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mercoledì 27 gennaio 2016

«Ma nessuno ci guardava negli occhi»: l'interminabile sofferenza di un sopravvissuto

La prova più difficile e allo stesso più necessaria per i sopravvissuti dei Lager è stata la testimonianza. Lo spiega bene Primo Levi, che, in Se questo è un uomo e La tregua, testi in cui racconta la dura esperienza dell'internamento e del successivo ritorno a casa, manifesta la costante inquietudine di non trovare, oltre i recinti di filo spinato, un mondo disposto ad ascoltare e a comprendere l'esperienza dei campi di concentramento. Lo ribadisce l'impegno di tanti prigionieri che, nel corso della loro vita, hanno scelto di farsi portavoce del dolore proprio e dei loro compagni, al fine di mantenerne il ricordo. 
Primo Levi (1919-1987)
Purtroppo l'incubo dell'oblio e del rifiuto della memoria si fa sempre più reale, a mano a mano che i testimoni cedono al tempo e le loro voci si spengono con il sedimentare degli anni e l'avanzare di nuove generazioni che apprendono molto tardi e in maniera quasi esclusivamente manualistica che cosa sia stata la Shoah. Con il passare degli anni, la Giornata della memoria, istituita dall'ONU nel 2005 con cadenza annuale il 27 gennaio (data in cui le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz, testa dell'intero sistema-Lager), è una manifestazione sempre più importante non solo per serbare il ricordo dei morti, ma per mantenere viva la coscienza delle terribili conseguenze dell'odio, del pregiudizio e dell'indifferenza. Più in generale, è auspicabile che Giornata della memoria non significhi solo Shoah, ma comprenda in sé la condanna di ogni genocidio, perché, che si tratti dello sterminio della comunità ebraica, degli Armeni, degli omosessuali, degli handicappati, degli internati dei Gulag, di una popolazione africana o delle minoranze etniche nelle regioni della ex-Jugoslavia, il fondamento di ogni strage comunitaria è lo stesso: eliminare qualsiasi traccia del passaggio di interi gruppi umani sulla terra e privare del diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza e all'identità ogni sua singola vittima. Il genocidio rappresenta il totale disprezzo per la vita umana, al punto che, nei campi di concentramento, si aggiravano, piegati ai meccanismi di un lavoro forzato estremo, spettri svuotati di ogni umanità, come testimonia Levi, o che quell'umanità la coltivavano nei rari momenti di raccoglimento nelle sordide cuccette delle camerate.
Conosciamo tutti i fatti che caratterizzarono la Shoah (meno, invece, quelli legati ad altri eccidi di massa), per cui non intendo oggi ricostruire una storia raccontata più e più volte e disponibile su qualsiasi sito di approfondimento. Quello che mi preme è sottolineare, attraverso le pagine appena rispolverate di Primo Levi, l'importanza del ricordo, unica via per restituire la dignità a chi se la vide togliere nei Lager e per ammonire ancora e ancora sulla necessità di non chiudere mai gli occhi di fronte al grido di sofferenza di chi rischia di perderla ogni giorno per colpa dell'odio, del pregiudizio e dell'ignoranza.
La memoria è un dovere nei confronti degli altri - delle vittime in primo luogo - e di noi stessi. Ci sono alcuni aspetti che emergono con maggiore insistenza nella testimonianza, mai gratuitamente ostile o lamentosa (nonostante ne avesse pieno diritto), di Primo Levi. Innanzitutto l'impotenza di fronte al furto di identità e dignità perpetrato ancor prima dell'ingresso nei campi e al loro interno completato: tutto ciò che per l'essere umano costituiva un nucleo di affetto o un segno personale veniva distrutto, dai famigliari confinati a diverse camerate o alla morte immediata, alla sottrazione di ogni minimo oggetto. Il genocidio inizia quando l'individualità viene annientata, e monta una rabbia cieca quando si legge, in Se questo è un uomo, la cruda trasformazione di tanti uomini diversi in fantasmi tutti uguali, senza nome, senza capelli e con poche carni addosso, irrigiditi dal freddo e condannati al silenzio.
Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo. Di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre.
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora che il dubbio significato del termine “Campo di annientamento”, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.

Il Lager, sempre utilizzando le parole di Levi, è un esperimento per ridurre gli uomini a bestie, e, in mezzo a tale brutalità, diventa essenziale mantenere dei piccoli segni di umanità, continuare a lavarsi e a lustrare le scarpe non per evitare le botte o la condanna a morte (giacché nemmeno l'obbedienza agli ordini garantisce la sopravvivenza), ma «per non cominciare a morire», per continuare a salvaguardare i piccoli segni di una quotidianità ormai perduta, per affermare ancora che quel corpo lavato o quegli zoccoli lucidati appartengono ad un uomo, non ad uno scheletro senz'anima. Perfino tentare di rievocare i versi del canto di Ulisse aiuta a mantenere i segni di umanità, a non piombare nella condizione di bruti stigmatizzata dall'eroe secondo Dante.
Non c'è odio in Se questo è un uomo, sebbene Levi inizi a scrivere subito dopo il rientro a casa; semmai, sono le pagine de La tregua a raccogliere qualche momento di rabbiosa protesta, generata dall'incredulità di fronte all'affermazione di ignoranza sull'esistenza dei campi. Levi non condanna apertamente i Tedeschi del suo tempo, né cerca di suscitare una facile commiserazione nel suo lettore, ma si indigna di fronte al rifiuto, alla consapevolezza che pochi sanno o vogliono sapere che ne è stato di milioni di uomini, donne e bambini per mesi e mesi rinchiusi nelle fabbriche dell'annientamento.
In una delle prime recensioni di Se questo è un uomo (1947), Italo Calvino sottolinea il triste motivetto che risuona spesso nella scrittura di Levi: un terrificante sogno che coglie nella notte il sopravvissuto, mostrandogli la sua esistenza in mezzo a persone che non ascoltano la sua testimonianza o, se la ascoltano, non possono o non vogliono comprenderla, perché rappresenta qualcosa di talmente brutale che supera i limiti dell'intelletto umano. Il Lager ha aperto una frattura non solo fra i morti e i vivi (quelli che Levi chiama «I sommersi e i salvati»), ma anche fra coloro che la guerra e la dittatura hanno risparmiato e coloro che sono usciti dai campi, come appartenessero a categorie completamente diverse: il campo di annientamento produce un dolore che neanche chi ha sofferto le percosse del conflitto e il terrore dei bombardamenti può concepire, e il sopravvissuto al Lager non è un sopravvissuto di una guerra qualsiasi, e nemmeno le parole comuni bastano a descrivere ciò che Auschwitz o altri campi hanno rappresentato.
Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di aver freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo “fame”, diciamo “stanchezza”, “paura”, e “dolore”, diciamo “inverno”, e sono altre cose. Sono parole libere; create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per spiegare cosa è faticare l’intera giornata nel vento, sotto zero, con solo indosso camicia, mutande, giacca e brache di tela, e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene.
Il disprezzo, la condanna, persino un comprensibile risentimento verso gli aguzzini e i compiacenti non hanno spazio nella pagina di Levi: prevale l'intento di registrare, di raccontare la nuda verità, di rappresentare se stesso e i compagni nelle brutture del campo. Levi spera che questa fedeltà all'intento della testimonianza (che non equivale ad una calcolata freddezza) serva a stornare quel sogno, a infrangere il maggior numero di barriere possibili fra i suoi contemporanei - e i posteri - e i sopravvissuti.

Se in Se questo è un uomo (il cui titolo è ricavato dalla breve poesia posta a suggello epigrafico in apertura) prevale la narrazione della disumana routine del campo, è ne La tregua che emerge il vero incitamento alla verità. Proprio questo secondo libro testimonia l'urgenza del ricordo, dando voce al terrore di dover tornare a casa e raccontare ad un pubblico sordo quanto è accaduto nei mesi precedenti. Tale paura è momentaneamente soffocata da peripezie d'ogni genere lungo la via del ritorno, di cui fanno parte anche incontri che strappano un sorriso: è questa la tregua, il momento di relativa pace fra la conquista della libertà dopo la caduta di Auschwitz e il rientro a casa, che impone il rinnovarsi del dolore ai fini della sua testimonianza.
Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo trovato la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze, intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto? Presto, domani stesso, avremmo dovuto dare battaglia, contro nemici ancora ignoti, dentro e fuori di noi: con quali armi, con quali energie, con quale volontà? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi. I mesi or ora trascorsi, pur duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino.
Il viaggio di ritorno è il purgatorio di Levi, l'esperienza in cui sedimentano le brutture del Lager, ma che non apre ad alcun paradiso, perché tale interiorizzazione è finalizzata unicamente al bisogno di raccontare. La sofferenza del sopravvissuto, che si presenta sovente come un contemporaneo ma estremamente realistico Ulisse, è interminabile: il suo viaggio di ritorno dopo una lunga guerra non promette la vita, ma il proseguire di uno stato di disorientamento, solitudine e incomunicabilità generato dal Lager. Una condizione irreparabile, che condurrà Levi al suicidio l'11 aprile 1987.
Ci sembrava di avere qualcosa da dire, enormi cose da dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni tedesco avesse da dire a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di domandare, spiegare e commentare, come i giocatori di scacchi al termine della partita. Sapevano, “loro”, di Auschwitz, della strage silenziosa e quotidiana, a un passo dalle loro porte? Se sì, come potevano andare per via, tornare a casa e guadare i loro figli, varcare le soglie di una chiesa? Se no, dovevano, dovevano sacramente, udire, imparare da noi, da me, tutto e subito: sentivo il numero tatuato sul bracco stridere come una piaga. […]
Mi sembrava che ognuno avrebbe dovuto interrogarci, leggerci in viso chi eravamo, e ascoltare in umiltà il nostro racconto. Ma nessuno ci guardava negli occhi, nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico nodo di superbia e di colpa.
Mi sorpresi a cercare fra loro, fra quella folla anonima di visi sigillati, altri visi, ben definiti, molti corredati da un nome: di chi non poteva non sapere, non ricordare, non rispondere: di chi aveva comandato e obbedito, ucciso, umiliato, corrotto. Tentativo vano e stolto: ché non loro, ma altri, i pochi giusti, avrebbero risposto in loro vece.
Per non essere noi quei "loro" sospesi in un limbo di ignoranza o, peggio, indifferenza, per non essere gli indiretti complici dell'annientamento di intere comunità di individui in ogni tempo e luogo, per impedire il realizzarsi dell'incubo che tormentava Levi e gli altri internati, la memoria è il nostro dovere. La ricorrenza di oggi non deve essere un modo per pulirsi la coscienza o per certificare a noi stessi la conoscenza di un dato storico, ma una concreta occasione di riflessione, un punto fermo in un anno in cui privilegiamo altro genere di attività, ma che non deve poi voltare le spalle al ricordo di un giorno. La memoria è una guida per la vita e un insegnamento per il futuro, ma è anche un veicolo di dignità e un ammonimento al rispetto della vita, della diversità, dell'individualità e della dignità di ogni essere umano. Questo ci chiede di capire Levi, e non certo per un giorno, ma nella nostra quotidianità.

C.M.

8 commenti:

  1. Hai detto bene Cristina, la memoria è un dovere nostro, per noi e per le generazioni future, affinché la storia non si ripeta, affinché nessuno possa oggi possa perdere la propria identità, integrità, distruggere i nostri valori umani, la civiltà. Ma è un appello che non verrà mai ascoltato.

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    1. Non dobbiamo perdere la sfida del continuare ad affermarlo: anche oggi mi sono scontrata, in classe, con una barriera di indifferenza(fortunatamente isolata in un contesto di generale sensibilità) che mi ha amareggiata parecchio, ma questo fa capire quanto sia necessario lavorare sull'affermazione di questo diritto/dovere e di quanto sia facile perderlo, come tutte le manifestazioni più grandi di libertà.

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  2. Hai scritto benissimo di questo argomento così complesso, di cui alla fine ciò che conta davvero è proprio questo, il nostro dovere di ricordare. E qui torna - secondo me - l'importanza di far nascere nei giovanissimi l'amore per la lettura, perché quale miglior modo di comprendere e ricordare che affrontare direttamente le parole di chi queste esperienze atroci le ha vissute? Il diario di Anne Frank fu uno dei primi libri veri che lessi, all'inizio delle medie e questo fece nascere in me la curiosità e la voglia di provare a capire cosa fosse successo davvero alle persone come Anne e la sua famiglia. Vedo anch'io che le nuove generazioni sono già più fredde sull'argomento, e non me ne capacito... Spero tanto che le voci di Primo Levi e tutti gli altri non si riducano mai ad un mormorio di sottofondo. La conoscenza e la consapevolezza sono le uniche vere armi contro il rischio di commettere gli stessi errori, a scapito dell'umanità intera.

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    1. Sono una sostenitrice della storia studiata attraverso i libri, siano essi romanzi o vere e proprie testimonianze: nessun manuale può rendere l'orrore di eventi come la Shoah attraverso numeri e diascalie, occorre ben altro, occorre, come hai scritto, attingere alle parole di chi ha vissuto quelle esperienze per sentire la voce non di uno scienziato, ma di un essere umano come tanti, come noi.

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  3. Noi che leggiamo, abbiamo una immensa fortuna: ricorderemo, maneterremo viva la memoria. Noi almeno non potremo dimenticare, perché amiamo le parole e le parole conservano la forza della memoria. Lessi questi due libri in terza media: davvero troppo giovane per capirne appieno la profondità, fu un'esperienza difficile e traumatizzante. Mi sognavo di notte questi uomini ridotti a cenci ambulanti, vedevo i loro volti scarnificati dappertutto. Ragazzina troppo sensibile, mi dissero a scuola. Lo lessi poi da adulta, e quello che provai infine fu una rabbia tremenda, e piansi di commozione più volte. Capii finalmente il significato e l'importanza della testimonianza di Primo Levi, che ebbe il coraggio di mettersi di fronte all'orrore, di guardarlo negli occhi, di smascherarlo e di renderlo noto a tutta l'umanità. Non tutti i sopravvissuti hanno avuto lo stesso coraggio. Mio zio è stato preso in una retata, una delle ultime che fecero i tedeschi prima che finisse la guerra. Non era ebreo, non era omosessuale, non era handicappato, era normale...era solo un giovane di 18 anni che poteva lavorare come una bestia. E' stato deportato in un campo di lavoro forzato che per fortuna fu liberato poco dopo dall'armata russa. Non parlò mai di quello che gli era accaduto. Quando mia zia, sua moglie, gli chiedeva di parlare di quello che aveva subito, i suoi occhi diventavano tenebra e lui si eclissava, entrava in una dimensione in cui non era più presente. L'ombra dell'orrore era calata su di lui. Ora non c'è più, se ne è portandosi questi ricordi terribili con sè e nessuno della sua famiglia, nemmeno i suoi figli, sapranno mai cosa accadde al proprio padre.

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    1. Sono esperienze talmente pesanti che, paradossalmente, sia l'urgenza di parlarne che il rifiuto di udirne la ripetizione sembrano assolutamente naturali da parte di chi le ha vissute. Di quel ricordo, però, noi abbiamo un estremo bisogno, perché, se perdiamo coscienza del valore della vita e della dignità, non solo non potremo impedire nuove violenze, ma non sapremo più riconoscere al prossimo e a noi stessi il rispetto che ciascuno merita e a capire cosa sia il dolore umano.

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  4. Causa giorni indaffarati, mi accorgo solo ora di questa splendida analisi, dove hai toccato con grande competenza tutti i temi importanti della drammatica esperienza di Levi. Allora in quest'ultimo periodo abbiamo viaggiato insieme dentro lo stesso libro, però senza saperlo :-)

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    1. Levi è stato molto letto ultimamente, forse proprio per la ricorrenza, ma in realtà per me è stato anche il ritorno ad un libro amato in vista di un suo ipotetico utilizzo didattico. Questa testimonianza merita di essere letta, riletta e riletta, e ben venga se la Giornata della Memoria invita a riscoprirla o a metterla in relazione con altri documenti più o meno noti.

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