lunedì 7 novembre 2016

Il commesso (Malamud)

Il mio cammino alla scoperta della letteratura americana continua con Bernard Malamud (1914-1986), scrittore ebreo di origini russe, che fa della sua New York la cornice del romanzo considerato il suo capolavoro, Il commesso, insignito del prestigioso National Book Award. Si tratta di un libro inseguito da diversi mesi e finalmente arrivato sul mio comodino, con pieno mantenimento delle aspettative che ha creato. 

Il commesso narra la storia di Morris Bober, un commerciante ebreo che osserva la crisi irreversibile del suo negozio, schiacciato dalla concorrenza, abbandonato dai clienti e per giunta bersaglio di una rapina, e di Frank Alpine, un poco di buono di origini italiane che si offre di aiutarlo senza compenso, così da racimolare un po'di esperienza in vista dell'apertura di un suo esercizio commerciale. Nonostante la diffidenza di Ida, moglie di Morris, il declino sconsolante degli affari e la sua tendenza a rubare dalla cassa qualche dollaro periodicamente, Frank cerca di impegnarsi al massimo per riscattarsi dagli errori del passato e per riportare se stesso ad una condizione dignitosa e priva di vergogna. Il suo impulso a migliorare arriva soprattutto da Helen, la bella figlia di Morris, costretta a lavorare come segretaria per contribuire al sostentamento della famiglia ma desiderosa di frequentare l'università.
Questo romanzo, pubblicato in Italia da Minimum fax nella traduzione di Giancarlo Buzzi e con un'introduzione di Marco Missiroli, ha diversi aspetti positivi, che fanno passare in secondo piano la naturale avversione per Frank, personaggio complesso e che cambia nel corso della storia ma che ho trovato veramente fastidioso per la sua continua predisposizione a danneggiare il prossimo creandosi delle insostenibili giustificazioni. 
Una prima nota positiva sta nella prosa di Malamud: elegante, precisa, aderente alla realtà narrata, capace di descrizioni magistrali e di affondi introspettivi eccezionali. Il secondo aspetto è l'ambientazione: siamo a Manhattan, ma Malamud sa rendere familiare ogni luogo, presentandoci il nucleo geografico della vicenda, circoscritto fra il quartiere ebraico dove vive la famiglia Bober, la biblioteca frequentata da Helen, il parco e le linee di autobus che collegano i diversi punti: un piccolo set in cui troviamo tutto quanto è necessario a rendere completa e chiara la vicenda, senza nulla di superfluo. Poi c'è il personaggio di Helen, una giovane donna dalle alte aspirazioni che vede i propri sogni svanire davanti a sé ed è tormentata dall'incubo di doversi accontentare di situazioni che non sono alla sua altezza, dal lavoro che odia alla continua insistenza della madre per un matrimonio conveniente, rigorosamente con un uomo ebreo.
Il commesso di Bernard Malamud è davvero un prodigio letterario, un romanzo che sa coniugare il piacere estetico della lettura, scorrevole al punto che si approda all'ultima pagina senza rendersene conto, con una riflessione mai pedante sul famoso sogno americano, sulle possibilità delle persone, sul sottile confine fra ciò che desideriamo e i compromessi e gli errori in cui ci imbattiamo nel tentativo di raggiungerlo. Ammetto di essere rimasta un po'delusa dal finale, anzi, proprio dall'ultima pagina, ma forse perché è il momento in cui l'autore abbandona definitivamente i Bober per concludere con la vicenda di Frank, ma fino alla penultima sequenza sono stata entusiasta di questa lettura, che consiglio a chi sta cercando un ottimo libro e una storia perfetta per questi mesi, dato che la vicenda di dipana proprio fra novembre e la fine dell'inverno.

E. Hopper, Domenica mattina (1934)
Sentiva di averlo saputo per tutta la vita che un giorno, con la gola contratta dalla vergogna e lo sguardo nella polvere, gli sarebbe toccato confessare a qualche povero sfigato d’essere lui quello che gli aveva fatto del male o l’aveva tradito. Questo pensiero l’aveva sempre dilaniato. Era un senso di sete che non avrebbe mai potuto placare, un disgustoso bisogno di espellere da sé tutto quanto era accaduto, perché qualunque cosa fosse accaduta era sbagliata; di ripulire la mente da se stessa e darle un po’di pace, di ordine; di cambiare il principio, cominciando dal passato che sempre, prodigiosamente, appestava il presente; di cambiare vita prima d’essere soffocati dal fetore.
C.M.

4 commenti:

  1. I finali aperti, come spero scoprirai tu stessa, non una prerogativa di Malamud, e lasciano ogni volta con una sorta di grido strozzato nella gola del lettore. Te l'varò detto mille volte credo, ma Il commesso è in assoluto uno dei miei libri-vita, quello che mi ha aperto la strada non solo nei confronti del suo autore, ma in generale nei confronti della letteratura americana (e nella fattispecie ebraica-americana, un universo meraviglioso). La prosa di Malamud ha nella sua semplicità qualcosa di magnifico che ti spinge a dire: «Sì, sono lì, proprio in mezzo ai personaggi».
    Non sarà facile proseguire su queste vette negli ulteriori romanzi dello scrittore, se vuoi un mio modesto consiglio, prova con Le vite di Dubin e soprattutto L'uomo di Kiev, un libro atipico per ambientazione e personaggi nell'universo malamuddiano, ma indubbiamente bello.

    Un abbraccio!

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    1. Non è tanto l'apertura del finale, quanto proprio ciò che accade nelle ultime due pagine. Però questo non intacca minimamente l'insieme: anche per me è un gran romanzo e mi ha dato molto su cui riflettere. Davvero bello e significativo, non mi stupisce che abbia un posto speciale nel tuo cuore.
      Ricambio l'abbraccio e ti ringrazio per i consigli!

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  2. Bella recensione! Come sai ho scoperto Malamud con i suoi racconti e questo libro, grazie a te, mi affascina molto. Come è bello scoprire nuovi autori e nuove visioni...

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    1. Io mi faccio suggerire da te Il cappello di Rembrandt, tu lasciati suggerire questo! :)

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