mercoledì 31 agosto 2016

Autobiografia burlesca (Twain)

Nella sgangherata famiglia che Mark Twain si è idealmente costruito per far divertire i suoi lettori - anzi, due o tre persone che avrebbero volentieri letto la sua biografia, se solo ne avessero avuto il tempo, compaiono persino Guy Fawkes e il Barone di Münchausen, ma anche un John Morgan Twain, che vanta il prestigio di aver viaggiato verso il Nuovo mondo come fastidioso passeggero di una delle caravelle di Cristoforo Colombo. Nell'Autobiografia burlesca si fanno compagnia personaggi decisamente particolari, che incrociano le loro sorti con la storia anglo-americana e, soprattutto, con i boia dell'Inghilterra prima e degli Stati Uniti poi.

Ma non è ancora spenta l'eco delle risate che colgono il lettore di fronte a questa rassegna di aneddoti, che l'attenzione si sposta su Una straziante storia d'amore medievale, un racconto in cinque brevissimi atti che hanno per protagonista Conrad, la duca ereditario di Brandeburgo. Sì, la duca, ma non vi spiego perché, altrimenti finirei per svelare troppo di una vicenda che ha messo in imbarazzo persino il suo autore.
E poi, in Italiano senza laurea, Mark Twain ci parla anche di competenze linguistiche, invitandoci a leggere i giornali esteri (lui lo fa durante un soggiorno fiorentino) provando il brivido di non affidarsi al vocabolario e di cercare un senso in espressioni così contorte da generare paradossi come l'elargizione del re all'ospedale scambiata per un allargamento del sovrano in un nosocomio.
Pare materia tanto ampia da riempirci un volumone, invece Mark Twain affida ad un pugno di pagine e alla sua ironia fulminea (e fulminante) tre brevi narrazioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente volte a smascherare le certezze e i miti della società contemporanea, siano essi i culti delle origini nobiliari o le tare della comunicazione mediatica.
Dove leggerle? Semplice, nel libricino Autobiografia burlesca di Mark Twain, una piccola ed elegante trilogia umoristica finora inedita, pubblicata lo scorso anno da CasaSirio, nella collana di classici anch'essa dotata di un titolo irriverente: morti&stramorti. Che, poi, è una coppia di epiteti che ho sempre visto associare alle materie dei miei studi, quindi mi piace particolarmente.
Buona lettura e buon divertimento!
C’è un fascino particolare e notevole nel leggere frammenti di notizie in una lingua che non conosciamo, il fascino che si accompagna sempre al mistero e all’incertezza. Non possiamo essere sicuri del significato di ciò che leggiamo in simili circostanze; stiamo dando continuamente la caccia a un indovinello rapido e giocherellone, dove le curve e le finte della preda sono il cuore stesso dell’inseguimento.
C.M.

lunedì 29 agosto 2016

La bella estate (Pavese)

Credevo che sarei stata pronta a recensire La bella estate la settimana scorsa, appena finito il libro. Invece, una volta chiuso il volume, ho capito che mi stava sfuggendo qualcosa, che non avevo pienamente afferrato il senso dei tre racconti che hanno valso a Cesare Pavese il Premio Strega nel 1950. Finita la lettura, sapevo solo di aver letto tre belle storie, ma mi sono resa conto di non essermi sufficientemente concentrata sulla loro complessità. Ecco perché mi sono subito rimessa a leggere questo testo, acquistato in una bancarella del libro usato in villeggiatura e ancora segnato col nome delle precedenti proprietarie.

La seconda lettura ha avuto esiti decisamente entusiastici. Innanzitutto, conoscendo già la storia, ho potuto soffermarmi sulle lunghe e particolareggiate descrizioni che fanno di Pavese, oltre che un eccezionale romanziere, anche un bravissimo poeta. Inoltre ho compreso meglio i non detti, le allusioni, nonché l'incredibile contemporaneità di alcune considerazioni sociali valide ancora oggi.
I tre racconti (o, forse, sarebbe meglio dire romanzi brevi) che compongono La bella estate sono autonomi, ospitano personaggi e riflessioni diversi, ma sono anche molto legati, perché il messaggio di uno arricchisce quello dell'altro. I protagonisti, infatti, vivono nella medesima condizione di un tedio profondo, che li porta a non essere mai soddisfatti, a volere di più, a mettere in dubbio l'affidabilità del prossimo, a barcamenarsi fra giudizi morali e il riconoscimento delle libertà proprie e altrui.
Nel primo testo, La bella estate, si tratta di Ginia, una giovane donna che gode dell'estate, con le sue lunghe serata da passare passeggiando con le amiche e che, seguendo la più grande Amelia, inizia a frequentare la casa di due artisti, innamorandosi di uno di loro, Guido. La vicenda di Ginia è tutta costruita sull'antitesi fra il suo pudore e la spontaneità di Amelia, nonché sui giudizi che Ginia ha dell'amica, che, pure ammira per la sua disinvolta femminilità. L'estate cui allude il titolo non è, del resto, semplicemente una stagione, tanto più che gran parte della storia si svolge in inverno, ma, come da tradizione, rappresenta la giovinezza, il regno dell'incontaminato da cui Ginia finisce per staccarsi inseguendo un sogno, una speranza, un sentimento.
Quell’anno faceva tanto caldo che bisognava uscire ogni sera, e a Ginia pareva di non avere mai capito prima che cosa fosse l’estate, tanto era bello uscire ogni notte per passeggiare sotto i viali. Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere.
Segue Il diavolo sulle colline, il più lungo dei tre racconti, nel quale sono descritte le avventure estive di tre giovani, il narratore e gli amici Oreste e Pieretto, anch'essi presi dalla smania di spremere l'estate, vivendone le nottate e passando le giornate all'aria aperta, in spiaggia, a sguazzare nel Po o sulle montagne. L'evento centrale della loro estate è l'incontro con Poli, un giovane di famiglia molto ricca che, dopo aver rischiato di essere ucciso da una delle sue numerose amanti, ospita i tre nella sua tenuta del Greppio, sulle colline piemontesi, dove vive con la moglie Gabriella. La vita di Poli e Grabiella sembra stipata all'inverosimile di compagnie e lussi finalizzati ad impedire la comunicazione fra i due, e Pavese affida a questo suo racconto, attraverso il narratore interno, una riflessione sulla vita, sui suoi controsensi, sul bisogno di cercarne il significato, sull'intimo senso di pace che solo il recupero di un autentico rapporto con la natura può offrire.
La cosa più bella era quando scendevamo alla grotta o alle vigne – mangiare la frutta selvatica, buttarci sull’erba, cuocerci al sole. C’era sempre una costa, un cantuccio, un groviglio di piante, che non avevo ancora visto, toccato, assorbito. C’era quel vago odor d’agosto, di salmastro terrestre, più forte che altrove. C’era il piacere di pensarci di notte, sotto la grande luna che diradava le stelle, e sentire ai nostri piedi, da ogni parte, la collina segreta che viveva la sua vita.
Paul Cézanne, I bagnanti a riposo

Clelia è invece la protagonista e narratrice dell'ultimo racconto, Tra donne sole. Ha poco più di trent'anni, è nata a Torino, ma vive da anni a Roma, dove lavora per un atelier che sta per aprire una nuova sede proprio nella città sabauda. Sul finire del carnevale, parte per Torino per sovrintendere ai lavori, ma, proprio durante la prima notte in albergo, assiste ad una scena inquietante: in corridoio si è radunato un gruppo di persone che accompagna una barella: una giovane donna di famiglia benestante - che scoprirà poi chiamarsi Rosetta Mola - ha tentato il suicidio con il veronal. Nei giorni seguenti Clelia viene introdotta nell'ambiente borghese e assiste a tutti i pettegolezzi a proposito dell'infelice Rosetta, fino a conoscerla personalmente grazie a Mariella, Nene e Momina, che invano tentano di far luce sui motivi dell'accaduto e sembrano non avere un reale affetto per la ragazza. Come Poli e Gabriella, anche Rosetta è immersa in un ambiente sociale di prestigio, feste, divertimenti, eppure non solo non ne sembra soddisfatta, ma addirittura vede in essi la causa della propria infelicità. Eppure l'unica a capire la sua condizione è Clelia, una donna indipendente e volitiva, che ha sempre preteso molto da se stessa, anche a costo di rifiutare le convenzioni sociali: farsi una famiglia, avere dei figli, frequentare le persone importanti.
La bella estate, nel complesso, è il racconto di una condizione continua di insoddisfazione, di ricerca della felicità, del male di vivere, di quel disagio che lo stesso autore non sarebbe riuscito a ricomporre e che lo avrebbe portato al suicidio il 27 agosto 1950 (in condizioni molto simili a quelle di Rosetta: una stanza d'albergo, barbiturici in quantità eccessive), appena due mesi dopo la conquista dello Strega.
Quando imboccai la larga strada e vidi in fondo la collina pezzata di neve e la chiesa della Gran Madre, mi ricordai ch’era carnevale. Anche qui, bancarelle di torrone, di trombette, di maschere e stelle filanti riempivano le arcate dei portici. Era fresco mattino ma già la gente formicolava verso la piazza in fondo, dove ci sono i baracconi. 
La via era ancora più larga di come la ricordavo. La guerra aveva aperto una buca paurosa, sventrando tre o quattro palazzi. Sembrava un piazzale, un avvallamento di terra e di pietre, dove cresceva qualche ciuffo d’erba, e si pensava al camposanto. Il nostro negozio era qui, sull’orlo del vuoto, bianco di calce e senza infissi, in costruzione.
I tre racconti hanno ciascuno dei pregi che mi rendono difficile dire quale sia il migliore: La bella estate è quello con la vicenda più accattivante e il modo in cui Pavese tratteggia i vizi e il modo di lavorare degli artisti è molto particolare. Il diavolo sulle colline contiene le descrizioni natuali più ammalianti e, in certi momenti, nel parlare di Poli e Gabriella, rievoca alcune pagine dei romanzi di Fitzgerald, Il grande Gatsby e Tenera è la notte. Tra donne sole è invece la storia più originale, con il personaggio più complesso e più accurato nell'analisi psicologica: Clelia assume uno spessore incredibile, perché l'autore è riuscito a calarsi nel pensiero e nel carattere di una donna del secondo dopoguerra che inaugura la contemporaneità, che si mantiene da sola, che è attaccata al proprio lavoro, che esercita la propria indipendenza e, di conseguenza, riesce anche a cogliere i limiti del sentire comune, che condannano le persone deboli all'infelicità.

La collina sovrastante era bella al ritorno, fumando la prima pipa, e per quanto fosse giugno, a quell’ora la velava ancora un’umidità, un fiato fresco di radici. Fu sulle tavole di quella barca che presi gusto all’aria aperta e capii che il piacere dell’acqua e della terra continua al di là dell’infanzia, di là da un orto e da un frutteto. Tutta la vita, pensavo in quei mattini, è come un gioco sotto il sole.
C.M.

giovedì 25 agosto 2016

Palesemente inadeguati: i docenti o i giornalisti?

Oggi avrei tanto voluto dedicarmi a Pavese. E invece no, perché, al solito, c'è qualcuno che parla senza informarsi, che dà voce a falsità e non si cura degli effetti che le sue parole hanno sulla professionalità di qualcun altro. Il qualcuno in questione è la stampa personificata, l'insieme di quei giornalisti che sono abituati a generalizzare sugli altri e meriterebbero che lo si facesse anche con loro. Ma non cadrò in questo errore moderno, perché da un lato ci sono i giornalisti veri, che si documentano, indagano, rompono le scatole a chi di dovere pur di scrivere e parlare dei fatti reali. Dall'altra ci sono degli strilloni che prendono per buoni dati e proclami e ne approfittano per diffondere una visione distorta della realtà. Ovviamente sono questi ultimi l'oggetto della mia polemica.
Nello specifico, mi riferisco a coloro che si sono gettati come sciacalli sulla carcassa dei dati diffusi da TuttoScuola in merito alle sorti del concorso docenti 2016, che sta lasciando sul campo un'elevatissima percentuale di bocciati. A proclamare il verbo a mezzo stampa, internet e tv sono i tuttologi che potrebbero parlare del PIL come dell'ultima sfilata di Armani, dell'amore dell'ultima velina come procedura di selezione dei docenti. Sparano comunque dati inattendibili, ma i più ci credono.
Da ieri la verità cui credere è che più della metà dei docenti che attualmente siedono in cattedra come precari (permettendo la regolare apertura delle scuole) e che aspirano al ruolo sono incompetenti e inadeguati.
Sul principio che per salire in cattedra si debbano possedere requisiti stringenti c’è un consenso diffuso. Ma lo spaventoso tasso di selezione che sta emergendo lascia sorpresi, soprattutto se si considera che per partecipare a questo concorso era richiesta l’abilitazione all’insegnamento. Chi sono le persone che hanno scelto negli ultimi 15-20 anni di insegnare e come si sono formate?
Questo l'interrogativo posto da TuttoScuola. Le risposte arrivano da ieri pomeriggio dal mondo dell'informazione, se così lo si può chiamare, considerando il comportamento di cui fa sfoggio da qualche tempo a questa parte, specie se si tratta di prendere posizione contro un nodo della propaganda del Governo. Bastano i titoli per rendersi conto del disprezzo per la classe docente, per noi precari che, dopo numerose selezioni (una delle quali, il TFA, definita concorsuale addirittura dall'attuale ministro Giannini, che, però, al momento del bando, se n'è scordata, poverina), partecipiamo ad un concorso che fin dall'inizio ha mancato dei fondamentali requisiti di trasparenza ed equità.
E sulla questione, che i media e alcune testate in particolare hanno trattato con toni trionfalistici da propaganda degna di un regime, più che di informazione, bisognerebbe parlare di deformazione. Deformazione della verità e deformazione della prospettiva: anziché attaccare un sistema palesemente scorretto e in alcuni aspetti illegale, vengono bersagliati di offese coloro che ne rimangono vittime. Come dire che, se ti rechi al pronto soccorso per applicare dei punti di sutura e ti viene tagliata una mano, la colpa è tua perché sei andato all'ospedale.
La vicenda concorsuale è sotto gli occhi di tutti, la si può conoscere facilmente: ci sono l'oggettività dei bandi e delle procedure di concorso e ci sono i candidati, inascoltati, che stanno vivendo una vera e propria umiliazione, ma che vengono fatti passare per imbecilli inclini al piagnisteo. Non sto dicendo che chiunque dovrebbe salire in cattedra e che un concorso non debba essere selettivo, ma che una selezione deve essere coerente e limpida e, soprattutto, non abbattersi sempre su persone che hanno già dovuto dimostrare con diverse prove di essere all'altezza e che hanno già ricevuto l'approvazione del MIUR con l'abilitazione. Il MIUR ha abilitato i docenti, definendoli idonei all'insegnamento... e ora dice loro e al Paese intero che sono incompetenti? Spieghi, dunque, perché ha istituto corsi di abilitazione inutili e, soprattutto, rilasciato titoli inservibili!
Fatta questa premessa, ecco cosa non funziona del sistema di comunicazione adottato da molti giornalisti, da un Oscar Giannino che, traendo dal dato della bocciatura media del 55% la conclusione che gli insegnanti «non sono palesemente all'altezza», sputa sui titoli e sul merito dei docenti, peraltro dimostrando di non conoscere il meccanismo delle selezioni e dimenticando di essere stato al centro di uno scandalo per aver millantato titoli mai conseguiti, a Gian Antonio Stella, che è disposto a far passare in secondo piano le «magagne nelle selezioni» e a mettere sotto i riflettori la presunta incapacità dei docenti di esprimersi in italiano corretto. Competenza - lo ricordo - valutata in sede concorsuale sulla base di una corsa contro il tempo per digitare al computer una risposta elaborata, strutturata e composta in meno di 15 minuti, spesso su argomenti molto vasti, compresa l'elaborazione di una verifica con griglia di valutazione (cosa che un docente impiega ore ad elaborare e che deve tener conto delle linee di Istituto); ora, in questa gara dattilografica cui noi docenti siamo stati sottoposti, è facile, per citare un esempio emerso dalle commissioni (a quanto pare molto solerti a divulgare i dati alla stampa, meno a porsi il problema della trasparenza verso i candidati), che il peer tutoring diventi peer touring. Errore banalissimo di digitazione, che con la fretta si fa, tanto più che non c'era tempo di controllare le risposte. Insomma, le ragioni alla base dell'insuccesso non importano, come non importano le numerose irregolarità, altroché qualche magagna.

Incompetenti, illustrazione di Angelo Monne (2010) - licenza creative commons

Leggendo questi articoli e da spettatori dei servizi raffazzonati dei telegiornali, ci rendiamo conto di essere di fronte a giornalisti senza alcuna conoscenza del mondo della scuola e dei complessi passaggi che gli aspiranti docenti devono affrontare per poter arrivare in classe - anche da precari - e che, tuttavia, si permettono di dire che l'alta percentuale di bocciature al concorso è dovuto all'incompetenza dei docenti i quali, sicuri di poter lavorare anche solo a tempo determinato, non avrebbero investito in perfezionamento. Ricordo, visto che di aggiornamento si tratta, che i precari non sono stati nemmeno considerati degni del bonus assegnato invece ai docenti di ruolo a questo fine (uno dei vanti della propaganda renziana) e, a questo punto, mettiamoci anche un piccolo affondo sul fatto che per mesi i precari non hanno ricevuto nemmeno lo stipendio.Questi signori non sono andati a chiedere il parere dei candidati, a visionare i testi delle prove, a sottoporne l'esecuzione ai docenti attualmente di ruolo o a professori universitari (molti dei quali hanno onestamente dichiarato che non avrebbero saputo affrontarli, come già per le prove di accesso al TFA). Non si sono chiesti come si potesse affrontare uno scritto di 8 domande con un tempo medio di meno di 15 minuti per rispondere a ciascuna di esse, lavorando senza staccare gli occhi dal pc e con 2 quesiti di lingua straniera livello B2, ciascuno articolato in 5 domande. Non sono andati a scoprire come si svolgono i corsi di abilitazione, la loro altissima selettività, i sacrifici che hanno comportato. Non hanno contato le commissioni che hanno esaminato chi è arrivato agli scritti del concorsone: 2 commissioni per 2 lauree, 3 commissioni per ogni scritto di accesso al TFA e relativo orale (preceduti dalla selezione computerizzata per il test preselettivo), 1 commissione per il conferimento dell'abilitazione e, nel mezzo, tantissime figure coinvolte nella verifica di ogni tappa del percorso, compreso un tutor che, in aula, osservava ogni fase del tirocinio. Tutte commissioni che, dunque, avrebbero regalato titoli. Ancora, i giornalisti che in queste ore sputano sentenze, non si sono scandalizzati nell'osservare che nelle attuali commissioni del concorso docenti ci sono persone che non hanno nemmeno i requisiti che i candidati devono possedere: i commissari possono non avere neanche un livello A2 di lingua straniera, non saper accendere un pc e una LIM, possono anche aver abdicato al dovere all'aggiornamento (loro sì, i precari no): un paradosso formalizzato dalle circolari, niente di segreto... la stampa ci poteva arrivare facilmente. E invece i sapientoni delle testate non sono andati a leggere le tracce che i candidati devono sviluppare in meno di 24 ore per l'orale, fra cui spiccano argomenti ridicoli che non vengono nemmeno trattati a scuola, nonché la formulazione di quelle tracce (e delle domande ministeriali delle prove scritte) con terminologie palesemente errate e anti-normative, quando non addirittura in italiano scorretto, mentre nei nostri esami viene valutata - giustamente - anche la padronanza della comunicazione. Non si sono domandati perché in regioni diverse le commissioni abbiano adottato criteri di correzione del tutto differenti. Non hanno tentato di portare alla luce le irregolarità enormi che stiamo denunciando da mesi, come mancanza di trasparenza nei criteri di valutazione, infrazioni dell'anonimato o errori negli abbinamenti fra candidati e codici identificativi.
No, questi giornalisti non indagano: prendono la schiuma che emerge in un brodo disgustoso e la presentano come la verità, con il subdolo fine di alimentare la propaganda di un governo che della scuola ha una considerazione leggermente inferiore a quella che si ha per un rifiuto tossico e che sta facendo di tutto per far sembrare insegnanti formati e preparati degli ignoranti e incapaci indegni di salire in cattedra anche solo per una supplenza. Naturalmente questi stessi giornalisti non si chiedono nemmeno come farebbero ad aprire le scuole senza i docenti precari, né sono disposti a considerare il ruolo di queste figure come essenziale al funzionamento della didattica e alla qualità del sistema di istruzione. No, loro avanzano l'equazione precario = incapace o, peggio, precario con titoli = palesemente inadeguato.
Ciò che più amareggia e che umilia i candidati che lottano dalla primavera scorsa per vedersi riconosciuto un diritto già conquistato con dure selezioni è notare questo accanimento dei media nei confronti dei docenti, che sembrano masse di imbecilli con pretese decisamente fuori dalla loro portata, addirittura incapaci di cogliere la grande occasione del santo Governo che regala migliaia di cattedre. Il concorso è stato pensato per bocciare e ridurre ancor di più la considerazione di cui gode la classe insegnante di fronte all'opinione pubblica. Che i mezzi di informazione coprano questa evidenza è scandaloso. In passato i governi cercavano di manipolare la stampa, di tappare la bocca ai giornalisti che andavano ad indagare, che facevano il loro mestiere. Oggi, invece, i mezzi di informazione si assoggettano al governo con la mansuetudine di un cucciolo pronto a ricevere il biscottino. E vivono del piacere di offendere chi fa il proprio mestiere a costo di enormi sacrifici e con professionalità.
I precari e gli abilitati TFA, già sottoposti a procedura selettiva concorsuale, gradirebbero delle scuse e che si esprimesse anche qualche voce ancora degna di essere ascritta alla dignitosa missione del giornalismo.

C.M.

martedì 23 agosto 2016

Uomini in guerra (Latzko)

Per decenni dopo la conclusione delle ostilità, la prima Guerra mondiale è rimasta un mito su sui si sono fondati slogan propagandistici e patriottici. Una tendenza che ha avuto vigore in particolare con l'acutizzarsi dei movimenti nazionalisti europei, ma che, forse, ancora non si è spento, come dimostra la permanenza del concetto di celebrazione in luogo di quello di commemorazione in relazione alla Grande Guerra.

La denuncia degli orrori bellici è stata a lungo considerata alla stregua di un tradimento. Per questo motivo libri come Uomini in guerra, ripubblicato da Keller editore, hanno destato scandalo e alimentato i roghi di libri nazisti. Andreas Latzko, come Erich Maria Remarque, subì la censura per per aver rivelato agli Europei la falsità del mito della bella morte di cui era stato rivestito l'incubo bellico, trovandosi costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti.
Uomini in guerra è infatti una raccolta di racconti che trattengono e rilasciano in dosi enormi il delirio della vita di trincea e degli assalti. La narrazione risulta dalla composizione di eventi direttamente vissuti dall'autore sul fronte dell'Isonzo, dal lato austro-ungarico. Qui Latzko si ammalò di malaria, ma non ottenne l'allontanamento dal fronte fino al forte shock subito durante il bombardamento italiano dell'area di Gorizia. In seguito a questo episodio ottenne il ricovero e, successivamente, il trasferimento in Svizzera per il recupero. Uomini in guerra fu scritto nello Stato elvetico, dove venne pubblicato nel 1917, e l'interessamento di Karl Kraus si diffuse in tutto il mondo, iniziando a disturbare la roboante propaganda nazionalista e interventista.
Suddiviso in sei episodi, Uomini in guerra si fa bastare 158 pagine per raccontarci la guerra e i drammi di chi l'ha vissuta in ogni sfaccettatura: la paura della partenza, il delirio dei reduci e il disagio degli amputati, la disumanità dello Stato maggiore che manda a morire gli uomini senza alcuno scrupolo e che ne irride il terrore e il dolore, l'attesa della morte dei feriti che si dissanguano senza ricevere aiuto o che sono risucchiati nel vortice della demenza indotta dai bombardamenti e dalle continue carneficine. 
Il racconto, naturalmente, è molto crudo, come qualsiasi narrazione di un reduce, ma affronta con grande dignità la situazione delle vittime della Grande Guerra, senza mai indulgere in pietismi gratuiti, descrivendo con oggettività disarmante la morte al fronte e negli ospedali, oppure la morte che dagli ospedali esce, contaminando in modo inarrestabile le esistenze di coloro che sono scampati ai proiettili, alle mine e al filo spinato.
Andreas Latzko (1876-1843)
Ciò che più ci fa comprendere l'assurdità del primo conflitto mondiale, però, è la constatazione che quanto scrive Latzko dalle trincee austro-ungariche riflette esattamente la realtà che ci è nota attraverso le pagine di chi combatteva dalle postazioni italiane, come Ungaretti e soprattutto Emilio Lussu, così come le corrispondenze di Erich Maria Remarque sul fronte occidentale tedesco. Questi uomini, che hanno combattuto in luoghi diversi e vicini oppure separati da chilometri e chilometri, hanno vissuto gli stessi drammi, provato le stesse paure, sono inorriditi di fronte alle stesse atrocità. Erano, cioè, soldati che, come si legge nelle loro testimonianze, avevano più in comune con il loro nemico che con i generali e i governi che li mandavano a morire, che condividevano l'orizzonte sociale di chi erano chiamati ad uccidere, più che il trionfalismo di chi ordinava loro di farsi assassini. 
Uomini in guerra è forse la narrazione sulla prima Guerra mondiale che più mi ha sconvolta e che trova un corrispettivo cinematografico nel film torneranno i prati di Ermanno Olmi: questi due documenti, da soli, basterebbero a descrivere che cosa sia stata la Grande Guerra, quali orrori abbia generato, quali enormi danni abbia prodotto in uomini e donne di tutto il mondo. Ecco perché è una lettura che consiglio: Uomini in guerra è un appello alla coscienza, un manifesto del valore della memoria (magistralmente riassunto nel racconto Il camerata), un monito a riflettere sul prezzo umano della guerra prima di pronunciare con troppa facilità l'auspicio di un nuovo conflitto.
La guerra si comportava come il fiume che da nord scendeva con una fretta irosa dalle montagne, schiumante di rabbia su ogni pietruzza che incontrava sul suo corso; e che dall’altro lato, dove c’erano le ultime case, si accomiatava dolcemente dalla città, tutto mansueto, tutto un gorgoglio sommesso, come in punta dei piedi, come assopito dal trasognamento che rispecchiava.
C.M.