venerdì 24 giugno 2016

Sull'oro delle spighe arriva l'estate

Vivendo in campagna si ha la possibilità di assaporare il ritmo della natura e il rapporto che con essa hanno le attività umane. Nel corso dell'anno si succedono le arature, con immensi stormi di uccelli che seguono i trattori per scovare gli insetti portati alla luce dagli attrezzi, la semina, lo sbucare dei primi ciuffi verdi dal terreno, la loro graduale espansione e colorazione.

Vincent van Gogh, La mietitura (1888)

L'estate, per me, si identifica con le tonalità dorate della campagna, prima quella del grano e poi quella del mais. Il periodo in assoluto che preferisco per godermi il passaggio delle stagioni è quello in cui il grano, per citare Gabriele d'Annunzio, «non è biondo ancora / e non è verde» (La sera fiesolana, vv. 25-26). Ma è sull'oro del frumento maturo e dei fasci recisi che arriva l'estate, infatti proprio in questi giorni le campagne si stanno spogliando dei campi di grano e popolando di covoni.

Vincent van Gogh, Limitare di un campo di grano
La raccolta del grano era nel suo massimo ardore. Il campo sconfinato d’un giallo luccicante era limitato, solo da una parte, dall’alta, azzurreggiante foresta. Tutto il campo era coperto di covoni e di gente. Nell’alto, folto grano si vedeva qua e là, sul campo mietuto, la schiena curva di una mietitrice, lo sbatter delle spighe, quando essa le prendeva tra le dita; una donna all’ombra e i covoni dispersi qua e là per la seminagione. Dall’altra parte contadini ritti sui carri affastellavano i covoni e sollevavano polvere sul campo arso, rovente. (Lev Tolstoj, La mietitura, incipit)
Jean-Francois Millet, Le spigolatrici (1857)

Mestiere contadino fra i più immortalati, quello della mietitura è quasi un rito del mondo naturale, una consacrazione del legame fra l'uomo e la natura che gli dà sostentamento, ma anche della ricompensa per i grandi sacrifici che il lavoro dei campi comporta. Non è dunque un caso che grandi artisti e scrittori abbiano dedicato tante energie alla rappresentazione di questa attività, mettendone in luce la durezza, ma anche una sorta di venerazione per un atto fondamentale per lo sviluppo della vita e tessendo quasi una lode della sua essenzialità. In questa chiave ne parla diffusamente in Anna Karenina Lev Tolstoj, che rintraccia nella sorta di comunione con le messi la possibilità di riscatto di Levin, che trova la felicità lontano dalla città e dalle sue formalità, adeguandosi al ritmo della natura e ad una semplicità che condivide con la sua Kitty.

Vincent van Gogh, La spigolatrice (1889)
Profondamente attento alla vita dei campi e incline alla narrazione in chiave epica di grandi affreschi popolari, Giovanni Pascoli non manca di dedicare alcuni dei suoi Nuovi poemetti al ciclo della semina e della raccolta del grano. Il poemetto La messe, articolato in tre quadri, descrive bene le azioni dei contadini, al punto che potrebbe fungere da elegante didascalia per le tele di Jean-Francois Millet, come Le spigolatrici (1857) o di Vincent van Gogh. Come è noto, van Gogh si ispira proprio a Millet, unendo alla lezione artistica del pittore realista l'esperienza della vita contadina in Olanda e approdando, durante il soggiorno francese, ad un esito che ha fra i suoi picchi espressivi i dipinti dedicati agli oceani di grano in cui le figure umane acquisiscono colori sgargianti in armonia con quelli naturali delle messi e del cielo, diventano sempre più piccole o spariscono completamente, come divorate dai vortici di colore.

Giovanni Pascoli, La messe (1909)

I due fratelli con le due sorelle,
stringendo il grano e le lunate falci,
mietean le spighe e ne facean mannelle
Torceano spighe, per legar, non salci.
E le stendeano. O vite, così stese
le carezzavi con l’ombrìa dei tralci.
L’erbe così, mentre fiorian, sorprese,
morìano al sole; onde alle bestie grata
si fa la paglia come fien maggese.
Passava il padre tutta la giornata
pei solchi, e ritte le mannelle in croce
ponea, se l’erba già vedea seccata.
Seguian nel campo l’opera veloce
lieti i fratelli e le sorelle accanto.
Ma non si udiva, o Rosa, la tua voce.
Un canto, sì, di lodoletta, o un pianto.

In ogni campo alzarono due tonde
mete di spighe. Posero per prime
quattro mannelle, le più grosse e bionde.
Posero il calcio in terra, alto le cime;
e poi, con le altre sopra quelle e intorno,
fecero una gran cupola sublime.
Mietean tre giorni. Sul finir del giorno,
era finita. Placida la sera,
erano i cuori placidi al ritorno.
«Il grano è bello, e, di verdugio ch’era,
secco sin troppo. Con quel sole, ha sete.
Oggi la spiga ci parea leggiera»
diceva il babbo, e soggiungea: «Vedrete!
Il gran che il sole ora ha stremato e franto,
poi si rifà la notte nelle mete,
e s’enfia e s’empie, e peserà più tanto»

Nere le mete: solo qualche lampo
facean le paglie, come se un tesoro
fosse disperso qua e là nel campo.
Diceano i grilli grazie mille in coro
a chi, tagliato, per lor agio, il grano,
gittò poi l’arma... La falciola d’oro
brillava in cielo e ricadea lontano.

Vincent van Gogh, Campo di grano con mietitore (1889)

Negli stessi anni in cui Pascoli consegna il suo poemetto, il pittore svedese Carl Larsson dedica al tema della mietitura uno dei suoi luminosi dipinti, nel quale i toni chiarissimi sembrano come replicare l'intensità dei raggi del sole riflessi e moltiplicati dalle fascine di spighe d'oro. Il falciatore è in primissimo piano e alle sue spalle si danno da fare le spigolatrici, in un insieme ordinato che rivela la presenza di un'iconografia comune. Questi contadini, infatti, attraverso van Gogh e Millet risalgono ai più celebri falciatori di Peter Bruegel il Vecchio (XVI secolo), che di certo tutti i pittori di spigolatrici e mietitori hanno tenuto presenti.

Carl Larsson, La mietitura
Rocco mieteva, mieteva. Passava la falce al piede del grano alto, con una frequenza uguale di colpi come se la stanchezza non gli vincesse il braccio mai. La terra ardeva sotto; le messi mandavano vampate soffocanti. Ed egli mieteva, con gli occhi abbarbagliati dal lampeggiare continuo della falce, con le mani che gli pareva volessero scoppiare. Non finiva mai quel campo: le spighe ricrescevano appena tagliate. Gli altri mietitori, qua e là si trascinavano innanzi taciturni, senza un canto, senza una parola. (G. D’Annunzio, Terra Vergine)
Estate Peter Bruegel il Vecchio, La mietitura (1565)

Vincent van Gogh, Il mietitore (1889)
Il brano precedente, tratto da una delle opere giovanili di Gabriele d'Annunzio pubblicate definitivamente con il titolo Novelle di Pescara, descrive l'attività contadina del protagonista di Terra Vergine, un testo profondamente influenzata dal Verismo di Giovanni Verga e dal desiderio dell'autore di riprodurre il mondo primitivo e ancestrale degli Abruzzi. Sebbene la prosa di D'Annunzio si distacchi ben presto dalla vena realista e dall'attenzione agli umili contadini, un brano come questo dimostra come anche agli spiriti più modernisti stia a cuore il canto delle origini e quella particolare lode della semplicità che è costituita dai quadri campagnoli. Infatti anche uno spirito innovativo e pulsante di cambiamento come Giovanni Papini, fra i fondatori della rivista espressionista La Voce (1908) e poi di quella futurista Lacerba (1913), manifesta il desiderio di un ritorno alla semplicità, così, accanto a fermenti di ribellione e interventismo, nella sua produzione trovano spazio anche momenti di ripiegamento e di alta lirica, come nella poesia Il grano

Giovanni Papini, Il grano

Il grano nella sua biondezza antica,
ardente e secco, chiede mietitura,
ché in cima alla sua gracile statura
porge a ogni bimbo una rigonfia spiga.
Lo vagheggia la madre contadina
ritta nell'ombra corta d'un pagliaio:
quanto penare prima che il mugnaio
gliela porti in morbida farina!
La cristiana alza gli occhi al sol feroce,
poi guarda i figli grondanti, il marito
gobbo nel solco e col suo nero dito
fa sopra il campo un gran segno di croce.
 
In questi versi emerge tutto il penare del lavoro contadino, della fatica cui un'intera famiglia deve sottoporsi per avere da mangiare: la brillante apertura, con l'immagine della spiga gonfia che si piega verso il fanciullo e simboleggia la vita, si contrappone alla chiusura di quel segno della croce che sancisce la precarietà dell'esistenza.

Vincent van Gogh, Campo di grano verde (1890)

Un altro spirito ribelle che affida ai suoi versi posizioni radicali riconducibili al dibattito politico della Sinistra storica è quello di Mario Rapisardi, che nel 1883 pubblica una raccolta poetica intitolata Giustizia, contenente versi sociali. In essa è contenuto il Canto dei mietitori, un inno che denuncia la durezza della vita contadina e che sembra esaltare l'orgoglio dei lavoratori, salvo imprimere una chiusa minacciosa che richiama sentimenti rivoluzionari.
Mario Rapisardi, Canto dei mietitori
La falange noi siam de’ mietitori
e falciamo le messi a lor signori.
Ben venga il sol cocente, il sol di giugno,
che ci arde il sangue, ci annerisce il grugno,
e ci arroventa la falce nel pugno,
quando falciam le messi a lor signori.
Noi siam venuti di molto lontano
scalzi, cenciosi, con la canna in mano,
ammalati da l’aria del pantano
per falciare le messi a lor signori.
I nostri figlioletti non han pane,
e chi sa? forse moriran domane,
invidïando il pranzo al vostro cane...
E noi falciam le messi a lor signori.
Ebbro di sole ognun di noi barcolla;
acqua ed aceto, un tozzo e una cipolla
ci disseta, ci allena, ci satolla.
Falciam, falciam le messi a quei signori.
Il sol ci cuoce, il sudore ci bagna,
suona la cornamusa e ci accompagna,
finché cadiamo a l’aperta campagna.
Falciam, falciam le messi a quei signori.
Allegri, o mietitori, o mietitrici:
noi siamo, è vero, laceri e mendici,
ma quei signori son tanto felici!
Falciam, falciam le messi a quei signori.
Che volete? Noi siam povera plebe,
noi siamo nati a viver come zebe,
ed a morir per ingrassar le glebe.
Falciam, falciam le messi a quei signori.
O benigni signori, o pingui eroi,
vengano un po’ dove falciamo noi:
balleremo il trescon, la ridda, e poi...
Poi falcerem le teste a lor signori.
Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge (1890)

Il fulgore dei campi di grano e le attività di mietitura, dunque, si connotano in maniera molto diversa, dall'esplosione di una lode alla natura alla definizione di una stretta relazione con le possibilità di sopravvivenza dell'uomo, fino ad arrivare ad un inno al lavoro e alla giustizia. Come a dire che, in un mondo attento al progresso, si dimentica l'importanza di lavorare i campi e, quindi, il valore che questa fatica comporta. Ecco, allora, che da forme di rappresentazione letteraria e artistica connotate in modo ideale (senza dimenticare le Georgiche di Virgilio), si approda gradualmente al realismo.

Vincent van Gogh, Raccolto in Provenza (1889)

Il denominatore comune a tutte queste letture rimane comunque uno solo: la vita dei campi e il rituale della loro coltivazione definisce il ciclo stesso della vita, che va dalla semina all'annerire dei campi dopo il taglio delle messi, preludio ad una nuova aratura del terreno. Per questo la campagna rappresenta ancora la vita e i suoi ritmi e per questo l'estate è la stagione della vitalità, la stagione dell'oro, quel momento di splendore e calore che Marc Chagall è riuscito a immortalare nel suo Campo di grano in un pomeriggio d'estate (1942), dove la falce fa appena capolino sopra le teste delle spighe, a suggerire un'eterna estate, il trionfo di una vita che aspira all'eternità.

Marc Chagall, Pomeriggio d'estate  (1942)
Si era al colmo dell’estate, quando il raccolto dell’annata in corso è già assicurato e cominciano le cure della semina per l’anno nuovo e si avvicina la fienagione; quando la segale grigioverde, tutta in spighe, ma non turgida, con la pannocchia ancora leggera, ondeggia al vento; quando le avene verdi, coi cespi d’erba gialla sparsa qua e là, spiccano fra le seminagioni tardive; quando il grano saraceno primaticcio già matura, ricoprendo il terreno. (Lev Tolstoj, Anna Karenina, parte III, cap. 2)
C.M.

4 commenti:

  1. Ricambio la visita e resto ammirato. Leggerò con grande curiosità.
    Amos

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  2. Certo che, messi al confronto con Van Gogh, gli altri dipinti del post spariscono. Almeno, la sensazione che ho io è questa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Beh, van Gogh è il mio pittore preferito, quindi anch'io tendo a vederla in questo modo... :)

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