare... ma si tratta pur sempre di una pagina nata con intenti ludici, non certo propagandistici e ‘sociali’. 
 
D. Eppure anche l’aspetto ludico della vita è importante e credo che possa stimolare un approccio più genuino anche alla cultura, in casi come questo. A tal proposito, mi viene spontaneo approfondire la questione della dogmaticità del sapere. Nel nostro Paese si fa sentire parecchio un senso di auctoritas che pretende di riservare il trattamento della cultura, anche letteraria, agli specialisti, limitando la possibilità di espressione di pareri critici ed estetici o da parte di coloro che non appartengono agli ambienti istituzionalizzati delle accademie, dei comitati scientifici o dei circoli letterari. Umanesimo Nerd rappresenta invece un modo di comunicare la cultura sano, divertente e provocatorio, veicolando comunque la certezza che dietro all’ironia c’è una valida preparazione letteraria: quanto è importante, anche al di là di questo progetto social, trattare con una sorta di confidenza i miti culturali e fino a che punto credi si possa ‘popolarizzare’ la grande letteratura per permettere alla maggior parte delle persone di avvicinarla senza diffidenza e senza avvertire quel senso di estraneità che le auctoritates sembrano voler imporre?
 
Da Umanesimo Nerd
 
R. In realtà trovo che il concetto di auctoritas ponga – specie in campo umanistico – un problema più complesso: l’autorità rappresenta un fattore positivo quando si pone come guida in direzione del suo stesso superamento; diviene per contro un fattore molto negativo nel momento in cui pretende di costituire un modello assoluto e insuperabile, e ciò avviene anche e soprattutto a scapito dei giovani studiosi operanti nel suo stesso ambito culturale. Chiarito questo, devo confessare che il mio intento non è quello di ‘popolarizzare’ alcunché; punto semmai a stimolare in coloro che già posseggono delle basi adeguate la capacità di ironizzare su se stessi e sul proprio campo di studi, di andare avanti senza mai prendersi troppo sul serio e di non abbattersi e mantenere la propria rotta anche di fronte alle opposizioni pedantesche. È questo il concetto che ho di ‘sfida alla società’: contrastare le tendenze ‘livellanti’ e ‘uniformanti’ con un’esortazione all’individualismo e alla rottura degli schemi. Sia ben chiaro: parlo di decostruzione dall’interno, non di rivoluzione. Una società che non fa ironia sulla sua stessa natura non è una società degna di essere considerata all’avanguardia; anche per questo non bisogna aver paura di dialogare con i propri modelli culturali, pur mantenendo un profondo rispetto nei loro confronti, e questo dialogo dev’essere un interscambio: l’archetipo ci fornisce una base, sta a noi poggiarci su di essa non subendone passivamente l’influenza. 
 
Da Umanesimo Nerd
D. Non potrei essere più d’accordo, così come sono in totale sintonia con la grande presenza di Dante nei post di Umanesimo Nerd. Le vignette di maggior successo, infatti, sono indiscutibilmente quelle dedicate al Sommo e alla Divina Commedia (che sono anche le più numerose), e sicuramente il poema è amato da molti Italiani, oltre a riscuotere grande ammirazione anche all’estero: perché, a tuo parere, un autore così lontano da noi riesce a conquistare tanta devozione? È solo un fatto di formazione scolastica oppure il ‘Ghibellin fuggiasco’ ha una marcia in più?

R. Innanzitutto, dato il tuo riferimento alle vignette, mi sento in dovere di ringraziare (spero possa leggermi, ovunque sia) quel grandissimo artista che risponde al nome di Gustave Doré. È soprattutto a lui che devo la mia passione per la Commedia e, di conseguenza, quella per la letteratura italiana nella sua totalità! Ho iniziato a leggere Dante proprio grazie allo stimolo fornitomi dalle sue splendide illustrazioni, presenti in una vecchia edizione dell’Inferno appartenuta – se non ricordo male – ai miei nonni e a mio padre. Credo che nessun illustratore abbia mai saputo interpretare il poema dantesco con la stessa espressività di Doré, il quale sapeva rendere agilmente sia la drammaticità di certe scene, sia la paradossale comicità insita in alcuni quadretti infernali (certe espressioni facciali di Dante le ritengo memorabili!); è proprio per questo che ho scelto lui come punta di diamante per veicolare il messaggio di Umanesimo Nerd. Per quel che riguarda Dante, è presto detto: egli non era una persona comune. Possedeva un’immensa capacità di decriptare l’animo umano, sapeva essere duro o conciliante a seconda delle circostanze, aveva – allo stesso tempo – la consapevolezza di sé, della sua unicità e di ciò che avrebbe costituito per i suoi successori. Credo che nessuno potrà mai anche solo avvicinarlo. Sono ormai giunto a ritenere che l’affetto che il nostro paese prova per lui vada al di là del semplice valore letterario: è un amore mistico, una vera e propria venerazione. Dante è assimilato a un santo, in un momento storico nel quale ci si affida sempre più ai santi e sempre meno agli intellettuali. Forse occorrerebbe un lievissimo mutamento di prospettive...
 
Da Umanesimo Nerd
D. Anche qui devo darti ragione, forse sta diventando vittima di alcune semplificazioni che investono i classici quando la mole di scritti su di essi li supera, come scriveva il grande Italo Calvino: questo ne garantisce la sopravvivenza, ma, allo stesso tempo, implica un allontanamento dai messaggi e dalle funzioni originarie.
Chiudo con una curiosità personale, nella certezza che essa sia comune a molti lettori: quali autori della letteratura italiana o quali opere prediligi e per quale motivo? Essendo tu uno specialista del settore e un umanista nerd, devo chiederti anticipatamente di limitare la tua presumibilmente lunga lista a due o tre elementi, per quanto sia difficile! 
 
R. ‘Difficile’ è un grosso eufemismo, temo sia impossibile! Tenterò tuttavia di limitarmi a due-tre nomi, il primo dei quali non può che essere Dante; sembrerà scontato dirlo, ma la Commedia racchiude tutto quel che si possa desiderare in un’opera letteraria, mentre la Vita Nuova ci pone dinanzi al misticismo insito in tutte le dinamiche amorose (quando di vero amore si può parlare). Gli altri due autori sul mio personalissimo podio sono senza dubbio Boccaccio e Ariosto: il primo in quanto primo vero scrittore ‘moderno’, avendo definito – in Italia, ma anche in Europa – le basi del poema eroico, del racconto breve e persino del romanzo psicologico (andate a rileggere la Fiammetta!); il secondo in quanto sommo rappresentante del potere della fantasia e alfiere del gioco combinatorio. Ma credo sia meglio fermarsi qui: non farmi nominare Cavalcanti, Petrarca, Lorenzo, Poliziano, Pulci, Boiardo, Tasso, Marino, Leopardi, Monti, Tarchetti, D’Annunzio, Pirandello, Campana, Montale, Buzzati, Calvino...
Il colloquio con Luca, che ringrazio per la disponibilità e cui auguro buon proseguimento, potrebbe proseguire all’infinito, dato che ad ogni sua risposta nascono in me nuove curiosità (ecco cosa succede quando si incontrano gli umanisti nerd): vedremo apparire fra le mitiche vignette anche Pirandello e Buzzati? A chi tributare i sommi onori del poema cavalleresco e religioso fra Ariosto e Tasso? Seguiamo dunque Umanesimo Nerd e scopriamolo insieme!

C.M.

venerdì 18 dicembre 2015

Preludio: Emilio Praga e il manifesto della Scapigliatura

Negli anni '60 del XIX secolo il mito romantico si infrange contro una barriera destinata ad essere al contempo la base della poetica decadente: nasce in questo periodo una tendenza letteraria nota come Scapigliatura, che corrode le basi della tradizione letteraria e sociale, esaltando, per contro, un nuovo modello di vita all'insegna della sregolatezza, dell'immoralità e della ribellione. Gli Scapigliati, siano essi poeti, scrittori o artisti, rovesciano l'ideale del bello e buono ereditato dalla tradizione occidentale (il καλὸς καὶ ἀγαθός dei Greci e degli intellettuali neoclassici), facendo dell'arte un'arma tutt'altro che sacra per propugnare un nuovo modello di letteratura, che accoglie il brutto e la provocazione, che rifiuta qualsiasi compromesso conformista e, soprattutto, l'identificazione fra la figura del poeta e quella del vate.

Emilio Praga
Questa tendenza culturale prende il nome da una definizione di Cletto Arrighi, che nel 1862 scrive un romanzo intitolato La Scapigliatura e il 6 febbraio, incentrato su una rivolta mazziniana del 1853 e sui suoi protagonisti, giovani sregolati e artisti poveri, ben lontani dal mito del progresso borghese e, anzi, rappresentanti di tutte le sue storture; in questo senso, Scapigliatura rispecchia il francese Bohème. La Scapigliatura rappresenta la prima emersione della temperie decadente in Italia, fungendo da anello di congiunzione fra le esperienze poetiche di Charles Baudelaire e dei poeti maledetti francesi e la narrativa naturalista d'Oltralpe e la nuova poesia e la scrittura verista italiane, ma, più in generale, costituisce l'affermazione, nella penisola, di tematiche internazionali desunte dalla lettura di autori come Edgar Allan Poe e Ernst Theodor Amadeus Hoffmann.
Fra i maggiori autori ascrivibili a tale tendenza (parlare di 'movimento' implicherebbe un riferimento ad un progetto unitario mai esistito) vanno ricordati Igino Ugo Tarchetti, Camillo e Arrigo Boito, Giovanni Camerana e Carlo Dossi, ma è Emilio Praga (1839-1875) a scrivere il testo che è considerato il manifesto ideale della Scapigliatura, che apre la raccolta Penombre (1864): Preludio.
Oggi, nell'anniversario della nascita di Praga, ne propongo la lettura.

Preludio

Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull'agonia di un nume.

Nebbia remota è lo splendor dell'arca,
e già all'idolo d'or torna l'umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s'attende invano;

s'attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l'esausta vergine s'abbranca
ai lembi del Sudario...

Casto poeta che l 'Italia adora,
vegliardo in sante visioni assorto,
tu puoi morir!... Degli antecristi è l'ora!
Cristo è rimorto!

O nemico lettor, canto la Noia,
l'eredità del dubbio e dell'ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia, il tuo cielo,
e il tuo loto!

Canto litane di martire e d'empio;
canto gli amori dei sette peccati
che mi stanno nel cor, come in un tempio,
inginocchiati.

Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro,
e l'Ideale che annega nel fango...
Non irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango:

giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacché canto una misera canzone,
ma canto il vero!

Il testo rappresenta una dichiarazione di ribellione: Praga, come tutti gli Scapigliati, rifiuta la letteratura passatista, la mercificazione dell'arte, la bellezza stucchevole e la svenevolezza romantica. Il suo canto grottesco e disarmonico (così egli lo descrive) non mira a illuminare il lettore e a fargli da guida, ma, anzi, a smascherare la putredine cui si è ridotta la poesia; è tempo che i nuovi poeti cerchino una nuova direzione, smettendo di osannare i miti passati e le voci che fanno da bandiera culturale per interi popoli. Il bersaglio principale della polemica, il «Casto poeta» acclamato dagli Italiani (v. 13) altri non è che Alessandro Manzoni, il poeta romantico per eccellenza, da tutti imitato e paragonato ad un dio che, però, è destinato a crollare di fronte all'avanzata del moderno, degli anticristi. Il lettore, di conseguenza, diventa un personaggio probabilmente ostile, non disposto a veder deprecato il suo mito e ad assistere al crollo dei suoi ideali. Il tema della nuova poesia sarà la noia, che evoca lo spleen baudeleriano, unito alla cattiveria morale, al peccato, alla miseria, tutto quanto la letteratura ha sempre negato e che ora emerge con prepotenza, facendo cadere la maschera (il «minio e la maschera») ed emergere la verità sepolta sotto di esso dall'ipocrisia borghese.

Alcuni Scapigliati: L. Conconi, C.A. Pisani Dossi, G. Giachi e E. Praga

La lezione di Praga, legittimata dallo sfogo in chiusura, che denota consapevolezza del vero e del proprio compito, ben diverso dall'idealizzazione del passato, riprende dunque gli argomenti cari a Baudelaire e ai decadenti francesi: l'amore per la consunzione (fisica e morale), che produce il brutto, l'abbandono svogliato all'esistenza, la polemica contro i paradossi sociali, la perdita dell'aureola da parte del poeta, che si rivela un uomo comune, che non ha verità da offrire e che nel proprio talento vede soltanto un ostacolo, un orpello del tutto inadatto alla sciatteria del tempo in cui vive.

C.M.

mercoledì 16 dicembre 2015

Centomila gavette di ghiaccio (Bedeschi)

Difficile immaginare cosa sia stata la ritirata di Russia semplicemente leggendo un manuale di storia: poche righe e qualche cifra necessariamente imprecisa non bastano a rendere la portata di questo avvenimento terribile. Ma la memoria è uno dei doveri dell'umanità, e, come ho affermato spesso, i racconti di chi ha vissuto i due conflitti mondiali e gli eventi connessi sono il modo più efficace per passare da una registrazione di dati storici alla comprensione della portata dei grandi drammi umani.

Affrontare certi libri, però, non è così facile. Ed è imbarazzante anche etichettarli come 'narrativa', quando l'esperienza biografica viene mascherata da un romanzo che non ha nulla di fantasioso. Per questo motivo Centomila gavette di ghiaccio se n'è rimasto sui miei scaffali per otto anni prima che mi decidessi a leggerlo. E mi sono bastate poche pagine per capire che, in mancanza dell'assoluta convinzione di volerlo leggere, non sarei andata oltre i primi capitoli: la durezza della testimonianza di Giulio Bedeschi mette alla prova i nervi, lo stomaco e, soprattutto, la coscienza di noi donne e uomini d'oggi, che troppo spesso dimentichiamo le immani sofferenze vissute dai nostri simili meno di un secolo fa e quotidianamente sentiamo parlare di guerra, addirittura ascoltando le voci velenose di chi inneggia al sangue. Proprio a costoro, agli uomini dalla memoria corta, a coloro che esaltano i cannoneggiamenti sembra rivolgersi Bedeschi nella prefazione:
Le generazioni che hanno vissuto e sofferto la guerra e i giovani affacciatisi alla vita negli ultimi anni respirano ancora ai giorni nostri un clima d’angosciosa tensione: da un capo all’altro della terra odono ogni poco levarsi a minaccia l’antico urlo: guerra! Tacciono, implorando che l’ala nera sfiori soltanto e non si posi sugli animi, sulle carni, sui figli, o gridano il loro diritto e la loro volontà di non dovere ancora una volta morire a comando.
Centomila gavette di ghiaccio è un'opera che nasce dall'urgenza di raccontare qualcosa di inconcepibile. Leggendolo, mi è parso di scorgervi lo stesso bisogno di testimonianza che innesca l'istinto della scrittura in Primo Levi, come ha efficacemente scritto Italo Calvino. E, assieme alla volontà di raccontare le atroci sventure vissute assieme ai compagni alpini dell'ARMIR negli anni 1942-1943, Bedeschi afferma anche una fortissima dignità umana, un valore che nemmeno mesi e mesi di lotta contro la fame, i cannoni e il gelo hanno potuto annientare. Centomila gavette di ghiaccio è, infatti, una lapide di carta per tutti coloro che sono morti nella Campagna di Russia o che sono tornati svuotati della loro vitalità e riempiti di ricordi dolorosi. Lo stesso autore dichiara di aver dato voce ai morti, gli unici che della guerra possono considerarsi vittime e non complici, con due righe che richiamano quelle, simili, che chiudono La casa in collina di Cesare Pavese:
In questa storia la guerra è vista, per così dire, dalla parte dei morti, che non hanno conti da rendere e posizioni da sostenere.
Giulio Bedeschi (1915-1990)
Le vicende vissute dal corpo degli alpini e ricostruite da Bedeschi, celato dietro la figura dell'ufficiale medico Italo Serri, vanno dall'occupazione dell'Albania e dalle battaglie in Grecia fino alla spedizione dell'ARMIR nel Caucaso, nel tentativo di sfondare la linea del Don, strenuamente difesa da mezzi corazzati contro i quali le truppe italiane, poco e male armate e che si muovono a piedi e con i muli, non hanno possibilità di vittoria. Il senso della crudezza della guerra emerge già dalle imprese balcaniche, ma riemergono con ancor maggiore violenza quando, dopo il momentaneo rientro in Italia, i battaglioni si inoltrano nella steppa innevata, lasciandosi inghiottire da un mare di nebbia e gelo da cui pochissimi faranno ritorno. Sembra di avvertire il freddo che si insinua nelle ossa e attanaglia i muscoli, si avvertono i crampi della fame, tanto è vivido e lacerante il racconto di Bedeschi, che rimuove dall'idea della guerra qualsiasi sfumatura epica, svelandola per quella che è: un enorme massacro di cui nessuno, in patria, conosceva l'entità, e che per molto tempo ancora sarebbe rimasto nascosto, come una sorta di onta... e il finale lo rivela chiaramente senza troppe parole.
Stanchezza, fame, sete, freddo, sonno: questi cinque elementi si componevano in vario modo nel corpo di ogni uomo, e già i primi chilometri di cammino richiedevano una disperata tenacia per procedere sulla steppa; poi si spalancava l’inferno entro quell’orizzonte cancellato dall’implacabile biancore della neve, disperso dalla nuvolaglia sfilacciata in brume cineree; la vastità paurosa della steppa corrodeva non meno della fame.
Questo è uno dei passaggi più delicati della ricostruzione di Giulio/Italo, che, per gran parte del libro, mantiene un registro realistico e crudo, ma sa comunque rendere la compostezza di chi fu protagonista della tragedia dell'ARMIR attraverso uno stile preciso, corretto fino all'eccesso, sublime in certe descrizioni dei rari momenti di pace, nelle affettuose descrizioni degli alpini e nel ricordo dei loro martiri. A differenza delle testimonianze sul primo conflitto mondiale di Emilio Lussu e di Erich Maria Remarque, l'autobiografismo e l'emotività sono largamente ridimensionati e mancano lunghe riflessioni di esplicita condanna di chi della guerra tiene le fila. Tutto ciò è sostituito da descrizioni durissime, iterazioni di scene che rendono l'idea del continuo rincorrere la vita sfuggendo gli assalti nemici, dialoghi che ci fanno conoscere i protagonisti meglio di quanto farebbero pagine e pagine di rendiconto delle loro vite. Giulio Bedeschi fa da narratore esterno, descrivendo soltanto ciò che si vede e che si ascolta: lo sconvolgimento emotivo entra dagli occhi e dalle orecchie senza che l'autore abbia la necessità di suggerircene i toni, lasciando che sia l'orrore stesso della guerra a parlare e a raccontarsi.

Il bosco però era umido e freddo, a quell’ora; venivano i brividi, anche la coperta s’era intrisa di brina. Mancava ancora qualcosa in quel bosco perché divenisse veramente ospitale. Troppo silenzioso, forse; pareva d’essere sepolti sotto la nebbia e i rami. Era in quei momenti che gli alpini s’accorgevano che tra fuoco e tenebre in mezzo a tanti alberi dalla corteccia fradicia la cosa che mancava al bosco era la voce, la voce del bosco; e allora gli alpini gli prestavano la loro, come se fosse una vecchia intesa, una cosa da nulla scambiata fra amici.
Così nasceva il canto.
Mormorato all’inizio, quasi sèguito di pensieri accorati, gonfio di contenuto respiro, lamento più che grido poiché mai dissociato dal rimpianto per coloro che non cantano più attorno ai fuochi. Un’infinita nostalgia di cose perdute piangeva fra gli alpini immobili e gravi; pareva allora veramente, nel tenebroso silenzio del bosco, che innanzi alle rosse lingue guizzanti le parole e le voci venissero a sciogliersi grondando sangue e lacrime. Ma non importava, si sentiva che il bosco era diventato la casa, per gli alpini; c’era qualcosa di loro, ormai, che s’era posato su ogni foglia e aveva reso accogliente la coltre muscosa.
C.M.

lunedì 14 dicembre 2015

L'eredità di Aldo Manuzio

Prima che questo 2015 si chiuda, voglio dedicare qualche parola ad una grande figura della cui morte quest'anno ricorre il quinto centenario: Aldo Manuzio (metà del XV secolo - 1515). Un personaggio di enorme importanza per la storia culturale non solo italiana, ma internazionale, ingiustamente confinato anche nei libri di letteratura a poche, frettolose menzioni. In realtà Aldo Manuzio, il più grande stampatore dell'età moderna, è stato il canale di diffusione delle opere classiche in tutta Europa, forse colui che più degnamente ha utilizzato la straordinaria innovazione di Gutenberg.

Logo delle edizioni aldine
Di origini laziali, Aldo si dedica agli studi umanistici a Roma, presso i personaggi più eminenti del suo tempo, originari dell'area veneta, ma impegnati a Roma: ha come maestri Gaspare da Verona e Domizio Calderini, autore di un'edizione delle Silvae di Stazio criticata da Angelo Poliziano e personaggio molto vicino a quel cardinal Bessarione che nel 1468 dona a Venezia la sua collezione di libri, primo nucleo della Biblioteca marciana. Intorno al 1475 è a Ferrara, dove approfondisce il greco grazie a Battista Guarini e diventa amico di Giovanni Pico della Mirandola.
Nel 1490 si trasferisce a Venezia, dove, l'anno successivo, incontra Pietro Bembo, e, pur avendo avviato una carriera da insegnante, nel 1494 apre una sua stamperia nella città lagunare, già affermata per la produzione e la diffusione di libri. La particolarità delle edizioni aldine, che vengono pubblicate con il logo del delfino avvolto attorno ad un'ancora che illustra il motto greco σπεῦδε βραδέως latinizzato Festina lente ('affrettati lentamente'), è quella di diffondere le edizioni moderne dei testi classici, in particolare greci: la missione di Aldo Manuzio è quella di rendere pervasiva la circolazione delle voci elleniche, sia per l'interesse del pubblico italiano, sempre più interessato alla lingua greca e nutrito della presenza, a Venezia e in generale nell'intera penisola, di un gran numero di studiosi ed ecclesiastici originari della Grecia o dell'Asia minore, aree dominate dai Turchi dalla conquista di Costantinopoli (1453), sia per colmare un enorme ritardo nel passaggio a stampa dei testi-cardine della cultura occidentale. Prima di Aldo Manuzio, in Italia si leggeva a malapena una dozzina di testi greci, e fra questi non tanto le voci antiche (limitate a Omero, Isocrate e Tecrito) ma i manuali di grammatica di Emanuele Crisolora e di Costantino Lascaris. Le edizioni dei testi greci, infatti, comportano grandi difficoltà di produzione, dalla scarsità di editori e commentatori esperti di lingua greca alla complessità di realizzazione di caratteri mobili con i segni non solo delle lettere greche, ma anche delle tre tipologie di accento e delle due varianti di spirito in combinazione con i sette segni vocalici.

Aldo Manuzio in un dipinto di Bernardino Loschi

Aldo Manuzio accoglie dunque una sfida impegnativa e, utilizzando i caratteri elaborati dall'incisore Francesco Griffo, fra il 1494 e il 1515 dà alle stampe numerosi testi classici con il prezioso aiuto dell'umanista cretese Marco Musuro (1470-1517), attento studioso dei commenti antichi, ordinatore degli scolii, responsabile dell'edizione delle commedie di Aristofane, correttore e lessicografo scrupoloso, che non si privò del vezzo di completare testi danneggiati o lacunosi, come nel caso del poeta pastorale Mosco.
Il primo libro greco stampato da Aldo è una breve edizione del grammatico Museo (V sec.), che preclude alla pubblicazione delle poesie di Teocrito e di Esiodo. Seguono i colossi della letteratura, dell'oratoria e della filosofia greca, da Aristotele a Sofocle, da Euripide a Erodoto, da Tucidide a Demostene (le editiones principes, cioè le prime stampe in assoluto, sono datate agli anni 1502-1504).

Edizione degli Analitici posteriori diAristotele
Meno eclatante risulta l'impegno di Manuzio nella stampa di testi latini, fra i quali pubblica certamente Virgilio e Orazio, ma va ricordato l'inaspettato salvataggio, da parte sua, di testi fino ad allora solo manoscritti che, senza il passaggio nella pressa aldina, sarebbero andati perduti, come quello contenente le Epistole di Plinio il Giovane, a fatica ottenuto dai monaci parigini di San Vittore. Nutrito da un profondo senso di religiosità e di una speranza al rinnovamento della Chiesa espressa addirittura ad Enea Silvio Piccolomini nella dedica delle Epistole di Santa Caterina da Siena (1500), Manuzio progetta un'edizione poliglotta della Bibbia che, però, non verrà mai realizzata.
Decisiva è invece la collaborazione con Pietro Bembo, autore delle Prose della volgar lingua (1525), il testo che sancisce i canoni letterari della produzione volgare. Proprio per l'influenza del Bembo, Aldo Manuzio pubblica fra i suoi classici tascabili la prima edizione del Canzoniere di Petrarca (1501), consacrato così a modello lirico, per poi stampare anche Dante Alighieri (1502) e gli Asolani, dialoghi filosofici sull'amore scritti dallo stesso Bembo (1504). Anche con le edizioni volgari Aldo Manuzio risulta decisivo nell'evoluzione dell'arte libraria, poiché introduce la virgola uncinata e realizza anche un'edizione illustrata, offrendo al mondo, nel 1499, la prima edizione del romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili ('combattimento amoroso di Polifilo nel sogno', forse opera di Francesco Colonna), corredato di centosettantadue xilografie che ne illustrano la vicenda.
Aldo Manuzio è dunque una figura cardine nello scenario culturale mondiale, perfetto mediatore fra l'antichità e la modernità, salvatore di codici e commenti e prima voce a stampa delle più importante opere volgari. A cnquecento anni dalla sua morte, consapevoli dehli importanti traguardi raggiunti grazie al suo lavoro, non possiamo non rivolgergli un grande ringraziamento.

Hypnerothomachia Poliphili

C.M.

venerdì 11 dicembre 2015

Istruzione e collocamento (parte II): la scuola è al servizio dei cittadini

La scorsa settimana avevo iniziato ad esprimere il mio sconcerto verso una certa visione del rapporto fra l'istruzione e il lavoro, promettendo che la questione avrebbe avuto un seguito. Ebbene, la riflessione continua prendendo come spunto la disarmante diffusione dell'idea che la scuola debba essere al servizio del mondo del lavoro e debba quindi prediligere solo un sapere utile e immediatamente spendibile nei meandri del sistema produttivo.

Da questo discutibile principio deriva la convinzione che alcune discipline debbano essere eliminate dalla scuola: latino, greco, filosofia, storia dell'arte, storia e geografia, insomma le materie umanistiche, sono additate come inutili zavorre e sempre meno si è disposti a riconoscere che, al di là del fatto che su di esse si fonda quella cultura generale che ci eleva da un imbarazzante stato di insipienza, le loro peculiarità epistemologiche permettono di allenare la mente al ragionamento non meno delle materie scientifiche. C'è come l'idea che parte del sapere debba essere sfrondato, ridotto all'osso o del tutto cancellato in quanto inutile, ma vien da chiedersi quanta stima abbiamo per noi stessi se pensiamo di essere più preparati, maturi e competitivi sapendo meno e riconoscendo che nella nostra testa non c'è spazio per questo o quello. Il vero progresso avviene aggiungendo cultura o trasformando i dati di quelle forme di sapere che richiedono di essere adattate ai tempi, ma non è mai legato ad una eliminazione della cultura stessa. Come abbiamo già avuto modo di constatare, l'utilitarismo non produce alcun progresso nella conoscenza, ma non fa altro che danneggiarla e standardizzare il sapere attorno a pochi argomenti che si credono vitali, a scapito di una cultura più vasta e articolata.
Il problema è che, in conseguenza di questo modo di ragionare, si tende ad identificare la scuola con un corso di formazione professionale finalizzato alla produzione del lavoratore, ritenendo di poter stabilire anticipatamente cosa gli serva saper fare e cosa, invece, sia un orpello inutile. E il mondo del lavoro, in effetti, si aspetta che gli istituti scolastici facciano da ufficio di collocamento, sfornando figure perfette per le mansioni che vengono offerte, salvo poi inquadrarle come stagisti e apprendisti a vita o, almeno, fino al termine del beneficio degli sgravi fiscali. Ci sono aziende che non esaminano i curricula che neodiplomati e neolaureati consegnano personalmente e che attingono alle banche-dati delle scuole per farsi suggerire candidati, direttamente (con pratiche che, se non violano le norme sulla privacy, poco ci manca) o attraverso portali cui spesso i laureandi sono costretti ad iscriversi - cedendo dati e autorizzazione al trattamento degli stessi a fini statistici - per poter presentare la domanda di conseguimento del titolo. Insomma, le strutture che erogano istruzione sono ormai intese come uffici del lavoro e ci si aspetta che esse producano il lavoratore perfetto, nel senso etimologico di completo, ultimato, pronto all'uso.
Non voglio certo dire che non sia importante il legame fra la scuola e il mondo del lavoro, ci mancherebbe altro. Però, ecco, ritengo che dovremmo realizzare quale sia la vera portata della scuola, che non serve a formare il lavoratore, ma il cittadino. Un titolo di studio concretamente spendibile in un impiego è certo apprezzabile ed è bene che, nella formazione del singolo, si sviluppino anche attitudini che torneranno utili più o meno direttamente nello svolgimento di una professione, ma una scuola serve a formare individui consapevoli, capaci di sfruttare risorse intellettuali anche al di fuori del lavoro, dalla vita privata al tempo libero, dal momento in cui sottoscrivono un contratto di utenza a quello in cui si recano alle urne.
L'istruzione non è puramente uno strumento per scrivere curricula, ma una palestra per il pensiero, l'autonomia e la dignità di ciascun individuo. Pensare di sfrondare i percorsi di studio dalle materie che odorano di passato anziché chiedersi come strumenti datati possano aiutare a produrre lo scopo di fornire tale indipendenza critica è a dir poco grottesco. Eliminare lo studio delle lingue classiche perché la nuova frontiera è costituita da un italiano ai limiti della decenza o dall'inglese sarebbe come decretare l'inutilità delle quattro operazioni perché ormai i calcolatori fanno tutto al posto nostro.


Insomma, appiattendo le menti delle persone sulle quattro nozioni utili ad effettuare un lavoro non solo si travisa il principio tutelato a livello europeo della capacità di reperire, assemblare, smontare e riorganizzare il sapere in conformità alle diverse situazioni in cui ci si trova ad operare (professionalmente e non), ma si creeranno degli individui dalle funzionalità mentali ridotte e applicabili sono a determinate operazioni: se la scuola forma ragionieri, vogliamo davvero che questi sappiano soltanto calcolare bilanci e compilare fatture o ci aspettiamo che sappiano manipolare un sapere anche differente, nell'ottica di una più ampia visione culturale, umanamente auspicabile? Se un'università sforna un ingegnere informatico la formazione può dirsi completa se questi non ha alcuna consapevolezza degli strumenti della comunicazione prima dell'era digitale? Ma questo vale anche per gli umanisti, giacché nessuna forma di sapere può dirsi completa in se stessa: chiunque di noi resterebbe basito di fronte ad un dottore in filologia che non avesse alcuna dimestichezza con un computer e le sue principali funzionalità. Il profilo umano e professionale adatto alla modernità, dunque, non è quello dello specialista arroccato sui capisaldi della propria disciplina, ma quello di un individuo aperto al sapere nelle sue varie forme. È a dir poco paradossale che, nell'era in cui gli orizzonti sociali, economici e culturali si espandono, la nostra idea di cultura, formazione e professionalità sia ridotta ad un cerchio ristretto al di fuori del quale siamo già ignoranti.
Mi amareggia l'elogio della semplificazione di cui si vanta tanto anche il mondo politico. Sembra che semplificare in ambito culturale sia una missione auspicabile in un mondo che, al contrario, è sempre più complesso e in cui il sapere rivela tutta la sua magmaticità e la sua polivalenza. Ma c'è di peggio: che lo Stato eroda l'offerta formativa scolastica con la scusa di renderla più conforme alle aspettative dei datori di lavoro è un'enorme offesa al diritto allo sviluppo culturale del singolo, indipendente da qualsiasi applicazione pratica, oltre che un regalo a quella parte di imprenditoria che non intende minimamente investire nella formazione autonoma dei propri impiegati. Purtroppo sappiamo bene che l'attuale governo ha ben poco del socialismo che ci si aspetta da una direzione democratica di sinistra e serve, invece, gli interessi delle cricche di potere, senza esimersi da un vergognoso servilismo e dal fare proclami-sponsor. Del resto, dalla pochezza culturale di un popolo le élite culturali hanno sempre avuto solo benefici, poiché l'eccessiva consapevolezza di sé e dei propri diritti da parte dei cittadini causa instabilità in chi li vuole governare.

Il peggio è che, in molti casi, questo sfrondamento della cultura, colpo dopo colpo, viene presentato come un'operazione di snellimento o come una scelta in favore della democratizzazione della cultura stessa, presupponendo l'idea che una cultura solida, vasta e che affondi le radici in una lunga tradizione sia sinonimo di un sapere elitario. Si abbatte la scuola dei saperi tradizionali inneggiando alla lotta al mostro della segregazione sociale e alla riduzione della scuola ad un parco accessibile a tutti. Ma questa concezione della scuola, forse, valeva nella seconda metà del secolo scorso, prima che licei e formazione universitaria diventassero accessibili anche alla classe media e, pur con molti sacrifici, anche a parte dei ceti meno abbienti (del resto, frequentare qualsiasi istituto scolastico, sia esso liceo, scuola tecnica o sitituto professionale, comporta enormi costi). Ma oggi che nemmeno il diploma è garanzia di occupazione, conta relativamente la tipologia di studi compiuti: l'inglese scolastico non è, dal punto di vista occupazionale, requisito più appetibile del latino per concludere un'assunzione. Picconare il sapere e ridurre all'osso le conoscenze e il livello della preparazione (anche nelle operazioni fondamentali come la letto-scrittura, in cui ormai si ravvisano lacune terrificanti, che non di rado coincidono con l'analfabetismo), con il proclama della maggior utilità di forme più attuali di conoscenze è ormai una pratica che si fonda su un'enorme bugia: in Italia non è sbagliata la scuola tradizionale (che ancora molti Paesi esteri imitano), ma è sbagliata l'idea che essa debba essere schiava del mondo del lavoro.
La scuola non è al servizio delle imprese ma dei cittadini.
Per questo non sono ammissibili i tagli spacciati per scelte di competitività e ammodernamento. Se qualcosa deve cambiare nelle modalità di insegnamento e di trattamento del sapere, tuttavia non può passare l'idea che la scuola debba essere soltanto utile a produrre un lavoratore e con il minimo sforzo possibile. Nell'ottica della semplificazione, infatti, è stata corroso anche il principio di sacrificio: si sbandierano le tecnologie solo come mezzi per rendere più accattivante il sapere e si condannano pratiche tradizionali di successo (e che ne sono), si afferma che gli studenti debbano essere motivati perché tendono a preferire i videogiochi e i social-network allo studio e alla lettura, ma non si dice mai quanto sia importante che gli studenti, dalla scuola primaria fino all'università, siano responsabilizzati ad assumersi un impegno tale da ottenere risultati validi e durevoli. Tutto deve essere bello, stimolante, facile, e questa immediatezza dovrebbe essere garanzia di una formazione egualitaria e spendibile nel mondo contemporaneo. Ma negare l'importanza del duro lavoro e del sacrificio connaturati allo studio (termine che, etimologicamente, significa proprio impegno) comporta un tradimento delle potenzialità individuali e una degradazione del cittadino ad un esecutore.
Un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere. (Italo Calvino)
C.M.

martedì 8 dicembre 2015

Lo sguardo di Maria: la salute dallo Stilnovo alla Commedia

Fra la fine del Duecento e l'inizio del XIV secolo si afferma in Toscana il movimento del Dolce Stil Novo, che annovera fra i suoi maggiori rappresentanti Guido Guinizzelli (che ne è considerato l'iniziatore), Guido Cavalcanti e Dante Alighieri. L'aspetto tematico-simbolico più significativo è l'apparizione, nella poesia dello Stilnovo, della donna-angelo, una creatura terrena che, con l'emanazione della Grazia, fa da mediatrice fra l'uomo e Dio, assicurando a chi si bea della sua visione un'elevazione spirituale che è promessa della somma felicità.
Nel 1293 Dante predispone la versione definitiva della Vita nuova, opera dominata dall'amore per Beatrice; fra il 1216 e il 1320 si dedica alla composizione del Paradiso, l'ultima cantica della Commedia, in cui Beatrice torna ad essere centralissima (dopo la sua apparizione già nel canto XXX del Purgatorio) e che si conclude con la comparsa di colei che per prima si è mobilitata affinché Dante affrontasse il viaggio di purificazione che in esso è descritto: la vergine Maria.
Un solido legame intercorre fra le apparizioni di Beatrice nei versi dell'opera giovanile e il suo svanire per lasciar il posto alla Madonna nel finale della Commedia. Un legame che risiede in uno sguardo.

Dante Gabriel Rossetti, Saluto a Beatrice (1859)

Già Guinizzelli ha espresso la centralità della visione nel rapporto fra la donna-angelo e il suo ammiratore, non solo per l'abbondanza di immagini profuse nelle sue poesie, ma anche per la prevalenza dell'area semantica del parere (nel senso di apparire), del mirare e del del mostrarsi, che, naturalmente, si connette al ricorrere degli occhi stessi fra gli elementi maggiormente descritti nella creatura femminile. Nelle due terzine del sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare si scorgono già i prodromi di Tanto gentile e tanto onesta pare:
Passa per via adorna, e sì gentile
ch'abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa'l de nostra fé se non la crede;

e no lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c'ha maggior vertute:
null'om pò mal pensar fin che la vede.
Il testo, infatti, echeggia i versi 5-8 del noto brano dantesco, dove si sottolinea l'atteggiamento umile della dona, capace di rivelare il miracolo divino, al punto che, secondo Guinizzelli, ella ha un tale potere da rendere credente chi non lo sia (piega l'orgoglio ci colui cui dona la salvezza / e lo rende seguace della nostra fede, se già non lo è):
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Ma il seguito del sonetto dell'Alighieri specifica da cosa nasce quella grazia e in che modo arriva all'uomo (vv. 89-11):
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova.
L'atto miracoloso della donna emana dagli occhi, che infondono dolcezza, bontà e desiderio di purificazione, a già dai primi versi della poesia scopriamo che nello sguardo ch'ella regala a chi l'ammira mentre incede per strada è compreso un atto di salvezza. La parola salute del v. 2 (Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand'ella altrui saluta recita il brano in apertura) è infatti pregna di significato escatologico: essa deriva dal latino salus, salutis, che significa salvezza, e non tanto, nel senso riduttivo che le attribuiamo noi, salute; salutem dicere o salutem dare assume, in maggior misura rispetto al significato di salutare, quello di trasmettere la salvezza
Gustave Doré, La Vergine nell'Empireo
La donna, dunque, affida al suo sguardo un vero e proprio lasciapassare per il paradiso, e in questo è angelo: lungi dal rappresentare una minaccia carnale, ella è per i poeti stilnovisti il simbolo della Grazia divina. Nel nome Beatrice, del resto, si nasconde il significato di portatrice di beatitudine, e la sua figura è, nella Commedia, il reale anello di congiunzione fra il paradiso e la selva oscura, in quanto, ricevuto dalla Vergine (attaverso Santa Lucia) l'ordine di salvare il pellegrino smarrito nel peccato, è lei stessa a pregare Virgilio affinché accorra in suo aiuto e lo conduca fino a lei, nel Paradiso terrestre. Un ruolo che, come abbiamo già visto, è anticipato in chiusura alla Vita nuova, col sonetto Oltre la spera che più larga gira; in quell'occasione abbiamo avuto modo di sottolineare come il 'potenziamento angelico' di Beatrice ne abbia permesso il salvataggio, anche dopo la riflessione metaletteraria sulla poesia amorosa, che ha prodotto il peccato di Paolo e Francesca.
Ebbene, grazie a questa scelta quasi divinizzatrice di Dante non solo viene stornata la minaccia della sensualità di Beatrice (quello che tenterà di fare Petrarca con le poesie in morte di Laura), ma il poeta sfuma gradualmente la figura della donna-angelo in quella della Vergine Maria, portando i due ruoli alla sovrapposizione nel canto XXXIII del Paradiso. Beatrice è certamente presente nel canto, dato che, come scopriamo dalle parole di San Bernardo (la cui lode alla Madonna apre il canto), ella ha assunto il suo posto nella Rosa dei Beati (vv. 38-39), ma è ora la Vergine a sostituirsi a lei in quanto medium per arrivare a Dio. Dall'apertura del canto conclusivo della Commedia, infatti, non sono più gli occhi angelicati di Beatrice a guidare l'essere, l'agire e il sentire di Dante, che dallo sguardo di lei ha fino a qui attinto istruzioni e delicati rimproveri (come nel fatidico superamento della Sfera del Fuoco nel canto I, che avviene proprio nel tempo di un battito di ciglia di Beatrice). Ora la vera donna-angelo è la Vergine, colei che ha permesso il viaggio di Dante e l'unica che può convincere l'Altissimo a svelare ad un mortale il mistero della sua essenza (vv. 40-48).
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
In queste terzine è centrale lo sguardo di Maria: ella è innanzitutto nominata attraverso una perifrasi colma di dolcezza e devozione, che si focalizza proprio sui suoi occhi, la meraviglia più amata da Dio; questo passo è stato giustamente paragonato da Roberto Benigni all'espressione d'amore di un uomo per la sua amata, ma, aggiungerei, trova una corresponsione anche nell'amore con cui un figlio guarda alla madre... e, del resto, Maria è la Vergine madre, figlia del <suo> figlio, la sintesi di tutte le opposizioni, l'ossimoro vivente che testimonia il mistero divino. I suoi occhi, appagati dalla lode che san Bernardo («l'orator») ha pronunciato nei vv. 1-39, si spostano verso la luce di Dio («l'etterno lume»), ch'ella sola può ammirare senza soffrirne la potenza. In maniera speculare a quanto fa Beatrice nel canto I, permettendo a Dante di penetrare la dimensione terrena e di potenziare le proprie facoltà visive, anche qui la Vergine concede a Dante di arrivare laddove nessun essere umano sia mai giunto. Grazie al tramite di quegli occhi, anche quelli del poeta si spostano verso la luce e riescono a poco a poco ad entrarvi così profondamente da scorgere l'unità di tutto il creato in Dio e il mistero della sua Trinità: dagli occhi di Beatrice a quelli di Maria slitta e si trasmette al pellegrino errante la Grazia di Dio.

Pinturicchio, La Vergine (particolare della Pala di San Gimignano)

C.M.
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