giovedì 18 maggio 2017

Il nano (Lagerkvist)

Risalendo verso la Svezia, tutto ci si aspetterebbe tranne che di ritrovarsi in una città dell'Italia rinascimentale, nel pieno di una guerra fra signorie e intrighi di corte di cui sono protagonisti personaggi dai nomi per nulla nordici. Ma, in fondo, fino a questo momento, nel variegato catalogo Iperborea, non ho trovato due volumi sovrapponibili, perché ciascuno riserva un'esperienza originale, peculiare e mai banale. L'ultimo scrittore in cui mi sono imbattuta è Pär Lagerkvist (1891-1974), autore de Il nano (1944), uno dei primi romanzi tradotti dalla casa editrice milanese, oggi ripubblicato nella nuova veste della collana Luci.
 
Il romanzo ha come voce narrante il nano che dà il titolo al libro, un personaggio cinico, gretto e che odia qualsiasi manifestazione dell'esistenza biologica e sentimentale dell'essere umano, che trova ripugnanti i rapporti fra le persone, osserva con sguardo sprezzante la morte che avviluppa i poveri e i malati e brama di sporcare di sangue la propria spada in battaglia. Egli è il leale servitore di un principe italiano di cui ammira la freddezza calcolatrice, sebbene non sempre gli sia facile comprenderne i disegni; odia, invece, Teodora, la sua sposa, una laida principessa lussuriosa, così come odia la giovane principessina Angelica, di cui in passato è stato costretto ad essere il compagno di giochi per via della sua statura e che ora lo fa inoridire con i suoi sospiri d'amore per il figlio di una casata rivale. Il nano è l'impietoso osservatore della vita di corte, dei suoi banchetti e delle guerre che attorno ad essa si combattono: è testimone degli scontri che lacerano il nord della penisola italiana nel XVI secolo, del dilagare delle truppe mercenarie e della loro volubilità, nonché della propagazione della carestia e della peste. Con la sua irritante malvagità, il nano è però il portatore di un pensiero e di una condizione comune: quella dell'essere umano che nasconde dietro al lusso, all'abbondanza di cibi e abiti appariscenti e agli slanci festosi una corruzione di fondo che lo porta a preferire il sangue, la distruzione del suo prossimo, la sofferenza di chi ha intorno. Il nano introduce la prospettiva straniata di chi osserva l'umanità dal basso, conferendole la somiglianza con il proprio sentire, o, per meglio dire, facendo emergere l'identità fra gli uomini e il nano, diversi solo per il fatto che quest'ultimo è sterile, mentre i primi potranno eternamente riprodurre, assieme a se stessi, anche la propria crudeltà.
 
Diego Velázquez, Sebastian de Morra (1645)
Quella di Lagerkvist è una narrazione estremamente radicata alle contingenze storiche in cui è nata: lo scrittore riflette qui sui temi della guerra e della violenza, senza poter evitare di sollevare nei confronti degli esseri umani un'accusa di barbarie e di odio senza fine quali comportamenti radicati nell'intimo del loro animo come il nano è incatenato al castello del suo principe. La corte in cui si svolgono le crude vicende de Il nano è una città senza identità che, proprio in quanto tale, rivela l'universalità delle piaghe che la attanagliano: in essa non c'è spazio per l'amore, per la gioia, per una sensualità genuina, per la bellezza, per le arti e per i nobili valori di cui l'umanità si fa portavoce. Siamo, al contrario, in uno spazio buio, sporco, sordido, pullulante di crudeltà, inganni, massacri e tradimenti, dove i morti di freddo e di fame vengono tolti dalle strade con la stessa indifferenza riservata ai ratti.
Il nano di Pär Lagerkvist è la storia di un'umanità che ha perduto il faro dei propri valori e sulla quale non veglia alcun dio. Con la costruzione di un ponte fra il XVI e il XX secolo, il romanzo sottolinea la scottante attualità della terribile situazione che in esso è rappresentata e che non è ancora estinta.
Che cos’è il gioco? Un insensato occuparsi di… niente, proprio niente. Uno strano modo di trattare per finta le cose. Non considerandole per quel che sono, non prendendole sul serio, ma solo facendo finta. Gli astrologi giocano con le stelle, il principe gioca con le sue costruzioni, le sue chiese, le scene della crocifissione e i campanili, Angelica gioca con le bambole: tutti giocano, tutti fanno finta di fare qualcosa. Solo io disprezzo la finzione. Solo io sono.
C.M.

martedì 16 maggio 2017

La storia e la tecnologia: la proposta del MAUTO

Nel 2013 il quotidiano inglese The Times lo ha incluso nei 50 migliori musei a livello mondiale: il Museo Nazionale dell'Automobile di Torino (MAUTO), la cui storia affonda le radici nel lontano 1932, è una struttura moderna, vivace, accattivante e ricca di stimoli per il visitatore. Appassionati e non di tecnologia e di motori possono ammirarne le immense sale, osservando direttamente più di 200 automobili di case diverse e pensate per i più diversi scopi, dal trasporto civile alle vetture da corsa, dai furgoncini delle vacanze degli anni '60 alle sperimentazioni elettriche.
 
 
Il MAUTO ospita un'esposizione non solo estremamente preziosa e curata, ma costruisce una vera e propria storia della mobilità, snodandosi in un percorso che inizia con le prime auto a motore per arrivare ai veicoli odierni, passando attraverso gli slanci futuristici d'inizio '900, il disastro bellico, il boom del dopoguerra e l'affermazione della società dei consumi. Si tratta di un percorso vario, interessante, magnetico, nel quale si possono cogliere le evoluzioni tecniche ed estetiche dei veicoli, scoprire episodi e aneddoti legati alla storia della locomozione su pneumatico, visionare gli strumenti della promozione pubblicitaria e immergersi gallerie e in originali rivisitazioni della componentistica dell'auto. 
Non occorre essere maniaci dell'automobile per apprezzare un simile percorso, in cui, a farla da padrone, è comunque la storia: una storia vista attraverso l'auto, certamente, ma che, oltre che raccontare l'auto, si racconta attraverso di essa. In questo senso, il MAUTO è uno dei musei che meritano una menzione speciale per l'inserimento armonico nel tessuto della città che lo ospita, sede nazionale dello sviluppo delle due grandi invenzioni del periodo a cavallo fra XIX e XX secolo, il cinema e l'industria automobilistica. Il Museo Nazionale dell'Automobile di Torino è inoltre potentemente interattivo: le sale sono ricche di materiali multimediali, istallazioni, video e touch-screen che rendono totale l'esperienza della visita, permettendone anche una certa personalizzazione e trasformando anche un passaggio ripetuto in un ambiente un'occasione per soffermarsi su ulteriori particolari. 
 
 
Fra le principali attrazioni c'è senza dubbio la mitica Itala 35/45 HP che nel 1907 ha trasportato il pilota Scipione Borghese, il meccanico Ettore Guizzardi e l'inviato del Corriere della Sera Luigi Barzini nel mitico raid di 16.000 km Pechino-Parigi (che fu vinto dall'Italia in 60 giorni con un vantaggio di ben 20 giorni sugli altri concorrenti), ma non possiamo tralasciare la sezione Follia, costituita da ambienti interamente montati con componenti automobilistiche e meccaniche, al punto che cucine e bagni sembrano delle vere e proprie officine e anche i contenuti dei piatti in tavola manifestano il delirio del maniaco dell'auto; non si può inoltre non restare colpiti dalla rassegna delle auto da corsa nell'ala che richiama alla mente le piste della Formula1, offrendo un nobile e silenzioso carosello dell'era contemporanea.
 
 
Avendo vissuto da insegnante in gita scolastica l'esperienza del MAUTO, non posso esimermi da un plauso pubblico alla particolare modalità didattica adottata in questa struttura: accanto alla tradizionale visita guidata, è possibile scegliere un percorso animato da attori ricco di sorprese, colpi di scena, divertimento e spunti di riflessione sui diversi momenti storici che nel museo si raccontano, in particolare sul significato e il costo del progresso, che ci richiede una presa di coscienza sulla sostenibilità della crescita tecnologica e sul rispetto dell'ambiente. Questo è certamente l'aspetto che più mi ha colpita, perché è raro che un percorso museale riesca a darsi un'identità tanto forte e che riesca a rendere il visitatore protagonista e creatore del suo stesso significato e invece proprio questo è accaduto per me e per la scolaresca che accompagnavo. Sebbene rappresenti un trionfo della tecnologia, il MAUTO è dunque un museo a misura d'uomo e a servizio dell'uomo e, pur attraverso spazi espositivi avveniristici, occupati da carrozzerie fiammanti e cerchioni luccicanti, da veicoli di lusso e da pezzi unici per il loro valore, ci ricorda che l'oggetto ci accompagna nella storia ma non può e non ci deve mai sostituire.
 
 
C.M.

giovedì 11 maggio 2017

Owl Prize #19

Che bello mettersi giù a scrivere qualcosina su quello che scrivono gli altri. Eh sì, il web assorbe una buona parte delle nostre energie e, fortunatamente, se si seguono i percorsi giusti, si riesce a farne un uso produttivo e se ne traggono delle soddisfazioni. Molte delle migliori riflessioni che si insinuano nelle mie giornate, infatti, provengono da angoli più o meno frequentati del web, ma tutti accomunati dalla loro qualità. Così è nata la rubrica Owl Prize, che anche oggi sottopone alla vostra attenzione una selezione di otto articoli meritevoli di lettura in cui mi sono imbattuta negli ultimi mesi.

  • Il primo di essi è un post di Davide per il blog collettivo Tre racconti (al quale è connessa una pregevole rivista dal medesimo titolo) che analizza il racconto Il Babau di Dino Buzzati, indagandone le particolarità e le simbologie. La segnalazione di questo pezzo è anche l'occasione per indirizzarvi al progetto web di cui fa parte, davvero ottimo e per nulla rivelatore della sua natura amatoriale.
  • Su Scratchbook, Maria (che è anche una delle redattrici del sopraccitato progetto di Tre racconti) affronta la questione del silenzio (perduto) del lettore, che ci porta a riflettere sulla spettacolarizzazione del rapporto con i libri e sull'importanza di coltivare la solitudine come una risorsa e non come un pericolo.
  • Di recente ho letto l'ultimo romanzo di Haruf, ma già nei giorni della sua uscita avevo seguito le vicende ad esso collegate, in particolare la presentazione del volume in Italia da parte di Cathy Haruf, vedova dell'autore: a parlarne in modo emozionante, facendoci vivere l'intensità di questo incontro, è stata soprattutto Elisa, la Lettrice rampante, che l'ha incontrata a Milano.
  • La scuola di oggi si fonda sul concetto di competenza, a dire il vero molto più complesso di quanto si possa pensare; a spiegarci in cosa esso consista interviene Didatticarte: illustrandoci l'efficace similitudine delle competenze come setaccio, Emanuela ci guida alla scoperta di un aspetto didattico che muove dalle conoscenze ma va ben oltre, trasformandole in qualcosa che deve contribuire alla consapevolezza del discente.
  • Grazie a Luz ho scoperto quell'originalissima forma d'arte e di culto del libro che è la fore-edge painting, una raffinata pittura sul profilo delle pagine nata per contrastare la serialità della produzione a stampa che ci viene descritta nel blog Io, la letteratura e Chaplin.
  • Molti lettori avvertono una certa difficoltà nell'approccio ai racconti e al loro non-detto: su Internostorie, Marina prova ad affrontare la questione con un azzeccato parallelismo fra il romanzo e le serie tv da un lato e il racconto e il film dall'altro.
  • Per restare in tema di rapporto fra lettori e libri, non possiamo negare di esserci trovati tutti, almeno una volta, in una fase di blocco del lettore: nel suo blog Il giro del mondo attraverso i libri, Claudia analizza le possibili cause di questo disturbo e, soprattutto, ci fornisce cinque consigli per superarlo.
Come sempre, vi auguro buona lettura, nella certezza che in questi blog possiate trovare di che soddisfare la vostra curiosità.

C.M.

martedì 9 maggio 2017

Lo sfaccendato (Atılgan)

Per la seconda volta in pochi mesi, grazie alla collana Calabuig della casa editrice Jaca Book, ho conosciuto un nuovo autore, anzi, per meglio dire, questa volta mi sono inoltrata in un terreno del tutto sconosciuto. Lo sfaccendato di Yusuf Atılgan, che il premio Nobel Orhan Pamuk considera il proprio maestro, mi ha portata in Turchia, a scoprire una narrativa per me inedita che, tuttavia, risente molto dell'influenza occidentale.
Questo romanzo, licenziato dall'autore nel 1959, ha un protagonista anonimo, C., un personaggio inquieto, cinico e impulsivo che vaga per la città di Istanbul alla ricerca di un amore, sebbene qualcosa gli impedisca di coltivarne realmente il sogno. Ha alle spalle un rapporto astioso con il padre e l'affetto per una zia che, staccandosi da lui, ha velato ogni suo incontro con le donne di un'inquieta malinconia. Convinto che la pittrice Ayşe lo abbia tradito, C. insegue gli sguardi delle donne che sfilano fuori dalle vetrine dei bar o dietro i finestrini dell'autobus, finché non si imbatte nella giovane Güler, anch'ella recentemente delusa da un uomo. C. la segue, la seduce, si propone di sostituirsi a qualsiasi altro essere umano che possa contendergli l'affetto della ragazza, sebbene non abbia intenzione di condividere le sue aspirazioni alla costruzione di una famiglia, che, anzi, decostruisce con freddezza. C. è possessivo e distaccato al tempo stesso ed appare convinto di poter trovare soltanto in una donna il modo per superare questa incapacità di relazionarsi con i propri sentimenti, dominato dall'ira e dal bisogno di un contatto talmente diretto da risultare, il più delle volte, invadente. Anche quando Ayşe, per una strana combinazione, rientra nella sua vita, C. è come separato da lei, incapace di identificarsi fino in fondo negli amanti sulla riva del mare che ella cala in un suo dipinto e di accettare i dubbi e il trasporto che fanno naturalmente parte dell'esistenza degli altri esseri umani.
Lo sfaccendato è un romanzo impegnativo, perché ci chiede, prima di tutto, di convivere con un protagonista decisamente irritante, egoista, rabbioso, che ha nei confronti delle sue potenziali amanti un atteggiamento che nessuno cercherebbe in un rapporto sentimentale. Allo stesso tempo, riesce difficile identificarsi nella facilità con cui Güler e Ayşe si invaghiscono di lui, quasi pronte a rinunciare a se stesse, se non fosse per l'intervento di apparizioni estranee. La stessa sintonizzazione con la prosa di Atılgan costituisce una sfida, specialmente nel primo capitolo, dove i frammenti del recente passato di C. si sovrappongono alla sua ricerca di una donna, conducendoci in vie mal frequentate, cinema ridotti a luoghi di incontri sessuali socialmente inaccettabili e strade trafficate. Siamo di fronte ad un romanzo che ci chiede di comprendere la difficoltà di un uomo solo nell'integrarsi nella vita di una città spersonalizzante, dove gli incontri sentimentali sembrano sempre celare qualche minaccia o scomodano insistentemente dei traumi sopiti, generando imbarazzi continui e incomprensioni. In un'atmosfera che ricostruisce i quartieri di Istanbul, i cibi e le bevande della tradizione turca e le passeggiate sul Bosforo, Atılgan introduce in realtà temi universali e ritmi narrativi che il lettore occidentale può facilmente riconoscere, con tanto di inserti molto particolari di flussi di coscienza.
Dopo questa incursione nella letteratura turca, è nata in me la curiosità di provare a percorrere il sentiero della narrativa della penisola e, in particolare, di Orhan Pamuk e Oğuz Atay, sebbene non sappia da dove iniziare a conoscere il primo. Certamente l'incontro con Yusuf Atılgan ha smosso un interesse che in precedenza non faceva parte del mio universo letterario e questo è già un grande traguardo per un romanzo.
 
Yusuf Atılgan (1921-1989)
Siamo tutti codardi. Amiamo perché abbiamo paura, viviamo perché abbiamo paura, e per paura uccidiamo. La cosa peggiore è che anche un leggero imbarazzo ci incute timore.
C.M.

giovedì 4 maggio 2017

Le nostre anime di notte (Haruf)

La notte è il momento in cui essere soli è più difficile. Lo sa bene Addie, la protagonista dell'ultimo romanzo di Kent Haruf, che ci riporta nella cittadina di Holt, in Colorado, in cui è ambientata la Trilogia della pianura, composta da Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Le nostre anime di notte (NN editore) è un romanzo dominato da un senso di urgenza, come scrive in calce al volume il traduttore, Fabio Cremonesi: siamo di fronte ad una storia breve, fatta di scene-lampo e di dialoghi rapidi, una storia che Kent Haruf ha voluto affrettarsi a raccontare prima di morire e della quale dobbiamo essergli grati, perché, in qualche modo, Holt ha preso vita nello spirito dei suoi lettori e Addie e Louis sono due figure che hanno molto da comunicare.
 
La proposta che Addie pone a Louis, anch'egli vedovo, in là con gli anni e con una figlia che ha ormai lasciato Holt, è molto semplice, eppure socialmente molto coraggiosa: se la notte è così lunga da trascorrere in solitaria, senza il respiro di una persona cara accanto, perché non unire le proprie solitudini e attraversare insieme la notte? Louis, inizialmente, tentenna di fronte a tale richiesta, perché, in qualche modo, alla solitudine ha fatto l'abitudine; essere avvezzi ad una condizione, tuttavia, non rende insensibili al bisogno di superarla, per questo l'uomo decide di fare un tentativo e, poco alla volta, nelle conversazioni che scambia con Addie sdraiato accanto a lei con la mano vicina alla sua, Louis scopre una piacevole intimità, un senso di benessere e di affinità che gli mancava da tempo. I due anziani scambiano riflessioni ed esperienze, in particolare ripercorrendo le loro esistenze, i loro matrimoni, le difficoltà incontrate con i figli. I giudizi dei pettegoli non tardano ad insinuarsi nel loro rapporto e a trasformarsi, nelle parole di Gene e di Holly, figli, rispettivamente, di Addie e di Louis, in velenosi rimproveri. Ma né Addie né Louis hanno intenzione di prendere ordini dagli altri, ora che hanno raggiunto un'età in cui rivendicare la libertà è un dovere verso se stessi e che nessun altro individuo ha il diritto di contrastare. L'arrivo in città di Gene con il figlio Jamie porta una ventata di giovinezza in più nelle vite di Addie e Louis, impegnati più che mai a far sentire al bambino l'affetto che Gene, troppo preso dalle difficoltà del rapporto con la moglie e dalle difficoltà lavorative, non sa garantirgli, eppure sarà proprio questo inaspettato allargamento della famiglia ad obbligare entrambi ad una scelta.
Leggendo Le nostre anime di notte si ritrovano le atmosfere già vissute entrando ad Holt attraverso la Trilogia della pianura: ci si riscopre immersi fra le esistenze di tanti personaggi, anche se, questa volta, la focalizzazione è molto più selettiva, essendo incentrata sulle figure di Addie e di Louis, che sanno stringere immediatamente un legame con il lettore. Familiare è l'atmosfera di una cittadina che ritrova la propria identità nella chiesa, nei campi, nelle strade, nella conformazione degli isolati e che sembra essere fatta solo di esistenze, perché i pensieri e i sentimenti dei personaggi, che Haruf non tratta però con prolissa insistenza, prevalgono sulle descrizioni e sugli oggetti; indirettamente, tuttavia, l'immagine di quel microcosmo esistenziale che è Holt si delinea con chiarezza nella mente del lettore, accogliendolo in una casa molto speciale, che è, in fondo, un luogo dell'anima.
Ciò che colpisce maggiormente di questo racconto è la grande delicatezza di Haruf nel raccontarci una storia intensa, intrisa di desiderio di affetto ma anche della malinconia del rimpianto, senza però nulla di lacrimevole. Gli incontri di Addie e Louis appaiono come il naturale sfogo di due esistenze che, date per concluse da molte persone che circondano i due protagonisti, hanno ancora molte emozioni da vivere, molti interrogativi e molte risposte da cercare insieme per dare un senso al passato e rilanciare il presente. Le nostre anime di notte parla di scelte coraggiose attraverso storie di persone comuni e manifesta la straordinaria capacità di Haruf di dare dignità letteraria all'ordinario, scoprendone le sfumature che altri avrebbero considerato prosastiche, immeritevoli di attenzione e narrazione.
 
Robert Redford e Jane Fonda nel film tratto dal romanzo di Kent Haruf
Sono arrivato a credere a qualche tipo di vita dopo la morte. Un ritorno alla nostra vera essenza, un’essenza spirituale. Abitiamo in questo corpo fisico finché non torniamo allo spirito.
Io non so se credo a queste cose, disse Addie. Magari hai ragione tu. Lo spero.
Vedremo, giusto? Non ancora, però.
No, non ancora, rispose Addie. Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.
C.M.

martedì 2 maggio 2017

Il cavaliere inesistente (Calvino)

Chi è Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez? Difficile affermarlo, perché lui stesso è alla ricerca della propria identità e, a ben guardare, non esiste: egli ha la forma dell'armatura candida dal variopinto cimiero che indossa, ma, al si dotto della ferraglia, non c'è nulla.

Agilulfo è il protagonista de Il cavaliere inesistente (1959), il terzo volume della trilogia di Italo Calvino I nostri antenati, che segue Il Visconte dimezzato (1952) e Il barone rampante (1957) e, come i personaggi degli altri romanzi, affronta l'importante tema dell'identità e dell'affermazione di sé, ispirandosi più che mai al mondo dell'Orlando furioso tanto amato dall'autore.
Siamo alle porte di Parigi, nel pieno della guerra fra i paladini di Carlo Magno e l'esercito dei Mori. La storia non è però quella di Orlando e dei suoi nobili compagni, che, a ben guardare, appaiono come una torma di millantatori di avventure e guerrieri che pensano più al cibo che alla spada, bensì di quest'armatura vuota, che, tuttavia, appare proprio ricolma di quei valori che i guerrieri franchi sembrano aver perduto. Agilulfo è il cavaliere senza macchia e senza paura che affronta la mischia a testa alta e ne esce senza ammaccature, che tira di spada come se danzasse e che segue una rigida deontologia anche in materia amorosa, decantando e praticando le arti dell'amor cortese. Egli non ha bisogno di mangiare, non conosce i bisogni fisiologici degli esseri umani ed è pertanto dedito completamente alla causa dell'eroe, che lo porta sovente a scontrarsi con i più pragmatici paladini, di cui depreca l'abitudine di raccontare fantasiosi resoconti di battaglie mai vissute. Eppure un giorno il suo stesso titolo, tutto ciò che, assieme all'abbagliante armatura fa di lui Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, gli viene negato: il giovane Torrismondo nega che Agilulfo abbia mai protetto l'onore e la purezza della nobile Sofronia, atto in seguito al quale gli è stato concesso il titolo di Cavaliere di Selimpia Citeriore, in quanto egli è certo di poter dimostrare di essere il figlio di quella donna e di essere nato ben prima del suo salvataggio ad opera della bianca armatura. Per Agilulfo la negazione di questa identità, che è al contempo una grave onta per Sofronia, apre una crisi profonda ed egli, con il benestare di Carlo Magno (che, in realtà, non vede l'ora di levarsi dai piedi una figura dall'eroismo ingombrante), parte alla ricerca di Sofronia, ormai diventata monaca, per poter dimostrare l'infondatezza di tali accuse e ripristinare così il proprio onore. Torrismondo, a sua volta, dovrà dimostrare che suo padre è uno dei cavalieri del sacro Gral, per poter mantenere il titolo che possiede solo in quanto presunto figlio dei sovrani di Scozia e non essere trascinato nell'accusa di essere un figlio illegittimo a seguito di quella mossa ad Agilulfo.

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo (1513)
Si mette così in moto il meccanismo tipicamente ariostesco dell'inchiesta: Agilulfo cerca Sofronia, Torrismondo cerca i cavalieri del Gral, Bradamante, indomabile guerriera cristiana, insegue Agilulfo, l'idea di cui è perdutamente innamorata, mentre il giovane Rambaldo, appena entrato nell'esercito dei paladini al solo scopo di vendicare il padre ucciso dall'argalif Isoarre, segue la bella Bradamante, della quale si è invaghito subito dopo aver scoperto che il valoroso guerriero che lo ha salvato da un agguato nemico è una bellissima donna. Nel rispetto della tradizione cavalleresca, la ricerca è labirintica, tortuosa e porta i personaggi sempre più lontano dal loro obiettivo: per trovare Sofronia, Agilulfo dovrà arrivare fino al Marocco, superando naufragi e insidie di ogni tipo assieme al suo scudiero, l'ingenuo Gurdulù. Anche lo scioglimento è intriso del pessimismo che domina l'inchiesta ariostesca, perché sia Agilulfo che Torrismondo troveranno, alla fine del loro viaggio, una meta ben diversa da quella che entrambi hanno atteso e immaginato.
A narrare le vicende di questi eroi moderni calati nel mondo dei poemi epico-cavallereschi è suor Teodora, confinata nello scriptorium del convento dalla badessa per placare i suoi slanci passionali attraverso la scrittura. I momenti in cui suor Teodora rompe la finzifone letteraria per parlare di sé e del suo compito ci fanno riflettere sul valore della scrittura, chiave per accedere alla meditazione su di sé e sulla vita e, allo stesso tempo, per narrarsi e per narrare quella vita stessa. La scrittura è lo strumento che ridona vivacità e ritmo alle avventure di figure dimenticate, che si anima dell'entusiasmo delle loro imprese e delle loro passioni e che diventa travolgente proprio quando è consapevole di aver agganciato quell'autenticità.
Libro, è venuta sera, mi sono messa a scrivere più svelta, dal fiume non viene altro che il rombo lassù della cascata, alla finestra volano muti i pipistrelli, abbaia qualche cane, qualche voce risuona dai fienili. Forse non è stata scelta male questa mia penitenza, dalla madre badessa: ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a scrivere da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare.
Il cavaliere inesistente è un libro sottile e dai capitoli brevi, eppure affronta tematiche complesse e articolate. Italo Calvino, del resto, sa sempre come racchiudere in poche pagine considerazioni e storie ricchissime, riuscendo a dire tutto con le parole essenziali, con l'ironia, con la fantasia e con dei raffinati rimandi intertestuali. Attraverso questo libro, assieme ai suoi personaggi, il lettore impara ad essere, riflette sul senso dell'identità, sul rischio che si corre a volersi mantenere sempre fedeli a se stessi, a cadere nell'orgoglio o, al contrario, a tentare di cambiare la propria natura e a darsi una veste nuova.
«Il mio nome è al termine del mio viaggio» dice Agilulfo a chi gli chiede chi sia nel pieno della sua missione di recupero di identità. Siamo di fronte al trionfo della ricerca: ciascuno di noi procede verso qualcosa, convinto di poter arrivare al punto in cui potrà definirsi senza alcun dubbio, eppure si trova proprio nella ricerca. Per questo il tema dell'inchiesta è, fin dalle origini dell'arte della parola, un motivo topico, che affonda le radici nella vicenda di Edipo, procede con Odisseo ed Enea, si evolve con Dante, diventa labirinto con Ariosto e crisi con Pirandello. E per questo lo stesso Calvino ha fatto della ricerca il carburante del suo sperimentalismo, scegliendo forme sempre nuove per interpretarla e arrivando a renderla capolavoro con il romanzo della ricerca per eccellenza, Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979).

Carlo Carrà, Il cavaliere rosso (1913)
La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade. Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l’angolo che volterai uscendo dal convento e non sai se ti metterà faccia a faccia con un drago, uno stuolo barbaresco, un’isola incantata, un nuovo amore.
C.M.

giovedì 27 aprile 2017

Allontanarsi (Howard)

La saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard è arrivata al suo quarto e penultimo atto: la fortunata serie narrativa pubblicata da Fazi editore sta giungendo alla sua conclusione ora che, con Allontanarsi, ci presenta importanti svolte nella vita dei suoi protagonisti.

Il quadro dei personaggi si è fatto ancora più complesso: le coppie in crisi si aprono lasciando entrare nella loro intimità nuove figure di amanti oppure distaccandosi definitivamente, ma, allo stesso tempo, nuovi legami si costruiscono o ricostruiscono. I bambini de Gli anni della leggerezza sono ormai cresciuti e le loro esistenze sono diventate molto diverse, hanno toccato traguardi non sovrapponibili e, soprattutto, sono il segno di un mondo completamente nuovo non solo rispetto a quello in cui hanno vissuto i loro nonni, il Generale e la Duchessa, ma anche i loro stessi genitori, essi stessi alle prese con comportamenti sociali del tutto nuovi.
Se Il tempo dell'attesa e Confusione erano stati i romanzi di Louise, ad emergere, in questo nuovo episodio, sono soprattutto Polly e Clary, già orgogliosamente avviate ad una vita adulta indipendente e legatissime l'una all'altra: la prima lavora per un arredatore e prosegue convinta e ottimista per la propria strada, senza piegarsi alla mentalità maschilista di chi mette in secondo piano la sua professionalità per tentare di sedurre una bellissima ragazza; la seconda ha provvisoriamente accantonato le proprie aspirazioni di scrittrice, scontando le pesanti conseguenze di un sentimento non corrisposto. Accanto alle ragazze, stavolta risultano più presenti anche i loro fratelli e cugini, in particolare Christopher, cugino di Louise, e Teddy, suo fratello: la Howard, affidandosi a questi due giovani uomini, si lancia nell'esplorazione di due esperienze agli antipodi, dando prova di saperla affrontare con la stessa attenzione riservata alle loro parenti. Acquisisce ulteriore importanza il personaggio di Archie, lo storico amico della seconda generazione dei Cazalet, insostituibile confidente di Rupert e importante sostegno per lui, per la moglie Zoë e per la stessa Clary, che si affida alla sua guida e alla sua protezione come ad un secondo padre. Infine rampollano le piccole storie di contorno, che hanno come protagonisti gli impiegati della Cazalet, la madre di Zoë, il marito di Louise e la sua ingombrante madre e molti altri.
In Allontanarsi prevalgono grandi capitoli corali, in cui le narrazioni delle diverse esperienze si susseguono nel giro di poche pagine, mentre si riducono gli spazi destinati ai singoli personaggi e sempre a favore di Polly e Clary, le vere stelle del quarto volume. La gran parte del romanzo segue, alternandole in sezioni piuttosto compatte, le vicende dei fratelli Hugh, Edward e Rupert e delle loro mogli, mettendo in evidenza le fratture interne alla generazione adulta, gli attriti personali e nella gestione dell'azienda di famiglia e le differenti storie delle coppie. Se Hugh sta ancora fronteggiando la condizione di vedovo, Edward ne urta i valori perseverando nel tradimento ai danni di Villy, mentre Rupert e Zoë sono alle prese con le difficoltà di ricucire le loro esistenze dopo l'inaspettato ritorno del più giovane dei fratelli Cazalet dalla guerra.

Henri Lebasque, La sigaretta (1920)

Proprio quest'ultimo nucleo narrativo è fra i più intensi e travolgenti del romanzo. Se Rupert è stato per gran parte dei precedenti capitoli una presenza molto sbiadita (lo abbiamo conosciuto quasi solo attraverso il diario di Clary) il personaggio di Zoë è invece nel cuore di un'evoluzione accattivante grazie al progressivo aumento dei particolari del suo carattere: l'abbiamo conosciuta come la giovanissima e affascinante sposa di un aspirante pittore, ne abbiamo sondato la volubilità, abbiamo letto con lei i suoi libri preferiti, abbiamo sofferto dello stato di ambivalenza in cui è piombata durante l'assenza di Rupert e ora la ritroviamo ancora bellissima eppure maturata, divisa fra i sensi di colpa, il desiderio di intraprendere una carriera e la delicata necessità di imparare a convivere nuovamente con Rupert senza ipocriti sentimentalismi e senza forzature.
Se fino a Confusione ho percepito un crescendo di tensione e di affettazione nei confronti delle vicende narrate, Allontanarsi è parso più un momento di respiro, dedicato a riflessioni dei protagonisti sul loro passato e al pensiero delle nuove vite che li attendono e delle numerose trasformazioni. Il quarto capitolo della saga dei Cazalet appare come un'occasione di raccordo, nel quale ad enormi stravolgimenti a carico di ogni esistenza vengono predilette delle piccole incursioni in ciascuna di esse: c'è il graduale adattamento alla pace, ci sono i fermenti che porteranno le donne a godere di nuovi diritti e a sottrarsi a molti pregiudizi nati dal mancato rispetto delle aspettative nutrite nei loro confronti, ci sono rapporti che si consumano e amori che nascono piano piano tra le pagine. Ciò non significa che Allontanarsi sia inferiore ai precedenti volumi: è come se la Howard si preparasse a spiccare il salto che ci condurrà sul fondo della piscina di qui a pochi mesi, quando saremo costretti a salutare definitivamente i Cazalet e i loro amici e a chiudere le porte delle innumerevoli dimore in cui ci hanno accolti.

«Secondo te è davvero così importante essere felici nella vita?».
«E cos’altro dovresti essere, sennò?».
«Be’, utile agli altri. Cercare di rendere il mondo un posto migliore. Cose così».
«Io credo che essere felici renda il mondo un posto migliore». 
C.M.

lunedì 24 aprile 2017

La casa sul Tajo: la reggia dei colli Euganei

Sui colli Euganei, non lontano da Monselice e da Arquà Petrarca, nella località di Battaglia Terme, sorge una reggia storica che dal Cinquecento in avanti ha costituito una tenuta estiva, un baluardo di prestigio e un centro culturale che ha potuto beneficiare della vicinanza di Padova, del suo ambiente universitario e di Venezia. Si tratta del Castello del Catajo, una proprietà che conta attualmente più di 350 stanze e si estende su quaranta ettari di terreno, snodandosi in cortili, giardini e su tre costruzioni principali, corrispondenti alle diverse fasi di ampliamento.
 
Castello del Catajo - esterno (© Athenae Noctua)
 
La realizzazione del primo nucleo del palazzo risale all'inizio dell'XI secolo e si deve all'iniziativa di alcuni membri della famiglia borgognona degli Obizzi, che, scesi in Italia al seguito di Arrigo II, hanno stabilito i loro domini prima a Lucca e poi nella regione euganea. La crescita della mole e del pregio culturale della Casa sul Tajo (Tajo, letteralmente 'taglio', è il nome che in Veneto assumono i canali d'acqua che dividono le proprietà) sono però conseguenza dei rimaneggiamenti moderni, che iniziano nel Cinquecento con la costruzione della cosiddetta Casa di Beatrice, per volontà di Pio Enea I degli Obizzi, su progetto dell'architetto Andrea della Valle, e proseguono nella seconda metà del secolo con l'ampliamento del Castel Vecchio, per affrescare le cui sale viene scelto Gian Battista Zilotti, collaboratore di Paolo Veronese.
In questo contesto, con la fioritura delle architetture, dei cortili, delle torri e delle terrazze panoramiche che identificano chiaramente il Castello del Catajo come una residenza estiva e con lo splendore degli affreschi che decorano le sale ma rivestono anche tutte le pareti esterne, gli Obizzi affermano il prestigio familiare. Lo Zilotti, infatti, ricostruisce nei suoi cicli pittorici tutte le tappe dell'affermazione degli Obizzi nel cuore del Veneto, dalla nomina a vicari imperiali all'incontro con il sistema istituzionale della Serenissima, rendendo le sale del castello un vero carosello di racconti in cui si incontrano imperatori, soldati, dame, pontefici, vescovi, allegorie religiose e divinità antiche. Per una famiglia come quella degli Obizzi, infatti, è fondamentale affermare la legittimità della propria posizione: essa non ha origini nobili, ma deve le proprie ricchezze all'esercizio dell'arte della guerra, in quanto i suoi fondatori e principali rappresentanti sono dei capitani di ventura e Pio Enea I si impegna fortemente per dare lustro al proprio nome dal momento dell'acquisizione dell'agognato titolo nobiliare di marchese.
 
Castello del Catajo - piano nobile (© Athenae Noctua)
 
La parte più recente del complesso, detta Castel Nuovo e attualmente coinvolta in un'importante operazione di restauro, nasce nella prima metà del XIX secolo, in seguito al passaggio della reggia dalle mani di Tommaso degli Obizzi (morto senza eredi), a quelle di Ferdinando d'Austria e Beatrice d'Este, da lui nominati nel testamento in caso di morte del padre di lei, il duca Ercole III d'Este. Gli Asburgo-d'Este si estinguono a loro volta, sicché il complesso diventa parte dei possedimenti asburgici, per tornare in mano italiana solo dopo la fine del primo conflitto mondiale come risarcimento dei danni bellici; messo all'asta nel 1929, il Castello del Catajo è diventato infine proprietà privata, ma è regolarmente aperto al pubblico per visite guidate ed eventi.
 
Castello del Catajo - Cortile dei Giganti (© Athenae Noctua)
 
Ancora poco conosciuto, il Castello del Catajo merita una sosta da parte di chi si conceda una gita in Veneto, magari proprio sulla strada per Venezia. Nelle sale del palazzo si respirano le atmosfere rinascimentali e i panorami di cui si gode dalle terrazze accorciano le distanze fra il tempo in cui la Casa sul Tajo venne realizzata e quello in cui noi viviamo: il rigoglioso giardino, il laghetto, le colline dietro alle quali tramonta il sole trasmettono quel senso di raffinato rilassamento che gli Obizzi hanno ricercato in questo angolo ameno fuori Padova.
La prima parte del Castello che attrae l'attenzione, subito dopo il portale d'ingresso monumentale, è il Cortile dei Giganti, voluto da Pio Enea I per ospitare spettacoli teatrali e naumachie, come suggeriscono il fatto che la parete di fondo era affrescata come le quinte di un teatro e la presenza di elementi di canalizzazione per il convoglio e il deflusso delle acque.
 
Castello del Catajo - Fontana dell'elefante
(© Athenae Noctua)
Accanto al cortile si può ammirare la Fontana dell'elefante, voluta da Pio Enea II nel XVII secolo per sancire il legame del castello con quell'oriente vagheggiato nella paretimologia del suo nome: Catajo, infatti, non è solo la sintesi dell'espressione 'Casa del Tajo', ma anche un esotico riferimento al Catajo, l'antico nome della Cina, e l'assonanza è stata utilizzata per incrementare il fascino della reggia, sulla scia delle avventure meravigliose che Marco Polo aveva consegnato ai Veneti. La fontana, che può vantare una delle rarissime comparse di un elefante (gli unici due esemplari contemporanei sono l'Obelisco della Minerva del Bernini a Roma e quello del Parco dei mostri di Bomarzo, nel Viterbese), rappresenta l'arrivo dall'Oriente del dio Bacco, in groppa ad un pachiderma dagli occhi a mandorla, assieme al suo seguito di satiri e con Sileno, a rammentare a tutti gli ospiti degli Obizzi la cultura e il piacere che possono trovare nel Castello.
E, in effetti, il Castello del Catajo è un collettore di arte e letteratura: fra i suoi illustri ospiti vengono annoverati Ludovico Ariosto e Sperone Speroni, amico di Torquato Tasso e membro dell'Accademia degli Infiammati, che nel 1542 scrive un Dialogo delle laudi del Catajo, ricco di celebrazioni di Beatrice degli Obizzi, di divagazioni sull'amore e punteggiato scorci pastorali, come quello che ricorda l'origine della siringa di Pan, particolarmente consono a questa dimora sulle sponde del Bacchiglione e ai laghetti che la circondano. Oltre a ciò, nel corso di tutta la loro storia gli Obizzi si fanno promotori dell'arte drammatica e del melodramma, dell'attività di salotti letterari e del collezionismo antiquario: come si può evincere dalla Indicazione dei principali monumenti antichi del Reale museo estense del Catajo di Celestino Cavedoni (1842), «L'amena e sontuosa villa del Catajo, situata appiè di uno de'vaghissimi colli Euganei [...] e che fino dalla sua origine fu dallo Speroni e dal Betussi meritatamente celebrata sì per la sua vaghezza come per li preclari dipinti che l'adornano, in sul finire del secolo scorso e sul principio del presente crebbe di molto in fama per l'insigne Museo di Antichità, e per la ricca Armeria, che vi raccolse il Marchese Tommaso Obizzi». L'opera del Cavedoni elenca tutte le tipologie di oggetti e reperti che il Marchese ha voluto radunare dalle terre venete e da quelle vicine: epigrafi, erme, busti, urne cinerarie, dipinti, vasi fittili, sarcofaghi, statue, bronzi, medaglie romane e greche, colonne e tante altre anticaglie di cui viene anche offerto un computo. Oggi la quasi totalità di queste opere fa parte delle collezioni austriache del Kunsthistorisches Museum di Vienna, ma, passandone in rassegna gli esemplari, ci si può facilmente rendere conto di quale sia stato l'orizzonte culturale di questa famiglia affamata di prestigio e di cultura, desiderosa di stupire i propri ospiti e di affermare il proprio diritto di possedere una piccola Versailles.

Castello del Catajo - terrazza (© Athenae Noctua)

C.M.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...