martedì 2 maggio 2017

Il cavaliere inesistente (Calvino)

Chi è Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez? Difficile affermarlo, perché lui stesso è alla ricerca della propria identità e, a ben guardare, non esiste: egli ha la forma dell'armatura candida dal variopinto cimiero che indossa, ma, al si dotto della ferraglia, non c'è nulla.

Agilulfo è il protagonista de Il cavaliere inesistente (1959), il terzo volume della trilogia di Italo Calvino I nostri antenati, che segue Il Visconte dimezzato (1952) e Il barone rampante (1957) e, come i personaggi degli altri romanzi, affronta l'importante tema dell'identità e dell'affermazione di sé, ispirandosi più che mai al mondo dell'Orlando furioso tanto amato dall'autore.
Siamo alle porte di Parigi, nel pieno della guerra fra i paladini di Carlo Magno e l'esercito dei Mori. La storia non è però quella di Orlando e dei suoi nobili compagni, che, a ben guardare, appaiono come una torma di millantatori di avventure e guerrieri che pensano più al cibo che alla spada, bensì di quest'armatura vuota, che, tuttavia, appare proprio ricolma di quei valori che i guerrieri franchi sembrano aver perduto. Agilulfo è il cavaliere senza macchia e senza paura che affronta la mischia a testa alta e ne esce senza ammaccature, che tira di spada come se danzasse e che segue una rigida deontologia anche in materia amorosa, decantando e praticando le arti dell'amor cortese. Egli non ha bisogno di mangiare, non conosce i bisogni fisiologici degli esseri umani ed è pertanto dedito completamente alla causa dell'eroe, che lo porta sovente a scontrarsi con i più pragmatici paladini, di cui depreca l'abitudine di raccontare fantasiosi resoconti di battaglie mai vissute. Eppure un giorno il suo stesso titolo, tutto ciò che, assieme all'abbagliante armatura fa di lui Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, gli viene negato: il giovane Torrismondo nega che Agilulfo abbia mai protetto l'onore e la purezza della nobile Sofronia, atto in seguito al quale gli è stato concesso il titolo di Cavaliere di Selimpia Citeriore, in quanto egli è certo di poter dimostrare di essere il figlio di quella donna e di essere nato ben prima del suo salvataggio ad opera della bianca armatura. Per Agilulfo la negazione di questa identità, che è al contempo una grave onta per Sofronia, apre una crisi profonda ed egli, con il benestare di Carlo Magno (che, in realtà, non vede l'ora di levarsi dai piedi una figura dall'eroismo ingombrante), parte alla ricerca di Sofronia, ormai diventata monaca, per poter dimostrare l'infondatezza di tali accuse e ripristinare così il proprio onore. Torrismondo, a sua volta, dovrà dimostrare che suo padre è uno dei cavalieri del sacro Gral, per poter mantenere il titolo che possiede solo in quanto presunto figlio dei sovrani di Scozia e non essere trascinato nell'accusa di essere un figlio illegittimo a seguito di quella mossa ad Agilulfo.

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo (1513)
Si mette così in moto il meccanismo tipicamente ariostesco dell'inchiesta: Agilulfo cerca Sofronia, Torrismondo cerca i cavalieri del Gral, Bradamante, indomabile guerriera cristiana, insegue Agilulfo, l'idea di cui è perdutamente innamorata, mentre il giovane Rambaldo, appena entrato nell'esercito dei paladini al solo scopo di vendicare il padre ucciso dall'argalif Isoarre, segue la bella Bradamante, della quale si è invaghito subito dopo aver scoperto che il valoroso guerriero che lo ha salvato da un agguato nemico è una bellissima donna. Nel rispetto della tradizione cavalleresca, la ricerca è labirintica, tortuosa e porta i personaggi sempre più lontano dal loro obiettivo: per trovare Sofronia, Agilulfo dovrà arrivare fino al Marocco, superando naufragi e insidie di ogni tipo assieme al suo scudiero, l'ingenuo Gurdulù. Anche lo scioglimento è intriso del pessimismo che domina l'inchiesta ariostesca, perché sia Agilulfo che Torrismondo troveranno, alla fine del loro viaggio, una meta ben diversa da quella che entrambi hanno atteso e immaginato.
A narrare le vicende di questi eroi moderni calati nel mondo dei poemi epico-cavallereschi è suor Teodora, confinata nello scriptorium del convento dalla badessa per placare i suoi slanci passionali attraverso la scrittura. I momenti in cui suor Teodora rompe la finzifone letteraria per parlare di sé e del suo compito ci fanno riflettere sul valore della scrittura, chiave per accedere alla meditazione su di sé e sulla vita e, allo stesso tempo, per narrarsi e per narrare quella vita stessa. La scrittura è lo strumento che ridona vivacità e ritmo alle avventure di figure dimenticate, che si anima dell'entusiasmo delle loro imprese e delle loro passioni e che diventa travolgente proprio quando è consapevole di aver agganciato quell'autenticità.
Libro, è venuta sera, mi sono messa a scrivere più svelta, dal fiume non viene altro che il rombo lassù della cascata, alla finestra volano muti i pipistrelli, abbaia qualche cane, qualche voce risuona dai fienili. Forse non è stata scelta male questa mia penitenza, dalla madre badessa: ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a scrivere da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare.
Il cavaliere inesistente è un libro sottile e dai capitoli brevi, eppure affronta tematiche complesse e articolate. Italo Calvino, del resto, sa sempre come racchiudere in poche pagine considerazioni e storie ricchissime, riuscendo a dire tutto con le parole essenziali, con l'ironia, con la fantasia e con dei raffinati rimandi intertestuali. Attraverso questo libro, assieme ai suoi personaggi, il lettore impara ad essere, riflette sul senso dell'identità, sul rischio che si corre a volersi mantenere sempre fedeli a se stessi, a cadere nell'orgoglio o, al contrario, a tentare di cambiare la propria natura e a darsi una veste nuova.
«Il mio nome è al termine del mio viaggio» dice Agilulfo a chi gli chiede chi sia nel pieno della sua missione di recupero di identità. Siamo di fronte al trionfo della ricerca: ciascuno di noi procede verso qualcosa, convinto di poter arrivare al punto in cui potrà definirsi senza alcun dubbio, eppure si trova proprio nella ricerca. Per questo il tema dell'inchiesta è, fin dalle origini dell'arte della parola, un motivo topico, che affonda le radici nella vicenda di Edipo, procede con Odisseo ed Enea, si evolve con Dante, diventa labirinto con Ariosto e crisi con Pirandello. E per questo lo stesso Calvino ha fatto della ricerca il carburante del suo sperimentalismo, scegliendo forme sempre nuove per interpretarla e arrivando a renderla capolavoro con il romanzo della ricerca per eccellenza, Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979).

Carlo Carrà, Il cavaliere rosso (1913)
La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade. Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l’angolo che volterai uscendo dal convento e non sai se ti metterà faccia a faccia con un drago, uno stuolo barbaresco, un’isola incantata, un nuovo amore.
C.M.

4 commenti:

  1. Ciao! Bella analisi di un classico che ha fatto molto riflettere più di una generazione. Forse "Il cavaliere inesistente" è l'opera, tra quelle appartenenti alla serie degli antenati, che più indaga la letteratura e le sue problematiche. Il cavaliere, infatti, può anche incarnare il rischio che corre spesso uno scrittore: quello di creare una macchietta idealizzata ma bidimensionale, e non un vero personaggio.
    è poi sempre bello notare quanti punti d'incontro ci siano tra Ariosto e Calvino...due "anime gemelle" separate da vari secoli!

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    1. Lo sono davvero: vien da pensare che lo spirito di uno si sia reincarnato nell'altro, tante sono le affinità e tanto è naturale il recupero di ogni sfumatura ariostesca da parte di Calvino!

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  2. Adoro questo romanzo. Devo rileggerlo, prima o poi.
    Mi piace rileggerne ogni tanto l'ultima parte, a voce alta, quella che citi anche tu.

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    1. Credo sia semplicemente un capolavoro! :)

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