lunedì 21 agosto 2017

Il nuovo volto di Anobii

Quanti di voi utilizzano i social network per avere una visione di insieme sull'esperienza di lettori? Immagino che molti si sentano coinvolti in questa abitudine, che confluisce principalmente sulle due maggiori piattaforme dedicate ai libri, cioè Anobii (che deve il suo nome al tarlo della carta, Anobium punctatum, epiteto con cui si indicano i lettori voraci nei paesi anglosassoni) e Goodreads, che sono più o meno coetanee: la prima è stata creata nell'agosto 2006, la seconda nel dicembre dello stesso anno.

Anobii - Streaming

I siti di Anobii e Goodreads forniscono servizi simili, dalla possibilità di creare le proprie librerie virtuali (Anobii include anche una sezione wishlist, mentre Goodreads offre una personalizzazione degli scaffali potenzialmente infinita), di inserire i libri tramite titolo, codice ISBN o, nella versione mobile, con scansione del codice a barre, di aggiornare lo stato di lettura (su Goodreads addirittura ad ogni progresso e con l'opzione di aggiornamenti generici), di scrivere recensioni, commentare quelle degli altri utenti e stringere contatti con altri lettori o gruppi di lettori.

Anobii - Aggiornamenti
Il 27 luglio la piattaforma Anobii, che nel 2014 è stata acquisita dal gruppo Mondadori, ha cambiato volto: la vecchia grafica ha lasciato il posto ad un'interfaccia più accattivante e l'applicazione mobile sembra finalmente funzionare, così come appaiono risolti numerosi dei bug generici. Quella che vediamo online è ancora una versione di prova e gli amministratori stanno lavorando per correggere i numerosi errori segnalati dagli utenti, che non di rado lamentano la perdita di parti delle loro librerie e dei contributi (recensioni, note, citazioni) inseriti. Un motivo che a molti è sembrato sufficiente per abbandonare Anobii e, magari, abbracciare Goodreads, dapprima non considerato. Del resto il pensiero che l'accurato lavoro di schedatura e recensione dei volumi possa andare perso è un valido motivo di nervosismo, probabilmente anch'io la prenderei molto male se la mia acribia fosse messa alla prova fino a questo punto.
Un altro aspetto che ha scontentato molti degli Anobiani di vecchia data è legato al maggiore orientamento social della piattaforma: la homepage e la sezione streaming presentano gli aggiornamenti delle attività degli utenti in maniera forse più estesa rispetto alla precedente (ma si può decidere di visualizzare solo gli aggiornamenti degli amici) e, nel selezionare i contributi relativi ai diversi volumi, quelli personali si mescolano a quelli di tutti gli altri Anobiani, mentre con nel vecchio sito, aprendo la libreria, si poteva innanzitutto avere di fronte la propria esperienza e poi, se lo si desiderava, si poteva espandere la visione ai contributi degli altri lettori. Piccole cose, in verità, ma che denotano, in effetti, un indebolimento della sfera di raccoglimento che Anobii ha forse rappresentato per tanto tempo, soprattutto nel confronto con Goodreads, più orientato alla condivisione di aggiornamenti di stato, attività di gruppi di lettura e scambio fra gli utenti, cui bastava un commento di un amico ad una recensione per individuare un potenziale ulteriore contatto; ciò non toglie, comunque, che Goodreads può essere utilizzato anche in maniera molto personale, escludendo l'accesso ai gruppi e restringendo la cerchia dei contatti.

Anobii - Applicazione mobile
Personalmente, al di là delle spiacevoli perdite di dati nel passaggio (alla quale gli amministratori garantiscono di poter porre rimedio nel corso della fase beta), trovo che la rinfrescata di Anobii sia un dato positivo: la grafica è più stimolante, la homepage più curata, la vista della libreria è più ordinata e, come dicevo, finalmente l'applicazione mobile ha un funzionamento normale, mentre in precedenza non c'era volta che riuscissi ad aggiornare uno stato di lettura o aggiungere un nuovo libro senza incorrere nel blocco. Interessante anche la parte dedicata alle community (il potenziamento social che, comunque, si può decidere di ignorare) e alle classifiche e ottima è la nuova vista del profilo, con una vetrina di tutti gli ultimi aggiornamenti che supera per qualità e ordine la corrispondente funzione di Goodreads.
Questo non significa che tutto sia perfetto, anzi, ho riscontrato un aspetto negativo piuttosto pesante: oltre alla scomparsa della visione delle proprie recensioni in testa alle altre (quindi del primato dell'esperienza personale rispetto a quella della massa degli utenti), non sono ancora riuscita a visualizzare le reazioni degli altri Anobiani ai miei contributi (commenti o like), nemmeno cliccando sulla relativa notifica. Insomma, l'aspetto dei contributi va migliorato... a partire dall'esortazione nella pagina streaming a crearli, che recita: «Ciao - nome utente. Ecco gli ultimi libri aggiunti alla tua libreria. Dagli un voto, scrivi una recensione, aggiorna lo stato di lettura, scambiali...» Suvvia, quel 'dagli' usato con un referente plurale non si può vedere!
Anobii - Profilo

Insomma, c'è da sperare che questi elementi di criticità, così come lo smarrimento dei dati delle librerie degli utenti, sia da imputare alla fase di passaggio, perché sarebbe davvero un peccato, a fronte di un necessario rinnovo delle funzionalità di Anobii, perdere proprio quella che in passato è stata la sua natura di archivio personale. Detto ciò, confermo il mio giudizio positivo sul nuovo volto del social network, soprattutto perché i continui bug e i problemi di accesso e individuazione dei libri che ho notato nella versione precedente mi stavano convincendo ad abbandonare aNobii e a mantenere il solo Goodeads, anche perché gestire una doppia libreria richiede il doppio del tempo.
Voi cosa pensate del nuovo volto di Anobii? Quale preferite fra Anobii e Goodreads e perché? Sono curiosa di conoscere la vosta esperienza con le "librerie-social"!
E, visto che siamo in tema, vi ricordo i miei contatti Anobii e Goodreads.

C.M.

sabato 19 agosto 2017

Il pomeriggio di un piastrellista (Gustafsson)

Fra i volumi ristampati da Iperborea nella collana Luci figura il romanzo di Lars Gustafsson Il pomeriggio di un piastrellista, un testo in cui letteratura e filosofia dialogano nel pieno rispetto dei due slanci presenti nella vita dell'autore.

Nel libro si narra la storia di Torsten Bergman, che di mestiere fa, appunto, il piastrellista, ma accetta soltanto lavori in nero. In realtà, però, assistiamo solo allo svolgersi di un pomeriggio di lavoro di Torsten, durante un incarico piuttosto bizzarro da svolgere in una palazzina apparentemente abbandonata. Affidandosi solo alla telefonata di un conoscente, Pentti, che gli chiede di terminare un lavoro lasciato incompiuto da altri, Torsten imbraccia gli attrezzi del mestiere e si reca all'indirizzo che ha annotato, in un quartiere di Uppsala. Qui si imbatte in una situazione più grave del previsto, perché il bagno da piastrellare non è semplicemente lasciato a se stesso, ma ha ospitato qualcuno che ha lavorato malissimo, sicché Torsten deve iniziare a smantellare il locale per ricominciare tutto dal principio. Mentre è al lavoro incontra alcuni personaggi che lo obbligano ad interrompere il lavoro, come la misteriosa inquilina del piano superiore, Sofia K, o di una donna che chiede insistentemente di poter usare il telefono, nonostante Torsten garantisca che nella casa non c'è alcun apparecchio telefonico, perché il marito ha chiuso lei e i figli fuori di casa. Finché, dopo ore e ore di impegno e la soddisfazione di aver riparato ad uno scempio edilizio, Torsten viene folgorato da una ironica consapevolezza.
In verità, a quel punto era abbastanza lontano da buon senso, equilibrio e ragione. Aveva la sensazione di non appartenere a nessun luogo, di non avere nessun posto dove andare, e gli pareva che l'unico suo legame con il mondo fosse quel lavoro bizzarramente privo di senso.
Il pomeriggio di un piastrellista è un romanzo breve, fatto di capitoli concisi. Il suo protagonista è un uomo che vive alla giornata, che, tanto è accurato nel suo lavoro, tanto trascura di occuparsi della propria casa e del proprio giardino, dove ormai si accumulano cianfrusaglie e addirittura il relitto di una barca. Da quando la moglie è morta, Torsten osserva la vita andare avanti, trovando ragione di mettersi in movimento solo per quei lavoretti in nero che gli vengono commissionati da amici. E nel suo interminabile pomeriggio sembra sempre sulla soglia di una grande epifania, in procinto di incontrare chi possa cambiare la sua esistenza, che si tratti di una persona in carne ed ossa o di qualcosa di più simile ad un'apparizione o ad un fantasma.
La lettura del romanzo di Gustafsson è stata abbastanza piacevole, ma non ha del tutto corrisposto alle aspettative, poiché pensavo di trovare una storia maggiormente incentrata sugli incontri di Torsten con questi curiosi visitatori; il finale, inoltre, da un certo punto in avanti appare quasi scontato, di certo si fa intuibile ben prima che l'autore illustri l'ossatura del congegno narrativo. Alcuni spunti di sottofondo sono interessanti: il ritratto di un uomo chiuso in se stesso ma dedito al lavoro, l'interesse per le motivazioni dell'abbandono del lavoro e di un lavoro mal eseguito, la ricerca del senso di una vita e di un lavoro che sembrano esserne del tutto privi. Però questi accenti non sono bastati a farmi apprezzare in maniera particolare il romanzo di Gustafsson.
È comunque una gran cosa, riuscire a fare un po’d’ordine, nella vita. Anche se si sa benissimo che un bel giorno arriverà qualcuno che demolirà tutto per sostituirlo con qualcos’altro. C’è un unico attimo bello, ed è quando si vede come tutto si accorda, quasi da sé.
C.M.

giovedì 17 agosto 2017

Creta, 'la macchina del tempo' #2: Ágios Niklóaos e l'isola di Spinalonga

Creta non è soltanto la patria di una della civiltà minoica e la sede dei palazzi di Cnosso, Malia e Festo, ma anche un teatro di contesa e un luogo ricco di bellezze naturali. Tutti questi aspetti che rendono affascinante l'isola sono da ricondurre al suo splendido mare, importantissima risorsa per Minoici e Micenei, strategica frontiera per Veneziani e Ottomani ma anche zona di occupazione italo-tedesca durante il secondo conflitto mondiale. Oggi è del mare di Creta che voglio parlare, con la sua storia e l'affiorare del mito.

Isola di Spinalonga - Fortificazioni veneziane

La seconda giornata di escursione durante le vacanze ha avuto come meta principale l'Isola di Spinalonga, nel Golfo di Mirabello, nella parte nord-orientale dell'isola. Per raggiungerla si può prendere un traghetto nella vicina Elounda oppure scegliere una breve crociera nel golfo partendo da Ágios Niklóaos, principale centro affacciato sulla baia, nonché capoluogo del distretto di Lasithi. Io ho scelto questa seconda opzione proprio per poter visitare nella stessa giornata anche la cittadina, famosa, oltre che come meta del turismo, per la presenza di un piccolo bacino d'acqua dolce, il lago Voulisméni, collegato direttamente al porto e, dunque, al mare; le leggende locali narrano che la dea Atena fosse solita bagnarsi proprio in queste acque.

Ágios Niklóaos - Il lago Voulisméni

Ágios Niklóaos - Chiesetta sul lago Voulisméni

Ágios Niklóaos - Il porto

Ágios Niklóaos - Scalinata
Ágios Niklóaos è un moderno e vivace luogo di villeggiatura, ma presenta anche alcuni angolini davvero caratteristici, come le scalinate che scendono verso il porto, la sponda del lago Voulisméni e la facciata di un'antica chiesetta bianca. Fuori città ci sono inoltre molte chiese, alcune parte di monasteri, tuttavia i limitati orari di visita mi hanno impedito di accedervi, mentre per la chiusura dovuta a lavori di restauro e ampliamento ho perso l'occasione di entrare al museo archeologico, che ospita la seconda collezione minoica dell'isola dopo quella di Heraklion.
Dal porto di Ágios Niklóaos, a bordo di un'imbarcazione turistica che permette di ammirare il Golfo di Mirabello e di sostare per un tuffo presso l'incantevole spiaggia di Kolokitha (in italiano 'La zucca'), dove l'acqua è calma e di un colore incantevole, ci si sposta a Spinalonga. L'isola, piccolissima, è interamente occupata dai resti di una fortezza veneziana risalente alla fine del XVI secolo e caduta in mano ai Turchi nel 1715. Sotto la dominazione ottomana Spinalonga divenne un lebbrosario in cui confluirono tutti i malati provenienti dalla Grecia, ma rimangono all'interno alcuni segni dell'intervento di Epainondas Remoundakis, uno studente che nel 1953 si impegnò per ottenere migliori condizioni di vita e strutture adeguate a garantire ai lebbrosi un'esistenza dignitosa: sull'isola vennero create botteghe e scuole, si celebrarono matrimoni, fu regolamentato il sistema delle visite, garantita la presenza costante di personale medico e addirittura videro la luce molti bambini, alcuni dei quali sani. Ormai ridotta ad area archeologica, Spinalonga ospita rovine degli edifici turchi o costruiti negli ultimi anni di attività del lebbrosario, rimasto attivo fino al 1973; oggi è presa d'assalto dai turisti, notevolmente aumentati dopo la pubblicazione del romanzo L'isola di Victoria Hislop (2005), ma molto più significativo per cogliere le reali condizioni dei malati confinati a Spinalonga, a detta della guida, è The eagle of Spinalonga di Nike Azoros, che spero venga presto tradotto anche in Italia.

Isola di Spinalonga

Isola di Spinalonga - Chiesa di Ágios Georgios

Isola di Spinalonga - Rovine dell'ospedale

Al rientro da questa escursione, non essendo possibile visitare gli edifici di culto intorno ad Ágios Niklóaos, affidandomi a qualche suggerimento trovato in rete, sono rientrata ad Analipsi, il paesino poco lontano da Heraklion dove alloggiavo, percorrendo la Strada vecchia, cioè strada che univa le due estremità dell'isola prima della costruzione della nuova arteria negli anni '70, passando anche per l'Altopiano di Lasíthi, a 900 metri di altezza. Lo scopo era quello di ammirare l'entroterra e i famosi mulini a vento, oltre che di respirare l'aria delle montagne in cui Rea avrebbe partorito Zeus, lontano dalle minacce di Crono, pronto a divorarlo come tutti gli altri figli (il luogo di riferimento, in questo caso, è la Grotta di Diktéon, dove Zeus sarebbe cresciuto bevendo il latte della capra Amaltea e con le cure della ninfa Melissa) e in cui si dice sia nata l'Europa, in riferimento alla scelta di Zeus di portare proprio in questi luoghi, una volta assunte le sembianze di un toro, la fanciulla da lui amata e da cui il nostro continente avrebbe preso il nome. 

Altopiano di Lasíthi

In realtà il percorso si è rivelato lungo e tortuoso e dei famosi mulini a vento resta ben poco, ma è stato suggestivo incontrare quella che è probabilmente la vera Creta: un microcosmo ben diverso dall'animazione dei villaggi turistici e dalla vita delle spiagge, punteggiato di capre al pascolo fra le rocce e casupole sparse fra i tornanti e abitate ormai solo da anziani che gestiscono piccole attività agricole, taverne e ristoranti cui, però, pochi arrivano. Lungo la Strada vecchia sembra che il tempo si sia fermato: non ci sono grandi negozi e alberghi, i sentieri sono sterrati, i vecchi stanno seduti accanto alla porta e le anziane vestono esclusivamente di nero e magari tengono coraggiosamente in piedi un chioschetto di miele artigianale a bordo strada, sbracciandosi per attirare l'attenzione dei pochi che si avventurano fra le montagne.

Analipsi - Chiesetta sul lungomare

Analipsi - tramonto

Infine il rientro ad Analipsi, poco lontano dalla più conosciuta Hersonissos, giusto in tempo per ammirare un meraviglioso tramonto. Sebbene il nord dell'isola sia meno caratteristico della parte meridionale, ancora incontaminata, il mare, che non ho mai potuto vedere quieto, è affascinante e tiene compagnia con il suono delle onde e della risacca, modella gli scogli e giunge con la sua schiuma a lambire le strade e le due chiesette che sorgono sul litorale, più per farsi ammirare dai turisti che per ospitare celebrazioni. Spero di tornare presto in Grecia e di poter completare l'escursione dell'isola e delle spiagge affacciate sul Mar Libico, ma non c'è dubbio che sia bastata una settimana per farmi innamorare di questo mare e della storia che porta con sé.

Analipsi - Spiaggia
«Su un’isola non si dimentica mai il mare, il che significa che non si dimenticano mai i propri limiti, Eppure, entro questi limiti, ogni uomo è re.» Ben Pastor, La strada per Itaca.
C.M.

lunedì 14 agosto 2017

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati (Bacchilega)

Ormai lo sapete: se devo leggere un giallo, lo leggo durante l'estate, magari alternandolo a qualche classico, meglio se sotto l'ombrellone. Quest'anno ho portato in vacanza Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega (Las Vegas edizioni), che ho letto in spiaggia o a bordo piscina. Del resto l'ambientazione è quella della Romagna, familiare a molti Italiani e particolarmente evocativa nei mesi della villeggiatura... ma è una Romagna diversa quella che esce dalle pagine di questo romanzo. 
Non siamo sulle affollate spiagge di Rimini, fra bambini urlanti e bagnanti che colano creme da sole e sudore, ma in una cittadina umida, impregnata di nebbia e delitti. Nel mirino di un sadico assassino ci sono tre prostitute, Didi, Barbara e Giorgia e il loro protettore Ermes, che, nonostante l'aria da duro e gli affari loschi, appare più impegnato a fronteggiare la diarrea del suo cane Arrigosacchi che a commettere crimini. Le tre ragazze ricevono delle lettere di minaccia e ben presto una di loro viene uccisa. Ciò significa molto lavoro per Michele Zannoni, insaziabile giornalista di cronaca nera ormai stanco di parlare solo di incidenti stradali, per il poliziotto celato dietro al soprannome di Gola Profonda che gli passa informazioni sulle indagini, e per il tanatoprattore Mauro, personaggio costantemente preda dell'ansia e della paura che gli vengano rubati gli strumenti del mestiere ma anche fanatico di Chi vuol esser milionario. Attraverso l'incrocio delle voci dei protagonisti del racconto si ricostruisce una vicenda di sangue, di maniacalità e di indagini che traggono origine da pettegolezzi, maldicenze, vizi e perversioni sufficienti a montare i casi e la curiosità che si riversa su di essi, perché nei piccoli paesi tutti hanno dei peccati e tutti sono ben disposti a pensare male, spesso azzeccando la verità. E sopra tutto questo lo sguardo della stampa, lo spirito di sciacallaggio di Michele, che ha imparato da ragazzino che tutti hanno dei segreti e dei comportamenti poco edificanti da nascondere ma, allo stesso tempo, sono proiettati a voler conoscere i peccati altrui; che tutti temono la morte, ma nutrono una insana attrazione per le cattive notizie, non fosse che per sentirsi più al sicuro nella consapevolezza di essere sfuggiti ad un evento tragico.
Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati è un romanzo coinvolgente, ironico, amaro e ben costruito, che contiene molti spunti di riflessione sul modo di intendere la cronaca e sugli aspetti molto meno seducenti che i fatti di sangue comportano. Attraverso le figure di Michele e di Mauro conosciamo entrambi i lati della morte: quello della notizia sensazionale che tiene incollati ai notiziari e quello meramente biologico, macabro, disgustoso di identità da ricomporre e cui restituire la dignità che hanno perduto nel diventare oggetto di notizie. La scrittura di Davide Bacchilega è fluida, brillante, retta da scontri verbali e turpiloquio, ma anche da lunghi monologhi che rendono conto del pensiero e dei moventi delle azioni di tutti i personaggi coinvolti, dalle vittime ai sospetti, dai figli rimasti orfani a chi teme un'incriminazione. 
Insomma, in questo giallo c'è un po'di tutto e a tutto viene dato il giusto spazio, il giusto tempo, il giusto tono. Consigliatissimo per gli amanti dei gialli venati di umorismo e per chi non ha mai visto o non riesce ad immaginare la Romagna d'inverno, quella che appare quando si chiude l'ultimo ombrellone.

Quando si pensa alla Romagna, da fuori, è probabile che vengano in mente immagini simpatiche: la piadina farcita, l'orchestra Casadei, la tabaccaia di Amarcord. Però a quest'aria satura che c'è in inverno non ci pensano mai quelli di fuori. Non si immaginano questa nebbia che si stringe come un cappio attorno alla terra, senza mollarla, fino a strangolarla. Hanno in mente, quelli di fuori, solo spiagge affollate, ombrelloni colorati e pedalò al largo. Ma quelli che ci vivono in questo groviglio soffocante sanno bene che la Romagna non è sempre in fiore.
C.M.

giovedì 10 agosto 2017

Creta, 'la macchina del tempo' #1: Cnosso e Candia

La mia passione per la storia è nata in terza elementare, assieme alle prime civiltà oggetto di studio. L'idea che alle nostre spalle vi fossero millenni di storia e usanze talvolta diversissime, talaltra ancora vive o solo appena cambiate mi ha sempre affascinata e la mia curiosità nei confronti dei popoli del Mediterraneo e della storia antica d'Europa non è mai venuto meno. Di fronte a immagini di siti archeologici, di reperti che documentano la vita di tutti i giorni o delle vere e proprie forme d'arte, ho trovato sempre molto importante la trasmissione delle esperienze, dei riti, del pensiero che gli oggetti e le costruzioni portano con sé. Di qui la necessità di conservare queste tracce e di restituire loro la dignità che meritano, di qui i miei studi classici, di qui l'amore per la storia, l'arte e la letteratura.

Palazzo di Cnosso - Il colonnato con l'affresco del toro

Ecco perché la Grecia e Creta in particolare hanno sempre esercitato un fortissimo richiamo, ben prima che in me sorgesse l'aspirazione agli studi classici: il mare di Ulisse, il palazzo di Cnosso, il solo nome dei Minoici e dei Micenei erano elementi di cui ho sempre desiderato fare esperienza. Poi sono arrivati il liceo, l'Università e, all'interno di questa, persino un corso di storia della lingua greca in gran parte incentrato sul miceneo e sulla Lineare B, cosicché il desiderio di visitare la regione ellenica è diventato enorme. Finalmente quest'anno sono riuscita a realizzarlo.
Anche se ho visto solo una piccola parte di ciò che avrei voluto visitare (inevitabile quando ad ogni passo si inciampa nella storia e il tempo è poco), mi occorrono due post per il mio diario di viaggio. Naturalmente non posso che partire dall'escursione a Cnosso e nella città di Candia, capoluogo dell'isola noto anche come Heraklion (o Iraklion) e Megalokastro.

Candia - La Loggia

Il celebre palazzo minoioco è infatti a pochi chilometri da Candia e i due luoghi vanno visitati assieme, dato che il sito archeologico permette di rendersi conto dell'eccezionalità delle architetture antiche, ma è nel museo cittadino che sono conservate opere d'arte e testimonianze di cultura materiale; peraltro c'è la possibilità, con solo 1 euro di supplemento, di acquistare un biglietto cumulativo per il palazzo di Cnosso e il museo di Candia.

Palazzo di Cnosso - Veduta dal cortile settentrionale

Il sito di Cnosso è, come ci si può aspettare, molto affollato, tuttavia la sua enorme estensione fa sì che, superata la biglietteria, ci si possa muovere agevolmente per quasi tutta l'area, eccezion fatta per l'ingresso nella sala del trono, che richiede qualche minuto di fila. La visita è libera ed io ho scelto di seguire il percorso partendo dall'ingresso settentrionale, dal momento che è qui che conduceva la Strada Reale proveniente da ovest, che è considerata la strada più antica d'Europa. Il palazzo, scoperto dall'antiquario cretese Minos Kalokerinos nel 1878 ma portato alla luce dall'inglese Arthur Evans a partire dal 1900 (pare dopo il fallito tentativo di Heinrich Schliemann di ottenere la precedenza), fu edificato dai Minoici nel II millennio a.C., per poi essere distrutto da un terremoto, forse quello di Thera-Santorini, intorno al 1700 a.C.; nel XV secolo a.C. subentrarono i Micenei, motivo per cui sull'isola di Creta sono state rinvenute sia tavolette scritte in Lineare A (la scrittura minoica, ancora misteriosa) sia tavolette con incisioni in Lineare B (la prima forma di greco con una scrittura sillabica decifrata negli anni '50 del secolo scorso da John Chadwick e Michael Ventris), conservatesi perché cotte nel corso di alcuni incendi e dedicate alla registrazione inventariale.

Palazzo di Cnosso - La sala del trono

Entrando nel cortile occidentale e proseguendo dunque verso nord, ci si imbatte nei resti della Strada Reale e in una gradinata che aveva funzione cerimoniale e serviva a raccogliere i visitatori e, forse, ad ospitare esibizioni di acrobati e danzatori. I primi edifici che il visitatore incontra sono un bacino lustrale, il colonnato con il noto affresco del toro e il cortile centrale che dà accesso alla sala del trono e attorno al quale si raccoglievano i locali reali e i santuari religiosi, a rappresentare la stretta simbiosi fra la vita politica e quella sacra. L'edificio, in origine così articolato da aver dato vita al mito del labirinto e del Minotauro che Minosse avrebbe rinchiuso nei suoi recessi, è oggi un delicato equilibrio fra resti autentici e ricostruzioni volute da Evans (gli stessi affreschi conservati a Candia sono parecchio dubbi proprio per questi suoi interventi), ma ciò non mina il fascino del sito, corrispondente ad un edificio di 1.3000 stanze, alcune delle quali attirano l'attenzione più di altre. Risaltano infatti, oltre alla sala del trono, con le pareti rosse affrescate con i grifoni, il Megaron del re con la sala delle Asce bipenni (simbolo onnipresente che rappresenta il potere minoico, è chiamato labrys e secondo alcuni connesso al termine labirinto) e il Megaron della regina, decorato con gli splendidi delfini azzurri.

Palazzo di Cnosso - Megaron della regina e affresco dei delfini

Come dicevo, per sintonizzarsi pienamente con la civiltà minoica e con quella micenea, oltre che con le fasi greca, ellenistica e romana della vita di Creta, è fondamentale visitare il Museo archeologico di Candia/Heraklion, recentemente ristrutturato e composto di ventisette sale che raccolgono manufatti bronzei, ceramici, di oreficeria, affreschi e oggetti d'uso quotidiano provenienti da diversi siti insulari. Va infatti detto che, oltre a Cnosso, altri palazzi e centri minoico-micenei sorgevano nella vicina Malia, a Festo e nell'area di Agía Triáda, situati nella parte meridionale di Creta.
Museo archeologico di Candia -
Dea dei serpenti
Fra i numerosi reperti che il museo accoglie e che richiederebbero ore e ore di visita per essere apprezzati al meglio, si segnalano le preziose ceramiche di Kamáres, il pendente d'oro con le api proveniente da Malia (un pezzo eccezionale nella stupefacente oreficerie cretese), il disco di Festo, che è una terracotta incisa su entrambe le facce con pittogrammi ancora non decifrati, la statuetta della Dea dei serpenti, la Testa taurina, il sarcofago di Agía Triáda, forse appartenuto ad un membro di una famiglia reale e riccamente decorato con scene funerarie e, naturalmente, gli affreschi provenienti da Cnosso: la Taurocatapsia, le Dame in blu e il Principe dei gigli sono certamente fra le opere più ammirate del museo.
Candia, tuttavia, non è solo la succursale museale di Cnosso (ed è un peccato che, comunque, il museo sia decisamente meno frequentato rispetto all'area archeologica), poiché raccoglie le vestigia della dominazione veneziana e turca, oltre ad essere, per gli appassionati d'arte e letteratura, la patria di Nikos Kazantzakis (1883-195), autore del romanzo Zorba il Greco, e del pittore Domenikos Theotokopulos, meglio noto come El Greco (1541-1614). La Serenissima ottenne il dominio di Creta in seguito alla crociata contro Costantinopoli nel 1204 e lo mantenne fino al 1669, anno in cui Candia cadde sotto l'assedio dei Turchi; questo spiega la presenza di roccaforti e monumenti tipici dell'area veneta, oltre che la presenza del simbolo del Leone di San Marco in diversi punti della città.

Museo archeologico di Candia - Affresco delle Dame in blu

Museo archeologico di Candia - Ceramiche di Kamáres

Museo archeologico di Candia - Ceramiche di Kamáres

A Candia è possibile ammirare la fortezza veneziana di Koules che svetta all'entrata del porto, la Loggia, edificio in cui si radunavano gli uomini politici e la Fontana Morosini con i quattro leoni e un tempo sormontata da una statua di Poseidone, nel cuore di Piazza Venizelos. Merita una visita anche la chiesa principale, Ágios Titos, di costruzione bizantina risalente al 961 a.C.; l'edificio religioso è stato convertito a tempio cattolico dai Veneziani e poi in moschea dagli Ottomani e ha subito una ricostruzione dopo il terremoto del 1856, per essere infine riconvertito in chiesa ortodossa nel 1925 e scelto come sede delle reliquie del santo eponimo.

Candia - Fontana Morosini
 
Candia - La chiesa di Ágios Titos

Sarebbe stato interessante visitare anche il Museo storico di Creta, che ospita collezioni relative al periodo bizantino, a quello veneziano e all'occupazione turca, ma giunge fino alle fasi più recenti e agli anni del controllo nazista; purtroppo sia questa struttura che il Museo archeologico accolgono i visitatori solo fino alle 17.00 (un prolungamento dell'apertura di un paio d'ore, almeno in alta stagione, non guasterebbe), quindi non ho avuto il tempo per vedere proprio tutto in città.

Candia - Il porto e la fortezza veneziana di Koules

A proposito del controllo di Creta da parte dei Tedeschi durante la seconda guerra mondiale, un'esperienza molto drammatica per gli isolani, prima di congedarmi e di darvi appuntamento con il post dedicato alla seconda escursione della vacanza, ricordo che proprio da Iraklion inizia il racconto di Ben Pastor La strada per Itaca, un giallo che ha come protagonista l'investigatore della Wehrmacht Martin Bora e che credo di dover rileggere alla luce del viaggio appena concluso.
«Che strano, Creta evocava i ricordi. Come una macchina del tempo, la sua antichità severa esumava immagini e sentimenti dal passato. Ogni momento sembrava rapportarsi a qualcosa che era successo anni prima.» Ben Pastor
C.M.

martedì 8 agosto 2017

Al faro (Woolf)

Fino a pochi giorni fa era uno dei miei abbandoni più eclatanti. Ho provato a leggere Al faro di Virginia Woolf ben due volte prima del tentativo che mi sono data come ultimo. Questa volta è andata, anche se ho ritrovato tutte le difficoltà delle precedenti letture: sarà l'aver preso coscienza del mio capriccio di dover finire i libri, ma, in un modo o nell'altro, sono arrivata alla conclusione del romanzo.
 
Pubblicato nel 1927, Al faro (Gita al faro in alcune edizioni) è un racconto in cui accade ben poco e nel quale, più che altro, l'autrice si dedica allo svolgimento del pensiero dei personaggi, dei loro ricordi, delle loro paure, delle loro aspirazioni. Siamo di fronte ad una delle espressioni più significative del flusso di coscienza della Woolf, che, sebbene ordinato dalla punteggiatura, si dipana in maniera del tutto personale, talvolta a scatti, per associazioni di idee che solo la psiche dei personaggi può motivare e che non di rado risultano spiazzanti e oscure. La trama cede a queste costruzioni di sogni, aspettative e rievocazioni.
Articolata in tre sezioni, la narrazione prende le mosse proprio dall'attesa di una escursione su un isolotto che ospita un faro e la famiglia del guardiano e cerca di ricondursi allo svolgimento effettivo di questa gita. I Ramsay, due coniugi con otto figli, trascorrono le vacanze estive nella loro casa su una delle isole Ebridi, in compagnia di diversi ospiti, fra cui la pittrice Lily Briscoe, totalmente assorta nella sfida di cogliere il volto e il carattere della signora Ramsay, Paul Rayley e Minta Doyle, dei quali la signora Ramsay attende febbrilmente il fidanzamento. La speranza del piccolo James di un'imminente gita al faro, teneramente alimentata dalla madre, naufraga a causa del maltempo ma, ancor prima, per la freddezza con cui il padre annuncia che l'uscita non si farà. Da questo momento in avanti tutto il romanzo si muove sulla scia delle aspettative deluse, come quella dell'importante cena della signora Ramsay, guastata dal ritardo di Paul e Minta, attardatisi sulla spiaggia per cercare una spilla perduta, o il timore di Lily di iniziare il ritratto della padrona di casa senza riuscire a restituire l'anima del suo soggetto e di svelarlo prima della conclusione. Al termine di una lunga giornata quasi interamente occupata dai pensieri della signora Ramsay, tutta proiettata in un mondo di sentimenti talvolta un po'stucchevoli (al contrario del marito, pragmatico uomo d'intelletto, ammirato per il suo lavoro dai suoi ospiti), la seconda parte di Al faro è dedicata alla descrizione del trascorrere del tempo e dell'avvicendarsi delle stagioni sulla scia della pioggia che separa il giorno della speranza di James nella distruzione del sogno stesso; gli anni passano, la signora Ramsay muore, la prima guerra mondiale e la malattia uccidono due dei suoi figli, ma il signor Ramsay, James e Camilla intraprendono finalmente l'escursione in barca fino al faro: tutto è mutato e il futuro tanto atteso può finalmente ricomporsi mentre il passato si trasforma in un ricordo e la dolcezza della signora Ramsay, che ha sostenuto il sogno della gita e del suo piccolo mondo di intimità familiari, rivive attraverso il ritratto che Lily riesce ora a concludere.
Ispirato alle figure e ai luoghi della giovinezza dell'autrice, Al faro è un romanzo che richiede una certa concentrazione. I frequenti brani di monologo interiore e lo scivolamento della prospettiva narrativa da un personaggio all'altro rendono davvero complesso lo svolgimento del romanzo e richiedono al lettore la sospensione della logica nelle associazioni e lo sforzo di calarsi in un gomitolo di riflessioni in cui passato, presente e futuro costruiscono una trama intricata. Ciò nonostante, il risultato è armonioso e, accettata l'idea che non si debbano correlare eventi ma, semplicemente, esplorare i moti della psiche, si può godere della particolare tecnica adottata dalla Woolf.
 
Félix Vallotton, Il faro (1915)
 
A conti fatti, l'esperienza di lettura di Al faro è risultata di una certa pesantezza, ma, a differenza di quanto mi è accaduto in passato, sono riuscita a sintonizzarmi in maniera più efficace con i pensieri dei personaggi, in particolare con Lily Briscoe, con la sua ansia da artista e l'idea di un'arte così potente da intimidire chi si approccia ad essa. Ho anche apprezzato molto le descrizioni naturali e il rapporto fra i personaggi e l'ambiente circostante, il mare, le scogliere, il vento, anzi, direi che proprio questo aspetto mi ha permesso una parziale rivalutazione del romanzo. Virginia Woolf, tuttavia, non è ancora riuscita a conquistarmi del tutto.
Era così bella quella mattina, soltanto con una vena di vento qua e là, che il mare e il cielo sembravano di una stessa sostanza, come se le vele si fossero conficcate in cielo, o le nuvole fossero scivolate nel mare. Un piroscafo in mare aperto aveva disegnato nell’aria un cartiglio di fumo che rimaneva là, curvandosi e piegandosi in una linea decorativa, come se l’aria fosse un velo sottile che catturava gli oggetti e li tratteneva dolcemente nella sua rete, facendoli lievemente oscillare ora di qua ora di là. E come accade talvolta quando il vento è molto bello, gli scogli sembravano consapevoli delle navi, e le navi consapevoli degli scogli, come si trasmettessero reciprocamente un loro messaggio segreto. A volte vicinissimo alla riva, il Faro sembrava infatti quella mattina nella foschia a una distanza enorme.
C.M.

mercoledì 26 luglio 2017

La La Land (Damien Chazelle, 2016)

A proposito di La La Land ho sentito e letto pareri entusiastici oppure molto delusi, senza mezze misure, così, fino a qualche giorno fa, sono rimasta molto dubbiosa in merito alla possibilità che questo film mi piacesse, tanto più per la forma del musical scelta dal regista, Damen Chazelle, dal momento che i film raccontati attraverso le canzoni (come Grease) non mi sono mai andati a genio, con le debite eccezioni per i film di animazione.

Alla fine mi sono decisa a vedere La La Land, attratta soprattutto dalla fotografia e da Emma Stone, che mi aveva già colpita positivamente in The Help e Magic in the Moonlight, mentre ero molto dubbiosa a proposito di Ryan Gosling, che, al contrario, non mi ha mai ispirato grande trasporto, per usare un eufemismo. Ecco, in realtà non solo ho avuto la conferma della versatilità e del talento della Stone, ma ho dovuto rivalutare anche Gosling.
La La Land è una sorta di riflessione sul mondo dello spettacolo in tutte le sue forme e, in quanto tale, non poteva che essere ambientato a Los Angeles. Mia (Emma Stone), una ragazza che lavora in una caffetteria letteralmente immersa fra set cinematografici che, però, sogna di diventare attrice e si dedica anche alla drammaturgia: dopo sei anni fuori casa all'inseguimento della carriera nel cinema, Mia, stanca del disinteresse e della maleducazione degli organizzatori dei casting e delusa dai continui rifiuti, è sul punto di rinunciare al proprio sogno, quando incontra Sebastian (Ryan Gosling), un pianista che vorrebbe aprire nella città del cinema un suo locale in cui suonar e far suonare il jazz, che, ormai, vede svanire di fronte all'imporsi della musica commerciale. Entrambi hanno delle aspirazioni da risollevare e, inamoratisi, iniziano a supportarsi a vicenda, Emma fornendo a Sebastian idee sul nome del locale e appassionandosi al jazz e Sebastian incoraggiando lei a dedicarsi pienamente al teatro e a lasciare un lavoro frustrante. Inseguire i sogni, però, richiede pesanti compromessi e la convivenza con le delusioni, fattori, che, a lungo andare, mettono a rischio anche la relazione di Mia e Sebastian.
La vicenda è narrata con una stretta intersezione di musica, canto, ballo e recitazione, cosicché il film sembra in realtà diventare uno spettacolo dal vivo che si allarga a tutta la città e ne assorbe gli spazi e i tempi, ben rappresentati dalle luci straordinarie e dai colori. A sequenze realistiche semplicemente musicate si alternano momenti idilliaci raccontati su sfondi che ricordano le scenografie teatrali o i film di animazione o con le semplici silhouette degli attori che danzano su fondali stellati, a momenti di monologo cantato si intrecciano duetti o spazi corali.
Le perplessità, devo ammetterlo, si sono presentate anche nei primi minuti del film, con la monumentale scena iniziale di canto e ballo nel traffico di Los Angeles: ho pensato subito che due ore di film a seguire i sottotitoli delle canzoni non mi avrebbero permesso di godermi la storia. Poi, però, con l'entrata in scena dei personaggi principali e la narrazione delle loro storie, questa perplessità è venuta meno e, anzi, ne ho ricavato un'impressione più che positiva (anche se il finale mi ha scontentata, ma pazienza).
La La Land è un film piacevole, coinvolgente e ben strutturato. La storia è originale e narrata con tempistiche adeguate e trae beneficio dalla straordinaria fotografia (soprattutto in termini di illuminazione e colori) e da una fenomenale colonna sonora, che si integra alla perfezione nel racconto alla maniera dei vecchi film, con ruoli di descrizione affidati ai temi musicali che - ma forse è una mia impressione - stanno cedendo nelle pellicole più recenti. Fotografia e musiche, del resto, sono state premiate con tre dei sei Oscar conquistati dal film e la colonna sonora ha ricevuto anche il Golden Globe. Meritatissima anche la statuetta di miglior attrice assegnata ad Emma Stone, mentre Ryan Gosling ha dovuto accontentarsi di una onorevolissima candidatura a miglior attore. I riconoscimenti della notte degli Oscar, tuttavia, hanno registrato anche una memorabile gaffe che ha coinvolto proprio La La Land, inizialmente proclamato vincitore come miglior film, salvo un'immediata rettifica a favore di Moonlight.


Dopo la visione del film, posso finalmente stornare il dubbio relativo alle critiche (Il Post ne ha raccolte alcune), anche se devo ammettere che qualche imperfezione nel canto dei due protagonisti si nota e che mi aspettavo che la questione jazz fosse presa di mira dagli estimatori del genere, che non avrebbero accettato il modo molto popolare di parlare della fortuna di questo stile musicale. Il primo difetto si perdona nell'economia complessiva del film, del secondo possiamo farci una ragione (ma non relativamente all'obiezione mossa al fatto che un uomo bianco - Sebastian - e non uno di colore illustri a Mia che cosa sia il jazz e quale il suo valore) mentre altre critiche sembrano piuttosto pretestuose e frutto della naturale avversione che suscitano i prodotti di massa.
A me La La Land è piaciuto. Non resterà uno dei film della mia vita, ma trovo che restituisca una bella storia di due sognatori e delle difficoltà che successo e realizzazione comportano e che sia tecnicamente sorprendente.

C.M.

lunedì 24 luglio 2017

Purgatorio (Martínez)

La prima volta che ho sentito parlare di Desaparecidos avevo quattordici anni e stavo leggendo il romanzo di Paola Zannoner Il vento di Santiago. Anche se oggi ho vaghissimi ricordi della vicenda narrata, che aveva a che fare con i Desaparecidos cileni, è sempre rimasta viva la curiosità di sapere di più di queste incredibili sparizioni di esseri umani. La storia sudamericana difficilmente trova spaio nella trattazione scolastica, tuttavia, a distanza di anni, devo constatare che c'è una generale indifferenza verso le gravissime forme di persecuzione e repressione che hanno caratterizzato la storia recente d'oltreoceano e che di Desaparecidos non si parla abbastanza nemmeno ora, a distanza di anni.

Per questo motivo quando, grazie a recensioni di altri blogger, mi sono imbattuta in Purgatorio (Edizioni Sur), scritto dall'esule argentino Tomás Eloy Martínez (1934-2010), ho capito subito che questo romanzo avrebbe soddisfatto la mia voglia di sapere di più della storia dell'Argentina fra gli anni '70 e '80, soprattutto per la particolare scelta dell'autore di ricorrere ad una narrazione in cui la storia si mescola a vicende surreali. Surreale, del resto, appare la situazione in cui è precipitata la nazione a causa della dittatura militare e delle manipolazioni che essa ha messo in atto.
«Simón Cardoso era morto da trent'anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all'ora di pranzo nella saletta riservata di Trydy Tuesday». Questo l'incipit del romanzo, che si focalizza immediatamente sulla figura di Emilia, una vedova non-vedova perché del suo Simón, dopo l'arresto nel 1976, non ha saputo più nulla. Emilia è figlia di una figura di spicco nell'ambito della propaganda nazionalista della dittatura e il dubbio che proprio il dottor Dupuy si sia impegnato per far sparire il marito, un innocuo cartografo ma anche una figura che, a causa della sua contrarietà ai metodi di punizione adottati dal regime, rischia di macchiare la reputazione della sua famiglia. Alcuni testimoni riferiscono di aver visto il cadavere di Simón, ma Emilia è convinta che sia stato scarcerato e, come molte altre donne nella sua situazione, è disorientata e disposta a credere a chi dice di aver visto il marito e di poterle dare informazioni. Sola, Emilia viene fagocitata dalla famiglia e dalla tirannica figura del padre, che esibisce lei, la moglie Ethel e la sorella Chela a sostegno del motto Dio, Patria e Famiglia, almeno fino a che Ethel non viene colpita da una malattia mentale e il marito di Chela non rischia di procurare scandalo con le sue truffe bancarie. Dalla sua posizione nell'ombra del dottor Dupuy, Emilia osserva il corso della storia, l'entusiastica esaltazione dei mondiali di calcio, la guerra delle isole Falkland, gli avvistamenti alieni, i proclami contro i sovversivi e gli esuli che, secondo la propaganda, mirano a distruggere l'orgoglio e la forza nazionale, la visita dei reali di Spagna a Buenos Aires e, naturalmente, le misteriose sparizioni di uomini, donne e bambini continuamente negate da Videla e dai suoi collaboratori. Il fantasma di Simón è però sempre presente nella vita di Emilia, che non si rassegna a crederlo morto e, anzi, si ostina ad inseguire i segni della sua presenza anche dopo essersi stabilita negli Stati Uniti e aver iniziato una nuova vita. Fino all'incontro fatidico, al riavvicinamento, al ritorno dell'amore negato, in un limbo fra la vita e la morte, fra la realtà e la fantasia di un passato mutato e di un presente ristabilito.

Manifestazioni delle Madri di Plaza de Mayo
Se recuperassimo i libri non scritti e la musica perduta, se ci dedicassimo alla ricerca di quello che non è esistito e lo trovassimo, avremmo sconfitto la morte.
Purgatorio è una storia di ciò che è stato e che avrebbe potuto essere, una storia che insegue le storie di tutti coloro che, nello spazio di poche ore o pochi giorni, sono stati cancellati dalla faccia della terra, privati di una identità e del diritto alla giustizia. Purgatorio è anche il romanzo della memoria e dell'eterno presente che essa costruisce per dare una casa al passato che è stato ed è perduto o che è stato eliminato, rubato. Il ricordo di Simón che Emilia tiene in vita, ma anche il ricordo dello stesso Martínez, che si aggrappa alla scrittura e alla ricostruzione della vicenda di Emilia perché «i romanzi si scrivono per questo: per rimediare all’assenza perpetua di ciò che non è mai esistito».
Nelle pagine di questo struggente romanzo la realtà storica si interseca ad alcuni aneddoti inventati e ai fatti del tutto fantasiosi relativi ad Emilia e al dottor Dupuy, oltre che ad apparizioni surreali e momenti in cui distinguere verità, verosimiglianza, sogno e apparizioni è davvero difficile. Al tessuto storico si sommano quindi curiosità, pezzi di giornalismo che Martínez ha redatto sulla base dei giornali che poteva leggere all'estero, aneddoti verosimili, epifanie cariche di speranza ma anche di inquietudine ed episodi quasi grotteschi, nella ricostruzione dell'incredibile gabbia di finzione e formalità che ha tenuto in vita la dittatura argentina e permesso che le sue vittime fossero del tutto ignorate e chi rivendicava la verità fosse giudicato pazzo o nemico della nazione.
La lettura di Purgatorio è iniziata con curiosità e si è chiusa nel più forte trasporto: Tomás Eloy Martínez ha pienamente corrisposto alle aspettative e al mio desiderio di immergermi senza pedanteria nel passato argentino e di ritrovarvi le voci di coloro che sono stati costretti al silenzio. Purgatorio è un romanzo emozionante, coinvolgente, malinconico eppure non lacrimevole: l'autore ha saputo affrontare una pagina delicata della storia del suo Paese (e, per raffronto, di tante altre nazioni irretite dalla dittatura) unendo la comunicazione chiara del giornalista a quella simbolica del narratore e lasciandoci entrare in punta dei piedi nell'esistenza dei suoi personaggi.

A quei tempi le persone sparivano a migliaia, senza ragione apparente. Sparivano ambasciatori, amanti di capitani e ammiragli, proprietari di imprese che facevano gola ai generali. Sparivano operai all’uscita della fabbrica, contadini che lasciavano i trattori col motore acceso, morti che erano stati sepolti il giorno prima e le cui tombe venivano trovate vuote. Sparivano bambini dal ventre delle madri e sparivano madri dalla memoria dei figli. Alcuni ammalati che arrivavano in ospedale a mezzanotte la mattina dopo non c’erano più. Capitava spesso che dai supermercati uscissero donne disperate, in cerca dei figli perduti tra i buchi neri degli scaffali. Alcuni, pochi, sarebbero riapparsi molti anni dopo, ma non erano gli stessi. Avevano altri nomi, altri genitori, e una storia che non era più la loro. E non sparivano solo le persone: fiumi, laghi, stazioni ferroviarie, città mezzo costruite vanivano nell’aria come se non fossero mai esistiti. Il saccheggio di quello che non c’era più e di quello che avrebbe potuto esserci non aveva mai fine.
C.M.

giovedì 20 luglio 2017

Sotto il peso delle nuvole (Spinello)

A maggio, nel corso del festival Rovigoracconta, ho partecipato ad un incontro dedicato alle storie di montagna, nel quale Claudio Morandini e Christian Spinello hanno dialogato con Christian Mascheroni su temi e riflessioni legate ai loro libri. Per l'occasione mi sono preparata leggendo Le pietre di Morandini, autore che già conoscevo e poi, incuriosita dalle parole del mio corregionale Spinello, ho deciso di acquistare anche il suo romanzo, intitolato Sotto il peso delle nuvole (Bibliotheka Edizioni).
Ad incuriosirmi è stata innanzitutto l'ambientazione del romanzo, che non ha a che fare con un ambiente montano qualsiasi ma con l'Altipiano di Asiago sconquassato dalla Grande Guerra. Come sapete, la narrativa dedicata al primo conflitto mondiale mi è particolarmente cara, perché offre moltissimi spunti di riflessione storica ed etica e restituisce inoltre voce alle masse di uomini mandati a morire in nome di interessi nei quali molte volte non si riconoscevano. I libri sulla Grande Guerra, insomma, ci richiedono un esame di coscienza, una attenta valutazione dei fatti umani nella Storia e, cosa non meno importante, tengono viva la memoria.
Lo stesso Christian Spinello ha fatto riferimento a due autori fondamentali nel ricordo dei fatti bellici del Novecento e nella descrizione delle montagne venete, cioè Emilio Lussu e Mario Rigoni Stern, quest'ultimo dichiarato esplicito modello per le storie montane assieme a Mauro Corona.
Il protagonista di Sotto il peso delle nuvole è il giovane Bastiano Dal Sasso, chiamato sotto le armi alla vigilia delle nozze con la compaesana Imelda. Bastiano abbandona il proprio villaggio, la famiglia e il caro mentore Italo Stern e sale sulle montagne a fronteggiare l'esercito austriaco, ma noi lo incontriamo poco prima del 4 novembre, quando è ormai pronto a ricongiungersi con l'esistenza che ha abbandonato per il fronte. Come molti reduci, tuttavia, Bastiano non ritrova la propria famiglia e il paese natale: i bombardamenti austriaci hanno distrutto ogni cosa e coloro che non sono morti sono sfollati in luoghi più sicuri. I suoi genitori e Imelda non ci sono più e Bastiano si ritrova di colpo privo di punti di riferimento e di qualsiasi sostegno economico da parte della nazione che ha servito, così il giovane decide di scendere a valle per cercare lavoro come manovale. Ma è a questo punto che la voce di Italo lo raggiunge, risvegliando il suo attaccamento alla montagna e ai sentimenti che con essa si sono identificati.
Sotto il peso delle nuvole è un breve romanzo caratterizzato da una scrittura piana e capitoli brevi che scandiscono i momenti della vita di Bastiano e il suo disorientamento alla fine della guerra. L'autore adotta uno stile semplice e talvolta grezzo, inserendo costantemente nelle sezioni narrative e nei dialoghi alcuni elementi della parlata veneta che conferiscono immediatezza e realismo al racconto, pensato da Spinello come un mezzo per evocare l'odore di legna che abbrustolisce nel camino. Il risultato è, dunque, non solo una storia di montagna, ma una storia montanara, nella quale bastano poche parole e non si indugia ad alcun lirismo, che dà più spazio a modi popolari che all'indagine psicologica. Tutto in maniera programmata, beninteso: nonostante un uso altalenante del corsivo per contrassegnare gli stilemi veneti, è facile comprendere anche senza la dichiarazione esplicita di Spinello che quello che si ha davanti è un libro pensato per risultare genuino, diretto, scarno ma ancorato alla concretezza del mondo rappresentato.
La storia, in sé, è poco articolata, proprio perché focalizzata sulle vicende di un unico personaggio, tuttavia è strutturata in modo coerente. Nella prima parte del romanzo la condizione dei soldati in guerra e dopo la guerra è resa in maniera efficace, in particolare nel momento in cui Bastiano scopre di non essere considerato un servitore dell'Italia nel momento in cui gli viene negato il contributo destinato a feriti, mentre mi sono in un certo distaccata dal protagonista nella seconda sezione del romanzo, quando egli abbandona il proprio passato e si getta senza convinzione in una nuova esistenza, vissuta quasi come un automa. Ecco, forse il difetto che si può trovare a Sotto il peso delle nuvole è questa scarsa simpatia suscitata dal personaggio che poteva essere forse resa con un maggior riferimento all'esperienza del reduce senza patria, un aspetto che si affaccia inizialmente ma che poi sbiadisce, anche se se ne avverte la presenza dietro ai gesti di Bastiano.
Sotto il peso delle nuvole è dunque un libro perfezionabile e che mi ha lasciato la sensazione di una scomoda fatalità nel modo in cui si è concluso, rapidamente e con una concentrazione di eventi fondamentali in poche righe, tuttavia contiene delle buone premesse e regala una piacevole lettura, prestando voce non solo alla vicenda personale di Bastiano, uomo come tanti spezzati dalla guerra, ma soprattutto alle montagne e al modo di vivere della gente che cresce fra di esse.
Ognuna di quelle povere anime aveva perso qualcosa, un pezzo importante della vita, e cercava di giustare il malanno con quello che gli veniva offerto. Offerte scadenti, s'intende. Nulla di umanamente possibile poteva riportare a com'era prima della guerra. Ma qualcosa, anche solo ago e filo per rammendare le calze in vista del gelo che bussava, qualsiasi cosa era una manna. Piuttosto che niente, meglio piuttosto. A qualcuno bastava un minimo, solo un poco di conforto, una pacca sulla spalla, sapere insomma di non essere dimenticato. A tutti, invece, senza distinzione alcuna, occorreva un nuovo seme della speranza. Speranza nel futuro, che voleva dire massimo l'indomani mattina.
C.M.

martedì 18 luglio 2017

Il multiforme Ulisse: la figura di Colombo

L'Inferno dantesco è il veicolo fondamentale della fortuna del mito di Ulisse: il canto XXVI è innegabilmente l'elemento-chiave nella trasformazione del mito classico in un vessillo della modernità. Come abbiamo già avuto modo di notare, l'eroe ritratto da Dante si presenta come l'individuo avido di conoscenza, disposto a sfidare qualsiasi limite per appagare quello che ritiene un bisogno naturale dell'uomo. Ecco, dunque, che il suo folle volo viene consacrato a simbolo immortale di sfida e di progresso, capace di adattarsi sia al fermento individualista romantico sia alla visione del progresso e del razionalismo tipica dell'Illuminismo.

Claude Lorrain, La partenza di Ulisse (1646)

Colui che consegna questo Ulisse dal duplice volto dalle mani di Dante in quelle degli scrittori del XIX secolo è Torquato Tasso, che per primo accosta la figura dell'eroe omerico a quella di un esploratore, Cristoforo Colombo, portando nella letteratura lo snodo cruciale fra età medievale e moderna. Nel canto XV della Gerusalemme liberata, infatti, si narra de viaggio dei guerrieri cristiani Ubaldo e Carlo verso le Isole Fortunate, laddove la maga Armida tiene prigioniero Rinaldo; all'altezza dell'ottava XII vengono descritte le Colonne d'Ercole e subito dopo l'imbarcazione con a bordo i due cristiani, significativamente guidata da una fanciulla di nome Fortuna, attraversa la mitica frontiera. Ubaldo, allora, interroga Fortuna, chiedendole se qualcun altro prima di loro abbia compiuto una simile impresa e se il nuovo mondo in cui si stanno inoltrando sia abitato (ottave XXV-XXVI):
Risponde: "Ercole, poi ch’uccisi i mostri
ebbe di Libia e del paese ispano,
e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,
non osò di tentar l’alto oceano:
segnò le mète, e ’n troppo brevi chiostri
l’ardir ristrinse de l’ingegno umano;
ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse.
di veder vago e di saper, Ulisse.

Ei passò le Colonne, e per l’aperto
mare spiegò de’ remi il volo audace;
ma non giovogli esser ne l’onde esperto,
perché inghiottillo l’ocean vorace,
e giacque co ’l suo corpo anco coperto
il suo gran caso, ch’or tra voi si tace.
S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,
o non tornovvi o vi rimase estinto;
Ulisse, secondo il racconto di Fortuna, ha osato intraprendere un'avventura di fronte alla quale lo stesso Ercole, prima di lui, aveva esitato, preferendo stabilire fra l'Africa e la penisola iberica li suoi riguardi (segnò le mete rimanda a Inf. XXVI, 108). Tasso descrive dunque la fatale navigazione di Ulisse, trasformando il folle volo in volo audace e mantenendo la metafora in associazione al movimento dei remi fatti ali.
Fin qui nulla di nuovo. La vera chiave di volta del mito si colloca invece qualche ottava più avanti (XXX-XXXII). Fortuna ha appena descritto alcune caratteristiche delle popolazioni che vivono nell'emisfero boreale, che, grazie all'ampliamento degli orizzonti geografici, non è più mondo sanza gente ma una terra popolata e variegata per usi e tradizioni; Ubaldo, dunque, non può fare a meno di domandarsi perché quel Dio che è sceso in terra per rivelare la Verità sembri volerne celare la conoscenza al mondo. Fortunata lo rassicura: Dio desidera che l'umanità progredisca in sapere e sarà un navigatore ligure a far conoscere i luoghi e i popoli che vivono al di là delle Colonne d'Ercole.
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
favola vile a i naviganti industri,
e i mar riposti, or senza nome, e i regni
ignoti ancor tra voi saranno illustri.
Fia che ’l piú ardito allor di tutti i legni
quanto circonda il mar circondi e lustri,
e la terra misuri, immensa mole,
vittorioso ed emulo del sole.

Un uom de la Liguria avrà ardimento
a l’incognito corso esporsi in prima;
né ’l minaccievol fremito del vento,
né l’inospito mar, né ’l dubbio clima,
né s’altro di periglio e di spavento
piú grave e formidabile or si stima,
faran che ’l generoso entro a i divieti
d’Abila angusti l’alta mente accheti.

Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontane sí le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama c’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti a i posteri tuoi ch’alquanto accenne,
ché quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
Naturalmente il viaggio di Ubaldo e Carlo non può essere accostato a quello di Ulisse, ma, piuttosto, è similare a quello di Dante: non un folle volo o una folle venuta, bensì un'impresa voluta da Dio, nella persona di Goffredo, per ricondurre il guerriero Rinaldo nell'esercito impegnato a Gerusalemme nella liberazione del Santo Sepolcro.
Con Tasso Cristoforo Colombo fa il suo ingresso nella poesia, arte in cui è destinato a ritornare periodicamente come simbolo del progresso, come incarnazione di quello spirito proteso alla conoscenza che Dante ha vestito con lo spirito di Ulisse. Così ritorna nell'ode di Giuseppe Parini L'innesto del vaiuolo (1765), testo che si inserisce nel dibattito illuminista in favore della diffusione del sapere e del progresso per il bene comune: Colombo, che ha sfidato le superstizioni, la paura dell'ignoto e la derisione di chi non condivideva i suoi progetti, è il simbolo di chi persegue il miglioramento scientifico e serve a descrivere al meglio il valore di chi non si lascia frenare dagli ostacoli e dall'ignoranza e raggiunge traguardi inaspettati (vv. 1-27).
O Genovese ove ne vai? qual raggio
brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
all'intentato piano
de lo immenso oceano?
Senti le beffe dell'Europa, senti
come deride i tuoi sperati eventi.

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
che natura ponesse all'uom confine
di vaste acque marine,
se gli diè mente onde lor freno imporre:
e dall'alta pendice
insegnolli a guidare
i gran tronchi sul mare,
e in poderoso canapè raccorre
i venti, onde su l'acque ardito scorre.

Così l'eroe nocchier pensa, ed abbatte
i paventati d'Ercole pilastri;
saluta novelli astri;
e di nuove tempeste ode il ruggito.
veggon le stupefatte
genti dell'orbe ascoso
lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
all'Europa, che il beffa ancor sul lito.
Tale dev'essere Giammaria Bicetti de'Buttinoni, dedicatario dell'ode, nella sua opera in favore della vaiolizzazione immunitaria in contrasto alla diffusione di una delle malattia col più elevato tasso di mortalità fra XVII e XVIII secolo, che fa strage soprattutto fra i giovani: Parini, in un'ode che ricorda l'orazion picciola, esorta il medico a non piegarsi di fronte all'ignoranza e a perseguire la strada del progresso, inseguendo virtute e canoscenza oltre le risate di scherno e i pregiudizi che hanno posto un limite paragonabile a quello delle Colonne d'Ercole per i marinai. Se il comune sentire accetta soltanto ciò che appare immediatamente utile («imperturbato il regno / de'saggi dietro all'utile s'ostina. / Minaccia né vergogna no 'l frena e no 'l rimove») e rifiuta il nuovo prodigioso che appar menzogna, occorre perseverare per eradicare il popolare error e restituire la salute ai posteri in forma di progresso (vv. 136-144).
L'accostamento di Colombo ad Ulisse sembra farsi debole e lontano, tuttavia, osservando i versi pariniani, si possono notare delle consonanze che, passando attraverso Tasso, riconducono la lode del valore dell'esploratore all'impresa dell'eroe dantesco: nel canto XV della Gerusalemme così come nell'ode di Parini si sottolineano l'ardire dell'impresa di Colombo («l'ardore / ... a divenir del mondo esperto» Inf. XXVI vv. 97-98; «il volo audace» G.L. XV, XXVI v- 2; «il più ardito di tutti i legni» G.L. XV, XXX v. 5 e «un uom de la Liguria avrà ardimento / a l’incognito corso esporsi in prima» in ibid. XXXII, 25; «audaci antenne» nel v. 2 dell'ode), l'ignoto che si staglia oltre le Colonne d'Ercole e la superstizione secondo la quale il limite geografico corrisponda ad un divieto religioso acciò che l'uom più oltre non si metta («i paventati d'Ercole pilastri» al v. 20 dell'ode); la vera novità, che si spiega con i progressi geografici maturati fra Dante e Tasso, sta nella menzione della convinzione che tali pregiudizi saranno scardinati e nella confutazione stessa delle parole di Dante («Tempo verrà che fian d’Ercole i segni / favola vile a i naviganti industri» in G.L. XV, XXX vv. 1-2 e «Erra chi dice, / che natura ponesse all'uom confine / di vaste acque marine» nell'ode).
E tuttavia Parini decide di regalare un'ultima concessione ulissiaca al suo Colombo: i versi «saluta novelli astri; / e di nuove tempeste ode il ruggito» non possono che riportare alla memoria le ultime parole di Ulisse prima dello scatenarsi della tempesta, laddove appaiono stelle mai osservate nell'emisfero boreale e fenomeni marini appartenenti al nuovo mondo:
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo. (vv. 127-129);

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto (vv. 136-138)
Cristoforo Colombo ritorna, in veste filosofica, nelle opere di Giacomo Leopardi, dapprima nella canzone Ad Angelo Mai (1820), poi nel Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez (1824). Dal confronto fra i due testi il Colombo leopardiano appare un elemento dialetticamente molto interessante, poiché apre delle contraddizioni che, in qualche modo, sono insite nel mito di Ulisse tràdito da Dante; l'Ulisse omerico, invece, non incontra l'interesse di Leopardi, che lo definisce un eroe né giovane né bello, per nulla amabile nonostante le sue miserie (Zibaldone 3602). 
Nella canzone Ad Angelo Mai, scritta per celebrare il ritrovamento della Repubblica di Cicerone (prima conosciuta solo relativamente al Somnium Scipionis del libro VI), Leopardi si concede un dialogo con alcuni grandi del passato, sulla scia della suggestione della riscoperta di un autore antico. Il poeta si rivolge a Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso e Alfieri. All'esploratore genovese, apostrofato come ligure adita prole (con una significativa citazione tassesca), Leopardi attribuisce un'impresa gloriosa che, tuttavia, ha gettato l'umanità in una crisi: la sete di conoscenza ulissiaca si è tradotta in una labitintica dilatazione del mondo che ha prodotto disorientamento e, soprattutto, ha tolto vigore e significato all'immaginazione, unico strumento che l'uomo possiede per accedere ad un barlume di felicità (vv. 87-105).
Ahi, ahi! ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco, tutto è simile, e, discoprendo,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
il vero, appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
e il conforto perí de’ nostri affanni.
Ora che gli orizzonti dell'umanità si sono ampliati e l'ignoto viene rappresentato sulla carta, il mondo non è più delimitato da un confine rassicurante, da quelle Colonne d'Ercole che rappresentavano il limite oltre il quale c'era il dominio della fantasia e che avevano la stessa funzione della siepe de L'infinito: nascondere, proteggere e, quindi, permettere un dolce naufragar nel mare dell'immaginazione. Del canto dantesco, insomma, rimane l'idea della protezione offerta dalla Natura (ancora benigna dispensatrice di pillole di felicità in forma d'illusione e d'ignoto) e di una conoscenza che produce effetti negativi su chi la desidera con troppo ardore. Una visione che sarà rivista nell'ultimo periodo, quando, con La ginestra, il poeta recanatese sosterrà la necessità di conoscere il vero ad ogni costo, quale che sia la condizione che comporta, non a caso elogiando la nobil natura affronta a viso aperto qualsiasi minaccia alla propria esistenza.
Nel mezzo, però, si colloca il Colombo delle Operette morali, che discute assieme al compagno di viaggio sul valore del navigare, esponendosi ad enormi pericoli sulla base di semplici congetture come, appunto, quella di un collegamento fra l'Atlantico e l'Oriente. Colombo non nega le ragioni di Gutierrez, tuttavia proprio il desiderio pericoloso di conoscere, di sapere se tutto il mondo sia abitato o se la sua parte ignota sia composta esclusivamente d'acqua, di incontrare altri popoli e di scoprirne la condizione, le doti, il grado di progresso costituisce il nerbo stesso dell'esistenza.
Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su queste navi, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo? se contento e felice, quello è da preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo a quale altro stato non sia da posporre. Io non voglio ricordare la gloria e l'utilità che riporteremo, succedendo l'impresa in modo conforme alla speranza. Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.
Pellegrino Tibaldi, Nettuno e la nave di Ulisse (1550)

L'esplorazione e la vita attiva non solo servono ad appagare il naturale bisogno dell'essere umano di sfuggire la noia, l'insoddisfazione e l'inattività che sono fonti di infelicità, ma, infondendo nella vita un germe di pericolo, producono anche un maggior attaccamento alla stessa, poiché nessuno desidera la vita più di chi la rischia in ogni momento, nessuno ama la terraferma più del marinaio che ne sente la mancanza, nel pieno rispetto della Teoria del Piacere e, in particolare, della visione catastematica della felicità ben espressa ne La quiete dopo la tempesta, laddove il piacere è definito figlio d'affanno (v. 32).
Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da' navigatori e soldati. Quanti beni che, avendoli, non si curano, anzi quante cose che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi!
Torna qui l'eco dell'Ulisse dantesco, per il quale, però, l'eroe omerico è necessaria premessa, con la curiosità che lo contraddistingue nelle più celebri avventure e le conseguenze devastanti di questo slancio (è Odisseo colui che vuole esplorare l'antro di Polifemo e non intende privarsi del piacere di ascoltare il canto delle sirene). Ulisse, dunque, resiste come simbolo del desiderio di conoscere, di sperimentare, di cercare la strada del progresso rispondendo alla naturale propensione dell'uomo ad uscire dallo stato di ingenuità ferina o infantile e raggiungere la maturità e la piena consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda, sebbene Leopardi, come si legge nello Zibaldone (383-384), riconduca questo slancio non al puro ardore di conoscenza, bensì al desiderio di sentire infinitamente e alla tensione al più generico Piacere (che, materialmente e momentaneamente, può anche identificarsi con la conoscenza, ma rimane intrinsecamente legato alla sola immaginazione) e, appunto, al tentativo di sfuggire la noia.
In quanto incarnazione del naturale istinto dell'essere umano a gettarsi nell'avventura per conoscere (quale che ne sia il germe) e per liberarsi dalle superstizioni e dai limiti, Ulisse è, per adottare il linguaggio ermeneutico di Erich Auerbach, figura, cioè anticipazione e rappresentazione simbolica di grandi esploratori come Cristoforo Colombo e di scienziati al servizio della medicina, come nell'ode di Parini, ma anche degli astronauti e di qualsiasi altro tenace studioso.
Certo è che Leopardi solleva un dilemma anch'esso insito nell'Ulisse omerico e nella profezia di Tiresia: prendere il mare, inseguire virtute e canoscenza, esplorare sono azioni che producono un progresso nel sapere, aprono nuove strade, abbattono le frontiere. Eppure, al contempo, queste avventure provocano disorientamento, dilemmi, dubbi, pericoli, infelicità e, in casi estremi, la morte, rendendo l'esplorazione, insieme, necessaria e spaventosa.

C.M.
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