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venerdì 27 maggio 2016

Io e Henry (Pesce)

Dirigendomi allo stand di Marcos y Marcos al Salone del libro, avevo già in mente cosa portare a casa, anche se poi ho subito l'assalto di molte altre tentazioni. Nella mia lista c'era, infatti, Io e Henry di Giuliano Pesce, di cui mi aveva colpita la trama e, grazie allo staff presente in fiera, mi sono definitivamente decisa a leggere questo libro.
Protagonista del romanzo è un giovane giornalista, Tagliaferro, che incontra un vecchio che si fa chiamare Henry Thoureau in un centro psichiatrico dove il paziente dice di essere trattenuto contro la propria volontà perché custodisce un enorme segreto. Tagliaferro è lì per scrivere un articolo, ma il pezzo che ne ricava è orribile e ciò che fa breccia nella sua attenzione è proprio il vecchio Henry, con le sue strampalate storie di spionaggio. Senza pensare che Henry possa effettivamente essere un malato di mente, Tagliaferro inizia a dar credito alle sue supposizioni, fino a lasciarsi coinvolgere nella rocambolesca missione di recupero del misterioso Registro 01, sottratto ad un'organizzazione pseudo-massonica e da questa avidamente ricercato.
La storia è risultata immediatamente avvincente, fin dalla lettura della quarta di copertina, anche se sembra far leva su argomenti già visti, dal complotto politico al testo che racchiude le sorti dell'umanità, dall'internamento del folle agli inseguimenti da parte degli antagonisti. Anche la lettura è risultata, in effetti, molto scorrevole e piacevole, ma è mancato qualcosa che confermasse il mio iniziale entusiasmo. Per esempio, credevo che tutta l'impalcatura, con tanto di luoghi comuni, fosse sorretta da una premessa ironica che desse alla vicenda un taglio particolare, meno familiare. O, ancora, pensavo che lo stile narrativo presupponesse una sorta di disegno, che le citazioni messe in bocca a Henry o le nozioni scientifiche sparse qua e là dovessero tornare utili in qualche risvolto della storia. Invece è parso tutto un po'artificioso. Destano perplessità i numerosi passaggi in cui il protagonista-narratore richiama gli oggetti dei propri studi (che sono poi quelli dell'autore) o insiste su metafore mitologiche e letterarie, anche nel travestimento dei personaggi della cerchia di spionaggio di Henry, per non parlare dei brani in cui Tagliaferro afferma di non ricordare ciò che descrive con una chiarezza terminologica che lo smentisce. Insomma, ci sono degli sfoggi di cultura che non appaiono ben integrati con la narrazione, per quanto questa non si riveli mai appesantita dai particolari. Mi sto ancora chiedendo se questo accumulo miri a costruire la personalità di un narratore inaffidabile entrato in contatto con uno squilibrato (o squilibrato a sua volta, data la facilità con cui gli dà credito) e se, di conseguenza, sia un espediente calcolato ma non sufficientemente sviluppato, o se si tratti di una sorta di vizio dovuto ad uno stile da perfezionare. Insomma, rimane un'ambiguità, forse voluta, in merito all'opportunità della fiducia concessa ai due protagonisti, tenendo bene a mente il monito dello stesso Henry sulla necessità di guardarsi dai pazzi, non diversamente dall'obbligo di diffidare di tutti i Cretesi, notoriamente bugiardi secondo un diffuso aneddoto filosofico.
Ciò nonostante, di Io e Henry ho un giudizio positivo, non fosse altro per la vivacità della declinazione del tema dell'incontro del folle con la realtà e del disorientamento che ne deriva. L'unico aspetto che proprio non mi è andato giù è l'uso eccessivo delle parentesi per sottolineare gli incisi del pensiero del narratore: numerosissime in ciascuna pagina, arrivano addirittura a racchiudere interi paragrafi. Per il resto posso dire di aver trovato un libro gradevole, che consiglierei per un paio d'ore di svago. L'avventura di Tagliaferro e del suo misterioso compagno si dipana in una serie di incontri conditi con il sale della spy-story, ma in una salsa tutta italiana che genera uno stridore su cui si basa tutta la dialettica fra follia e lucidità del romanzo... o, almeno, questo è parso a me. L'aspetto più interessante, infatti, sta nelle aspettative esagerate di Tagliaferro, che spesso si vede come un novello 007, salvo sbattere immediatamente il muso contro informatori che non hanno nulla delle sexy Bond-girl e in ambienti ben lontani da ville di lusso, come puzzolenti bar e motel sudici. In questo ribaltamento del genere, condito di autoironia e di spunti per riflettere sulla libertà, sulla prigionia, sul significato dei sogni e sul valore delle illusioni, sta la vera originalità del romanzo di Giuliano Pesce, cui qualche difetto si può certamente perdonare.
In quelle settimane, lunghe e dense come migliaia di anni, ho cercato di trovare una motivazione (o anche più di una) che spiegasse il comportamento del vecchio Henry. Forse dipendeva da quello che aveva fatto in passato, forse da quello che avevano fatto a lui.
La verità è che non è mai stato un individuo, nel senso comune del termine. Ha vissuto non una, non due, ma infinite vite; e tutte insieme.
Finché siamo rimasti l’uno accanto all’altro, non sono stato in grado di comprenderlo davvero. Ogni tanto mi sembrava di avvicinarmi alla sua essenza, ma – devo dirlo – nonostante i miei sforzi, sono riuscito appena ad assaggiarla, gustandone il dolce e, poi, soprattutto l’amaro.
C.M.

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