giovedì 21 aprile 2016

L'invisibile ovunque (Wu Ming)

Nonostante la negatività del tema e la cupezza delle atmosfere, i racconti ambientati nell'Europa della prima metà del Novecento e i riferimenti storici hanno sempre destato il mio interesse, un po'per la vicinanza cronologica, che implica una maggiore coinvolgimento nelle dinamiche del tempo, un po'per il bisogno di capire l'incomprensibile. Il Novecento, secolo della follia distruttiva, è l'ideale paziente di una psicanalisi letteraria, anche se un paziente insalvabile.

Questa curiosità, unita ai positivi precedenti di lettura di Q e L'armata dei sonnambili, mi ha portata a L'invisibile ovunque, l'ultimo libro pubblicato dal collettivo Wu Ming che si cala nel cuore della Grande Guerra, offrendoci quattro racconti che parlano del conflitto dal punto di vista dei combattenti comuni, di coloro che ne hanno sofferto lo svolgimento e le conseguenze, abbandonando qualsiasi intento celebrativo e, anzi, ricordandoci proprio ad un secolo di distanza che la guerra fu la fame e la morte, usando i versi di Yvan Goll da cui è tratto il titolo della raccolta.
Come anticipato in occasione della presentazione del libro a Verona, L'invisibile ovunque si propone di portare luce in alcune zone d'ombra delle vicende della prima Guerra mondiale, scegliendo la via dell'anticelebrazione proprio nel periodo in cui l'Italia commemorava, forse con un registro un po'troppo glorioso, il centenario dell'entrata nel conflitto. I quattro racconti, anonimi anch'essi (sono infatti indicati come Primo, Secondo, Terzo e Quarto, come se fossero i movimenti di un unico romanzo), condividono l'orizzonte storico della tematica e alcuni rimandi interni, ma restano indipendenti testimonianze di una condizione comune a tanti uomini che hanno vissuto la vita di trincea. I protagonisti sono ora un giovane volontario che teme di non potersi arruolare per la bassa statura e che i genitori vorrebbero a casa soltanto per disporre di un aiuto in più nei campi, ora un uomo che spera di riuscire ad imitare quella che ritiene la finzione di pazzia di un amico reduce e a farsi ricoverare nell'ospedale allestito nella Villa del Seminario di Ferrara per ottenere una licenza permanente. E poi si sono André Breton, che riceve la visita della sorella del suo compagno d'armi Jacques Vaché, che ha testimoniato il conflitto nelle sue lettere illustrate ma ha subito la damnatio memoriae da parte della famiglia a causa di una morte giudicata indecorosa, e la squadra di soldati e pittori che hanno inventato il camouflage degli armamenti e le divise mimetiche, rendendo di fatto la guerra un grande invisibile.
L'invisibilità del titolo, dunque, è il volto stesso della guerra, ma anche lo strumento con il quale coloro che alla guerra sono destinati cercano di mascherarsi, come Giovanni, che spera di rendersi introvabile con lo stratagemma della demenza mentale, imitando un po'Achille, camuffato alla madre Teti affinché Odisseo non glielo strappasse per portarlo a Troia. I riferimenti al mito di questo racconto, uniti alle figure di artisti e letterati che fanno capolino fra le righe, come il citato Breton o Carrà e De Chirico, pazienti dell'ospedale ferrarese (dove pare sia nata la pittura metafisica), rendono la raccolta una testimonianza preziosa di esperienze che hanno riguardato tanto le persone comuni, quelle enormi massi di militi ignoti travolti dal furore bellico, tanto i personaggi più in vista nella storia e nella cultura del tempo, offrendoci un amaro contrasto fra l'immortalità di cui godono gli artisti e l'oblio cui sono destinati i milioni di caduti e di reduci. 

Dalle Lettere di guerra di Jacques Vaché

Eppure il valore quasi universale del disagio, della paura e della sofferenza di chi ha provato l'esperienza della guerra si afferma nell'eco della letteratura che ha descritto gli orrori bellici: numerose sono le sequenze che legano fra loro tutti i racconti della Grande Guerra, dal terrore vissuto davanti al filo spinato, all'attaccamento alla terra di chi cerca di sottrarsi al fuoco, dalle fucilazioni degli ammutinati al suicidio di chi vuole sfuggire al giudizio di vigliacco... sono esperienze descritte da Emilio Lussu, da Erich Maria Remarque e da Federico De Roberto (nel racconto La paura che ha ispirato Ermanno Olmi).
L'invisibile ovunque ha tenuto fede alle alte aspettative generate con la scelta di questo tema impegnativo e dall'ormai comprovata capacità dei Wu Ming di unire la ricostruzione storica alla ricostruzione narrativa. L'invisibile ovunque è un testo da leggere e rileggere, tutto d'un fiato o un racconto alla volta, per non dimenticare la vera faccia della guerra.
Quest'altra guerra da poco finita ha conosciuto addirittura più «barbarie», come dicono i perbenisti per i quali non esiste che questa nostra civiltà d'occidente, la civiltà dei generali e mercanti che hanno causato entrambe le guerre da me vissute... Sarebbe meglio dire che quest'ultima guerra ha conosciuto più civiltà: più macchine decervellanti, più tecniche per imprigionare e uccidere. Si è trucidato un maggior numero di uomini, donne e bambini, ma la prima... La prima non avrà mai eguali per l'ipocrisia con cui si portò avanti la mattanza. Mai eguali.
C.M.

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