giovedì 20 luglio 2017

Sotto il peso delle nuvole (Spinello)

A maggio, nel corso del festival Rovigoracconta, ho partecipato ad un incontro dedicato alle storie di montagna, nel quale Claudio Morandini e Christian Spinello hanno dialogato con Christian Mascheroni su temi e riflessioni legate ai loro libri. Per l'occasione mi sono preparata leggendo Le pietre di Morandini, autore che già conoscevo e poi, incuriosita dalle parole del mio corregionale Spinello, ho deciso di acquistare anche il suo romanzo, intitolato Sotto il peso delle nuvole (Bibliotheka Edizioni).
Ad incuriosirmi è stata innanzitutto l'ambientazione del romanzo, che non ha a che fare con un ambiente montano qualsiasi ma con l'Altipiano di Asiago sconquassato dalla Grande Guerra. Come sapete, la narrativa dedicata al primo conflitto mondiale mi è particolarmente cara, perché offre moltissimi spunti di riflessione storica ed etica e restituisce inoltre voce alle masse di uomini mandati a morire in nome di interessi nei quali molte volte non si riconoscevano. I libri sulla Grande Guerra, insomma, ci richiedono un esame di coscienza, una attenta valutazione dei fatti umani nella Storia e, cosa non meno importante, tengono viva la memoria.
Lo stesso Christian Spinello ha fatto riferimento a due autori fondamentali nel ricordo dei fatti bellici del Novecento e nella descrizione delle montagne venete, cioè Emilio Lussu e Mario Rigoni Stern, quest'ultimo dichiarato esplicito modello per le storie montane assieme a Mauro Corona.
Il protagonista di Sotto il peso delle nuvole è il giovane Bastiano Dal Sasso, chiamato sotto le armi alla vigilia delle nozze con la compaesana Imelda. Bastiano abbandona il proprio villaggio, la famiglia e il caro mentore Italo Stern e sale sulle montagne a fronteggiare l'esercito austriaco, ma noi lo incontriamo poco prima del 4 novembre, quando è ormai pronto a ricongiungersi con l'esistenza che ha abbandonato per il fronte. Come molti reduci, tuttavia, Bastiano non ritrova la propria famiglia e il paese natale: i bombardamenti austriaci hanno distrutto ogni cosa e coloro che non sono morti sono sfollati in luoghi più sicuri. I suoi genitori e Imelda non ci sono più e Bastiano si ritrova di colpo privo di punti di riferimento e di qualsiasi sostegno economico da parte della nazione che ha servito, così il giovane decide di scendere a valle per cercare lavoro come manovale. Ma è a questo punto che la voce di Italo lo raggiunge, risvegliando il suo attaccamento alla montagna e ai sentimenti che con essa si sono identificati.
Sotto il peso delle nuvole è un breve romanzo caratterizzato da una scrittura piana e capitoli brevi che scandiscono i momenti della vita di Bastiano e il suo disorientamento alla fine della guerra. L'autore adotta uno stile semplice e talvolta grezzo, inserendo costantemente nelle sezioni narrative e nei dialoghi alcuni elementi della parlata veneta che conferiscono immediatezza e realismo al racconto, pensato da Spinello come un mezzo per evocare l'odore di legna che abbrustolisce nel camino. Il risultato è, dunque, non solo una storia di montagna, ma una storia montanara, nella quale bastano poche parole e non si indugia ad alcun lirismo, che dà più spazio a modi popolari che all'indagine psicologica. Tutto in maniera programmata, beninteso: nonostante un uso altalenante del corsivo per contrassegnare gli stilemi veneti, è facile comprendere anche senza la dichiarazione esplicita di Spinello che quello che si ha davanti è un libro pensato per risultare genuino, diretto, scarno ma ancorato alla concretezza del mondo rappresentato.
La storia, in sé, è poco articolata, proprio perché focalizzata sulle vicende di un unico personaggio, tuttavia è strutturata in modo coerente. Nella prima parte del romanzo la condizione dei soldati in guerra e dopo la guerra è resa in maniera efficace, in particolare nel momento in cui Bastiano scopre di non essere considerato un servitore dell'Italia nel momento in cui gli viene negato il contributo destinato a feriti, mentre mi sono in un certo distaccata dal protagonista nella seconda sezione del romanzo, quando egli abbandona il proprio passato e si getta senza convinzione in una nuova esistenza, vissuta quasi come un automa. Ecco, forse il difetto che si può trovare a Sotto il peso delle nuvole è questa scarsa simpatia suscitata dal personaggio che poteva essere forse resa con un maggior riferimento all'esperienza del reduce senza patria, un aspetto che si affaccia inizialmente ma che poi sbiadisce, anche se se ne avverte la presenza dietro ai gesti di Bastiano.
Sotto il peso delle nuvole è dunque un libro perfezionabile e che mi ha lasciato la sensazione di una scomoda fatalità nel modo in cui si è concluso, rapidamente e con una concentrazione di eventi fondamentali in poche righe, tuttavia contiene delle buone premesse e regala una piacevole lettura, prestando voce non solo alla vicenda personale di Bastiano, uomo come tanti spezzati dalla guerra, ma soprattutto alle montagne e al modo di vivere della gente che cresce fra di esse.
Ognuna di quelle povere anime aveva perso qualcosa, un pezzo importante della vita, e cercava di giustare il malanno con quello che gli veniva offerto. Offerte scadenti, s'intende. Nulla di umanamente possibile poteva riportare a com'era prima della guerra. Ma qualcosa, anche solo ago e filo per rammendare le calze in vista del gelo che bussava, qualsiasi cosa era una manna. Piuttosto che niente, meglio piuttosto. A qualcuno bastava un minimo, solo un poco di conforto, una pacca sulla spalla, sapere insomma di non essere dimenticato. A tutti, invece, senza distinzione alcuna, occorreva un nuovo seme della speranza. Speranza nel futuro, che voleva dire massimo l'indomani mattina.
C.M.

martedì 18 luglio 2017

Il multiforme Ulisse: la figura di Colombo

L'Inferno dantesco è il veicolo fondamentale della fortuna del mito di Ulisse: il canto XXVI è innegabilmente l'elemento-chiave nella trasformazione del mito classico in un vessillo della modernità. Come abbiamo già avuto modo di notare, l'eroe ritratto da Dante si presenta come l'individuo avido di conoscenza, disposto a sfidare qualsiasi limite per appagare quello che ritiene un bisogno naturale dell'uomo. Ecco, dunque, che il suo folle volo viene consacrato a simbolo immortale di sfida e di progresso, capace di adattarsi sia al fermento individualista romantico sia alla visione del progresso e del razionalismo tipica dell'Illuminismo.

Claude Lorrain, La partenza di Ulisse (1646)

Colui che consegna questo Ulisse dal duplice volto dalle mani di Dante in quelle degli scrittori del XIX secolo è Torquato Tasso, che per primo accosta la figura dell'eroe omerico a quella di un esploratore, Cristoforo Colombo, portando nella letteratura lo snodo cruciale fra età medievale e moderna. Nel canto XV della Gerusalemme liberata, infatti, si narra de viaggio dei guerrieri cristiani Ubaldo e Carlo verso le Isole Fortunate, laddove la maga Armida tiene prigioniero Rinaldo; all'altezza dell'ottava XII vengono descritte le Colonne d'Ercole e subito dopo l'imbarcazione con a bordo i due cristiani, significativamente guidata da una fanciulla di nome Fortuna, attraversa la mitica frontiera. Ubaldo, allora, interroga Fortuna, chiedendole se qualcun altro prima di loro abbia compiuto una simile impresa e se il nuovo mondo in cui si stanno inoltrando sia abitato (ottave XXV-XXVI):
Risponde: "Ercole, poi ch’uccisi i mostri
ebbe di Libia e del paese ispano,
e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,
non osò di tentar l’alto oceano:
segnò le mète, e ’n troppo brevi chiostri
l’ardir ristrinse de l’ingegno umano;
ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse.
di veder vago e di saper, Ulisse.

Ei passò le Colonne, e per l’aperto
mare spiegò de’ remi il volo audace;
ma non giovogli esser ne l’onde esperto,
perché inghiottillo l’ocean vorace,
e giacque co ’l suo corpo anco coperto
il suo gran caso, ch’or tra voi si tace.
S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,
o non tornovvi o vi rimase estinto;
Ulisse, secondo il racconto di Fortuna, ha osato intraprendere un'avventura di fronte alla quale lo stesso Ercole, prima di lui, aveva esitato, preferendo stabilire fra l'Africa e la penisola iberica li suoi riguardi (segnò le mete rimanda a Inf. XXVI, 108). Tasso descrive dunque la fatale navigazione di Ulisse, trasformando il folle volo in volo audace e mantenendo la metafora in associazione al movimento dei remi fatti ali.
Fin qui nulla di nuovo. La vera chiave di volta del mito si colloca invece qualche ottava più avanti (XXX-XXXII). Fortuna ha appena descritto alcune caratteristiche delle popolazioni che vivono nell'emisfero boreale, che, grazie all'ampliamento degli orizzonti geografici, non è più mondo sanza gente ma una terra popolata e variegata per usi e tradizioni; Ubaldo, dunque, non può fare a meno di domandarsi perché quel Dio che è sceso in terra per rivelare la Verità sembri volerne celare la conoscenza al mondo. Fortunata lo rassicura: Dio desidera che l'umanità progredisca in sapere e sarà un navigatore ligure a far conoscere i luoghi e i popoli che vivono al di là delle Colonne d'Ercole.
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
favola vile a i naviganti industri,
e i mar riposti, or senza nome, e i regni
ignoti ancor tra voi saranno illustri.
Fia che ’l piú ardito allor di tutti i legni
quanto circonda il mar circondi e lustri,
e la terra misuri, immensa mole,
vittorioso ed emulo del sole.

Un uom de la Liguria avrà ardimento
a l’incognito corso esporsi in prima;
né ’l minaccievol fremito del vento,
né l’inospito mar, né ’l dubbio clima,
né s’altro di periglio e di spavento
piú grave e formidabile or si stima,
faran che ’l generoso entro a i divieti
d’Abila angusti l’alta mente accheti.

Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontane sí le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama c’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti a i posteri tuoi ch’alquanto accenne,
ché quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
Naturalmente il viaggio di Ubaldo e Carlo non può essere accostato a quello di Ulisse, ma, piuttosto, è similare a quello di Dante: non un folle volo o una folle venuta, bensì un'impresa voluta da Dio, nella persona di Goffredo, per ricondurre il guerriero Rinaldo nell'esercito impegnato a Gerusalemme nella liberazione del Santo Sepolcro.
Con Tasso Cristoforo Colombo fa il suo ingresso nella poesia, arte in cui è destinato a ritornare periodicamente come simbolo del progresso, come incarnazione di quello spirito proteso alla conoscenza che Dante ha vestito con lo spirito di Ulisse. Così ritorna nell'ode di Giuseppe Parini L'innesto del vaiuolo (1765), testo che si inserisce nel dibattito illuminista in favore della diffusione del sapere e del progresso per il bene comune: Colombo, che ha sfidato le superstizioni, la paura dell'ignoto e la derisione di chi non condivideva i suoi progetti, è il simbolo di chi persegue il miglioramento scientifico e serve a descrivere al meglio il valore di chi non si lascia frenare dagli ostacoli e dall'ignoranza e raggiunge traguardi inaspettati (vv. 1-27).
O Genovese ove ne vai? qual raggio
brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
all'intentato piano
de lo immenso oceano?
Senti le beffe dell'Europa, senti
come deride i tuoi sperati eventi.

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
che natura ponesse all'uom confine
di vaste acque marine,
se gli diè mente onde lor freno imporre:
e dall'alta pendice
insegnolli a guidare
i gran tronchi sul mare,
e in poderoso canapè raccorre
i venti, onde su l'acque ardito scorre.

Così l'eroe nocchier pensa, ed abbatte
i paventati d'Ercole pilastri;
saluta novelli astri;
e di nuove tempeste ode il ruggito.
veggon le stupefatte
genti dell'orbe ascoso
lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
all'Europa, che il beffa ancor sul lito.
Tale dev'essere Giammaria Bicetti de'Buttinoni, dedicatario dell'ode, nella sua opera in favore della vaiolizzazione immunitaria in contrasto alla diffusione di una delle malattia col più elevato tasso di mortalità fra XVII e XVIII secolo, che fa strage soprattutto fra i giovani: Parini, in un'ode che ricorda l'orazion picciola, esorta il medico a non piegarsi di fronte all'ignoranza e a perseguire la strada del progresso, inseguendo virtute e canoscenza oltre le risate di scherno e i pregiudizi che hanno posto un limite paragonabile a quello delle Colonne d'Ercole per i marinai. Se il comune sentire accetta soltanto ciò che appare immediatamente utile («imperturbato il regno / de'saggi dietro all'utile s'ostina. / Minaccia né vergogna no 'l frena e no 'l rimove») e rifiuta il nuovo prodigioso che appar menzogna, occorre perseverare per eradicare il popolare error e restituire la salute ai posteri in forma di progresso (vv. 136-144).
L'accostamento di Colombo ad Ulisse sembra farsi debole e lontano, tuttavia, osservando i versi pariniani, si possono notare delle consonanze che, passando attraverso Tasso, riconducono la lode del valore dell'esploratore all'impresa dell'eroe dantesco: nel canto XV della Gerusalemme così come nell'ode di Parini si sottolineano l'ardire dell'impresa di Colombo («l'ardore / ... a divenir del mondo esperto» Inf. XXVI vv. 97-98; «il volo audace» G.L. XV, XXVI v- 2; «il più ardito di tutti i legni» G.L. XV, XXX v. 5 e «un uom de la Liguria avrà ardimento / a l’incognito corso esporsi in prima» in ibid. XXXII, 25; «audaci antenne» nel v. 2 dell'ode), l'ignoto che si staglia oltre le Colonne d'Ercole e la superstizione secondo la quale il limite geografico corrisponda ad un divieto religioso acciò che l'uom più oltre non si metta («i paventati d'Ercole pilastri» al v. 20 dell'ode); la vera novità, che si spiega con i progressi geografici maturati fra Dante e Tasso, sta nella menzione della convinzione che tali pregiudizi saranno scardinati e nella confutazione stessa delle parole di Dante («Tempo verrà che fian d’Ercole i segni / favola vile a i naviganti industri» in G.L. XV, XXX vv. 1-2 e «Erra chi dice, / che natura ponesse all'uom confine / di vaste acque marine» nell'ode).
E tuttavia Parini decide di regalare un'ultima concessione ulissiaca al suo Colombo: i versi «saluta novelli astri; / e di nuove tempeste ode il ruggito» non possono che riportare alla memoria le ultime parole di Ulisse prima dello scatenarsi della tempesta, laddove appaiono stelle mai osservate nell'emisfero boreale e fenomeni marini appartenenti al nuovo mondo:
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo. (vv. 127-129);

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto (vv. 136-138)
Cristoforo Colombo ritorna, in veste filosofica, nelle opere di Giacomo Leopardi, dapprima nella canzone Ad Angelo Mai (1820), poi nel Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez (1824). Dal confronto fra i due testi il Colombo leopardiano appare un elemento dialetticamente molto interessante, poiché apre delle contraddizioni che, in qualche modo, sono insite nel mito di Ulisse tràdito da Dante; l'Ulisse omerico, invece, non incontra l'interesse di Leopardi, che lo definisce un eroe né giovane né bello, per nulla amabile nonostante le sue miserie (Zibaldone 3602). 
Nella canzone Ad Angelo Mai, scritta per celebrare il ritrovamento della Repubblica di Cicerone (prima conosciuta solo relativamente al Somnium Scipionis del libro VI), Leopardi si concede un dialogo con alcuni grandi del passato, sulla scia della suggestione della riscoperta di un autore antico. Il poeta si rivolge a Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso e Alfieri. All'esploratore genovese, apostrofato come ligure adita prole (con una significativa citazione tassesca), Leopardi attribuisce un'impresa gloriosa che, tuttavia, ha gettato l'umanità in una crisi: la sete di conoscenza ulissiaca si è tradotta in una labitintica dilatazione del mondo che ha prodotto disorientamento e, soprattutto, ha tolto vigore e significato all'immaginazione, unico strumento che l'uomo possiede per accedere ad un barlume di felicità (vv. 87-105).
Ahi, ahi! ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco, tutto è simile, e, discoprendo,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
il vero, appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
e il conforto perí de’ nostri affanni.
Ora che gli orizzonti dell'umanità si sono ampliati e l'ignoto viene rappresentato sulla carta, il mondo non è più delimitato da un confine rassicurante, da quelle Colonne d'Ercole che rappresentavano il limite oltre il quale c'era il dominio della fantasia e che avevano la stessa funzione della siepe de L'infinito: nascondere, proteggere e, quindi, permettere un dolce naufragar nel mare dell'immaginazione. Del canto dantesco, insomma, rimane l'idea della protezione offerta dalla Natura (ancora benigna dispensatrice di pillole di felicità in forma d'illusione e d'ignoto) e di una conoscenza che produce effetti negativi su chi la desidera con troppo ardore. Una visione che sarà rivista nell'ultimo periodo, quando, con La ginestra, il poeta recanatese sosterrà la necessità di conoscere il vero ad ogni costo, quale che sia la condizione che comporta, non a caso elogiando la nobil natura affronta a viso aperto qualsiasi minaccia alla propria esistenza.
Nel mezzo, però, si colloca il Colombo delle Operette morali, che discute assieme al compagno di viaggio sul valore del navigare, esponendosi ad enormi pericoli sulla base di semplici congetture come, appunto, quella di un collegamento fra l'Atlantico e l'Oriente. Colombo non nega le ragioni di Gutierrez, tuttavia proprio il desiderio pericoloso di conoscere, di sapere se tutto il mondo sia abitato o se la sua parte ignota sia composta esclusivamente d'acqua, di incontrare altri popoli e di scoprirne la condizione, le doti, il grado di progresso costituisce il nerbo stesso dell'esistenza.
Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su queste navi, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo? se contento e felice, quello è da preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo a quale altro stato non sia da posporre. Io non voglio ricordare la gloria e l'utilità che riporteremo, succedendo l'impresa in modo conforme alla speranza. Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.
Pellegrino Tibaldi, Nettuno e la nave di Ulisse (1550)

L'esplorazione e la vita attiva non solo servono ad appagare il naturale bisogno dell'essere umano di sfuggire la noia, l'insoddisfazione e l'inattività che sono fonti di infelicità, ma, infondendo nella vita un germe di pericolo, producono anche un maggior attaccamento alla stessa, poiché nessuno desidera la vita più di chi la rischia in ogni momento, nessuno ama la terraferma più del marinaio che ne sente la mancanza, nel pieno rispetto della Teoria del Piacere e, in particolare, della visione catastematica della felicità ben espressa ne La quiete dopo la tempesta, laddove il piacere è definito figlio d'affanno (v. 32).
Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da' navigatori e soldati. Quanti beni che, avendoli, non si curano, anzi quante cose che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi!
Torna qui l'eco dell'Ulisse dantesco, per il quale, però, l'eroe omerico è necessaria premessa, con la curiosità che lo contraddistingue nelle più celebri avventure e le conseguenze devastanti di questo slancio (è Odisseo colui che vuole esplorare l'antro di Polifemo e non intende privarsi del piacere di ascoltare il canto delle sirene). Ulisse, dunque, resiste come simbolo del desiderio di conoscere, di sperimentare, di cercare la strada del progresso rispondendo alla naturale propensione dell'uomo ad uscire dallo stato di ingenuità ferina o infantile e raggiungere la maturità e la piena consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda, sebbene Leopardi, come si legge nello Zibaldone (383-384), riconduca questo slancio non al puro ardore di conoscenza, bensì al desiderio di sentire infinitamente e alla tensione al più generico Piacere (che, materialmente e momentaneamente, può anche identificarsi con la conoscenza, ma rimane intrinsecamente legato alla sola immaginazione) e, appunto, al tentativo di sfuggire la noia.
In quanto incarnazione del naturale istinto dell'essere umano a gettarsi nell'avventura per conoscere (quale che ne sia il germe) e per liberarsi dalle superstizioni e dai limiti, Ulisse è, per adottare il linguaggio ermeneutico di Erich Auerbach, figura, cioè anticipazione e rappresentazione simbolica di grandi esploratori come Cristoforo Colombo e di scienziati al servizio della medicina, come nell'ode di Parini, ma anche degli astronauti e di qualsiasi altro tenace studioso.
Certo è che Leopardi solleva un dilemma anch'esso insito nell'Ulisse omerico e nella profezia di Tiresia: prendere il mare, inseguire virtute e canoscenza, esplorare sono azioni che producono un progresso nel sapere, aprono nuove strade, abbattono le frontiere. Eppure, al contempo, queste avventure provocano disorientamento, dilemmi, dubbi, pericoli, infelicità e, in casi estremi, la morte, rendendo l'esplorazione, insieme, necessaria e spaventosa.

C.M.

venerdì 14 luglio 2017

Il telefono senza fili e La battaglia navale (Malvaldi)

Estate significa svago e per me i mesi più caldi sono l'occasione per leggere o grandi classici o agili romanzi che, a ben guardare, sono più che altro racconti lunghi. Nel segno del giallo, sono tornata al BarLume di Marco Malvaldi, fra i vecchietti pettegoli e lo staff composto dal barrista Massimo, dalla banconista Tiziana e da un nuovo barman che al primo non va a genio, come, del resto, la gran parte dell'umanità.

Ne Il telefono senza fili Pineta comincia a delinearsi maggiormente come un luogo turistico: Massimo e Aldo gestiscono insieme un ristorante moderno (potremmo dire un locale gourmet) chiamato Bocacito, che rappresenta un po'la veste serale del BarLume, dal momento che, dopo la giornata di cappuccini, panini e aperitivi, il lavoro si sposta in questo nuovo scenario, dove si moltiplicano le possibilità degli arzilli pensionati di farsi gli affari del prossimo. Grazie ai clienti dell'agriturismo dei coniugi Benedetti, infatti, si apprende la scomparsa della signora Vanessa proprio nel giorno in cui doveva essere offerta una monumentale grigliata. I vecchietti gettano immediatamente il seme del dubbio: sicuramente Gianfranco Benedetti, che ha appena divorziato forse esclusivamente per mettere in piedi una truffa fiscale assieme alla consorte, ha assassinato e chiuso nel bagagliaio della propria auto la signora. A fornire criptici indizi sul luogo in cui trovare la donna è il cartomante Atlante, al secolo Marcello Barbadori, che, tuttavia, viene ben presto ritrovato cadavere. Si sospetta un suicidio, ma il barrista Massimo, apparentemente occupato a redarguire i quattro anziani ficcanaso, segue al solito le indagini dal suo locale, beneficiando delle lunghe conversazioni fra i vecchietti e il nuovo commissario, Alice Martelli, ben più propensa del suo predecessore Fusco ad avvalersi della vox populi della bocciofila.
La battaglia navale, ad oggi l'ultima avventura del BarLume, è invece incentrato sulla morte e sul ritrovamento di una giovane donna identificata come una badante ucraina di nome Olga e su un atto vandalico che lo segue di poco: quattro ville liberty lungo la splendida Passeggiata del Saracino vengono deturpate con delle scritte che, ad uno sguardo sommario, sembrano inneggiare al terrorismo islamico, ma che, invece, sono soltanto un atto ridicolo che costa ad Alice e a Massimo la rinuncia ad una vacanza in Portogallo. Il commissario, infatti, non riceve l'incarico di indagare sulla morte di Olga, ma sullo scempio di qualche teppista, sebbene non tardino a rivelarsi, sempre grazie al quartetto uretra, i collegamenti e le informazioni in merito alla comunità di donne ucraine di Pineta e ai rapporti con la famiglia di un certo avvocato Rossi la cui casa risulta l'unica villa del Saracino ad essere stata risparmiata dai vandali.
I due romanzi di Malvaldi sono molto diversi fra loro. Il telefono senza fili ha una vicenda giallistica poco avvincente e sottotono, mentre prevalgono gli esilaranti teatrini di Ampelio, Gino, Aldo e Pilade, nei quali si raggiungono picchi davvero spassosi: si perdona la debolezza della componente criminosa, perché il resto compensa molto bene. La battaglia navale è invece un romanzo decisamente inferiore non solo al capitolo immediatamente precedente ma anche a tutti gli altri della serie del BarLume, dal momento che presenta in maniera contorta e poco convincente la vicenda al centro delle indagini, subisce un calo di verve anche sul versante delle conversazioni dei Vecchietti e sembra quasi perdere il suo protagonista, ridotto a poco più di un fabbricante di cappuccini e quasi svuotato del suo ormai familiare carattere misantropo.
Dover registrare questa caduta nei gialli di Malvaldi è un peccato. Vero è che quasi inevitabilmente le serie romanzesche, specie se ambientate in contesti circoscritti e basate sull'interazione fra pochi personaggi, tendono a diventare ripetitive e a consumarsi, tuttavia fino a Il telefono senza fili sembrava esserci la sicurezza della durevolezza delle avventure del BarLume. Vedremo se Malvaldi riuscirà, come mi auguro da assidua frequentatrice di Pineta, a risollevare le sorti di questa serie o se, invece, riverserà la sua carica narrativa in una nuova avventura giallistica.
«Uno, hanno capito che da queste parti nessuno è in grado di farsi i cazzacci suoi. Due, ormai siamo diventati il litorale del delitto. Lo scorso settembre è venuta anche una troupe tv, a fine estate, a chiederci come mai nel corso della stagione non avevano ancora ammazzato nessuno. Gli abbiamo dovuto spiegare che se non si toglievano dai coglioni eravamo sempre in tempo, ma resta il fatto che ai fatti di sangue ci siamo assuefatti. Ormai la gente vede un delitto anche in un novantottenne che muore d’infarto.»
C.M.

mercoledì 12 luglio 2017

Il multiforme Ulisse: il ritratto dantesco

Fra gli eroi della mitologia antica, quello che gode di maggior notorietà e fortuna culturale è senza dubbio Ulisse, figlio di Laerte e Anticlea e re della piccola isola di Itaca, nonché protagonista di uno dei due poemi tramandati sotto il nome di Omero. Il personaggio letterario è divenuto simbolo dell'ingegno e del valore umano, un modello di un homo novus capace di contrapporre alla vis bellica l'uso della ragione, dell'arguzia e anche dell'inganno.

William Blake, Inferno XXVI (1824 ca.)
A partire dall'età medievale il personaggio di Ulisse si è caricato di nuovi significati e si è innescato a suo carico un processo di moltiplicazione di valori e simbologie che hanno il suo fulcro nel canto XXVI dell'Inferno dantesco, dove, per la prima volta, l'eroe omerico si sintonizza e si fonde con il sistema valoriale cristiano e occidentale. La sua storia, di conseguenza, si arricchisce di sfumature che, pur non contemplate dal contesto originario per ovvie questioni di distanza culturale, rendono conto dell'immensa capacità del mito di adattarsi alle civiltà che lo recepiscono o ai suoi singoli rappresentanti in luoghi ed epoche diverse (fenomeno non esente da erronee semplificazioni).
Ritenuto uno dei passi più emozionanti e intensi della Commedia, l'incontro di Dante con Ulisse nella bolgia dei consiglieri fraudolenti (l'ottavo settore dell'ottavo cerchio) è diventato il simbolo della grandezza umana e della tenacia con cui il desiderio di conoscenza umano sfida tutti i limiti posti dal Fato. Ulisse, certo, è un peccatore e sta anche piuttosto vicino al cuore della voragine infernale, tuttavia è fuori di dubbio che, nei suoi confronti, Dante manifesti una sorta di ammirazione, al punto da scegliere come oggetto del canto la narrazione non dei misfatti per i quali è condannato, bensì degli eventi e del gesto che lo hanno condotto alla morte. La beffa dell'isola di Sciro per far emergere l'indole guerriera di Achille, confinato dalla madre fra le figlie di Nicomede per essere sottratto alla guerra, il furto del Palladio perpetrato assieme a Diomede e l'inganno del cavallo sono rapidamente citati da Virgilio in ordine inverso rispetto a quello degli eventi nei vv. 58-63, al momento della presentazione dei due peccatori avvolti dalla fiamma a due lingue; ben più lunga e particolareggiata è la narrazione dell'ultimo viaggio di Ulisse, che si estende dal v. 85 al 142, cioè fino alla conclusione del canto.
L'Ulisse di Dante è diverso dall'Ulisse di Omero: è un personaggio estremamente moderno, il cui spirito pagano si scontra con il sistema cosmico ordinato da Dio e che, tuttavia, è come sottratto al giudizio di Dante, così da risultare quasi uno spirito magno mancato, un ospite rubato al meraviglioso castello che sorge nel Limbo, laddove risiede lo stesso Virgilio. Ulisse non è, nell'economia del canto XXVI, un consigliere fraudolento, bensì un'anima indomita, insofferente ai limiti, desiderosa di contemplare i misteri del mondo e di porsi alla pari della divinità, svelando ogni segreto del creato. 
Virgilio, nell'interrogare Ulisse in vece di Dante, gli chiede esplicitamente di descrivere gli ultimi momenti di vita e le cause della morte, senza porre l'attenzione sui peccati dell'eroe; il silenzio che cala sulle parole del re di Itaca sottrae lo spazio a qualsiasi considerazione etico-religiosa e Ulisse esce di scena come una creatura nobile, sulla quale non pende alcuna condanna. Ulisse, del resto, ha, nel suo peccato di frode, una funzione provvidenziale: se Troia non fosse caduta, Enea non avrebbe mai lasciato la patria e non si sarebbe stabilito nel Lazio; di conseguenza, non sarebbero nati il popolo e l'impero romano che per Dante sono strumenti fondamentali per la germinazione e la diffusione del cristianesimo. Ulisse, inoltre, rappresenta Dante, è una sorta di suo alter-ego: a legare i due personaggi è l'eco dell'aggettivo folle che Dante pronuncia nel canto II («temo che la venuta non sia folle») esprimendo il timore che il suo viaggio sia superbo e quasi sacrilego e che è usato per qualificare l'impresa di Ulisse sia in Inf. XXVI 125 («de'remi facemmo ali al folle volo») sia in Par. XXVII 82-83 («sì ch’io vedea di là da Gade il varco / folle d’Ulisse»). Dante nell'intraprendere il suo eccezionale viaggio e nel penetrare i segreti della Giustizia divina e Ulisse nell'eccedere i limiti delle colonne d'Ercole e nel suo desiderio di contemplare quella montagna bruna che non sa essere il Purgatorio affrontano un'impresa folle, ardimentosa, che supera le facoltà umane. Ma, come ricordano Umberto Bosco e Giovanni Reggio, mentre Ulisse si getta in questa azione titanica senza l'ausilio e la legittimazione di Dio, Dante, attraverso Virgilio (mandato da Beatrice per volontà di Santa Lucia e della Vergine stessa, somma mediatrice fra Dio e l'uomo), trasforma la sua folle venuta in un atto di Grazia. E, tuttavia, non riesce forse a condannare il desiderio naturale di Ulisse di aver desiderato anticiparlo in quel grande passo e a liberarsi del tutto della sensazione di trascendere un limite sacro, un timore di cui sono sintomo i continui dubbi che il pellegrino manifesta nel corso del poema. Così si spiega anche l'interpretazione di Borges dell'atteggiamento di Dante: «Per questo il personaggio di Ulisse ha la forza che ha, perché Ulisse è un specchio di Dante, perché Dante sentì che forse anche lui avrebbe meritato un simile castigo. Aveva scritto il poema, ma aveva anche infranto le misteriose leggi della notte, di Dio, della Divinità.»
Venendo alla costruzione narratologica dell'episodio del canto XXVI, va detto che il personaggio dantesco è figlio della tradizione medievale che, in ossequio ad alcune osservazioni di Cicerone, Orazio e Seneca, vede in Ulisse il simbolo dell'ardore di conoscenza. Egli è per gli autori latini esempio di saggezza non piegata dalla fatica e dalla paura (Sen. De constantia sapientis II, 2) e significativo esempio del potere della virtù e della fortuna («quid virtus ed quid sapientia possit, utile proposuit nobis exemplar Ulixen», Or. Ep. I, 2 vv. 17-18). Sottile è il confine fra la curiositas degli sciocchi e la virtus del saggio, ma è Aristotele a legittimare una lettura non peccaminosa della ardore di conoscenza di Ulisse, che è segno della naturale propensione alla razionalità che distingue l'uomo dagli altri animali. Sempre aristotelica è la base della comunione di sapere che Ulisse vuole stabilire con i compagni che esorta con le sua famosa orazion picciola dei vv. 112-120:
'O frati,' dissi, 'che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza'.
Ulisse sa di appartenere ad una comunità che, sulla nave che lo conduce alla morte, è rappresentata dalla piccola compagnia di marinai: è un animale politico, che condivide con una società di esseri umani tutto ciò di cui dispone. E ciò di cui dispone è il desiderio di conoscere il mondo. I compagni che nell'Odissea appaiono stolti ed eccedono alla curiositas quando, contro il divieto del loro re, aprono l'otre dei venti di Eolo o uccidono le vache sacre del Sole sono qui trasfigurati in adepti di un individuo votato alla conoscenza.

Ulisse e le Sirene, mosaico del Museo del Bardo di Tunisi (III sec.)

Che Dante plasmi il suo Ulisse a immagine e somiglianza di quello oraziano, qualificandolo come esempio di virtù, è evidente anche dal sistema delle rime e degli enjambement nei vv. 95-99; osserviamo l'attacco del discorso dello spirito a partire dal v. 90:
(...) "Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
La connessione, attraverso la rima, delle parole-chiave amore-ardore-valore rappresenta la connotazione positiva del gesto di Ulisse, che risulta eccessivo solo perché non sostenuto dalla Grazia di Dio alla pari di quello di Dante.
Oltre che per i giudizi etico-filosofici su Ulisse, Dante è debitore ai Latini anche delle notizie sulle avventure dell'eroe. Dante conosce le vicende di Ulisse in maniera indiretta, grazie a commenti, a stralci di traduzione e aneddoti tramandati da autori latini, e a quanto dei fatti iliadici viene narrato da Enea nel libro II del poema virgiliano e all'Achilleide di Stazio (autore latino che sarà guida di Dante per una parte del suo cammino in Purgatorio). Eppure il finale alternativo che egli assegna all'eroe dal multiforme ingegno non è del tutto incompatibile con il poema omerico, anzi, ne riprende un particolare non sempre preso in debita considerazione.
Il libro XI dell'Odissea narra la catabasi di Odisseo che, su indicazione di Circe, si reca nell'aldilà per consultare lo spirito dell'indovino Tiresia e conoscere il proprio destino una volta che si sarà rimesso in mare. L'episodio è il modello diretto del viaggio di Enea nell'Averno nel canto VI dell'Eneide al quale si ispira a sua volta Dante per la scrittura del proprio poema. Nei vv. 118-137 l'indovino pronuncia questa profezia:
Ma, tornato, tu punirai la loro violenza:
e quando, nelle tue case, hai sterminato i pretendenti,
con l’inganno o a fronte con l’aguzzo bronzo,
prendi allora il maneggevole remo e va’,
finché arrivi da uomini che non sanno
del mare, che non mangiano cibi conditi col sale,
che non conoscono navi dalle gote purpuree
né i maneggevoli remi che sono per le navi le ali.
E ti dirò un segno chiarissimo: non potrà sfuggirti.
Quando un altro viandante, incontrandoti,
dirà che tu hai un ventilabro sull’illustre spalla,
allora, confitto a terra il maneggevole remo
e offerti bei sacrifici a Poseidone signore,
un ariete, un toro e un verro che monta le scrofe,
torna a casa e sacrifica sacre ecatombi
gli dei immortali che hanno il vasto cielo,
a tutti con ordine. Per te la morte verrà
fuori dal mare, così serenamente da coglierti
consunto da splendente vecchiezza: intorno avrai
popoli ricchi. Questo senza errore ti annunzio.
Che le imprese di Ulisse non si concludano con la strage dei Proci è ben noto, ma le notizie sulla sua morte sono contrastanti: alcune tradizioni ne testimoniano la morte per vecchiaia, altre per mano del figlio avuto da Circe, Telegono. Un dato interessante, se non altro come curiosa suggestione, è che le parole qui tradotte con «fuori dal mare» (o «lontano dal mare») sono traducibili anche come un complemento di causa efficiente «dal mare / ad opera del mare», in quanto l'espressione greca ἐξ ἁλὸς può essere resa in entrambi i modi: Ulisse, dunque, sarebbe morto o sulla terraferma o a causa di un naufragio. I filologi si dividono in merito a questa interpretazione e, anche se illustri studiosi come Alfred Heubeck e William Bedell Stanford propendono per l'interpretazione «lontano dal mare» sulla scorta dell'associazione di questa formula con l'aggettivo ἀβληχρὸς («debole / non violento»), l'analisi comparativa delle occorrenze omeriche di ἐξ ἁλὸς (di cui rende conto, per esempio, Bruce Louden nel libro Homer's Odissey and the Near East) hanno dimostrato che essa è maggiormente usata nell'accezione (sostenuta peraltro da Martin West) di «dal mare», ad indicare l'emersione di Teti o di Poseidone dal mare. Dante, inconsapevolmente, avvalora questa seconda possibilità.
Ciò che risulta invece incongruente o ambiguo rispetto al racconto omerico è il momento in cui si colloca la vicenda dell'Ulisse dantesco. Dal racconto emerge che l'eroe e i suoi compagni, al momento di varcare le Colonne d'Ercole, sono vecchi e tardi (v. 106) e si può dunque dedurre che siano rimasti in mare ben più dei dieci anni tradizionalmente calcolati dalla fine della guerra di Troia. Dante sembra escludere che quello di Ulisse sia un nuovo viaggio intrapreso anni dopo quello dell'Odissea, poiché fa intendere che il re di Itaca e il suo equipaggio hanno affrontato insieme moltissimi pericoli (vv. 112-113), eppure tradisce la sua incompleta conoscenza del poema, poiché è risaputo che Odisseo rientra ad Itaca da solo e che tutti i suoi compagni partiti con lui da Troia muoiono per incidenti di navigazione o di altro genere, per lo scatenarsi di qualche forza divina o di morte violenta: i pochi che sopravvivono a Polifemo, a Scilla e alle altre creature minacciose vengono inghiottiti assieme all'ultima nave dal gorgo fatale di Cariddi.
Un ultimo dato merita attenzione nel ritratto dantesco di Ulisse, sia per la bellezza stilistica del tessuto del canto sia per l'ulteriore carica che offre alla drammatica morte dell'eroe. Il discorso di Ulisse costituisce uno dei momenti più elevati dell'intero Inferno anche a livello retorico: fin dalla sua introduzione attraverso i versi 85-90 le parole dello spirito dannato sono circondate dalla forza degli elementi naturali che si scatenano sull'eroe.
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: 'Quando
Gustave Doré, Inferno XXVI (1861)
Ulisse appare avvolto da una fiamma che pare battuta dal vento che tenta di spegnerla, quello stesso vento che spinge la nave e al quale, metaforicamente, vengono affidati i remi fatti ali. Sembra il preannunciarsi della tempesta che sorge nella conclusione con il turbine che nasce fra le onde; le tempeste marine sono generate dallo scontro di correnti d'aria o da maremoti ed è significativo ricordare che, secondo la fisica medievale, come testimonia la chiusa del canto III dell'Inferno («La terra lagrimosa diede vento», vv. 133), i fenomeni sismici sono causati da vortici d'aria sotterranei. Il vento e il mare, dunque, costituiscono il sottofondo stilistico della seconda parte del canto, il primo infondendo il proprio sibilo nel tessuto fonico dei vv. 90-93 (affatica, fosse, parlasse, disse, sottrasse, presso, nomasse) e dei vv. 127-132 (basso, surgea, suolo, racceso, casso, passo), nel momento di apparente quiete in cui appaiono le stelle dell'emisfero australe e vengono descritti l'alternarsi del dì e della notte; il secondo determinando l'andamento ondeggiante ottenuto attraverso il ricorrere degli enjambement a partire dal quando che addirittura sospendo sul nascere il discorso di Ulisse e per tutto il discorso («sottrasse / me» vv. 91-92; «pieta / del vecchio padre» 94-95; «compagna / picciola» vv. 101-102; «cento milia / perigli» vv. 112-113; «vigilia / d'i nostri sensi» vv. 114-115; «tutte le stelle già de l'altro polo / vedea la notte» vv. 127-128; «bruna / per la distanza» vv. 133-134) fino alla chiusura, che conferisce solennità e drammaticità alle parole dell'eroe, traducendo l'angoscia del navigatore in balia delle onde.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso'.
Questo è il ritratto dantesco di Ulisse, del quale sono stati messi in luce soprattutto i rapporti con i modelli antichi. I versi dell'Inferno, tuttavia, hanno moltiplicato l'eco dell'avventura dell'eroe omerico, affidandone i nuovi risvolti alla letteratura moderna e contemporanea, in un percorso che continueremo insieme.

C.M.

lunedì 10 luglio 2017

Addio alle armi (Hemingway)

Fra i primi libri scritti da Ernest Hemingway figura Addio alle armi (A Farewell to Arms), pubblicato nel 1929 ma sconosciuto agli Italiani fino alla caduta del Fascismo, che ne proibì la diffusione e arrivò ad arrestare Fernanda Pivano per la semplice esistenza di un contratto di traduzione depositato presso Einaudi. 

Il romanzo, infatti, è incentrato su avvenimenti decisamente scomodi per l'ideologia guerresca e nazionalista promossa dal regime e racconta la difficile situazione sul fronte carsico fra azioni poco onorevoli come sparatorie fra membri dello stesso schieramento generate dal panico e dalla superficialità, atti di diserzione, ritirate disastrose (come quella tristemente famosa di Caporetto) e fucilazioni dei soldati disertori ormai prostrati da anni passati in trincea e del tutto alienati alla causa del conflitto. In questo senso, Addio alle armi si colloca nella linea di documentazione e denuncia di cui fanno parte anche Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (anch'esso proibito per le medesime ragioni in Germania), Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu (non a caso pubblicato dopo il secondo conflitto mondiale e uscito dapprima in Francia) e Uomini in guerra di Andreas Latsko.
Anche nel caso di Hemingway alla base della narrazione c'è un fondamento autobiografico. Lo scrittore americano partecipò al primo conflitto mondiale come volontario, arruolandosi come autista di autoambulanze; venne inviato sul fronte italiano e rimase ferito a Fossalta di Piave. A seguito dell'intervento eseguito a Milano, rientrò nelle fila dell'esercito, ma, da valente cronista quale era, decise di trarre un romanzo dall'esperienza di guerra, nella quale infuse non soltanto le peripezie legate alle battaglie e ai soccorsi ma anche frammenti di una storia d'amore vissuta con l'infermiera Agnes von Kurowski (nella quale, però, andarono a fondersi i tratti della prima e della seconda moglie, Hadley Richardson e Pauline Pfeiffer).
Il protagonista di Addio alle armi è Frederic Henry, un tenente americano arruolato nelle forze di soccorso sul fronte italo-austriaco. Nel corso dei combattimenti rimane ferito ad un ginocchio e viene quindi mandato a Milano per le cure, l'intervento e la riabilitazione. Qui egli vive un'intensa storia d'amore con l'infermiera britannica Catherine Barkley, già conosciuta al fronte, ma ben presto deve lasciarla per ricongiungersi alle truppe in Friuli. Di fronte all'orrore della ritirata e alle dure reazioni dello stato maggiore che punisce i disertori a suon di fucilazioni, Frederic decide di strapparsi medaglie e mostrine e di abbandonare la guerra, desideroso di rimanere al fianco di Catherine e del bambino che nascerà dalla loro unione. Matura dunque la decisione dell'addio alle armi, che comporta per Frederic enormi rischi e lo costringe a rifugiarsi dapprima sul Lago Maggiore e poi, ricongiuntosi con Catherine, a tentare la via della libertà raggiungendo la sponda Svizzera.
Quella di Addio alle armi è una storia intensa e amara, raccontata attraverso lo stile essenziale che ha reso Hemingway un punto di riferimento nella narrativa contemporanea non solo americana ma mondiale, come testimonia l'esperienza letteraria di Pavese (che fu il diretto responsabile dell'amore di Fernanda Pivano per Hemingway e, in generale, per la letteratura d'oltreoceano). Addio alle armi è il testo ideale per comprendere la condizione di quel gruppo di intellettuali che vengono annoverati sotto l'etichetta di Lost generation (usata proprio da Hemingway nel romanzo Fiesta, dove è attribuito a Gertrude Stein, ospite di un fortunato cenacolo culturale parigino), caratterizzato da una sfiducia e da un anti-idealismo derivanti dalla drammatica esperienza della guerra, dalla crisi economica e dalla fine dei sogni alimentati dalla Belle Époque. Da questo disorientamento esistenziale scaturisce una narrativa scarna, asciutta, che quasi è sintomo di un'impossibilità di raccontare, di dare all'essere umano una ragione della sua presenza in un contesto che distrugge l'eroismo così come l'appagamento sentimentale, caratteristiche che portano Calvino ad affermare che «Hemingway ha capito qualcosa di come si sta al mondo con occhi aperti e asciutti, senza illusioni né misticismo, come si sta soli senza angosce e come si sta in compagnia meglio che soli: e, soprattutto, ha elaborato uno stile che esprime compiutamente la sua concezione della vita, e che se talvolta ne accentua limiti e i vizi, può nelle sue riuscite migliori essere considerato il linguaggio più secco e immediato, il più privo di sbavature e timidezze, il più limpidamente realistico della prosa moderna» (Perché leggere i classici, Hemingway e noi).
Addio alle armi mi ha permesso di riconciliarmi con Hemingway, che, alla lettura, ormai tanti anni fa, di Per chi suona la campana, mi era risultato molto pesante e difficile da seguire. A dir la verità, mentre leggevo la prima parte del romanzo questa sensazione si è momentaneamente riaffacciata, ma dal momento del ferimento di Frederic e dall'inclusione organica di Catherine nella storia la lettura si è fatta più agevole e, proprio per la mancanza di orpelli, scorrevole e rapida nell'approdo alle ultime pagine, che sono decisamente le più coinvolgenti. Dopo questa lettura, Hemingway e il suo ruolo nella letteratura occidentale mi sono più familiari e credo di essere pronta a riprendere anche Per chi suona la campana, oltre che a leggere gli altri romanzi.

Gary Cooper e Helen Hayes nel film del 1932 diretto da Frank Borzage
(nel 1957 è stato realizzato il più celebre remake di Charles Vidor)
Ma noi non eravamo mai soli e non avevamo mai paura quando eravamo insieme. So che la notte non è come il giorno: che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono, e la notte può essere un momento terribile per la gente sola quando la loro solitudine è cominciata. Ma con Catherine non c’era quasi differenza nella notte tranne che era meglio. Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi.
C.M.

giovedì 6 luglio 2017

Il senso di colpa della lettura interrotta

Lo dice anche Daniel Pennac: uno dei diritti del lettore è quello di non finire un libro. Il problema è che spesso subentra un senso di colpa che impedisce a diversi lettori di godere di questo diritto. Io sono fra questi.


La scelta del libro da leggere è per me sacrosanta: talvolta impiego ore o giorni a decidere quale nuovo libro mettere sul comodino e i tempi tendono ad essere direttamente proporzionali a quelli di permanenza del volume sugli scaffali, infatti generalmente faccio più fatica a convincermi a leggere un libro che possiedo da molto rispetto all'ultimo acquisto. Credo che il dispiacere di doverlo abbandonare possa essere connesso a questa lunga incubazione, forse non riesco ad ammettere di aver perso il mio tempo nella selezione di un libro sbagliato e di aver continuato a perderlo iniziandolo. Probabilmente è un'altra delle manie librose che vanno aggiunte alla lista e deve avere una qualche connessione con la mia repulsione a concedermi una pausa o una sospensione dalla lettura nel mezzo di un capitolo e mi rendo conto che scoprire continuamente nuovi disturbi da bibliomane può essere un cattivo segno.
Quando emerge l'impulso di abbandonare una lettura, dapprima opto per un arresto terapeutico. Prendo tempo, provo a convincermi che in quel preciso momento non sono abbastanza concentrata, a volte ricomincio dall'inizio per essere certa che la scarsa motivazione non sia dovuta al non aver afferrato dei particolari importanti o alla difficoltà di entrare in sintonia con lo stile narrativo di un autore. Talvolta questa scelta paga e riesco ad arrivare tranquillamente alla fine del libro, magari anche con grande soddisfazione; in questo periodo, ad esempio, ho iniziato Addio alle armi e ho dovuto in breve riavvolgere i primi capitoli per sintonizzarmi con Hemingway, ma ho poi ingranato e sto trovando molto piacevole il romanzo.
Ci sono dei casi in cui, però, questa tecnica non funziona e rischio di trascinarmi stancamente fino alla fine del volume, spesso avvalendomi di un altro diritto di Pennac, cioè quello di saltare le pagine (o di leggerle senza troppa attenzione). Mi è capitato con le ultime duecento pagine di Don Chisciotte, che nella seconda parte perde decisamente ritmo rispetto alla precedente, oltre che con la sfilza di paretimologie del Cratilo di Platone o con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, oltre che con alcuni libri che ho dovuto leggere per motivi di studio. In questi casi la tenacia è dovuta al fatto che, per questioni professionali e di approfondimento, letture pur molto pesanti si sono imposte alla mia attenzione come fondamentali.
In casi estremi cedo, decidendo di rimandare la lettura, anche se spesso la dilazione si traduce in un totale abbandono o, almeno, finora non sono riuscita a riprendere alcuni libri che avevo accantonato per queste ragioni.
Due giorni fa sul sito Libreriamo è comparso un elenco dei 10 libri più presenti nelle liste degli abbandoni. Se trovarvi ponderosi e impegnativi classici come l'Ulisse di Joyce o Il Signore degli anelli di Tolkien non mi stupisce affatto (di leggere il primo ancora non ho avuto il coraggio e per quanto riguarda il secondo ho impiegato due anni con una diluizione irrinunciabile), mi sembra strano imbattermi in Cent'anni di solitudine di Gabo o ne L'eleganza del riccio della Barbery, non perché non li si possa abbandonare (de gustibus non disputandum est), ma perché non avrei pensato che potessero surclassare tanti altri grandi classici ritenuti degli spauracchi, come Guerra e Pace. Anche se, forse, i mostri sacri rientrerebbero nell'altra fantomatica lista, quella dei libri che molti fingono di aver letto. 
Ebbene, sono arrivata al punto di dover confessare i miei abbandoni, che sono principalmente classici (ma perché i classici sono comunque il comparto di narrativa che prediligo). Parto con una rinuncia della quale non mi vergogno, che riguarda la saga di Twilight: confesso di aver letto con piacere il primo volume, prendendolo naturalmente come una leggera lettura di intrattenimento e comunque snobbando per tutto il tempo la protagonista, ma dal secondo ho iniziato a trovarla obsoleta e ridicola, quindi non sono più riuscita a proseguire. Un'altra saga abbandonata è quella di Shannara, interrotta nel momento in cui Terry Brooks ha deciso di riavvolgere il nastro e parlarci delle origini del suo mondo (o della fine del nostro che dir si voglia), facendomi perdere il filo e un pochino anche la pazienza; peraltro di recente è iniziata la trasmissione in chiaro del telefilm tratto dai libri e anche di quella ho interrotto la visione, nella quale ho ritrovato poco delle atmosfere immaginate e troppo splatter. Aggiungo anche la saga di Terramare della Le Guin, ma precisando che intendo riprenderla e che l'ho momentaneamente sospesa per non intossicarmi di fantasy. In generale, credo di aver superato la fase della mia vita in cui riuscivo a divorare saghe su saghe, infatti ho ceduto anche di fronte all'elefantiasi delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e delle diverse serie dedicate ad Avalon.
Guardando ai bestseller, le letture arenatesi sono principalmente La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Marfaini, La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones e City di Alessandro Baricco, che mi è diventato indigesto nel complesso come autore.
Fra gli abbandoni illustri devo annoverare, con mio grande rammarico, Gita al faro di Virginia Woolf, due volte iniziato e altrettante interrotto, e Controcorrente di Huysmans, con il quale avrei voluto (e vorrei ancora) chiudere la triade dei romanzi dell'Estetismo. Ci sono poi Il partigiano Johnny di Fenoglio, che non sono riuscita ad affrontare per l'eccesso di parti in inglese che appesantivano la lettura, e Il rosso e il nero di Standhal, cui ho rinunciato dopo poche pagine per motivi che nemmeno ricordo. Ho invece portato a termine con enorme fatica Notre-Dame de Paris di Hugo, Per chi suona la campana di Hemingway e Il pendolo di Foucault di Eco, ma, a causa della forzatura che mi sono importa, a distanza di anni non ricordo assolutamente nulla di quelle esperienze di lettura, sicché li includo a ragion veduta in questo elenco.
Adesso lascio la parola a voi. Quali sono i libri che avete abbandonato? Vi sentite in colpa di fronte alla decisione di rinunciare alla lettura? Avete qualche motivazione per farmi riprendere libri accantonati?

C.M.

lunedì 3 luglio 2017

Jane Eyre (Brontë)

Quest'anno una delle tracce proposte all'interno della prima prova di maturità riguardava la natura e il suo doppio volto, minaccioso e idilliaco e credo che, se avessi letto Jane Eyre, il testo si sarebbe prestato molto bene ad essere richiamato nella trattazione, tale è l'interazione fra il paesaggio inglese e l'animo della protagonista.  
Jane Eyre è uno dei più noti e amati classici della letteratura inglese, scritto da Charlotte Brontë (originariamente con lo pseudonimo di Currer Bell) nel 1847 ma ancora perfettamente in grado di far breccia nell'animo dei lettori.

Il romanzo è narrato dalla stessa Jane, che ripercorre la propria storia fin dall'infanzia trascorsa nella casa della zia materna, la signora Reed, dopo la morte dei genitori. Bambina amante della lettura e alla vana ricerca di un po'di affetto, Jane è maltrattata dal cugino e disprezzata dalla zia, che decide ben presto di mandarla nell'istituto femminile di Lowood, dove le allieve sono denutrite e vittime di malattie anche mortali. Jane affronta gli anni a Lowood con forza e determinazione, ben decisa a non tornare mai più a Gateshead dai suoi unici parenti; con il tempo, da allieva diventa insegnante e decide di lavorare come istitutrice. Al suo annuncio risponde la signora Fairfax, che la invita nella tenuta di Thornfield a nome del proprietario, lo schivo Edward Rochester, che ha bisogno di una persona che istruisca la sua pupilla Adele. Per Jane inizia un periodo di serenità, sebbene a Thornfield accadano avvenimenti insoliti, come l'incendio appiccato di notte nella stanza di Edward Rochester. Con il passare del tempo e a seguito del salvataggio di Edward dalle fiamme, fra Jane e il signor Rochester nasce un profondo legame che li conduce ad un passo dal matrimonio, ma, d'improvviso, dal passato di Edward emerge un fantasma che rende impossibile l'unione e costringe Jane a lasciare Thornfield, a lanciarsi nella vasta campagna inglese senza un soldo e a mendicare cibo e un lavoro invano, fino all'incontro con le sorelle Rivers e il pastore Saint-John, che la accolgono nella loro casa come una cara parente e grazie ai quali ella riesce ad ottenere un piccolo incarico come insegnante. Ma il cuore di Jane rimane a Thornfield e nemmeno il rifugio più caloroso può ottenebrare il ricordo di Edward Rochester...
Sono dovuta arrivare a ventotto anni per leggere questo romanzo immortale di cui ho precedentemente conosciuto la storia per via cinematografica, grazie alla trasposizione di Franco Zeffirelli (1996) e a quella più recente di Cary Fukunaga (2011). La lettura ha ben corrisposto al fascino già sperimentato nel film e si è rivelata molto gradevole, soprattutto grazie alle descrizioni composte dall'autrice e alla particolarità del suo personaggio, alla continua ricerca dell'indipendenza e di persone alle quali rivolgere la propria capacità di amare.
Di Jane Eyre, come scrivevo in apertura, ho amato soprattutto il rapporto fra la protagonista e il paesaggio: leggendo le parole di Charlotte Brontë, riuscivo a visualizzare chiaramente non solo gli ambienti della tenuta di Thornfield e la vegetazione intorno ad essi, ma anche le brughiere, le loro distese di erica e i cieli sopra di esse, oltre che a percepire i sentimenti che Jane accosta a questi luoghi.

Toccai le eriche: erano umide, benché fossero ancora calde dal sole d’estate.
Guardai il cielo: era puro e una bella stella brillava proprio sulla mia testa.
La rugiada cadeva dolcemente e non si udiva neppure il mormorio della brezza; la natura pareva che fosse verso di me benevola e buona e pensai che mi amasse nel mio abbandono. Non potendo sperare dagli uomini che ripulse e insulti, mi rifugiai in lei con tenerezza filiale. Quella notte almeno sarei stata sua ospite e la buona madre mi avrebbe dato alloggio senza domandare un compenso.
Oltre a questo dato naturale che ha un ruolo di primo piano, è ammirevole la figura di Jane, con il suo carattere determinato, la capacità di tener testa all'odiosa signora Reed e al suo capriccioso figlio, la forza con cui affronta le privazioni prima a Gateshead e poi a Lowood, il coraggio con cui si mette in gioco per trovare la propria strada, la compostezza con cui si relaziona a Rochester, riuscendo ad insinuarsi nel suo animo indurito da un passato che lo assilla, la dignità che le permette di accettare l'aiuto dei Rivers ma di non annullare se stessa per onorare un debito.
A intaccare leggermente il mio legame con il romanzo sono state le parentesi dedicate all'attesa del fidanzamento di Rochester e gli ampi spazi dedicati al soggiorno della presunta sposa a Thornfield e il rapporto fra Jane e Saint-John, uno dei personaggi più sgradevoli che abbia mai incontrato in un libro. Saint-John, infatti, desidera che Jane lo accompagni in una missione in India, ma a condizione che ella diventi sua moglie, sebbene nessuno dei due sia innamorato dell'altro: quanta è l'abilità della Brontë nel delineare i sentimenti e l'irremovibilità di Jane, tanto è il peso dell'inutile colloquio che si protrae fra i due per diverse pagine, nelle quali emerge l'opportunismo di Saint-John, unicamente preoccupato di salvaguardare le apparenze e di non suscitare scandalo nel farsi accompagnare da una donna con la quale non è sposato, e nel quale, al contempo, Jane trionfa con la propria coerenza, dimostrandosi ben più lungimirante e onesta del pastore. Fortunatamente l'irrazionale richiamo della voce del signor Rochester alla ricerca della sua Jane restituisce al romanzo il ritmo e la piacevolezza spezzati da questo passaggio, imprimendo alla narrazione la svolta che si fa attendere dal momento della fuga di Jane nella brughiera. 
Al di là di questi piccoli nei, Jane Eyre è un magistrale racconto di sentimenti e Charlotte Brontë si impone fra le sue pagine come un'ottima narratrice, in grado di rendere chiaramente visualizzabile la realtà che descrive, la società in cui si calano i suoi personaggi e i moti dell'animo delle figure che ella colloca nello scenario ben costruito. Jane Eyre, inoltre, risulta uno dei personaggi femminili migliori consacrati dalla letteratura del XIX secolo, una figura che ha molto da insegnare e da raccontare.

Mia Wasikowska e Michael Fassbender nel film Jane Eyre (2911)
Era giorno quando mi parve di sentirmi portata via da onde torbide mescolate ad onde chiare. Al di là di quel mare infuriato, mi pareva di vedere una riva dolce e calma.
Di tanto in tanto una brezza destata dalla speranza mi sosteneva e mi portava trionfalmente alla meta, ma non potevo raggiungerla neanche con la fantasia, perché un vento contrario mi allontanava dalla terra, respingendomi in mezzo alle onde.
Invano il buon senso voleva resistere al delirio, la saggezza alla passione!
C.M.
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