venerdì 9 maggio 2014

Medea (Euripide)

È senza dubbio la tragedia più nota di Euripide, oltre che la più rielaborata e la più discussa, spesso a partire da presupposti troppo moderni per poter rendere giustizia ad un testo che ha per protagonista non una donna qualsiasi, ma una creatura quasi divina. Portata in scena nel 431 a.C., Medea è, dopo Alcesti, la tragedia più antica fra quelle che possediamo di questo autore, ma la maga della Colchide era già stata protagonista di alcuni drammi precedenti, fra cui Medea di Sofocle e Peliadi dello stesso Euripide (uno dei drammi dell'esordio di cui rimangono pochi e incerti frammenti). Signora dei filtri, terribile incantatrice e artefice di prodigi incredibili, Medea è ricordata soprattutto come assassina dei figli avuti da Giasone. La vicenda del dramma euripideo, in effetti, si concentra su questa parte del mito.

L'azione si svolge a Corinto qualche anno dopo l'impresa argonautica. Nonostante Medea abbia tradito la patria e la famiglia per aiutare Giasone a conquistare il vello d'oro e abbia commesso per lui indicibili fatti di sangue e nonostante i due abbiano costruito un legame da cui sono nati due figli, l'eroe è sul punto di sposarsi con Glauce, la figlia del re Creonte: la speranza di una migliore posizione sociale e degli onori che ne deriverebbero è risultata per Giasone un'opportunità più preziosa di qualsiasi giuramento e, all'inizio del dramma, dopo che la nutrice ha rievocato gi antefatti, Medea entra in scena lamentando la sua sorte di donna tradita e costretta ad un esilio crudele dal futuro suocero di Giasone. Nel corso degli episodi che si susseguono intervallati dagli interventi di un coro di donne solidali con la protagonista, vediamo Medea maturare i suoi propositi di vendetta, interagire con l'inflessibile Creonte e poi rinfacciare a Giasone la sua falsità e il suo opportunismo; il capo degli Argonauti, per parte sua, difende la legittimità della sua scelta e riconduce ogni bene goduto grazie a Medea all'intervento provvidenziale di Afrodite. L'inatteso arrivo di Egeo a Corinto sblocca la situazione e convince Medea all'azione, per quanto essa sia dolorosa: ottenuta dal sovrano ateniese garanzia di protezione in cambio di una pronta guarigione dalla sterilità, Medea sceglie un'apparente riconciliazione con Giasone, raccomandandogli di proteggere i figli e di non costringerli all'esilio e mandando a Glauce la sua benedizione in forma di doni nuziali. Ma Medea ha deciso di togliere a Giasone tutto quello che possiede, per ridurlo alla stessa impotenza e solitudine cui lui l'ha spinta rapendola (la seduzione ingannevole viene paragonata proprio ad un atto di forza) dalla Colchide. Poco dopo, quindi, la tragedia si consuma: entra in scena un messaggero che descrive l'atroce morte della principessa di Corinto e di suo padre, consumati dai veleni di cui il peplo e la corona inviati da Medea erano intrisi. A questo punto non resta che privare Giasone dei suoi figli e, per quanto Medea soffra nella sua decisione, l'idea di esporli alla vergogna di un popolo straniero ed ostile che li tratterebbe fino alla fine come i frutti di un grembo straniero e disonorato è più forte: non resta che ucciderli e portare i loro corpi in un luogo in cui potranno essere venerati.

E. Delacorix, Medea uccide i figli (1862)
Quello di Medea è, certamente, un atto sconvolgente e contrario all'etica comune: ella non ha rispettato i vincoli del suo ruolo e che ha macchiato di sangue la propria casa. Ma questa è una lettura moderna, influenzata da una morale che non corrisponde al sistema valoriale antico e non rispetta pienamente lo spirito tragico. Il dramma di Euripide inscena senza dubbio il tormento di un'eroina combattuta fra l'accettazione di una sofferenza che la esporrebbe al pubblico ludibrio e la volontà di vendetta, nonché sempre consapevole della portata devastante dei suoi gesti e del dolore che lei stessa proverà nell'agire (come si vede, in particolare, dal monologo ai vv. 1021-1080). D'altra parte, si dimentica troppo spesso che Medea non è una donna comune, ma che ha ascendenze divine e un costante contatto con esse: sono Zeus, Dike (la giustizia che domina anche fra gli abitanti dell'Olimpo) ed Helios, il suo antenato, che Medea invoca prima di ordire le sue trame tremende (v. 764) ed è proprio di quest'ultimo il carro che la porta in cielo lontano da Corinto nell'esodo. L'atto di superbia che viene punito secondo i processi di purificazione della tragedia classica non è quello della donna della Colchide, bensì quello di Giasone, che ha osato oltraggiare una creatura divina e potente. La sofferenza che si abbatte su Medea è solo una conseguenza dell'essersi congiunta con colui che di tale tracotanza si è macchiato.
Ridurre Medea ad un semplice dramma di passioni frustrate, delusioni amorose e accecamenti di furore omicida è, dunque, erroneo e riduttivo. Alla base della tragedia c'è un conflitto fra civiltà di cui non si può non tener conto: quella patriarcale e gloriosa della Grecia e quella primordiale e arcana dell'Asia, due mondi destinati ad entrare in collisione lasciando ferite profonde.

C.M.

4 commenti:

  1. Grazie per il post Cristina;è molto bella la tua analisi su Medea che oggi tutti giudicheremmo come una donna snaturata...

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    1. Medea è una delle tante donne bistrattate dalla tradizione, soprattutto per le riletture di epoca moderna: tentare di far luce sul loro reale ruolo nella mitologia (in cui mai nessun personaggio o evento è superfluo) è uno dei miei pensieri fissi...

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  2. Salve. Ho scoperto da poco il tuo blog e lo sto visitando con attenzione: mi piace moltissimo e lo trovo estremamente interessante. Ti faccio quindi i miei più sinceri complimenti!
    Purtroppo non ho una cultura classica, ma ne sono molto interessato e affascinato.
    Di Medea conoscevo soltanto la versione cinematografica fattane da Pasolini, con Maria Callas. Film che peraltro ho sempre amato.
    Un paio d'anni fa, per puro caso, ho acquistato la Medea di Christa Wolf, autrice che apprezzo moltissimo. La sua versione di Medea mi è talmente piaciuta che ho "osato" accostarmi, così senza preparazione alcuna, alla tragedia di Euripide... che da allora ho riletto almeno 5 volte.
    Da quell'esperienza è nato un'interesse, direi una passione (da dilettante, ovviamente...) per le tragedie greche di cui acquisto e divoro edizioni su edizioni. "Medea" resta però la mia preferita.
    Mi è piaciuta molto l'analisi che hai fatto in questo post sui "giudizi" moderni, "occidentali", e in definitiva sempre o quasi maschili, che si fanno di questo personaggio meraviglioso.
    Un caro saluto.
    Orlando

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    1. Benvenuto e grazie per aver manifestato il tuo apprezzamento per il blog, sono contenta che vi abbia trovato articoli di tuo interesse!
      Mi emoziona sempre vedere l'entusiasmo di chi si dedica con tanto interesse alla letteratura, soprattutto a quel ramo di produzione che sempre più spesso viene messo da parte e bistrattato come obsoleto, quindi le tue parole mi fanno molto piacere.
      Trovo che l'aspetto più affascinante dei classici e dei grand capolavori della letteratura sia proprio quello di essere godibili e amabili anche senza una specifica cultura sull'autore o il genere cui appartengono, d'altronde un buon testo con una traduzione e/o un commento di qualità spesso consente di cogliere apiamente i significati e i risvolti dei personaggi e delle loro storie. Quello di Medea, poi, è un mito di una potenza travolgente, e proprio alla sua complessità si devono le mille riletture che ne sono state tratte: non conosco quella della Wolf, ma nel film di Pasolini ho trovato la vera essenza del mondo da cui Medea proviene. Insomma: largo alla tradizione dei testi e a tutti coloro che amano leggerli!
      Grazie del tuo intervento e alla prossima!

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