giovedì 23 marzo 2017

I morti uccidono i vivi: la maledizione delle reliquie

Siamo abituati a pensare al duello, uno dei più grandi temi letterari di tutti i tempi, come ad un momento di passaggio che si deve concludere con la morte di uno dei due combattenti. Pensando all'Iliade, certamente ci vengono in mente i duelli di Ettore con Patroclo e Achille, ma nel poema ci sono anche esempi di scontri interrotti, il più celebre dei quali è senz'altro quello fra Glauco e Diomede (Il. VI, 119-136), che si conclude con una inattesa agnizione e con lo scambio di armi da parte dei due guerrieri. Non si tratta di una chiusura inusuale, eppure ci sono duelli che, per così dire, si concludono a distanza, senza che uno dei due guerrieri possa osservare la sconfitta dell'altro.
 
Bartolomeo Pinelli, Achille trascina il corpo di Ettore (1833)
 
Analoga alla conclusione del combattimento fra Glauco e Diomede è quella del confronto armato fra Ettore e Aiace nel libro VII (181-277-312), in preparazione al quale il guerriero troiano prende congedo dalla sposa Andromaca in uno dei momenti più emozionanti del poema. I due combattenti si affrontano, ma nessuno dei due prevale, perché, calata la sera e terminato la giornata di battaglia, né Ettore né Aiace sono rimasti sul campo. La tradizione dei combattimenti epici vuole, dunque, uno scambio di doni: se non viene versato il sangue, i combattenti hanno il dovere di riconoscere il valore reciproco e di sanzionare questo onore con lo scambio delle armi. Ettore, dunque, offre ad Aiace la propria spada, mentre il figlio di Telamone offre in cambio il proprio balteo.
«Aiace, un dio t'ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l'asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
[...] E diamo entrambi nobili doni all'altro,
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei
"Han lottato quei due nella lottta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici"».
Parlando così gli diede la spada a borchie d'argento,
col fodero gliela donò e la cinghia tagliata con arte;
Aiace gli diede la fascia splendente di porpora.

[Iliade VII, 2vv. 88-302, trad. di Rosa Calzecchi Onesti]
Exechias, Suicidio di Aiace (particolare di un vaso del VI sec. a.C.)
 
Jean Starobinski, nel saggio La spada di Aiace (parte del libro Tre furori) dedicata alla morte del principe di Salamina nella tragedia sofoclea, evidenzia che «Lo scambio, per Aiace e per Ettore, non è stato, loro malgrado, che un assassinio differito». Per quale motivo lo studioso propone questa interessante lettura? I due oggetti sono strettamente legati alla morte dei due guerrieri e si fanno veicolo di una maledizione: secondo Sofocle, la cintura di Aiace viene utilizzata da Achille per legare il corpo di Ettore al carro con cui il combattente Acheo lo trascina attorno alle mure di Troia per farne strazio, mentre con la spada del principe di Ilio Aiace si dà la morte dopo l'attacco di follia che lo ha portato a sterminare gli armenti al seguito dell'esercito Acheo nella convinzione di compiere strage degli Atridi e di Odisseo, rei di non avergli concesso l'ambita eredità delle armi di Achille. L'oggetto di un guerriero, insomma, provoca la distruzione dell'avversario giorni e mesi dopo la conclusione dello scontro diretto. Questa situazione costituisce una sorta di corollario della regola sacra per cui un disegno divino, quale che sia e in qualsiasi modo si tenti di modificarlo, è sottoposto alla necessità del compimento: un duello, alla pari di un vaticinio, vuole distruzione e distruzione deve produrre.
Come potrò staccarti, infelice,
da questa lama lucida e crudele,
da questo ferro assassino
che ti ha tolto la vita? Tu non sapevi
che un giorno ti avrebbe ucciso Ettore,
da morto. In nome degli dei, guardate
la sorte di questi due uomini:
con la cintura che ricevette in dono da Aiace,
Ettore fu legato al parapetto del carro
e trascinato fino a perdere la vita;
e Aiace che da lui ebbe in dono questa spada,
su di essa si è gettato e si è ucciso.
Non fu forse l'Erinni a forgiare quest'arma?
Non fu forse il crudele Ade a fabbricare
quella cintura? Io dico che tutto questo,
come ogni altra cosa, è una trama
degli dei contro gli uomini.
[Sofocle, Aiace, vv. 1024-1039, trad. di Maria Grazia Ciani] 
Non troppo diversa appare la morte di Eracle così come è raccontata nelle Trachinie di Sofocle. Qui è Deianira, la donna che Eracle ha salvato dalle brame del centauro Nesso per poi farne la propria sposa, ad utilizzare una reliquia mortifera: convinta di poter riaccendere l'amore del marito, ella presta fede alle ultime parole del suo aguzzino, il quale le ha consigliato di conservare il suo sangue per ricavarne un potente filtro magico. Ma il sangue di Nesso è commisto al veleno dell'Idra presente sulla freccia di Eracle che ha colpito il centauro e il filtro, cosparso, secondo le indicazioni del mostro, sugli abiti dell'eroe, si trasforma in un terribile veleno ustionante che causa all'eroe una morte lenta e dolorosa. Come scrive Barbara Goward, si tratta di due casi in cui «i morti uccidono i vivi».

Niccolò dell'Abate, Morte di Turno (1509 ca.)

Una ulteriore analogia lega Aiace (o, per meglio dire, la sua reliquia) ad un altro guerriero, questa volta presente nell'Eneide, poema che, come è noto, si ispira in larga misura a quelli omerici. Il duello fra Enea e Turno, infatti, sembrerebbe volgere in un atto di misericordia da parte del combattente troiano, che, di fronte al suo avversario accasciato al suolo, trattiene per un attimo il colpo fatale. Ma ecco che, d'improvviso, il balteo di Pallante, che Turno ha strappato al nemico morente e che indossa in battaglia, scatena il risentimento di Enea, memore del giuramento di vendetta prestato ad Evandro, padre del giovane sconfitto dal capo dei Rutuli. Pallante caduto, dunque, uccide a distanza il suo assassino, invitando Enea a compiere il destino che lui stesso non ha potuto realizzare.
S'arrestò, aspro in armi,
Enea, rotando gli occhi, lasciò cadere la destra:
e sempre e sempre di più le parole piegavano
il cuore esitante, ma ecco brillò sulla sua spalla, fatale,
il balteo, brillaron le cinghie dalle borchie ben note,
del fanciullo Pallante, che Turno colpì di ferita
e calpestò: e il trofeo del nemico sulle spalle portava.
Enea, come con gli occhi, ricordo d'atroce dolore,
toccò quell'insegna, acceso di furia e nell'ira
terribile: «Tu dunque, vestito delle spoglie dei miei,
mi sfuggirai dalle mani? Pallante con questo mio colpo,
Pallante t'immola, e si vendica nel tuo sangue assassino!»
Così gridando, gli immerge nel petto la spada
senza pietà. Con un fremito s'abbandonò allora il corpo,
e la vita gemendo fuggì angosciata fra l'ombre.
[Virgilio, Eneide XII, vv. 938-952, trad. di Rosa Calzecchi Onesti]
Non è dunque isolata la presenza, nella letteratura, di un oggetto ammaliante che produce gli effetti attesi dal momento della sua apparizione: la cintura di Aiace, la spada di Ettore, il sangue di Nesso e il balteo di Pallante esercitano un fascino morboso che sfocia nella morte di chi ha combattuto sotto il segno di questi elementi. Essi sono Erinni personificate, divinità della morte che insegue in una catena senza fine le proprie vittime ma, in senso moderno, hanno anche il ruolo di una pistola di Čhecov, poiché la loro presenza non è mai puramente estetica, ma acquisisce una funzione distruttiva.

C.M.

martedì 14 marzo 2017

Nessuno scrive al colonnello (García Márquez)

Qualche mese fa, ad un mercatino del libro usato, mi sono imbattuta in uno dei racconti di Gabriel García Márquez che fanno parte dell'incantevole microcosmo di Macondo. Il brevissimo racconto è intitolato Nessuno scrive al colonnello e, dato che è molto concentrato, non può tenere compagnia che per un'oretta, senza tuttavia far mancare delle fantasiose divagazioni a coloro che hanno letto e apprezzato narrazioni più distese come quella di Cent'anni di solitudine.
 
Il colonnello cui allude il titolo è un reduce della guerra civile in attesa della pensione di guerra promessa a lui e a tanti altri militari dall'armistizio di Neerlandia del 1902: ogni giorno si reca alla stazione di posta sperando di ricevere finalmente il compenso che gli spetta per poter porre fine alla miserabile esistenza di privazioni che conduce con la moglie. Tutto quanto gli è rimasto dopo la morte del figlio Agustín è un gallo da combattimento al quale sacrifica il poco cibo disponibile, convinto che dalle scommesse sulla vittoria del pennuto deriveranno guadagni sufficienti al sostentamento suo e della moglie nell'attesa della paga; l'animale, inoltre, è tutto quanto resta del ricordo di Agustín, l'unico legame con un passato ormai irrecuperabile. Perciò il colonnello resiste orgogliosamente alle offerte di denaro dei potenziali acquirenti del gallo, sebbene la moglie, vecchia e malata, cerchi in ogni modo di convincerlo ad accontentarsi di somme molto inferiori a quelle che accetterebbero coloro che desiderano il gallo solo per speculare e lucrare dalla rivendita: il colonnello, saldamente ancorato alla parola del colonnello Aureliano Buendía, è convinto che il denaro promesso arriverà e che lo spirito dell'eroe della guerra dei mille giorni veglierà sul suo destino, impedendogli di morire di fame.
Scritto nel 1958, Nessuno scrive al colonnello è ben lontano dalla grandezza dei maggiori romanzi di Gabriel García Márquez: mancano personaggi memorabili come quelli di Cent'anni di solitudine (sebbene venga nominato Aureliano Buendía), passioni totalizzanti come quelle che trionfano ne L'amore ai tempi del colera o in Dell'amore e altri demoni e non si riscoprono le tensioni e il ritmo del giallo Cronaca di una morte annunciata, che, pur breve, ha una ricchezza narrativa e descrittiva che lo rende un gioiello. 
Nessuno scrive al colonnello, insomma, è l'unico romanzo di Gabo che fino a questo momento mi ha delusa, sebbene affronti un tema che mi è caro e che, per certi aspetti, mi ha fatto associare l'anonimo colonnello a quel tenente Giovanni Drogo che invecchia presso la fortezza bastiani nel romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Anche in quel libro, infatti, incontriamo un militare intrappolato in un'esistenza ripetitiva e alimentata soltanto da un senso di aspettativa immenso creato sulla base delle parole di un personaggio esterno al racconto, di una diceria, di una voce che è poco più che una chiacchiera; il colonnello e il tenente sono due figure in simbiosi con un'aspirazione legata alla gloria, quella passata per il personaggio di Gabriel García Márquez e un vagheggiamento futuro per quello di Buzzati. Appare curioso che il senso di attesa e disagio sembri per entrambi gli scrittori legato alle contingenze lavorative: se è vero che Buzzati ha tradotto nella sorte di Drogo quella della sua deludente occupazione al Corriere della Sera, Gabo avrebbe sfogato nella frustrazione del colonnello la propria insofferenza per il mancato pagamento del suo lavoro come corrispondente per il giornale El Espectador a causa della chiusura imposta dal regime militare di Gustavo Rojas Pinilla.
Nonostante questo legame con un altro autore amato e nonostante il movente autobiografico della narrazione, questa volta Gabo non mi ha conquistata. Del resto devo rconoscergli che, avendo creato alte aspettative con i romanzi già citati ed essendo partita proprio da quello che è considerato il suo capolavoro, era inevitabile che un titolo, fra gli altri, non riuscisse ad affermarsi fra quelli più riusciti.

C.M.

giovedì 9 marzo 2017

Olive Kitteridge (Strout)

Un aspetto che mi attrae della letteratura americana è quello delle atmosfere particolari di alcuni romanzi o di raccolte di racconti che mi fanno immaginare cittadine che emergono da immensi scenari naturali caratterizzati da coste battute dalle onde o da praterie investite dal vento, nelle quali il tempo sembra essersi fermato o che sono caratterizzate proprio dal senso di desolazione che si diffonde assieme alla modernità. Adoro questi agglomerati di case e persone che popolano botteghe di alimentari, negozi di ferramenta, tavole calde e grandi case di legno la cui costruzione ha rappresentato il fulcro dell'esistenza di chi le abita, mi perdo in quella narrativa in cui la tecnologia sembra non trovare alcuna collocazione, anche se l'ambientazione è contemporanea.
Ecco perché desideravo ardentemente leggere Olive Kitteridge. Il romanzo di Elizabeth Strout è arrivato in Italia nel 2008 grazie a Fazi editore e già da un paio di anni era nella mia lista di letture e finalmente ho rimediato al mio ritardo.
Olive Kitteridge è il personaggio che fa da perno in una raccolta di storie che coinvolgono, a vari gradi, un gran numero di abitanti della cittadina di Crosby, nel Maine. I pescatori di crostacei, i gestori dei locali di ristorazione e delle attività commerciali e i membri della parrocchia trovano tutti posto all'interno del libro, ponendosi in vario rapporto con la protagonista: alcuni sono stati alunni di Olive, altri sono semplici conoscenti, qualcuno, semplicemente, parla male di lei. Fra i vari racconti che compongono le cronache di Crosby, quelli specificamente incentrati su Olive raccontano la vicenda di una corpulenta anziana dal carattere burbero che divide col marito Henry un'esistenza di routine ormai soffocante e che, poco alla volta, avverte la disgregazione del legame col suo unico figlio, troppo impegnato a scegliere come mogli donne, a detta della madre, odiose. L'intreccio della storia di Olive con quelle degli altri personaggi sembra essere motivato da una situazione ricorrente, che la stessa protagonista esprime in occasione del funerale di un giovane padre, di fronte al dolore della vedova: la ricerca nelle vite degli altri di un'infelicità che renda più sopportabile quella della stessa Olive. Molti dei racconti sono incentrati su figure di anziani coetanei di Olive, molti hanno comunque come nota costante la crisi delle coppie e la rottura di nuclei familiari, quindi l'abbandono e l'attesa della morte. Il destino di Crosby, le cui case si svuotano in favore delle grandi città e le cui botteghe storiche finiscono per chiudere una dopo l'altra, sembra riflettersi in quello dei suoi abitanti e di Olive in primis: tutto quanto è stato dato per scontato improvvisamente si manifesta in tutta la sua necessità e stende un velo di malinconia su ogni cosa, su ogni rapporto, su ogni dialogo.
Ciò non significa che quella di Olive Kitteridge sia una narrazione deprimente, al contrario. La delicatezza della scrittura della Strout e della traduzione di Silvia Castoldi rende questo sentimento estremamente naturale, facendolo sentire parte dell'esistenza di tutti noi. Del resto non è un messaggio pessimistico e disfattista quello che l'autrice ci propone, poiché per tutto il romanzo si alternano riflessioni sull'inevitabilità della morte ma anche momenti di slancio vitale, che danno voce al bisogno umano di contatto e di amore anche laddove l'esistenza appare inaridita. Ci sono, è vero, storie di abbandoni e solitudine, ma anche abbracci, tentativi di riconciliazione, incontri inaspettati.
La grande lezione di Olive, uno dei personaggi più scontrosi che abbia incontrato di recente fra le pagine, è che, a volte, basta una ciambella a rendere più sopportabile la vita, ad insinuare un pensiero rasserenante, anche se è altrettanto facile che nell'animo cadano la tristezza e la sofferenza. E non è forse un caso che ovunque, da un capitolo all'altro, facciano capolino fiori di ogni specie e colore.
Insomma, Olive Kitteridge mi ha incantata con la sua semplicità e la sua bellezza, con il suo equilibrio e con le atmosfere di quei luoghi letterari tipicamente americani in cui tutto il superfluo sfuma per lasciar spazio soltanto agli edifici, agli spazi, ai momenti e ai personaggi che sono così particolari da potersi raccontare senza orpelli. Si tratta di quella stessa gamma tonale che mi ha reso consonanti sia Benedizione di Kent Haruf sia i Racconti dell'Ohio di Sherwood Anderson, che talvolta ho avvertito davvero vicini nella mia lettura. 
 
Frances McDormand nella miniserie del 2014 tratta dal romanzo
Quel pensiero spinge Olive ad annuire lentamente, sdraiata sul letto. Sa che la solitudine uccide, può farti morire in tanti modi diversi. Il parere personale di Olive è che la vita si basi su quelle che lei considera “grosse esplosioni” e “piccole esplosioni”. Le grosse esplosioni sono il matrimonio, i figli, gli amici intimi che ci tengono a galla, ma queste cose nascondono correnti invisibili e pericolose. Ecco perché si ha bisogno anche delle piccole esplosioni: un commesso amichevole da Bradlees, per esempio, oppure la cameriera del Dunkin’ Donuts, che sa come vuoi il caffè. Sono faccende complicate, davvero.
C.M.

venerdì 3 marzo 2017

Mia figlia, don Chisciotte (Garigliano)

La letteratura, come sanno tutti gli appassionati e coloro che dello studio di questo immenso e straordinario mondo hanno fatto una professione, è in grado di costruire sogni che stimolano il nostro spirito di avventura e, al contempo, di presentarci uno specchio attraverso il quale conoscere noi stessi, rivelando limiti e potenzialità e, non di rado, imprimendo significativi cambiamenti.
 
Entrambi questi aspetti trovano spazio nel romanzo Mia figlia, don Chisciotte di Alessandro Garigliano, appena pubblicato da NN editore. Il mito che l'autore utilizza come un faro per la propria storia è, naturalmente, quello del glorioso cavaliere errante manchego consacrato da Miguel de Cervantes, che rivela tutta la sua attualità. Non, però, banalmente: Garigliano non cade nella tentazione di fare di Don Chisciotte un qualsiasi sognatore punito dalla crudezza del mondo; al contrario, fa indossare la sua sgangherata armatura ad una bambina di tre anni che, poco alla volta, rivela al padre un inedito valore della storia dell'hidalgo spagnolo, facendogli avvertire, di conseguenza, un'inaspettata sintonia con Sancio Panza.
In verità, non devo mai dimenticare di annoverare mia figlia tra i cavalieri più arditi.
Il narratore della storia è un uomo incantato dal Don Chisciotte, dall'intelletto del suo autore e dall'imprevedibile filo del suo racconto; non ha un lavoro, ma ogni giorno indossa l'abito di un docente universitario completamente volto allo studio dell'opera di Cervantes. Fra la scrittura di un commento e la rilettura del libro si inseriscono le sortite della sua bambina, curiosa di ascoltare le sue storie di cavalieri e principesse, di peripezie e di storie d'amore che durano pessempre. Padre e figlia vivono in un mondo fiabesco o, per meglio dire, in un mondo reale così pieno di insidie e delusioni che il narratore cerca in ogni modo di proteggere la sua bambina attraverso i racconti fantastici del cavaliere, del suo scudiero e degli sfortunati amanti che incontrano sul loro cammino; perfino la moto con la quale si spostano per la città ha un nome che riecheggia quello del destriero Ronzinante: Brummante. In realtà è proprio la bimba a creare le fantasie che rendono ogni istante della sua vita un'avventura irripetibile e, allora, la paura del padre è quella di sottrarla ai pericoli di cui ella, nelle sue corse sfrenate, non può essere consapevole e, allo stesso tempo, evitare l'impatto della sua principeffa con una realtà che, prima o poi, la deluderà. Di fronte a questa Don Chisciotte vestita di tulle, egli è come Sancio, un uomo attaccato saldamente alla realtà che tenta in ogni modo di impedire l'impatto con i mulini a vento scambiati per giganti.
 
Pablo Picasso, Don Chisciotte (1955)
Mia figlia, don Chisciotte mi ha catturata non appena ho visto in rete la sua copertina: titolo, immagine e poche parole sulla trama sono bastati per costruire su questo romanzo delle aspettative che non sono rimaste deluse. La scrittura di Garigliano è limpida e scorrevole nonostante una buona metà delle pagine sia occupata da divagazioni sul romanzo di Cervantes, a comporre degli originali inserti critici. La lettura di questo romanzo è un'occasione preziosa per rivisitare il capolavoro che lo ha ispirato e riscoprirlo attraverso la vicenda di un genitore e della sua bambina. La narrazione di Garigliano entra nell'animo, facendolo palpitare delle risonanze della grande letteratura e della dolcezza dei colloqui e delle scorribande della piccola eroina e del suo custode. Mia figlia, don Chisciotte è una professione di fede nella letteratura, nel suo potere di trasfigurare la realtà e di tradurla in un sistema a misura del nostro essere e dei nostri affetti.
Ciò che non cessa di sbalordirmi è che Sancio, nonostante affronti lungo il viaggio scontri e umiliazioni continue, non solo non pensa di rinchiudere suo figlio in un bunkerino, ma non si decide nemmeno ad abbandonarlo. Non mi pentirò mai di averlo scelto come mia guida. Poteva starsene barricato nella rassegnazione accettando la sorte e invece ha preferito evadere dal proprio presente e lanciarsi verso l’ignoto sfoderando volta per volta scetticismo e fiducia, meschinità e tracotanza.
C.M.
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