venerdì 15 dicembre 2017

Storia di Roque Rey (Romero)

L'America meridionale è la patria del realismo magico, di quelle atmosfere in cui le ondate di ardore civile si mescolano ad apparizioni fugaci e incompatibili con la razionalità, della narrativa in cui si fondono la verità storica e biografie punteggiate di surrealismo. Così è la narrativa di Gabriel García Márquez e così accade con Tomás Eloy Martínez e così funziona Storia di Roque Rey di Ricardo Romero (Fazi editore), un romanzo in cui si balla, assieme al protagonista, sul filo sottilissimo che separa il vero dall'onirico.

Roque Rey è un'anima inquieta che viaggia per l'Argentina con le scarpe del defunto zio Pedro. Avrebbe dovuto indossarle, per volere della zia Elsa, solo per ammorbidirle un po', in vista del passaggio nell'aldilà, perché «magari la strada è lunga, e non bisogna soltanto andarci ben vestiti ma anche comodi». Invece Roque ci infila il cotone per adattarle al suo piede di ragazzino e inizia a camminare, lasciandosi alle spalle il luogo in cui è cresciuto e l'unica parente che gli sia rimasta, per unirsi all'orchestra dei Los Espectros come ballerino, infilandosi in un abito azzurro che alcuni, nel clima teso del regime, possono considerare segno di una sospetta libertà. Nell'intraprendere il suo cammino, Roque asseconda lo spirito dello zio Pedro, come asseconderà poi gli istinti catturati dalle scarpe di altri morti, inseguendo i loro segreti. Il suo viaggio lo porta ad incontrare il proprio talento, la passione, il tormento, ad ascoltare i peccati e le maledizioni, ad affrontare paure e abbandoni, alla costante ricerca di un'identità che Roque può trovare solo nell'essere sfuggente come sono stati per lui il padre, salito su un'imbarcazione presa a prestito e fatta scivolare nel Paraná, e la madre, partita con la scusa di andarlo a cercare e mai più ritornata. Gli anni passano e Roque, che puntualmente scorda i propri compleanni, toglie poco alla volta il cotone dalle scarpe, fino a quando non gli calzano alla perfezione. Si innamora, trova lavoro, si separa dal mondo, segue affetti folli, indaga le vite dei personaggi che ha incontrato, dalla misteriosa Mariana a padre Umberto, dalla morbosa Natalia all'ex pugile Aragone.
Storia di Roque Rey racconta di un uomo che impara a camminare e che attraversa la vita e l'inconscio ballando e condividendo una parte del suo percorso con personaggi che, più che persone in carne ed ossa, sembrano apparizioni, spettri (come si chiamano i membri dell'orchestra con cui Roque compie l'iniziazione alla vita adulta) che, pur nella loro carnalità di donne e uomini vivi e morti, si presentano a Roque come una sfilata di possibilità e di esistenze che si snodano lungo le mille strade che può prendere la vita e che conducono il protagonista e il lettore con sé per poi abbandonarli in un punto cieco, in preda a domande e ipotesi. Anche il romanzo è come una lunga passeggiata attraverso l'Argentina, che costeggia il Paraná e si avventura nelle strade di Buenos Aires, gli anni, da quelli della dittatura e della caccia ai sostenitori di Perón fino allo scoccare del nuovo millennio, e tante situazioni diverse, che vedono Rey nei panni di apprendista danzatore, dipendente in un obitorio, insegnante di ballo, amante, padre. Con Storia di Roque Rey Ricardo Romero regala ai lettori una storia variopinta, vivace, originale e appassionante, che si adagia perfettamente nel solco del surrealismo sudamericano.

Le scarpe sono molto più di un capo di vestiario. Si calzano, sì, ma sono un indumento? No. Sono molto di più. Non sono nient’altro e nientemeno che gli intermediari fra noi e la terra. Sono loro che si fanno carico del peso dei nostri corpi e anche, se non andiamo in giro stupidamente a consumare le suole tanto per farlo, delle nostre anime. Sono il ricettacolo finale di quanto procrastiniamo, dei nostri desideri più reconditi, dell’elettricità segreta di quei sogni che non siamo in grado di ricordare al risveglio.
C.M.

mercoledì 13 dicembre 2017

Libri sotto l'albero ovvero otto consigli per augurare buon Natale a un lettore

Il Natale si avvicina e, per molte persone, l'apparizione dell'albero accompagna la prospettiva dello scambio dei doni. Anche per chi non segue questa tradizione, il Natale è comunque un momento in cui condividere le piccole gioie e anche questo, di per sé, significa scambiarsi dei regali.
Per un lettore, poi, il Natale diventa l'occasione per procurarsi qualche libro in più per svernare fra coperte e bevande calde circondato dall'alone caldo delle lucine, per palpeggiare i pacchetti ricchi di nastri e nastrini cercando di indovinare se nascondano un nuovo amico di carta e, nel caso, quale sia il suo titolo, oltre che per donare a parenti e amici delle storie che possano tener loro compagnia, anche scegliendole fra quelle personalmente amate.
 
 
Insomma, il Natale è il grande momento dei libri e, se c'è una cosa che la bibliomania porta con sé è la certezza di potergli regalare un libro sia come prima scelta ma anche nel caso in cui si trovino idee alternative: per un lettore non si avvertirebbe il pericolo del ripiego. Tuttavia questo non significa che un lettore sia un onnivoro senza giudizio cui rifilare un titolo a caso o, peggio, quello con cui riciclare un libro sgradito che, altrimenti, prenderebbe polvere sugli scaffali o verrebbe buono solo a bilanciare un tavolo dondolante.
Un regalo deve comunque venire dal cuore, altrimenti è sempre meglio evitarlo, oppure ripiegare su un generico pensierino o su una cartolina con un bel messaggio di auguri... che, comunque, un lettore utilizzerebbe in tutta probabilità come un segnalibro, così da ricordarsi di chi lo ha donato ogni volta che sfoglierà un volume.
Ecco, dunque, qualche suggerimento per scegliere consapevolmente il libro da donare ai lettori appassionati o da sfoderare per estorcere informazioni sul titolo più desiderato. Partiamo dal presupposto che, essendo in prima persona dei lettori, muoversi su questo terreno sia naturalmente più facile: un lettore ha confidenza con l'organizzazione delle librerie e spesso con i librai, dai quali riceve costantemente consigli preziosi; inoltre, se l'amico o parente destinatario del dono è anch'esso un lettore, avrà spesso scambiato qualche opinione su libri letti, attesi, piaciuti, non piaciuti. Regalare un libro senza essere lettori è più difficile, innanzitutto perché tendiamo spesso a regalare qualcosa che rispecchi i nostri stessi gusti e interessi, ma non è impossibile: la scelta di un dono può essere anche l'occasione per mettersi nei panni dell'altro, comprenderlo meglio, entrare in sintonia con lui nonostante la diversità di carattere e passioni.
Ma vediamo come muoverci nelle librerie affollate dai cercatori di regali.
 
Innanzitutto chiediamoci se il libro sia davvero un regalo gradito. Talvolta noi lettori facciamo fatica ad ammettere che qualcuno possa non amare la lettura e alcuni estremisti bibliomani si fanno carico dell'onere di evangelizzare i non-lettori, qualche volta ottenendo la conversione di qualcuno con grande successo, spesso ottenendo il risultato opposto o rendendosi antipatici. Se un non lettore riceve un libro (magari da chi si ostina a regalargliene uno ad ogni compleanno, Natale, onomastico), potrebbe sentirsi obbligato a leggerlo o giudicato inadeguato perché la lettura non è fra le sue abitudini.
Ma forse quel non lettore è un potenziale lettore e non sa di esserlo. Obiezione corretta, ma da avanzare con senso critico. Molte persone, è vero, non si dedicano alla lettura per mancanza di tempo e solo in certi periodi scelgono questa forma di intrattenimento; altre rifuggono i libri perché non hanno mai trovato quello giusto, non sanno come cercarlo o addirittura hanno avuto esperienze di lettur coatta che hanno reso amara questa attività. Dunque è bene essere certi di sapere cosa interessa veramente a questi lettori mancati, cosa li abbia allontanati dai libri e, soprattutto, quali titoli possano offrire un'esperienza completamente nuova e stupefacente.

Cerchiamo, dunque, di capire quali siano gli interessi dei destinatari del nostro dono e cerchiamo di valutare tutto ciò che il panorama letterario ha da offrire, compresi i generi che non prendiamo in considerazione quando scegliamo un libro per noi. C'è chi ama i romanzi, chi i graphic novel, chi le biografie e c'è chi, invece, sceglie libri che approfondiscano aspetti dell'attualità, della società, dell'economia, talvolta per una curiosità professionale che si estende al tempo libero; ci sono persone che non amano leggere, ma esiste una quantità infinita di libri che possono farsi leggere perché rispondono ad altri interessi, dai viaggi allo sport, dall'arte al cinema, dalla cucina all'arredamento.

Quali autori e quali generi tende a scegliere il destinatario del mio dono? Sono domande che possiamo utilizzare sia per cercare un libro affine a quelli che questa persona ha già letto e apprezzato, magari battendola sul tempo nel procurarle l'ultima uscita del suo autore preferito, ma anche per provare a proporre qualcosa di nuovo: un regalo può essere il modo giusto per convincere un amico ad esplorare aree di letteratura mai considerate o, ancor meglio, nei confronti delle quali ha manifestato già una certa curiosità, dandogli la spinta decisiva.

Ripercorriamo tutte le conversazioni degli ultimi mesi avute con un lettore, passando in rassegna espressioni curiose, disinteressate o affascinate: se abbiamo conversato con un lettore avremo certamente carpito dalle sue parole alcuni elementi sulla base dei quali scegliere un nuovo libro: può aver apprezzato il carattere del tal personaggio, che io ho riscontrato anche fra le pagine di un altro che potrebbe piacergli; può aver apprezzato lo stile della narrazione, che so essere simile a quella di un altro libro; può aver espresso curiosità per il libro che stavo leggendo qualche settimana fa e di cui poi ha scordato il titolo... può anche solo aver guardato in modo diverso un volume sui miei scaffali o in libreria. In fondo non è dai dettagli che capiamo cosa può far piacere alle persone?

Se siamo proprio negati per la lettura dei messaggi subliminali o per le geniali intuizioni, esiste sempre il web. Molti bibliomani seguono (e spesso curano personalmente) blog e siti letterari, pagine facebook affini e programmi sui libri e, nel consultare queste forme di divulgazione librosa, tengono talvolta un blocchetto a portata di mano, per aggiornare la mitica lista dei desideri. Insomma, in questo caso c'è da stalkerare un po'la nostra vittima, frugando fra gli appunti, nelle agende, nella cronologia internet o, del tutto innocentemente, se utilizza Goodreads o Anobii, consultare le wishlist che quasi sicuramente aggiorna in modo maniacale. Del resto, per alcuni lettori rendere pubblica la wishlist ha proprio questa funzione.

Un modo alternativo, che spegne la sorpresa ma accende la voglia di stare insieme e scegliere insieme un regalo, è fare un salto in libreria con un lettore e decidere di regalarsi un libro a vicenda: spostarsi insieme fra gli scaffali, scambiarsi qualche idea o previsione su come possa essere un certo libro e infine scegliere uno la lettura da destinare all'altro (e da scambiare poi) fra quelle che hanno catturato l'interesse è un modo come un altro per condividere la passione per i libri.

Non dimentichiamo il collezionismo: talvolta i lettori possono aver già letto o possedere già un libro eppure sciogliersi di fronte al dono di un'edizione speciale realizzata dopo una trasposizione cinematografica, ad una nuova traduzione o ad un'edizione illustrata o cui sono state aggiunte fotografie o documenti critici; ci sono gli appassionati di edizioni originali, che si possono trovare nei mercatini del libro usato, per non parlare dei volumi antiquari, che, però, non sono per tutte le tasche. Soprattutto gli appassionati di classici possono essere conquistati con questa idea: esisterà sempre un'edizione del loro romanzo preferito in edizione rinnovata, che possa sostituire un tascabile logorato dall'uso e fare la sua bella figura sugli scaffali.

E per i più piccoli? Si sa che è importante proporre ai bambini tante storie e letture differenti per far nascere e crescere la fantasia, la curiosità, la capacità di espressione e comunicazione, oltre che per condividere con loro il momento altamente formativo della lettura. Si possono scegliere libri che si prestano alla lettura a voce alta o ispirati alle avventure dei personaggi dei cartoni animati per chi ancora non sa leggere oppure lasciarsi ispirare dai coloratissimi reparti di letteratura per ragazzi nelle librerie, dove, solitamente, non mancano suggerimenti e indicazioni sui più apprezzati dai giovanissimi. Oltre ai titoli di nuova pubblicazione, osserviamo quelli più datati: se un testo viene continuamente ripubblicato, probabilmente ha qualcosa che bambini e ragazzi continuano ad amare; a tal proposito, vanno segnalate le riedizioni dei grandi classici, costantemente rinnovate, che permettono ai lettori più giovani di avvicinarsi ai capolavori attraverso testi di traduzione facilitata e arricchiti di note e illustrazioni.

 
Naturalmente questi sono i suggerimenti che scaturiscono dalla mia esperienza di lettrice (e non si limitano al Natale, ma valgono per qualsiasi occasione in cui si cercano idee per regali librosi), ma sarei curiosa di leggerne altri che possono non aver preso in considerazione, quindi scatenatevi! Come scegliete i libri da regalare ai vostri amici? In genere avete un buon intuito o vi è capitato anche di commettere degli errori nell'abbinamento libro-destinatario?

C.M.

mercoledì 6 dicembre 2017

L'insalata mista dei libri

Negli ultimi mesi, come si può notare dalle date degli ultimi post, ho avuto pochissimo tempo per aggiornare il blog e altrettanto eloquente è il mio tabellone delle letture, che rimane fermo per diverse settimane su uno stesso titolo per il medesimo motivo. Infatti attendo in maniera febbrile le vacanze di Natale per potermi rimettere al passo e dedicarmi a qualche attività rilassante, mettendo da parte per un po'registri, compiti e penne rosse.
Quando osservo la pila di volumi in attesa, non posso fare a meno di notare l'estrema varietà dei loro generi. A dire il vero, non ho nemmeno una vera e propria pila di volumi, perché evito di mettere tutte le nuove acquisizioni in un solo punto, bensì, nell'osservanza di una delle mie manie librose, li ripongo sempre al loro posto nella libreria, principalmente secondo casa editrice (ecco perché mi scombussolano gli autori che pubblicano con editori diversi) e poi numero del volume o, se assente, in ordine alfabetico.


Ma torniamo al vero nodo della questione. I miei libri in attesa compongono una vera e propria insalata mista, perché in questo momento specifico comprendono classici, narrativa contemporanea italiana, americana, inglese, africana nordeuropea. Al momento mi trovo in Argentina con Ricardo Romero e il suo Roque Rey, ma ho già il biglietto aereo per tornare a Grouse County con Tom Drury, per non parlare del mio colloquio sospeso con Leopardi attraverso lo Zibaldone e di un nuovo balzo nella Terra di Mezzo. Ho un libro di Wole Soyinka che mi guarda chiedendo attenzione e Irene Nemirovsky che mi propone Suite francese, ma voglio anche dare attenzione a Elizabeth Von Armin e a Jan Brokken. Naturalmente non mancano opere antiche, ma, accanto ad esse, sono in attesa anche dei fumetti, dagli ultimi volumi di Lady Oscar ai primi di Sailor Moon, oltre ad uno di Simple e Madama e l'intera serie di A Silent Voice (a proposito, dovrei riprendere l'abitudine di scrivere anche dei fumetti, fra le altre cose). Ultimi ma non ultimi, ci sono numeri e numeri di riviste storiche letti solo in minima parte.
Come vi dicevo, una bella macedonia, una cornucopia che riflette la varietà dei miei scaffali anche considerando i libri già letti, dal momento che mi ritengo una lettrice abbastanza eclettica (scarseggiano solo la poesia contemporanea e la fantascienza). Questa disponibilità di libri diversissimi, che può garantire una proposta per qualsiasi voglia di lettura possa sopraggiungere, non frena la mia smania di aggiungere libri alla wishlist: giorno dopo giorno le newsletter delle case editrici e l'appressarsi delle feste fanno sì che decine di libri si impongano alla mia attenzione e che debbano contendersi la proprità con quelli storicamente in coda nella lista. Aprendo il capitolo Lista dei desideri, si incontrerebbe un altro minestrone di verdure diverse e tutte gustose, con libri che desidero leggere per scopi didattici (La Costituzione italiana di Francesco Fagnani, per esempio) e nuovissime uscite che piovono da ogni editore, primi fra tutti Come tessere di un domino di Zigmunds Skujiņš e Negli occhi di chi guarda di Marco Malvaldi. Poi il Natale è tempo di fiabe, quindi le raccolte nordiche di Iperborea e le Fiabe Italiane di Calvino esercitano un fascino particolare (e di fiabe sto trattando a scuola con i miei alunni) e c'è sempre Buzzati con Il panettone non bastò a ricordarmi di calarmi nell'atmosfera delle feste.
Non so se sia l'inverno (cioè l'equazione coperta-libro-tisana / cioccolata calda), la prospettiva di un paio di settimane di tregua o una semplice suggestione consumistica (ma esiste periodo dell'anno in cui noi bibliomani non sentiamo l'impulso di aprire il portafogli per i nostri amati amici di carta?), ma quando penso ai libri che ho da leggere e alla prospettiva di mettermi tranquilla a sfogliarli l'atmosfera si fa soffusa e calda ed è subito pace. Poi penso che di qui a Natale al lavoro saranno giorni di fuoco e dopo Natale ancora peggio, quindi la bolla di sogni rischia di scoppiare, ma intanto la whislist si sarà ulteriormente allungata e forse qualche nuovo titolo avrà fatto capolino sugli scaffali, arricchendo l'insalata di gusti e consistenze nuove.
Anche le vostre librerie, fra letture passate, presenti e future, sono variegate oppure prevale un genere specifico o troneggia un autore che preferite in assoluto?

C.M.

giovedì 30 novembre 2017

La congiura (Kross)

Posti sul delicato limes fra le terre tedesche e la Russia, i Paesi baltici hanno vissuto il grande dramma della lacerazione civile e proiettato nel loro microcosmo il crollo dei delicati equilibri internazionali nella prima metà del XX secolo. Un pezzo di storia ben raccontato negli scorci biografici di Jan Brokken sulle Anime baltiche, ma ben testimoniate anche da Jaan Kross nei tre racconti che compongono La congiura (Iperborea).
Il protagonista è Peeter Mirk, alter ego dell'autore, che narra alcuni episodi cruciali della storia estone avvenuti fra il rimpatrio dei Tedeschi dei Paesi baltici voluto da Hitler nel 1939, l'occupazione tedesca seguita all'invasione dell'Unione sovietica e le repressioni della dissidenza dopo il fallimento dell'Operazione Barbarossa.
Il primo racconto, La ferita, vede Peeter impegnato nel difficile addio all'amico Karl e alla sorella di questi, Flora, con la quale ha avuto una storia dal finale amaro. I due, sebbene non siano poi tedeschi, sono pronti al trasferimento in Germania, meticolosamente organizzato in un lampo dai funzionari nazisti. La sua storia con Flora è chiusa, eppure, nell'ultima serata trascorsa insieme, la passione si risveglia, con conseguenze inaspettate.
La Grammatica di Stahl, invece, affronta il tema dell'abbandono della propria terra nella prospettiva dello stesso Peeter, perseguitato come dissidente e, quindi, a rischio di essere scoperto dai Tedeschi. Peeter ha deciso di tentare di imbarcarsi per lasciare l'Estonia e proprio sulla bagnarola che dovrebbe trarlo in salvo incontra un vecchio amico, Lembit Tammo, che gli offre un'edizione storica della Grammatica di Stahl per ripagare un debito. Nessuno dei due immagina che quel libro, infilato nella valigia di cartone di Peeter, possa essere terribilmente compromettente nel momento in cui i tedeschi li inseguono e li arrestano.
Chiude la raccolta il racconto che dà il titolo al libro, La congiura. Stavolta Peeter è nella prigione che ha evocato come un incubo anche nei racconti precedenti e si trova di fronte Lehtpuu, un proprietario terriero espropriato accusato dai Sovietici di aver liberato il beneficiario dell'esproprio stesso con minacce e per interesse personale; Peeter accoglie il suo racconto e gli fornisce dei suggerimenti per aiutarlo a costruire la propria difesa, ma poco dopo, assieme agli altri compagni di cella, compie un gesto apparentemente innocente, ma destinato ad avere effetti drammatici.
I tre racconti compongono un affresco unitario, ciascuno prestando voce a particolari diversi di un sentimento che scaturisce da un senso di impotenza, da una volontà di azione soffocata dal destino o da una mancanza di coraggio. Ognuno di essi ha un legame con l'esperienza personale dell'autore, che ha fatto de La congiura un momento di analisi del proprio passato e delle proprie scelte, non senza una soluzione di autoaccusa da parte di un intellettuale che, come tutti coloro che si trovano immersi nel corso degli eventi drammatici della Storia, si chiedono se non si possa - se non si potesse fare di più, agire diversamente, avere un po'più di coraggio e di voce.
Quanto all’influenza dei «grandi avvenimenti», mi riferisco all’aria che si respirava nel mondo alla vigilia della guerra. In quella tensione generale sembrava che le scintille d’amore più forti si trasformassero più facilmente del solito nel fuoco di una vera unione, mentre quelle più deboli erano destinate a spegnersi prima di quanto non avrebbero fatto in circostanze normali…
C.M.

martedì 21 novembre 2017

Augustus (Williams)

Qualsiasi cultore delle materie classiche e, in particolare, dell'antichità romana, ha certamente incontrato sul proprio cammino la figura di Gaio Ottavio, in veste di pupillo di Giulio Cesare e poi di primo imperatore di Roma. Un personaggio controverso, che ha celebrato il raggiungimento della Pax Augusta in tutto l'Impero come se non fosse costata l'ulteriore protrarsi delle guerre civili, un uomo che ha impresso un marchio ad un'intera stagione culturale e che ha fatto della propria vita privata lo strumento attraverso il quale garantire alla sua Roma il completamento di un progetto tanto ambizioso quanto contraddittorio. Un personaggio, insomma, degno di essere il protagonista di un grande romanzo.
 
E questo romanzo esce dalla penna di John Williams (1922-1994), che, dopo il successo di Stoner, è tornato nelle librerie italiane con Augustus (Fazi editore), un racconto a più voci che, intrecciando stralci di documenti storici, corrispondenze vere o verosimili e frammenti di opere letterarie, ricostruisce l'epoca augustea dal giorno dell'assassinio di Giulio Cesare fino alla morte di Ottaviano Augusto. La versione dell'imperatore, in questo disegno, è marginale: prevalgono le testimonianze dei suoi amici (Marco Vipsanio Agrippa su tutti), dei letterati del Circolo di Mecenate, degli storici Nicola di Damasco, Strabone di Amasia e Tito Livio, della moglie Livia e della figlia Giulia, condannata all'esilio sull'isola di Pandataria, oggi Ventotene.
Da questa fitta trama di fonti e di interventi romanzeschi risultano ben rappresentati sia la sanguinosa stagione delle guerre civili, dalla difficile assunzione dell'eredità di Cesare alla vendetta sui suoi assassini a Filippi, dal Bellum Perusinum all'epilogo dello scontro con Marco Antonio ad Azio, per poi concentrarsi sulla difficoltà di garantire un futuro all'Impero. Le pagine restituiscono tutto il pathos che si accompagna alle grandi imprese, offrendo un quadro vivido e drammatico delle vicende di cui Ottaviano fu protagonista: lo vediamo affrontare il rischio mortale della malattia pur di essere presente nelle campagne militari decisive, soffrire della perdita del successore e nipote Marcello e poi della morte dell'amico e compagno d'armi Agrippa, che ha scelto come secondo marito per la sua Giulia, poi ceduta a malincuore all'inviso Tiberio. 
Nella successione di documenti che creano una sovrapposizione di piani temporali, Williams delinea il ritratto di un uomo combattuto ma determinato, che ha speso ogni attimo della sua vita per costruire un sogno magnifico ma oltremodo fragile e che ha fatto dei legami personali lo specchio di tale sogno, vedendo in Giulia la sua piccola Roma e legando al suo ruolo di sposa il destino stesso dell'Impero, ma dovendo anche accettare di sacrificare la libertà dell'adorata figlia a quello stesso fato. Augusto, Marco Antonio, Agrippa e Giulia sono i grandi protagonisti di una narrazione coinvolgente e di forte impatto, che, nella loro essenza letteraria, rendono giustizia ad una verità storica e al clima dell'epoca augustea, con il suo fulgore e le sue lunghe ombre.
Nell'introduzione al romanzo, Williams dichiara di aver modificato l'ordine degli eventi, di aver creato personaggi mai esistiti e di essere intervenuto su fonti lacunose o incomplete ai fini dell'effetto narrativo. In questo ha seguito l'operato dei grandi autori di romanzi storici, a partire da Alessandro Manzoni e dal suo intreccio fra vero storico e vero poetico, ma ha in qualche modo continuato l'opera degli storiografi e dei biografi antichi, come lo stesso Giulio Cesare, che a sua volta, nello scrivere i Commentarii della guerra gallica e della guerra civile, operò modifiche necessarie al disegno complessivo. Eppure l'invenzione non si fa sentire, il quadro d'insieme è scorrevole, privo di contraddizioni e perfettamente in grado di ricostruire un'epoca e i suoi attori, dai principali a quelli marginali; la compenetrazione fra dati storici, fonti e innovazioni narrative è tale che i frammenti delle Res Gestae Divi Augusti si amalgamano perfettamente nel il registro scelto da Williams quando presta la voce ad Ottaviano. Particolarmente riusciti sono i cammei di Orazio, Virgilio e Ovidio, ma è soprattutto Giulia, la creatura ingabbiata e condannata dalla morale e dalla politica augustea, a troneggiare sugli altri con il suo diario di esule, con i ricordi delle sue tre vite matrimoniali e con i rimpianti della vera passione perduta.
 
 
Da classicista e amante dell'arte e della cultura augustea, ho ritrovato in Augstus tutto ciò che mi aspettavo e forse qualcosa di più. Non solo John Williams delinea eventi e dinamiche politiche con chiarezza e con il dovuto rispetto per la realtà documentata, ma guida il lettore nella dimora dell'imperatore, negli accampamenti, nei circoli in cui i poeti leggono i loro versi, creando una piacevole intimità con la storia e coloro che l'hanno costruita. L'autore parla dei personaggi come se li conoscesse personalmente, indagandone sentimenti, intenzioni e sotterfugi, prestando attenzione ai piccoli particolari e offrendoci per ciascuno di loro un fermo immagine che resta impresso nella memoria.
Augustus è il libro che si vorrebbe ricominciare a leggere appena terminato, per farne rivivere i personaggi e il grande sogno di un'epoca passata.
Sotto ogni aspetto, è l’uomo più prudente e cauto del mondo, e mai lascerebbe al caso ciò che potrebbe essere ottenuto con attenta preparazione; eppure, nulla lo diverte di più che giocare a dadi, e può farlo anche per molte ore di seguito. Spesso mi manda a chiamare dai suoi messaggeri, per chiedermi se ho un po’di tempo libero; e io lo accontento, anche se preferirei starlo a guardare, piuttosto che sfidarlo a quel gioco insulso, in cui l’astuzia non vale. Quando lancia ha sempre l’aria contrita, come se tutto il suo impero dipendesse dal modo in cui si disporranno quei cubetti d’osso; e quando, dopo due o tre ore di gioco, vince qualche pezzo d’argento, gode come se avesse conquistato la Germania.
C.M.

martedì 7 novembre 2017

Tutto cambia (Howard)

Eccoci arrivati al momento tanto atteso e, allo stesso tempo, tanto temuto. La straordinaria saga dei Cazalet è giunta al termine con la pubblicazione dell'ultimo di cinque volumi pubblicato da Fazi editore, intitolato Tutto cambia.
 
Sono passati nove anni dalla conclusione delle vicende narrate nel precedente capitolo, Allontanarsi: è il 1956 e, se alcuni personaggi sono ormai diventati poco più che delle evocazioni (come Christian, che ha abbracciato la vita religiosa, i membri della famiglia Castle, dei quali non si sa più nulla e la stessa Louise, ancora presente ma molto marginale), molti altri ne sono apparsi e si sono guadagnati il primo piano. Sono i figli di Polly, le gemelle Jane ed Eliza, Andrew e Spencer, e di Clary ed Archie, Harriet e Bertie. Siamo di fronte ad un passaggio generazionale importante, che si apre con la morte dell'amata Duchessa, assistita fino all'ultimo da Rachel, che in questo ultimo atto della saga è costretta a sopportare infiniti dolori e perdite laceranti. La famiglia Cazalet si è dunque ingrandita, anche grazie a Hugh, che in Jemima Leaf ha trovato un porto sicuro di amore dopo il dolore della morte di Sybil e con il secondo matrimonio di Edward, che ha sposato Diana, una donna che nessuno accoglie con benevolenza e che a sua volta manifesta ben poco affetto per i familiari del marito. I personaggi che popolano le pagine di quest'ultimo romanzo sono numerosissimi e il nucleo originario si è ormai frammentato in tante storie sempre meno comunicanti, che inseguono la carriera di drammaturga di Clary, purtroppo legata ad un triste momento della vita con Archie, le avventure di Georgie, impegnato nella realizzazione di un piccolo zoo cui, entusiasticamente, partecipano i genitori e i cugini, i primi amori di Juliet e il graduale rientro di Villy e Roland fra le braccia della famiglia da cui i tradimenti di Edward l'hanno allontanata.
Se già in Allontanarsi si avvertiva la dissoluzione graduale dei grandi ritratti di Louise, Zoë, Clary e Polly che avevano reso indimenticabili Gli anni della leggerezza, Il tempo dell'attesa e Confusione, in Tutto cambia il processo viene portato a termine e, di fatto, non abbiamo più personaggi centrali. Il vero protagonista di Tutto cambia è la famiglia Cazalet intesa come nuova compagine scaturita dalle trasformazioni innescatesi dal 1937 in avanti, che ha attraversato la seconda Guerra mondiale e i traumi che si sono ripercossi nelle relazioni dei personaggi.
È una famiglia che affronta un momento estremamente difficile, nel quale è obbligata a fare i conti con il passato, con l'eredità del Generale e della Duchessa e con la consapevolezza che gli amatissimi riti che hanno da sempre caratterizzato l'identità familiare, uno fra tutti il magico Natale dei pranzi sontuosi e delle calze con i regali tanto attesi dai più piccoli, possono aiutare a godere pienamente del presente ma non rallentare l'avanzata verso il futuro.
Tutto cambia è un romanzo pervaso da una malinconia che solo le scenette che hanno come protagonisti i bambini e che richiamano qualche pagina de Gli anni della leggerezza possono momentaneamente stornare. Il lettore avverte l'incombente distacco non solo voltando le pagine, ma osservando il mondo dei Cazalet che si consuma e si prepara ad assumere un volto nuovo, del quale, però, è preclusa la conoscenza. Che ne sarà di Polly e della sua numerosa famiglia nel castello di Lord Fakenham adibito al ricevimento dei matrimoni? In quali teatri arriveranno i drammi di Clary e quale destino attende la scuola di pittura che da sempre Rupert e Archie desiderano di aprire? Che ne sarà di Rachel, custode delle tradizioni?
 
Carl Larsson, Fra Natale e il nuovo anno (1896)
 
Ora che la saga è terminata, Allontanarsi non sembra più il raccordo fra il passato e un nuovo equilibrio che era parso qualche mese fa, ma forse il finale più sopportabile. Tutto cambia trascina gli eventi verso un epilogo di cui, da lettori affezionati alla famiglia Cazalet, non si vorrebbe essere testimoni. Immaginare il futuro dei Cazalet, insomma, sarebbe stato meglio che vederselo raccontare con questa malinconia. Il lettore ne sarebbe stato più rassicurato. Eppure questo epilogo era necessario, con le sue pagine tristi e qualche slancio di tenerezza che emerge a ricordarci perché abbiamo tanto amato questa saga, che, come quella altrettanto monumentale dei Buddenbrook, trae la propria grandezza dal realismo di una narrazione che non intende rasserenare, ma fornire uno spaccato di vita, raccontare l'inevitabile nostalgia che ogni essere umano avverte quando osserva la china che dall'infanzia spensierata lo ha condotto alla consapevolezza dell'età adulta.
Rimasti soli, senza giovani intorno, gli adulti si dissero che era stata proprio una bella giornata e che Rachel aveva organizzato tutto in modo magnifico. Si aggrapparono al momento presente, ma per alcuni di loro diventava ogni minuto più difficile respingere il pensiero, oscuro e pressante, di un futuro incerto. Stavano per lasciare il luogo che avevano considerato casa per tanti anni. Ancora pochi giorni e tutto sarebbe finito. Niente sarebbe mai stato più lo stesso.
C.M.

martedì 31 ottobre 2017

Wittenberg, 31 ottobre 1517

È il 31 ottobre 1517. Wittenberg risuona dei colpi di martello con i quali il frate agostiniano Martin Lutero affigge alla porta della chiesa il suo documento di protesta contro la pratica di vendita delle indulgenze promossa per riempire le casse ecclesiastiche e finanziare la riedificazione della Basilica di San Pietro. A trentaquattro anni, Martin Lutero è pronto a sostenere una guerra che diventerà memorabile e che muterà per sempre il volto della cristianità, inaugurando l'esperienza del Protestantesimo.

Lutero affigge le 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg

Nel 1510 il monaco ha assistito ad una campagna di riscossione di denaro proprio nella capitale del mondo cattolico. Ha visto riporre nelle mani giunte dei penitenti, in cambio di denaro, salvacondotti per le anime del Purgatorio, a beneficio delle quali era promessa l'assoluzione dai peccati o, almeno, una significativa riduzione del tempo di attesa per accedere al paradiso. Al termine del suo viaggio, Lutero ha di Roma l'immagine di un luogo infernale, peccaminoso, peggiore di Sodoma, Gomorra e Babilonia.
La vendita delle indulgenze si fa largo anche in Germania, grazie a Leone X e Alberto di Brandeburgo. Costui infrange il divieto di accumulo di cariche ecclesiastiche, diventando dapprima amministratore della diocesi di Halberstadt e poi, grazie al contributo finanziario dei banchieri Fugger, vescovo di Magdeburgo (ruolo connesso a quello di grande elettore imperiale). Il pontefice non è ignaro delle sue manovre, ma le avvalla in cambio di un consistente aiuto nella promozione della vendita delle indulgenze, che Alberto di Brandeburgo non tarda a fornire, nella persona del predicatore Johann Tetzel. Questi si sposta nei territori tedeschi promettendo che al tintinnare di una moneta nella cassa della Chiesa un'anima spiccherà il volo verso il Paradiso, ottenendo grande seguito da parte del popolo ignorante e timoroso delle pene dell'Inferno.

L. Cranach, Leone X e le indulgenze
Contro questa pratica, che Lutero equipara senza mezzi termini ad una truffa e ad una bestemmia contro le basi stesse della fede cristiana, vengono redatti i 95 argomenti a cui si riconduce la nascita del credo protestante, in seguito differenziatosi con l'espansione e le modifiche delle interpretazioni dei Vangeli e con l'affermazione di nuovi interessi politici e sociali.
Di seguito se ne possono leggere alcuni estratti significativi, intrisi di un'ironia amara e di un astio tonante. Non si fatica a leggere riferimenti polemico a Tetzel, così come non può sfuggire la condanna delle ricchezze dei papi, ben lontani dalla purezza e dalla povertà evangelica e addirittura ricchi quanto Crasso e la contestazione della tendenza a sostituire la predica legata alle Scritture con l'invito ad acquistare i documenti di grazia per le anime del Purgatorio.
27. Predicano da uomini, coloro che dicono che, subito, come il soldino ha tintinnato nella cassa l'anima se ne vola via.

28. Certo è che al tintinnio della moneta nella cesta possono aumentare la petulanza e l'avarizia: invece il suffragio della chiesa è in potere di Dio solo.

35. Non predicano cristianamente quelli che insegnano che non è necessaria la contrizione per chi riscatta le anime o acquista lettere di indulgenza.

36. Qualsiasi cristiano veramente pentito ottiene la remissione plenaria della pena e della colpa che gli è dovuta anche senza lettere di indulgenza.

39. È straordinariamente difficile anche per i teologi più saggi esaltare davanti al popolo ad un tempo la prodigalità delle indulgenze e la verità della contrizione.

43. Si deve insegnare ai cristiani che è meglio dare a un povero o fare un prestito a un bisognoso che non acquistare indulgenze.

50. Si deve insegnare ai cristiani che se il papa conoscesse le esazioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di San Pietro andasse in cenere piuttosto che essere edificata sulla pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle.

53. Nemici di Cristo e del papa sono coloro i quali perché si predichino le indulgenze fanno tacere completamente la parola di Dio in tutte le altre chiese.

86. Ancora: perché il papa le cui ricchezze oggi sono più opulente di quelle degli opulentissimi Crassi, non costruisce una sola basilica di San Pietro con i propri soldi invece che con quelli dei poveri fedeli?
Lutero punta a smascherare gli inganni dei predicatori, mettendo in guardia i cristiani sul vero significato delle opere di carità e dell'indulgenza, che nulla ha a che fare con i beni terreni, ma deve nascere dall'anima, dal pentimento profondo e dalla grazia che soltanto Dio può dispensare, senza alcun bisogno d'oro; lo stesso tempio che si costruisce a Roma è indegno di una missione volta alla gloria di Dio, perché edificato sull'ignoranza e la debolezza del suo Popolo.

La Bibbia tradotta da Lutero stampata ad Augusta nel 1535
(foto tratta da Storiadigitale Zanichelli)

Ben presto, da battaglia contro una pratica ben precisa, la predicazione di Lutero si trasforma in un movimento di riforma religiosa, mirante al recupero dell'ideale di vita evangelico e ad una lettura libera e rigorosa del Nuovo Testamento. Ne derivano l'affermazione della dottrina della Sola Fide, secondo la quale è la fede in Dio a garantire la salvezza, la riduzione dei sacramenti agli unici dispensati da Cristo, cioè il Battesimo e l'Eucarestia, il principio del sacerdozio universale, che rende ogni uomo degno di leggere e interpretare le Scritture; seguiranno l'enunciazione delle dottrine della Sola Scriptura e della Transustanziazione, la negazione dell'obbligo del celibato per i sacerdoti e l'abolizione del culto dei santi e delle reliquie, anch'esso molto redditizio per gli amministratori ecclesiastici.
La Chiesa e il papa (di cui Lutero nega l'infallibilità, contravvenendo al dogma cattolico) ne risultano esautorati e si scatena una forte opposizione al frate, ben presto dichiarato nemico pubblico. Dopo la condanna come eretico da parte di Leone X (1518), l'emanazione della bolla papale Exsurge Domine (1520), che Lutero brucia pubblicamente, e il bando pronunciato dall'imperatore Carlo V di fronte alla Dieta di Worms (1521), Lutero è scomunicato e perseguitato: chiunque lo incontri, può ucciderlo senza pericolo di commettere un crimine.

Hans Brosamer,
Le sette teste di Martin Lutero (1530)
Martin Lutero viene rapito e messo al sicuro dal principe di Sassonia Federico il Saggio, nel cui castello, a Wartburg, si dedica alla traduzione della Bibbia, deciso a porre fine all'esclusiva ecclesiastica nella lettura dei testi sacri. Nel 1522 viene pubblicata la prima edizione in tedesco della Bibbia, per la prima volta accessibile in una lingua parlata dal popolo: è l'inizio di un processo di acculturazione e alfabetizzazione fondamentale per il popolo della Germania.
Negli stessi anni, da questione interna al mondo religioso, la Riforma acquisisce dei tratti politico-sociali e inizia a rivelare episodi di strumentalizzazione e qualche ombra. I principi tedeschi, infatti, approfittano del successo della Riforma per abbracciare le idee di Lutero, con un atto ufficiale nella Dieta di Spira, dal cui motto «Protestamur» (una formula di giuramento solenne), prenderà il nome il movimento stesso del Protestantesimo. Il loro scopo, tuttavia, è principalmente economico e politico, dal momento che essi, sentendosi ormai liberi dalla ceca obbedienza alla Chiesa, iniziano ad incamerare i beni del clero nei loro territori e sperano di strappare maggiori autonomie a Carlo V, strenuo difensore dell'unità religiosa dell'Impero. La Lega di Smalcalda (questo il nome dell'alleanza fra i principi tedeschi fondata nel 1531) diventa uno dei principali problemi di Carlo V, che tenterà di contrastarla invano fino al 1555, anno in cui la Pace di Augusta, ponendo fine ad una guerra sanguinosissima, stabilirà il principio di libertà religiosa di ogni principe imperiale e l'obbligo dei sudditi di ciascuno ad abbracciare la fede del proprio principe («Cuius regio, eius religio»).
Un altro forte moto di rivolta si alza nel 1522 fra i contadini, che, a loro volta, vedono nella Riforma l'opportunità di svincolarsi dalla sottomissione ai potenti (sostenuta, fra gli altri, dal teologo Andrea Carlostadio) e seguono il rivoluzionario Thomas Müntzer. Lutero, però, condanna fermamente questa ribellione, sostenendo che i cristiani devono astenersi dalle rivolte e dalle violenze e affidarsi alla guida dei principi, poiché la libertà spirituale non va confusa dallo scioglimento dall'obbligo di obbedienza politica; le rivolte contadine verranno così duramente represse e Müntzer, catturato nella battaglia di Frankenhausen, verrà decapitato.

L. Cranach, Giuditta con la testa di Oloferne
Ma una grande rivoluzione avviene anche nel campo della comunicazione: la predicazione di Lutero, la denigrazione della pratica delle indulgenze e il contrasto al Protestantesimo generano anche un acceso dibattito che passa, oltre che nelle sedi delle facoltà di teologia e negli ambienti ecclesiastici, nel mondo della neonata stampa. Nascono le vignette satiriche, prodotte da entrambi gli schieramenti, con i cattolici che mettono in circolazione incisioni raffiguranti un Lutero multiforme e diabolico e i protestanti che immortalano l'atto rivoluzionario del frate che brucia pubblicamente la bolla papale. Fra gli artisti che prestano la loro esperienza al Luteranesimo si distingue Lucas Cranach il Vecchio, che, oltre a rapresentare Leone X nell'atto di vendere le indulgenze, crea un'incisione rappresentante La vera e la falsa Chiesa: sul lato sinistro sta la Chiesa di Lutero, che predica una visione serena e pura della fede, sul lato destro la Chiesa cattolica, accecata dall'incubo delle fiamme infernali e dall'avidità, guidata da predicatori consigliati dal demonio appollaiato sulla loro spalla. Ed è sempre Cranach a rappresentare come Giuditta che regge la testa di Oloferne (1530) la lotta fra i principi protestanti contro Carlo V, trasformando un conflitto biblico e il suo straordinario successo in un vessillo politico.
Il 31 ottobre 1517 segna dunque un passaggio epocale: le numerose guerre di religione, la nascita e la scomparsa di movimenti di protesta religiosa e sociale e le continue battaglie contro gli eretici saranno la prova che la pubblicazione delle 95 tesi ha innescato un processo di frammentazione religiosa ben più traumatico di quello scattato con lo Scisma d'Oriente del 1054 e la nascita della Chiesa ortodossa. Nonostante i tentativi di correzione della dottrina delle indulgenze e di moralizzazione del clero e il lancio di un processo di Controriforma che avrà il suo fulcro del Concilio di Trento (1545-1563) e nel potenziamento dell'Inquisizione, il cammino del Protestantesimo è destinato a proseguire e a differenziarsi in esperienze diverse: la predicazione di Ulrich Zwingli a Zurigo, l'Anabattismo di Felix Manz a Münster, la dottrina della Predestinazione di Giovanni Calvino a Ginevra, la nascita della Chiesa anglicana in seguito all'Atto di Supremazia (1534) sono solo alcune delle tappe di un processo di distacco dalla Chiesa e di revisione del suo ruolo cultuale e politico. Un processo costellato di violenze, conflitti civili, rivolte e guerre, ma certamente frutto del battito di quel martello sulla porta della cattedrale di Wittenberg.

Luchas Cranach il Vecchio, La vera e la falsa chiesa (1545)

Per questo da alcuni storici il 1517 è considerato il vero inizio dell'Età moderna, il punto di non ritorno che pone fine all'unità cattolica e alla fiducia assoluta nella Chiesa che ha contraddistinto il Medioevo. In tal senso, andrebbe rivista anche la data di inizio del Medioevo, se intesa come era della Chiesa cattolica unita (senza per questo negare le esperienze evangeliche del Duecento, molte delle quali bollate come eretiche): se è l'avvento del Protestantesimo ad aprire l'Età moderna, a chiudere quella antica dovrebbe essere l'Editto di Milano del 313, con il quale il Cristianesimo divenne religione tollerata, il 325, anno in cui il Concilio di Nicea rifiutò l'Arianesimo, definendo il dogma fondante della Trinità, o il 380, quando Teodosio, con l'Editto di Tessalonica, rese il Cristianesimo religione di Stato, condannando la professione di qualsiasi altro culto. In ogni caso, le 95 tesi hanno rappresentato l'affermazione di un approccio alla fede del tutto nuovo, frutto dell'affermazione dello spirito umanistico che ha portato Lorenzo Valla a mettere in discussione anche la validità di un documento importante come la Donazione di Costantino e un uomo come Martin Lutero a desiderare per tutti i credenti la possibilità di leggere direttamente i Vangeli, senza il filtro di commenti preconfezionati dai vescovi e dai sacerdoti. La vera novità dell'Età moderna è quella di riporre fiducia nelle capacità dell'uomo, nel suo protagonismo, nella capacità di ridefinire il mondo in un modo del tutto diverso rispetto a quello dell'epoca precedente: è il passaggio dalla vita contemplativa e dall'osservazione ceca dei dogmi e dei loro estensori alla vita attiva del fedele che legge i testi sacri della propria religione e critica ciò che nell'amministrazione del culto contrasta con essi e si lancia oltre i confini posti dall'autorità con la stessa forza che ha spinto gli esploratori a sfidare le superstizioni sulla piattezza della Terra e allargare gli orizzonti dell'esistenza e della cultura. Questo anche a costo di pesanti conseguenze, alla pari di quelle prodotte dalla Conquista dei Nuovi mondi, perché molto rapidamente le grandi esplosioni dell'estro, dell'indipendenza e della ragione umana tendono a corrompersi in interessi materiali. Ma anche questo è, malgrado tutto, il segno di un cambiamento epocale.

C.M.

mercoledì 25 ottobre 2017

Casa per casa: oltre la porta

Il percorso Casa per casa non poteva essere completo senza una sortita nelle abitazioni. La rappresentazione degli interni è importante, nella consacrazione della casa come luogo dell'anima, alla pari di quella degli esterni. In un certo senso, si può dire che, come fossero personaggi di un'opera letteraria, le case hanno una loro apparenza esteriore, ma vanno esplorate internamente per comprenderne il carattere.
 
Carl Larsson, Lato della casa esposto al sole (1894)

Anche in questo caso, il modo migliore per cogliere il significato profondo del ritratto di un interno è soffermarsi su una delle tele più celebri di Vincent van Gogh, La camera ad Arles. Il dipinto, nato nell'ottobre del 1888 nella cittadina provenzale, viene realizzato in tre esemplari e fin dalla sua conclusione il pittore prova il desiderio di condividere con il fratello Theo questa particolare esperienza artistica, descrivendogli il quadro e motivando le scelte tecniche che stanno alla base di esso. Nella lettera inviata a Theo il 16 ottobre 1888 si legge:
Questa volta si tratta semplicemente della mia camera, ma qui è il colore che ha il ruolo principale e, attraverso la sua semplificazione, deve rappresentare l'idea del riposo e della tranquillità.
Insomma, osservare il dipinto dovrebbe riposare la mente, o, almeno, l'immaginazione.
Le pareti sono di un viola chiaro. Il pavimento è fatto di piastrelle rosse. L'intelaiatura del letto e le sedie sono di un frizzante giallo burro. Le lenzuola e i cuscini sono di un verde limone brillante. La coperta è scarlatta, la finestra verde, il tavolo da toeletta è arancione, il lavabo blu, le porte indaco.
Questo è tutto: non c'è nulla in questa stanza dalle persiane chiuse.
La solidità della mobilia dovrebbe esprimere un riposo immobile.
Ci sono dei quadri appesi al muro, uno specchio, un asciugamano e alcuni abiti.
La cornice, poiché non c'è nulla di bianco nel dipinto, sarà bianca.
Questa è la mia rivalsa per il riposo forzato cui sono stato costretto.
Ci lavorerò ancora domani, per tutto il giorno, ma puoi ben vedere quanto semplice sia l'idea.
Non ci sono ombre; i colori sono piatti come nelle stampe giapponesi.
Vincent van Gogh, La camera ad Arles (1888)
 
Le parole dell'artista presentano la stanza o, per meglio dire, la sua rappresentazione, come un correlativo oggettivo: la semplicità della composizione (che, tuttavia, non si può accostare alla pulizia delle immagini giapponesi che van Gogh tanto ammira), la solidità degli elementi selezionati e l'assoluta prevalenza di linee dritte devono rappresentare uno stato di riposo e immobilità tale da trasformare in arte e bellezza una condizione spiacevole vissuta dal pittore. Allo stesso tempo, però, la tela rievoca quello stato di solitudine e infelicità, trattenendo in sé una duplicità che riflette quella dell'animo stesso del suo creatore.
Negli interni come negli esterni si distingue la particolare tecnica di Carl Larsson, le cui stanze sono inondate dal chiarissimo sole scandinavo, che rende vividi e precisi i dettagli. Gli interni di Larsson sono spesso animati: se nella Stanza da letto (1889) la presenza di un uomo è appena visibile oltre le tende del baldacchino e al di sotto della libreria che incornicia le pareti, Lato della casa esposto al sole (1894) si carica di una componente affettiva grazie alla presenza della bambina che annaffia le piante sul davanzale, suggerendo un gioco di chiaro-scuro altrimenti assente. 
 
Carl Larsson, Stanza da letto (1899)
 
Ed è davvero Un angolo accogliente quello dell'acquerello in cui compare, sonnecchiante in un salotto un po'disordinato, un cane che dà forza all'idea di casa e familiarità; fra i tre dipinti, questo è quello che rende maggiormente l'atmosfera di un luogo vissuto, con il suggerimento sul recente e frettoloso abbandono del divano da parte di chi lo occupava: la coperta è spiegazzata, le pantofole dimenticate, il tappeto come rivoltato da un movimento improvviso, un libro e una rivista indicano che la lettura è stata sospesa senza il tempo di poter chiudere i volumi.
 
Carl Larsson, Un angolo accogliente (1894)
 
Al periodo figurativo di Vasilij Kandinskij appartiene un dipinto dedicato alla casa del pittore a Murnau, in Alta Baviera. La mia sala da pranzo (1909) è un concentrato di colori nel quale le forme si scompongono e si rendono appena riconoscibili: intuiamo la presenza di qualche oggetto sul tavolo, di un mobile, del calorifero e di una fruttiera. Se qui la visione dell'interno non suggerisce un particolare stato d'animo dell'artista, appare però evidente il percorso di dissoluzione delle figure che porterà Kandinskij ad abbracciare unicamente l'astrattismo nel giro di un biennio: la casa, al pari dei personaggi delle prime tele e dei paesaggi, si presta a sua volta all'indagine delle forme che l'artista vuole trasformare in simboli e suoni.
 
Vasilij Kandinskij, Interno - la mia sala da pranzo (1909)
 
Negli stessi anni Marc Chagall realizza due interni molto differenti. In Interno russo o il salone del nonno (1908) i contorni degli oggetti (le sedie, i vasi, una credenza) appaiono sciolti come ricordi annebbiati e si fanno notare soprattutto i dipinti alle pareti, forse foto di famiglia che conferiscono intimità a questa immagine. 
 
Marc Chagall, Interno russo o il salone del nonno (1908)
 
Nel 1917 realizza invece una tela molto più affascinante, stavolta dai colori freddi ma con la stessa infusione di vita, Interno con fiori, che raffigura uno spazio abitato, nel quale l'azione della lettura è stata appena interrotta e, con essa, si è momentaneamente affievolito il piacere dato dal tepore del sole che penetra dalla finestra e dal profumo e dalla gradevolezza estetica dei fiori sul tavolo. Chagall offre qui una sorta di promessa di un ritorno alla gioia e alla spensieratezza che sono stati messi da parte, rievocando l'atmosfera rasserenante di casa.
 
Marc Chagall, Interno con fiori (1917)
 
La pennellata nervosa di Ernst Ludwig Kirchner si porta invece in una baita sulle Alpi. C'è una donna china sul tavolo, forse per scrivere una lettera, sulla destra di Cucina in una baita alpina (1918), un interno dominato dai colori gialli e marroni delle assi di legno e illuminato da una finestra sul fondo della tela. A differenza di molti dipinti di questo artista, esponente di primo piano dell'espressionismo tedesco, si assiste qui ad una maggiore distensione, indotta, forse, dalla natura, dal clima, dal raccoglimento molto particolare di cui si gode nelle case di montagna, lontano dal rumore e dalla confusione delle città.
 
Ernst Ludwig Kirchner, Cucina in una baita alpina (1918)
 
Grande pittore di interni è naturalmente Henri Matisse, particolarmente affezionato alle stanze occupate da piccoli tavolini su cui si adagiano tovaglie colorate e vasi di fiori (talvolta con l'inserimento di donne che leggono), con ampie portefinestre su cui si aprono tendaggi arabescati, pareti rivestite di carta da parati floreale e ampi tappeti. Si tratta quasi sempre di appartamenti borghesi affacciati sul lungomare di Nizza e il colore trasmette la forza del legame di Matisse con questa città. 
 
Henri Matisse, Interno con fonografo (1924)
 
Ne è un esempio Interno con fonografo (1924), ma ancor più caratteristico della tecnica dell'artista e della sua esperienza della pittura fauves è Armonia in rosso (1908), un interno riportato in maniera bidimensionale e dominato dal rosso che annulla i volumi e unifica le superfici, creando dei vivaci contrasti con i motivi vegetali blu e il paesaggio che si scorge oltre la finestra; ne risulta un quadro non realistico, in cui predominano la dimensione emotiva associata al colore e il bisogno di immediatezza.
 
Henri Matisse, Armonia in rosso (1908)
 
Una visione del tutto particolare degli interni è quella offerta da Giorgio de Chirico, che, oltre a realizzare numerosi Interni metafisici in cui ammassare «oggetti che la scempiaggine universale relega tra le inutilità», compie anche un interessante ribaltamento di spazi. Accade con Mobili nella valle, una serie di tele realizzate negli anni '60 in cui le suppellettili vengono estratte dalle abitazioni e collocate in paesaggi fantastici. 
 
Giorgio de Chirico, Mibili nella valle (1963)
 
De Chirico porta fuori ciò che, normalmente, si trova all'interno delle case, ma porta anche dentro alle case ciò che, per forza di cose, sta al di fuori di esse. Il ritorno di Ulisse, sia nella versione del 1966 sia nella più suggestiva del 1973, presenta una soluzione spiazzante: l'eroe e la sua imbarcazione, simboli della vastità del mondo, del pericolo e dell'avventura, vengono calati all'interno di una stanza, che, al contrario, rappresenta il luogo degli affetti e della sicurezza. Si tratta di una rivoluzione in termini di idee, ma anche del naturale slancio di un artista che ha sempre raccolto in sé, come in un rifugio domestico, l'eredità greca e che può in ogni momento, anche nel salotto di casa, vedere Ulisse, ricordare i suoi viaggi, respirare l'odore del mare e le atmosfere antiche, facendo della propria dimora un luogo di sogni.

Giorgio de Chirico, Il ritorno di Ulisse (1973)

C.M.

lunedì 23 ottobre 2017

Umiliati e offesi (Dostoevskij)

Ero alla ricerca di un Dostoevskij che riuscisse a colpirmi come mi aspettavo dalla fama di questo autore e dall'entusiasmo di molti suoi lettori. Non lo avevo trovato in Delitto e castigo, né nel brevissimo Le notti bianche, ma l'ho trovato in Umiliati e offesi, romanzo d'appendice pubblicato nel 1861 all'interno dei primi sette numeri della rivista Vremya. Definito da Ernesto Liviraghi (autore dell'introduzione all'edizione Einaudi degli anni '80) un'opera di transizione, Umiliati e offesi è il romanzo dei quarant'anni di Dostoevskij, che precede la stagione dei capolavori, un libro fatto di colpi di scena e costruita sull'incontro-scontro fra personalità demoniache e vittime, ma che porta fra le pagine anche una buona dose di autobiografismo, nella figura del personaggio e narratore Vanja, scrittore che insegue un racconto da consegnare per poter rispettare le scadenze editoriali e guadagnarsi da vivere.
Vanja, appunto, è colui che raccorda le due vicende che compongono Umiliati e offesi. Rimasto orfano e cresciuto con Nikolaj Sergeič Ichmenev, un piccolo proprietaio terriero, con la moglie di lui Anna Andreeevna e con la loro figlia Nataša, è alla ricerca di un alloggio a Pietroburgo, quando si imbatte nella cupa figura di un vecchio che passa ore e ore immobile nella pasticceria Miller, in compagnia di un cane di nome Azorka. D'improvviso Azorka si addormenta per sempre e, poco dopo, uscito dal locale, anche l'anziano esala il suo ultimo respiro. Ma chi era quest'uomo schivo e solitario, che sembrava trarre il suo unico conforto dal suo compagno a quattro zampe? Cercando di scoprirlo, Vanja si avventura nella città, trova il suo appartamento e decide di stabilirvisi. Pochi giorni dopo riceve una visita inaspettata: è Elena (Nelly), la nipote del vecchio inquilino, alla ricerca dell'unico aiuto che possa ricevere. Vanja apprende che la madre di Nelly è morta, lasciando la bambina nelle mani della crudele Bubnova, così decide di tenerla con sé e di prendersene cura, sebbene possieda pochi mezzi anche per provvedere a se stesso. Nel frattempo la famiglia di Nikolaj Sergeič è sconquassata da un dramma: Nataša si è perdutamente innamorata di Alëša, il figlio del principe Valkovskij, ed è andata a vivere con lui. Nikolaj Sergeič ripudia la figlia, non potendo accettare che ella abbia compiuto una scelta moralmente inconcepibile e, soprattutto, che si sia legata proprio al figlio dell'uomo che gli aveva affidato la gestione della sua tenuta di campagna, per poi trascinarlo in una causa giudiziaria e usare la sua autorità per umiliarlo. Per di più, Alëša è un ragazzo viziato, volubile, che tradisce più volte Nataša, per poi tornare da lei con abbondanti lacrime di pentimento ed essere riaccolto come da una madre incapace di far pesare ad un figlio le proprie colpe. Così Vanja, più che dedicarsi al lavoro di scrittore, si trova a dover confortare Nataša, nel vano tentativo di farle prendere consapevolezza della sua sventura e della necessità di reagire prima che il perfido principe Valkovskij intervenga e riesca a strapparle Alëša per combinare un matrimonio di interesse con la figlia di qualche nobile, e a curare Nelly, gravemente malata, preoccupandosi di trovarle una sistemazione più adeguata e di far luce sul suo passato. 

Félix Vallotton, Fëdor Dostoevskij (1895)
Umiliati e offesi è un libro eccezionale, ma non riconosciuto fra i migliori di Dostoevskij. Strizza l'occhio al realismo di Dickens e alle atmosfere e alla tensione narrativa de I misteri di Parigi di Eugène Sue, sia nel presentarci dei personaggi che lottano nella miseria o nelle difficoltà sociali contro figure prepotenti che possono decidere del loro destino, sia nelle dinamiche che si instaurano fra di loro. La vicenda, certo, è meno articolata (i personaggi sono davvero pochi, rispetto all'elefantiaco romanzo di Sue), ma è altrettanto magnetica e presentata con un approfondimento psicologico e un trasporto che svelano il lavoro di sperimentazione che Dostoevskij ha intrapreso per staccarsi dalla produzione giovanile e proseguire verso i capolavori maturi. La presenza di un motivo autobiografico, inoltre, è segno del particolare legame dell'autore con questo libro, a proposito del quale dichiarerà: «È riuscita un’opera barbara, ma v’è in essa un mezzo centinaio di pagine di cui sono orgoglioso».
Dunque, sebbene sia considerato inferiore a Delitto e castigo, Umiliati e offesi mi ha colpita molto di più: i personaggi tratteggiati sono tutti molto vividi, non si avvertono mancanze e c'è un giusto equilibrio fra slanci emotivi (solo un tantino eccessivi quando per pagine e pagine viene descritto il pianto ingenuo di Nataša) e avvenimenti carichi di tensione narrativa, improntati quasi all'inchiesta, allo scioglimento di un mistero. Umiliati e offesi è ciò che immagino quando penso ad un grande classico.
«Ti ringrazio, mio Dio! Ti ringrazio per tutto, per tutto, per la tua collera e per la tua misericordia! E per il tuo sole che adesso, dopo la tempesta, torna a risplendere su di noi! Ti ringrazio per questo momento! Ah, che importa se siamo umiliati, se siamo offesi, purché stiamo di nuovo insieme e trionfino pure i superbi e i prepotenti che ci hanno umiliati e offesi! Scaglino pure la pietra contro di noi!»
C.M.

mercoledì 11 ottobre 2017

Casa per casa

Nella pittura di paesaggio fanno spesso capolino case isolate o caseggiati di varie dimensioni: possono emergere dalla neve, da una prateria battuta dal vento e dal sole oppure dall'abbraccio di una densa vegetazione. Spesso, comunque, queste case riescono ad essere più che semplici elementi di un panorama e si caricano di significati esistenziali. La casa, del resto, rappresenta di per sé un rifugio, un'estensione materiale dell'uomo, lo spazio che egli ricerca per rendere visibile l'area dedicata a se stesso e ai suoi affetti e si carica di un significato spirituale sia nell'arte che nella letteratura, basti pensare all'attaccamento dei Buddenbrook alla storica casa di famiglia o alla dimensione intima e dolcissima dell'abitazione delle sorelle March.

Edward Hopper, The Ryder's House (1933)

L'artista che per primo che ha fatto della casa un vero luogo dell'anima e che ha saputo integrarla nella natura e caricarla di espressioni interiori sia nel rappresentare gli interni che nel dipingere gli esterni è Vincent van Gogh, che anche nelle sue lettere dimostra attenzione per la rappresentazione di case. Sappiamo da un messaggio del 7 luglio 1874 che realizza per Betsy Tersteeg (figlia del commerciante d'arte Hermanus Gijsbertus Tersteeg) un disegno della casa di Londra in cui vive per un periodo con la sorella Anna, destinato ad essere incluso in un piccolo album. Ancor più significativo è leggere, in una lettera inviata il 2 luglio 1873, sempre da Londra, ad alcuni amici, che a Vincent è bastato trovare un posto in una piccola pensione per sentirsi già a casa e notare il suo pacere nel descrivere gli edifici in stile gotico e i giardinetti davanti alle abitazioni. Scrivendo al fratello Theo nel 1877 da Dordrecht, inoltre, Vincent descrive con grande trasporto una casa circondata dai pini che, alla luce della sera «brilla attraverso le finestre in modo così amichevole da sembrare un anziano personaggio» e moltissimi altri riferimenti si possono trovare nella vastissima produzione epistolare dell'artista. 

Paul Cézanne, Casa con albero (1874)

Vincent van Gogh, Case ad Auvers (1890)

A far da protagonisti in molti dipinti di van Gogh non sono però le case di Londra o Dordrecht, bensì gli edifici di campagna o delle piccole cittadine provenzali o di Auvers sur Oise. Nel dipingere Case ad Auvers (1890) il pittore sembra riprendere la tavolozza della Casa con albero di Paul Cézanne (1874), predisponendo un incontro fra verdi, azzurri, gialli e una lieve macchia di rosso-arancione, mentre nella Casa gialla, affettuosa rappresentazione dell'abitazione di Place Lamartine ad Arles in cui vive fra il 1888 e il 1889, sceglie un'ambientazione serale e dispone sulla tela anche dei segni di vita, dai passanti sulla strada, agli avventori nei locali, per poi porre sullo sfondo il treno in corsa.

Vincent van Gogh, La casa gialla (1889)

Passando al Novecento, i dipinti più noti dedicati alle case sono probabilmente quelli di Edward Hopper, sia che pensiamo a pure rappresentazioni di paesaggio sia che immaginiamo figure di uomini e donne all'interno di abitazioni o nei pressi di esse. La pittura di Hopper si concentra su elementi isolati e tali appaiono anche le case dell'artista americano. Sono edifici fortemente geometrizzati, regolari, levigati e perfezionati da una luce fredda, che sembra posarsi su forme di solidi abilmente combinati, anziché su luoghi animati di vita. Ne deriva un senso di solitudine e silenzio, nel quale le costruzioni manifestano un'armonia maggiore con il paesaggio in cui cromaticamente si fondono che con gli esseri umani che le dovrebbero abitare. Se La casa vicino alla ferrovia (1925) ha addirittura ispirato ad Alfred Hitchcock la struttura della casa del film Psycho, in dipinti come Casa vicino a Squam River a Gloucester (1926) e The Ryder's House (1933) sono emblematiche dei paesaggi delle piccole cittadine statunitensi che emergono dalle campagne e che rendono tanto speciali le atmosfere della narrativa americana alla Sherwood Anderson.

Edward Hopper, La casa lungo la ferrovia (1933)

Edward Hopper, Casa vicino a Squam River a Gloucester (1926)

Negli stessi anni, tuttavia, Hopper realizza anche un dipinto di casa molto diverso da quelli cui ha abituato il suo pubblico. Si tratta de Il tetto mansardato (1923), una composizione molto più mossa, consegnata al gioco delle luci e delle ombre e ammorbidita dalla penombra e dal tratto ondulato e sfumato del pennello.

Edward Hopper, Il tetto mansardato (1923)

Ispirate a Hopper sono molte opere del meno noto Charles Burchfield, per il quale le case sono elementi fondamentali, assieme agli alberi. Alcune tele ricordano gli edifici isolati o posti in schiera del suo modello, eppure a meritare particolare attenzione sono soprattutto gli abitati trasfigurati da forme surreali, bagliori e tinte così sfumate da essere appena rilevabili. Ne è un esempio Il canto delle cavallette in un mattino d'agosto (1917), dove i colori chiarissimi rendono la luce accecante del sole estivo e i profili degli edifici e degli alberi sembrano quasi ondeggiare nell'aria torrida.

Charles Burchfield, Il canto delle cavallette in un mattino d'agosto (1917)

Non troppo diversa dalle case hopperiane ma certamente più europea per la presenza di elementi Liberty è la Casa con veranda dipinta nel 1907 da Egon Schiele, che, però, si volge ben presto alla tensione espressionistica che caratterizzerà la sua arte fino alla prematura morte di spagnola. Infatti è ben più facile è attribuirgli Case con panni stesi (1917), nel quale si riconoscono la tipica tavolozza del pittore austriaco, i tratti irregolari e ondulatori e l'assembramento di tasselli che rendono la povertà degli abitanti del complesso dipinto e la condizione di sovraffollamento da cui scaturisce il disagio tipico del primo Novecento.

Egon Schiele, Casa con veranda (1907)

Egon Schiele, Case con panni stesi (1917)

Più rasserenanti appaiono le tele di un altro secessionista viennese, Gustav Klimt, il quale ritrae delle case immerse nella campagna che a stento si distinguono dalla vegetazione circostante, con la quale compongono un mosaico di colori. Che in Fattoria in Austria sia effettivamente presente un edificio è cosa che si nota solo dopo aver dipanato il caleidoscopio di colori verdi e gialli creato dal piegarsi delle chiome degli alberi sulla costruzione campagnola, mentre nel dipinto Villa lungo l'Attersee (1914) la casa appare sullo sfondo, ricoperta di rampicanti che quasi ne accecano le finestre e la vestono di un abito di gemme e introdotta da una distesa di fiori variopinti grazie alla quale l'effetto di un vorticante incastro di preziosi si moltiplica all'infinito.

Gustav Klimt, Fattoria in Austria (1911)

Gustav Klimt, Villa lungo l'Atterstee (1914)

Dal nord dell'Europa arrivano invece i giardini e le case di Carl Larsson, che sceglie come tecnica prevalente l'acquerello e che ama rappresentare soprattutto gli interni. La casa di campagna, come gran parte dei suoi dipinti, presenta le linee e i colori tipici delle illustrazioni di fiabe e avvanture dei libri per ragazzi e, allo stesso tempo, ha una chiarezza quasi fotografica nella descrizione delle architetture e delle foglie che si stagliano davanti ad esse.

Carl Larsson, Casa di campagna (1895 ca.)

Fiabesche risultano anche, per motivi molto diverse, le case di Marc Chagall e di Juan Mirò. Le loro sono visioni surreali molto diverse, ma ugualmente capaci di trasportare l'osservatore in una dimensione onirica, popolata di simboli e immagini accattivanti. L'artista russo-francese, come è noto, gioca soprattutto sul patrimonio della tradizione ebraica, nelle tele più famose ma anche in deliziose acquaforti come Casa a Vitebsk (undicesima tavola della serie Ma vie, realizzata su carta giapponese nel 1922). 

Marc Chagall, Casa a Vitebsk (1922)

Invece in Casa con la palma (1918) il pittore spagnolo opta per uno stile calligrafico, per una resa particolareggiata di elementi vegetali (i rami della palma, le pianticelle nell'orto) e nella costruzione di un'atmosfera onirica che potrebbe essere lo scenario perfetto di un romanzo improntato al realismo magico; l'edificio di campagna appare certamente secondario, ma la descrizione naturalistica e il gioco di linee e sovrabbondanze del mondo naturale non risalterebbe allo stesso modo, se non fosse in dialogo con la casa.

Juan Mirò, Casa con la palma (1918)

Una casa molto particolare, trattata con un approccio sperimentale, è quella realizzata da Paul Klee nel 1921. La sua Casa rotante si ispira alla teoria della scomposizione delle forme che lo stesso Klee porta anche nel Bauhaus. L'impianto è astratto e risponde proprio alla necessità di denudare i volumi e scomporre gli insiemi. I colori sono scelti per imitare quelli del mattone e delle tegole e fungono da elementi di delimitazione fra le varie parti della casa raffigurata. Per ottenere il risultato della rotazione, Klee focalizza l'immagine di riferimento della casa e proietta a raggiera fuori di essa gli elementi che, di logica, si trovano applicati alla sua superficie o intorno ad essa (come il vialetto che viene ribaltato verso l'angolo sinistro in basso). Lo sperimentalismo non è puramente tecnico e non si perde, in questa ardita rappresentazione di una casa, il senso del luogo spirituale: la cornice filosofica di riferimento è quella del costruttivismo, con il suo insieme di teorie cerca di rincorrere la frammentazione del reale e l'infinità di forme che dalla combinazione di tale varietà si può produrre. L'architettura non è più un sistema stabile e rigido, ma viene resa dinamica e caricata di possibilità, a costo di far rassomigliare il dipinto al disegno goffo e non realistico di un bambino. Era forse a qualcosa di simile che pensava Giacomo Leopardi quando, nello Zibaldone (256), immaginava, come un fanciullo proteso al sogno e alla fantasia, «una casa pensile in aria sospesa con funi a una stella»?

Paul Klee, Casa rotante (1922)

C.M.