venerdì 29 gennaio 2016

L'ultimo ballo di Charlot (Stassi)

Cosa si può dire di un romanzo che, in poche pagine, concentra emozione, eleganza e originalità? La recensione de L'ultimo ballo di Charlot potrebbe riassumersi così, con queste poche parole, se non fosse che il pregio stesso del libro pretende una maggiore attenzione. 

Pubblicato da Sellerio nel 2012, il romanzo di Fabio Stassi è un concentrato di ricchezza espressiva in cui si mescolano toni sognanti e suggestivi quadri narrativi.
L'ultimo ballo di Charlot si apre nella notte di Natale del 1971, nel momento in cui Charlie Chaplin, secondo la predizione di un'indovina, sta per incontrare la Morte. Infatti la Nera Signora giunge poco dopo, ma Charlie non può, non vuole morire, non ancora: suo figlio Christopher è ancora piccolo e l'attore vuole vederlo crescere. Propone così un patto alla Morte, mettendo in gioco il proprio talento: se riuscirà a farla ridere, la Morte rimanderà il suo proposito di portarlo con sé all'anno successivo. Con questo stratagemma, Charlie guadagna il tempo necessario a maturare la necessità di congedarsi dalla vita, lasciando a Christopher un accurato resoconto delle sue peripezie, dagli esordi inaspettati in un teatro di varietà all'apprendistato nel Circo di Casey, dal lavoro con Stan Laurel nella compagnia di Fred Karno fino alla nascita del mito cinematografico di Charlot.
La verità è che mi consegnai alle luci della ribalta solo per salvare mia madre dall’umiliazione e dalla follia e in tutto ciò che ho fatto, in seguito, è rimasta quella promessa rabbiosa di un bambino pieno di vergogna di diventare il più grande attore del mondo.
Quella di Stassi non è una registrazione biografica, ma si prone come il resoconto delle possibili origini di Charlot, della sua comicità e della malinconia che emerge sotto le risate, oltre che come una riflessione sul rapporto fra la comicità, l'esibizione tecnicamente impegnativa di un gesto acrobatico e di una recitazione dal vivo e il nuovo mondo delle pellicole che lo modificano radicalmente.

Fabio Stassi
Le pagine di Fabio Stassi si popolano così di cavallerizze quasi mitiche, di acrobati che inventano scatole in cui le immagini si muovono e poi spariscono per farsi inseguire nel mondo, delle didascalie dei film muti, di produttori di un'industria cinematografica nascente e di tante persone con sogni troppo grandi e per questo capaci di incantare il lettore con la litania della speranza. Lo stesso viaggio di Charlot fra l'Inghilterra e l'America, fra il circo e il cinema, dalla la bottega di un barbiere ad una tipografia, da Los Angeles agli angoli più sconosciuti degli Stati Uniti è un tracciato che segue aspirazioni, speranze, sogni e affetti che si definiscono nel tempo e che necessitano di qualche anno in più per trovare il loro posto nel quadro dell'esistenza. E questo tempo va strappato alla Morte, che ha a sua volta un ruolo essenziale nella definizione dell'identità, dei sentimenti e della missione artistica di Charlot, che in sé riassume gioco, professionalità, allegria, sfida, sovversione, divertimento, lacrime.
Io sono un mimo, Zarmo, mi assumo il rischio. Tutti noi rischiamo in prima persona, nei nostri numeri. I trapezisti, gli acrobati, i domatori rischiano la loro vita. Noi rischiamo di fallire: di non far ridere o sorprendere o divertire il nostro pubblico. Può venirci un infarto sulla scena, per la paura, ci possiamo dimenticare quello che dobbiamo fare. Ma la nostra emozione è la stessa di chi assiste allo spettacolo. Respiriamo tutti la stessa vita, nello stesso momento.
La lettura de L'ultimo ballo di Charlot mi ha permesso non solo di scoprire la narrativa di un autore che non conoscevo, ma anche di avvicinarmi alla figura di Charlie Chaplin, in merito alla cui biografia ero totalmente ignorante. Tracciando una picaresca storia della sua trasformazione in The Tramp, Fabio Stassi colora il romanzo dei pastelli circensi e dei contrasti bianco-neri delle pellicole, passando con disinvoltura dagli uni agli altri grazie alla versatilità del protagonista e dello stile. Fabio Stassi racconta con una delicatezza commovente, amalgamando nella narrazione intense riflessioni sulla vita e sull'arte che fanno luce sull'intimo rapporto che unisce le due con il doppio filo della gioia e della malinconia.
L'ultimo ballo di Charlot fa brillare gli occhi di serenità, di ammirazione e di tristezza: impossibile resistervi!

Il trucco è sempre lo stesso: fare in modo che qualcosa vada storto e che il mondo appaia rovesciato, sottosopra. Il meccanismo della comicità è un meccanismo sovversivo. Se un gigante cerca in ogni modo di aprire una porta e non ci riesce, ma subito dopo la porta si apre a un gatto, a un bambino, a un povero vagabondo o a un vecchio senza nessuno sforzo, noi ridiamo. Perché è tutto il contrario di quanto accade nella vita. La comicità è una capriola, un uomo che si rialza dopo un capitombolo o un altro che sta sul punto di cadere ma non cade mai. La comicità è mancina come me, Christopher. Irride i ricchi, rimette le cose a posto, ripara le ingiustizie. Come diceva Frank Capra, chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai deboli e agli indifesi, anche se solo per il lampo di un sorriso. È quest’incredulità che ci riempie gli occhi di lacrime. Sin dall’inizio, da quando cantai la canzone di Jack Jones al posto di mia madre, suscitare il riso e le lacrime è stata la mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, e il mio rifiuto dell’odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le relazioni umane. È stupefacente, a pensarci, quanto sia facile a contagiarsi l’allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.
C.M.

mercoledì 27 gennaio 2016

«Ma nessuno ci guardava negli occhi»: l'interminabile sofferenza di un sopravvissuto

La prova più difficile e allo stesso più necessaria per i sopravvissuti dei Lager è stata la testimonianza. Lo spiega bene Primo Levi, che, in Se questo è un uomo e La tregua, testi in cui racconta la dura esperienza dell'internamento e del successivo ritorno a casa, manifesta la costante inquietudine di non trovare, oltre i recinti di filo spinato, un mondo disposto ad ascoltare e a comprendere l'esperienza dei campi di concentramento. Lo ribadisce l'impegno di tanti prigionieri che, nel corso della loro vita, hanno scelto di farsi portavoce del dolore proprio e dei loro compagni, al fine di mantenerne il ricordo. 
Primo Levi (1919-1987)
Purtroppo l'incubo dell'oblio e del rifiuto della memoria si fa sempre più reale, a mano a mano che i testimoni cedono al tempo e le loro voci si spengono con il sedimentare degli anni e l'avanzare di nuove generazioni che apprendono molto tardi e in maniera quasi esclusivamente manualistica che cosa sia stata la Shoah. Con il passare degli anni, la Giornata della memoria, istituita dall'ONU nel 2005 con cadenza annuale il 27 gennaio (data in cui le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz, testa dell'intero sistema-Lager), è una manifestazione sempre più importante non solo per serbare il ricordo dei morti, ma per mantenere viva la coscienza delle terribili conseguenze dell'odio, del pregiudizio e dell'indifferenza. Più in generale, è auspicabile che Giornata della memoria non significhi solo Shoah, ma comprenda in sé la condanna di ogni genocidio, perché, che si tratti dello sterminio della comunità ebraica, degli Armeni, degli omosessuali, degli handicappati, degli internati dei Gulag, di una popolazione africana o delle minoranze etniche nelle regioni della ex-Jugoslavia, il fondamento di ogni strage comunitaria è lo stesso: eliminare qualsiasi traccia del passaggio di interi gruppi umani sulla terra e privare del diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza e all'identità ogni sua singola vittima. Il genocidio rappresenta il totale disprezzo per la vita umana, al punto che, nei campi di concentramento, si aggiravano, piegati ai meccanismi di un lavoro forzato estremo, spettri svuotati di ogni umanità, come testimonia Levi, o che quell'umanità la coltivavano nei rari momenti di raccoglimento nelle sordide cuccette delle camerate.
Conosciamo tutti i fatti che caratterizzarono la Shoah (meno, invece, quelli legati ad altri eccidi di massa), per cui non intendo oggi ricostruire una storia raccontata più e più volte e disponibile su qualsiasi sito di approfondimento. Quello che mi preme è sottolineare, attraverso le pagine appena rispolverate di Primo Levi, l'importanza del ricordo, unica via per restituire la dignità a chi se la vide togliere nei Lager e per ammonire ancora e ancora sulla necessità di non chiudere mai gli occhi di fronte al grido di sofferenza di chi rischia di perderla ogni giorno per colpa dell'odio, del pregiudizio e dell'ignoranza.
La memoria è un dovere nei confronti degli altri - delle vittime in primo luogo - e di noi stessi. Ci sono alcuni aspetti che emergono con maggiore insistenza nella testimonianza, mai gratuitamente ostile o lamentosa (nonostante ne avesse pieno diritto), di Primo Levi. Innanzitutto l'impotenza di fronte al furto di identità e dignità perpetrato ancor prima dell'ingresso nei campi e al loro interno completato: tutto ciò che per l'essere umano costituiva un nucleo di affetto o un segno personale veniva distrutto, dai famigliari confinati a diverse camerate o alla morte immediata, alla sottrazione di ogni minimo oggetto. Il genocidio inizia quando l'individualità viene annientata, e monta una rabbia cieca quando si legge, in Se questo è un uomo, la cruda trasformazione di tanti uomini diversi in fantasmi tutti uguali, senza nome, senza capelli e con poche carni addosso, irrigiditi dal freddo e condannati al silenzio.
Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo. Di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre.
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora che il dubbio significato del termine “Campo di annientamento”, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.

Il Lager, sempre utilizzando le parole di Levi, è un esperimento per ridurre gli uomini a bestie, e, in mezzo a tale brutalità, diventa essenziale mantenere dei piccoli segni di umanità, continuare a lavarsi e a lustrare le scarpe non per evitare le botte o la condanna a morte (giacché nemmeno l'obbedienza agli ordini garantisce la sopravvivenza), ma «per non cominciare a morire», per continuare a salvaguardare i piccoli segni di una quotidianità ormai perduta, per affermare ancora che quel corpo lavato o quegli zoccoli lucidati appartengono ad un uomo, non ad uno scheletro senz'anima. Perfino tentare di rievocare i versi del canto di Ulisse aiuta a mantenere i segni di umanità, a non piombare nella condizione di bruti stigmatizzata dall'eroe secondo Dante.
Non c'è odio in Se questo è un uomo, sebbene Levi inizi a scrivere subito dopo il rientro a casa; semmai, sono le pagine de La tregua a raccogliere qualche momento di rabbiosa protesta, generata dall'incredulità di fronte all'affermazione di ignoranza sull'esistenza dei campi. Levi non condanna apertamente i Tedeschi del suo tempo, né cerca di suscitare una facile commiserazione nel suo lettore, ma si indigna di fronte al rifiuto, alla consapevolezza che pochi sanno o vogliono sapere che ne è stato di milioni di uomini, donne e bambini per mesi e mesi rinchiusi nelle fabbriche dell'annientamento.
In una delle prime recensioni di Se questo è un uomo (1947), Italo Calvino sottolinea il triste motivetto che risuona spesso nella scrittura di Levi: un terrificante sogno che coglie nella notte il sopravvissuto, mostrandogli la sua esistenza in mezzo a persone che non ascoltano la sua testimonianza o, se la ascoltano, non possono o non vogliono comprenderla, perché rappresenta qualcosa di talmente brutale che supera i limiti dell'intelletto umano. Il Lager ha aperto una frattura non solo fra i morti e i vivi (quelli che Levi chiama «I sommersi e i salvati»), ma anche fra coloro che la guerra e la dittatura hanno risparmiato e coloro che sono usciti dai campi, come appartenessero a categorie completamente diverse: il campo di annientamento produce un dolore che neanche chi ha sofferto le percosse del conflitto e il terrore dei bombardamenti può concepire, e il sopravvissuto al Lager non è un sopravvissuto di una guerra qualsiasi, e nemmeno le parole comuni bastano a descrivere ciò che Auschwitz o altri campi hanno rappresentato.
Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di aver freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo “fame”, diciamo “stanchezza”, “paura”, e “dolore”, diciamo “inverno”, e sono altre cose. Sono parole libere; create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per spiegare cosa è faticare l’intera giornata nel vento, sotto zero, con solo indosso camicia, mutande, giacca e brache di tela, e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene.
Il disprezzo, la condanna, persino un comprensibile risentimento verso gli aguzzini e i compiacenti non hanno spazio nella pagina di Levi: prevale l'intento di registrare, di raccontare la nuda verità, di rappresentare se stesso e i compagni nelle brutture del campo. Levi spera che questa fedeltà all'intento della testimonianza (che non equivale ad una calcolata freddezza) serva a stornare quel sogno, a infrangere il maggior numero di barriere possibili fra i suoi contemporanei - e i posteri - e i sopravvissuti.

Se in Se questo è un uomo (il cui titolo è ricavato dalla breve poesia posta a suggello epigrafico in apertura) prevale la narrazione della disumana routine del campo, è ne La tregua che emerge il vero incitamento alla verità. Proprio questo secondo libro testimonia l'urgenza del ricordo, dando voce al terrore di dover tornare a casa e raccontare ad un pubblico sordo quanto è accaduto nei mesi precedenti. Tale paura è momentaneamente soffocata da peripezie d'ogni genere lungo la via del ritorno, di cui fanno parte anche incontri che strappano un sorriso: è questa la tregua, il momento di relativa pace fra la conquista della libertà dopo la caduta di Auschwitz e il rientro a casa, che impone il rinnovarsi del dolore ai fini della sua testimonianza.
Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo trovato la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze, intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto? Presto, domani stesso, avremmo dovuto dare battaglia, contro nemici ancora ignoti, dentro e fuori di noi: con quali armi, con quali energie, con quale volontà? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi. I mesi or ora trascorsi, pur duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino.
Il viaggio di ritorno è il purgatorio di Levi, l'esperienza in cui sedimentano le brutture del Lager, ma che non apre ad alcun paradiso, perché tale interiorizzazione è finalizzata unicamente al bisogno di raccontare. La sofferenza del sopravvissuto, che si presenta sovente come un contemporaneo ma estremamente realistico Ulisse, è interminabile: il suo viaggio di ritorno dopo una lunga guerra non promette la vita, ma il proseguire di uno stato di disorientamento, solitudine e incomunicabilità generato dal Lager. Una condizione irreparabile, che condurrà Levi al suicidio l'11 aprile 1987.
Ci sembrava di avere qualcosa da dire, enormi cose da dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni tedesco avesse da dire a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di domandare, spiegare e commentare, come i giocatori di scacchi al termine della partita. Sapevano, “loro”, di Auschwitz, della strage silenziosa e quotidiana, a un passo dalle loro porte? Se sì, come potevano andare per via, tornare a casa e guadare i loro figli, varcare le soglie di una chiesa? Se no, dovevano, dovevano sacramente, udire, imparare da noi, da me, tutto e subito: sentivo il numero tatuato sul bracco stridere come una piaga. […]
Mi sembrava che ognuno avrebbe dovuto interrogarci, leggerci in viso chi eravamo, e ascoltare in umiltà il nostro racconto. Ma nessuno ci guardava negli occhi, nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico nodo di superbia e di colpa.
Mi sorpresi a cercare fra loro, fra quella folla anonima di visi sigillati, altri visi, ben definiti, molti corredati da un nome: di chi non poteva non sapere, non ricordare, non rispondere: di chi aveva comandato e obbedito, ucciso, umiliato, corrotto. Tentativo vano e stolto: ché non loro, ma altri, i pochi giusti, avrebbero risposto in loro vece.
Per non essere noi quei "loro" sospesi in un limbo di ignoranza o, peggio, indifferenza, per non essere gli indiretti complici dell'annientamento di intere comunità di individui in ogni tempo e luogo, per impedire il realizzarsi dell'incubo che tormentava Levi e gli altri internati, la memoria è il nostro dovere. La ricorrenza di oggi non deve essere un modo per pulirsi la coscienza o per certificare a noi stessi la conoscenza di un dato storico, ma una concreta occasione di riflessione, un punto fermo in un anno in cui privilegiamo altro genere di attività, ma che non deve poi voltare le spalle al ricordo di un giorno. La memoria è una guida per la vita e un insegnamento per il futuro, ma è anche un veicolo di dignità e un ammonimento al rispetto della vita, della diversità, dell'individualità e della dignità di ogni essere umano. Questo ci chiede di capire Levi, e non certo per un giorno, ma nella nostra quotidianità.

C.M.

lunedì 25 gennaio 2016

Deliziosa Verona #1: la Basilica di San Zeno

Cominciamo il nostro itinerario veronese da uno degli edifici più prestigiosi della città: la Basilica di San Zeno Maggiore, detta anche Basilica di San Zenone. In posizione leggermente defilata rispetto al centro cittadino, la basilica è dedicata al santo patrono della città, ottavo vescovo di Verona, vissuto nel IV secolo e giunto dal nord-Africa. Il primo nucleo del complesso religioso risale all'epoca immediatamente successiva alla morte di San Zeno, con la costruzione di un cenobio e di un cimitero lungo la Via Gallica destinati ad onorare il defunto vescovo e a conservarne le reliquie. 

Basilica di San Zeno - visione dalla piazza

La chiesa fu ampiamente rimaneggiata: la nuova basilica consacrata da Pipino l'8 dicembre 806 e arricchita delle reliquie del santo l'anno successivo (21 maggio) per rendere giustizia all'espansione del culto di Zeno fu vittima delle incursioni degli Ungari; Ottone I, in accordo con il vescovo Raterio, la fece riedificare a partire dal 963, ma già nel secolo successivo furono avviati i lavori di ampliamento che si conclusero con il restauro del campanile, completato nel 1178. La basilica, però, non aveva ancora la forma che conosciamo oggi: dal 1217 al 1931 si susseguirono diversi interventi che coinvolsero la facciata, i soffitti e le scale che collegano i diversi livelli della chiesa.
Basilica di San Zeno - presbiterio
La lunga elaborazione di questo straordinario prodotto dell'arte romanica spiega il fascino della struttura e la sua magnificenza: se San Zeno stupisce già con la sua elegante facciata, il rosone realizzato da Maestro Brioloto e il ricco apparato di rilievi del protiro degli scultori Guglielmo e Niccolò, non meno maestoso è l'interno, suddiviso in tre navate e tre livelli (quello dell'entrata, la navata superiore con il presbiterio e l'altare e la cripta sottostante).
Impossibile, nell'avvicinarsi alla basilica, non ammirarne la compostezza e i colori tenui, che la fanno rifulgere di mille riflessi quando il sole splende su di essa, e ancor meno inevitabile è prestare attenzione al rosone del XIII secolo di Brioloto, che, come indicano le sei figure che lo attorniano, rappresenta la Ruota della fortuna e reca un'iscirizione tipica della declinazione medievale di questo tema:
«En ego fortuna moderor mortalibus una,
Elevo, depono, bona cunctis vel mala dono
Induo nudatos, denudo veste paratos.
In me confidit si quis, derisus abibit.»

«Ecco, solo io Fortuna, governo i mortali;
elevo, depongo, dono a tutti i beni ed i mali;
vesto chi è nudo, spoglio chi è vestito.
Se qualcuno confida in me, se ne andrà deriso»
Al di sotto del rosone, al di sopra del portale, si trova il protiro del XII secolo, le cui colonne sono sorrette, come spesso accade negli edifici religiosi, da leoni con funzione apotropaica, cioè funzionali a respingere il male dal luogo sacro, mentre la copertura poggia sulle spalle di due sculture antropomorfe. Nella parte superiore si trovano raffigurati in bassorilievo di San Giovanni battista e dell'omonimo evangelista, mentre al centro è scolpita la mano di Dio nell'atto della benedizione. All'interno del protiro si staglia una lunetta occupata da San Zeno che riceve l'omaggio della città, in cui il patrono calpesta un drago simboleggiante il paganesimo. Il portale è riccamente decorato da formelle bronzee realizzate da diverse maestranze fra l'XI e il XII secolo. 

Rilievi di Maestro Niccolò - Genesi

Ai lati del protiro si elevano due serie di rilievi: a destra Maestro Niccolò rappresentò episodi dell'Antico Testamento (molto note sono le sue sculture della Genesi) e delle gesta di Teodorico, che a Verona ebbe una delle sue residenze privilegiate; a sinistra, invece, Maestro Guglielmo si concentrò sul Nuovo Testamento e su scene di duelli cavallereschi.

Basilica di San Zeno - interno
Accedendo alla basilica (da un'entrata laterale, essendo il portale chiuso), si rimane basiti per l'ariosità e la grandezza delle navate, amplificata dal grande slancio del colonnato e dall'immediata percezione di profondità data dalla scansione in tre livelli, di fronte ai quali non si sa in quale modo procedere: camminare lentamente lungo le pareti sfiorando le poderose colonne affrescate, lasciarsi immediatamente tentare dalla discesa delle cripte, o, ancora, correre ad ammirare la navata superiore e la pala d'altare di Andrea Mantegna?
Io ho optato, nel corso della mia prima visita, per la prima soluzione, un po'perché, amando le cripte e il loro raccoglimento, ho voluto lasciare il meglio alla fine, un po'perché la graduale scoperta delle navate laterali affrescate mi ha naturalmente condotta in un giro attorno all'altare maggiore sulla scia delle pitture del XIII e XV secolo, fra cui spiccano Il battesimo di Cristo, San Giorgio e la principessa (soggetto caro a Verona, che lo vuole dipinto anche in Sant'Anastasia per mano di Pisanello), Il trasporto delle reliquie di San Zeno e una Crocifissione adorna di angeli che mi ha fatto pensare a Giotto (è infatti attribuita ad Altichiero, della scuola giottesca).

Basilica di San Zeno - affreschi della navata di destra (XIII sec.)

Salendo nel presbiterio è possibile ammirare la pala del Mantegna, realizzata fra il 1457 e il 1459 su due livelli: il trittico superiore ospita la Vergine col Bambino e alcuni santi fra cui Pietro, Zeno e Benedetto, mentre la predella inferiore raffigura alcuni momenti della passione e della resurrezione di Cristo.

Basilica di San Zeno - decorazione del presbiterio

L'opera, tuttavia, non catalizza l'intera attenzione, perché sormontata dalla ricca policromia dei costoloni e dagli affreschi con il Crocifisso circondato dagli Evangelisti: un complesso decorativo che, grazie alle forme slanciate, sembra convergere e dissolversi nel blu puntinato della volta, che indubbiamente richiama il cielo stellato. Alla sinistra dell'altare, inoltre, c'è l'originalissimo San Zen che ride, statua policroma in marmo risalente al XIII secolo.
Basilica di San Zeno - San Zen che ride
E infine ci sono due luoghi di grandissima quiete e suggestione: la cripta in cui sono custodite le reliquie di San Zeno, cui si accede attraverso una scalinata sormontata da tre arcate su cui sono poste le statue di Cristo e degli Apostoli, e il chiostro, in cui le architetture insistono su poderose colonne scure che continuano la selva interna, sebbene, data la diversa destinazione di questo ambiente, senza le forme agili descritte in precedenza.
San Zeno è dunque un luogo ricco di suggestione, che è un peccato tralasciare dall'itinerario cittadino: una piacevole passeggiata lungo l'Adige, da o verso Castelvecchio, permette di raggiungerlo in pochi minuti, orientandosi facilmente con la guglia del campanile. In un ambiente raccolto e maestoso, il tempo trascorre senza che il visitatore se ne renda conto, e, non appena si è decisi ad uscire, qualche particolare prima ignorato balza a catturare nuovamente l'attenzione, invitando ad una nuova processione fra le navate.

Basilica di San Zeno - la cripta

Tra il serio e il faceto, è d'obbligo ricordare una curiosità perfetta per il periodo di Carnevale appena iniziato: San Zeno è il cuore pulsante del Baccanal del Gnoco, la sfilata carnascialesca guidata da una bizzarra figura di uomo barbuto detto Papà del Gnocco, il cui attributo più vistoso è una grande forchetta su cui sta infilzato uno gnocco gigante. Essa si tiene l'ultimo venerdì di carnevale, chiamato Vènardi Gnocolar (Venerdì degli gnocchi), nel quale a Verona e nella sua provincia si usa consumare questo pasto, in omaggio ad una tradizione secondo cui proprio tale pietanza sarebbe stata servita alla popolazione per fronteggiare una forte carestia nel XVI secolo: la distribuzione, avvenuta nella Piazza antistante la basilica, venne poi riproposta annualmente in forma sempre più spettacolare, e si ripete tutt'ora, con una colorata e rumorosa processione che parte da Corso Porta Nuova e, attraversando le principali vie del Centro, conduce proprio davanti a San Zeno, dove i festeggiamenti hanno termine ufficiale.

Basilica di San Zeno - particolare della facciata con protiro e rosone

C.M.

venerdì 22 gennaio 2016

Macbeth (Justin Kurzel, 2015)

Presentato al Festival di Cannes nel maggio dell'anno scorso, Macbeth è qualcosa come l'undicesima versione cinematografica della più breve tragedia scritta da William Shakespeare. Ad interpretare il tenebroso sovrano di scozia è Michael Fassbender, affiancato da Marion Cotillard, che veste i panni di Lady Macbeth.

La trama del dramma shakespeariano è quasi totalmente rispettata, fatta eccezione per qualche variazione trascurabile (come il modo in cui vengono giustiziati i figli di MacDuff) e una reinterpretazione vincente della profezia delle Sorelle Fatali sul destino di Macbeth. Tagliate alcune sequenze secondarie del dramma e ridotto il numero dei personaggi, il film conserva l'impianto shakespeariano.
Per il suo adattamento, il regista Justin Kurzel ha optato per atmosfere cupe, ambientazioni desolate e ampi spazi invasi dalla nebbia, ricostruendo uno scenario adatto a riprodurre le oscure trame dei protagonisti e soprattutto la dannazione del loro animo: la pellicola si popola di spettri che si confondono con i vivi, e l'elemento magico introdotto da Shakespeare con il trio delle Fatali Sorelle e le loro evocazioni infere in compagnia della strega Ecate viene dissolto in un gioco di proiezioni tra suggestioni leggendarie e popolari ed elementi psicologici. Una scelta che rende giustizia a Shakespeare e al suo essere stato tramite fra la tragedia fatale antica e la tragedia individuale moderna.
Quello che mi è piaciuto meno è stato il trattamento del copione: mentre sono state ampliate con buone suggestioni alcune sequenze come l'assassinio di Duncan, la descrizione del crescente delirio di Macbeth dopo l'uccisione di Banquo o il suo ultimo monologo sul cadavere della sposa, altri particolari hanno catalizzato fin troppa attenzione, trasformando scene come il duello finale in lunghi passaggi dominati da musica e colori. Ancora, i dialoghi non sono stati snelliti per una destinazione cinematografica e questo rende la pellicola notevolmente impegnativa: seguirne il contenuto risulta abbastanza agevole per chi conosca il testo shakespeariano, ma rende forse pesante la visione a chi si approcci al film come tale, indipendentemente dalla sua origine.


Macbeth vince la sfida dell'adattamento nella fotografia, nei costumi e nelle ritualità descritte visivamente molto bene, ma in altri momenti la sceneggiatura e le sua azione sembrano cedere al peso ingombrante di un testo ricco di monologhi e battute talmente dense e conosciute da imporre quasi un arresto dell'azione stessa (con gli attori fisicamente fermi, come nel congedo di Lady Macbeth, che ho trovato deludente) e una concentrazione sulla voce.
Il film di Kurzel, dunque, va accolto come un lavoro impegnato di analisi e traduzione del testo shakespeariano e nell'ottica dello stesso va osservato per comprendere anche la tipologia di elementi su cui il regista si è concentrato, intensificando via via la volitività di Macbeth, che procede nei suoi propositi ben oltre la sua regina, colta anzi dalla pietà prima di essere uccisa dalla propria follia, e rappresentando le stesse Sorelle come proiezione della sua sconfinata ambizione, più che come inviate del Fato.


Il mio giudizio è dunque tiepido, forse per la mia scarsa fiducia in Fassbender (lo so, sono una voce fuori dal coro), forse per le altissime aspettative create dalla lettura di uno dei pochi testi teatrali che mi siano risultati immediatamente molto graditi. Per me il teatro resta fondamentalmente quello agito sulla scena, impossibile da relegare ad una proiezione, motivo per cui non ho mai amato le varie versioni di Romeo e Giulietta (ebbene lo confesso, nemmeno quella di Zeffirelli, mentre non mi era dispiaciuto il suo Amleto): forse il rapporto dramma-film è ancor più delicato e complesso di quello romanzo-film, e il confronto non mi convince del tutto.

C.M.

mercoledì 20 gennaio 2016

Macbeth (Shakespeare)

Ammetto di aver scelto di leggere Macbeth perché richiamata all'ordine dall'uscita del film, nel senso che la preparazione pre-sala cinematografica è stata un buon pretesto per smettere di rimandare la lettura di Shakespeare e di questo dramma in particolare. Poi ci si è messo Scratchbook, con l'iniziativa della #maratonashakespeariana (di cui Macbeth costituisce la prima tappa), e l'entusiasmo non si è più placato.
Fra le battute di Macbeth ho conosciuto un volto di Shakespeare che mi è decisamente più congeniale rispetto a quello associato a Romeo e Giulietta, testo che non mi ha mai particolarmente affascinata, contrariamente a quanto si potrebbe pensare per la sua fama. 
Il Bardo è qui più vicino ai toni e alle atmosfere dell'Amleto che già mi aveva colpita al liceo con la profonda analisi dei moti dell'animo umano, con l'esplosione delle sue passioni e la lacerazione operata dalle sue contraddizioni; ma c'è di più, perché all'approfondimento di una storia umana (quella di Macbeth, ma anche della sua regina), Shakespeare unisce le ambientazioni storiche e la scelta di rendere protagonisti uomini di potere, accentuando il contrasto fra lo slancio titanico di un sovrano e il senso di giustizia che ad esso finisce per cedere.
Se un atto, una volta compiuto, fosse in sé concluso,
rapidamente sarebbe consumato: se l’assassinio
potesse sfuggire alle sue conseguenze e afferrare
l’obiettivo raggiunto; se questo colpo
potesse essere di tutto principio e fine,
su questa sponda secca del tempo
rischieremmo la vita. Ma in questo modo
ci aspetta il giudizio; perché insegniamo
il sangue, che, insegnato, ritorna
a contaminare l’insegnante: quest’equa giustizia
porge gli ingredienti del calice da noi avvelenato alle nostre stesse labbra.
Il dramma, suddiviso in cinque atti, inscena la vicenda di Macbeth di Scozia, generale vincitore, assieme al fido Banquo, sulle truppe di Norvegia e Irlanda. Dopo la battaglia a Macbeth e Banquo appaiono tre streghe, le Sorelle Fatali, le quali predicono a Macbeth il suo destino di re e a Banquo quello di essere padre di un futuro sovrano. Scosso dalla profezia, Macbeth si confida con la moglie, raccontandole l'accaduto in una missiva, e Lady Macbeth diviene per prima consapevole della necessità di far avverare il vaticinio: sarà lei stessa a far pressione sulla debole volontà di Macbeth, troppo incline agli scrupoli della moralità, affinché conquisti il regno che è a lui destinato. Tentato da Lady Macbeth, il generale fa assassinare il re Duncan mentre è ospite nel suo palazzo ad Inverness, facendo ricadere la colpa sulle sue guardie, cadute in un sonno profondo grazie ad un sonnifero preparato dalla moglie. Versato una prima volta il sangue in nome del potere e irretito dal delirio della sua regina, Macbeth fa uccidere Banquo e ordina l'assassinio del figlio di questi che, però, riesce a sfuggire all'agguato dei sicari. L'apparizione del fantasma di Banquo, tuttavia, inizia a far vacillare Macbeth, che, al pari della sposa, cade preda del delirio, dei mostri generati dal sangue e della paura che il potere conquistato al prezzo della dannazione possa essergli sottratto. Saranno le streghe a svelare a Macbeth, attraverso l'evocazione di tre fantasmi, il futuro del suo regno: la sua fine giungerà quando il bosco di Birnan avanzerà sulla fortezza di Dusinane, grazie ad un uomo non nato da una donna.
Vieni, o densa notte, e ammantati del più grigio fumo dell’inferno,
che la mia lama affilata non veda la ferita che apre
e che il cielo non penetri il drappo dell’oscurità
per gridare «Ferma, ferma!»
J.S. Sargent, Ellen Terry
come Lady Macbeth
(1889)
Macbeth è di certo una delle tragedie più note, lette e apprezzate di Shakespeare, e, a lettura ultimata, non faccio fatica a capire il motivo del suo successo. Il testo è complesso e linguisticamente articolato con una sorprendente aderenza ai moti di una mente dalle forti passioni e dalle indescrivibili paure: Shakespeare non è il drammaturgo della psicologia, giacché questa definizione ci porterebbe su un piano troppo attuale, quanto il mediatore fra la tragedia antica, con la sua ieraticità e con la sua chiara distinzione fra ciò che è legittimo e ciò che non lo è, e il pensiero moderno, fatto di disorientamento, terrore, contraddizioni insanabili e impulsi autodistruttivi. La scrittura del Bardo è la voce perfetta, quasi naturale, del delirio dell'essere umano sconvolto da se stesso, una traduzione degli scossoni di un corpo preso dagli spasmi dello spavento e dalle convulsioni del desiderio di potere e nella solennità di un'anima che, pur ghermita dalla morsa dell'orrido e del peccaminoso, non cessa di affermare la propria solennità in momenti di fortissimo pathos in cui il cuore di Macbeth sembra dialogare direttamente con quel Cielo che spera distolga gli occhi dai suoi crimini e non penetri il manto nero che li deve nascondere.
Stelle, spegnete le vostre fiamme,
non illuminate i cupi, profondi miei pensieri:
l'occhio non scorga la mano; ma si compia ciò che l'occhio
avrà orrore di vedere una volta compiuto!
Macbeth, inoltre, ha il pregio di restituire un'atmosfera calzante alla tragedia: castelli cupi, bagliori di fiammelle, streghe che cantano nell'ombra i loro incantesimi, apparizioni di spettri, pozze di sangue e il suono dei corni di guerra avvolgono il lettore in un vortice di emozioni amplificate, anche se concentrate in un libricino e non agite su un palcoscenico.
Forte dell'esperienza più che positiva di questa lettura, proseguirò la maratona i compagnia degli amici di Scratchbook e invito tutti voi a partecipare alla splendida iniziativa nell'apposito spazio Facebook in cui possiamo scambiare impressioni e consigli per conoscere e capire meglio la meravigliosa arte di Shakespeare in questo quarto centenario dalla sua morte.
Domani, domani e domani,
avanza a poco a poco, giorno dopo giorno
verso l’ultima sillaba del copione,
e tutti i nostri ieri avranno illuminato a degli sciocchi
la polverosa via della morte. Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore
che si pavoneggia e s'agita sulla scena per il tempo assegnato,
e poi nulla più s’ode: è un racconto
narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti
che non significano nulla.
J.H. Füssli, Le tre streghe

C.M.

lunedì 18 gennaio 2016

Il castello dei destini incrociati (Calvino)

Poteva il 2016 iniziare senza una lettura di Calvino? Naturalmente no, perché anche in questo anno continuerò ad approfondire la conoscenza di un autore che, pur essendo capace di affascinare o provocare la totale repulsione dei lettori, non può non vedersi riconosciuta un'originalità invidiabile. Calvino, infatti, oltre che un narratore, è stato un teorico e un tecnico della letteratura e in questo lavoro di analisi, dissezione e sperimentazione ha profuso enormi energie, finendo per essere il perfetto continuatore della scomposizione narrativa iniziata nel primo Novecento.
 
Il castello dei destini incrociati è l'ennesima prova di questa perizia, un gioco letterario di cui si avverte la complessità, che può presentarsi come un accattivante labirinto o una matassa ingarbugliata, a seconda dei punti di vista, della nostra predisposizione e dei nostri gusti. Si tratta di una raccolta di racconti pubblicata inizialmente nel 1969, all'interno del volume Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York, e ripubblicata da Einaudi in forma ampliata (con l'aggiunta della sezione La taverna dei destini incrociati), nel 1973. Il riferimento ai tarocchi è dovuto al fatto che le storie qui presentate sono narrate attraverso l'iconografia di queste particolari carte, tratte dal mazzo illustrato da Bonifacio Bembo nel XV secolo per i duchi di Milano (per i racconti del Castello) e dai Tarocchi marsigliesi (per le novelle della Taverna).
Il protagonista della cornice narrativa, perdutosi in un bosco, giunge in un castello ed è qui invitato ad unirsi ad un banchetto con altri convitati arrivati al maniero per caso e per strade diverse; ben presto egli si rende conto di non essere in grado di parlare, perché un'inspiegabile forma di mutismo ha colpito lui e tutti i convitati. Ciascuno, tuttavia, è desideroso di raccontare agli altri la propria storia e l'unico modo per farlo è servirsi delle immagini di un mazzo di tarocchi, nella speranza che il repertorio di figure di anziani, donne, allegorie e esseri favolosi permetta agli altri di comprenderne il significato particolare che ciascuna assume nel racconto del mazziere di turno. Ecco, allora, che un ricco giovane o si identifica col Cavaliere di Coppe, una donna insidiosa è la Regina di Spade, il Re di Spade rappresenta Orlando che impugna la sua Durlindana e il Cavaliere di Bastoni è nientemeno che Astolfo; ma ci imbattiamo anche nel seme dei Bastoni, che rappresenta l'incrocio delle strade e le scelte che esso comporta, nella Ruota della Fortuna e in un Asso di Coppe che può rappresentare un'antica e monumentale città, così come il Sacro Graal o, ancora, il calice che accoglie l'elisir di lunga vita distillato da un aspirante alchimista identificato col Re di Denari.
Il castello dei destini incrociati è la storia delle infinite possibilità, delle combinazioni inesauribili che possono strutturare la narrazione di una storia e, allo stesso tempo, delle storie fra di loro. Sì, perché ciascun commensale non si limita a rimescolare ogni volta il mazzo per narrare la propria storia scegliendo solo le carte a lui utili e disponendole nell'ordine prescelto, ma si muove lungo la linea di quelle predisposte da uno dei narratori che lo hanno preceduto, agganciando ad essa la propria vicenda con i tarocchi rimasti o approfittando della presenza di una stessa carta in un altro braccio di storie, come se tutto concorresse alla costruzione di un immenso cruciverba in cui le lettere a disposizione sono limitate e bisogna costruire il maggior numero possibile di parole sfruttando quelle già presenti sul tabellone.
Il libro appare dunque una sfida al narratore e al lettore, affinché da poche possibilità e da una materia prima ridotta possano scaturire infiniti sensi di interpretazione, che fanno di una Regina di Spade il simbolo della giustizia ma, al contempo, una donna che si tramuta in vampiro, assumendo le fattezze dell'Arcano XIII, la Morte. I racconti del Castello appaiono più semplici e più facilmente seguibili rispetto a quelli della Taverna, sia per il costante riferimento alle carte (richiamate per nome oltre che con le figure a margine), sia per lo stile più lineare e conciso, mentre la seconda parte inizia a dare per scontate alcune simbologie, non spiegando più esplicitamente l'associazione immagine-ruolo, e si esprime in uno stile più concitato, che rende molto più labirintico e spiazzante il racconto. C'è, insomma, una sorta di progresso dall'applicazione cauta della tecnica al suo potenziamento irrazionale e caleidoscopico, in cui più storie arrivano ad intrecciarsi anche in uno stesso racconto e l'urgenza narrativa dei commensali si fa più pressante, talvolta soffocante. Se la prima parte risulta estremamente godibile, la seconda richiede diversi sforzi per sciogliere le simbologie e capire gli intrecci, rendendo necessaria la rilettura di diversi passaggi o dell'intero racconto.
L'incrocio dei destini
Se dovessi dare un giudizio puramente estetico di questo libro (piaciuto/non piaciuto), sarei ben lontana dall'entusiasmo espresso in altri casi di fronte a Calvino, perché questo bifrontismo ha fatto sì che l'impressione inizialmente stupefatta ed estasiata si intiepidisse nella seconda metà del testo. Tuttavia sarei una pessima studiosa di letteratura se mi limitassi a liquidare Calvino con le tre stelline di aNobii o Goodreads, e, sebbene molti lettori in una recensione su un blog cerchino principalmente di capire se un libro possa piacere o meno, vorrei spendere qualche riflessione più approfondita.
Non consiglierei il libro per il gusto della lettura, ma ritengo che, come le Lezioni americane (al contrario lette con piacere), Se una notte d'inverno un viaggiatore o Le città invisibili, anche questo testo abbia molto da offrire a chi cerca, più che il godimento narrativo, il gusto dell'analisi e della ricerca tecnica. Il castello dei destini incrociati, infatti, è ammirevole proprio per il suo disegno architettonico, per la tensione cui sottopone il processo creativo, soprattutto in quei momenti in cui viene descritta la foga dei commensali che cercano di capire come unire la loro esperienza alle altre e nei passi in cui lo stesso autore cerca di raccontarsi, ricercando nella spada impugnata da un re lo stilo e nelle Coppe i calamai svuotati dell'inchiostro, fino alla riflessione sull'origine della scrittura (interessantissimo il suo incrocio con la carta del Diavolo) e sulle simbologie che possono essere attribuite alle carte per trasfigurarle in storie a noi note per altri canali, come quelle della letteratura (oltre all'Orlando Furioso vengono richiamati i drammi classici e shakespeariani) e dell'arte.
Questa ardita costruzione pone Il castello dei destini incrociati in continuo dialogo con tutta l'opera di Calvino, ma soprattutto con Le città invisibili, scritta proprio fra le due metà di questo testo (1972). Ho infatti notato una similarità di intenti, al di là della grande diversità dell'esito e della forma delle due rassegne di racconti (che, nel caso delle Città, sono descrizioni): non solo siamo di fronte a due una cornici narrative, l'una con protagonisti muti, l'altra con due personaggi che parlano fra loro, ma entrambe le serie di novelle procedono per immagini (i tarocchi e le città dipinte dalla fantasia di Marco Polo) e rappresentano un susseguirsi di suggestioni e racconti caricati di elementi fiabeschi. In tutti e due i libri il narratore principale riferisce storie che appartengono ad un'alterità (le vicende degli altri commensali e le descrizioni delle città straniere) e non riesce o non vuole raccontare la propria: così come Marco sfugge abilmente alla richiesta di Kublai Kan di parlare della sua Venezia lontana anche quando ne rievoca dei particolari nelle altre descrizioni, allo stesso modo il narratore de Il castello dei destini incrociati confonde, intreccia e dissolve la propria storia in quella degli altri personaggi, mentre il suo ricordo e l'esperienza personale si perde nei racconti di cui è diventato spettatore, facendogli comprendere che le possibilità dell'essere e dell'accadere sono infinite come, virtualmente, potrebbero esserlo i mondi visitati da Polo.
Prendemmo a spargere le carte sul tavolo, scoperte, come per imparare a riconoscerle, e dare loro il giusto valore nei giochi, o il vero significato nella lettura del destino. Eppure non sembrava che alcuno di noi avesse voglia d’iniziare una partita, e tanto meno di mettersi a interrogare l’avvenire, dato che d’ogni avvenire sembravamo svuotati, sospesi in un viaggio né terminato né da terminare. Era qualcos’altro che vedevamo in quei tarocchi, qualcosa che non ci lasciava più staccare gli occhi dalle tessere dorate di quel mosaico.
C.M.

venerdì 15 gennaio 2016

Sonno (Murakami)

Cosa accadrebbe se, d'improvviso, non riuscissimo più a riaddormentarci? In questi momenti, in cui il peso della ripresa post-natalizia si trascina ancora con affanno verso il momento del risveglio primaverile, una tale ipotesi può sembrare irrealizzabile, ma è proprio quello che capita alla protagonista e narratrice di Sonno, racconto di Murakami inizialmente incluso nella raccolta L'elefante scomparso e ripubblicato da Einaudi nel 2014 in un'edizione patinata corredata delle illustrazioni di Kat Menschik.

Anche qui, come accade spesso nei romanzi di Murakami, la protagonista e i personaggi che la circondano (ridotti al marito e al figlio) sono senza nome, e la narrazione costituisce una sorta di scavo in una psiche messa alla prova da un evento inusuale, per non dire impossibile. La donna di cui ascoltiamo metaforicamente la voce non dorme da giorni e si ritrova in uno stato di coscienza che le permette di fare luce sulla sua vita: il tempo sottratto al sonno diventa prezioso per leggere, leggere e leggere romanzi, in particolare Anna Karenina, (e fin qui la cosa sarebbe tutt'altro che sinistra) e per aumentare il tempo delle vasche in piscina. E, tuttavia, mancando il sonno, tutto quanto circonda la sconosciuta narratrice appare nella sua mediocrità: il marito è improvvisamente più brutto, le operazioni di tutti i giorni diventano insignificanti e la routine familiare si svela un meccanismo fine a se stesso, che, giorno dopo giorno, si riproduce allo stesso modo e che la protagonista affronta come un automa, senza nemmeno il bisogno di riflettere su ciò che fa e su come lo fa. Il suo unico pensiero è liberarsi in fretta delle incombenze domestiche e dei suoi doveri di moglie e madre per buttarsi nella lettura. Tuttavia non c'è nulla di idilliaco in questa mania, diversamente da quanto potrebbero pensare lettori accaniti come noi (e sembra, anzi, che Murakami pensasse proprio a coloro che passano ore e ore in compagnia dei libri, quindi ai suoi stessi lettori): la vita scivola gradualmente al rumore di fondo di un'esistenza altrettanto meccanizzata, in cui ciò che prima era il fulcro dell'esistenza (come gli affetti) diventa un ronzio da soffocare, soppiantato da una nuova routine, i cui effetti spaventosi non tardano a manifestarsi.
Con questo breve racconto, Murakami propone una riflessione molto interessante sul nostro modo di intendere la vita e la successione dei momenti che la compongono, sottolineando la zavorra costituita da tutto ciò che è abitudine ma anche la necessità che spesso abbiamo di ricomporre i nostri rituali in maniera ricorrente, come fossero una sorta di bussola per non perderci in un tempo virtualmente indefinito. Interessantissima è la riflessione sul valore del sonno come la momentanea interruzione della meccanica dell'esistenza e un momento di ristoro per sfuggire ad automatismi e sovraccarichi per poterli sopportare nella nuova giornata (argomento di cui sto già immaginando lo sviluppo) e fenomenale il disorientamento che nasce in un tempo enormemente dilatato, cui solo la morte sembra poter porre fine e che, se inizialmente si presenta come un'occasione straordinaria di liberazione da un vincolo naturale, immediatamente rivela la propria pericolosità, aprendosi come una voragine pronta ad inghiottire i sogni che ha generato.

Eccezionali gli spunti, meno la loro organizzazione. Sebbene sia abbastanza appassionata alla narrativa di Murakami, questo breve racconto mi ha lasciata perplessa; ancora una volta è stata la brevità a farmi propendere per un giudizio negativo: a fronte delle enormi aspettative generate da questi temi di riflessione, Sonno cade sul finale, chiudendosi (o, meglio, aprendosi) con una scena che dovrebbe apparire risolutiva ma non risolve e non spiega nulla. Prerogativa dei racconti brevi è l'ellissi sul finale, ma Sonno un finale sembra proprio non averlo, e il non-detto appare piuttosto come una resa dell'autore. L'insoddisfazione è ulteriormente accentuata dalla curiosità generata dalle illustrazioni in bianco, nero e argento realizzate dalla Menschick, che sembrano inserite più per giustificare la vendita del volume e il suo prezzo spropositato che per accompagnare la storia: se l'idea era quella di una graphic-novel, lo scopo non è stato raggiunto e, se dovessi pensare ad un dialogo fra queste immagini e le opere di Murakami, troverei più coerente il loro accostamento alle sequenze di 1Q84.
Nessuno si accorse del mio cambiamento. Vivevo senza dormire, leggevo uno dopo l’altro libri su libri, la mia mente si trovava a centinaia d’anni e migliaia di chilometri dalla realtà, ma nessuno ci faceva caso. Mi occupavo degli avvenimenti reali come di un dovere, senza metterci il minimo affetto o la minima emozione.
C.M.

mercoledì 13 gennaio 2016

Deliziosa Verona!

Da tempo mi ripromettevo di dedicare una serie di Itinerari alla mia Verona, ed eccomi qui a mantenere il mio proposito, forte di recenti visite (ripetute o effettuate per la prima volta) ad alcuni luoghi imperdibili per il visitatore che giunga nella città scaligera. Premetto di essere innamorata di questa città: anche se non vi risiedo, ogni passeggiata fra le vie del centro storico più o meno frequentate mi trasmette un senso di bellezza e tranquillità che mi permette di rilassarmi (ma ammetto che ai tempi dell'università, quando fra quelle strade correvo per andare a lezione o non perdere l'autobus, non era proprio la stessa cosa). E poi, come sa chiunque abbia la possibilità di visitare più e più volte una città, ogni volta si scoprono angolini o particolari sorprendenti, che cambiano completamente il nostro modo di guardarci intorno.

Piazza Bra - Il Liston
Deliziosa Verona! Con i suoi bei palazzi antichi e l'incantevole campagna vista in distanza da sentieri praticabili e da solide gallerie con balaustra. Con i suoi tranquilli ponti romani che tracciano la retta via illuminando, nell'odierna luce solare, con tonalità antiche di secoli. Con le chiese marmoree, le alte torri, la ricca architettura che si affaccia sulle antiche e quiete strade nelle quali riecheggiavano le grida dei Montecchi e dei Capuleti... (Charles Dickens)
In questo primo appuntamento voglio solo presentare alcuni aspetti generali della città e condividere con voi alcune impressioni di illustri personaggi del passato in cui mi sono imbattuta approfondendo diverse notizie culturali in rete: in ognuna di esse riscopro qualche mio pensiero di fronte alla bellezza di Verona, e personaggi come Dickens o Valery mi sembrano sufficientemente autorevoli per farvi capire che la fascinazione che la città provoca in me è un dato tutt'altro che personale... e chi di voi l'ha visitata sa che non sto esagerando.
Di Verona, fino ad oggi, vi ho parlato soltanto in occasione di particolari eventi (mostre, spettacoli teatrali e manifestazioni liriche), per approfondire alcuni aspetti artistici (come le collezioni della GAM Achille Forti o del Museo degli Affreschi) e per farvi conoscere la sua più antica rappresentazione nell'Iconografia rateriana, che della città ha ancora molto da raccontare. Da oggi vorrei andare oltre, offrendovi una panoramica più ampia della città.
Verona, chi ti vede e tosto non ti ama di irresistibile amore, questi, credo, non ama se stesso, è privo di ogni senso d'amore e detesta ogni cosa bella. (Giovanni Cotta)
Dimenticatevi Giulietta! O, per meglio dire, andate oltre Giulietta. Questo il consiglio che mi sento di dare a chi debba pianificare il proprio itinerario a Verona. Ben sapendo che il balcone e la tomba dell'eroina shakespeariana costituiscono per Verona una notevole attrattiva turistica e non avendo certo intenzione di cacciare i visitatori attratti dalla storia dei due sventurati amanti, voglio sottolineare che la città offre molto di più. Non starò ad insistere sull'artificiosità dei monumenti shakespeariani, ma va tenuto presente che il balcone che calamita masse di visitatori e la tomba presso l'antico convento francescano (oggi Museo Cavalcaselle) sono state fra le prime operazioni di marketing turistico della storia, realizzate dal responsabile dei musei Antonio Avena negli anni '30 del secolo scorso; fu infatti questo personaggio a restaurare e riqualificare i monumenti associati a Giulietta, non senza l'influenza dell'aura teatrale e cinematografica e infrazioni della realtà storica. Una simile pratica oggi sarebbe pesantemente esecrata, ma Avena si salva dalle critiche per due ragioni: innanzitutto perché fu promotore di molti altri e più ammirevoli interventi di valorizzazione del patrimonio storico-artistico (come il restauro del museo di Castelvecchio e il recupero delle rovine del teatro romano) e in secondo luogo perché non poteva immaginare lo scempio cui lo avrebbero esposto le grottesche mode adolescenziali dei graffiti e dei messaggi amorosi sui biglietti appiccicati con la gomma da masticare alle pareti della casa fino a poco tempo fa.
Anche solo seguendo le orme dello stesso Avena e senza deviare dal percorso che consente la visita ai luoghi di reminescenze shakespeariana, il turista può ammirare l'Arco dei Gavi, le preziose collezioni dell'attiguo Castelvecchio (divenute tristemente famose in seguito al clamoroso furto del dicembre scorso) e il teatro romano con il suo piccolo museo, luoghi imperdibili ma poco frequentati sia dai viaggiatori che dai Veronesi.

Piazza Erbe vista dalla Torre dei Lamberti

I fasti di Verona, che le hanno fatto guadagnare il titolo di Patrimonio dell'umanità UNESCO nel 2000, vanno ascritti principalmente ad alcune fasi della sua storia. In primo luogo l'epoca romana, di cui sono testimoni l'Arena, il teatro, Ponte Pietra (pur ricostruito in seguito ai danneggiamenti della seconda Guerra mondiale), Piazza delle Erbe, che costituiva l'antico foro, il già citato Arco dei Gavi (I sec.), Porta Leoni, Porta Borsari e il Museo lapidario maffeiano.
In epoca medievale, Verona fu arricchita di monumenti, statue e dipinti, dai complessi ecclesiastici di San Zeno, della cattedrale di Santa Maria Assunta (con l'annesso Capitolo), San Fermo e Santa Anastasia, alle architetture laiche, fra le quali spiccano Castelvecchio e gli edifici che si affacciano sulla Piazza dei Signori, nota anche come Piazza Dante in onore al poeta, che a Verona soggiornò dal 1313 al 1318 e che è effigiato nella statua centrale, inaugurata nel 1865.
In epoca moderna Verona attraversò momenti di profonda crisi, fra epidemie, guerre e la sofferta sottomissione a Venezia alternati o compresenti con manifestazioni di grande importanza politica e culturale, di cui furono protagonisti personaggi del calibro dell'architetto Michele Sammicheli, del pittore Paolo Veronese e dello storico Scipione Maffei, tanto per citare solo qualche nome. Fra il XVI e il XIX secolo furono realizzati alcuni degli edifici più ammirati della città, da Palazzo Maffei in Piazza delle Erbe a Palazzo Barbieri, dall'Arsenale asburgico al Palazzo della Gran Guardia, senza dimenticare Porta Nuova, il principale accesso al centro cittadino.
Di tutti questi luoghi vorrei parlarvi, cercando di far prevalere le impressioni di una persona incantata dalla città sui nudi dati storici che qualsiasi sito può riportare e suggerendo prospettive particolari attraverso le quali conoscere la città e strutturare un eventuale itinerario. Non so quanti post occuperà questa avventura veronese, né voglio pormi un vincolo: Verona e le sue meraviglie sfuggirebbero a qualsiasi calcolo!
Verona, con le sue vecchie mura che l'attorniano, i suoi ponti dai parapetti merlati, le sue lunghe e larghe vie, i suoi ricordi del medio evo, ha una grande aria che incute rispetto. (Paul Valery)
C.M.

lunedì 11 gennaio 2016

Ivanhoe (Scott)

Generalmente citato come una delle prime manifestazioni del romanzo storico, Ivanhoe, pubblicato da Walter Scott nel 1819, ne rappresenta anche un esempio completo da ogni punto di vista. Esso narra una storia di cavalleria, congiure e nobili sentimenti collocata negli ultimi anni del XII secolo, nell'Inghilterra lacerata dal conflitto fra i Sassoni e i Normanni impostisi come regnanti a partire dalla battaglia di Hastings (1066). Il titolo del romanzo è costituito dal nome di uno dei personaggi principali, non del tutto etichettabile, secondo le categorie canoniche, come protagonista: Vilfredo di Ivanhoe, un giovane sassone crociato ripudiato dal padre per la sua lealtà a Riccardo Cuor di Leone Plantageneto. In realtà il romanzo ha una dimensione corale, in cui l'unico personaggio che si distingue è semmai quello della fanciulla ebrea Rebecca, rapita da un cavaliere Templare e bersaglio di accuse durissime di stregoneria a causa della sua fede.
 
Il romanzo si apre con l'apparizione del Templare Brian de Bois-Guilbert e del priore Aymer, che, nel loro viaggio verso Ashby per partecipare al torneo cavalleresco alla presenza del sovrano reggente Giovanni (il celebre Senza Terra che nel 1216 avrebbe concesso la Magna Charta Libertatum e che governò l'Inghilterra mentre Riccardo era impegnato nella terza Crociata prigioniero dei Francesi), fanno sosta nella casa del nobile sassone Cedric di Rotherwood, padre di Ivanhoe e sostenitore dei diritti al trono di Athelstane di Coningsburgh, nonché tutore della bella Rowena a costui promessa in sposa; qui Brian de Bois-Guilbert, memore di una bruciante sconfitta subita in Terrasanta dallo stesso Ivanhoe, si dichiara pronto a sfidarlo in un nuovo cimento. L'occasione della rivincita si presenta ad Ashby, dove Ivanhoe conquista la vittoria con l'aiuto di un compagno di lizza denominato prima 'Cavaliere Fannullone' e poi 'Cavaliere del Lucchetto' e viene insignito degli onori da Rowena prima di cadere ferito. Il Templare Brian si accorda così con gli antichi nemici di Cedric per far rapire Rowena (oggetto delle mire del cavaliere Reginaldo Front-de-Boeuf), Cerdic stesso e Athelstane, ma, nella confusione dell'agguato, finiscono nella sua rete anche l'ebreo Isacco e sua figlia Rebecca, che suscita i desideri di Brian stesso, oltre ad Ivanhoe, che la ragazza ha preso in custodia per curarlo con le proprie arti mediche. Di qui la progettazione di un piano per liberare i nobili sassoni cui partecipano gli schiavi di Cedric, il misterioso Cavaliere del Lucchetto e addirittura un arciere che si fa chiamare Locksley ed è attorniato da una banda di briganti che lottano contro usurpatori e prepotenti.
Ivanhoe è forse il romanzo più noto di Walter Scott, il padre del romanzo storico. Tipico prodotto della sensibilità romantica, con il suo interesse per l'epoca medievale, le avventure dei cavalieri, il sentimento e la religiosità, la narrativa storica si presenta, per dirla alla maniera di Alessandro Manzoni (che iniziò la prima stesura de i Promessi Sposi proprio dopo aver letto Ivanhoe, nel 1821), come un intreccio fra vero e verisimile o fra vero storico (la realtà dei fatti documentati) e vero poetico (la finzione narrativa ma coerente con la cornice storico-sociale). In Ivanhoe questa sintesi non manca: Walter Scott utilizza e cita fonti storiche, cronache e studi sul medioevo inglese, talvolta infarcendo la narrazione fino all'eccesso; questa abbondanza di particolari dona alla storia un peso notevole, fornendo al lettore una serie di informazioni di grande interesse e curiosità (come la digressione iniziale sulla diglossia sassone/normanno), anche se non manca una certa patina epica data al passato e ai suoi protagonisti, primo fra tutti Riccardo Cuor di Leone.
 
E. Delacroix, Rapimento di Rebecca (1846)
Ivanhoe è una lettura che progettavo da tempo, ma che, per qualche motivo, ho sempre posposto a quella di altri testi. L'esperienza è stata positiva, anche se alcune divagazioni appesantiscono qualche pagina di troppo e la marginalità per oltre la metà del libro del personaggio che dà il titolo al libro mi ha lasciata perplessa. Il romanzo è ben costruito, sorprendente per alcune soluzioni, come il sistema dei personaggi e alcune scelte non scontate, nonostante in alcuni passaggi ricada nelle semplificazioni tipiche della letteratura volta all'intrattenimento borghese, come riconoscimenti scontati o improvvise apparizioni di personaggi. E poi ci sono le figure femminili: sono soltanto due, ma per aspetti diversi mi hanno colpita sia l'eterea Rowena, che ho immaginato fin dall'inizio come una delle fanciulle di Waterhouse, sia la forte e risoluta Rebecca, che surclassa tutti gli altri personaggi con il suo ruolo e la sua definizione caratteriale.
Nel complesso, tuttavia, il mio giudizio è positivo, soprattutto per l'abilità di Scott di ricostruire le atmosfere medievali, i fronzoli del galateo cavalleresco e alcuni dialoghi che, seppur con qualche punta retorica di troppo (ma perfettamente commisurata al XIX secolo), restituiscono, per scomodare Ariosto, la «gran bontà de' cavalieri antiqui». Anche se la lettura non si fosse rivelata così piacevole, avrei comunque la certezza di aver assaporato una delle opere-cardine della storia letteraria, fondamentale per comprendere l'origine e le caratteristiche del romanzo storico ai suoi albori e per approfondire uno dei generi narrativi più strettamente connaturati allo spirito romantico.
  «L’amore della battaglia è il nostro pane, la polvere della mischia è il nostro respiro! Noi non viviamo, non vogliamo vivere se non finché si può essere vittoriosi e celebrati. Sono queste, fanciulla, le leggi della cavalleria che noi abbiamo giurato e alle quali offriamo tutto ciò che ci è caro.»
  «Ahimè» disse la bella ebrea, «che cosa è tutto questo, prode cavaliere, se non un sacrificio offerto a un demone di vanagloria, e un gettarsi nel fuoco di Molock? Che cosa vi rimane come premio di tutto il sangue che avete versato, di tutte le fatiche e le pene che avete sofferto, di tutte le lacrime causate dalle vostre gesta, quando la morte ha spezzato la lancia del forte e superato la velocità del suo destriero?»
  «Che cosa rimane?» esclamò Ivanhoe. «La gloria, fanciulla, la gloria che indora il nostro sepolcro e rende imperituro il nostro nome.»
  «La gloria?» continuò Rebecca. «Ahimè, l’armatura arrugginita appesa come trofeo sulla oscura e polverosa tomba di un campione, l’epigrafe scolpita e cancellata che l’ignorante monaco riesce appena a leggere richiesto dal pellegrino, sono forse sufficienti ricompense per il sacrificio di ogni amoroso affetto, per una vita infelicemente dedicata a rendere gli altri infelici? O vi è tanta virtù nelle rozze rime di un bardo vagante, da farvi abbandonare follemente l’amore domestico, gli affetti gentili, la pace e la felicità, per divenire gli eroi di una di quelle ballate cantate da un menestrello girovago a dei villani ubriacati dalla loro birra serale?
 «Per l’anima di Hereward!» rispose il cavaliere con impazienza. «Tu parli di quello che non conosci, fanciulla. Vorresti soffocare la pura luce della cavalleria che sola distingue il nobile dal vile, il cortese cavaliere dal villano e dal bruto, che ci fa considerare la vita molto meno del nostro onore; che ci rende vittoriosi del dolore, della fatica e delle sofferenze, e che c’insegna a non temere altro male che la vergogna. Tu non sei cristiana, Rebecca; e ti sono ignoti gli alti sentimenti che riempiono il petto di una nobile fanciulla quando il suo amato ha compiuto qualche impresa che conferma la sua passione. La cavalleria! Essa nutre gli affetti più alti e più puri, fanciulla, è il sostegno degli oppressi, la riparatrice dei torti, il freno del potere dei tiranni. Senza di essa la nobiltà sarebbe solo una vuota parola, e nella sua lancia e nella sua spada la libertà trova la sua migliore protezione.»
La lizza di Ashby in una stampa di The Graphic
 
C.M.

venerdì 8 gennaio 2016

La grottesca storia delle distillerie e di altri scempi editoriali

E così è giunto il mio turno di parlare di quello scherzo di cattivo gusto che sono i Distillati. Per coloro che ancora fossero nello stato felice di inconsapevolezza dell'argomento in questione, spiego brevemente di cosa si tratti, prima di lanciarmi nella mia prima catilinaria dell'anno. I Distillati sono l'ultima trovata editoriale che maschera uno scempio ai danni della letteratura dietro la filantropica intenzione di invogliare a leggere con la sponsorizzazione della brevità. Sono ancora troppo polemica, scusate. In termini più diplomatici, si tratta di un'iniziativa della casa editrice Centauria che, come recita la pubblicità martellante sui vari media, promette il piacere della lettura con una riduzione del numero delle pagine di alcuni best-seller e una modica spesa di 3,90 euro, così da offrire un prodotto editoriale da assaporare nel tempo di un film.
 
Il libro dimezzato ricercato dai protagonisti di
Pomi d'ottone e manici di scopa
 
Ho aspettato qualche giorno prima di esplodere, cercando di farmi un'idea più completa del fenomeno e delle sue implicazioni, di sondare il terreno delle opinioni dei cosiddetti 'lettori forti' (la sensazione di essere bastian contrario è sempre lì che alita sul collo) e, non da ultimo, di cercare un lato positivo in questa operazione, giusto per iniziare l'anno con il proposito di essere meno acida su alcuni temi pungenti.
Il fatto è che di giustificazioni a questa cosa proprio non ne ho trovate, e i Distillati si sono confermati quello che sembravano al primo risuonare del loro raggelante slogan: una grottesca operazione di marketing che con la cultura e con il piacere di godere la lettura non ha nulla a che vedere.
Sulla questione si sono espresse prima e meglio di me alcune voci che godono, nella blogosfera, di una grande attenzione e stima da parte mia, da Dusty pages in Wonderland a I dolori della giovane libraia, da Del furore di aver libri a Macaronea (che ha offerto una visione didattica del problema che non poteva non trovarmi concorde). Tengo però a ribadire la mia assoluta contrarietà a quelle soluzioni facili e allettanti che pensano di rendere più accessibile la cultura (in particolare quella del libro) attraverso il suo annientamento. Ho espresso più volte questo concetto in passato, sottolineando come i mezzi di semplificazione e abbellimento celino una minaccia che nella nostra società è sempre più presente: quella della superficialità. La cultura, l'istruzione, il libro possono essere certamente presentati in chiave leggera o divertente (e tante sono le iniziative di successo che lo dimostrano), ma lo strumento 'facilità' non può essere usato diversamente da un medium, e non dovrebbe diventare la norma. Insomma, si possono approntare delle soluzioni per avvicinarsi a ciò che si presenta come complesso (come fanno, ad esempio, le riduzioni dei classici per bambini e ragazzi), ma della complessità dobbiamo avere la chiave, e non fuggire davanti ad essa con un contentino. Ridurre un libro con la pretesa di renderne la lettura più scorrevole è un po'come imparare a memoria la parafrasi di un testo poetico e credere di conoscere così la poesia stessa. Il primo aspetto del problema, dunque, è l'idea di fondo secondo cui il libro è uno strumento lungo, noioso e quindi minaccioso da aggirare con qualche giochetto, privandosi dell'approccio diretto che invita alla riflessione, alla pazienza, al nutrimento dello spirito critico. Se si vuole semplicemente vantarsi di aver letto un certo libro, comunque, basta affidarsi ai riassunti di Wikipedia. Il lettore di Distillati, come il divoratore di parafrasi staccate dal loro contesto, si riduce a quell'individuo dalle scarse pretese e dalla scarsa fiducia nelle proprie capacità intellettive che risponde perfettamente alle esigenze di una società che quelle pretese e quella fiducia non è disposta a soddisfare.
D'altra parte, però, c'è un secondo campanello d'allarme, che è poi quello direttamente connesso allo slogan sul piacere della lettura: «Abbiamo ridotto le pagine, non il piacere». Ma che razza di piacere si cerca nella lettura, se questa diventa una sorta di ricatto cui cedere sulla base di un prezzo o di una mole di pagine allettanti perché minori? Innanzitutto si dovrebbe smettere di condannare i non lettori e di sentirsi in dovere di sedurli con queste moine, perché leggere sarà per molti di noi una gioia immensa, ma non possiamo certo ergerci ad evangelizzatori di libri, per quanto i benefici della lettura siano evidenti. In secondo luogo vorrei proprio capire come si possa mantenere il piacere della lettura sfrondando un volume, riducendo la trama e i dialoghi all'osso: se leggere, oltre che un'occasione di arricchimento critico e lessicale, è un passatempo gradevole, perché mai dovremmo richiedere di leggere meno? Della serie: il cioccolato è così buono che di una stecca ti basta un quadratino. 
 
I classici rivisitati sulla scia di Twilight, After e compagnia bella
 
Peraltro trovo curioso che i libri sfrondati siano testi già amati dal grande pubblico dei lettori (anche occasionali) e che alcuni siano stati approvati dagli stessi autori (come si deve supporre nel caso di Margaret Mazzantini, essendo in vita e proprietaria dei diritti di Venuto al mondo)... se il libro è equivalente o allettante in versione smilza, perché non lo hanno scritto direttamente in duecento pagine? E va bene che anche fra gli Antichi circolavano riassunti di opere maggiori (le cosiddette epitomi), ma accadeva per evidenti problemi di circolazione dei testi, dal costo della loro produzione a quello della disponibilità di supporti. Dalla filologia, che fin dalle origini ha portato all'accurata ricostruzione dei testi e al loro arricchimento, siamo approdati all'anti-filologia.
Ampliando lo sguardo, ci troviamo davanti un mercato editoriale che, prima dei Distillati, ha inventato i Flipback, con l'abbaglio nel formato impugnabile con una sola mano che dava un'idea di brevità e di tendenza smart, le orripilanti copertine dei grandi classici travestiti da young-adult con profusione di petti nudi per renderli più friendly (contrariamente alle mie abitudini, uso i termini inglesi per evidenziarne l'uso più grottesco possibile) ai giovanissimi e certi titoli affibbiati ai grandi classici, con il De vita beata di Seneca trasformato in L'arte di essere felici, stile guru.
Si tratta di tante trovate che, più che promuovere la lettura, ne hanno prodotto una fruizione distorta, facendo leva sulla superficialità più che sulla qualità, il tutto sperando di attrarre chi ha pochissima (se non proprio nessuna) voglia di leggere e di godere del libro per quello che è: i Distillati, come gli altri casi citati, mirano a suscitare le stesse reazioni dei lucchetti degli adolescenti innamorati o delle varie mode dei braccialetti fluo o delle insegne Keep-calm, presentandosi come fenomeni di massa al di sotto dei quali non c'è una reale adesione, ma solo l'adeguamento ad un 'tipo', in questo caso quello del lettore.
Ma tutto ciò sarebbe anche etichettabile come la sciocchezza del momento, se non fosse che quegli stessi editori che si impegnano tanto a calamitare chi rifiuta il loro lavoro perdono contemporaneamente l'occasione di investire in favore dei lettori forti, quelli che si fiondano in libreria non perché punzecchiati da una novità della grafica ma perché smaniano di cercare tra gli scaffali una lettura creata per loro, sia essa impegnata o di semplice svago. Il lettore forte dovrebbe essere confortato da un editore che lo fa sentire il destinatario del suo impegno e non costretto a zigzagare fra le pile di pubblicazioni di massa pensate per abbagliare chi, più che una lettura, ricerca la moda del momento. Non intendo dire che libri così marcatamente commerciali vadano ritirati dai negozi o che coloro che le ricercano siano da bollare come eretici, ma semplicemente che si dovrebbe dedicare qualche attenzione in più a chi il libro lo cerca, anziché tirarli addosso a chi può farne a meno. E con questo mi riferisco anche ad una questione di prezzo: chi legge molto è costretto a confrontarsi con prodotti editoriali dai costi esorbitanti, sia che si rivolga ai grandi editori, sia che prediliga quelli indipendenti; ormai un volume in formato tascabile raramente scende sotto i 10 euro e molti si aggirano per tutto il tempo della loro storia editoriale fra i 16 e i 20 euro, senza prospettive di una discesa dei prezzi, per non parlare dei libri-sottiletta che fanno uscire dal portafogli otto euro per cinquanta pagine. Certo, esistono le biblioteche, ma, dato che di mercato si stava parlando, torno a ribadire che il mercato dovrebbe puntare sui suoi principali fruitori.
 
"Racconta solo a grandi linee"
 
Staremo a vedere quanto impiegano questi Distillati a sparire dalla scena, come è ovvio che debba accadere per il modo in cui sono stati concepiti e per la funzione sociale e mediatica che possano svolgere. Nel frattempo speriamo che non producano più mostri di quelli che il potere dei libri può arginare, auspicando che, prima o poi, gli editori si ricordino anche di chi, più che sfrondare i libri, vorrebbe che le loro pagine fossero infinite.

C.M.
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