lunedì 24 aprile 2017

La casa sul Tajo: la reggia dei colli Euganei

Sui colli Euganei, non lontano da Monselice e da Arquà Petrarca, nella località di Battaglia Terme, sorge una reggia storica che dal Cinquecento in avanti ha costituito una tenuta estiva, un baluardo di prestigio e un centro culturale che ha potuto beneficiare della vicinanza di Padova, del suo ambiente universitario e di Venezia. Si tratta del Castello del Catajo, una proprietà che conta attualmente più di 350 stanze e si estende su quaranta ettari di terreno, snodandosi in cortili, giardini e su tre costruzioni principali, corrispondenti alle diverse fasi di ampliamento.
 
Castello del Catajo - esterno (© Athenae Noctua)
 
La realizzazione del primo nucleo del palazzo risale all'inizio dell'XI secolo e si deve all'iniziativa di alcuni membri della famiglia borgognona degli Obizzi, che, scesi in Italia al seguito di Arrigo II, hanno stabilito i loro domini prima a Lucca e poi nella regione euganea. La crescita della mole e del pregio culturale della Casa sul Tajo (Tajo, letteralmente 'taglio', è il nome che in Veneto assumono i canali d'acqua che dividono le proprietà) sono però conseguenza dei rimaneggiamenti moderni, che iniziano nel Cinquecento con la costruzione della cosiddetta Casa di Beatrice, per volontà di Pio Enea I degli Obizzi, su progetto dell'architetto Andrea della Valle, e proseguono nella seconda metà del secolo con l'ampliamento del Castel Vecchio, per affrescare le cui sale viene scelto Gian Battista Zilotti, collaboratore di Paolo Veronese.
In questo contesto, con la fioritura delle architetture, dei cortili, delle torri e delle terrazze panoramiche che identificano chiaramente il Castello del Catajo come una residenza estiva e con lo splendore degli affreschi che decorano le sale ma rivestono anche tutte le pareti esterne, gli Obizzi affermano il prestigio familiare. Lo Zilotti, infatti, ricostruisce nei suoi cicli pittorici tutte le tappe dell'affermazione degli Obizzi nel cuore del Veneto, dalla nomina a vicari imperiali all'incontro con il sistema istituzionale della Serenissima, rendendo le sale del castello un vero carosello di racconti in cui si incontrano imperatori, soldati, dame, pontefici, vescovi, allegorie religiose e divinità antiche. Per una famiglia come quella degli Obizzi, infatti, è fondamentale affermare la legittimità della propria posizione: essa non ha origini nobili, ma deve le proprie ricchezze all'esercizio dell'arte della guerra, in quanto i suoi fondatori e principali rappresentanti sono dei capitani di ventura e Pio Enea I si impegna fortemente per dare lustro al proprio nome dal momento dell'acquisizione dell'agognato titolo nobiliare di marchese.
 
Castello del Catajo - piano nobile (© Athenae Noctua)
 
La parte più recente del complesso, detta Castel Nuovo e attualmente coinvolta in un'importante operazione di restauro, nasce nella prima metà del XIX secolo, in seguito al passaggio della reggia dalle mani di Tommaso degli Obizzi (morto senza eredi), a quelle di Ferdinando d'Austria e Beatrice d'Este, da lui nominati nel testamento in caso di morte del padre di lei, il duca Ercole III d'Este. Gli Asburgo-d'Este si estinguono a loro volta, sicché il complesso diventa parte dei possedimenti asburgici, per tornare in mano italiana solo dopo la fine del primo conflitto mondiale come risarcimento dei danni bellici; messo all'asta nel 1929, il Castello del Catajo è diventato infine proprietà privata, ma è regolarmente aperto al pubblico per visite guidate ed eventi.
 
Castello del Catajo - Cortile dei Giganti (© Athenae Noctua)
 
Ancora poco conosciuto, il Castello del Catajo merita una sosta da parte di chi si conceda una gita in Veneto, magari proprio sulla strada per Venezia. Nelle sale del palazzo si respirano le atmosfere rinascimentali e i panorami di cui si gode dalle terrazze accorciano le distanze fra il tempo in cui la Casa sul Tajo venne realizzata e quello in cui noi viviamo: il rigoglioso giardino, il laghetto, le colline dietro alle quali tramonta il sole trasmettono quel senso di raffinato rilassamento che gli Obizzi hanno ricercato in questo angolo ameno fuori Padova.
La prima parte del Castello che attrae l'attenzione, subito dopo il portale d'ingresso monumentale, è il Cortile dei Giganti, voluto da Pio Enea I per ospitare spettacoli teatrali e naumachie, come suggeriscono il fatto che la parete di fondo era affrescata come le quinte di un teatro e la presenza di elementi di canalizzazione per il convoglio e il deflusso delle acque.
 
Castello del Catajo - Fontana dell'elefante
(© Athenae Noctua)
Accanto al cortile si può ammirare la Fontana dell'elefante, voluta da Pio Enea II nel XVII secolo per sancire il legame del castello con quell'oriente vagheggiato nella paretimologia del suo nome: Catajo, infatti, non è solo la sintesi dell'espressione 'Casa del Tajo', ma anche un esotico riferimento al Catajo, l'antico nome della Cina, e l'assonanza è stata utilizzata per incrementare il fascino della reggia, sulla scia delle avventure meravigliose che Marco Polo aveva consegnato ai Veneti. La fontana, che può vantare una delle rarissime comparse di un elefante (gli unici due esemplari contemporanei sono l'Obelisco della Minerva del Bernini a Roma e quello del Parco dei mostri di Bomarzo, nel Viterbese), rappresenta l'arrivo dall'Oriente del dio Bacco, in groppa ad un pachiderma dagli occhi a mandorla, assieme al suo seguito di satiri e con Sileno, a rammentare a tutti gli ospiti degli Obizzi la cultura e il piacere che possono trovare nel Castello.
E, in effetti, il Castello del Catajo è un collettore di arte e letteratura: fra i suoi illustri ospiti vengono annoverati Ludovico Ariosto e Sperone Speroni, amico di Torquato Tasso e membro dell'Accademia degli Infiammati, che nel 1542 scrive un Dialogo delle laudi del Catajo, ricco di celebrazioni di Beatrice degli Obizzi, di divagazioni sull'amore e punteggiato scorci pastorali, come quello che ricorda l'origine della siringa di Pan, particolarmente consono a questa dimora sulle sponde del Bacchiglione e ai laghetti che la circondano. Oltre a ciò, nel corso di tutta la loro storia gli Obizzi si fanno promotori dell'arte drammatica e del melodramma, dell'attività di salotti letterari e del collezionismo antiquario: come si può evincere dalla Indicazione dei principali monumenti antichi del Reale museo estense del Catajo di Celestino Cavedoni (1842), «L'amena e sontuosa villa del Catajo, situata appiè di uno de'vaghissimi colli Euganei [...] e che fino dalla sua origine fu dallo Speroni e dal Betussi meritatamente celebrata sì per la sua vaghezza come per li preclari dipinti che l'adornano, in sul finire del secolo scorso e sul principio del presente crebbe di molto in fama per l'insigne Museo di Antichità, e per la ricca Armeria, che vi raccolse il Marchese Tommaso Obizzi». L'opera del Cavedoni elenca tutte le tipologie di oggetti e reperti che il Marchese ha voluto radunare dalle terre venete e da quelle vicine: epigrafi, erme, busti, urne cinerarie, dipinti, vasi fittili, sarcofaghi, statue, bronzi, medaglie romane e greche, colonne e tante altre anticaglie di cui viene anche offerto un computo. Oggi la quasi totalità di queste opere fa parte delle collezioni austriache del Kunsthistorisches Museum di Vienna, ma, passandone in rassegna gli esemplari, ci si può facilmente rendere conto di quale sia stato l'orizzonte culturale di questa famiglia affamata di prestigio e di cultura, desiderosa di stupire i propri ospiti e di affermare il proprio diritto di possedere una piccola Versailles.

Castello del Catajo - terrazza (© Athenae Noctua)

C.M.

giovedì 20 aprile 2017

Le pietre (Morandini)

Sostigno e Testagno sono due poli di un mondo sospeso fra cime e valle. Fanno da sfondo ad un piccolo grumo di esistenze che da secoli si adeguano ai ritmi della natura, al mutevole corso del fiume, agli equilibri della roccia, ai rituali della vita dei pastori. Questi ritmi, però, si sono misteriosamente alterati e si riversano come una catena di favole nell'ultimo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre (Exòrma edizioni).
Agile racconto lungo dalla cadenza ammaliante, Le pietre è una fiaba surreale, un racconto di spirito popolare che narra del rapporto fra gli uomini e le montagne, dei versanti che si sfaldano, della mansuetudine con cui chi vive al di sotto di essi si adegua anche ai cambiamenti che ad altri sembrano grotteschi, spaventosi, insostenibili. Tutto inizia, secondo quanto si racconta, nel momento in cui nel salotto dei coniugi Ettore e Agnese Saponara appare della polvere di roccia; sembra il residuo che si porta sotto le scarpe, ma è troppo perché possano averlo introdotto in casa loro stessi o i ragazzini che entrano nella loro invidiabile casa per le lezioni private. Agnese spazza via il mucchietto di polvere dal soggiorno, ma, in breve, accade l'inaspettato: giorno dopo giorno nel salotto appaiono, piovono, rotolano pietre di diverse dimensioni. Un accorrere senza fine, che li costringe ad abbandonare il salotto e a cercare ovunque rimedi che né il parroco né i sedicenti maghi né un vecchio santone riescono a fornire. Le pietre vengono dalla montagna, minacciando di sommergere il paese, eppure, mentre i montanari riescono a convivere con questa singolarità quasi fosse scontata quanto lo scorrere delle stagioni e lo spostamento del torrente, dipingendo i sassi oppure gettandoli nel brodo, per i Saponara, originari della città, quelle presenze sono minacciose, persecutorie. I Sostignesi alle pietre sono abituati, non si sentono una stirpe maledetta, sono un tutt'uno con la montagna e non pretendono che questo loro legame sia compreso, che quelli che vengono da fuori si rendano conto dell'intimità che regola gli incontri fra l'uomo e la montagna, anche quando è la montagna a scendere o a cadere sull'essere umano che ad essa si affida.
Le pietre è un piccolo capolavoro di semplicità, una prova di narrativa genuina e diretta, di una grande storia costruita con materiali essenziali. Il romanzo di Claudio Morandini è una minuta collana le cui perle si sgranano rapide come le pietre che, una dopo l'altra, cadono dentro Villa Agnese. La prospettiva è straniata, non segue le angosce degli ignari Saponara, bensì lo sguardo distaccato e accomodante dei loro compaesani, consapevoli della natura che li circonda e, in qualche modo, depositari del suo mistero. Le pietre è una storia di montagna e di consapevolezza, che si legge con la curiosità di dipanare un mistero e che ricorda le atmosfere dei racconti di Dino Buzzati, dove il surreale, i fantasmi, gli elementi di una natura animata e con una volontà propria convivono con esistenze prosastiche, offrendo ad esse un colore di eccezionalità come solo i grandi racconti che toccano le corde più ancestrali dell'essere umano sanno fare.

Provate anche voi a stare affacciati alla finestra, come amava fare il buon Ettore Saponara: vi accorgerete che le pietre si muovono tutte, quelle più piccole praticamente rotolano avanti e indietro, mentre i macigni scivolano molto più lentamente, a fatica, ma li si vede, io li potrei vedere anche in questo momento, se avessi voglia di vederli e non avessi invece la nausea di tutte queste rocce del cavolo che ci sono entrate nella vita e non se ne sono più andate, va’ a sapere perché.
C.M.

martedì 18 aprile 2017

Il confine di Giulia (Gallini)

I romanzi che trasformano gli scrittori in protagonisti costituiscono una particolarissima forma di narrativa sospesa fra realtà, elaborazione della realtà e suggestioni tratte direttamente dalle opere di questi personaggi. Di recente questa strada è stata percorsa da Giuliano Gallini con il suo libro d'esordio Il confine di Giulia, pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti. Lo scrittore che emerge da queste pagine è un giovane Ignazio Silone, rifugiatosi in Svizzera per il suo impegno politico nel partito comunista in piena era fascista ed emarginato dal suo stesso gruppo per le diverse visioni dell'estremismo di Stalin, le idee religiose e le accuse di doppiogioco con i membri dell'OVRA. Silone ha appena scritto quello che diventerà il suo romanzo più noto, Fontamara, e Giuliano Gallini sceglie di rappresentarlo come l'antitesi di una immaginaria poetessa, Giulia Bassani.
 
I due si incontrano a Zurigo, presso lo studio del famoso dottor Jung. Entrambi, infatti, hanno in sé un tormento che li rende inquieti: lui «ha i capelli lucidi, neri, e occhi profondi» e «sembra portare un mistero nel cuore», è preda del bisogno di trovare un senso nella propria avventura di povero cristiano e lo stesso Jung gli farà notare che l'approfo alla fede è decisamente più efficace e risolutivo della terapia che sta portando avanti; lei è una giovane madre sola che cessa ben presto di essere tale, una donna trascinata dagli eventi e incapace di impadronirsi della propria vita, costantemente preda di un senso di nichilismo che nemmeno l'allievo di Freud può curare. Silone è un uomo povero, solo, costretto a stare in affitto in un appartamento gelido, Giulia una borghese benestante che alloggia in un lussuoso albergo, condividendo ore e ore nella hall con una ragazzina che si presenterà come la narratrice di una breve storia d'amore che non è solo una relazione sentimentale, ma il tentativo di due anime diversissime di trovare una conciliazione, di scambiare visioni del mondo e di trovare nell'altro un conforto. Ecco, allora, che Giulia diventa la prima lettrice di Fontamara e la confidente del disagio politico di Silone, incapace di accettare l'arresto dell'amato fratello che lui stesso ha salvato dalle macerie del terremoto nella Marsica e, al contempo, il peso delle accuse di chi vede nel suo tentativo di liberarlo una forma di collaborazionismo. Giulia, per parte propria, vorrebbe riuscire ad approdare ad un esito rasserenante come quello del suo compagno, ma è consapevole che fra i loro mondi esiste una distanza incolmabile: «A cosa serve la mia intransigente ragione se non offre la speranza di un riscatto?».
L'esperimento di Giuliano Gallini approda ad un interessante romanzo: con una scrittura essenziale e una frammentazione delle prospettive fra lo sguardo di Giulia, quello di Silone e quello della narratrice, Il confine di Giulia riesce a costruire una storia in cui si incontrano, si accarezzano e si scontrano diverse visioni del mondo, ognuna appartenente ad un diverso pellegrino alla ricerca di un senso, di una chiave, di una soluzione a condizioni esistenziali difficili da dipanare. Giuliano Gallini, inoltre, ci mette di fronte ad una rivisitazione della questione manzoniana del rapporto fra vero storico e vero poetico, affidando proprio a colei che racconta la vicenda di Silone e Giulia il compito di spiegare la complessità del racconto di personaggi reali della cui vita e del cui pensiero, però, si è conosciuta solo una piccola parte. Nel romanzo si confrontano un personaggio storicamente identificabile, che si esprime attraverso la propria letteratura, e una donna nata dalla penna di Gallini, col conseguente problema di distinguere lo storico dal romanzesco. Ma, «poiché persino la Storia con la esse maiuscola è un’approssimazione, e anche la ricostruzione che continuamente facciamo, con la memoria, della nostra vita per renderla coerente e riuscire in qualche modo a sopportarla è imprecisa e malandrina», il narratore è autorizzato a raccontare, a ricostruire, ad arricchire la storia, senza doversi preoccupare di usare violenza a lei e ai suoi protagonisti e, anzi, con la certezza, espressa dall'autore stesso, che «quando realtà e immaginazione si incontrano riescono a trovare spiegazioni che da sole faticherebbero a scorgere».

Aveva scritto, il giorno prima, una poesia i cui primi tre versi, Tenace e prevedibile / il respiro del cielo alza il mare / e scende sulle pietre di confine, volevano descrivere la condizione della nostra specie che è come quella delle pietre in riva, limite tra i mondi della terra e dell’acqua: la marea le copre e le scopre senza sosta, consumandole. Bisognerebbe superare il confine, pensò, da una parte o dall’altra: l’acqua o la terra. Vivere o morire. Dovrei dirlo, a Silone, ma sarebbe inutile, ha paura di queste verità.
C.M.

venerdì 14 aprile 2017

Orlando furioso di Ludovico Ariosto (Calvino)

L'Orlando furioso è il poema del labirinto del mondo. Nei suoi anfratti si celano, per rivelarsi poi in molteplici e sfuggenti forme, tutte le vite, tutte le storie, gli oggetti, le esperienze, i sentimenti, i valori e le avventatezze del genere umano. Era naturale che una simile opera, che meriterebbe un'attenzione pari alla Divina Commedia anche a livello scolastico, attraesse il grande maestro della narrativa labirintica italiana del Novecento: Italo Calvino.
 
Ammaliato dal poema di Ludovico Ariosto, Calvino ha riprodotto in molte parti della propria produzione situazioni e suggerimenti del letterato ferrarese, imitandone l'arte narrativa e rendendola perfettamente calzante alle esigenze e al racconto dell'era contemporanea, dimostrandoci quanto questo classico sia eterno. Di qui geniali operazioni quali la trilogia I nostri antenati (formata da Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente), che ne ripropone personaggi e sequenze, come quella di Cosimo Piovasco di Rondò folle per amore o la sfilata dei paladini fra cui spicca Bradamante, Il castello dei destini incrociati, mirabile traduzione dell'enteralcement ariostesco e Se una notte d'inverno un viaggiatore, il romanzo della ricerca per eccellenza. Ma, a ben guardare, in ogni libro di Calvino potremmo scorgere i segni di questo legame.
Del resto, come scrive lo stesso Calvino in uno dei due capitoli dedicati al Furioso nel saggio Perché leggere i classici, «l’Orlando furioso è un poema che si rifiuta di cominciare e si rifiuta di finire», la cui scia narrativa, così come inizia al di fuori delle ottave ariostesche, nell'Innamorato di Boiardo, nelle Chanson de geste e nelle mitologie europee antiche e medievali, allo stesso modo prosegue al di fuori di esse, approdando alla letteratura più recente.
La lettura che Calvino fa del Furioso è, essenzialmente, un racconto vivace in prosa, intervallato da una selezione di ottave del poema. In poche pagine e con un ritmo fluido che rende la lettura chiara e piacevole, l'autore restituisce l'essenza dell'opera ariostesca, senza che, però, il riassunto diventi sommario, carente, superficiale. Al contrario, ogni capitolo illumina un personaggio o più personaggi, indaga i particolari del loro carattere, scava nelle loro storie, dipana gli intrecci e offre un commento profondo ai versi.
Calvino parte dal valore che l'Orlando furioso ha avuto per la società che lo ha commissionato e che in essa ha voluto rispecchiarsi, presentando i propri valori, le proprie fantasie, i propri fasti. Si tratta della corte ferrarese, che nelle vicende di Ruggiero e Bradamante scorgeva le proprie origini e che, nell'intricata vicenda dei paladini e dei loro travagliati amori, aveva modo di ripercorrere, come in un'immensa galleria di ritratti e paesaggi, il mondo delle proprie letture, dei propri svaghi e delle proprie arti, di recente esibiti nella mirabile mostra Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi.

Quello d’Ariosto è il gioco d’una società che si sente elaboratrice e depositaria di una visione del mondo, ma sente anche farsi il vuoto sotto i suoi piedi, tra scricchiolii di terremoto.
Italo Calvino si sofferma sui personaggi, sulle storie che scaturiscono una dall'altra, sui legami inimmaginabili, sulle raffinatezze delle descrizioni e sui variegati ritmi e stili cui si piega, malleabile come una pasta dolce, l'ottava ariostesca. Eccezionali sono le sue caleidoscopiche immersioni nelle rassegne geografiche e nelle riviste delle truppe, strabiliante il modo in cui, da una pagina all'altra, ci troviamo nel labirintico castello del mago Atlante, una mera illusione di vapori e di immagini, e, subito dopo, in volo sull'ippogrifo assieme al fianco di Astolfo, a rovistare nel suo armamentario di oggetti incantati e ad ammirare dall'alto le coste, i monti e i fiumi d'Europa, Asia e di terre esotiche che traducono nel poema l'entusiasmo e la curiosità per le scoperte geografiche nell'epoca della sua composizione. 
Il poema di Ariosto e la narrazione agile che Calvino offre anche a coloro che a fatica sosterrebbero interi canti in ottave ci rappresentano un universo sterminato, in cui si fondono ambienti leggendari e territori appena impostisi all'attenzione degli Europei; al contempo tale molteplicità è calata in un campo di gioco che equivale, fondamentalmente, ad una grande scacchiera, dove ciascun personaggio ha un proprio repertorio di mosse e vi si attiene secondo la strategia imposta dall'autore, inseguendo una donna amata, un cimelio perduto, un'arma micidiale, un nemico con cui confrontarsi per affermare il proprio valore.
Il Furioso è il poema della ricerca, nel quale Orlando non è che uno dei molti paladini erranti, uno dei tanti inneschi di una carambola narrativa che potrebbe continuare all'infinito, se solo volessimo rilanciare, ottava dopo ottava, qualche suo particolare.
Siamo in un mondo in cui non si perde mai niente, ma in cui nessuno è mai l’unico possessore di una cosa. Nella confusione della guerra, armi cavalli, arnesi continuano a passar di mano in mano, ognuno col suo nome e la sua storia e le sue caratteristiche inconfondibili, e si porta dietro una coda d’interminabili contese.
Gustave Doré, illustrazione per il canto X
E arriviamo dunque al vero valore di questo libro: Calvino ha la preziosa capacità di rendere chiaro e perfettamente visualizzabile il complesso montaggio narrativo e narratologico del poema. Il termine entrelacement è certo un tecnicismo a cui tutti gli studenti si sono assuefatti e che non sempre si riesce a tradurre nell'individuazione di un verso o di un'ottava che ne sintetizzi la presenza. Calvino riesce a rendere questa tecnica evidente e ad esibirne la struttura, come mettendola a nudo: fornisce solo pochissimi esempi e una pura immagine per illustrare quell'espediente che lui stesso ha praticato ne Il castello dei destini incrociati, nel quale, storia dopo storia, giungiamo alla ricomposizione di un intreccio di carte e di racconti. 
Italo Calvino sa spiegare il policentrismo e la sincronia dell'Orlando furioso perché ha penetrato il segreto stesso del genio di Ariosto e desidera ardentemente condividerlo con il suo lettore. Ancora una volta, leggendo queste sue pagine, dobbiamo rammaricarci di aver perduto troppo presto un così acuto lettore e interprete, oltre che un raffinato scrittore, che ci offre la certezza di poter ancora scendere nelle pieghe del poema rinascimentale per trarne nuove letture e far continuare in eterno la storia di Orlando e dei suoi compagni.
Definire sinteticamente l’Orlando furioso è dunque impossibile, perché non siamo di fronte a una geometria rigida: potremmo ricorrere all’immagine d’un campo di forze, che continuamente genera al suo interno altri campi di forze. Il movimento è sempre centrifugo.
C.M.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...