lunedì 30 maggio 2016

Anche noi l'America (Henríquez)

Era da diverso tempo che non mi capitava di non sapere come iniziare una recensione. Il fatto è che, terminata la lettura di Anche noi l'America di Cristina Henríquez (NN editore), sono rimasta senza parole per un'ora abbondante. Ho chiuso il libro e me ne sono rimasta a fissare il vuoto, come se, evitando di concentrarmi su qualsiasi altra cosa, riuscissi a trattenere i personaggi e le emozioni di questo romanzo. E quando un libro ti lascia così, quando non ti permette di scioglierti dal suo incantesimo, anche individuare la lettura successiva è impresa ardua. E spiegare quell'incanto non è certo più facile.

The Book of Unknown Americans - questo il titolo originale del romanzo - accompagna il lettore nelle vite di alcune famiglie latino-americane migrate nel Delaware. Fra loro spiccano i Rivera, messicani, e i Toro, originari di Panama. Le loro vicende si incrociano grazie a Maribel Rivera, un'adolescente che, in seguito ad un incidente, ha riportato una lesione al cervello e ha perso la propria vivacità, offrendo raramente una breccia per il suo animo ai suoi amati genitori e al resto del mondo. Mayor, il secondogenito della famiglia Toro, si inserisce in questo spazio e stabilisce una comunicazione tenera e autentica con Maribel: con Mayor, la giovane recupera il carattere perduto, l'allegria e la spinta ad aprirsi, proprio perché il ragazzo non la vede come una persona diversa da accudire e compatire, ma, semplicemente, come la vedrebbe un amico sincero o un innamorato. Attorno a loro si levano le diffidenze di Rafael Toro, padre di Mayor, che disapprova che il figlio frequenti una ragazza con dei problemi, i timori e i sensi di colpa di Alma, la madre di Maribel, che non riesce a darsi pace per l'incidente, le insicurezze lavorative che incombono su entrambe le famiglie con la crisi economica e tutto l'insieme delle violenze e dei pregiudizi che ricadono sulla piccola comunità ispanica.
A tessere le fila del racconto sono principalmente Alma e Mayor, i due personaggi più legati a Maribel, ma ogni capitolo che offre spazio alle loro voci è intervallato dalla testimonianza di altri immigrati che vivono nel palazzo dei Rivera e dei Toro: lo stesso Rafael, la linguacciuta Quisqueia Solís, il proprietario dell'edificio Adolfo e molti altri. Il romanzo si trasforma così in un racconto corale che tiene fede al titolo sia nella sua forma inglese sia nella traduzione (la cui scelta viene spiegata in una nota del traduttore, Roberto Serrai) e che testimonia il bisogno di tante persone di sentirsi americane, di lasciare dietro di sé vite violente o segnate da destini infelici per inseguire il sogno della felicità. Gli Americani sconosciuti, coloro che chiedono di far parte dell'America sono persone come i Rivera, che nel Delaware cercano scuole attente ai bisogni di Maribel e sacrificano lo strettissimo legame con la famiglia e le origini per garantirle un futuro migliore. Attraverso il loro canto, i diversi personaggi creano una corolla di vite attorno a quelle di Maribel, Toro e Alma e trascinano in quell'abbraccio anche il lettore.

Cristina Henríquez

Anche noi l'America mi ha colpito come solo la grande letteratura sa fare. Cristina Henríquez si dimostra non solo un'abile ideatrice di storie, ma un'acuta osservatrice di un mondo umano brulicante di tante vite diverse: la sua prosa si infila nelle pieghe dell'esistenza di ciascun personaggio e ne esce carica di sfumature, avvolge con delicatezza il lettore e lo guida in una piena fusione con l'universo narrativo. Sfogliando questo romanzo sembra di calarsi nei piccoli appartamenti ispanici, di poter prendere per mano Maribel, di poter tendere le braccia a stringere e consolare la malinconica Alma.
Ed è naturale che, dopo aver stretto un legame tanto forte con un libro e con i suoi personaggi, niente sia più come prima e si provi un piccolo shock nel doversi separare da un racconto tanto ricco, vivido e commovente. Anche noi l'America è, semplicemente, un libro da non perdere.
Avevamo impacchettato la nostra vecchia vita e l’avevamo lasciata indietro, poi ci eravamo precipitati verso una nuova esistenza con poche cose, noi stessi e la speranza. Sarebbe bastato? Andrà tutto bene, mi dissi. Andrà tutto bene. Lo ripetei come una preghiera finché, alla fine, non mi addormentai anch’io.
C.M.

venerdì 27 maggio 2016

Io e Henry (Pesce)

Dirigendomi allo stand di Marcos y Marcos al Salone del libro, avevo già in mente cosa portare a casa, anche se poi ho subito l'assalto di molte altre tentazioni. Nella mia lista c'era, infatti, Io e Henry di Giuliano Pesce, di cui mi aveva colpita la trama e, grazie allo staff presente in fiera, mi sono definitivamente decisa a leggere questo libro.
Protagonista del romanzo è un giovane giornalista, Tagliaferro, che incontra un vecchio che si fa chiamare Henry Thoureau in un centro psichiatrico dove il paziente dice di essere trattenuto contro la propria volontà perché custodisce un enorme segreto. Tagliaferro è lì per scrivere un articolo, ma il pezzo che ne ricava è orribile e ciò che fa breccia nella sua attenzione è proprio il vecchio Henry, con le sue strampalate storie di spionaggio. Senza pensare che Henry possa effettivamente essere un malato di mente, Tagliaferro inizia a dar credito alle sue supposizioni, fino a lasciarsi coinvolgere nella rocambolesca missione di recupero del misterioso Registro 01, sottratto ad un'organizzazione pseudo-massonica e da questa avidamente ricercato.
La storia è risultata immediatamente avvincente, fin dalla lettura della quarta di copertina, anche se sembra far leva su argomenti già visti, dal complotto politico al testo che racchiude le sorti dell'umanità, dall'internamento del folle agli inseguimenti da parte degli antagonisti. Anche la lettura è risultata, in effetti, molto scorrevole e piacevole, ma è mancato qualcosa che confermasse il mio iniziale entusiasmo. Per esempio, credevo che tutta l'impalcatura, con tanto di luoghi comuni, fosse sorretta da una premessa ironica che desse alla vicenda un taglio particolare, meno familiare. O, ancora, pensavo che lo stile narrativo presupponesse una sorta di disegno, che le citazioni messe in bocca a Henry o le nozioni scientifiche sparse qua e là dovessero tornare utili in qualche risvolto della storia. Invece è parso tutto un po'artificioso. Destano perplessità i numerosi passaggi in cui il protagonista-narratore richiama gli oggetti dei propri studi (che sono poi quelli dell'autore) o insiste su metafore mitologiche e letterarie, anche nel travestimento dei personaggi della cerchia di spionaggio di Henry, per non parlare dei brani in cui Tagliaferro afferma di non ricordare ciò che descrive con una chiarezza terminologica che lo smentisce. Insomma, ci sono degli sfoggi di cultura che non appaiono ben integrati con la narrazione, per quanto questa non si riveli mai appesantita dai particolari. Mi sto ancora chiedendo se questo accumulo miri a costruire la personalità di un narratore inaffidabile entrato in contatto con uno squilibrato (o squilibrato a sua volta, data la facilità con cui gli dà credito) e se, di conseguenza, sia un espediente calcolato ma non sufficientemente sviluppato, o se si tratti di una sorta di vizio dovuto ad uno stile da perfezionare. Insomma, rimane un'ambiguità, forse voluta, in merito all'opportunità della fiducia concessa ai due protagonisti, tenendo bene a mente il monito dello stesso Henry sulla necessità di guardarsi dai pazzi, non diversamente dall'obbligo di diffidare di tutti i Cretesi, notoriamente bugiardi secondo un diffuso aneddoto filosofico.
Ciò nonostante, di Io e Henry ho un giudizio positivo, non fosse altro per la vivacità della declinazione del tema dell'incontro del folle con la realtà e del disorientamento che ne deriva. L'unico aspetto che proprio non mi è andato giù è l'uso eccessivo delle parentesi per sottolineare gli incisi del pensiero del narratore: numerosissime in ciascuna pagina, arrivano addirittura a racchiudere interi paragrafi. Per il resto posso dire di aver trovato un libro gradevole, che consiglierei per un paio d'ore di svago. L'avventura di Tagliaferro e del suo misterioso compagno si dipana in una serie di incontri conditi con il sale della spy-story, ma in una salsa tutta italiana che genera uno stridore su cui si basa tutta la dialettica fra follia e lucidità del romanzo... o, almeno, questo è parso a me. L'aspetto più interessante, infatti, sta nelle aspettative esagerate di Tagliaferro, che spesso si vede come un novello 007, salvo sbattere immediatamente il muso contro informatori che non hanno nulla delle sexy Bond-girl e in ambienti ben lontani da ville di lusso, come puzzolenti bar e motel sudici. In questo ribaltamento del genere, condito di autoironia e di spunti per riflettere sulla libertà, sulla prigionia, sul significato dei sogni e sul valore delle illusioni, sta la vera originalità del romanzo di Giuliano Pesce, cui qualche difetto si può certamente perdonare.
In quelle settimane, lunghe e dense come migliaia di anni, ho cercato di trovare una motivazione (o anche più di una) che spiegasse il comportamento del vecchio Henry. Forse dipendeva da quello che aveva fatto in passato, forse da quello che avevano fatto a lui.
La verità è che non è mai stato un individuo, nel senso comune del termine. Ha vissuto non una, non due, ma infinite vite; e tutte insieme.
Finché siamo rimasti l’uno accanto all’altro, non sono stato in grado di comprenderlo davvero. Ogni tanto mi sembrava di avvicinarmi alla sua essenza, ma – devo dirlo – nonostante i miei sforzi, sono riuscito appena ad assaggiarla, gustandone il dolce e, poi, soprattutto l’amaro.
C.M.

mercoledì 25 maggio 2016

Gli Egizi a Torino

La mia prima visita alla città di Torino e al suo celeberrimo museo egizio risale ad oltre dieci anni fa. La passione per la storia, l'archeologia e questa antica civiltà in particolare è ancor più datata: bisogna tornare all'anno scolastico 1995-1996, quando iniziai a studiare le tradizioni delle popolazioni del Nilo e gli affascinanti rituali legati alla loro terra. Inutile dire che, in mancanza di un sopralluogo locale, l'entrata nel museo torinese fu l'esperienza più esaltante che potevo unire alla mia curiosità.
 
Maschera funebre di Merit
La magia si è ripetua qualche giorno fa, mentre ero a Torino per il Salone internazionale del libro. Il ritorno al museo, alla scoperta del suo percorso rinnovato sotto la guida di Christian Greco, è stato un modo per ritrovare un pezzo di cuore. E dunque, partendo alla volta della città sabauda, avevo già con me la prevendita dei biglietti e immaginavo una rilassante camminata fra le sale per il lunedì dopo la fiera. In realtà di rilassante c'è stato poco, perché è stato come affrontare una bellissima escursione. Mi sono persa per ore fra quei corridoi, ad ammirare ogni reperto con la mente un volta un po'ai numerosi documentari di Piero e Alberto Angela che ho divorato negli anni, un po'alle riviste su cui ho approfondito la mia conoscenza dell'antico Egitto e un po'alla guida fornita a ciascun visitatore, utilissima per soffermarsi su particolari che, altrimenti, potrebbero sfuggire. A questo proposito, voglio esprimere la mia ammirazione per il coinvolgimento personale del Dott. Greco nell'accoglienza dei visitatori, con un intervento personale nei contenuti informativi.
 
Statuette delle teche della cultura materiale
 
Il percorso museale, che inizia dal secondo piano per discendere gradualmente, procede dall'epoca predinastica a quella romana e tardo-antica, ripercorrendo le fasi salienti della storia egizia e la sua scansione in Antico, Medio e Nuovo Regno per poi dilatarsi in sale a tema, come quella dedicata ai sarcofagi o alla Galleria dei Re. Vi trovano spazio reperti di ogni genere, che documentano accuratamente la vita degli egizi: sarcofagi, corredi funerari, libri dei morti, oggetti di vita quotidiana, statue colossali di faraoni e divinità contribuiscono a costruire attorno al visitatore un piccolo Egitto. Alcuni reperti provengono da siti particolarmente generosi, come la tomba di Kha e, addirittura, al piano terra trova spazio il Tempio di Ellesjia, struttura donata in segno di ringraziamento per la partecipazione di missioni italiane di salvataggio dei beni archeologici egizi. Il patrimonio artistico, inoltre, è arricchito in questo periodo (fino al 4 settembre) dall'allestimento della mostra Il Nilo a Pompei, che si concentra sull'influenza egizia nella cultura greco-romana, restituendo anche importanti tracce del culto isiaco tanto in voga a Roma dal II sec. d.C..
Statua di Ramses II
Tre sono gli aspetti che distinguono il Museo egizio di Torino da tanti altri spazi espositivi storico-archeologici: da un lato la guida passo-passo che sostiene il visitatore, permettendogli di trasformare una qualsiasi camminata con tappe in saloni pieni di reperti in un'esperienza completa e coinvolgente, dall'altro la prevalenza, data la provenienza dei reperti perlopiù da sepolture, di testimonianze di vita quotidiana, che ci pongono non di fronte ad una società di guerrieri e dominatori (e quella egizia lo fu), ma a contatto con persone comuni e con le abitudini di tutti i giorni... per questo ho trovato particolarmente affascinanti le teche dedicate alla cultura materiale e i corredi della tomba di Kha e Merit. 
Un terzo elemento di merito è la fedeltà del museo alla propria vocazione: la struttura si presenta come un luogo attivo di ricerca, come un vero laboratorio archeologico e storico che tiene viva la tradizione inaugurata nella seconda metà del XVIII secolo con l'arrivo dei primi oggetti egizi e l'esplosione dell'egittomania e del collezionismo che a Torino, grazie a Bernardino Drovetti e il re Carlo Felice, portò alla costituzione del primo nucleo del tesoro museale. Il percorso di visita, infatti, comprende una primissima sezione, superata la biglietteria, dedicata alla ricostruzione della storia del museo e non va dimenticato che ancora oggi Christian Greco, in rappresentanza del museo, lavora negli scavi in Egitto, in particolare a Saqquara. Ciò dimostra che il Museo egizio di Torino non è solamente un luogo di spettacolo che punta a staccare i biglietti (ed è attualmente fra i musei italiani più visitati e amati), ma anche e soprattutto una fucina scientifica in cui operano professionisti che non cedono ad una visione meramente turistico-commerciale per nutrire invece una visione globale, attenta e rispettosa della complessità del fenomeno culturale.

Parte di un libro dei morti

C.M.

lunedì 23 maggio 2016

Memorie di una interprete di guerra (Rževskaja)

Ci sono libri che ci colpiscono per il loro titolo, altri che attirano la nostra attenzione per la copertina, altri ancora cui arriviamo solo dopo aver letto la quarta di copertina.
Alle Memorie di una interprete di guerra di Elena Rževskaja (Voland) sono arrivata per tutti questi motivi: la foto che campeggia sotto il titolo, che porta l'attenzione alla Germania del secondo conflitto mondiale, il titolo che faceva intuire che non avrei letto un semplice saggio ma un'esperienza personale legata al rapporto con la Storia.
Non da ultimo, è risultato determinante che a scrivere questo libro sia stata una donna. Non è infatti così frequente pensare ad una donna nei reparti militari, specie in riferimento al Novecento: leggere le parole di una giovanissima tenente che ha assistito ad una delle pagine più oscure e complesse della storia dell'umanità è stata indubbiamente una preziosa occasione di arricchimento.
Quando ci si accinge a scrivere di cose che si sono vissute, costringiamo spesso la memoria a una certa coerenza. Ma questa non è una sua caratteristica. La memoria vive di punti, di associazioni, di odori, di rimandi, di dolore...
Elena Moiseeva Kagan (n. 1919) ha assunto il cognome di Rževskaja a ricordo della durissima difesa della città di Ržev durante l'invasione tedesca dell'Unione sovietica, la cosiddetta Operazione Barbarossa. Questo episodio, infatti, vide Elena in prima linea, data la sua inclusione nell'Armata rossa come interprete. Respinta l'offensiva nazista, Elena partecipò alla marcia entro i territori del Reich e alla battaglia di Berlino e fu testimone del ritrovamento e dell'identificazione del cadavere di Adolf Hitler.
Memorie di una interprete di guerra ricostruisce gli avvenimenti intercorsi fra la partecipazione della Rževskaja al corso per interpreti destinati all'esercito e l'ultimo colloquio dell'autrice con il generale Rostov, capo dell'esercito sovietico responsabile della capitolazione tedesca. Nelle pagine di questo lungo diario, che racchiude esperienze personali, episodi della vita di compagni d'armi, frammenti dei memoriali di militari sovietici e funzionari tedeschi e atti di corrispondenza, si delinea chiaramente la complessa dialettica fra la necessità della missione antinazista e il problema della gestione del successo a posteriori. Elena Rževskaja stessa dimostra come l'esercito di Stalin interpretasse la guerra contro il Reich e la caccia al suo Führer come una grande vocazione, al di fuori della quale era il disorientamento totale, l'incredulità di una condizione priva di tensioni.
Sul piano pratico non ero affatto preparata alla guerra. Solo sul piano emotivo. Ma noi andavamo alla guerra come se fosse l’impegno supremo della nostra vita. E, a quel che sembra, non ci siamo ingannati. E ancora una cosa: le emozioni si sono rivelate assai più resistenti di molti oggetti pratici, in ogni caso più resistenti dei miei stivali bucati.
Se la prima parte del libro si concentra sul disagio dell'avanzata nelle nevi russe e nei pericoli della vita al fronte, in cui abbondano testimonianze di episodi comuni e intimi della vita quotidiana dei militari in difesa, il grosso della narrazione è occupato da una scomoda testimonianza dell'autrice a proposito del suicidio di Goebbels e Hitler e dell'occultamento del suicidio di quest'ultimo.

Il Reichstag dopo i bombardamenti
Presentandoci con dovizia di particolari, e secondo le diverse prospettive via via aggiuntesi alle prime deposizioni e rilevazioni, tutta la sequenza di eventi che si svolsero fra l'entrata dell'Armata rossa a Berlino, la conquista del bunker in cui il Führer e il suo stato maggiore avevano trascorso i loro ultimi momenti di vita e il dopoguerra, la Rževskaja svela al contempo due misteri: da un lato quello della morte di Hitler e dei gerarchi a lui più vicini (particolarmente toccante è la vicenda di Magda Goebbels che, eseguendo l'ordine del marito, uccide i figli nel sonno per non obbligarli a vivere in un mondo senza il Reich), dall'altro quello del comportamento di Stalin, che dapprima incita ad indagare sull'effettiva morte del suo nemico, ma, una volta ricevute prove incontrovertibili, decide di mettere tutto a tacere.
Elena Rževskaja è molto puntuale nel descrivere i fatti e le dichiarazioni cui ha assistito, come interprete, nei mesi di maggio e giugno del 1945 e non lascia trapelare alcun giudizio, nemmeno di fronte alla vicenda dei giovanissimi Goebbels. Al contrario, non fa mistero della sua indignazione nei confronti dell'oscurantismo voluto da Stalin e del disgusto per una strategia di tensione alimentata dal mito della caccia ad Hitler finalizzato a garantire stabilità al regime sovietico. L'autrice riferisce quindi dei suoi contatti con Rostov, il generale trionfatore caduto in disgrazia, e con i testimoni della morte di Hitler non graditi, come l'odontoiatra che ha indentificato il corpo, sottolineando il disagio di dover contribuire all'occultamento della verità, salvo poi raccontarla con i suoi scritti a tutto il mondo.
Varsavia ci osservava dolorosamente dalle voragini carbonizzate delle sue case, dai resti delle pareti strappate via, dalle spettrali ossature dei suoi edifici scarnificati da una valanga di proiettili e di fuoco, da tutto il silenzio delle sue macerie.
Queste rovine sono un tragico monumento dello spirito. E quello che esprimono non si può dire con le parole, non si può raffigurare. Solo le rovine da Vjaz’ma a Varsavia parlano la lingua della sofferenza. 
Le pagine di Elena Rževskaja, tuttavia, non sono solo un memoriale militare, ed è qui che interviene nel modo più evidente la sensibilità femminile: il suo diario è costellato di piccole storie comuni che hanno per protagonisti vecchi russi aggrappati al passato e alla fede, Polacchi che non hanno voluto o potuto abbandonare le loro case scosse dai bombardamenti, soldati innamoratisi nei villaggi attraversati nel corso della marcia e tante, tante donne diverse con cui Elena ha condiviso momenti altrimenti votati alla solitudine. Al di fuori della registrazione degli eventi e delle trascrizioni delle parole di ufficiali e politici, Memorie di una interprete di guerra assume i toni di un romanzo introspettivo, che invita a riflettere sulla guerra, sul farsi largo della pace, sulle paure legate all'una e all'altra, toccando non di rado toni delicati e quasi poetici.

I soldati sovietici issano la bandiera rossa sul Reichstag

Cos’è la Vittoria? Si può scolpirla, e allora prenderà la forma di una Dea trascinata da quattro cavalli su un arco trionfale. Si può farne una creazione architettonica: i Propilei, la Porta di Brandeburgo…
Ma cosa significa per una persona comune? Per chi è rimasto nella patria straziata? Per chi, inseguendola, è arrivato fino a Berlino? Come comunicare uno stato d’animo simile? Il grido di giubilo, quasi si fosse su un’altalena nel punto più alto e tutto traballa… Ecco, è la fine, si è vivi, ci si sente mancare il cuore per la gioia indescrivibile… dunque gireremo ancora per le strade delle nostre città, guarderemo il cielo, guarderemo intorno a noi, faremo ancora qualcosa, e niente più guerra, mai più. Ed ecco che monta l’amarezza per le esperienze vissute e lo smarrimento di fronte al futuro ritrovato.
Come serbare lo spirito della vittoria, dove forse la cosa più esaltante è proprio l’amarezza? Come commisurare la vittoria ai grandi sforzi, inesorabili, pieni di abnegazione, compiuti per raggiungerla?
C.M.

venerdì 20 maggio 2016

Le donne dell'Impressionismo e la lettura. Berthe Morisot e Mary Cassatt

Quando si pensa alla grande arte e in particolare all'Impressionismo vengono in mente molti nomi di artisti, quasi esclusivamente uomini. Pensiamo immediatamente al precursore del movimento, Éduard Manet, al suo più noto esponente, Claude Monet, a Pierre-Auguste Renoir e a Edgar Degas, per citarne soltanto alcuni. Di questi pittori ricordiamo molti quadri, abbiamo stampati nella memoria i paesaggi e qualche figura memorabile, come le ballerine o le signore a passeggio sotto i loro ombrellini.

Mary Cassatt, Donna che legge in giardino (1880)
Si tende, invece, a dimenticare che la storia di questo movimento artistico annovera anche alcuni nomi femminili, primi tra tutti quelli di Berthe Morisot (1841-1895), troppo spesso ricordata soltanto come la cognata e la modella di Manet, e della statunitense Mary Cassatt (1844-1926), amica della Morisot e allieva di Degas e Pissarro. Queste due artiste hanno in comune la preferenza per figure femminili ritratte in momenti quotidiani e per uno sguardo dolce e delicato alle scene di maternità e dei momenti di condivisione fra le donne e le loro figlie.
Berthe e Mary si conoscono in Francia e a Parigi si distinguono come 'le donne dell'Impressionismo', suscitando l'ammirazione dei colleghi ma anche subendo qualche critica derisoria, in quanto donne. Fortunatamente le famiglie di entrambe incoraggiano i loro studi e il loro talento (per Mary è la madre ad essere un appoggio importante a Parigi, mentre il padre nutre delle riserve e non di rado la ostacola), offrendo loro la possibilità di distinguersi dalle loro coetanee e di intraprendere una carriera di successo artistico. 

Berthe Morisot, La lettura (1873)

Mary Cassatt, La lettrice (1877)

Rispettivamente dal 1874 e dal 1879 Berthe e Mary partecipano regolarmente alle mostre degli Impressionisti, ottenendo una notevole stima da parte dei colleghi e conquistando uno spazio autonomo grazie alla loro particolare rivisitazione delle tecniche e dei soggetti cari al movimento: riproponendo ritratti non troppo distanti da quelli di Renoir e Manet, utilizzando anche la stessa tavolozza, esse imprimono alle tele un tocco personale e intimo, che trasforma le sperimentazioni sulla luce e sul cromatismo in piccoli idilli femminili. Berthe Morisot e Mary Cassatt aprono le porte delle case in cui sono relegate le donne, entrano nei salotti, si spostano nei giardini e lì ritraggono le loro amiche e parenti mentre sono raccolte nella lettura o badano a bambini.

Berthe Morisot, La lettura. Julie Manet. (1888)

Mary Cassatt, La lettrice (1878)

Le tele dedicate alle lettrici sono fra le più famose. Spesso ospitano un solo soggetto femminile, ma Mary Cassatt ama anche le scene di lettura di madri alle figlie. 

Berthe Morisot, Lettura. La madre e la sorella Edma (1869)
La stessa Berthe, comunque, ritrae le donne della sua famiglia in lettura già nel 1869: in una tela realizzata in questo anno Edma, la sorella più celebre per l'apparizione in La culla, affianca la madre mentre legge. I ritratti di lettori più affascinanti e più segnati dall'esperienza impressionista sono però La lettura (1873) e i ritratti della figlia, Julie Manet, datati al 1886 e al 1888: in questi dipinti la bambina è immersa in ambienti luminosissimi in cui la pittrice ha modo di sperimentare il suo personale stile nella pennellata e nel trattamento della luce; se nel primo quadro, a tinte fredde, Julie sembra quasi presa dall'impegno della lettura ed è colta in un'espressione seriosa, la tela successiva la immortala come una piccola donna che ha conquistato il piacere della lettura e che ne è rasserenata.

Mary Cassatt, Lettura alla figlia (1910)

Mary Cassatt ha soggetti maggiormente diversificati, che le ispirano ritratti di donne sprofondate in poltrona assorte in una lettura personale e non particolarmente rivelatrice di emozioni ma anche affettuose condivisioni di pagine in Una balia che legge ad una bimba (1895), una madre che guida una figlia nel primo incontro con i libri in Famiglia in lettura (1901) e la coloratissima scena di rapporto madre-figlia in Lettura alla figlia, ritratto del 1910 ambientato in un giardino e che ha per protagonista una madre visibilmente appagata dalla lettura. Scorrendo i dipinti nella loro successione, si nota l'ammodernamento del gusto, sempre meno impressionista e sempre più rispondente alle mode e al gusto del Novecento, nonché all'ambiente americano in cui la Cassatt tenta di esportare la lezione francese.

Berthe Morisot, Ritratto della figlia Julie (1886)
Nel carosello di tele dedicate dalle donne dell'Impressionismo alle lettrici si ripercorre la storia della conquista dell'emancipazione femminile, che passa anche attraverso la cultura e l'accesso ai libri. Osservando le figure di madri, balie e bambine che si riuniscono attorno ad un libro, pare quanto mai veritiero quanto affermato da Luigi Mercantini in merito all'importanza di una educazione letteraria per le fanciulle, vista non come ostacolo ma come potenziamento del loro ruolo di madri e - concetto assolutamente moderno - di cittadine. La letteratura, come ogni forma di arte, compresa quella figurativa di cui Mary Cassatt e Berthe Morisot sono fulgidi esempi, è uno strumento per diventare più consapevoli di sé e per imparare ad apprezzare se stessi, fine cui l'emancipazione deve tendere.

Mary Cassatt, Balia che legge ad una bimba (1895)

Mary Cassatt, Famiglia in lettura (1901)

C.M.

NOTE: Questo post si inserisce nell'itinerario artistico dedicato alla lettura nelle arti figurative, collegato all'album Leggere è un'arte.

mercoledì 18 maggio 2016

Il Salone del Libro: un piccolo sogno divenuto realtà (e già la nostalgia)

Ora, a mente fredda, posso raccontarvi il mio Salone. E invece no, perché mi accorgo che al solo ricordo della giornata di domenica il cervello rivive l'entusiasmo di quelle ore passate fra gli stand, i libri e i lettori di tutta Italia.

Il Salone internazionale del libro di Torino è un evento che tutti gli appassionati lettori dovrebbero provare. Fino a sabato scorso credevo che mi sarebbe bastato passare al Lingotto un giorno soltanto, ché già è stato difficile ritagliare i due giorni minimi necessari allo spostamento e al godimento dell'evento. Invece domenica mi è apparso immediatamente chiaro che, in pieno stile Leopardi, un'esperienza grande e festante come quella di domenica non può che procurare il desiderio di vivere ancora e ancora quei momenti. Al Salone dai un dito e lui si prende tutto il braccio, fin su al cuore.
Ho atteso così tanto tempo di partecipare a questa grandissima fiera che il viaggio in metro dalla stazione al Lingotto sembrava eterno. Ma, non appena apparsi gli stendardi colorati dal SalTo2016, sono entrata in visibilio. Ecco, già per l'introduzione mi sto perdendo, per dire il mio stato di eccitazione.
Come preannunciato, domenica c'erano tantissimi incontri cui avrei voluto partecipare, ma fra i padiglioni il tempo vola e ho preferito dilungarmi in chiacchiere librose con alcuni espositori che mettermi in fila delle ore, per quanto fossero allettanti i programmi degli eventi. Così, alla fine, ho partecipato solamente all'incontro di presentazione di Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla di Salvatore Settis, con l'introduzione di Gustavo Zagrebelsky: è stata un'ottima occasione per riflettere sulla profondità di alcuni articoli della nostra carta fondamentale e sull'importanza di tornare a leggerla per appropriarci dei nostri diritti e pretenderne il rispetto. Ma forse dei dettagli è meglio che parli altrove, essendoci parecchio da dire sulla questione. La lunga attesa è stata dunque premiata, diversamente da quanto accaduto per un altro incontro alquanto deludente, su cui non voglio dilungarmi ma che forse avevo preso per qualcosa di diverso da ciò che era nelle intenzioni dei relatori.


Ma veniamo agli editori e agli incontri. Vagando per il SalTo mi sono riempita gli occhi di meraviglie, dal gigantesco simbolo dell'infinito formato da libri ad alcuni stand veramente incantevoli, primi fra tutti quello di Iperborea (che vince il premio per il miglior spazio espositivo) e quello di NN editore... ma anche quella sorta di scatola blu rasserenante che era lo spazio Sellerio meritava. Fedele al mio proposito di dedicarmi soprattutto agli editori indipendenti, è qui che mi sono soffermata e che ho fatto acquisti, tradendo anche un po'la mia lista... ma, del resto, se avessi solo seguito l'elenco, cosa ci sarebbe stato di diverso da qualsiasi altro giro in libreria? E così mi sono intrattenuta a parlare di Kent Haruf con i ragazzi di NN, che mi hanno del tutto convinta a intraprendere la lettura della trilogia di Holt (oltre a fomentare la curiosità per Sono Dio di Giacomo Sartori, esposto come anteprima golosissima). Con una simpaticissima rappresentante di Marcos y Marcos, invece, ho chiacchierato di Miriam Toews, portando a casa il suo In fuga con la zia e Io e Henry del giovane Giuliano Pesce; è stata poi la volta di Keller, di cui avevo puntato i due libri Sassi vivi di Anna Rottensteiner e Uomini in guerra di Andreas Latzko. 


A questo punto mi sono imposta di guardare e non toccare più alcun libro, sicché resistere agli espositori ricolmi di Minimum fax (Il commesso di Malamud ancora mi appare in sogno, accusandomi di averlo abbandonato) e ai colori delle copertine Iperborea è stata un'impresa... tanto più che ho allungato gli occhi su Paasilinna, che si è infilato prepotentemente nella lista di acquisti futuri. Ma poi sono passata dallo stand di Casa Sirio e l'entusiasmo dei giovani che mi hanno parlato dei loro libri mi ha contagiata al punto da dirottarmi su Elementare, Cowboy, di Steve Hockensmith, che ho ricevuto direttamente dalle mani della sua traduttrice, Alessandra Brunetti.

Con Fabio Stassi da Sellerio

Ma poi. Poi sono arrivata allo stand Sellerio e mi sono trovata davanti l'annuncio che Fabio Stassi avrebbe di lì a poco firmato le copie del suo nuovo libro, che avevo in mente di comprare, ma non proprio domenica. Occasione da non perdere: neanche il tempo di staccare lo scontrino che Stassi è comparso accanto a me, fermandosi qualche minuto a conversare sulle aspettative a proposito de La lettrice scomparsa... e la dedica speciale quando ha saputo che sono un'insegnante. Quei pochi secondi sono stati fra i più indimenticabili della mia visita e rientreranno sicuramente nelle mie memorie di lettrice.


Gli incontri, però, non hanno avuto come protagonisti soltanto scrittori ed editori, ma anche amici della rete: con grande gioia ho finalmente conosciuto Loredana e Simona del blog Del furore di aver libri, Davide di Muninn e altri amici Scratchreaders, Paola, Gaia, Linda e Andrea. Anche se per pochissimi minuti, poter salutare di persona colleghi e appassionati lettori con cui scambio riflessioni e opinioni di lettura è stata un'esperienza preziosa. Altri amici li ho sfiorati, chi andava prima, chi era altrove affaccendato, ma confido in prossime occasioni per incontri altrettanto piacevoli.
Ultimo ma non ultimo, merita una menzione speciale Jonathan, il mio fidanzato, per il suo eroismo nel sopportare il mio delirio da un angolo all'altro del Lingotto, per avermi convinta a sfidare la stanchezza post-concorso per partire alla volta di Torino e per aver fatto stampare la borsa personalizzata di Athenae Noctua da riempire con i miei acquisti.

Gli acquisti

Una giornata piena di emozione, insomma, di un contatto diretto con il mondo dei libri e dell'editoria che mi ha convinta ancor più della necessità di leggere qualcosa che vada oltre i classici, di cercare le voci di oggi, di attingere alla qualità di quei prodotti che nascono da tante persone che fanno il loro lavoro con serietà e passione. Questo è stato il Salone: ben al di là di una manifestazione commerciale, un momento di contatto con chi i libri li vive e li fa, imprimendo cambiamenti grandi e piccoli alle nostre vite di lettori insaziabili.

C.M.

lunedì 16 maggio 2016

Seneca, la riflessione sul male e sulla vita ben spesa: La provvidenza e La brevità della vita

Leggendo integralmente i dialoghi di Seneca in preparazione al concorso ma con una scorrevolezza che dà prova di quanto sia facile confondere i limiti fra dovere e piacere quando si a a che fare con la letteratura, mi sono trovata a pensare che la lettura di due o tre di questi libricini da parte degli studenti sarebbe di gran lunga migliore di numerose pagine che i manuali spendono per illustrare il pensiero del filosofo latino. Perché porre agli alunni degli interrogativi su temi letterari e autori anziché fare in modo che siano loro ad interrogare Seneca, Cicerone o Omero? Di certo con questi personaggi del passato i giovani d'oggi, anzi, i cittadini di oggi avrebbero più a che spartire che con gli autori dei manuali che portano negli zaini.

Perché alle persone buone capitano cose brutte? Non è forse un interrogativo che assilla tutti noi e che ci porta ad imprecare di fronte ad immani tragedie che accadono a persone corrette, oneste, affettuose? Nel De providentia Seneca offre una risposta a questa domanda, proponendo un pensiero che è stato accolto dalla morale cattolica e che è arrivato fino a Manzoni, per continuare ad esercitare una certa influenza anche nella visione religiosa odierna o in forme di fatalismo laico. Il filosofo, infatti, in quanto stoico, accetta l'andamento delle cose (è il cosiddetto amor fati), sia nei loro risvolti positivi che nelle conseguenze negativi, arrivando addirittura a sostenere l'opportunità di queste ultime, poiché sarebbero occasioni di miglioramento interiore.
Non est arbor solida nec fortis nisi quam frequens ventus incursat; ipsa enim vexatione constringitur et radices certius figit: fragiles sunt quae in aprica valle creverunt.

Non è stabile né forte l’albero che non sia continuamente aggredito dal vento; è irrobustito dalla continua violenza e rinsalda più tenacemente le radici: sono fragili le piante che sono cresciute in una valle romita.
Con una serie di metafore tratte dal mondo naturale, da quello della lavorazione dei metalli e dalla vita militare, Seneca illustra la sua visione del mondo, di una realtà retta dal Logos divino e ordinata a sua immagine per armonizzare tutto quanto da esso è generato e ad esso è destinato a ritornare. L'uomo è legato al Logos e il Logos è nei suoi confronti come un comandante per i suoi soldati, un capo che sceglie i migliori per le imprese più difficoltose e ardimentose.
Adversarum impetus rerum viri fortis non vertit animum: manet in statu et quidquid evenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior.
L’assalto delle avversità non smuove lo spirito dell’uomo forte: rimane impassibile e qualsiasi cosa accada l’assimila a sé, perché è più potente di tutte le cose esterne.
Dunque la cattiva sorte non è altro che una sfida attraverso la quale l'essere umano può dimostrare il proprio valore, e dolersi della sventura è ingiusto, perché è dell'impossibilità del cimento delle proprie forze nelle avversità che ci si dovrebbe dolere. È il 'sugo di tutta la storia' dei Promessi Sposi: che l'uomo si procuri danni per la propria ingenuità o che se li veda piombare addosso senza averne colpa, la sventura è data dalla Provvidenza per produrre un miglioramento interiore.
Miserum te iudico, quod numquam fuisti miser. Transisti sine adversario vitam; nemo sciet quid potueris, ne tu quidem ipse. Opus est enim ad notitiam sui experimento; quid quisque posset nisi temptando non didicit.
Ti ritengo infelice perché infelice non sei mai stato. Hai trascorso la vita senza un avversario; nessuno sa cosa saresti stato in grado di fare, nemmeno tu stesso. Infatti per conoscere se stessi è necessario un cimento; nessuno può imparare di cosa sia capace se non mettendosi alla prova.
E non è forse uno dei grandi rovelli dell'umanità la fuga del tempo, con la conseguente ansia per il domani e il rammarico per il passato perduto?
In tria tempora vita dividitur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum. Hoc est enim in quod fortuna ius perdidit, quod in nullius arbitrium reduci potest.
La vita si divide in tre parti: ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. Di queste tre parti quella che viviamo è breve, quella che vivremo è incerta e quella che abbiamo vissuto è certa. Solo in questo infatti la fortuna ha perduto il proprio potere, poiché non può essere soggetta al volere di nessuno.
Nel De brevitate vitae Seneca si sofferma sull'abitudine degli esseri umani di sprecare la loro vita: si lamenta che il tempo della nostra esistenza sia breve, ma quello che si ha a disposizione viene sperperato rincorrendo vanità quali la fama, il potere, il denaro. Preso dalla foga di accumulare in vista di un domani migliore, ciascuno consuma la miglior parte della propria esistenza e dissipa il proprio tempo come non ammetterebbe mai di dissipare il denaro.
Nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito. […] Quodsi posset quemadmodum praeteritorum annorum cuiusque numerus proponi, sic futurorum, quomodo illi qui paucos viderent superesse trepidarent, quomodo illis parcerent! Atqui facile est quamvis exiguum dispensare quod certum est; id debet servari diligentius quod nescias quando deficiat. […] Nemo restituet annos, nemo iterum te tibi reddet. Ibit qua coepit aetas nec cursum suum aut revocabit aut supprimet; nihil tumultuabitur, nihil admonebit velocitatis suae: tacita labetur. Non illa se regis imperio, non favore populi longius proferet: sicut missa est a primo die, curret, nusquam devertetur, nusquam remorabitur. Quid fiet? Tu occupatus es, vita festinat; mors interim aderit, cui velis nolis vacandum est.
Nessuno dà valore al tempo; tutti se ne servono smodatamente, come se fosse gratuito. Se il numero di anni futuri di ciascuno potesse essere visibile come quello degli anni passati, come sbigottirebbe chi ne vedesse avanzare pochi, come ne sarebbe parco! Ma è facile risparmiare ciò che è certo, per quanto esiguo; si deve serbare con più attenzione ciò che non sai quando verrà a mancare. Nessuno ti darà indietro gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso. Il tempo della vita proseguirà lungo la sua strada e non riavvolgerà né porrà fine al proprio corso; non farà alcun rumore, non darà segno della sua velocità. Non si allungherà per decreto di un re, né per decisione popolare: corre così come ha iniziato il primo giorno, non si fermerà e non si attarderà. Che accadrà? Tu sei occupato, la vita si affretta; infine arriverà la morte, per la quale, volente o nolente, dovrai avere tempo.
Mai come oggi una tale riflessione è necessaria e può produrre nelle nuove generazioni un collegamento fra vita e letteratura, rendendone lo studio non una delle numerose occupazioni che anche Seneca deprecherebbe, ma un momento di autentico confronto con se stessi. Del resto il tempo dedicato al miglioramento dell'animo, alla filosofia e al dialogo interiore è l'unica occupazione che Seneca ritiene veramente valida e degna di farcire la vita.
Maximum videndi impedimentum est expectatio, quae pendet ex crastino, perdit hodiernum.
Il maggiore ostacolo al vivere è l’attesa, che dipende dal domani e consuma l’oggi. 
Naturalmente si potrebbe obiettare che, se tutti mettessero a frutto la vita come intende Seneca, non vi sarebbe di che vivere, né il denaro necessario alla sopravvivenza né un tozzo di pane necessario per sfamarsi. E, del resto, è assolutamente contestabile anche la sua visione del fato, che arriva alla glorificazione del suicidio e che offre il quadro teorico della vicenda biografica del filosofo, vittima del dispotismo del suo pupillo Nerone e costretto a togliersi la vita nel 65.

Eduardo Barrón, Nerone e Seneca (1904)

Ma analizzare una forma di pensiero non significa abbracciarla totalmente: le pagine di Seneca, nel De providentia e nel De brevitate vitae come in altri testi che affronteremo in futuro, trasudano interrogativi e invitano ad interrogarsi sui risvolti di quanto accade e sulle pieghe delle nostre idee. Il potere della filosofia non risiede nella capacità di convincimento (quella è propria di retori e avvocati), ma nella possibilità di fare da specchio all'individuo, di offrirgli grandi domande cui cercare risposte e, al tempo stesso, lo strumento per validare o smentire quelle conclusioni. La filosofia è spiazzante, e bastano poche sententiae lette direttamente dalla pagina di Seneca per imparare di se stessi e della letteratura più di quanto il miglior manuale possa offrire al migliore studente.

C.M.

giovedì 12 maggio 2016

Finalmente il SalTo!

Da quando, ragazzina, ho saputo dell'esistenza del Salone internazionale del libro di Torino, quello di varcare le porte del Lingotto e di perdermi fra gli stand degli editori è stato un grande sogno. Prima per il mio carattere poco avventuroso, poi per l'incombere di esami universitari o per la coincidenza con cerimonie et similia, dopo ancora per le lezioni del corso abilitante concentrate nei finesettimana, il Salone è rimasto tale. Sembrava che dovesse essere un miraggio anche quest'anno, e invece pare non sarà così: liberata la mente dal concorso, ho potuto ritagliarmi un paio di giorni da passare a Torino, con la domenica interamente al Salone!



Ho ancora due giorni per prepararmi psicologicamente all'evento, nel senso di impormi un certo controllo psichico, dato che, visti gli elevati livelli di stress accumulati, il rischio è quello di saccheggiare gli stand per curarmi. Mi sono rivolta a blogger che conoscono bene il Salone e, sulla scorta dei loro suggerimenti, ho deciso spulciato bene eventi e dislocazione degli editori che più mi interessano per sfruttare al meglio la sola giornata che passerò al Lingotto.
Fra gli eventi che ho puntato, alcuni dei quali richiederebbero l'ubiquità, anche rispetto ad incontri organizzati nel Fuori Salone (come la presentazione de La lettrice scomparsa di Stassi, accidenti!) ci sono i seguenti:
  • Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla: Salvatore Settis dialoga con Gustavo Zagrebelsky sulla nostra carta fondamentale in Sala 500 alle ore 11:00.
  • Incontro con Muriel Barbery: l'autrice presenterà Vita degli Elfi (Edizioni E/O) alle ore 12.00 in Sala azzurra; il libro in questione non mi interessa, ma ho amato L'eleganza del riccio, quindi non mi dispiacerebbe incontrare la Barbery, tempo permettendo (ché l'incontro precedente ha la mia preferenza).
  • Mestieri del libro: il direttore di collana: un incontro cui partecipano Roberto Ferrucci e Paolo Repetti, dedicato ad un aspetto particolare del lavoro editoriale, alle ore 14.00 presso Indipendent's Corner.
  • Grazia Deledda. Omaggio al Nobel: Angela Benintende, Duilio Caocci Claudia Firino, Marcello Fois, Aldo Maria Morace si incontrano per parlare dell'edizione nazionale delle opere dell'autrice sarda nello Spazio incontri alle ore 14.00. Questo appuntamento non è prioritario, ma ho sempre pensato che la Deledda meriti maggiore considerazione da parte della critica e degli studi italiani (scuole comprese, dato che le Indicazioni nazionali non la citano nemmeno), quindi sarebbe interessante capire come promuoverne il rilancio.
  • Dove va il mestiere di storico?: Carlo Ginzburg dialoga con Sanjay Subrahmanyam, Autore di Vita e leggenda di Vasco da Gama alle ore 14.30 nello Spazio autori; in questo caso la curiosità, oltre che per il tema, è per Ginzburg, figura che ho conosciuto attraverso Lessico famigliare.
  • Da luogo fisico a spazio virtuale: la biblioteca digitale per la scuola: Laura Carletti, Paolo Galluzzi, Eleonora Pantò, Anna Maria Tammaro, Paola Tomè riflettono su un tema che mi è caro per ovvie ragioni alle ore 15.00, nello spazio Book to the Future.
  • Esiste ancora la letteratura italiana? Incontro con Alfonso Berardinelli e Giorgio Ficara su un tema interessante che riguarda la cultura nazionale, alle ore 16.00 nello Spazio incontri.
  • L'anno che non caddero le foglie: incontro con Paola Mastrocola alle ore 18.00 in Sala gialla; sarebbe l'occasione di ascoltare di nuovo l'autrice, dopo un primo evento cui assistetti al tempo del liceo, dopo la lettura di Una barca nel bosco.
Naturalmente dovrò fare una scelta al momento (magari chiedendo il parere del mio accompagnatore, eh), ma sicuramente il primo incontro è quello cui non rinuncerò.
Quanto agli espositori, mi dedicherò soprattutto agli editori indipendenti, sia perché ultimamente mi sto dirigendo verso questi orizzonti, sia perché ritengo che manifestazioni come il Salone del Libro servano proprio per conoscere meglio le voci meno tonanti del mercato, esplorando i retroscena del lavoro di tante persone che credono in iniziative di qualità. Detto ciò, non mancherò di fare un salto presso Einaudi o Rizzoli, solo per citare un paio di grandi. Nella mia lista acquisti rientrano già Sassi vivi di Anna Rottensteiner e Uomini in guerra di Andreas Latzkov (NN editore), Io e Henry di Giuliano Pesce e In fuga con la zia di Miriam Toews (Marcos y Marcos), Il commesso di Bernard Malamud e Belli e dannati di Francis Scott Fitzgerald (minimum fax) e L'inondazione di Adrian N. Bravi (Notettempo). Spero di riuscire a contenermi, anche se mi è stato quasi assicurato che non sarà così e dovrò farmene una ragione.
Chi di voi colleghi blogger e lettori ci sarà? Sarei contentissima di incontrarvi, ad uno degli eventi elencati, presso gli stand... io mi farò riconoscere attraverso il mio logo, che porterò stampato su una borsa personalizzata che inaugurerò in questa occasione e che accoglierà tutti i miei acquisti.
Buon SalTo 2016 a chi parteciperà ma anche a chi lo seguirà da lontano!

C.M.

martedì 10 maggio 2016

Il sergente nella neve (Rigoni Stern)

Le testimonianze di guerra, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, sono ben più significative di qualsiasi ricostruzione storica nel rendere la portata delle grandi tragedie vissute da milioni di uomini nel XX secolo. La campagna di Russia ha rappresentato una delle operazioni più disastrose e drammatiche per i soldati italiani coinvolti nelle vicende belliche del secondo conflitto mondiale e le voci che si levano per raccontarle non mancano.

Dopo la lettura di Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi, ho approfondito questa parte della memorialistica storica con Il sergente della neve, romanzo ben più breve dello scrittore veneto Mario Rigoni Stern, pubblicato nel 1953. Vi ho trovato una storia ugualmente difficile, sebbene la scrittura sia risultata in molti punti più scorrevole di quella di Bedeschi. Anche la scansione degli eventi è più o meno la stessa: in una prima parte, intitolata Il caposaldo, osserviamo le truppe di stanza lungo il Don, nella seconda, La sacca, leggiamo del disperato ritorno vero casa, una narrazione che Elio Vittorini, direttore della collana I coralli che accolse per la prima volta il romanzo, definì 'una piccola anabasi dialettale'.
Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte fino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.
Cambiano i toni. Mentre il libro di Bedeschi era risultato fin dalle prime pagine molto crudo e particolareggiato nelle descrizioni delle terribili vicende armate (anche per il ruolo di medico ricoperto dall'autore nell'esercito), nelle pagine di Rigoni Stern ho trovato una maggiore apertura alla speranza, come se la scrittura non fosse servita tanto a ricordare fatti di inaudita violenza e migliaia di perdite, ma ad aggrapparsi ai pochi ricordi positivi che ne potevano nascere. Il sergente nella neve non manca certo di battaglie e perdite, ma ciò che l'autore ci offre non è un bollettino di guerra, bensì la testimonianza del sogno del ritorno a casa, che scandisce come un ritornello il procedere della narrazione.
Mario Rigoni Stern racconta con intensità i momenti trascorsi al fronte, le lunghe veglie fra le nevi, gli assalti nel buio, le gragnole di colpi che arrivavano all'improvviso durante la marcia. Eppure ancor più vibranti sono i passi in cui l'autore ricorda i rari momenti di sollievo, dal riposo in un'isba faticosamente conquistata alle guardie silenziose sul Don. Egli sembra proiettato alla ricerca del raro conforto che si può trovare nel mezzo di una guerra e mostra un atteggiamento simile a quello che ha portato Ungaretti a intitolare la sua raccolta di guerra Allegria di naufragi: non perché la guerra permetta di essere felici, ma perché, dopo averla vissuta, anche ciò che di norma appare scontato o che addirittura sembra impossibile, come la solidarietà con il popolo che i soldati italiani sono stati mandati a conquistare, si manifesta come un trionfo.

Mario Rigoni Stern (1921-2008)
Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi era caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma io non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.
C.M.

lunedì 2 maggio 2016

Lezioni nel tempo di un caffé: come il MIUR crede che lavorino gli insegnanti

Il Ministero della Pubblica Istruzione dovrebbe vergognarsi del totale disprezzo che offre - ancora - alla classe docente. A prove iniziate, il ridicolo si è trasformato in una aperta dichiarazione di totale ignoranza in merito al lavoro dei docenti e al funzionamento e alle esigenze della scuola.
No, non è uno sfogo personale e sì, torno ad inveire contro un sistema di reclutamento che è assurdo quanto il disegno educativo - o, per meglio dire, diseducativo che sottende. E, come ho già detto, se gli errori si commettono sulla scuola, le conseguenze non cadono solo su chi vi lavora (bistrattato né più né meno di altre categorie professionali), ma anche su chi a scuola va per imparare.
A concorso avviato, possiamo finalmente confermare quanto si prospettava solo in ipotesi che avremmo tutti voluto veder smentite.
Brevissima descrizione delle prove scritte, interamente svolte su computer che non di rado hanno dato problemi: 8 domande, di cui 6 a risposta aperta e 2 articolate in 5 quesiti a risposta chiusa su due differenti testi in lingua straniera. Le domande aperte si stanno rivelando molto più che vaghe e indefinite: sono contenuti (notizie su autori e opere, in riferimento alle prove di Lettere che ho potuto direttamente visionare) quelli che la Commissione vuole leggere? O conta più la strutturazione didattica? E, se devo organizzare una lezione o stendere una verifica, come posso non soffermarmi sui contenuti per dimostrare che non parlo solo didattichese ma che conosco effettivamente gli argomenti? Cosa avrà più peso nella valutazione? In sole due ore e mezza di tempo, meglio scrivere un po'di tutte le risposte o farne benissimo alcune a rischio di tralasciarne un paio?
Scire nefas, non chiederci la parola, taci. Non esistono griglie di valutazione, oppure ci sono quelle che il Ministro della Pubblica Istruzione dice essere quelle di riferimento per tutti i Concorsi pubblici. Del tipo senza riferimenti specifici alla composizione della prova e alla professionalità che intende testare. Se lo facessimo noi docenti, se usassimo la stessa griglia di valutazione per un tema di Maturità o per un pensierino sulla festa della mamma, per una prova di disegno o per un esercizio di ginnastica, alunni e genitori che ne penserebbero? E con che dignità faremmo mostra dell'arte del riciclo per risparmiare lavoro e risposte?
Ebbene, oggi la prova era una corsa, circa 15 minuti a domanda. Tempo per capire davvero che fare del sonetto di Petrarca La vita fugge et non s'arresta una hora o creare da zero una griglia di valutazione (esatto, come quella che il MIUR non ha saputo darci in mesi di pressanti richieste) per una verifica al termine di un approfondimento sul tema della memoria da Leopardi a Montale non ce n'era. In 15 minuti dovevamo individuare almeno tre testi sulla diversità da proporre per sensibilizzare all'accoglienza e al rispetto, spiegando perché e come presentarli ad una classe ipotetica, di cui si diceva solo che apparteneva alla scuola secondaria di primo grado. In 15 minuti allestire un percorso sulla distribuzione demografica, in 15 minuti elaborare un'unità di apprendimento di due ore sulla Costituzione della Repubblica Italiana. Quella carta che stanno prendendo a colpi di accetta, per capirci, quella che i docenti dovrebbero conoscere a memoria per estrarne mentalmente articoli adatti al lavoro scolastico e che merita la considerazione di sole due ore, ma che più in alto, dove si decidono le sorti di noi candidati e della Scuola tutta, si può anche ignorare.
Era stato promesso un concorso non nozionistico, in cui non sarebbero state chiesti i contenuti delle discipline di insegnamento, ma una loro declinazione didattica. Di fatto, quei quesiti vaghi, generici e evidentemente slegati da qualsiasi esperienza della scuola e della progettazione didattica (che ci hanno obbligato a spremere con TFA e PAS e che noi mettiamo in atto quotidianamente) potevano chiedere l'una e l'altra cosa, tanto sapevano di fumo.
Non si può chiedere ad un docente di parlare in pochi minuti della valenza formativa della letteratura: sarebbe argomento da trattare in una tesi, tanto importante da meritare una trattazione a sé, un saggio breve, almeno. Se avessi dovuto scrivere un simile intervento per il blog, sarebbe stato uno di quelli che mi impegnano una settimana e comunque sarei consapevole di non aver detto, alla fine, tutto quanto ci sarebbe stato da dire. Un argomento tanto vasto che può essere paragonato alla richiesta del modo per far apprezzare agli alunni il patrimonio culturale fatta ai colleghi di Storia dell'Arte (e scusate se qui parlo solo della prova di oggi, ma questa ho visto direttamente). Forse sono temi che al MIUR e in qualsiasi altro ministero tratterebbero di striscio, ma qui le cose le prendiamo seriamente e, se ci chiedete di rispondere a domande del genere, come minimo dovreste darci una giornata intera. Come minimo.


Ma io pongo una domanda a chi non sta vivendo questa situazione e, anzi, potrà pensare ai soliti cahiers de doléances della sottoscritta o del gruppo professionale di cui fa parte. Anzi, una serie di domande. Ché a scuola ci siamo passati tutti e, anche se non ci lavoriamo, ci mandiamo i nostri figli.
Ebbene, che rispetto si porterebbe ad un docente che progettasse un percorso sulla Costituzione senza alcun riferimento alle caratteristiche della classe, senza avere il documento davanti per selezionarne gli articoli didatticamente più significativi e spendibili e, soprattutto, in 15 minuti scarsi? Quanto può essere affidabile e seria una verifica con tanto di griglia valutativa raffazzonata anche in meno tempo?
La selezione che il MIUR ha voluto, probabilmente finalizzata a bocciare chi, per la mancanza di tempo, non risponde a tutti i quesiti, in modo da ridurre il numero delle prove da correggere, è puramente formale ed è basata su quesiti che, dal punto di vista didattico e normativo, non stanno in piedi. La formula "unità di apprendimento", per esempio, identifica un percorso interdisciplinare che si articola in numerosi interventi didattici finalizzati a mobilitare delle competenze, di per sé non valutabili con una domanda in interrogazione o in un test scritto; come si può, dunque, progettarne una in sé conclusa (secondo la vecchia e superata logica del modulo didattico) in sole due ore? Che competenza avranno sviluppato gli studenti sulla Costituzione, se non che si tratta di un testo che non merita più tempo e che, quindi, è superfluo? O, ancora, "Bisogni educativi speciali" è un'espressione che comprende una vastissima gamma di difficoltà che gli alunni incontrano nel loro percorso, dalla dislessia all'handicap grave: come pensare di illustrare la spiegazione di un sonetto di Petrarca senza sapere quale tipo di alunno intendeva identificare il MIUR con questa espressione vaga? Per dire, ad un alunno sordomuto non posso proporre la lettura ad alta voce, mentre per uno studente dislessico è proprio la forma di approccio più adeguata, dovendo fare il possibile per ridurre l'impegno testuale.
E quindi tutti giù a picchiettare di fretta sulle tastiere, senza sapere se stiamo andando nella direzione giusta con le nostre risposte e se avremo il tempo per dire tutto quello che vorremmo. Sì, perché, paradossalmente, il problema che si sta presentando non è quello di una classe docente impreparata, che lascia vuoti i campi di risposta perché totalmente incapace, ma di persone che non hanno sufficiente tempo per illustrare i propri progetti didattici e che subiscono la pressione della clessidra che si svuota in alto nel monitor. Questo è il tempo, l'attenzione che il lavoro dei docenti merita. Quel lavoro che poi ricade su tutti.
Il Ministero vuole una scuola fatta di docenti che improvvisano, che si comportano come automi, che progettano la lezione nel tempo in cui percorrono il tragitto dall'auto alla classe o nella pausa caffè. Che, beninteso, ci saranno, mica siamo così presuntuosi da pensare di essere una categoria di santi sempre e comunque, ma la maggior parte di noi non lavora così. L'idea che il concorso trasmette e che certe affermazioni pubbliche non fanno che ribadire è che le lezioni si improvvisino al momento, che non occorrano molte ore per progettare percorsi di apprendimento e per valutarli, che non ci sia bisogno di consultare testi, che il foglio con le domande di verifica appaia per magia sui banchi la mattina delle prove. Il Ministero vuole una scuola fatta di docenti frettolosi, che non pensano. Così poi non penseranno nemmeno gli alunni, i Cittadini.
Al MIUR, dunque, il valore della formazione letteraria lo spiego così, con un riferimento che mi ha richiesto non 15 minuti, ma una frazione di secondo: l'educazione letteraria - l'educazione in genere serve a capire affermazioni come quella di Erodoto, che nel V secolo a.C. era più lungimirante di chi ha scritto le prove, poiché riconosceva che «la fretta è madre di tutti gli errori» (Storie VII, 10). L'educazione serve a riconoscere la validità di dichiarazioni come quelle di Calvino, secondo il quale «un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
Detto ciò, un saluto affettuoso a tutti i colleghi, un incoraggiamento a continuare sempre e comunque a credere in una realtà che dall'alto vogliono polverizzarci fra le mani e complimenti a chi, nonostante tutto, ha fronteggiato il tempo tiranno e l'insipienza ministeriale con tenacia e magari riuscirà ad arrivare in fondo a questa ennesima farsa!

C.M.
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