lunedì 26 settembre 2016

Second Hand (Zadoorian)

I mercatini dell'usato hanno sempre prodotto in me una totale repulsione con le loro montagne di cianfrusaglie ammassate lungo le strade del passeggio in attesa di trovare un nuovo proprietario: damine settecentesche di porcellana, lampade ingiallite, tazze con gattini, orologi dalle forme più disparate... tutti oggetti che hanno il comune denominatore della polvere e un valore che tende a crollare con velocità direttamente proporzionale al desiderio dei venditori di liberarsene. Ho dunque sempre faticato ad accettare oggetti in eredità e non ne ho mai acquistati di seconda mano, anche se, di recente, ho cominciato ad avvertire il fascino delle bancarelle di libri usati (soprattutto per il prezzo e l'amore per le copertine delle edizioni anni '70).

Leggendo Second Hand di Michael Zadoorian (Marcos y Marcos), però, ho cominciato a vedere gli oggetti usati non più solo come cianfrusaglie, ma come pezzetti di vita che, anche se molto kitsch, possono acquisire un loro significato. Beninteso, non mi convertirei alle bancarelle o ai negozi dell'usato, ma, forse, la prossima volta che capiterò nei pressi di un mercatino, riuscirò a guardare la merce esposta con occhi diversi.
Sono convinto che quando possiedi qualcosa che è appartenuto a un’altra persona, stabilisci un contatto segreto con lei, con il suo passato. È un modo per toccare una persona senza incasinarsi con i sentimenti.
Richard è un junker che passa le giornate diviso fra gli sgomberi nei garage e il negozio di cianfrusaglie dove rivende i frutti di queste sortite. Nel suo negozio ci sono gli oggetti più disparati, tutti appartenuti a qualcun altro, rigorosamente estraneo. La morte della madre e il desiderio della sorella di vendere in fretta la casa familiare obbligano Richard a fare i conti col passato: fra gli scatoloni e i mobili di casa ritrova brandelli di infanzia e scopre passioni segrete dei suoi genitori, in particolare il sogno di fotografo del padre, naufragato per via dell'incombere delle responsabilità parentali. Nei giorni del lutto, però, Richard incontra l'eccentrica Theresa, una cliente che lavora in un rifugio per animali abbandonati e che fatica non poco ad intrattenere normali relazioni interpersonali. Richard si innamora di lei, ma gli risulta difficile scalfire il suo guscio di insicurezza e paure, a colmare un vuoto che li accomuna e che entrambi provano a riempire con le cianfrusaglie, che sono un po'come affetti differiti, come incontri a distanza nel tempo con le persone cui sono appartenute, o con una parte del proprio passato.
Leggendo Second Hand ho rivalutato il mondo degli oggetti di seconda mano, trovandomi a riflettere sulla possibilità di vedere nell'usato una sorta di proiezione delle persone e nel loro possesso un potente mezzo di comunicazione, socialità e condivisione. Del resto, come un libro passato di mano in mano può aiutarci ad intuire i gusti dei lettori e a stabilire affinità fra tutti coloro che lo hanno sfogliato, anche un vecchio maglione o una pentola possono dire qualcosa di chi li ha posseduti. Zadoorian, infatti, ci descrive il negozio di cianfrusaglie di Richard come un tempio del passato perduto che rende sacro tutto ciò cui non si è mai dato importanza: gli oggetti di seconda mano, i ninnoli che Guido Gozzano chiamava «le buone cose di pessimo gusto», rappresentano, oltre che un appiglio per la memoria, il regno delle seconde possibilità. Richard, dunque, è un difensore del valore non riconosciuto, un pacato - e, a detta dei più, strambo - custode del tempo e dei ricordi.

Queste epifanie, queste occasioni di ricordo travolgente, sono i momenti junk della nostra vita, detriti di ricordi che abbiamo nascosto nelle muffite pieghe del nostro cervello, segnati con un’orecchia, avvolti in fogli di giornali mentali, sottolineati con l’evidenziatore in remoti centri di memoria, e poi lasciati lì a sedimentare. C’è un bel casino, nella soffitta della nostra mente. Le cose si scheggiano, scoloriscono e si restringono, si accartocciano e ingialliscono, lassù. Eppure quelle cose apparentemente insignificanti sono ciò di cui si compone la nostra storia personale. Ecco perché abbiamo bisogno dei negozietti di cianfrusaglie. Con il passare del tempo, ci rendiamo conto che le cose che abbiamo ignorato sono diventate importanti. Dobbiamo rivisitarle, dare loro nuova vita. È questo il senso del mio negozio.
C.M.

venerdì 23 settembre 2016

L'arte di collezionare mosche (Sjöberg)

Quando ho saputo che Fredrik Sjöberg sarebbe stato ospite al Festivaletteratura di Mantova, ho spinto sull'acceleratore per procurarmi i due libri portati in Italia da Iperborea: avevo adocchiato da tempo L'arte di collezionare le mosche, ma aspettavo l'uscita del secondo volume per ottimizzare la sortita in libreria. Il proposito era quello di iniziare L'arte di collezionare le mosche prima dell'incontro con l'autore e di rimandare al poi la lettura de Il re dell'uvetta, ma non ho fatto in tempo, così per me ascoltare Sjöberg nella suggestiva cornice di Bosco Fontana è stato come saltare su un ultimo trampolino per l'immersione nel suo mondo.

Fin dall'inizio mi è apparso chiaro il motivo per cui, come ha sottolineato Sjöberg, L'arte di collezionare mosche è controverso per il suo genere. Ha infatti l'impianto di una narrazione, ma è fondamentalmente uno scorcio autobiografico che fa luce sulla scelta dell'autore di dedicarsi all'osservazione e al collezionismo di insetti. Eppure ha un che di saggistica, per le numerose digressioni specialistiche, che, comunque, non appesantiscono la prosa, anzi, rendono la lettura ancor più interessante, per non parlare dei cammei biografici dei biologi, fra cui spicca René Malaise, inventore dell'omonima trappola per insetti. E ho compreso anche perché in alcuni Paesi questo libro sia catalogato come poesia, perché la penna di Fredrik Sjöberg è davvero leggera, sospesa fra una sottile ironia - la stessa che ha sfoderato al Festivaletteratura - e il bisogno di scavare nell'interiorità, cosa che all'autore riesce benissimo.
Insomma, questo libriccino è un microcosmo culturale, un concentrato di piacevolezza e interesse in cui dialogano scienziati, letterati e artisti, cosicché Darwin e Rembrandt possono stare nello stesso volume con Lawrence e proprio un racconto di quest'ultimo, L'uomo che amava le isole (di recente incluso nella raccolta Sul mare), diventa il manifesto della scelta di Sjöberg di studiare gli insetti su un'isola, perché «niente favorisce la concentrazione come la consapevolezza di una limitazione del tempo, e a volte anche dello spazio».

Fredrik Sjöberg (foto di Athenae Noctua)
Nonostante il titolo, nonostante lo scrittore sia anche entomologo, nonostante l'assoluta prevalenza di avventure legate al collezionismo dei sirfidi, nonostante la passione di Sjöberg per i viaggi e le collezioni di René Malaise, L'arte di collezionare mosche non è né un prontuario per l'aspirante biologo né un saggio tecnico. Piuttosto è la proposta di una riflessione su una dimensione sempre più estranea al nostro tempo, un invito a riappropriarci del desiderio della ricerca, di ciò che ci rende felici,  della lentezza, del tempo per osservare - i sirfidi sì, ma anche qualsiasi altra cosa - e della capacità di dare un nome a ciò che ci circonda, praticando l'esercizio della precisione non per vanità o boria, ma per impadronirci della realtà che le parole definiscono, dei rapporti fra le cose che ad esse affidiamo, per trovare, insomma, il nostro posto nel mondo e far valere il nostro diritto ad interagire con esso.
Con le mosche tutto si è rimesso a posto. Esercitare il controllo su qualcosa, sia pure qualcosa di insignificante e apparentemente sconclusionato, dà un senso di serena euforia, per quanto effimero e sfuggente.
C.M.

mercoledì 21 settembre 2016

The Truman Show (Peter Weir, 1998)

Prima ancora del boom dei reality-show, The Truman Show ne ha raccontato le storture, i paradossi e gli aspetti più grotteschi. Il film diretto da Peter Weir e portato sugli schermi nel 1998, è sorretto da uno straordinario Jim Carrey, che si muove in un caleidoscopio di comparse e trova un contraltare soltanto nella gelida figura di Ed Harris, premiato per la sua interpretazione da non protagonista con l'Oscar.

Nel più grande studio cinematografico mai realizzato, unica struttura artificiale visibile dallo spazio assieme alla Muraglia cinese, nasce e cresce sotto gli occhi di tutti coloro che possiedono un televisore Truman Burbank. Ignaro di essere la superstar del più acclamato show di tutti i tempi, creato dal regista Christof, Truman conduce un'esistenza regolare a Seahaven, nella sua bella casa con la moglie Meryl e lavorando nell'ufficio di una compagnia assicurativa. Non lascia mai Seahaven, perché staccarsi dall'isolotto vorrebbe dire percorrere il mare, che per Truman rappresenta una paura insormontabile dal giorno in cui ha perso il padre in una tempesta. Un giorno, però, il padre creduto morto ricompare: anche lui è un attore come tutti gli altri e, scontento di essere stato eliminato dal cast (al solo fine di produrre in Truman un trauma che lo inducesse a stare lontano dal mare) o per il desiderio di rivedere il figlio, si infiltra sul set. Questa apparizione mette in confusione Truman, che inizia a chiedersi perché tutti, intorno a lui, sembrino nascondergli qualcosa. Gli torna in mente un incontro di giovinezza, quello con la bella Lauren, che, sfuggendo alle telecamere, aveva tentato di rivelare a Truman il perverso disegno orchestrato per lui ed era poi sparita. La ricomparsa del padre, l'atteggiamento falso della moglie, inserita nella trasmissione come regina delle pubblicità, e alcuni incidenti tecnici, tra cui la caduta di un faro dalla cupola celeste e un'interferenza con la regia, risvegliano in Truman il ricordo degli avvertimenti di Lauren, lanciandolo in un disperato tentativo di fuga dalla realtà artificiale da cui si sente ormai soffocato.
The Truman Show ha tutti gli ingredienti per essere considerato un film profondo e travolgente, anche se si esprime con una forte e continua amarezza. La filosofia di fondo, infatti, affida al mondo del cinema la trattazione di un potente tema letterario, per il quale si sono messi in luce autori del calibro di William Shakespeare, Calderon de la Barca e Luigi Pirandello: la vita come una recita continua. «Il mondo è un palcoscenico e noi siamo gli attori» diceva il Bardo dell'Avon, che in Amleto ha dato una delle più ingegnose prove di teatro nel teatro, mentre l'autore siciliano ha affrontato in tutte le sue opere il lacerante divario fra la realtà e l'apparenza, fra le maschere e l'autenticità, fra i ruoli che ci vengono imposti o che assumiamo volontariamente e i comportamenti istintivi o le reali aspirazioni che vorremmo inseguire. Insomma, Truman è un po'Belluca de Il treno ha fischiato, un po'Amleto, un po'Mattia Pascal, allarmato da uno strappo nel cielo di carta, da un incidente che fa apparire il teatro come tale, ma anche un po'Zeno Cosini nel suo ritrovare l'autentico in una fuga dalla realtà, a costo di apparire un pazzo o di ascoltare chi, come Lauren, è definito tale. Del resto al tema della maschera si accompagna indissolubilmente quello della follia, giacché chi denuncia la finzione è destinato ad essere bollato come malato di mente e ad essere invitato a rinsavire, ad adeguarsi alle forme rassicuranti proprio per la loro natura programmata e controllata.


L'interrogativo che Christof, una sorta di Big Brother che accentua la distopia del mondo di Seahaven, pone a Truman durante la fuga, del resto, è il cardine antropologico del mondo contemporaneo: è preferibile vivere al sicuro in una realtà artificiosa e innaturale, anche rinunciando alla propria libertà, o è invece il caso di lottare per strappare la scenografia e i costumi che ci danno quella serenità per rivendicare il diritto all'autodeterminazione?
The Truman Show è un film complesso, da vedere, per cui soffrire, se necessario.

C.M.

lunedì 19 settembre 2016

Il giardino dei Finzi-Contini (Bassani)

La scelta dell'ultima rilettura è stata dettata da una rapida sortita ferrarese: dovendo scegliere il libro da portare con me per munirmi di un passatempo da sala d'attesa, ho scelto un romanzo ambientato nella città estense. Come scrivevo qualche giorno fa, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani fa parte da anni dei libri candidati ad una seconda lettura in attesa di rivalutazione, infatti la prima esperienza, il primo anno di liceo, non mi ha lasciato alcuna buona impressione (la formula è eufemistica, a essere onesti), specie nell'ambito del suo trattamento come fonte per l'omonimo film di Vittorio De Sica.
Il giardino dei Finzi-Contini, pubblicato nel 1962, si ispira alla vera storia di una famiglia ebrea di Ferrara, quella dei Magrini, deportata nei campi di concentramento in seguito all'armistizio annunciato l'8 settembre 1943. I Magrini diventano così i Finzi-Contini, alto-borghesi con un'immensa proprietà cinta da alte mura in Corso Ercole I, all'interno della quale i giovani ebrei, cacciati dai club sulla base delle leggi razziali, perpetuano il rituale del gioco del tennis, circondati dai piccoli lussi della ricca famiglia: abbondanti spuntini e merende, piacevoli ore di ozio all'ombra degli alberi, lunghe gite in biciletta e apertura della fornitissima biblioteca di famiglia. Il protagonista e narratore - che rimane anonimo - conosce Alberto e Micòl Finzi-Contini fin dall'infanzia: li ha sempre notati al Tempio e a scuola, quando venivano esposti i voti di fine anno e i due fratelli davano gli esami da privatisti, ma di questi anni rimane un solo episodio fugace, con Micòl che gli rivolge la parola dall'alto del muro, in piedi su una scaletta a pioli, mentre lui è disperato per essere stato rimandato a settembre. La storia, infatti, si svolge dieci anni dopo, quando il protagonista e Micòl sono intenti alla redazione della tesi di laurea e si ritrovano spesso assieme ad Alberto e agli altri amici nel favoloso giardino, ultimo baluardo della serenità mentre fuori si scatenano le violenze fasciste e la guerra. Il vero motivo per cui il narratore frequenta la casa dei Finzi-Contini è la fascinazione che prova per Micòl, la quale, però, resta indifferente nonostante le numerose esplicite dichiarazioni.
Più che la narrazione di una storia di amicizia o di amore Il giardino dei Finzi-Contini è un grande ritratto della Ferrara degli anni '30-'40, nella quale si intrecciano piccoli episodi quotidiani e storie di discriminazione. Proprio questo fitto intreccio fra la storia del protagonista e di Micòl e lo scenario in cui è ambientata rende la città una sorta di personaggio comprimario (e questo ne spiega l'inserimento ne Il romanzo di Ferrara), sempre presente nei ricordi, esattamente come la giovane ebrea che sarebbe morta con quasi tutti i suoi famigliari in Germania.

Ferrara, Il castello estense al crepuscolo (foto di Athenae Noctua)

La seconda lettura non mi ha portata ad una totale rivalutazione, anche se è stata molto più scorrevole e consapevole della prima. Vi ho infatti ritrovato quegli elementi che me l'avevano resa indigesta da subito, dall'atteggiamento snob di Micòl all'ossessione del narratore per questa ragazza viziata, dalla quale scaturiscono episodi che al tempo mi risultarono patetici e che nel film erano stati ulteriormente accentuati (forse proprio quelli che portarono Bassani a rifiutarsi di firmare la sceneggiatura). Ora il mio giudizio è mitigato, ma i due personaggi continuano a non piacermi, a essere fatti più di parole che di realismo. Quello che invece merita un forte plauso e che anni fa non avevo colto sono le descrizioni di Ferrara, delle sue strade, dei paesaggi della pianura, della nebbia che si stende sulla città estense, che danno al romanzo alcuni slanci di forte energia letteraria.
Il giardino dei Finzi-Contini è soprattutto un romanzo della memoria, come spiegano due differenti particolari: il prologo, che narra di una gita del protagonista alla necropoli di Cerveteri, spunto per riflettere sul sepolcro dei Finzi-Contini e sul fatto che nessuno di loro, eccetto Alberto, vi ha trovato riposo, e il riferimento di Micòl al vizio che ha in comune col suo spasimante deluso, cioè la tendenza ad apprezzare più il passato che si adagia nel ricordo che a vivere il momento presente. E, in effetti, la tomba, simbolo della memoria del passato e degli affetti perduti, dà avvio al recupero della giovinezza, laddove Micòl, scomparsa fra i milioni di morti dei lager, mantiene ancora tutta la sua bellezza e vitalità.

Lino Capolicchio e Dominique Sanda nel film di Vittorio De Sica
Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Nel 1929 Micòl era poco più che una bambina, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici; io un ragazzetto in calzoni corti, molto borghese e molto vanitoso, che un piccolo inconveniente scolastico bastava a gettare nella disperazione più infantile. Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.
C.M.

venerdì 16 settembre 2016

Confusione (Howard)

Oggi è il 16 settembre e ciò significa che da ieri è in libreria Confusione, il terzo attesissimo capitolo della saga dei Cazalet, pubblicata in Italia da Fazi editore. Dei motivi per amare questa serie di romanzi firmati da Elizabeth Jane Howard (1923-2014) vi ho parlato la settimana scorsa, oggi voglio riportare le mie impressioni su questa nuova avventura della famiglia inglese.

L'attacco di Pearl Harbor aveva chiuso Il tempo dell'attesa. Confusione riapre gli occhi sulle vicende dei Cazalet nel marzo del 1942, portandoci immediatamente di fronte al primo dei tanti stravolgimenti della vita di questa grande famiglia. Mentre le generazioni più anziane soffrono l'avanzamento degli anni e gli adulti faticano a ritrovare la propria identità, piombando nella totale incapacità di essere padroni di sé e dei propri desideri, le ragazze di casa, diventate ormai donne, iniziano a fare seriamente i conti con la vita fuori dalla rassicurante tenuta di Home Place, nella Londra minacciata dai bombardamenti tedeschi. Louise sposa il suo Michael Hadleigh, trovandosi improvvisamente intrappolata in un matrimonio senza amore, soffocata dall'ingombrante e possessiva suocera, che ha già stabilito insieme a Michael il numero dei bambini che deve mettere al mondo, e catapultata senza volerlo nel ruolo di madre. Polly e Clary vanno a vivere insieme nella capitale, dove frequentano un corso per diventare segretarie e si confrontano, nel loro diventare adulte, con problemi del tutto diversi: Polly deve imparare a convivere con un fascino che le procura diversi ammiratori ma non l'amore dell'unico uomo che le interessi davvero, mentre Clary affronta una situazione ben diversa e cresce con la sua consuetà umiltà, lievemente amareggiata di non essere bella quanto la cugina, ma sempre più matura nella consapevolezza del continuo assottigliarsi della speranza di riveder tornare suo padre Rupert dalla Francia. Non è più facile la situazione delle donne di casa: Rachel è sempre più ancorata al suo compito di badare ai genitori e, di conseguenza, la presenza della sua compagna Sid si fa più sfumata; Villy stessa è messa da parte, dopo un episodio che la porta ad interrogarsi significativamente su di sé e sui propri comportamenti e oscurata dai tradimenti del marito Edward e dall'emergere di Louise come grande protagonista della famiglia; e poi c'è Zoë, la più giovane nuora del Generale e della Duchessa, disorientata nel suo duplice ruolo di moglie e vedova nell'incertezza delle sorti di Rupert. Ma la Howard non manca di aggiornarci anche rispetto agli altri personaggi, in particolare Angela e Nora Castle, figli della sorella di Villy, i domestici Mrs Cripps e Tonbridge e Archie, l'amico d'infanzia di Rupert, che diventa per Clary e per Neville una sorta di secondo padre.

August Macke, Signora in giacca verde (1913)

Il titolo Confusione, dunque, spiega una condizione comune a tutti i personaggi della famiglia, alle prese con il difficile compito di decidere come andare avanti, scegliendo di adattarsi a ruoli e aspettative o di infrangerli. È tuttavia innegabile che in questo nuovo capitolo le vere eroine sono le donne più giovani, Louise, Polly, Clary e Zoë, che, con la loro presenza, mettono in ombra tutti gli altri personaggi, facendo emergere una tematica importante e fino a questo momento solo accennata: la condizione della donna nel periodo dei grandi cambiamenti del XX secolo. Per le tre ragazze gli anni della leggerezza (che davano il titolo al primo romanzo) e il tempo dell'attesa sono ormai un ricordo lontano: esse non sono più sospese fra il mondo dei bambini che non devono assistere a certe discussioni e quello degli adulti che vorrebbero potersene astenere ma sono inchiodati dalle responsabilità. Louise, in particolare, prova il rimorso di aver voluto crescere in fretta, finendo in una prigione da cui non sa come evadere; Louise incarna la vicenda biografica della stessa autrice, che chiaramente ha affidato a questa sognatrice reclusa la propria voce. Polly introduce invece nella questione femminile il problema dell'uguaglianza e del rispetto, che la porta a concludere con un'osservazione purtroppo ancora attuale, quando afferma che «Alle donne vengono appioppati i lavori più noiosi, e non sono nemmeno pagate quanto gli uomini». Clary è invece la ragazza cresciuta troppo in fretta, priva di punti di riferimento, sola col suo dolore per la perdita del padre, incapace di essere vicina al fratello Neville ma sempre animata dalle migliori intenzioni. Le fanno da contraltare lo spirito di sacrificio e abnegazione di Nora, che, sposandosi, diventa infermiera del marito, e l'impulsività di Angela, ma anche il desiderio di Zoë di tornare a vivere e uscire dal grembo protettivo di Home Place.

Henri Lebasque, Nono con una collana gialla

Mentre leggevo Confusione, che mi ha catturata con la stessa forza dei precedenti volumi, mi sono trovata spesso a mettere a confronto le emozioni della nuova lettura con quelle provate mentre sfogliavo Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa. Con Confusione ho avuto l'immediata certezza che i quadretti spensierati che si ritrovavano nel primo romanzo e che già si erano diradati nel secondo erano ormai spariti, segno della crescita dei personaggi e dell'ampliarsi dei loro problemi. Il mondo idilliaco in cui Polly, Clary e Louise giocavano e leggevano, preoccupandosi solo di non essere disturbate dai fratelli e cugini maschi, è definitivamente tramontato, lasciando sorgere le responsabilità della vita adulta. Perfino il rituale rassicurante del tè ha perso importanza. Questo non significa che Confusione non mi sia piaciuto, anzi. La chiara percezione di queste trasformazioni è, a mio avviso, la vera forza delle saghe familiari, che, come accade nella vita reale, vedono nascere e dissolversi gesti e relazioni, velando inevitabilmente il passare del tempo di malinconia. Se per una buona metà del romanzo non sono stata in grado di elevarlo al di sopra dei primi due per gradimento, le ultime cento pagine, da sole, sono bastate per imprimergli quell'azione e quella forza emotiva che mi portano a dire che siamo ancora di fronte ad un miglioramento nella piacevolezza e nell'arte narrativa. A questo punto sono ancor più curiosa di leggere gli ultimi due volumi e di riafferrare i numerosi fili rimasti in sospeso.
Quando s’incontravano, euforia e contentezza avevano la meglio e per le prime ore erano entrambi totalmente assorbiti dal fatto di essere insieme; in quei momenti il mondo e la guerra sembravano distanti, ma dopo un po’ di tempo succedeva puntualmente qualcosa – il più delle volte erano piccolezze –, qualcosa che apriva una breccia nel loro cerchio magico e li riportava alla tetra e per lei snervante realtà.
C.M.

mercoledì 14 settembre 2016

Milioni di milioni (Malvaldi)

Che estate sarebbe senza un giallo? E, dunque, che estate sarebbe senza un libro di Marco Malvaldi? Tanto più che questo Milioni di milioni è un volumetto indipendente, slegato dal ciclo (divertentissimo, si intende) del BarLume. Senza nulla togliere al Barrista Massimo, a suo nonno Ampelio e all'allegra combriccola dei pensionati che stazionano nel locale di Pineta, i romanzi dell'autore pisano che ho più gradito sono esterni alla serie: Odore di chiuso e Argento vivo (meno incisivo era stato, invece, Buchi nella sabbia).

Anche con Milioni di milioni ci troviamo in Toscana, precisamente nel paesino di Montesodi Marittimo, che conta più galline (1726) che abitanti (812), peraltro con l'età media di 69 anni (gli abitanti, non le galline) e che si sviluppa attorno ad una strada chiamata La Schiantapetti, più inclinata della più dura salita del Giro d'Italia. In questo piccolissimo paese i personaggi di spicco sono il prete, padre Kene, il sindaco Armando Benvenuti e la maestra Annamaria Zerbi Palla, che porta il cognome della metà dei Montesodani e, comunque, è dell'idea che ben pochi, nel paesello, siano davvero figli dei loro padri putativi. Ma, al di là di questo quadro colorito da gossip e ordinaria amministrazione, quello che i Montesodani hanno di straordinario è il patrimonio genetico: essi appartengono alla popolazione più forte d'Europa e la scienza intende far luce su questo primato. A tal fine giungono a Montesodi il genetista Piergiorgio Pazzi e la filologa Margherita Castelli, il primo con il compito di effettuare dei prelievi utili ad analizzare il DNA e la seconda per redigere un albero genealogico che metta in luce le relazioni fra gli abitanti e con l'esterno. In assenza di alberghi, i due studiosi vengono ospitati da due paesani, Margherita dalla petulante signora Conticini, Piergiorgio proprio dalla maestra Annamaria, la quale ben presto viene trovata morta dal suo ospite, che insinua nel maresciallo Alvise Zandonai il sospetto che l'apparente morte naturale celi in realtà un omicidio, diventando, suo malgrado, il primo sospettato. Di qui il coinvolgimento attivo nelle indagini, con il supporto della scaltra Margherita, che, dagli archivi della parrocchia, ha modo di osservare le abitudini dei Montsodani e di arrivare laddove la scienza non ha elementi di prova.
Un romanzo brevissimo ma originale (tranne, forse, che nel movente dell'omicidio, a mio avviso deboluccio), nel quale si intrecciano, come sempre nei racconti di Malvaldi, curiosità, intrighi ancorati alla vita di tutti i giorni che si trasforma in giallo e, naturalmente, tanto umorismo, che è la cifra caratterizzante la narrativa dello scrittore pisano.
La gente, è vero, son persone. Specialmente in paese, dove sei nato e cresciuto e le persone le conosci una per una. E una di queste è un assassino.
C.M.

lunedì 12 settembre 2016

Festivaletteratura: tre anni dopo

Il Festivaletteratura di Mantova ha spento quest'anno la ventesima candelina, proprio in coincidenza dell'investitura della città dei Gonzaga a capitale italiana della cultura. E di cultura, in questi giorni, se ne è vista tanta, ma, soprattutto, tantissimi sono stati coloro che sono intervenuti per sostenerne il valore: girando per il centro, fra Piazza Sordello e Palazzo Te, si avvertiva in questi giorni un grande entusiasmo da parte dei tanti appassionati di letteratura attratti dal Festival.


Come già sanno coloro che mi seguono sui canali social, sono stata al Festivaletteratura sabato 10 settembre. Questa è stata la mia quarta presenza alla manifestazione, anche se in una di queste mi ero limitata ad un giretto in centro, fra le bancarelle e la tenda dei libri. Devo dire che le impressioni sono state in crescendo: da un tiepido approccio negli anni 2004 e 2006 alla prima, forte partecipazione del settembre 2013, per finire con l'altro giorno, che ho caricato di eventi. Il timore di non poter partecipare era forte: siamo in periodo di inizio delle scuole e di chiamata dei supplenti, ma ho fatto di tutto per procurarmi i biglietti (che hanno iniziato ad andare a ruba un minuto dopo l'apertura delle prenotazioni) e per assistere agli incontri che avevo puntato.
E così, armata di biglietti, libri da autografare, macchina fotografica e pochi soldi per non cadere nella tentazione di acquisti ulteriori, sabato sono tornata al Festivaletteratura.

Fredrik Sjöberg

La giornata è iniziata Un vocabolario d'insetti, la visita alla collezione entomologica di Bosco Fontana, fuori dalla città, assieme a Fredrik Sjöberg (autore di L'arte di collezionare mosche e Il re dell'uvetta, editi da Iperborea), che, nella bella cornice della palazzina gonzaghesca, ha parlato dell'importanza del collezionismo e dello studio di un mondo tanto vasto quanto variegato come quello degli insetti. In una continua alternanza fra esperienze personali, scrittura e biologia, lo scrittore svedese ha definito l'importanza di possedere e usare le parole, fondamentale fonte di accesso al sapere: la pratica del collezionare insetti, a suo avviso, oltre ad essere molto rilassante, permette di comprendere pienamente le parole, di potenziare la capacità di distinguere e, di conseguenza, di capire il mondo... anche se fin da subito lo studioso ha avuto chiaro che i suoi studi non avrebbero aiutato a far conquiste galanti. Sjöberg, come si può capire da questo breve estratto delle sue dichiarazioni, ha reso molto gradevole la conversazione non solo con tante curiosità legate al mondo degli insetti e alla sua scelta di studiarli e di ricavarne dei libri, ma anche con una costante ironia, da quando ha iniziato a descrivere la trappola di Malaise esposta all'esterno dell'edificio che ospitava l'evento, fino al congedo, quando ha ricordato che le cose più importanti della vita, l'amore, l'aria fresca e gli insetti, sono assolutamente gratuite. 


Dopo gli autografi di rito fra le teche di coleotteri, sirfidi e libellule, ho lasciato Bosco Fontana per rientrare a Mantova, dove ho vagato fra le bancarelle del libro usato (resistendo alle tentazioni delle vecchie edizioni Einaudi e Mondadori e del romanzo di Maurensing La variante di Lüneburg) e assistito ad uno degli accenti (gli incontri gratuiti in Tenda Sordello della durata di soli 30 minuti), attratta dal titolo Blogging come esercizio di intellettualismo moderno: il filosofo Massimo Pigliucci ha affrontato la questione dell'attendibilità e della qualità dell'opinione e dei mezzi di diffusione nel web, con particolare riferimento ai blog, invitando a riflettere sul rapporto fra accesso all'espressione culturale e valore della stessa in una dimensione tanto aperta. L'incontro mi interessava in quanto blogger, ma non posso dire di esserne stata illuminata: probabilmente si tratta di un tema che nemmeno una giornata di colloquio avrebbe potuto descrivere e valutare pienamente.

Julian Barnes
Partecipando a questo evento, sono arrivata con scarso anticipo (trovando posti soltanto nelle ultime file) a Palazzo San Sebastiano per l'incontro successivo, forse il più atteso della giornata, quello con Julian Barnes, che ho avuto modo di apprezzare con il romanzo Il senso di una fine e di cui mi attirava anche il nuovo libro, Il rumore del tempo. L'arte è il mormorio della storia, un dialogo con Peter Florence, era dedicato proprio a questo nuovo prodotto narrativo, alle scelte che lo hanno ispirato e a qualche aneddoto che spiega alcuni passaggi che i lettori avranno modo di approfondire attraverso la storia del compositore Dmitrij Šostakovič e il suo rapporto col regime di Stalin, che più volte ne condannò l'arte. Anche questo è stato un incontro molto interessante e pervaso di ironia, anzi, devo dire che sono rimasta stupita da Julian Barnes, che di certo non è allegro nella narrazione, ma nel dialogo è estremamente divertente.
Ma l'ironia e la leggerezza si sono mantenute fino alla fine della giornata mantovana: a chiudere la mia sortita al Festivaletteratura è stato infatti l'evento, organizzato alla Casa del Mantegna, intitolato Malati di letteratura, che aveva come protagonisti Fabio Stassi, da maggio in libreria con La lettrice scomparsa, e Marcello Fois, intervenuto in particolare in relazione al nuovo libro Manuale di lettura creativa. L'incontro, moderato da Federica Velonà, ha cercato di far luce sul problema della dipendenza da libri, sulle influenze degli autori e delle loro opere sulla scrittura di Stassi e Fois, sull'influenza che le pagine della grande letteratura hanno nella vita di tutti noi che amiamo questo sport estremo che ci pone mille domande ma, spesso, non si cura di darci le risposte. Per circa un'ora e mezza che è volata in fretta come fossero stati cinque minuti, i due autori hanno raccontato esperienze, aneddoti, sogni e potenzialità legati al mondo dei libri, guardandosi bene dal suggerire una cura a questa meravigliosa malattia che ci affligge, offrendoci il dono della scoperta continua, dell'indagine, del dialogo con un libro che, però, porta con sé tutti i libri che lo hanno determinato, come se il singolo volume fosse l'accesso ad una grande biblioteca che non aspetta altro che inghiottirci. In questa sede si è parlato anche del rapporto fra lettura e scuola, della necessità di recuperare la riflessività, la fatica, il senso della ricerca inesauribile, fatto che ha reso ancor più coinvolgente per me l'ascolto. E poi, finalmente, sono riuscita ad avere la firma di Fabio Stassi anche sull'amatissimo romanzo L'ultimo ballo di Charlot, che a Torino non avevo portato con me.

Fabio Stassi, Federica Velonà e Marcello Fois

La giornata al Festivaletteratura è stata a dir poco impegnativa, ma ha portato grandi soddisfazioni. anche se ho dovuto rinunciare ad altri eventi interessanti, come l'incontro con Antonia Arslan e quelli con Bianca Pitzorno, alla curiosità di conoscere Paolo di Paolo per capire se i suoi libri possano fare al caso mio e, soprattutto, e all'ascolto del classicista Maurizio Bettini, ho compensato con altre piacevoli esperienze, dato che, finalmente, ho conosciuto di persona Marina di Interno storie e Andrea de Le mele del silenzio e incontrato nuovamente Elisa, la Lettrice rampante!
Mi sa che è giunto il momento di chiudere il mio resoconto, non voglio farvi perdere troppo tempo: vi basti sapere che, al di là della scomodità e della difficoltà di reperire i biglietti (che comporta la necessità di organizzarsi per tempo, spulciando l'immenso programma), che è l'unica pecca del Festivaletteratura, la manifestazione è sempre affascinante e offre occasioni per appagare ogni tipo di lettore, dal più esigente a quello che, semplicemente, vuole immergersi nell'atmosfera dei libri e divertirsi per qualche ora o qualche giorno in compagnia di chi condivide le sue stesse passioni.
Chi di voi è stato al Festivaletteratura? A quali eventi avete partecipato?

C.M.

venerdì 9 settembre 2016

Di cosa parliamo quando parliamo dei Cazalet

Il 15 settembre uscirà il terzo volume della saga dei Cazalet firmata da Elizabeth Jane Howard: dopo il successo e la meraviglia de Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa, finalmente i lettori che si sono appassionati alle avventure di Polly, Louise, Clary e della loro numerosa famiglia potranno gustare Confusione e - c'è da scommetterci - divorarlo per poi mettersi subito ad attendere gli ultimi due volumi.
Ma di cosa parliamo quando parliamo della saga dei Cazalet? Qual è l'elemento magico che fa presa sul lettore, trascinandolo fra Londra e la tenuta di Home Place nel Sussex, facendolo sentire parte della storia e facendolo affezionare ai suoi protagonisti? Come riesce Elizabeth Jane Howard ad esercitare questa malia?


Per me la risposta sta nella sua capacità di ricreare le atmosfere inglesi, nella limpidezza delle descrizioni di luoghi e gesti, nell'assoluta naturalezza che nasconde un meticoloso lavoro di trama e ornamento. Sebbene i personaggi principali siano le donne della famiglia Cazalet, in particolare le più giovani, quelle che, nei primi due testi, si immergono nell'adolescenza, questa fortunata serie è caratterizzata da una coralità diffusa che non relega mai alcuno sullo sfondo o, per meglio dire, quando fa emergere le voci secondarie accanto alle principali, non produce alcuna infrazione dell'armonia.
Seguendo le vicende dei Cazalet, ci ritroviamo nella campagna verdeggiante, sulle spiagge di sassi, fra le boutique londinesi, seduti in platea o in palchetto a teatro, sospesi ad ascoltare i comunicati di guerra alla radio, in viaggio sui mezzi pubblici della città, accoccolati nelle stanze dai vetri oscurati per sottrarne la vista ai bombardieri notturni o comodi su una poltrona a sorseggiare il tè. Ogni singolo tassello narrativo ci restituisce infatti ritratti, paesaggi, suoni e perfino sapori, grazie alla maestria narrativa di un'autrice ancora troppo poco conosciuta.
Ma, per farvi capire che non si tratta di divagazioni, ecco alcuni dei passaggi più suggestivi.
Appese i tre abiti di cotone che sua madre le aveva fatto portare e ficcò tutto il resto in un cassetto, eccetto i libri, che sistemò con cura sul comodino: Grandi speranze, perché Miss Milliment l'aveva assegnato come lettura per le vacanze, Ragione e sentimento, perché era più di un anno che non lo rileggeva, un buffo vecchio libro dal titolo The Wide, Wide World, perché Miss Milliment le aveva raccontato di aver scommesso con un'amica che, in qualsiasi pagina lo si aprisse, la protagonista era in lacrime. E infine naturalmente il suo amato Shakespeare.
Qui Louise è appena arrivata a Home Place e attende con trepidazione l'arrivo della cugina Polly per dare tono ad un'estate altrimenti pullulante di adulti o bambini. Ma questo è anche uno dei brani che ci introducono nella biblioteca dei Cazalet, che amano molto la letteratura inglese (Louise adora Shakespeare in quanto aspirante attrice), ma leggono anche quella americana: ne Gli anni della leggerezza la giovane zia Zoë è immersa nella lettura di Via col vento, diffuso fra le signore inglesi per un passaparola degno di un best seller, mentre fra le pagine più belle de Il tempo dell'attesa troviamo la confessione di affetti commosso di Clary per la giovanissima Beth di Piccole donne.

H. Lebasque, Terrazza a Pradet
Vicino al cancello dell’orto c’era un grosso cespuglio di fiori viola simili a dei lillà, ma più appuntiti. Intorno c’era un nugolo di farfalle: bianche o arancioni con macchie bianche o nere, piccole farfalle azzurre, e poi ce n’era una giallo limone, con sottili venature scure, la più bella di tutte, pensò. Stette a guardarle per un po’ e si rammaricò di non sapere i loro nomi. In certi momenti si spostavano senza requie da un fiore all’altro, soffermandosi appena un istante. Probabilmente dopo un po’il nettare si esaurisce, pensò e allora devono provare e riprovare finché non ne trovano uno ancora pieno.
Decise che sarebbe venuta spesso a trovarle: alla fine avrebbero imparato a conoscerla, anche se sembravano così lontane dal mondo degli umani… un po’come i fantasmi o le fate che, beati loro, non avevano bisogno delle persone.
Le pagine ambientate nel giardino di Home Place hanno tratti di pura poesia, come si vede da questo piccolo scorcio de Gli anni della leggerezza che ha per protagonista la giovane Cary, ma anche dalla passeggiata di Polly tra i biancospini e vicino al laghetto che in primavera si contorna di primule e in estate fa sbocciare le orchidee ne Il tempo dell'attesa.
E poi, come dicevo, ci sono i quadretti balneari, nei bambini giocano e strillano mentre le donne della famiglia si dedicano alla lettura, finché Il tempo dell'attesa non mette i Cazalet di fronte al triste spettacolo dei soldati che srotolano il filo spinato sulla spiaggia per contrastare eventuali invasioni tedesche.
Cooden non era certo la spiaggia ideale per i bambini, pensava Villy mentre muoveva i fianchi sui ciottoli tondi alla ricerca di un tratto di frangiflutti più comodo per la sua schiena. Persino in una giornata così calma e assolata l'acqua del mare era gelida, una distesa d'acciaio senza fine che però, nei loro pressi, si gonfiava in una bolla color acquamarina che si sollevava e si avventava contro il ripido bagnasciuga sfrangiandosi e sciogliendosi di nuovo nel verde, risucchiata dall'onda successiva.
H. Lebasque, Lebasque,Tre donne al mare

Elizabeth Jane Howard dedica la sua attenzione a scene di vita quotidiana, non ha bisogno di ricorrere a grandi colpi di scena per tenere avvinto il lettore: sa esercitare il potere della complicità, sa dosare gli ingredienti per far amare i suoi personaggi e le atmosfere in cui sono calati. Ecco, di questa maestria narrativa parliamo quando parliamo del Cazalet.
Il pensiero del Natale le diede un senso di disagio, di tristezza. Lo aveva trascorso come tutti gli anni a Home Place e, sebbene ognuno facesse del suo meglio perché sembrasse un Natale come gli altri, non lo era stato, ed era difficile dire cosa ci fosse di diverso, almeno in ciò che contava veramente. Ognuno aveva appeso la calza, ma dentro non erano stati messi i mandarini e Lydia aveva pianto credendo che si fossero scordati della sua. Niente mandarini, niente arance, niente limoni, perciò non ci furono le tortine alla crema di limone che la Duchessa faceva sempre il giorno di Santo Stefano: piccole cose che però messe insieme facevano la differenza.
C.M.

mercoledì 7 settembre 2016

The Danish Girl (Tom Hooper, 2015)

La rubrica di cinema mancava da un po', complice il fatto che in estate l'attrattiva delle sale non è così forte e in televisione si vedono più che altro repliche. Questo fino a due sere fa, quando, in prima visione tv, è andato in onda The Danish Girl, film diretto da Tom Hooper e tratto dal romanzo di David Ebershoff La Danese. In realtà la vicenda rappresentata è ispirata alla vera storia di Lili Elbe, la prima persona sottopostasi ad un intervento per il cambio di sesso.

Nella Copenaghen del 1929 Einar Vegener (Eddie Redmayne) e la moglie Gerda (Alicia Vikander), entrambi artisti, vivono apparentemente felici, finché Einar non inizia a manifestare un forte disagio nei confronti del proprio corpo e del proprio sesso. La richiesta di Gerda di posare per lui in abiti femminili, avanzata dapprima per la necessità di sostituire una modella e poi per divertimento, scatena una crisi di identità in Einar, che si identifica sempre più in Lili Elbe, la ragazza che impersona per Gerda, e si allontana progressivamente dalla propria natura maschile. Il senso di isolamento e disarmonia nei confronti della società e i sensi di colpa verso quella che lui stesso teme essere una perversione o una forma di schizofrenia si fanno sempre più acuti, minando anche la relazione con Gerda. Questa, tuttavia, è l'unica persona che comprenda realmente la condizione di Einar: Gerda ama a tal punto il marito che è disposta a rinunciare a lui per permettergli di agguantare la felicità; è lei che, a Parigi, dove giunge trascinata dal successo dei ritratti di Lili, entra in contatto con il dottor Warnerkros, che si offre di operare Einar per renderlo definitivamente Lili attraverso una serie di interventi. Einar non rifiuta nemmeno conoscendo i rischi e provandone i dolorosi effetti.
The Danish Girl ha numerosi pregi, a partire dalla delicatezza con cui affronta un tema spinoso non solo ai tempi della reale vicenda di Lili Elbe ma anche oggi: senza pietismi né toni sensazionali, Tom Hooper ha ricostruito un profondo dramma interiore, rendendo con intensità il disagio di Lili, donna intrappolata nel corpo di un uomo, magistralmente interpretata da Eddie Redmayne, che, forse, avrebbe meritato l'Oscar cui era stato candidato. 
 
 
Ma bellissimo è anche il personaggio di Gerda, affidato ad Alicia Vikander, lei sì giunta a stringere tra le mani la pregevole statuetta, giustamente attribuita alla sua interpretazione struggente, emozionante e fuori dalle righe: la Vikander restituisce tutta la modernità e la forza emotiva di una donna che il contesto storico e sociale avrebbe voluto profondamente diversa, che rinuncia al desiderio di diventare madre di un bambino per farsi un po'gentrice di Lili, che viene alla luce soprattutto grazie alla sua determinazione. 
Ma, come dicevo, The Danish Girl ha diversi punti di forza, dall'uso della fotografia ai quadri paesaggistici della vario
pinta Copenaghen o dei suoi stupefacenti scenari naturali, simboleggianti un desiderio di libertà da conquistare a caro prezzo e per questo impossibile da intrappolare anche in una tela. E poi ci sono i costumi raffinatissimi, che hanno valso a Paco Delgado un'ulteriore nomination all'Oscar.
Un film, dunque, che sa emozionare e far riflettere e che, in fondo, non parla precisamente del principio all'autodeterminazione sessuale, ma, in modo più ampio, dell'inalienabile diritto alla libertà in ogni forma, sottolineando i grandi sacrifici che spesso la lotta per una libera scelta comportano, ma anche ricordando a tutti noi che il vero amore sta nel riconoscere la legittimità di tale slancio, anche quando ci rende tristi e ci obbliga ad una straziante rinuncia.


C.M.

lunedì 5 settembre 2016

L'inondazione (Bravi)

Fra i libri che volevo leggere da tempo, praticamente dal momento della sua pubblicazione, ormai risalente ad un anno fa, c'era L'inondazione di Adrián N. Bravi. Al Salone del Libro stavo per avventarmi su questo volumetto allo stand di Nottetempo, ma avevo già acquistato più di quanto previsto, così ho rimandato di qualche settimana l'acquisto, tenendolo in serbo per l'estate.
Il mondo sommerso che riscopriva in quel momento davanti alla finestra lo faceva sentire, oltre che un estraneo, anche una specie di custode che aveva il compito di sorvegliare la valle rimasta nascosta; la terra della sua infanzia, umida, fitta di piante e animali, che si era ripiegata su se stessa per consentire all’acqua di alzarsi oltre gli argini.
L'estate è arrivata e, con essa, l'inondazione. Ma non qui, bensì sul paesino argentino di Río Sauce, che improvvisamente si ritrova sommerso dall'acqua. Tutti abbandonano le proprie case, tranne il vecchio Ilario Morales, che si trasferisce ai piani alti dell'abitazione, trovandosi presto come inatteso e scomodo coinquilino uno yacaré (adesso che ho scoperto questo termine per indicare gli alligatori credo che lo userò parecchio), ma guadagnando anche la lealtà di un cane rossiccio ribattezzato Clemente. Rifiutando ogni invito a lasciare Río Sauce, da quello dei vicini a quello del figlio, Ilario Morales passa le giornate a vagare per il paese allagato su una barca, rimuovendo i detriti in cui si imbatte e avendo due mete ben chiare, che presto - così crede il vecchio - la barca impara a riconoscere: l'imbarcadero che dà accesso al borgo di Guadalupe e all'osteria di Hasan e, soprattutto, il cimitero dove giace la moglie, sepolta due volte, prima dalla terra, poi dall'acqua. Qui Morales trascorre ore e ore a raccontare alla defunta la sua nuova vita nella città fantasma, mentre nel locale dove dilapida la misera pensione in ginebra viene a sapere che alcuni Cinesi hanno intenzione di appropriarsi di Río Sauce, comprandone le case a bassissimo prezzo. Naturalmemnte Morales non intende cedere la proprietà e ben presto nomina se stesso, rimasto l'unico custode del paesello, difensore dell'abitato dai Cinesi e anche dagli yacaré.
L'inondazione è un breve romanzo estremamente gradevole, che, con toni che sfiorano il surreale e che esprimono un'ironia malinconica, fa riflettere sul tema dell'abbandono e della solitudine: nella sventura di Río Sauce e nelle speculazioni immobiliari che si stagliano sullo sfondo non è difficile cogliere i segni di quella crisi che grava su tutti i piccoli centri, per i quali il recupero e la valorizzazione appaiono meno convenienti della fuga. Se vogliamo, questa è anche una metafora di una società in crisi o di una Nazione piegata (Bravi è argentino, ma vive in Italia, quindi ha ben presenti due realtà che di crisi ne hanno passate) che ha paura di impegnarsi in una ricostruzione e si piega alla necessità della partenza. Ma poi c'è Ilario Morales, il goffo vegliardo del paese, unico a non perdere la speranza, anche quando sembra che i coccodrilli stiano divorando il poco che ancora rimane da salvare: questo vecchio solitario è il simbolo della tenacia, una tenacia che, sì, è anche radicata nell'abitudine e nella paura del cambiamento, ma che, comunque, si rivela l'unica arma per fronteggiare ogni colpo avverso della sorte e getta le basi per cambiamenti inaspettati.

“E come ti sembra Río Sauce?”
“È come se non ci fossi mai stato prima, e adesso le cose che sono rimaste sotto mi sembra di non poterle chiamare più allo stesso modo, è come se avessero bisogno di altri nomi, capisci?”
“E allora chiamale con altri nomi e un giorno, quando ritorneranno fuori, riacquisteranno i vecchi…”
C.M.

venerdì 2 settembre 2016

Assalti calviniani davanti agli scaffali

Molto spesso, quando devo scegliere una nuova lettura, si scatena nella mia testa un gran traffico: lo sterzo funziona male, il semaforo lampeggia in modo incerto e il vigile che dovrebbe tenere a bada il delirio non sa cosa fare. Il fatto è che, quando si ha una lista di prossime letture molto lunga e a questa si aggiunge non solo il programma (anch'esso sempre più fitto, pare impossibile) delle riletture, ma anche la curiosità per le nuove pubblicazioni di cui vengo a conoscenza attraverso newsletter degli editori, social network e amici blogger. Per non parlare di diversi gruppi di lettura, uno più allettante dell'altro.
Insomma, è come se, in quel momento in cui devo mettere il libro prescelto sul comodino, si scatenasse l'assalto delle categorie calviniane dei libri, cioè quella rasegna di due pagine che, in apertura a Se una notte d'inverno un viaggiatore, descrive tutte le tentazioni di lettura cui è esposto un lettore, dai Libri Che Non Hai Letto ai Libri Già Letti Senza Nemmeno Il Bisogno Di Aprirli In Quanto Appartenenti alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Essere Stato Scritto, dai Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri ai Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate. Calvino ambienta la scelta in un negozio, ma il medesimo psicodramma si può estendere agli scaffali di casa, dove non c'è nulla da acquistare ma solo molto tra cui scegliere.


Gli assalti (con relativi sensi di colpa) ai quali sono particolarmente sensibile sono quelli della seconda parte della rassegna calviniana e, in particolare, in questo periodo:
  • Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere (filiazione della categoria già citata Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri): partendo dai libri corrispondenti alla descrizione che dovrei essermi procurata da tempo ma che sono sempre stati surclassati da altre scelte, il primato va a Una vita e Senilità di Italo Svevo, in programma tipo dalla prima lettura de La coscienza di Zeno al liceo (anni di attesa: 9); seguono il poderoso Mimesis di Erich Auerbach, che sento citare dal liceo ma ha iniziato ad alitarmi sul collo all'università (anni di attesa: circa 8), I Dialoghi con Leucò di Pavese (4 anni), La famosa invasione degli orsi in Sicilia e Barnabo delle montagne di Buzzati (4 anni); in lista di acquisto da almeno 2-3 anni anche Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, Stoner di John Williams, Suite francese di Irène Némirovsky, Bartleby lo scrivano di Hermann Melville, Aspettando i barbari di John Maxwell Coetzee e La banalità del male della Arendt. E due grandi assenti per i quali mi vergogno ogni volta, perché sembrano gli amici cui si promette sempre un appuntamento ma non si riesce mai ad onorare l'impegno: Jane Eyre di Charlotte Brontë e L'amico ritrovato di Fred Uhlman. Il sommo imbarazzo deriva però dal fatto che molti dei libri che aspettando di essere letti siano già nella mia libreria: I piccoli maestri di Meneghello (record assoluto di 10 anni di permanenza), Don Camillo di Guareschi (che non supera il precedente solo perché stava fino a qualche tempo fa nella libreria di mia nonna), Lolita di Nabokov, Il rosso e il nero di Stendhal.
  • Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento: per la preparazione al concorso leggo spesso interventi di studiosi del calibro di Edgar Morin di cui mi piacerebbe approfondire la conoscenza, ma le tentazioni più forti in questo ambito riguardano, più che la teoria della didattica, gli approfondimenti disciplinari, in particolare quelli sulla narratologia e la critica letteraria (come Morfologia della fiaba di Propp); ma rientra in quest'ambito anche la curiosità per La notte della cometa di Sebastiano Vassalli, perché Dino Campana, protagonista del romanzo, è un autore che conosco molto poco e meriterebbe forse maggiore attenzione, anche dal punto di vista scolastico. Agli interessi del momento si aggiungono però anche i libri di preparazione al Festivaletteratura imminente, soprattutto Il rumore del tempo di Julian Barnes e Il re dell’uvetta e L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg, dato che spero di trovare un posticino agli eventi che vedranno questi autori come protagonisti.
  • Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza: ne fanno parte gli innumerevoli classici che ho acquistato approfittando del basso prezzo in quanto allegati ai quotidiani: il De rerum natura di Lucrezio, le Metamorfosi di Ovidio, La guerra del Peloponneso di Tucidide, le Lettere di Epicuro e il Fedro di Platone. E, a scorrere gli scaffali, forse ne troverei molti altri accaparrati e solamente spiluccati.
  • Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale: Vi capita mai di guardare uno scaffale e pensare che vi manca proprio quel libro che, avendo letto quell'altro, non può sfuggirvi? Ecco, oltre al caso risolto di Harry Potter e la camera dei segreti (che mi era stato prestato e quindi non ho posseduto finché la vista del 'buco' nella serie è diventata insostenibile), per me la lacuna al momento più pressante è l'assenza di Le streghe di Roald Dahl, una delle più belle letture della mia infanzia.
  • Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli: questo elenco è virtualmente sterminato e comprende libri come Il giardino dei Finzi Contini di Bassani (da rileggere nella speranza di rivalutarlo dopo un trauma scolastico), Per chi suona la campana di Hemingway (letto anni fa e non capito), La fiera della vanità di Thackeray (amatissimo, ma sbiaditissimo nei ricordi), Una barca nel bosco di Paola Mastrocola, Guerra e Pace (IL classico per eccellenza), Cent'anni di solitudine di Gabo, Il grande Gatsby e (stavolta in italiano) Tenera è la notte di Fitzgerald.
Ecco, è tutto. Anzi, no, probabilmente dovrei elencare molti altri titoli, ma credo vi siate già resi conto della mia confusione mentale e di cosa intendessi in apertura al post parlando di traffico. Posso esimermi dal tormento della categoria Libri Che Hai Sempre FattoFinta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero perché non ho mai millantato letture non svolte, anche perché, conoscendomi, so che finirei subito sgamata per la Legge di Murphy o qualche altro fenomeno genericamente ascrivibile alla figura barbina. Però sono abbastanza certa che Calvino, se solo vedesse i meravigliosi siti degli editori con tutte quelle anteprime, aggiungerebbe una categoria ad hoc per questo tipo di tentazioni.
Anche voi subite l'assalto di queste torme librose ad ogni entrata in libreria o avvicinamento agli scaffali domestici?

C.M.

NOTA: Le categorie di Calvino sono alle pagine 3 e 4 del file di Se una notte d'inverno un viaggiatore disponibile online.
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