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giovedì 25 febbraio 2016

Le api (Friedenthal)

Il romanzo storico mi ha sempre appassionata per la sintesi di letteratura e ricostruzione documentale, ma anche per le atmosfere, le ambientazioni e la definizione dei personaggi. I primi romanzi che ho letto dopo il superamento dei libri per ragazzi sono proprio di questo genere, per il connubio fra le due discipline da me più amate. 

Della storia, però, ho sempre privilegiato alcuni spezzoni, principalmente quelli antichi, alto-medievali o contemporanei, senza dedicare troppa attenzione alle ambientazioni comprese fra l'XI e il XVIII secolo. Di recente ho imparato ad apprezzare, storicamente e letterariamente, anche questo lasso di tempo, appassionandomi a nuovi momenti della narrazione storica e, in particolare, alle vicende del Cinquecento e del Seicento, probabilmente grazie a Q di Wu Ming e a La Chimera di Sebastiano Vassalli.
Ecco perché, sfogliando il catalogo di Iperborea, sono rimasta colpita da Le api, romanzo di Meelis Friedenthal ambientato nella cittadina estone di Tartu sul finire del secolo XVII: i riferimenti all'arte alchemica, al dibattito scientifico-filosofico e le ambientazioni da caccia alle streghe mi hanno convinta immediatamente della necessità di leggerlo, nella certezza che l'avrei apprezzato. E così è stato.
Protagonista del romanzo è Laurentius Hylas, giovane studente ossessionato dalla definizione della natura dell'anima e dall'individuazione della sua sede, e che viaggia in compagnia di un pappagallo di nome Clodia. Egli è in fuga da un passato che riemerge negli incubi notturni e che viene risvegliato in grotteschi incontri fatti lungo la strada di Tartu e poi nei sobborghi cittadini infestati dalla carestia; è inoltre tormentato dalla melancolia, malattia della modernità, alla quale l'alchimia cerca di porre rimedio, travalicando talvolta il limite del lecito e facendo rischiare a Laurentius l'accusa di stregoneria. Siamo infatti nel clima delle diatribe religiose, che coinvolgono non soltanto la speculazione filosofica e teologica, ma anche la scienza medica che Laurentius studia assieme ai primi docenti che praticano la dissezione dei cadaveri nelle loro lezioni di anatomia. Le prime giornate di Laurentius a Tartu trascorrono dunque in preda alla malattia, uno stato di sfinimento che gli impedisce di mangiare e sconquassa i suoi sogni, e fra la miseria delle masse che muoiono di fame, finché l'apparizione di una misteriosa ragazza non imprime agli eventi una svolta incredibile.
L’anima dei sani è insensibile a solida, ma quella dei malati e dei morenti, così debolmente legata al corpo, fragile come la corda di un liuto, vede spesso i demoni e perfino gli angeli. Così, camminando lungo la sponda del fiume, aveva scrutato il bosco con apprensione, temendo che a causa della sua malattia e della malinconia avrebbe anche lui scorto la corona e il mantello da qualche parte tra gli alberi.
Rembrandt, La lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp (1632)

Le api è un romanzo che si muove in un favoloso intreccio fra storia, scienza e magia (un indirizzo narrativo definito 'storicismo magico'), obbligando il lettore a dubitare continuamente della probabilità e della realtà delle vicende cui assiste. Gli insetti cui il titolo allude rappresentano l'anima, entità sfuggente che la scienza tenta di imbrigliare, ma anche le creature che producono il miele, sostanza color oro che simboleggia il grado alchemico della rubedo, al quale corrispondono la salute e l'armonia della materia, l'esatto opposto della disgregazione e della malattia provocati dalla nigredo della melancolia (la 'bile nera' causa, secondo la medicina umorale, dei più grandi disagi).
Anche se occorre procedere parecchio nella lettura per cominciare a cogliere la direzione della narrazione, poco alla volta il mosaico si compone, gli incubi e il delirio febbrile di Laurentius trovano una giustificazione e, con essi, le macabre scene di morte che lo attorniano. Meelis Friedenthal costruisce un intreccio affascinante fra le teorie sull'anima e la magia, amalgamando credenze popolari e slanci filosofici e realizzando un seducente modello di migrazione dell'anima incentrato sulla funzione dello sguardo, capace di veicolare umori neri che ricordano il malocchio, ma anche visioni angeliche e salvifiche. L'anima è sede e mezzo dello scambio alchemico, il vero malato da curare, la vera artefice della salute.
Consiglio Le api ai lettori che amano farsi cullare dalle parole e rintracciare corrispondenze che oscillano fra il reale, il verisimile e il fantastico, a coloro che si calano volentieri nelle pieghe della storia, che potranno ritrovare nel romanzo di Friedenthal e nella sua ambientazione nord-europea una prospettiva decisamente inedita e stimolante.

Meelis Friedenthal
La sua epoca immaginava l’anima alla maniera di un’idea sostanziale innata o le negava del tutto un’esistenza individuale. No, l’anima è un’immagine, un fantasma, una rappresentazione, un riflesso, una luce. Un disegno sulla cera, un encausto. L’anima viene da fuori ed esce da noi continuamente, come il fiato, come le api dall’alveare. Entra come uno sciame di api in un alveare vuoto, costruisce il favo, vi raccoglie il miele. E all’improvviso se ne va, proprio come le api abbandonano l’alveare, in un giorno caldo, dirigendosi chissà dove.
C.M.

lunedì 22 febbraio 2016

Ultimi bagni di folla per De Chirico a Ferrara

In che cosa risiede il magnetismo dell'arte di De Chirico? Me lo sono chiesta spesso, fin da quando ne ho ammirato le opere più note sul libro di storia dell'arte e poi tutte le volte in cui ho scelto i dipinti di questo artista per commentare iconograficamente i post di questo blog (e addirittura per tematizzarne la copertina). Ieri, a Ferrara, di fronte all'interminabile fila davanti all'entrata di Palazzo dei Diamanti che dalla promessa di attesa di un'ora e mezza è salita a oltre tre ore, quell'interrogativo è tornato a battere.

G. De Chirico, Il trovatore (1917)
Giorgio De Chirico (1888-1978) è indubbiamente uno degli artisti più conosciuti del Novecento italiano ed è da sempre associato alla pittura metafisica, che punta a decontestualizzare il noto (principalmente gli oggetti) e a collocarli in nuovi scenari, proponendo una negoziazione nuova del loro significato. Alla base, naturalmente, c'è il senso di disorientamento e riorganizzazione cognitiva che è la cifra fondante del secolo breve e che rende molto difficile distinguere chiaramente le diverse esperienze generate da questa epoca di incertezze.
Come evidenzia il percorso espositivo ferrarese, il Novecento, soprattutto nei suoi primi decenni, ha dato vita ad una commistione di influenze surrealiste, metafisiche, futuristiche e dadaiste che hanno il comune presupposto nella volontà di discostare l'arte e il suo spettatore dal consueto, suggerendo di andare oltre le convenzioni e le tradizioni e di reinterpretare ogni cosa, facendo dell'oggetto banale un'opera d'arte o la chiave di lettura di un grande mito.
La mostra propone un approfondimento sulla produzione degli anni 1915-1919, estendendo però l'arco cronologico di riferimento fino agli anni '30 per sottolineare la comunanza di temi e scelte artistiche nelle tele di altri artisti, come Max Ernst, Salvador Dalì, René Magritte, Le Corbusier, Giorgio Morandi. L'anno 1915 non è casuale: in quel periodo De Chirico è a Ferrara assieme al fratello Alberto (che avrebbe firmato le proprie tele e opere letterarie come Alberto Savinio), ricoverato presso la Villa del Seminario dopo l'arruolamento nell'esercito italiano. Appartengono a Ferrara le architetture che compaiono nelle sue tele, come il castello estense sullo sfondo de Le muse inquietanti (1918) e qui avviene il primo contatto con Carlo Carrà e con la pittura metafisica. De Chirico e Carrà, infatti, dipingono gomito a gomito i loro manichini, senza risparmiare al loro pubblico una querelle sulla paternità di queste figure (episodio piacevolmente ricordato anche durante l'incontro con Wu Ming 2 a Verona). 

G. De Chirico, I giocattoli del principe (1915) e Il sogno di Tobia (1917)

S. Dalì, Gradiva ritrova le rovine antropomrfe (1931)

A Ferrara De Chirico abbandona le piazze per ripiegare negli interni che si affollano di «oggetti che la scempiaggine universale relega tra le inutilità», dagli strumenti di misurazione matematica al pane e ai dolci delle pasticcerie ebraiche, avvicinandosi gradualmente a quegli accumuli di sostegni per le tele, dipinti realizzati all'aperto stipati nelle stanze e combinazioni di materiali sempre meno identificabili che segnano il percorso verso il trionfo dei grandi manichini.

G. De Chirico, Interno metafisico con grande officina (1916)
La visita alla mostra di Palazzo dei Diamanti ha sicuramente valso la lunga attesa, e non solo per la semplice emozione di essere di fronte a dei capolavori che, in qualche modo, fanno parte della nostra storia culturale come una memoria genetica. I colori e i tratti di Giorgio De Chirico emergono in tutta la loro intensità soltanto ad una visione diretta della tela: non esiste fotografia o riproduzione che possa far brillare altrettanto gli smeraldi, né schermo ad alta risoluzione che restituisca la pulizia delle linee. Indescrivibile è poi l'emozione che si prova di fronte a capolavori come Ettore e Andromaca o Il trovatore, ma anche ammirando la geniale Condizione Umana di Magritte, proposta come raffronto con la produzione di un altro artista che ha portato i cavalletti dei pittori dentro alla tela. La compresenza, in mostra, di opere di artisti coevi e successivi, inoltre, permette anche al visitatore meno esperto di cogliere le analogie (come quella con le figure struggenti di Gradiva ritrova le rovine antropomorfe di Salvador Dalì (1931), ammesso che questi vi si soffermi.
Il tratto dolente dell'esperienza di visita, infatti, è nella gestione delle sale. Passi per la lunga coda, forse sfuggita di mano per l'overbooking o per una cattiva gestione delle prenotazioni (perfino chi ha già il biglietto, come si legge ora anche sul sito, arriva ad attendere all'ingresso), ché se arriva un pubblico numeroso non è possibile far altro che aspettare, essendo i locali molto piccoli. Ma la situazione all'interno, in casi di così alta affluenza, rende estremamente difficoltosa la visita e, soprattutto, il godimento diretto dell'opera: che si debba attendere il proprio turno per stabilirsi di fronte all'opera è doveroso, ma essere messi nelle condizioni di aspettare minuti e minuti la dine della sfilata dei patiti della foto prima di potersi avvicinare ai capolavori è inaccettabile. Non sono contraria alle foto nei musei (fermo restando che nessun dispositivo impugnato da un non professionista possa rendere giustizia all'opera), ma sta alla decenza dello spettatore capire che in situazioni di simile affolllamento la mania feticista di alzare lo smartphone e scattare senza nemmeno osservare l'opera è una mancanza di rispetto per chi investe il proprio tempo e denaro per ammirare l'arte direttamente una volta tanto che gli è possibile conoscerla al di fuori delle riproduzioni. Se il buon senso non prevale, a mio avviso, occorre un regolamento di sala che impedisca simili atteggiamenti.

G. Morandi, Natura morta con manichino (1919)

C. Carrà, Penelope (1917) e G. De Chirico, Ettore e Andromaca (1917)

Insomma, consiglio sicuramente la visita a chi non l'abbia già affrontata, con l'avvertenza che la mostra De Chirico a Ferrara terminerà domenica 28 febbraio e che i biglietti in prevendita per il finesettimana sono già esaurite: approfittate, se potete, dei prossimi quattro giorni.

C.M.

giovedì 18 febbraio 2016

Wu Ming a Verona

Mercoledì 17 febbraio: un pomeriggio piovigginoso e un post letto tardivamente che mi annuncia la presentazione, a Verona, dell'ultimo libro firmato dal collettivo Wu Ming, L'invisibile ovunque. Promosso dalla libreria Gulliver e ospitato nel salone della Biblioteca Civica, l'evento si è protratto per due piacevolissime ore, mentre Giovanni Cattabriga-Wu Ming 2 dialogava con Beppe Muraro e con i lettori intervenuti.

Avrei voluto assistere all'incontro dopo la lettura della raccolta appena pubblicata da Einaudi, ma, non avendo trovato il volume durante la mia ultima sortita in libreria (dalla quale ho però riportato L'invisibile ovunque, attualmente sul comodino) e con così scarso preavviso, non ho potuto permettermi questo lusso. Ciò non ha però pregiudicato la godibilità e l'interesse dell'incontro, che, oltre ad avermi permesso per la prima volta di dare un volto ad una delle penne nascosta dietro lo pseudonimo Wu Ming, ha fornito l'occasione di conoscere il progetto autoriale sotteso a L'invisibile ovunque e di approfondire alcuni aspetti e curiosità che emergono dalla narrazione.
Wu Ming 2 ha spiegato cosa intendesse il collettivo con l'espressione di «Addio al romanzo storico» che ha accompagnato l'uscita de L'armata dei sonnambuli, motivando la decisione del collettivo di staccarsi dalla tipologia narrativa adottata fino a quel momento e di percorrere nuovi sentieri, sempre, però, con un occhio alla storia e alla sperimentazione. L'invisibile ovunque, infatti, essendo una raccolta di quattro racconti, è diverso dai precedenti romanzi storici (oltre a L'armata dei sonnambuli, ricordiamo almeno Q e Altai), e diverso è stato il processo di composizione: alla base non c'è un racconto elaborato cooperativamente, ma quattro racconti autonomi che solo in un secondo momento sono stati amalgamati dai quattro autori. Il tema comune è quello della fuga dalla guerra, scelto per la ricorrenza del centenario del primo conflitto mondiale per evidenziare la scarsa attenzione data, proprio nell'ambito delle commemorazioni, ad alcune «zone d'ombra». Il centenario, infatti, non ha prestato voce al disagio dei reduci e dei disertori, alle prepotenze degli alti gradi dell'esercito, alle sorti di migliaia Trentini e Friulani che scelsero di combattere per l'Impero asburgico, insomma, agli aspetti scomodi in un evento di cui prevale ancora, in Italia, una visione gloriosa da quarta Guerra di Indipendenza, sebbene letteratura e cinema abbiano tentato di restituire al conflitto la sua portata tragica. Insomma, il collettivo, con il libro e tramite Giovanni nell'incontro di ieri, ha in qualche modo denunciato l'oscuramento della chiave di lettura del primo conflitto mondiale come «Inutile strage».
L'invisibile cui il titolo (desunto dal Requiem per i morti d'Europa di Yvan Goll) fa cenno è dunque la caratteristica, allo stesso tempo, della guerra, combattuta da uomini che non si vedono e fronteggiata col tentativo di camuffarne i bersagli, e di un sentimento di paura, angoscia e rifiuto che non ha trovato luce e che è rimasto annidato negli animi dei combattenti o dei loro familiari. Invisibile è la guerra, che si insinua anche negli spazi degli affetti e che costituisce un incubo inarrestabile e perdurante anche dopo la sua conclusione. Ma invisibilità è anche la spersonalizzazione prodotta dalla guerra, tipico prodotto della società di massa, e l'invisibilità è una sorta di filo rosso che lega intimamente il libro ai suoi autori, anch'essi celati dietro un nome che allude in realtà alla mancanza di un nome, e che identifica un'esperienza letteraria fluida e variabile.


Nel restituire dignità a quella parte della storia che è stata aggirata, gli scrittori del collettivo ripercorrono dunque la via di una letteratura che si fa storiografia del dettaglio, indagando aspetti singolari delle vicende dei combattenti con la finalità di arrivare a tracciare un quadro molto più ampio, utilizzando un metodo quasi scientifico che porta dal particolare all'universale.
Di questo e molto altro si è riflettuto durante il colloquio con Giovanni-Wu Ming 2, senza tralasciare il rapporto del collettivo con le fonti storiche e con la transmedialità che, negli anni, ha visto le pagine letterarie dialogare con le immagini e la musica (anche L'invisibile ovunque ha una sua colonna sonora) e una riflessione più ampia sulla letteratura europea scaturita dall'esperienza della prima Guerra mondiale. Un incontro ricco di stimoli e curiosità, che mi rende ancor più curiosa di leggere L'invisibile ovunque.
«La narrativa usa il particolare per parlare dell'universale: il suo strumento sono le singole vite, ma è chiaro che parla in generale.» (Giovanni-Wu Ming 2)
C.M.

martedì 16 febbraio 2016

Amleto (Shakespeare)

La seconda tappa della #maratonahsakespeariana ha come protagonista Amleto, il principe danese che dà il titolo al più noto e apprezzato dramma Shakespeariano. Anche in questo caso, come in Macbeth, il Bardo si concentra su un personaggio nobile, destinato al regno, ma votato ad un delirio in cui si mescolano la lucidità del progetto di vendetta e le manifestazioni di follia necessarie ad attuarlo, ma allo stesso tempo determinate da esso. Il tema della pazzia e del rapporto fra la vita e la morte la fa ancora da padrone, e ad esso si intreccia l'espediente del teatro nel teatro (qui sviluppato più ampiamente di quanto non accadrà in Macbeth) caro alla tradizione secentesca in quanto occasione di rappresentare l'esistenza umana con le sue ambiguità e le contraddizioni, per smascherarne gli inganni.
Datato 1602, il dramma rappresenta l'attuazione della vendetta di Amleto che, già ostile allo zio Claudio e alla madre Gertrude per la mancata osservanza del lutto per la scomparsa del padre, sovrano di Danimarca, e il repentino matrimonio contratto dai due, apprende dallo stesso spettro del defunto Amleto (o quello che presume esser tale, giacché lo sfiora il dubbio che possa trattarsi di un demone tentatore) che la sua morte non è stata naturale, ma provocata dallo stesso Claudio per la sua brama di potere. Le rivelazioni dello spettro trasformano il disagio e la malinconia pregressi di Amleto in un vero e proprio delirio: il principe è assalito dal disgusto per l'umanità, tormentato dagli interrogativi sul senso di un'esistenza ricolma di sofferenze e scorni della fortuna, incapace di accettare alcuna dolcezza, al punto da rinnegare qualsiasi sentimento per la dolce Ofelia, che affogherà prima nella follia e poi fra le acque di un torrente, lasciando sospettare un suicidio più che una fatalità. Nonostante i tentativi di Claudio e Gertrude di far ragionare Amleto invitandolo alla serenità (prima per amore o per una presunzione di amore, poi per paura delle conseguenze dei suoi gesti) e poi le azioni del re e dei suoi più fidati compagni per contenere il pericolo costituito dal giovane, Amleto persegue le sue intenzioni di vendetta dietro la maschera della follia. L'arrivo in città di un gruppo di teatranti è per lui l'occasione perfetta di provocare il senso di colpa di Claudio e Gertrude: Amleto fa loro recitare la scena della morte del re così come l'ha appresa dallo spettro, e legge nelle reazioni di Claudio una chiara confessione di colpa che innesca il necessario meccanismo della punizione, destinato a commutarsi in un bagno di sangue.
Qual grande opera è l’uomo! Quanto è nobile nell’intelletto!
Come è infinito nelle sue facoltà! Come è preciso e ammirevole
nella forma e nel movimento! Com’è angelico nell’atto!
Com’è divino nel pensiero! La bellezza
del mondo! Pietra di paragone degli animali! Ma per me
cos’è questa quintessenza di polvere? Gli uomini
non mi piacciono.
Amleto è l'eroe della modernità, o, per meglio dire, l'antieroe destinato a dominare le scene e la letteratura nei secoli successivi, fino alla sua consacrazione novecentesca. Perché Amleto è colui che vede la realtà al di là dei suoi camuffamenti, è colui che odia, per dirla come gli Scapigliati del XIX secolo, «il minio e la maschera al pensiero», che vede nell'arte uno specchio della natura più autentico della natura stessa, poiché essa si presenta sempre alterata da maschere, falsità, seduzioni. Per questo invita Ofelia a non truccarsi, per questo la sua avversione per Claudio non è soltanto quella di un figlio privato del padre, ma l'ira che nasce dal confronto con chi non ha il coraggio di ammettere ciò che è realmente. Amleto, quindi, diventa il dramma dei riflessi, delle messe in scena, degli inganni e dei tradimenti, in cui il nascondersi di Polonio dietro una tenda per ascoltare il colloquio di Gertrude con il figlio non è diverso dal veleno cosparso 
sulla punta di una lama per compromettere la lealtà di un duello. 
Essere, o non essere, questo è il problema:
è più nobile sopportare
i colpi e gli strali della mala sorte,
o imbracciar l’arme contro un mare di tormenti,
e, ad essi opponendosi, porvi fine? Morire, dormire.
Null’altro; e in un sonno dire che soffochiamo
il dolore del cuore e i mille naturali dolori,
retaggio della carne... questa è una dissoluzione
per cui pregare. Morire, dormire;
dormire, sognare, magari: ecco il problema.
Perché in quel sonno di morte, quali sogni possano giungere
una volta che avremo sciolto questo mortal fato,
dovremo trovar pace: questa la considerazione
che rende sventurata una vita tanto lunga.
Perché chi sosterrebbe le sferzate e gli scorni del tempo,
i torti dell’oppressore, le offese degli arroganti,
i morsi di un amore sdegnato, le lungaggini della legge
il peso dei doveri e gli scherni
che il merito paziente riceve dall’iniquità
quando da solo potrebbe darsi la pace
col nudo pugnale? Chi porterebbe fardelli
per gemere e sudare in una vita stanca,
se il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dai confini del quale
nessun viandante ritorna, non confondesse la volontà,
facendoci accettare i mali che ci son toccati in sorte
piuttosto che volare verso altri che non conosciamo?
È la coscienza che ci rende tutti codardi;
e così l’originario colore della determinazione
scolora alla pallida sfumatura del pensiero
e imprese vigorose e imponenti
di fronte a queste considerazioni deviano dal loro corso
e perdono il nome di azioni.
Laurence Olivier in Amleto (1948)
Il principe di Danimarca è l'anticipatore del malato novecentesco, e non a caso egli è caro a Pirandello, il filosofo delle maschere: Amleto è colui che coglie la realtà e ne distingue le alterazioni, colui che tenta disperatamente di ripristinare la normalità del buon senso e della sincerità, ma che sa di essere destinato alla sconfitta, e allora assume il ruolo del pazzo, per poter continuare ad essere coerente nel suo disprezzo per le falsità degli esseri umani e nell'invocare una morte che è, allo stesso tempo, una liberazione e un atto di coraggio, al di là degli assurdi timori di ciò che non si conosce e dei giudizi morali. Uno slancio titanico che, se nel Novecento viene frustrato trasformando l'eroe in un inetto o in un malato, è tuttavia l'anima della melancolia e del Titanismo cari ai Romantici, che non a caso trovano in Shakespeare un ricco bagaglio di argomenti.
Rispetto a Macbeth, Amleto è risultato meno coinvolgente, ma non escludo che una buona parte della colpa possa essere attribuibile alla traduzione non proprio elegante di cui mi sono avvalsa, e che mi ha spinto qui a fornire una mia versione dei passi scelti (e a suggerire la migliore alternativa di Feltrinelli). Mi sono mancate la sintonizzazione con il sovrano scozzese, la seduzione del suo ragionamento e il crescendo del senso di fatalità. Amleto, insomma, mi è apparso meno definito, più sfuggente, meno simpatico (nel senso etimologico del termine). Shakespeare ha scelto una gamma tonale e una prospettiva differenti nell'offrirci i protagonisti dei due drammi, dando vita a due soluzioni comunque preziose e filosoficamente complesse, anche nell'intreccio, in Amleto, con riflessioni che vanno oltre la semplice etica, richiamando un dibattito religioso, come accade di fronte al presunto suicidio di Ofelia. Un dramma da leggere e rileggere, per coglierne le sfaccettature e per assaporarne i versi, meglio se nel confronto con l'originale, che ci permette di associare la sonorità alle atmosfere drammatiche che già la lettura silenziosa finisce per appiattire. Un testo, inoltre, che ha alle spalle una solida tradizione tematica classica e che ha davanti a sé infinite rielaborazioni, grazie all'istrionica figura di Amleto e alla sua duplice prospettiva di folle fedele ad un metodo.
Che la vostra prudenza
sia la vostra guida: adattate l’azione al mondo,
la parola all’azione, ma attenti a non oltrepassare
la moderazione della natura: qualsiasi esagerazione
è estranea allo scopo del dramma, il cui fine, in origine
come ora, era ed è porgere uno specchio
alla natura, mostrando alla virtù il suo aspetto,
al vizio la sua immagine e all’età e al tempo
la loro forma e la loro impronta.
Joahn Everett Millais, Ofelia (1852)
C.M.

venerdì 12 febbraio 2016

La Storia (Morante)

Nel 1974 Elsa Morante dà alle stampe la sua opera più importante, un monumentale romanzo che racconta le miserie, i torti e i rivolgimenti prodotti dalla Storia, forza inarrestabile che concentra in sé brutture e sopraffazioni e che non guarda in faccia i più deboli, cui toglie ogni residuo di dignità.

La Storia racconta le vicende di Ida Ramundo, una vedova che negli anni '40 vive a Roma assieme al figlio Nino e che, violentata da un soldato tedesco, dà alla luce un bambino di nome Giuseppe, detto Useppe, che ella cresce con le sue sole forze, mentre la città è devastata dalle bombe e la minaccia della deportazione le alita sul collo, ricordandole le origini ebraiche. Rimasta senza casa e con pochi spiccioli, Ida non si dà per vinta e si sottopone ad ogni tipo di privazioni per far sopravvivere il piccolo Useppe alla fame, ai bombardamenti e agli assalti dell'epilessia. Attorno a Ida, Useppe e Nino si muove una gran folla di personaggi, anch'essi vittime della Storia e protagonisti dei drammi umani che essa genera: i Mille che occupano con Ida lo stanzone di rifugio messo a disposizione dopo i bombardamenti, il rivoluzionario Davide, dagli ideali frustrati, la tenera Bella, balia canina di Useppe, le giovani fiamme di Nino e il tredicenne Scimò, accampato lungo il Tevere dopo la fuga dal riformatorio. Tutti hanno in comune lo stato di vittime della Storia, di fuggitivi dalla morte e dalla prigionia, di naufraghi alla ricerca di un appiglio. Su tutti, a contrastare le ansie di Ida e i pericoli corsi da Nino, la spensierata gaiezza di Useppe, docile bambino capace di entusiasmarsi al baluginare della luce delle stelle e di scorgere una divertente canzonetta nel canto degli uccelli.
Un paio di volte, verso la fine dell’estate, era capitato per di là qualche militare tedesco. E subito, nel ricovero, era corso il panico, perché ormai, fra il popolo, i tedeschi apparivano peggio che dei nemici. Ma per quanto giù l’annuncio i tedeschi agisse all’intorno come una sorta di maledizione, il piccolo Useppe non parve rendersene conto, e accolse gli insoliti visitatori con una curiosità intenta, senza sospetto. Ora si trattava, invero, in quei casi, di comuni soldatucci di passaggio, i quali non avevano male intenzioni, né altro pretesero che una indicazione stradale o un bicchier d’acqua. Però è sicuro che se là nello stanzone si fosse presentato uno squadrone di SS con tutto il loro armamentario di strage, il buffo Useppe non ne avrebbe avuto paura. Quell’essere minimo e disarmato non conosceva la paura, ma un’unica, spontanea confidenza. Sembrava che per lui non esistessero sconosciuti, ma solo gente sua di famiglia, di ritorno dopo qualche assenza, che lui riconosceva a prima vista.
La trama de La Storia, quasi interamente ambientata a Roma ma con significativi excursus sulle vicende nazionali e internazionali che conferiscono alla ricostruzione della Morante tutte le caratteristiche di un proprio romanzo storico (con tanto di narratore onnisciente), si snoda fra il 1941 e il 1947, iniziando proprio con l'arrivo del soldato in casa di Ida e con una dettagliata presentazione della protagonista, con tanto di riassunto della sua vita fino al momento dello stupro. Col progredire del racconto appaiono nuovi personaggi, accanto ai quali si impone costantemente all'attenzione il demiurgo della Storia, che il sottotitolo del romanzo (non presente in copertina alle edizioni più recenti), definisce Uno scandalo che dura da diecimila anni.
A parlare di scandalo, nel romanzo, è specificamente Davide, figura sfuggente legata a Nino, ebreo esule da Mantova che aderisce alla lotta partigiana, coltiva gli ideali della rivoluzione proletaria ma finisce per annegare se stesso nel desiderio di inconsapevolezza, poiché si rende conto che quello scandalo millenario travolge ogni cosa, e la possibilità di azione dell'uomo è nulla, destinata a rimanere frustrata. A Davide, che, in quanto amico dell'adorato Nino, è per Useppe una sorta di eroe terreno, si legano le pagine più spiccatamente orientate alla denuncia, mentre il fanciullo e Bella permettono la costruzione dei passaggi più dolci, sognanti e a tratti fiabeschi, particolarmente toccanti quando i due sembrano dialogare nel loro speciale linguaggio incomprensibile agli adulti.
«Tu e tuo fratello», osservò, cambiando posizione, in un respiro, «siete così differenti, che non sembrate nemmeno fratelli. Ma vi rassomigliate per una cosa: la felicità. Sono due felicità differenti: la sua, è la felicità di esistere. La tua è la felicità... di... tutto. Tu sei la creatura più felice del mondo.»
Definendo una sorta di partizione dell'opera e dei suoi momenti, possiamo dire che, mentre Davide incarna la ribellione alla miseria e all'ingiustizia, Ida rappresenta invece l'arrendevolezza di chi, pur senza avere la forza di lottare contro lo scandalo in atto, cerca di sopravvivere per il bene del figlio, senza porsi troppe domande sul perché degli avvenimenti e senza essere realmente consapevole dei cambiamenti in atto in Italia, se non dell'incubo che incombe sugli Ebrei, che ella vede concretizzarsi nel rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. I tre simboleggiano gli atteggiamenti che la vittima della Storia può manifestare: il fallimentare inseguimento di un ideale, la resa che nasce dalla consapevolezza di non sapersi opporre e la totale ignoranza, beneficio dell'infantile ingenuità. Il risultato, però, non cambia, e il coro dei personaggi messi in scena dalla Morante è l'evoluzione novecentesca dei Vinti, che, in balia delle onde, vengono travolti dagli avvenimenti, senza poter trovare un appiglio.
Elsa Morante (1912-1985)
Elsa Morante offre una grande prova di narrativa, armonizzando la documentazione delle vicende più dolorose del secondo conflitto mondiale a quadri di quotidianità rassicuranti. La sua penna è delicata, scorrevole e precisa, adeguata alla sostenutezza del tema e, allo stesso tempo, all'ordinarietà dei personaggi. Particolarissima è la focalizzazione scelta dall'autrice, che assume la prospettiva del narratore onnisciente (soprattutto nelle parentesi più marcatamente documentaristiche e nelle tavole cronologiche preposte ad ogni sezione/anno), ma, allo stesso tempo, è interna alla vicenda e si presenta come un'amica di Ida, Useppe e Davide, di cui parla con toni talvolta affettuosi, rievocandone le vicende come attingendo ai propri ricordi diretti. Elsa Morante sembra quasi la zia di Useppe e la confidente di Ida e questa scelta conferisce all'opera un'originalità che la distingue dall'usuale romanzo storico.
Alcune parti del romanzo risultano molto prolisse e impegnative, in particolare laddove viene lasciato spazio agli slanci ideologici (e non sempre lucidi) di Davide, ma, nel complesso, La Storia è un libro piacevole, che riesce a suscitare lo scandalo che l'autrice ha voluto sottolineare e, allo stesso tempo, sa restituire emozioni spontanee al solo apparire del piccolo Useppe. La Storia è un libro che non può mancare nell'esperienza degli amanti della letteratura italiana contemporanea e a coloro che desiderano avere uno sguardo ravvicinato sulle vicende della gente comune oppressa dal disastro bellico.
«Questi ultimi anni», ragionò con voce opaca, ridacchiando, «sono stati la peggiore oscenità di tutta la Storia. La Storia, si capisce, è tutta un’oscenità fin dal principio, però anni osceni come questi non c’erano mai stati. Lo scandalo – così dice il proclama – è necessario, però infelice chi ne è la causa! Già difatti: è solo all’evidenza della colpa che si accusa il colpevole. E dunque il proclama significa: che di fronte a questa oscenità decisiva della Storia, ai testimoni si aprivano due scelte: o la malattia definitiva, ossia farsi complici definitivi dello scandalo, oppure la salute definitiva – perché proprio dallo spettacolo dell’estrema oscenità si poteva ancora imparare l’amore puro... E la scelta è stata: la complicità!»
C.M.

mercoledì 10 febbraio 2016

Il numero perfetto: tre anni insieme!

Non so descrivere l'emozione di tagliare con voi il traguardo di questo terzo anno insieme: sembra ieri che, totalmente ignara di come si gestisse un blog e dello sviluppo che la mia avventura avrebbe avuto, digitavo il nome di Athenae Noctua, sceglievo l'immagine di intestazione (e sarebbe anche ora che vi spiegassi perché De Chirico, no?) e fissavo la pagina bianca del primo post.


Rileggendo il post dello scorso anno, devo correggere un'affermazione: la grafica che allora ritenevo definitiva è cambiata, ed è questa la novità che ho annunciato già qualche tempo fa, mentre abbozzavo i disegni che ho inserito nello sfondo e nel profilo. Ammetto che mi mancherà il tondino rassicurante con quella civetta ammiccante all'archeologia, ma da mesi sentivo il bisogno di un simbolo mio e, pur essendo completamente negata nel disegno a mano e digitale, mi sono messa di impegno per creare una civetta personalizzata. Resta dunque la civetta di Atena, mentre cambia completamente lo sfondo, che richiama i benefici della dea greca, nello specifico il dono dell'olivo alla città di Atene (nel precedente logo si vedeva il ramoscello in alto, ricordate?).
Nel corso di questo terzo anno, Athenae Noctua ha definito ancor meglio la propria identità e corroborato la missione di parlare di cultura in rete, grazie soprattutto alle tante persone che hanno partecipato alle discussioni, le hanno rilanciate sui propri blog e che con i loro post hanno dato a me l'opportunità di imparare tanto: penso non solo ai suggerimenti di lettura che ho tratto da blogger che seguo di più, ma anche alle tante occasioni di confronto su temi, prospettive di lettura, questioni culturali.
In particolare, per la partecipazione, l'entusiasmo e le opportunità di imparare che mi hanno offerto, voglio ringraziare Michela di Appuntario, Luz di Io, la letteratura e Chaplin, Glò di La nostra libreria, Alessandra di Libri nella mente, Penny Lane di What we talk about when we talk about books, Julia J. di Tanto non importa e Claudia de Il giro del mondo attraverso i libri, oltre a Ivano, Massimiliano e Lucius Etruscus, tra i più attivi commentatori dell'ultimo anno (assieme ad alcune amiche blogger appena citate, come potete vedere grazie allo strumento "I fedelissimi" qui a destra, tarato sugli ultimi 365 giorni). Ma c'è anche una vivacissima comunità Facebook (a proposito, andiamo verso i 5000 membri!), di cui fanno parte persone che mi fanno quotidianamente percepire stima e curiosità ma che è impossibile citare tutte quante.
Confrontando le statistiche di blogspot e i dati degli aggregatori, i cinque articoli più letti e apprezzati dell'anno (i primi due sono però schizzati fra i tre più letti di sempre) risultano, nell'ordine:
  1. Aiuto, l'educazione di genere! Che non esiste o non è quello che si crede
  2. L'utilitarismo è il cancro della conoscenza
  3. Sottolineare i libri: crimine inaudito o segreto per una relazione indissolubile?
  4. Cesare Pavese nel ricordo di Natalia Ginzburg
  5. Murakami e Leopardi: la strana coppia
Nel complesso, il mese di maggior successo è stato agosto, considerando che anche la recensione più apprezzata (Kafka sulla spiaggia) è stata pubblicata in quel periodo. Non credo sia un caso che anche per me quello sia stato il mese più sereno, con il corso di abilitazione alle spalle e una fantastica vacanza. Sono particolarmente lieta del risultato e dell'apprezzamento ottenuto dal post su Murakami e Leopardi, due autori ovviamente molto lontani e diversi, ma che toccano tasti comuni, dimostrando che, ovunque nel mondo e in qualsiasi tempo, esistono temi cari all'uomo e alla riflessione che confluisce nella letteratura.
Ma non voglio dilungarmi troppo, ché già vi tartasso a sufficienza con post chilometrici sui classici e con certe mie perturbazioni cerebrali. 
Chiudo dunque rinnovando i miei ringraziamenti e manifestando la speranza di continuare a meritare la vostra compagnia e la vostra stima. Grazie a tutti voi che avete reso Athenae Noctua più che un semplice passatempo, trasmettendomi la voglia di documentarmi e scrivere giorno dopo giorno, che mi date consigli di lettura e non di rado suggerite temi da approfondire: siete voi il cuore pulsante di questo progetto! Tanti auguri a noi!


C.M.

lunedì 8 febbraio 2016

Sicuri di voler iniziare? L'esordio letterario secondo Calvino e Pavese

Una strana emozione si affaccia a chi intraprenda per la prima volta, con entusiasmo, un impegno in cui crede molto: un lavoro, un percorso di studi, una ricerca, un'attività ricreativa. Il principio è quel momento che reca in sé le più grandi aspettative, quelle che ancora non fanno i conti con la concretezza di un ostacolo o di un imprevisto, ma, proprio perché manca il polso della situazione reale in cui ci si sta per addentrare, alla speranza si mescola spesso un'inquietudine più o meno evidente.
Parlando di letteratura, l'iniziare è solitamente associato al proemio di un poema o all'incipit di qualche romanzo, spesso divenuti così importanti da essere ricordati a memoria e da diventare quasi dei vessilli di orgoglio culturale: da «Nel mezzo del cammin di nostra vita» a «Le famiglie felici si assomigliano tutte», la vita dei lettori più o meno forti è ricca di citazioni incipitarie.

Ma che dire dell'incipit dell'attività stessa dello scrittore, che va al di là dell'attacco di un'opera e del suo valore emblematico? Quando si pensa all'incipit, si ricade sempre sul libro, dimenticando che esso può coincidere con il principiare stesso della produzione letteraria, oppure essere ben più alle spalle di quella riga che segna una prima pagina. Del loro esordio, del primo impatto con la pagina o con l'assenso ad una pubblicazione alcuni scrittori si sono preoccupati molto più che del contenuto della prima riga di un romanzo o di una poesia.
Negli anni '30 e '40 il problema di iniziare, di affacciarsi al lavoro letterario, è particolarmente sentito dagli autori italiani: innanzitutto c'è da decidere se scrivere per sé o per dare uno scossone alla società, cioè se rifugiarsi nella 'Cittadella delle Lettere' (scelta ovviamente più facile e tollerabile da parte del regime) o diventare intellettuali militanti, aderendo anche alla lotta politica; dalla prima scelta sono nati movimenti di restaurazione letteraria, dal secondo esperienze confluite con varie tonalità all'interno del Neorealismo. Un secondo dilemma nasce dalla svolta percepita come necessaria conseguenza del poggiare la penna sul foglio o le dita sulla macchina da scrivere: il primo segno che appare sulla carta genera un'opera che, una volta avviata e terminata, avrà prodotto una trasformazione irreversibile nell'autore.
Su questo aspetto dell'attività letteraria sembrano dialogare sulla carta due autori che hanno compiuto il loro cammino professionale a stretto contatto, addirittura nella stessa casa editrice: Cesare Pavese e Italo Calvino. Basta infatti soffermarsi su alcuni brani de Il mestiere di vivere e sulla premessa a Il sentiero dei nidi di ragno (esordio e unico prodotto neorealista di Calvino) per cogliere importanti affinità, segno di un dibattito probabilmente diffuso fra gli intellettuali del tempo.
Il 23 novembre 1937, il diario biografico e letterario di Pavese registra questa affermazione:
L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità –, si vorrebbe morire.
Parrebbe una dichiarazione generica, in cui si mescola quello stato di fibrillazione, curiosità e slancio che coglie qualsiasi persona inizi una qualsiasi attività. Che, però, Pavese riferisca nello specifico questa idea di un principio carico di entusiasmo anche all'attività della scrittura è evidente dal richiamo ad un precedente aforisma, datato al 17 ottobre 1935:
Una cosa sola (tra le molte) mi pare insopportabile all’artista: non sentirsi più all’inizio.
Abituati come siamo, nel nostro tempo, a considerare l'apprendista una persona svantaggiata, emarginata e spesso sottovalutata (condizione, ahinoi, valida sia in campo lavorativo che nello studio), una simile frase sembra incredibile. Siamo poco propensi a ritenere che chi intraprende una qualsiasi opera sia privilegiato rispetto a chi ha avviato da tempo il suo cammino o, addirittura, è diventato un esperto in un certo campo. Nell'era del «Cercasi figura x con esperienza pluriennale» e in cui anche l'autore emergente è guardato con diffidenza, l'elogio dell'inesperienza che si può estrapolare da questo breve pensiero di Pavese sembra vecchio di secoli.

A. Savinio, Il sogno del poeta (1927)
Eppure, se ci pensiamo, è proprio l'ingenuità che alimenta un sogno: esso è puro, toccato soltanto da un eccesso di volontà, senza confini, aperto a mille possibilità. Quando il cammino inizia, esso segna per forza di cose una direzione e, anche tornando indietro e scegliendo una strada alternativa ad un bivio già incontrato, si procederà con il faro dell'esperienza precedente, che inevitabilmente modificherà il nostro approccio alla novità. Si potrà obiettare che è questo il bello della maturazione: poter prevedere lo sviluppo di una scelta, valutarne le alternative, aggiustare il tiro di un progetto. Ma è proprio questo che, secondo Pavese, macchia come un peccato originale lo stato di purezza con cui ci accingiamo ad una nuova esperienza: ogni previsione, ogni ponderazione, ogni confronto con quanto già fatto impedisce all'artista di produrre in totale libertà, senza condizionamenti.
È quanto afferma anche Italo Calvino, riflettendo su un esordio dal quale, come è noto, ha poi preso le distanze, preferendo una narrativa fiabesca e sperimentale all'esperienza del Neorealismo (comunque affrontata in modo originale nel primo romanzo):
Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
Se ci pensiamo, di ogni artista o scrittore studiato abbiamo sempre incontrato fantomatiche suddivisioni di diverse fasi di produzioni, da quella giovanile a quella tarda, dividendo le opere in correnti e individuandone le variazioni di influenza. Una simile visione, di impostazione sequenziale, avvalora l'idea, comune ai due autori, di un cammino che, dal momento in cui è iniziato, va definendo colui che lo intraprende e lungo il quale l'esordio appare sempre come un necessario termine di paragone: l'Alighieri che scrive la Commedia è continuamente riportato agli esordi della Vita Nuova e all'esperienza stilnovista poi ripudiata, il Parini che chiude la propria esistenza con odi malinconiche è percepito in uno stato di decadenza accentuato dal confronto con la verve satirica de Il Giorno e lo stesso Calvino è sempre presentato come colui che ha avvertito come un pentimento dopo la pubblicazione de Il sentiero dei nidi di ragno.
Appare dunque evidente che la prima opera va già cristallizzando, quasi in ottica pirandelliana, le forme assunte dallo slancio artistico: tutto quanto viene dopo è un confronto e non può essere analizzato di per sé, perché tutto quanto prende vita viene ingabbiato nel meccanismo temporale dell'evoluzione, che non ammette riavvolgimenti.
Lo stesso Calvino, nell'ultimo capitolo delle Lezioni americane, spiega questo sostanziarsi del lavoro letterario nel suo passaggio dall'idea all'opera o, per scomodare Aristotele, dalla potenza all'atto:
L’inizio è anche l’ingresso in un mondo completamente diverso: un mondo verbale. Fuori, prima dell’inizio c’è o si suppone che ci sia un modo completamente diverso, il mondo non scritto, il mondo vissuto o vivibile. Passata questa soglia si entra in un altro mondo, che può intrattenere col primo rapporti decisi volta per volta, o nessun rapporto. L’inizio è il luogo letterario per eccellenza perché il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha limiti visibili. […] Gli antichi avevano una chiara coscienza dell’importanza di questo momento, e aprivano i loro poemi con l’invocazione alla Musa, giusto omaggio alla dea che custodisce e amministra il grande tesoro della memoria, di cui ogni mito, ogni epopea, ogni racconto fanno parte.
Sebbene Calvino si riferisca qui all'incipit della singola opera (quello di cui parlavamo in apertura), il concetto dell'ingresso nel mondo verbale può essere rapportato anche all'intera carriera autoriale, segnando un distacco tra un prima e un dopo.
Giacomo Leopardi esprime la propria ammirazione per lo stato di ingenuità che permette all'essere umano (dunque anche all'artista) di affacciarsi con purezza alle esperienze future: l'aspettativa è massima nel momento in cui ci si accinge ad una novità di cui non si possono ipotizzare, in quanto inesperti, i risvolti. Accade così che il giovane è nutrito per sua stessa natura di illusioni che l'esperienza trasforma in inganni (basti pensare ai vv. 36-40 di A Silvia: O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?); in seguito, muta anche la prospettiva con cui l'adulto guarda ciò che era e ciò che sognava prima di tali esperienze, leggendo quello stato di purezza in modo completamente diverso.

L'inizio, insomma, produce fisiologicamente esperienza, e l'esperienza muta tutto quanto segue all'inizio, staccandolo completamente da ciò che esisteva prima di esso. Per l'artista ciò può essere un bene, uno strumento per valutare la propria maturazione e avvicinarsi alla perfezione, oppure, al contrario, il segno di una trasformazione che non può essere diretta ma è quasi meccanicamente determinata. Probabilmente un letterato metodico e fiducioso nell'evoluzionismo tecnico ritiene che il progredire sia un beneficio, mentre chi è ossessionato dal bisogno di rispecchiarsi immediatamente nella propria scrittura può arrivare ad un rapporto maniacale con l'opera. Ad un estremo della bilancia si collocano personaggi come Dante o Manzoni, che del loro punto di arrivo fanno il termine di un progetto coerente, all'altro capo stanno Petrarca e Tasso, maniacalmente legati alla definizione di sé attraverso il Canzoniere e la Gerusalemme Liberata. Calvino e Pavese si collocano in prossimità di questi ultimi, ma con una differenza: il primo, che Pavese stesso ha chiamato «scoiattolo della penna», ha tentato e perseguito la via della sperimentazione per sfuggire a qualsiasi definizione, il secondo è rimasto radicato ad un'idea di arte-vita (nel senso di un'arte che regolarizza ed equilibra la vita) irrealizzabile, il cui fallimento è stato, per quanto si può comprendere dal diario, fra i motivi del suicidio.
E ora la parola a voi: l'inizio, artisticamente parlando, è più un calderone di opportunità al quale attingere a piene mani oppure una zavorra che definisce tutto quanto avverrà in seguito? Condividete o meno la posizione di questi due grandi autori?

C.M.

giovedì 4 febbraio 2016

Nove saggi danteschi (Borges)

La Commedia è un'opera perfettamente rispondente all'ottava definizione che Italo Calvino dà del classico: «un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso». Jorge Luis Borges sembra partire proprio da una tesi simile nel suo approccio al poema di Dante, poiché gli interventi raccolti nei Nove saggi danteschi (editi da Adelphi) sono tesi ad affermare il valore basilare della Commedia, del suo contenuto, dei suoi personaggi e del suo stile proprio scansando l'enorme quantità di opinioni critiche che sulle sue pagine si sono sedimentate.

Senza sottovalutare il lavoro analitico dei teorici, Borges propone una lettura diretta del poema, suggerendo di dimenticarne le rampollanti interpretazioni solo per un attimo, restituendo al testo la centralità che merita e liberandosi degli apparati. La critica non è destituita, ma lasciata al suo ruolo ancillare e Borges ribadisce così il significato primario del testo. Dante, in fondo, come ogni altro grande autore, non è la critica dantesca, per quanto la critica dantesca sia un valido supporto per l'analisi profonda.
I Nove saggi danteschi, dunque, si presentano come un libricino di opinioni e letture estremamente accessibili a chiunque, quale che sia il livello di conoscenza della Commedia o della teoria della letteratura. Avendo l'accortezza di leggere o rinfrescare i canti di Dante prima di approfondire il relativo intervento di Borges (che, comunque, si concentra prevalentemente sugli episodi e i versi più noti), la sua analisi risulta sempre limpida, naturale, mai appesantita da rimandi e citazioni specialistiche. Il risultato, insomma, è una raccolta di interventi di forte potenziale divulgativo, che certo non si sostituiscono agli strumenti specialistici dell'interpretazione, ma che attirano il lettore comune, quello che riesce ad ascoltare e amare Dante anche senza penetrarne tutti i segreti, che è poi quello che accade anche a scuola, al momento della lettura del canto di Francesca o della lode della Vergine.
Gli aspetti centrali della lettura che Borges affida ai suoi saggi sono riassumibili in tre punti. C'è innanzitutto l'attenzione allo stile, alle peculiarità espressive del poeta fiorentino, capace di un realismo in cui convivono, senza stridere, un'estrema tenerezza e una durezza senza confini. Un realismo e un'intensità che spremono ogni suono e ogni significato dal verso e dalla parola, riuscendo ad affrescare enormi pareti con pochissimo colore.
Un romanzo contemporaneo ha bisogno di cinquecento o seicento pagine per farci conoscere un personaggio, sempre che riusciamo a conoscerlo. A Dante basta un solo momento. In quel momento il personaggio è definito per sempre. Dante cerca inconsciamente quel momento centrale. […] La trovata di Dante nel Medioevo <è> presentare un momento come cifra di una vita. In Dante abbiamo personaggi la cui vita può limitarsi ad alcune terzine, e tuttavia quella vita è eterna. Vivono in una parola, in un atto, non serve di più; sono una parte di un canto, ma quella parte è eterna. Continuano a vivere e a rinnovarsi nella memoria e nell’immaginazione degli uomini.
In secondo luogo c'è il ruolo di Dante personaggio e poeta, un uomo che ricerca la gloria letteraria al punto da sentirsi parte di quel circolo letterario che si forma nel Limbo, presso il castello degli Spiriti Magni, ma che, allo stesso tempo, fatica a comprendere gran parte di quella Giustizia che ostinatamente richiama nel poema e, nel tentare di svelarne i misteri, manifesta un'audacia che lo avvicina all'uomo più tracotante dell'Inferno: Ulisse. Come il sovrano di Itaca ha osato spingersi oltre i limiti imposti da Dio all'uomo, così Dante ha cercato di dipanare l'intricata matassa del creato, immaginando addirittura di aver scorto, nella luce dell'Empireo, «legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna: / sustanze e accidenti e lor costume, / quasi conflati insieme» (Par. XXXIII, 86-89). Dante ha peccato di quella superbia di cui si incolpa identificandosi con i peccatori della prima cornice del Purgatorio, volendo svelare il mistero di Dio ed essere ricordato come un faro letterario alla pari di Omero o Virgilio, per quanto la visione sia tanto ampia da non permetterne un'accurata descrizione e molte domande siano destinate a rimanere senza soluzione o a morire nella risposta di un «vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole», cioè in un richiamo all'imperscrutabile volere di Dio.
Per questo il personaggio di Ulisse ha la forza che ha, perché Ulisse è un specchio di Dante, perché Dante sentì che forse anche lui avrebbe meritato un simile castigo. Aveva scritto il poema, ma aveva anche infranto le misteriose leggi della notte, di Dio, della Divinità.

Infine, l'attenzione di Borges è catalizzata dalle figure più vivide del poema: oltre a Ulisse, già citato, vengono più volte richiamate le storie di Ugolino, di Virgilio e, naturalmente, di Francesca e di Beatrice, donne poste in stretta correlazione. Borges si dimostra innamorato dell'amore di Dante per Beatrice, al punto da sposare le tesi che vorrebbero la Commedia composta unicamente allo scopo di rappresentare il suo incontro con lei. La delicatezza con cui Borges tratta i versi che Dante fa pronunciare alla sventurata amante di Rimini e l'estremo rispetto che egli offre ad un poeta che attraverso di lei rivive il sogno di un amore impossibile appartengono ad una gamma di sentimenti che solo il lettore appassionato della Commedia può provare: Borges sembra lì, terzo accanto a Dante e Virgilio, ad ascoltare Francesca e sta osservando il disorientato pellegrino che freme di commozione di fronte al pianto di lei. E niente, quel che si prova leggendo Borges e rileggendo Dante dopo Borges fa tremare il cuore.
Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante molto poco, forse niente, per Beatrice; tutti noi siamo propensi, per pietà, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto, indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo le traversie del suo illusorio incontro e penso a due amanti che l’Alighieri sognò nella bufera del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicità che non ottenne. [...]
C’è qualcosa che Dante non dice, ma che si avverte per tutto l’episodio e forse gli conferisce la forza che ha. Con infinita pietà, Dante racconta il destino dei due amanti e sentiamo che prova invidia per quel destino. Paolo e Francesca sono nell’Inferno e Dante si salverà, ma loro si sono amati, mentre lui non ha ottenuto l’amore della donna che ama, di Beatrice. […] Quando Francesca parla, dice «noi»: parla per sé e per Paolo, altro modo di essere uniti. Sono uniti per l’eternità, dividono l’Inferno, e questo a Dante dev’essere sembrato una specie di Paradiso.
Mi sono dilungata fin troppo nella descrizione di un'opera che si legge in meno tempo di quanto richieda questo mio pezzo. Ma sapete come sono quando si tratta di Dante... e non c'è da stupirsi se anche ora che inizio a conoscere Borges (non a caso amico ed estimatore stimato di Calvino), il mio fanatismo mi porta ad eccedere nei particolari. Se amate la Commedia, non perdetevi questo libricino: non arricchirà la vostra conoscenza tecnica o filologica del poema, ma umanamente non potrete più dimenticarne l'eco leggendo i versi del Sommo.
Nessuno ha il diritto di privarsi della gioia della Commedia, della gioia di leggerla in modo ingenuo. Dopo verranno i commenti, il desiderio di conoscere il significato di ogni singola allusione mitologica, di vedere come Dante abbia ripreso un gran verso di Virgilio e l’abbia forse migliorato traducendolo. Ma all’inizio dobbiamo leggere il poema di Dante con la fede di un bambino, abbandonarci ad esso; ed esso ci accompagnerà tutta la vita.
C.M.

martedì 2 febbraio 2016

Owl Prize #16

A due mesi esatti dall'ultima premiazione, Owl Prize ha in serbo per voi suggerimenti di lettura dal mondo dei blog che possono soddisfare ogni palato. Stavolta la scelta degli otto pezzi è stata molto dura: ci sono stati tanti interventi di grande interesse e scovare i più affascinanti ha richiesto molto tempo. Li trovate, come sempre, ordinati in ordine cronologico, dal meno recente al più fresco.

  • Prendendo spunto da una nuova uscita editoriale e dalla propria tesi di Laurea, Penny di What we talk about when we talk about books ci guida alla scoperta della Belle Époque napoletana e della storia di Matilde Serao, scrittrice che dovrò prima o poi decidermi a leggere, di cui vengono esaminate anche le contraddizioni.
  • Michela, nel suo Appuntario, ci presenta La morte di Sardanapalo coniugando in un unico post il racconto del celebre sovrano orientale e l'analisi del dipinto di E. Delacroix dedicato proprio a questo tema e ai toni di crudeltà e passione che si mescolano nella tela.
  • Dato il mio legame con Venezia (che mi ricorda i sacrifici del corso di abilitazione ma anche le soddisfazioni ad esso legate e i panorami mozzafiato che si presentavano durante le corse a lezione), non potevo che restare affascinata dal percorso dedicato da Emanuela alle rappresentazioni di Santa Maria della Salute su Didatticarte.
  • Infine, ultimo per cronologia ma primo per profondità è Dov'è dunque Dio? un'intensa riflessione di Maria, autrice di Scratchbook, sulla Shoah e sulle risposte dei protagonisti della letteratura alla spinosa domanda inevitabilmente generata dalla tragedia dei Lager.
Se non avete già letto questi pezzi, mi raccomando di provvedere: buona lettura e a presto con i nuovi post e... i festeggiamenti dell'imminente compleanno di Athenae Noctua, in occasione del quale ci sarà un cambio totale di abito (o piumaggio che dir si voglia)!

C.M.
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